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Autore Topic: MONDO DONNA N° 1  (Letto 61093 volte)
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« Risposta #195 il: Ottobre 22, 2009, 11:20:50 »

Il rispetto delle donne passa dalla Costituzione

di Gabriella Manelli


Siamo orfani di politica.
Il potere ha preso il suo posto: chi lo detiene lo usa attraverso mezzi privati, …soldi, scambi di favori. Non abbiamo una cultura della responsabilità morale. Dopo anni di partecipazione si è spenta nellamente dei cittadini la dimensione pubblica ». (Nadia Urbinati)Nonpiù cittadini, ma governanti e governati. E le donne? «Veline ingrate».
Le donne, secondo «loro», dovrebbero sempre ringraziare qualcuno delle proprie conquiste, e in larga misura anche lo fanno, espropriandosi non solo del proprio corpo, ma anche della propria capacità di scegliere e decidere. Tutto il contrario dell’autodeterminazione di buona memoria. Dunque il silenzio delle donne segno di un silenzio dentro. Silenzio interiore di chi ha perso i contatti con se stessa e silenzio politico. «Il personale è politico », si diceva quando si era decise a partire da sé per fare una nuova proposta politica; e si faceva autocoscienza. E così si inventavano una proposta politica e un pensiero politico diversi da quelli dei governanti e dei partiti , che si ispirano a una idea di politica asettica. Invece il grande impatto del movimento femminista, la sua grande capacità di essere metapartitico, al di là e al di sopra della volontà e della stessa analisi dei partiti (vedi divorzio, aborto, nuovo diritto di famiglia…) nasceva dalla capacità di mettersi in gioco, di non lasciare fuori dall’orizzonte politico le passioni, dall’audacia di esplorare vie nuove, «andare alla ricerca di terre e mari sconosciuti: sconosciuti, eppure già esistenti» ( Romitelli, «L’odio per i partigiani»).

«Solo osando, la politica riesce a fare storia»: è Machiavelli, citato da Romitelli, sempre a proposito di partigiani.
La stessa cosa si può dire delle donne, ieri e oggi: se vorranno tornare a incidere sulla storia, come è avvenuto negli anni 60-70 del secolo scorso, non potranno che affrontare in modo inedito, sperimentale, quanto di irrisolto, di incognito vi è oggi nei rapporti fra governanti e governati. Con passione e audacia. Che poi sono anche le risposte adunproblema, secondomedariformulare: come coinvolgere le «altre» donne? Con audacia e passione, appunto, empatia. Tra parentesi, sarebbe interessante dipanare il filo intrecciato di passione e audacia che lega donne e partigiani. Una cosa è certa: numerose furono le donneche, mentre combattevano insieme ai partigiani per i diritti di tutti, intrapresero il loro cammino di crescita personale e politica. Mettere al primo posto la relazione con le altre donne è stata un’altra scelta politica non solo delle femministe, ma, molto prima, delle «madri della Repubblica», le 21 donne che hanno preso parte all’Assemblea Costituente. Indicando nella relazione, cioè nella «via dell’amore», come dice Luce Irigaray, la dimensione fondamentale dell’individuo e quindi la via maestra per un’altra politica.

22 ottobre 2009
da unita.it

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« Risposta #196 il: Ottobre 28, 2009, 05:12:43 »

Melzo, in tre chiedono di abortire il primario urla in corsia: "Assassine"

"Assassina, sta uccidendo suo figlio", ha urlato Leandro Aletti, responsabile di Ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Melzo (Milano) e noto antiabortista, simpatizzante di Comunione e liberazione, a ciascuna delle tre donne, dai 27 ai 36 anni, che avevano scelto quella struttura pubblica per abortire


di Ilaria Carra

Avevano deciso di abortire. Ma una volta all’ospedale, per gli accertamenti preliminari all’interruzione di gravidanza, il primario, obiettore di coscienza, le ha umiliate nel corridoio del reparto, davanti al personale e alle degenti. «Assassina, sta uccidendo suo figlio», ha urlato Leandro Aletti, responsabile di Ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Melzo e noto antiabortista, simpatizzante di Comunione e liberazione, a ciascuna delle tre donne, dai 27 ai 36 anni, che avevano scelto quella struttura pubblica per abortire.

L’aggressione verbale è riportata nella denuncia per ingiuria presentata al giudice di pace di Cassano d’Adda: «Il primario, noto antiabortista, ci ha insultate e diffamate — denunciano le donne — offendendo il nostro decoro e arrecandoci un danno morale». Dopo due rinvii, a dicembre si terrà l’udienza sul caso. Anche se entrambe le parti stanno cercando un accordo per evitare di arrivare al processo. Con il primario che, sebbene il suo avvocato Mario Brusa parli di un «fraintendimento tra le parti», sarebbe pronto a firmare una lettera di scuse e chiarimenti per archiviare l’accaduto. La direzione sanitaria ha già presentato le sue scuse.

Sotto accusa è anche la procedura che prevede di compilare la cartella clinica, preliminare all’aborto, in un atrio lungo la corsia del reparto. Pratica a cui nella struttura, si dice, si ricorre quando la sala visite è occupata, ma che in sostanza comporta la violazione della privacy delle donne. «Mentre iniziavamo il colloquio con il medico di turno venivamo accostate dal primario che ci aggrediva con insulti ad alta voce — si legge nel ricorso — così tutti i presenti venivano edotti della ragioni della nostra presenza nel reparto rendendo di pubblico dominio una scelta delicata e assolutamente personale».

Un episodio «lesivo della nostra dignità», tanto che una delle tre donne sarebbe stata anche identificata da una conoscente che passava di lì. «Le muove l’umiliazione subita in un momento delicato che nessuna donna affronta a cuor leggero», commenta l’a vvocato delle denuncianti, Ilaria Scaccabarozzi. La direzione dell’o spedale di Melzo precisa che in tema di accoglienza a chi vuole abortire «la paziente viene sottoposta alla raccolta dei dati sanitari e di degenza all’interno degli spazi deputati come previsto dal regolamento sulla privacy».

