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Autore Discussione: MARIO TOZZI.  (Letto 34259 volte)
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« inserito:: Maggio 22, 2008, 10:11:12 am »

21/5/2008
 
I rifiuti sotto il tappeto
 

MARIO TOZZI

 
Finalmente è arrivata la soluzione agognata per risolvere l'emergenza rifiuti in Campania: dieci nuove discariche e qualche inceneritore con recupero energetico (il termine termovalorizzatore, si sa, non ha senso scientifico o tecnico, neanche nelle regolamentazioni comunitarie). Il problema è che questa nuova soluzione assomiglia parecchio alle vecchie: quando si è insediato il Commissario De Gennaro, cinque mesi fa, la questione era sgomberare le strade di Napoli, e per farlo si è cercato di aprire nuove e vecchie discariche (non riuscendovi sempre), di mettere in funzione nuovi inceneritori (non riuscendovi mai), di esportare i rifiuti in Paesi più civilizzati (riuscendovi quasi sempre), dove gli scarti sono considerati risorse. Il problema è che questa soluzione assomiglia molto a scopare la polvere sotto il tappeto per avere la casa pulita.

In nessuna parte del mondo le discariche eliminano i rifiuti, anzi, li concentrano, con problemi ambientali che è ormai anche inutile approfondire: infiltrazioni nelle falde, percolati, liquami, per non parlare del maleodore. Senza contare che aprire nuove discariche sarebbe contro la legge nazionale e anche contro le normative comunitarie. E in nessuna parte del mondo bruciare rifiuti è un sistema per eliminarli, perché, come dovrebbe essere noto, in natura nulla si può distruggere e dunque le tonnellate di rifiuti si trasformeranno in ceneri (spesso velenose) e polveri (spesso tossiche). Certo, un inceneritore con recupero di energia e di calore non è un tabù contro cui combattere guerre di religione - ci sono problemi molto più devastanti, come il traffico cittadino -, ma è un controsenso energetico, perché per fabbricare oggetti e materiali si è impiegata molta più energia di quella che se ne ricava bruciandoli. E poi in Italia ci sono già abbastanza impianti: costruirne di nuovi può significare scoraggiare l'unica vera soluzione al problema dei rifiuti, la raccolta differenziata e il riciclaggio (un folle piano regionale siciliano prevede addirittura di bruciare il 65% dei rifiuti, come a dire condannare la raccolta differenziata a non superare mai il 35%, quando in tutta Europa si punta al 70-80% e a San Francisco si va verso l'opzione rifiuti-zero).

Se si fosse cominciato - alla prima emergenza di 15 anni fa - con un piano integrato di raccolta differenziata dei rifiuti campani, non saremmo a questo punto. Se lo si fosse fatto cinque mesi fa, avremmo ora qualche prospettiva, ma continuare a pensare che la questione possa risolversi con discariche e inceneritori vuol dire non aver compreso che, così, i rifiuti si accumuleranno di nuovo, e saremo alle solite, solo avendo perso ancora del tempo. Come da gennaio a oggi. E come dimostra il fatto che aver sgomberato oltre 200.000 tonnellate di pattume non ha risolto un granché. Ma sono i numeri che parlano: a Torino - una grande città del Nord i cui cittadini non sono antropologicamente diversi dai napoletani - nel 2003 si raccoglieva in maniera differenziata solo il 20% dei rifiuti. In cinque anni si è passati a oltre il 40%, attraverso campagne di educazione ambientale fino nelle scuole promosse dall'amministrazione comunale e dalla municipalizzata. Pensiamo a Napoli: se si fosse recuperata almeno la frazione umida (residui di pasti, bucce) avremo avuto il 30% in meno di rifiuti, cioè 75.000 tonnellate di meno all'inizio dell'emergenza. Cioè più spazio nelle discariche (dunque meno discariche) e meno commercio di rifiuti, dunque più risorse da destinare al riciclaggio.

Riciclare raddoppia la vita dei materiali, permette di spendere meno energia e, dunque, di inquinare di meno e fa in modo che si aprano meno miniere e cave. Se poi le ditte si impegnassero a ridurre definitivamente gli imballaggi, usando, per esempio i fogli di plastica termosaldati, che, una volta sgonfiati, si riducono a una pallina di qualche centimetro; se la distribuzione permettesse di acquistare i prodotti sfusi a peso e non a confezione; se le municipalizzate non si scomponessero in migliaia di subappalti incontrollabili, allora i nostri sforzi personali sarebbero premiati e non staremmo qui a temere di finire come a Manila, nella cui discarica vivono gli 80.000 abitanti di un posto chiamato Lupang Pangako (letteralmente «terra promessa»), fra commerci di ogni tipo, contrabbando e riciclaggio su commissione. Ma anche per questa volta non è aria.
 
da lastampa.it
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« Risposta #1 inserito:: Agosto 19, 2008, 04:56:31 pm »

19/8/2008
 
I disastri di un'estate "normale"
 
 
 
 
 
MARIO TOZZI
 
Arrivare a mezza estate senza incendi troppo gravi, senza l’incubo della siccità e con temperature sopportabili sembra una sorpresa eccezionale, dopo anni di catastrofi e difficoltà. Ma le cose stanno davvero così? E come sarebbe un’estate «normale»? Molto dipende dai punti di vista. Non è un’estate normale, questa, per i nativi delle trentatré isole Kiribati, costretti a ritirarsi sulle modeste alture più interne perché l’innalzamento del livello del mare ha prima mangiato loro i campi, poi avvelenato le falde acquifere e infine li sta costringendo alla deportazione. L’innalzamento è inarrestabile, così come lo sono la fusione dei ghiacci planetari, che ne è la causa ultima, e il surriscaldamento del clima, che rappresenta la causa prima. Profughi ambientali li chiamano, ma la ragione della loro fuga è esattamente la stessa che costringe decine di migliaia di africani a cercare le nostre coste: la perdita di territorio utile per vivere, che si tratti poi di desertificazione o di annegamento, non fa tanta differenza.

Non è un’estate «normale» neppure per le api, sterminate a milioni in tutte le regioni ad agricoltura avanzata dall’uso indiscriminato di pesticidi a base, per esempio, di Clothianidin (come in Germania), ma disorientate anche dal cambiamento climatico in atto. Nella prima parte del 2008 il 40 per cento delle api è scomparso e il problema non è solo per gli apicoltori (in Italia il 30 per cento in meno di miele), ma per tutto il pianeta, visto che, se mancano i migliori impollinatori del mondo, presto o tardi mancheranno anche i fiori, con conseguenze che non è difficile immaginare, prima di tutto per gli uomini. Ma non se la passano bene neppure gli orsi bianchi, piegati a nascite ermafrodite sempre più frequenti e a non ritrovare più i soliti punti di caccia alle foche per via della scomparsa dei ghiacci. E nemmeno le balene, che vedranno ridotte le provviste del krill (loro cibo di elezione) per via della scomparsa di gran parte della copertura glaciale antartica.

Ma se quello del clima che cambia corrispondesse solo alla realtà della riapertura del mitico passaggio a Nord-Ovest potremmo farcene una ragione, e magari sperare in più raccolti l’anno o nel trasferimento dei tropici in Svezia. Gli effetti di questo cambiamento, invece, si riflettono nel nostro Paese più che in altri e sono sotto gli occhi di tutti proprio in questi giorni, con l’Italia spaccata letteralmente in due: a Nord acquazzoni di tipo tropicale, al Sud caldo feroce, qualche incendio e siccità incombente. Non si tratta di novità assolute, ma la frequenza e il numero di episodi come quello di Torino d’inizio agosto non possono essere attribuiti al caso.

Le alluvioni-lampo (flash-flood) sono ormai una costante delle estati mediterranee, e italiane in particolare, e consistono in fenomeni particolarmente violenti, che si risolvono spesso in pochi minuti di piogge inesorabili che colmano gli alvei e provocano inondazioni difficili da prevedere, molto localizzate e straordinariamente dannose. La maggiore quantità di calore in gioco nei sistemi atmosferici provoca fenomeni sempre più violenti, anche quando il cielo è sereno. E la configurazione del suolo fa il resto: visto il rivestimento di asfalto e cemento delle nostre città, è evidente che l’eccesso di piogge non potrà essere riassorbito dal terreno e finirà nei fossi e nei corsi d’acqua inadeguati a smaltirlo.