(27 ottobre 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #197 il: Ottobre 28, 2009, 05:13:30 »

La moglie di Marrazzo, modera un dibattito sulle donne al vertice

Grinta e ironia, platea femminile. E una ragazza le offre un mazzo di rose

La Serdoz torna al lavoro "La mia vita va avanti"

di ALESSANDRA PAOLINI


ROMA - Non ci ha pensato due volte. Dicono che quando all'ultimo momento, per la malattia di una collega, le hanno proposto di moderare il dibattito per la presentazione dell'associazione "Valore D le donne al vertice", Roberta Serdoz abbia subito detto sì. Semmai lo scrupolo, per la moglie di Piero Marrazzo, è stato quello di non creare ulteriori imbarazzi. "Se non è un problema per voi...". E di fronte a un "ci mancherebbe altro", ha accettato: "Va bene. Sono una professionista e la mia vita va avanti. Punto".
Un punto, sì, per continuare a testa alta dopo la bufera che si è abbattuta sulla sua vita, su quella di figlia e marito. Così ieri, a palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma, la scena è stata tutta sua.
Roberta Serdoz ha i tacchi alti, un tailleur pantalone nero, top verde come gli occhi, e un viso più stanco di come siamo abituati a vederla a "Linea notte" su RaiTre. Ma sfodera grinta. E ironia nel dare la parola ai relatori pronti a giurare che il "business e le aziende hanno bisogno più che mai delle donne". Perché "non è che noi siamo più brave o intelligenti dei mariti - spiega lei - è che durante la giornata abbiamo più cose da fare e sappiamo come ottimizzare il tempo". Applausi. E ancora applausi.

Gioca in casa Roberta Serdoz, davanti a una platea tutta al femminile: su duecento persone sedute in sala, gli uomini si contano sulle dita di una mano. E la solidarietà, mista a una certa ammirazione, è palpabile sul volto delle tante manager arrivate da tutta Italia per raccontare le storie di chi in azienda ce l'ha fatta. Un bimbo piange in quarta fila. "Ecco - dice Serdoz indicando il bebè, che ha quattro mesi o poco più ed è in braccio a mamma - per le donne c'è anche questo".
Non si rilassa neanche quando termina l'introduzione e la parola passa ai relatori. Mentre sul maxivideo scorrono le percentuali di una ricerca di McKinsey&Company, risponde con un sorriso a ogni sguardo puntato su di lei, e sono molti. Si assesta la giacca nera, si sistema il top e giocherella col cuoricino che penzola giù dal braccialetto Tiffany. Ma è pronta quando le luci si riaccendono . "Vedo che c'è anche qualche uomo", dice. E quando gli uomini, due relatori, arrivano sul palco, lei ironizza: "Va bene. Adesso li facciamo parlare, perché noi siamo sempre buone e disponibili ".

Pierluca Giuliani, e Gianluca Ventura, racconteranno di quanto in Johnson&Johnson e in Vodafone si stia facendo per aiutare le donne che lavorano. Ma Roberta Serdoz avverte: "Non scordiamoci degli asili nido". È il momento della scrittrice Avivah Wittemberg Cox. Un'ora in inglese sul suo ultimo libro. Finalmente, Roberta può rilassarsi. Si siede e a tratti sembra non seguire più il dibattito. Gli occhi verdi ora sono fissi. E tristi. A cosa stia pensando se lo sono chiesti in tanti: al marito, che ha deciso di andare in convento per riprendersi. Forse a quanta forza le sia rimasta per far quadrato attorno alla sua famiglia. Il convegno finisce. "Da queste parole abbiamo capito come andare avanti e non buttarci giù", dice al microfono una delle organizzatrici. Una ragazza regala alla moglie dell'ex governatore un mazzo di rose bianche e rosse. Lei sorride ancora, ringrazia. Poi, liquida con un "no" secco la richiesta dei colleghi giornalisti di farle domande. E esce alla chetichella da una porticina secondaria di Palazzo Valentini.

© Riproduzione riservata (28 ottobre 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #198 il: Ottobre 28, 2009, 05:17:08 »

Guiderà 25 milioni di fedeli tedeschi

Germania: per la prima volta una donna eletta a capo della chiesa evangelica

Margot Kaessmann, vescovo di Hannover, 51 anni, è divorziata e madre di 4 figli


BERLINO (GERMANIA) - Non era mai successo dai tempi di Martin Lutero. Il Sinodo della Chiesa Evangelica tedesca, riunito a Ulm, ha eletto come presidente il vescovo di Hannover, Margot Kaessmann, una 51enne divorziata e madre di 4 figli. La nuova «papessa» è molto nota in Germania, tanto per la sua grande abilità oratoria che per il suo notevole talento mediatico.

PRIMA VOLTA NELLA STORIA - La signora Kaessmann, che negli anni scorsi ha vinto una battaglia contro il cancro, è adesso a capo di 25 milioni di protestanti tedeschi. L'avvento di una donna alla guida della Chiesa Evangelica tedesca è una novità assoluta: la Kaessmann è infatti il primo capo donna della Chiesa protestante dai tempi della riforma luterana.

La Kaessmann è entrata nella Chiesa evangelica tedesca, nel 1981 con il suo primo incarico; dieci anni fa fu nominata vescovo, e si ribellò al tentativo di inquadrarne la carriera religiosa nella cornice delle "quote rosa": «Fu un passo verso la normalità, come fu percepito da tutte le donne impiegate nella Chiesa», commentò all'epoca. A proposito della fine del suo matrimonio ha detto, secondo quanto riporta il quotidiano tedesco «Hamburger Abendblatt»: «Il dono del matrimonio mi è stato tolto dopo 26 anni, e ho divorziato. Non volevo mantenere un matrimonio di facciata, ma vivere in modo sincero». La nuova guida dei luterani ha a cuore innanzitutto la questione sociale e il recupero delle fede: «Per me è una tragedia che tante persone in Germania non conoscano più la Bibbia», ha dichiarato. La Kaessmann è anche attenta al valore della dimensione ecumenica: «Ci unisce più di quello che ci divide», ha commentato parlando dei cattolici. Sulla funzione della sua Chiesa, ha aggiunto: «Noi siamo la Chiesa nel mondo con il compito di diffondere il Vangelo, di celebrare la messa, e di sostenere i più deboli».


28 ottobre 2009
da corriere.it
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« Risposta #199 il: Ottobre 29, 2009, 10:30:15 »

GRANDE ASSENTE NEL DIBATTITO PUBBLICO

La famiglia dimenticata


Il dibattito politico, al di là di qualche flebi­le voce non raramen­te del tutto formale e superficiale, ignora la fa­miglia. Ma la ignora an­che dal punto di vista eco­nomico, nel senso che so­no spariti dall’agenda i provvedimenti tesi a so­stenerla. E questo quan­do la famiglia sembra og­gi più indispensabile che mai, tant’è vero che, se l’Italia riesce alla meno peggio a resistere alla cri­si, è merito, in buona par­te, proprio di questa «im­presa » tradizionalmente pronta a soccorrere i suoi membri in difficoltà.

Per non parlare della te­levisione, voce che urla, spesso sovrasta le altre e che la evita se non addirit­tura la irride, per esem­pio intitolando «La fami­glia » una trasmissione condotta da quattro per­sone fintamente giovani, che tra canzoni e musi­che si scambiano lazzi pe­santi e volgarità varie sui fatti del giorno. Oppure mettendo in scena la fal­sa famiglia allargata del «Grande fratello», il cui vero cuore casalingo è co­stituito da una doccia tra­sparente dove vedremo al­ternarsi — soli o in com­pagnia — i suoi vari e sempre più volutamente strampalati componenti.