Ma, chissà perché, quella del 2008 sembra un’estate «normale», con meno problemi ambientali del solito. Se non fosse per quelle meduse, unico grattacapo temporaneo dei bagnanti del Mediterraneo, e che, si dice, possano addirittura uccidere. Strani animali (ma sono animali?) queste meduse, che proliferano più del solito: che dipenda dall’inquinamento crescente, e dalla pesca eccessiva ai danni dei loro competitori più agguerriti (tonni) o dei loro predatori (tartarughe) come si permettono di venire a disturbare il nostro divertimento proprio nel momento in cui avevamo dimenticato tutto il resto?
 
da lastampa.it
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« Risposta #2 inserito:: Settembre 13, 2008, 11:41:49 am »

13/9/2008
 
Pazza idea perforare l'Alaska
 
 
 
 
 
MARIO TOZZI
 
La convention repubblicana ha messo in evidenza una fondamentale differenza con i democratici in un campo cruciale come la politica ambientale. Pure se è vero che il democratico Clinton non era convinto del protocollo di Kyoto, né fece cessare i tagli dei boschi secolari dell’Ovest, è anche vero che non diede risposta positiva a chi chiedeva di riprendere le perforazioni petrolifere nell’Arctic National Wildlife Refugee dell’Alaska, sui cui territori la candidata vice presidente Palin vorrebbe invece rimettere mano. Il 17% del greggio estratto negli Stati Uniti proviene dall’Alaska, la regione più incontaminata del grande Nord, ma è pur sempre solo la metà di quanto si estraeva alla fine degli Anni 80. Per questo le corporation del petrolio vogliono un presidente che consenta loro di riprendere a perforare lassù, incuranti che ciò incrementerebbe il surriscaldamento climatico i cui effetti peggiori si avvertiranno proprio sui ghiacci artici dell’Alaska, dove le temperature dell’atmosfera sono salite di quasi

5°C e i ghiacciai si sono assottigliati del 40% nell’ultimo secolo.

In cambio delle nuove perforazioni, il cartello degli industriali del greggio dell’Alaska (Arctic Power) promette posti di lavoro, non ponendo alcuna attenzione al fatto che il permafrost - il durissimo terreno perennemente ghiacciato fondamentale per un sano equilibrio climatico - non si sta riformando ormai per il sesto anno consecutivo. Aprendo l’Artico alle perforazioni, come la signora Palin e i repubblicani vorrebbero, l’unico risultato sarebbe di dipendere dall’estero, in quanto a idrocarburi, per il 62% e non più per il 64% nei prossimi vent’anni. Poco per giustificare la battaglia che si sta scatenando fra ambientalisti-democratici e petrolieri-repubblicani.

Però il target reale dei repubblicani potrebbe non essere tanto l’ambientalismo o il partito democratico, tradizionali «indebolitori» della potenza energetica Usa, bensì quello di spostare artificiosamente l’attenzione sull’Alaska per stornarla dal vero obiettivo, i nuovi standard, promessi da sempre e mai mantenuti, sui consumi delle auto americane. Tutti sanno che inasprire quegli standard aprirebbe finalmente la strada al risparmio energetico e all’efficienza anche nella maggiore potenza mondiale. Ma contrasterebbe in maniera insopportabile con gli interessi delle case automobilistiche e dei sindacati dei lavoratori, due lobbies senza le quali, negli Usa, non è neppure pensabile di vincere le elezioni. Ma siccome i «verdi» sembrano avere più a cuore le sorti dell’Artico che le norme antinquinamento, la partita dell’Arctic Refugee viene usata come merce occulta di scambio per non toccare quegli standard. Probabilmente gli statunitensi sono il popolo meno attento agli sprechi energetici, ma molto dipende dai suoi governanti, espressione diretta delle corporation petrolifere. A meno che Obama...

da lastampa.it
« Ultima modifica: Novembre 26, 2008, 11:04:55 am da Admin » Registrato
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« Risposta #3 inserito:: Ottobre 27, 2008, 03:52:16 pm »

27/10/2008
 
Ritorno alla madre terra
 
 
MARIO TOZZI
 
Quando arrivò in India nel 1905, Sir Albert Howard (agronomo della Real Casa) era convinto di obbligare i sudditi orientali di Sua Maestà a obbedire alla legge dell’aratro e dei fertilizzanti chimici per portarli sulla via maestra dell’agricoltura industriale. Ci mise poco a scoprire che i veri selvaggi erano i suoi concittadini britannici e che, invece, le pratiche agricole orientali avevano superato a pieni voti l’esame della natura: le fattorie cinesi o indiane erano permanenti almeno quanto la foresta primaria o la prateria originaria. E il tutto senza aratro e senza alcun tipo di ammendante. Allora riconsiderò gli apparenti successi dell’agricoltura occidentale, che era stata in realtà un fallimento perché non aveva saputo mantenere la fertilità del suolo, principio fondamentale cui le pratiche orientali si attenevano scrupolosamente: raccolti misti, promiscuità delle messi, mescolanze di cereali e legumi, nessuna monocoltura, recupero delle deiezioni animali, nessun fertilizzante, niente aratro e grande equilibrio fra bestiame e prodotti agricoli.

La «madre terra - scrive Howard -, privata dei suoi diritti di concimazione, è in rivolta: la terra scende in sciopero; la fertilità del suolo decresce e aumentano le malattie»; inoltre l’erosione del suolo minaccia campi e colture. A un secolo di distanza è difficile dargli torto anche da un punto di vista del gusto: con i concimi artificiali si ottengono grandi rese quantitative, ma la qualità è peggiorata in fatto di sapore, qualità e capacità di conservarsi. Le verdure coltivate con NPK (azoto, fosforo e potassio) sono dure, coriacee e fibrose, e solo i congelatori ne permettono una resistenza oltre le regole naturali.

La ricchezza della vita vegetale è andata perduta negli ultimi decenni: un tempo esistevano decine di specie di pesche o di frumento e i frutti di un albero erano diversi da quelli di un altro. Erano spesso «brutti», ma nessuno ne metterebbe in discussione il sapore, di gran lunga superiore a quello delle stagioni scialbe di oggi: non più di cinque qualità di mele, due di uva, forse sei di pere caratterizzano le nostre tavole ed è diventato difficile perfino distinguerle. Le esigenze di globalizzazione industriale hanno imposto una standardizzazione del prodotto che non risponde ad alcuna logica naturale, che riduce il gusto e impoverisce lo spirito, mentre, ovviamente, arricchisce i soliti portafogli.

Il recupero dei prodotti locali e l’opposizione di molte comunità agricole alla globalizzazione hanno effettivamente segnato un’inversione di tendenza di cui «Terra Madre» è un segno robusto: recupero della biodiversità attraverso pratiche biologiche, opposizione agli Ogm, valorizzazione del prodotto locale. Uomini e donne legati al mondo industriale hanno cominciato a ritornare alle campagne riconvertendo proprietà e denari: producono vini di qualità, fanno formaggi o semplicemente ritornano agli orti per poter mangiare quello che coltivano con le proprie mani. Un’intera comunità (i damanhuriani) è tornata alla Terra nel Piemonte industriale del terzo millennio. Al di là della moda, di cui pure si cominciano a risentire gli effetti, sembra un necessità genuina di ritorno alle origini, a un mondo meno sofisticato: di più, sembra l’ultima forma di resistenza all’omologazione più subdola, quella per cui puoi trovare lo stesso hamburger da New York a Sydney.

Sperando, però, che anche qui non si annidi l’inganno: Colonnata è un paesino di 250 anime in Toscana, con un piccolo territorio e un numero limitato di maiali: come è possibile che il lardo di Colonnata si ritrovi in tutta la penisola? Per non parlare del Brunello di Montalcino: quel vitigno, quel clima e soprattutto quel territorio sono circoscritti: non si possono produrre altre bottiglie oltre a quelle già in commercio, non ci può essere espansione quantitativa per quel mercato. Altrimenti si arriva al paradosso del prodotto locale che torna a essere globale, fatto che non è semplicemente possibile per definizione: bisogna andarselo a cercare nel posto d’origine e nella stagione giusta, come un tempo, abbandonando l’idea che sia più intelligente un Natale con ciliegie cilene o manghi sudafricani. Ma questo è più difficile da comprendere.
 
da lastampa.it
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« Risposta #4 inserito:: Novembre 26, 2008, 11:05:25 am »

26/11/2008
 
La paura del vento come nel medioevo
 
MARIO TOZZI
 

Raffiche di un vento primordiale hanno spazzato la Penisola da Nord a Sud, uccidendo, provocando gravi danni e risvegliando in noi un timore profondo, quasi atavico. Veloce, freddo e incostante - che sembra scemare e poi riprende invece più impetuoso di prima -, il vento è uno dei pochi legami che abbiamo ancora con quel mondo primordiale in cui non c’era difesa dagli agenti naturali. Come per il terremoto e i vulcani, è meglio non trovarsi lungo la sua strada, ma - a differenza di questi - il vento non può essere fronteggiato solo costruendo meglio o allontanandosi dalle zone di pericolo, anche perché oggi la geografia dei fenomeni meteorologici a carattere violento cambia continuamente. E noi ne siamo in qualche modo corresponsabili, fosse solo per l’energia supplementare che abbiamo fornito all’atmosfera, diventata ormai un’arma caricata a cicloni e uragani. Non basta essere ricchi per difendersi dalle avversità del maltempo, come dimostra il caso di Katrina, e anche in Italia i venti costruiscono il rischio idrogeologico, insieme ai flash flood (le «bombe d’acqua») e alle frane: non è un caso che le aree di crisi nel Paese siano in aumento.