Ma siamo sicuri che tut­to ciò corrisponda davve­ro alla realtà del Paese? Siamo sicuri che la mag­gioranza degli italiani — perché speriamo sia una maggioranza — ancora non del tutto prona al ma­gistero televisivo, non del tutto sconfitta nella gran­de guerra che ci vorreb­be, fin da piccoli, consu­matori fervidi prima di es­seri umani, condivida il suggerimento, sublimina­le certo, però diffuso e forte, secondo il quale la famiglia è cosa buona giu­sto per i nonni? E che, a prescindere dalle eventua­li convinzioni religiose, sia indifferente al destino dell’istituzione familiare in un tempo come questo di evidente disagio giova­nile oltre che di minaccio­sa recessione?

L’appello alla famiglia di un ormai ex politico ca­duto forse lungo la via dell’improvviso ed ecces­sivo potere è suonata — è vero — un po’ come un’in­vocazione lanciata da un moribondo alla Croce ros­sa. Tuttavia la risposta ab­bastanza imprevedibile della moglie ha in un cer­to senso confermato che, alla resa dei conti, anche per le cosiddette élite e non solo per gli strati più semplici della popolazio­ne, la famiglia non è affat­to istituzione da rottama­re bensì rete preziosa, a volte davvero unica e ulti­ma. E noi che avevamo spesso ironizzato sulle mogli di politici inglesi e americani, in piedi, con un sorriso amaro, però mano nella mano accan­to al fedifrago reo confes­so, dobbiamo riconosce­re che quella solidarietà forse non era legata sol­tanto alla paura di perde­re uno status.

Resta da chiedersi per­ché la famiglia tenda re­golarmente a passare per ultima nella vita pubblica italiana, dimenticata se non svillaneggiata dai mezzi di comunicazione. La risposta ce la può dare forse il diritto romano se­condo il quale il matrimo­nio è per prima cosa un contratto che, come tutti i contratti, costringe i con­traenti a delle responsabi­lità. Ma parlare di respon­sabilità nel Paese dell’eter­na giovinezza oggi pare a volte quasi un affronto. Per parte loro, politica e media si affrettano a con­validare questa tendenza, a metterci il timbro e far­la loro. Se non a promuo­verla.

Isabella Bossi Fedrigotti

29 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it
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« Risposta #200 il: Novembre 09, 2009, 11:37:55 »

Caro Fini, promuova l’intelligenza delle donne. Ho fiducia in lei

di Mariella Gramaglia


Gentile Presidente Fini,

verrò subito alla ragione per cui le scrivo, ma prima qualche parola sull'esperienza da cui le mie righe nascono. Sono femminista e di sinistra da sempre. Per quanto riguarda la prima definizione, porto con me soprattutto il gusto e il desiderio di vedere esprimersi nel mondo la libertà, l'autorevolezza e l'intelligenza femminile. Per quanto concerne la seconda, invece, sono decisamente interessata a nutrire di senso la democrazia e le riforme e a esercitare quel po' di creatività che coltivo per rendere flessibili le istituzioni e le regole. Affinché includano, si trasformino, non si dissecchino per diventare puri paraventi del potere. È con questo spirito, e con il talismano degli insegnamenti di Norberto Bobbio, che ha offerto potenti antidoti all'estremismo, che ho scelto di diventare socia fondatrice di Reset. Perché scrivo a lei? Per almeno tre motivi. Perché appartengo a quel genere di antifascisti che non vivono nel sospetto, che sono contenti di non avere più in lei un nemico ideologico, e che considerano la sua parabola anche come un esito delle proprie battaglie. (...) Perché non mi dispiace il modo in cui lei incarna la terza carica della Stato: è capace di autonomia, talvolta di solitudine, di rispetto - oggi non ovvio - verso le istituzioni. Insomma,nonè raro che lei stupisca. E che lo stupore, e talvolta la freddezza, siano più intensi in chi le è stato vicino in passato. Infine - glielo dico francamente, anche se con imbarazzo - perché temo che il mondo politico a cui mi sento più affine sarà scosso, almeno fino a novembre prossimo, da una tensione di cui è difficile pronosticare gli esiti. Facilissimo invece prevedere che le sue voci, troppo arrochite dalla polemica interna, faranno fatica a conquistare prestigio nell'opinione pubblica. E le sue voci femminili ancor di più, come spesso accade in politica quandola situazione si fa claustrofobica. (...) Io mi rivolgo a lei, invece, perché non sopporto più che il corpo sia in questo momento l'unico protagonista del rapporto fra donne e politica. Non ho nulla contro il corpo che anima una vita: è lo stereotipo che mi soffoca. Dunque non ho nessuna voglia di rivolgeredomandeal presidente del consiglio: ogni incursione nella sua vicenda implica, persino inavvertitamente, un giudizio sulle donne che hanno scelto di assecondarlo. Non vedo perché darlo. (...)Mi è venuta l'idea di fare dieci proposte a lei, invece che dieci domande al presidente del consiglio. Dieci proposte per tener viva l'idea, preparando tempi migliori, che l'intelligenza femminile nella dimensione pubblica può e deve essere vista e coltivata. (...)

Veniamo dunque alle proposte.

1)Nomini un board di giuriste, undici al massimo. Le scelga fra le migliori d'Italia nei diversi ambiti, dal diritto di famiglia, a quello del lavoro, a quello costituzionale. Chieda loro di spulciare le norme senza dimenticare il proprio genere. Chieda loro di fare proposte nuove, ma anche di abolire anacronismi e paternalismi che ancora esistono. Valorizzi le loro differenze. Non tema che si dividano fra maggioranza e minoranza ogni volta che occorre. Chieda loro un rapporto nel giro di un anno e impegni tutti i gruppi parlamentari a discuterlo. Nel lontano 1961John Kennedy istituì un'analoga commissione di indagine sulla “status delle donne” presieduta all' inizio da Eleanor Roosevelt. Fu la nota d'avvio di una nuova stagione per le donne americane. (...)