Un vento così forte non è comunque estraneo al territorio italiano. Un «turbine spaventoso», che spazza la catena appenninica da Ancona fino in Toscana, con alberi secolari sradicati, i tetti delle chiese sconnessi e scagliati in pezzi a centinaia di metri di distanza, le case rovinate e quel «rombo assordante», cupo, che precede la devastazione. È il 24 agosto 1456 e questa è la descrizione che Niccolò Machiavelli ci rende di uno spaventoso vento nell’Italia centrale di oltre cinque secoli fa, forse un tornado a vortici multipli con una direzione inconsueta e con dimensioni assolutamente fuori dal comune alle nostre latitudini. Più spesso, però, in Italia i tornado vengono chiamati semplicemente trombe d’aria: vortici sottili e sinuosi, eleganti e leggeri, così diversi da quelli originati dai «supertemporali» tipici del famigerato «corridoio» dell’Oklahoma, dove si registrano più fenomeni meteorologici violenti che in qualsiasi altra parte del mondo. Ma non mancano le raffiche fuori misura legate ai fronti di perturbazione, peraltro non inaspettati in novembre. Anche i venti italiani divellono alberi secolari e cartelloni stradali, inquietano gli animi e fanno pensare al soprannaturale.

Paragonati ai mille tornado che ogni anno investono gli Stati Uniti, quelli italiani sono davvero poca cosa: circa 25 ogni 12 mesi, numero probabilmente sottostimato ma comunque sempre molto piccolo. Eppure si tratta di un fenomeno significativo che investe soprattutto la Pianura Padana, le coste del versante tirrenico, l’Appennino centrale, la Puglia e la Sicilia. Ma anche quello tremendo dell’Oltrepò Pavese del 1957, di cui si racconta lo straordinario spostamento di un asino, ritrovato vivo a 80 metri dal luogo in cui era stato lasciato, ancora attaccato a un palo. E poi in Brianza, dove il fenomeno è ricorrente, visto che la tromba d’aria eccezionale del luglio 2001 - che spostò un grosso camion - ha investito proprio la stessa area già flagellata nel 1910. E Udine, nel 1930, con 23 vittime, e Catania, nel 1968, e poi ancora Venezia nel 1970. Forse però il più violento di cui si abbia una testimonianza storica precisa è quello del 1851 in Sicilia, che sembra aver ucciso più di 500 persone: una catastrofe inimmaginabile. Eppure la realtà è che oggi, con tutto il patrimonio tecnologico e con tutti i denari e i mezzi del terzo millennio, siamo indifesi di fronte ai venti violenti più o meno come lo eravamo nel Medioevo. Ma guai a dirlo: è un pensiero che va scacciato subito, almeno fino alla prossima volta.
 
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« Risposta #5 inserito:: Dicembre 09, 2008, 03:00:35 pm »

9/12/2008
 
Ecologia fa rima con economia (ma in italia no)
 
MARIO TOZZI
 

Non sappiamo come pensasse di sopravvivere l’indigeno dell’ultima tribù dell’isola di Pasqua mentre tagliava l’ultimo albero dell’ultima foresta, base stessa della propria sussistenza. Ma ci sono molte possibilità che questa sia anche la condizione degli uomini moderni sul pianeta. Mentre, probabilmente, ci sarebbe una soluzione unitaria che potrebbe risolvere l’attuale crisi ambientale e economica nello stesso tempo. E mentre l’ecologia potrebbe fornire una via d’uscita, purché si prendesse atto seriamente della situazione.

I sistemi economici moderni non producono e distribuiscono beni, come avveniva nelle società primitive, ma accumulano un capitale economico che - fondandosi su quello naturale - non può crescere in maniera indefinita. Chi sostiene che l’economia viene prima dell’ambiente dovrebbe ricordare che qualsiasi sistema economico è un sottosistema della biosfera, che è sempre esistita anche senza l’economia, mentre è impossibile che avvenga il contrario.