2) Mi pare di ricordare che lei sia favorevole alle pari opportunità nelle cariche elettive. O, come volgarmente si dice in Italia, alle quote rosa. Lo sono stata anch'io e mi pare che abbiano portato buoni frutti, non solo nelle democrazie europee, ma persino in India (33% di donne al parlamento federale). Tuttavia temo che oggi nel nostro paese si siano bruciate le messi e inquinati i campi. Il problema è più profondo: riguarda i meccanismi di selezione, le leggi elettorali, il modo in cui si forma e si consolida il ceto politico. Tuttavia non credo che lei debba lasciar dimenticare che nel2003 il Parlamento votòunariforma costituzionale per le pari opportunità nelle cariche elettive e che nel 2005 unaministra della repubblica, Stefania Prestigiacomo, venne umiliata in aula perché tentava di trasformarla in legge ordinaria. Né può ignorare i modesti risultati delle nostre liste anche alle ultime elezioni europee. Chieda anche su questo un rapporto e una presa di posizione di gruppi e partiti. Se dobbiamo seppellire le quote facciamolo con onore, ma non rinunciamo ad altre strategie: ad agire, per esempio, sulle leggi elettorali e sui meccanismi di selezione dei candidati.

3)Scelga tre grandi donne parlamentari del passato, di aree politiche diverse, e dedichi alla loro memoria un fondo per un ragionevole numero di borse di studio alle studentesse e alle neolaureate di maggior talento degli atenei italiani. Esca in questo caso dalle discipline giuridiche, dia ossigeno a quelle coraggiose che studiano fisica, matematica, genetica e spesso approdano dall'altra parte dell'oceano malgrado i loro desideri.

4)Organizzi una scuola di formazione politica peruncentinaio di ragazze brave che studino le discipline adatte. Ma vera, per carità. Non come fanno i partiti: quattro giorni con le star intellettuali del momento per far notizia ai telegiornali della sera. Penso a mesi di lavoro autentico, con dossier seri, impegnativi. Sfrutti la professionalità dei funzionari della Camera che sono un patrimonio straordinario e poco noto ai più.

5)Prepari ogni anno, con grande impegno formale oltre che sostanziale, una lectio magistralis di colei che a suo giudizio è la più eminente del nostro paese. Inviti tutti, dal presidente del consiglio ai segretari dei partiti. Chissà che dover ascoltare per 45 minuti una donna intelligente non faccia loro del bene.

6)Adotti una protagonista delle lotte per i diritti umani nel mondo. Ha solo l'imbarazzo della scelta. Ma non si limiti ad affiggerne il ritratto. Si faccia carico del suo patrocinio legale se occorre, delle sua rappresentanza nelle sedi internazionali, delle moltiplicazione dei suoi sforzi comunicativi e operativi. Le fornisca, insomma, una sorta di staff a distanza.

7)Proponga, anche in base alle utilissime ricerche di Fare futuro, ai gruppi parlamentariundibattito serio sulla cooperazione allo sviluppo che metta in primo piano – come ormai suggeriscono tutti i grandi esperti del mondo – l'insostituibilità delle energie femminili per uscire dalla povertà. Suggerisca con determinazione al governo una politica più coraggiosa e chieda che una quota definita e consistente dei fondi per la cooperazione sia destinata a progetti caratterizzati da una leadership femminile. Lei non ha al momento alcuna funzione esecutiva, dunque tutto ciò che fin qui ho elencato ha un valore soprattutto simbolico, di segnale, di messaggio. Non lo sottovaluti, però: abbiamo imparato ancora una volta in questi mesi quanto i simboli ci avviluppino. Talvolta per il peggio. Dunque perché non affidare qualche speranza anche al meglio? Proprio per questo gli ultimi tre sono più suggerimenti che proposte. Hanno a che fare con il suo comportamento, il suo stile e sono altrettanto importanti.

8)Tenga sempre uno sguardo libero e aperto sulla differenza di genere. Stia lontano da certi stereotipi della retorica politica. Le donne avrebbero maggiori doti di cura anche nei confronti della vita sociale, ledonne porterebbero un'anima più pulita e disinteressata nella dimensione pubblica: sono ingredienti classici da campagna elettorale. Le donne hanno diritto a esserci in quanto cittadine. Chi sono,comesono, lo diranno loro, ciascuna a suo modo.

9)Lei ha dichiarato meritoriamente, al congresso di fondazione del partito delle libertà, la sua affezione allo stato laico. Ottimo. Non viviamo più nel vecchio stato liberale: non si tratta quindi di negare il valore della religione come alimento del legame sociale, né di disegnare soltanto confini formali. Oggi spesso i problemi stanno in una sfera infinitamente più intima, fra corpo, responsabilità e consapevolezza. Una sfera che tocca l'aborto, la fecondazione assistita, la cura e il dolore, su cui le donne, sia laiche che credenti, hanno molto pensato e scritto, lungo sentieri inediti. Le studi e le consulti.

10) Ci faccia ignorare tutto di lei, tranne ciò che fa e dice in quanto presidente della Camera. Non vogliamo sapere né i suoi hobby, né i suoi amori, né i suoi gusti in fatto di vacanze,né le sue ire, né le sue debolezze. Tenga tutto per sé e per i suoi cari.Anche a costo di qualche sacrificio. È un prezzo che si può pagare all'esercizio di una funzione importante come la sua. E non creda che sia penalizzante o fuori moda. Quando il troppo è troppo anche la moda cambia.

06 novembre 2009
da unita.it
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« Risposta #201 il: Novembre 11, 2009, 04:45:38 »

Diario iraniano

Neda, la ragazza chiamata «grido»

di Ali Izadi


Il Corano si chiede giustamente: «per quale peccato è stata uccisa?» (sura 81 versetto 9). Ma il regime non vuole che si chieda perché o come una persona è stata uccisa.

Neda in persiano vuol dire «richiamo» e «grido». Proprio quello che ha fatto questa ragazza, martire della libertà, uccisa per il suo grido contro la repressione.
E ora dopo la morte ci richiama. «Se perdo la vita mia e vengo colpita, se il proiettile mi colpisce dritto al cuore ancora continuerò a gridare per la libertà e la mia patria».

Sono le frasi che diceva in questi giorni Neda prima di venire uccisa.

Caspian, il fidanzato di Neda, ci ha raccontato: «Nel momento in cui è accaduta la tragedia, Neda era lontana dal luogo della manifestazione. Stava con il suo professore di musica in macchina, stanca per il traffico e il caldo. Poi è scesa, parlava al cellulare quando è stata colpita al cuore. L’ospedale Shariati era molto vicino, ma è stato tutto inutile».

Ai genitori di Neda non è stato permesso parlare con la stampa. La tv di stato ha detto che la ragazza è stata uccisa dai manifestanti. Caspian racconta: «La salma è stata portata in un centro di medicina legale fuori Teheran lontana dai suoi. Perché? I medici hanno solo detto al padre che hanno bisogno di alcune parti del corpo della ragazza compreso un pezzo di femore, senza dire per quale ragione».

Lui ha accettato, perchè voleva riavere il corpo. «Nel pomeriggio tardo eravamo nel cimitero principale di Teheran sotto gli occhi di un sacco di agenti in borghese e forze dell’ordine. Mentre la madre piangeva piano in un’aria soffocante, Neda viene abbracciata dalla terra», ha raccontato Caspian.

Nessuna moschea ha potuto celebrare i funerali di Neda. Ma oggi la grande famiglia iraniana vuole fare una commemorazione nazionale per tutti i morti di questi giorni. E per lei.

26 giugno 2009
da unita.it


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Oxford, una borsa di studio dedicata a Neda

La decisione dell'università di Oxford di istituire una borsa di studio in ricordo di Neda Agha-Soltan, la studentessa uccisa e divenuta il volto simbolo delle proteste iraniane dopo la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, ha scatenato l'irritazione iraniana.

In una lettera pubblicata dal Times, il regime ha accusato l'università di aderire a una campagna «orchestrata politicamente» che potrebbe «minare la credibilità scientifica» dell'istituzione. In questo modo -prosegue la missiva inviata al prestigioso college britannico dall'ambasciata iraniana a Londra- «Oxford rimarrà isolata rispetto al mondo accademico mondiale».

11 novembre 2009
da unita.it
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« Risposta #202 il: Novembre 12, 2009, 10:56:54 »

Eluana, la verità

di Tommaso Cerno


La giovane aveva subito 'un danno irreversibile'.

I risultati della perizia encefalica sgombrano ogni dubbio.

E chiudono la porta alle polemiche
 

Eluana non poteva risvegliarsi. No, sarebbe rimasta per sempre prigioniera nelle tenebre del suo stato vegetativo persistente. La miracolosa ripresa che in molti hanno teorizzato, alla tv e sui giornali, non era possibile. Almeno non per la scienza. Ora si sa. Già quella notte del gennaio 1992, quando sbandò con l'auto sul ghiaccio tornando da una festa fra amici, Eluana subì un "danno irreversibile". Non sono più gli avvocati della famiglia Englaro ad affermarlo. E non sono i medici che l'hanno presa in cura per 17 anni a mostrare diagnosi tutte concordi nel confermare che non ci fossero speranze. Stavolta a dircelo è proprio lei, Eluana Englaro. Con l'unico, tragico messaggio che il suo cervello di ragazza, diventata donna senza saperlo, ha potuto trasmetterci dopo lo schianto. Parla attraverso gli esami encefalici, l'ulteriore indagine disposta a maggio dalla Procura di Udine per sgombrare ogni dubbio sulla morte del 9 febbraio alla clinica La Quiete. Dopo cinque mesi la perizia è pronta. Mette d'accordo tutti: i neurologi incaricati Fabrizio Tagliavini, primario al Carlo Besta di Milano, e Raffaele De Caro, docente all'Università di Padova; i periti di parte, Stefano Pizzolitto e Felice Giangaspero; così come gli esperti della Procura friulana guidati da Carlo Moreschi.

La relazione finale sarà consegnata in questi giorni al procuratore capo Antonio Biancardi. Ma l'ultimo incontro a Padova ha scandagliato tutto: lesioni, atrofie, danni al talamo, al corpo calloso, ai due emisferi. Una miriade di paroloni medico-legali che confermano una semplice e drammatica verità: "I danni neuropatologici osservati sono morfologicamente irreversibili", rivela a 'L'espresso' chi quegli esami li ha condotti e studiati. Vuol dire che quel cervello non poteva guarire. E che Eluana non poteva riemergere dal suo stato vegetale, smentendo così scienziati, giuristi, sacerdoti e onorevoli che giuravano il contrario. Il premier Berlusconi in testa.

È l'ultimo tassello di una storia che ha spaccato l'Italia, infiammato lo scontro fra governo e Quirinale, riaperto la ferita fra laici e cattolici. Un documento che va a sommarsi alle migliaia di altre pagine, già nelle mani dei magistrati. Perizie, diagnosi, cartelle cliniche, richieste di ricovero, verbali del Nas e dell'Asl, che dicono tutti la stessa cosa: Eluana era lì, ma non c'era davvero. Non rispondeva al dolore, non percepiva le presenze attorno. Non aveva caldo, né freddo. Mancava solo una cosa. Rispondere alla domanda più importante: c'era o no una luce in fondo a quel tunnel?

È su questo aspetto che lo scontro è stato più duro. Le accuse piovute su Amato De Monte, l'anestesista che staccò il sondino, furono pesantissime. L'hanno apostrofato come "boia", accusato di "uccidere una persona cosciente, che poteva riaprire gli occhi da un momento all'altro". Quando Beppino andò per l'ultima volta da sua figlia in Friuli, si trovò di fronte uno striscione gigantesco: "Assassino!". Tutto mentre una tenda bianca impediva ai fotografi di profanare la stanza di Eluana. Il neurologo Gianluigi Gigli parlò di "persona dal corpo resistente, che non ha mai avuto bisogno di farmaci particolari". Senza mai averla visitata. E quando le prescrizioni ne elencano a bizzeffe, somministrati per anni: Dintoina, Pantopan, Supradyn, Adalat, Ciproxin, Norvasc. Giuliano Dolce, anche lui medico, vide Eluana a Lecco e spiegò che "alcune funzioni restavano, in particolare la deglutizione". Un'eventualità negata dalle stesse suore misericordine che l'accudirono dal 1994. Berlusconi si spinse a ipotizzare che potesse "generare un figlio, in uno stato vegetativo che potrebbe variare, come diverse volte si è visto". Il ministro Angelino Alfano dichiarò che era "morta per sentenza", perché quella donna in fondo stava bene.

Nulla di tutto questo trova più conferme. Né nel diario clinico degli ultimi giorni trascorsi a Udine o nell'autopsia di febbraio, e neppure adesso negli esami dell'encefalo. Benché non possano trattare le funzioni vitali di Eluana, essendo eseguiti dopo la morte, studiano l'entità dei danni morfologici. E da quelle analisi giunge una seconda, importante conferma. La situazione del cervello era "coerente con lo stato vegetativo persistente". Fin dal primo giorno, dal ricovero in terapia intensiva il 18 gennaio 1992, con la diagnosi di "coma e paraplegia in trauma cranico midollare". Così è stato sempre, anche quando aveva ripreso a respirare senza le macchine. Durante gli anni trascorsi all'istituto Beato Luigi Talamoni, e dopo l'arrivo a Udine, lo scorso 3 febbraio, nella stanza isolata e protetta che avrebbe ospitato il suo ultimo viaggio. Come dicono le carte, era un corpo vuoto. Una prigione, appunto, come ha ripetuto papà Beppino, convinto che sua figlia non avrebbe mai accettato quelle terapie, e pronto a rispettare la promessa che le aveva fatto quando uno dei più cari amici di Eluana finì in un letto di ospedale, con un sondino nello stomaco, immobile come un vegetale: "Papà, promettimi che se capitasse a me, tu mi libererai".