Tutto sta a convincersi che la natura non è una produzione dell’uomo e che senza un ambiente in buona salute non ci sarà nessuna attività produttiva, almeno non su questo pianeta. L’obiettivo è molto chiaro: ridurre le quantità di energia utilizzata e stabilizzare i consumi di materie prime al minimo, aumentando l’efficienza organizzativa e sociale. In alcune realtà economiche già avviene, perché risparmiare combustibili fossili è ormai più conveniente che acquistarli. Du Pont ha aumentato la sua produttività del 30% negli ultimi dieci anni riducendo del 7% il consumo di energia e del 72% (!) le emissioni di gas-serra, mentre Ibm e Bayer hanno risparmiato oltre due miliardi di dollari abbassando le emissioni del 60%.

Prima o poi si faranno affari sulla mitigazione del cambiamento climatico, e forse allora si darà inizio alla ristrutturazione ecologica del pianeta. Ma questa tendenza va agevolata, come hanno ben compreso il presidente eletto Obama e l’intera Unione Europea, che stanno per varare nuove direttive sull’efficienza energetica degli edifici. Purtroppo l’Italia si pone oggettivamente fuori del contesto internazionale, in una posizione ancora più isolata anche rispetto alle recenti prese di posizione sugli obiettivi del protocollo di Kyoto. Il nostro patrimonio edilizio, per esempio, è il più energivoro d’Europa e negli edifici residenziali utilizza il doppio dell’energia usata nei migliori paesi europei (150 kJ/m2 contro 65-75 kJ/m2). Ma non sembra un fatto positivo se il cittadino virtuoso, che avrebbe contribuito a tagliare le nostre emissioni clima-alteranti, vede aumentare il proprio carico fiscale, invece che diminuire la propria bolletta. Il provvedimento che taglia le agevolazioni è contro il buon senso, perché mantiene sommerso quel mondo, diminuendo il gettito per le casse dello Stato, ed è un freno a quella media e piccola imprenditoria che sul rinnovabile aveva già cominciato faticosamente a investire, magari riconvertendo attività pregresse più inquinanti. Invece dei bonus una tantum, il finanziamento degli interventi sul risparmio energetico consente un taglio più significativo e duraturo sui costi e sui consumi energetici. E i benefici economici sono molti: per lo 0,1% del Pil al 2020, l’adeguamento dell’Italia alle direttive comunitarie riduce l’importazione di combustibili fossili (risparmio di 12,3 milioni di euro), i costi del controllo emissioni (-1,5 milioni), le malattie e fa crescere i posti di lavoro (+0,3%).

Riduzione dell’inquinamento e economia possono andare di pari passo anche in Italia, basterebbe volerlo.
 
da lastampa.it
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« Risposta #6 inserito:: Gennaio 12, 2009, 05:15:13 pm »

12/1/2009
 
A fuoco lento
 
MARIO TOZZI
 

Facendo una gran confusione fra tempo meteorologico e clima (come a dire tra giorni e secoli), gli inguaribili ottimisti del «tutto va bene» riprendono fiato in base ai dati del Centro di Ricerca sul Clima Artico dell’Illinois, che segnalano un aumento della superficie ghiacciata marina del Polo Nord nei mesi invernali del 2008. Si badi bene, per i primi mesi dell’anno passato lo stesso Centro aveva messo in luce una consistente riduzione del complesso dei ghiacci artici e, su tutta la Terra, i ghiacciai registrano complessivamente un deficit di un milione di kmq rispetto alle medie consolidate. E una scorsa, seppure veloce, al complesso dei dati strumentali (quelli più precisi degli ultimi trent’anni, effettuati attraverso i satelliti) rivela che i minimi estivi dei volumi di ghiaccio artico sono in costante riduzione, specialmente dal 2000 in poi.

Infine, nell’estate dello stesso 2008 si era toccato il secondo valore minimo di sempre dei ghiacci, dopo quello del 2007. Ma talmente forte è la voglia di liberarsi dal pensiero della crisi climatica e di giustificare la nostra colpevole inazione, che ci basta un dato isolato - riferito peraltro solo ai ghiacci marini, temporaneamente comunque in ripresa durante l’inverno - per dimenticare l’andamento generale, che resta ancora quello di un riscaldamento inarrestabile.

Non si aspetta nemmeno l’estate 2009 per avere comparazioni significative, dimenticando che, se pure quest’inverno si è formato più ghiaccio, ciò non vuole affatto dire che resisterà più a lungo e, in ogni caso, sarà la prossima estate a dircelo.