Forse, stavolta, l'incrocio di tutte queste analisi basterà a chiudere il caso. E ad archiviare l'indagine per omicidio che ancora pende su papà Beppino e sul primario De Monte. L'avvocato Giuseppe Campeis lavora alla memoria con cui chiederà al tribunale di far cadere le accuse. Ora che Eluana riposa a Paluzza e che cresce il dossier delle cause civili per danni contro chi attaccò ingiustamente, disse menzogne, parlò senza conoscere i fatti. I proventi andranno tutti alla fondazione Per Eluana, formalizzata lo scorso lunedì. "Vogliamo batterci fino in fondo per il biotestamento, perché una vicenda come quella di mia figlia non si ripeta", dice Englaro. Che la parola fine non la conosce più.

(12 novembre 2009)
da espresso.repubblica.it
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« Risposta #203 il: Novembre 17, 2009, 06:52:31 »

Storia di Agnes Okot «Così in Uganda ho ucciso per non essere uccisa»

di Claudia Giampietri


Agnes Okot ha appena 22 anni. Nel nord dell'Uganda sono un'età sufficiente per avere vissuto in prima persona la paura generata dalla guerra che per più di vent'anni ha afflitto la terra degli Acholi, teatro di scontri tra le forze del governo (UPDF)e i ribelli dell'Esercito della Resistenza del Signore (LRA). Agnes ha lasciato sua mamma e la figlia di cinque anni nel campo di rifugiati di Pader a 100 chilometri da Gulu dove lei si trova da più di un mese. Sta frequentando la Santa Monica Tailoring School, una scuola di taglio e cucito costruita grazie ai fondi del Centro Missionario Magentino che ospita più di duecento ragazze da tutta la regione Acholi. Come molte altre giovani, Agnes sta cercando di voltare pagina e guardare al futuro. Spera che il passato sbiadisca come un vecchio ricordo, ma la sua primogenita - che ha gli stessi occhi del padre, l'ex vice comandante dei ribelli - é la prova vivente che quello che ha vissuto non é stato soltanto un incubo. I ricordi diAgnes sono scanditi dal suono degli spari, sono impregnati della paura di essere la prossima vittima, segnati dal dolore per la perdita del padre ammazzato con un colpo di pistola davanti agli occhi di Agnes-bambina, e reso cenere dai ribelli che ne bruciarono il corpo senza vita prima di dileguarsi come fantasmi. E come fantasmi riapparvero all'improvviso la notte in cui Agnes fu rapita insieme ad altri che non fecero mai ritorno.

Temendo il peggio ma sperando che fosse ancora viva, la madre di Agnes aspettava e pregava. Pregava e aspettava. Tre anni di preghiere e attese fino a che Agnes ritornò dopo dieci giorni di cammino, stremata nelle forze, spaesata ma felice di essere salva. Aveva17annila notte in cui venne rapita. Con la madre e i fratelli si stavano incamminando verso il posto dove passavano la notte. Camminando tra i cespugli nel monotono paesaggio della savana dove anche un gatto perderebbe l'orientamento, a decine procedevano nel buio, cauti e silenziosi quasi trattenendo il respiro fino a destinazione per paura di fare rumore. Ma quella notte i ribelli li sorpresero ed insieme ad Agnes rapirono altri. Dopo averli legati e caricati di pesanti bagagli, il gruppo fu costretto a procedere per giorni senza sosta. A tutti veniva insegnato a sparare, maschi e femmine, bambini e adolescenti. «Durante gli scontri a fuoco tra UPDF e ribelli, anche noi ragazze combattevamo. Non si poteva fare altro. Le forze del governo non distinguevano se chi sparava erano bambini, ragazze o ribelli. Diventava un modo per difenderci e chi sparava più veloce aveva una giornata di vita più». Ma i compiti delle ragazze rapite non si esauriscono con il provvedere al cibo e combattere fianco a fianco con i ribelli. «Non passò molto tempo che i ribelli misero le ragazze in fila.Dopoavere controllato che fossimo sane, ci sceglievano come “mogli”. Dal momento in cui un ribelle ti sceglie come moglie, significa che devi comportarticome tale, devi essere ubbidiente e non negarti quando lui vuole avere rapporti sessuali».

Agnes fu scelta da Vincent Otti, un uomo che lei ricorda come vecchio e severo,ma di cui conosce poco altro. Infatti Agnes ignora che il padre della sua primogenita era il secondo in comando dell'Esercito della Resistenza del Signore, braccio destro di Joseph Kony - leader dei ribelli - e contro cui la Corte Penale Internazionale emise un mandato di cattura per crimini contro l'umanità. Privata della libertà di scegliere e in balia degli umori del comandante, Agnes ha eseguito ordini per tre anni: ha combattuto con i ribelli, ha messo almondoun figlio, ha ucciso per non essere uccisa. Nonostante la paura costante di essere punita o di rimanere ferita mortalmente in uno scontro a fuoco, Agnes non ha mai smesso di sperare che un giorno sarebbe tornata a casa. «Quel giorno arrivò inaspettato. Stavamo dirigendoci verso il sud del Sudan quando le truppe dell'UPDF ci colsero di sorpresa. Imbracciammo le armi e rispondemmo al fuoco, ma poco dopo l'inizio dello scontro presi mia figlia e cominciai a correre ». Agnes corse per ore fino a che le forze vennero meno e dovette rallentare il passo.

Temendo di essere raggiunta dai ribelli ed essere uccisa per avere tentato la fuga, continuò a camminare per giorni senza sosta, ignorando la fame e la sete che la indebolivano e rendevano i pianti di sua figlia sempre meno udibili. «Non sapevo la direzione esatta e mi orientavo con il sole. Dopo dieci giorni di cammino raggiunsi Pader». Con la madre e la figlia, Agnes si stabilì nel campo per rifugiati di Pader dove vivono ancora oggi. Il conflitto nel nord dell' Ugandaè stato il più lungo nell'intero continente Africano post-coloniale e ha costretto due milioni di persone ad abbandonare i propri villaggi e vivere congestionati nei campi che ospitano molte più persone di quante potrebbero contenerne. «La vita nei campi è precaria, è come essere prigionieri nella nostra stessa terra». L'accordo di cessazione delle ostilità, firmato dai ribelli e dal governo Ugandese a Juba nel sud del Sudan ad agosto 2006, ha segnato l'inizio di un periodo di pace e stabilità per il nord dell'Uganda, e da un anno molti rifugiati hanno cominciato a lasciare i campi e ritornare ai propri villaggi. La casa di Agnes, purtroppo, é stata distrutta e non ha i soldi per ricostruirla. Agnes rimarrà a Gulu alla scuola Santa Monica per tre mesi. Impara più che può e spera di poter lavorare come sarta. «Non ho mai pensato di fare la sarta, anzi da piccola volevo fare la maestra. Ma ora non desidero altro che comprare un macchina da cucire e guadagnare abbastanza per ricostruire la mia casa e garantire a mia figlia un futuro con più scelte di quelle che ho avuto io».