Anche nell’arco alpino i valori di fusione dei ghiacciai sono stati contenuti, ma comunque sempre negativi (fra -0,5 e -1 metro), in un quadro che resta comunque preoccupante, con record negativi ben vicini nel tempo (-2,5 metri nel 2003). Questo per tacere dell’unico ghiacciaio appenninico, quello del Calderone (Gran Sasso d’Italia), ormai praticamente scomparso. Le ragioni di una eventuale temporanea stabilizzazione del riscaldamento globale (ancora tutta da confermare) possono essere diverse: un calo dei venti avrebbe reso più facile la formazione dei ghiacci artici grazie alla neve accumulatasi al di sopra. E la corrente fredda dell’Oceano Pacifico (La Niña) può avere contribuito significativamente, senza scomodare la scarsità di macchie solari che potrebbero avere ridotto il flusso energetico dal Sole alla Terra.

Non si è certo ancora spenta l’eco del più recente stato di avanzamento dell’Ipcc - dove si ricorda che il cambiamento climatico sarà «faster, stronger and sooner», cioè che avverrà più velocemente di quanto gli stessi scienziati avessero già previsto nel 2007 -, che, alla prima occasione, si avanzano conclusioni basate sulle sensazioni soggettive che sanno molto di ideologia. Vaglielo a dire ai cittadini della provincia veneta, piombati improvvisamente a -25°C, che quello appena passato è stato comunque il sesto anno più caldo degli ultimi decenni. E raccontalo a una pubblica opinione assuefatta a sciocchezze come la «temperatura percepita» (la temperatura resta sempre quella, a prescindere dalle nostre personali percezioni, e - semmai - varia l’umidità, ma tutto fa brodo in un Paese scientificamente ignorante come il nostro) che il cambiamento climatico è misurato nell’arco di decenni e non variabile a ogni stagione. E che non si devono confondere fenomeni mediati statisticamente su lunghi periodi con l’opzione se dover prendere l’ombrello per uscire di casa la mattina oppure no. Non fa poi così caldo, deve aver pensato la rana un momento prima che l’acqua della pentola in cui era stata gettata arrivasse a bollire.
 
da lastampa.it
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« Risposta #7 inserito:: Aprile 22, 2009, 04:09:41 pm »

22/4/2009
 
Avvelenati tra le mura di casa
 
MARIO TOZZI
 

C’è qualche segnale positivo dal pianeta degli uomini? O anche quest’anno saremo costretti a raccontare la solita storia di deforestazioni, emissioni inquinanti, perdita di specie animali e vegetali, consumo insensato di territorio?

Da quando siamo diventati sapiens abbiamo cercato continuamente di sfuggire i pericoli del mondo naturale di cui pure eravamo e siamo figli, così ci siamo arroccati nelle città, salvo dichiararle poi inadatte per una vita sana. Il problema è che neppure nelle case, i nostri ultimi rifugi, siamo al sicuro dai mali dell’evo industriale, anzi ormai lì sembra andare anche peggio, vista la quantità di veleni e inquinanti che emanano pareti, mobili, prodotti d’uso quotidiano. E non va meglio nelle auto: si calcola che sia maggiore la quantità d’inquinanti respirati nell’abitacolo che per strada a piedi o in motorino, nonostante tutti i ricircoli forzati d’aria possibili.

L’Italia non sta meglio degli altri Paesi, anzi, ci si mettono pure le modelle a sottolineare quanto sia irrespirabile l’aria della capitale della moda. Per non parlare degli scrittori stranieri: Thomas Harris (quello della saga di Hannibal Lecter) racconta di non aver mai visto così tante automobili in vita sua come quando venne ad ambientare a Firenze una parte del suo romanzo; e Harris ha vissuto a Detroit. Le aree metropolitane diventano un inferno e nessuno dei problemi è stato risolto: molti si sono aggravati, specie nel nostro Paese. Però qualche timido passo in avanti lo possiamo registrare. Si è, per esempio, compreso che una riconversione ecologica del pianeta è improcrastinabile e che ciò comporterà alcuni cambiamenti di abitudini e una riduzione dei profitti e delle competenze degli uomini. Non è un passo da poco: finora ci siamo ritenuti padroni di un pianeta dalle risorse inesauribili e che tutti i popoli del mondo avrebbero potuto raggiungere il livello di vita dei più ricchi.