16 novembre 2009
da unita.it
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« Risposta #204 il: Novembre 24, 2009, 06:08:53 »

«Siamo in tante e diverse quello che si vede nei media non ci rappresenta mai»

di Bianca Di Giovanni


Per lei il complimento più bello è non rientrare in uno stereotipo. I clichés non le piacciono, se non altro perché ce ne sono troppi per donne del suo calibro. Manager, quindi «in carriera», quindi «di potere», quindi «anche un po’ uomo», quindi, quindi...Tutto sbagliato. A incontrare Simona Scarpaleggia, numero due (di certo questa definizione non le piacerebbe) di Ikea Italia, nonché presidente di Valore D, associazione impegnata nella valorizzazione dei talenti femminili, l’intera «architettura» del potere al femminile crolla. Per lei non esiste un’icona: l’importante sono le sue battaglie, nel lavoro e nella vita, è la sua riflessione sulle cose, il suo intuito, la semplicità con cui decritta la realtà. «Le donne italiane non hanno reagito allo scandalo escort? Ma chissà cosa vorrà dire quel silenzio - si chiede - Non parlare può significare molte cose: anche condannare. Ioho vissuto questo scandalo con molta sofferenza. Perché da noi il vero problema che si ripropone sempre un unico modello di donna procace. Invece le donne sono tante e diverse, fanno mille lavori e contribuiscono alla crescita del Paese. Ma quelle non si vedono mai.

Quello che si vede nei media non rappresenta il mondo delle donne italiane ». La incontriamo mentre è ospite di un seminario dell’Abi, l’associazione delle banche italiane. «Tutti uomini - si lascia sfuggire - Gliel’ho detto: quando ai vertici Abi incontrerò una donna?». Ai banchieri italiani Scarpaleggia racconta lo «stile» Ikea. Parla di «fiducia e semplicità», di risparmi fatti «insieme con i clienti», di «persone schiette e oneste» che lavorano insieme, di «etichette senza parole che possano comunicare in tutto il mondo come si costruisce una libreria», di accoglienza, di contratti part-time per consentire una vita migliore ai dipendenti, infine di «flessibilità generosa».
Tutti termini che si attaglierebbero bene a una persona, magari proprio a una donna.

Da come ne parla la sua azienda sembra proprio strutturata per le donne, un’azienda femminile. O ha avuto dei problemi?
«Mai avuti. Io sono entrata dieci anni fa come responsabile delle risorse umane, poi ho aperto e gestito un punto vendita, e poi sono diventata vice amministratore delegato».

Lei dove ha studiato?
«A Roma alla Luiss scienze politiche, poi un master alla Bocconi».

Tutta italiana per formazione...
«Sì. Curriculum prevalentemente italiano, ma con esposizioni internazionali perché mi è capitato per lavoro di passare dei periodi all’estero. È importante avere un occhio sul mondo, e le multinazionali offrono questa opportunità. Comunque è interessante quello che diceva prima: Ikea azienda donna».

Dalle parole che usa, sembra proprio così.
«Intanto abbiamo il 56% di clienti donne. Poi l’atteggiamento di cura che noi abbiamo in qualche modo corrisponde alla psicologia femminile. Da noi c’è anche un modo di relazionarsi che è poco gerarchico. Abbiamo naturalmente le nostre gerarchie, ma anche una modalità di relazione più orizzontale: ci diamo tutti del tu, dal primo all’ultimo entrato in azienda, e questo atteggiamento informale non è soltanto un codice di comportamento posticcio, ma è molto sentito.
Per noi è importante che i nostri collaboratori stiano bene. Le nostre rilevazioni annuali ci confermano un buon clima aziendale e una forte motivazione. Questa soddisfazione interna, poi, ha anche un riscontro di business, perché fidelizza anche i clienti».

Gestire il potere per lei che vuol dire? Spesso per le donne quella parola ha un senso solo negativo.
«In Ikea, proprio per questa modalità partecipativa, anche l’esercizio del potere è vissuto in modo diverso. Si fa molto leva sulla responsabilità, e questo si addice probabilmente di più a come siamo allevate noi donne.
È uno sbaglio che si interpreti il potere solo in senso negativo: il potere serve per portare avanti un’azienda, per portare avanti il Paese. Sicuramente non è un fine, come purtroppo nella storia si è visto tantissime volte.
Però non è una parolaccia. Dipende dal senso di responsabilità che si ha nell’usarlo ».

Davvero nessun problema con i capi uomini, o con i suoi sottoposti?
«Le faccio un esempio: in Ikea Italia quando io sono entrata eravamo due. Oggi siamometà nel comitato di dirigenza, e nei ruoli direttivi altrettante. È stato fatto un grande percorso, fatto con poco rumore e devo dire anche in modo positivo da questo punto di vista. Perché soprattutto in Italia ci sono due grandi miti che sfaterei. Il primo è che non ci sono donne di qualità alle quali far fare carriera. Assolutamente non è così, ce ne sono tante qualificate che entrano in azienda con laurea, master e specializzazione, e poi improvvisamente si perdono per li rami. Statisticamente questa è un’obiezione superabile molto facilmente».

E l’altro mito?
«L’altro mito è che alcune donne debbano essere promosse solo perché sono donne. Anche questa è una cosa che eviterei categoricamente. Noi abbiamo cominciato a promuovere le donne sulla base del merito e improvvisamente ci siamo resi conto che metàdel management era femminile e che quindi questo metodo aveva giovato».

Quindi solo con il merito come bussola le donne sono aumentate?
«Sì, certo c’è un passaggio importante che è la consapevolezza. Ci siamo resi conto che c’erano molte donne da inserire nelle liste: lo abbiamo fatto e loro sono state promosse ».

E tutto il discorso lavoro-famiglia?
«Se dicessi che è stato tutto facilissimo, direi una balla. Io lavoro da tanti anni e in Ikea sono approdata quando avevo già tre figli, avevo già i miei tre figli, avevo già fatto una gran fatica. Mi piacerebbe che le mie figlie non dovessero più fare tutta questa fatica e magari non dovessero più sentire questa domanda. Ma è utile dire che per le donne della mia generazione che sono arrivate a posti di responsabilità alta non è stato facile, è stato faticoso. Questo va ripetuto e ricordato sempre. Oltre al normale impegno, studio e lavoro, in più bisogna pensare alla famiglia ».

Ci sono donne che risolvono il dilemma scegliendo la famiglia.
«Ci sono donne che a un certo punto dicono: alla fine non vale la pena. Se il costo, non solo personale ma anche economico, è così elevato, allora meglio uscire dal circuito produttivo. Il fatto è che poi rientrare è difficilissimo.
E questa è un’altra cosa da sfatare».

In che senso?
«Se abbiamo 40 anni di vita lavorativa, cosa saranno mai 5 anni di assenza se una donna vuole farlo? Mettiamo dalla prospettiva aziendale o del sistema economico: se una donna esce dal circuito per un periodo di tempo, e poi rientra con dei meccanismi di riqualificazione professionale che potrebbero essere messi in pista con interventi imprese- stato, che cosa è successo in termini di danno? Non è più dannoso tenere fuori dal circuito produttivo queste persone?».

In Ikea cosa accade a chi si assenta?
«Da noi mediamente le persone che vanno in maternità stanno fuori un anno e poi rientrano tranquillamente. Abbiamo messo in moto anche percorsi di riqualificazione professionale in cui le donne sono state promosse quando sono tornate. Dovevano esserlo prima, perché nonavrebbero dovuto ottenere la promozione al ritorno?».

Anche i rapporti tra donne spesso non sono facili sul lavoro.
«Questo si deve soprattutto al fatto che ce ne sono poche e che ottengono risultati solo a fronte di grandi rinunce e sacrifici. Quando io sono entrata nel mondo del lavoro la mia difficoltà è stata quella di non rientrare nei due stereotipi vigenti: o virago, o cocquette. Era difficilissimo non essere classificata in questo senso. Oggi forse è diverso».

da unita.it

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« Risposta #205 il: Novembre 28, 2009, 07:41:50 »

Ru486, Sacconi: uso solo in ospedale

Veronesi: la sospensione è una vergogna

Turco: basta con gli equivoci, la 194 non prevede obbligo di ricovero
 
                   
MILANO (27 novembre) - Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha inviato oggi al presidente dell'Aifa Sergio Pecorelli il parere del governo: uso della pillola abortiva Ru486 in ospedale e attento monitoraggio del percorso abortivo in tutte le sue fasi, per ridurre al minimo le reazioni avverse (effetti collaterali, emorragie, infezioni ed eventi fatali) e per disporre di un rilevamento di dati di farmacovigilanza che consenta di verificare il rispetto della legge. Il parere è stato richiesto dalla commissione sanità che aveva bocciato la pillola abortiva

Non c'è «una volontà di sospensioni infinite sulla Ru486», ha assicurato il sottosegretario al Welfare Roccella, ricordando che dall'indagine della Commissione del Senato «si è visto che l'Aifa ha saltato un passaggio fondamentale», ha spiegato il sottosegretario. In pratica l'Agenzia non avrebbe comunicato con il governo per chiarire se l'uso del farmaco rispetta i criteri per l'aborto fissati dalla legge 194.

La polemica.
Intanto c'è chi parla di un «autentico colpo di mano», e di una vergognosa «sentenza politica», e chi rivendica un sacrosanto intervento a favore delle salute delle donne. Entrambi, in ogni caso, si accusano reciprocamente di oscurantismo. E questa volta se il centrosinistra è arrivato a una posizione comune in difesa dell'Aifa ma senza scontentare la componente cattolica, se si eccettua la presa di posizione della radicale eletta nelle file del Pd Donatella Poretti che ha presentato in commissione una mozione alternativa a quella dell'opposizione, è nelle file del Pdl che si registrano dei distinguo. Non solo da parte dei “finiani”, come Benedetto Della Vedova, secondo il quale «è pericolosa l'idea che sui farmaci decida il Parlamento», ma anche da parte del capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto: «Francamente non condivido il blocco della commissione Sanità nei confronti della pillola RU486, che l'agenzia italiana del farmaco, del tutto tecnica e neutrale, ha ammesso all'uso con vincoli assai rigorosi».

Turco: basta con gli equivoci.
«Basta con gli equivoci. Il ministro Sacconi e il sottosegretario Roccella stanno impedendo l'utilizzo della pillola Ru486 in modo surrettizio con il pretesto della salute delle donne e il rispetto della stessa 194». Lo ha detto Livia Turco, capogruppo del Pd in commissione Affari sociali della Camera, spiegando che la legge 194 sull'aborto non prevede l'obbligo del ricovero. «L'art.8 della 194, prosegue Turco, stabilisce che l'aborto può avvenire “presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati” ma anche presso case di cura. Inoltre gli articoli 8 e 10 dicono che la degenza ospedaliera per l'aborto è una eventualità». Obbligare le strutture sanitarie al ricovero, come ha detto il ministro, «non è, secondo Turco, una garanzia maggiore per la tutela della salute delle donne. Sacconi e Roccella dicano apertamente che vogliono cambiare la 194 imponendo il ricovero per l'aborto farmacologico per tutto l'arco di tempo necessario all'espulsione del feto e che vogliono rendere difficile il ricorso alla pillola e scoraggiarne l'uso». La «crociata della destra è in realtà un atto di sfiducia verso le donne e i medici», conclude, in quanto «già la delibera dell'Aifa (Agenzia italiana del farmaco), in modo chiaro, prevede che sia il medico a valutare caso per caso, insieme alla donna, l'eventuale permanenza nella struttura sanitaria». Critico Maurizio Gasparri, presidente del gruppo del Pdl al Senato che accusa la turco di aver aggredito Sacconi proprio nel giorno in cui «Napolitano invita al senso di responsabilità».

Veronesi: è una vergogna.
Oggi torna ad esprimersi sulla vicenda l'ex ministro della Sanità Umberto Veronesi: «È una vergogna, una vergogna nazionale». Tra l'altro, ha sottolineato il professore, lo stop arriva dalla commissione sanità, «che sono quattro gatti. Non credo che la cosa andrà avanti, è assurdo, non possiamo andare fuori dall'Europa». Veronesi ha anche spiegato che l'Agenzia del farmaco (Aifa), che aveva già dato parere positivo alla commercializzazione, «è un organo ufficiale del Ministero della sanità, e quindi del Governo, e il suo presidente è nominato politicamente: non è un organo indipendente, quindi ora il Governo è imbarazzato. Il parere dell'Aifa è un atto dovuto - ha spiegato - perchè c'è una regola europea secondo cui se un certo numero di Paesi accetta una cosa gli altri devono uniformarsi, perché è assurdo, farebbe ridere pensare che se un farmaco è sicuro in Francia non lo sia anche in Italia». Per la commercializzazione della RU486, ha concluso Veronesi, «il parere dell'Aifa sarebbe sufficiente, ma adesso questa commissione del Parlamento vuole bloccarne la commercializzazione perchè dice che è incompatibile con la legge sull'aborto. Dove sia l'incompatibilità, non lo so».

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