La Terra ci dice che ciò non è assolutamente possibile e che il benessere dei più ricchi è possibile solo e soltanto sulle sofferenze dei più poveri. Ci è consentito possedere una o due automobili solo perché milioni di altri uomini vanno a piedi o in bicicletta: se volessero essi stessi muoversi con un’auto, non ci sarebbe già oggi più carburante o territorio da asfaltare per tutti. In secondo luogo la nazione più potente e sprecona del mondo - quella in cui metà dell’energia elettrica si fa ancora col carbone come un secolo fa - ha cambiato decisamente strada, costituendo già un punto di riferimento per il resto del mondo. Il presidente Obama incarna la speranza sulla via di un mondo imprenditoriale, industriale e produttivo «verde» che prenderà il posto delle vecchie fuliggini petrocarbonifere che ci hanno appestato per secoli. Non sarà domani, ma sembra difficile tornare indietro, almeno per i prossimi quattro anni.

Il cambiamento climatico è salito in cima alle preoccupazioni del mondo occidentale, nonostante alcuni scettici (e l’incredibile mozione che lo nega, approvata dal Senato della Repubblica italiana), perché, per fortuna, «è finita l’epoca del negare l’esistenza del problema», esattamente quanto hanno fatto i passati amministratori statunitensi per otto anni. In questo quadro Obama dovrebbe aderire al protocollo di Kyoto e renderlo finalmente efficace, senza rinegoziarlo e senza aspettare che a fare il primo passo siano Cina e India, anzi: saranno gli Stati Unti a farlo. Ritenendo che la colpa del surriscaldamento atmosferico sia delle attività industriali, Obama intende ridurre le emissioni di gas clima-alteranti dell’80% entro il 2050 e, per cominciare, indica nelle energie rinnovabili (da noi ritenute ancora poco più che un gioco) la strada maestra. Gli Stati Uniti produrranno il 10% del fabbisogno energetico per questa via entro il 2012, creando 5 milioni di nuovi posti di lavoro e investendo 150 miliardi di dollari. Un sterzata di 180°. E per fare tutto questo Obama - che pensa globalmente e agisce localmente - parte da fatti minori, come quello di una piccola factory dell’Ohio (Cardinal Fastener & Speciality Co.) che produce, fra l’altro, turbine eoliche e ha incrementato i posti di lavoro da quando si è riconvertita dalla produzione di piattaforme di perforazione.

Nonostante la crisi economica che devasta l’ambiente peggio di prima, la sensibilità ambientale, in teoria, aumenta e, anche se la deforestazione non si arresta, diventa sempre più difficile, le aree protette aumentano e qualche specie si riesce a salvare, nonostante le aggressioni e le speculazioni. È ancora presto per dire se è l’alba di un nuovo mondo, ma qualcosa sta cambiando, come quando nell’aria dell’inverno si coglie il primo sentore di primavera. Buona giornata della Terra.
 
da lastampa.it
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« Risposta #8 inserito:: Maggio 08, 2009, 04:59:47 pm »

7/5/2009

L'ambiente a lingue alternate
   
MARIO TOZZI


Quanto valgono le foreste della Sila, i ghiacciai dello Stelvio, le isole toscane, gli orsi marsicani o i borghi delle Cinque Terre? Per il nostro governo quanto un chilometro di autostrada. E contro il cambiamento climatico sarà il caso di adoperarsi o tutto dipende dagli astri e quindi è bene continuare a inquinare, tanto non cambia niente? C’è grande confusione sotto il cielo delle politiche ambientali del nostro Paese, confusione che si accresce quando ci si confronta a livello internazionale. È come se il governo italiano parlasse due lingue, una nelle riunioni ufficiali, per allinearsi con il resto del mondo avanzato, l’altra sul fronte interno, magari per non scontentare i settori più conservatori di un sistema industriale che mostra scarsa capacità innovativa. Il Senato della Repubblica (a maggioranza, su ispirazione del senatore Dell’Utri) approva un documento in cui si afferma che la responsabilità del cambiamento climatico non è delle attività umane, ma di cambiamenti nel Sole (prendendo per buone le bizzarre dichiarazioni di un fisico italiano che non è climatologo: come chiedere a un ingegnere informatico di costruire ponti).

Nello stesso tempo gli Stati Uniti seguono le indicazioni della stragrande maggioranza degli scienziati e intendono abbattere le emissioni di gas clima-alteranti dell’80 per cento entro i prossimi 40 anni, puntando tutto sulle energie rinnovabili (da noi ritenute poco più che uno scherzo). La nazione più potente del mondo produrrà il 10 per cento del suo fabbisogno energetico per questa via entro il 2012, creando contemporaneamente cinque milioni di nuovi posti di lavoro e investendo 150 miliardi di dollari. Per metterci una pezza, al G8 ambientale il nostro ministero dell’Ambiente porta un documento sul clima che sarebbe sottoscritto volentieri da qualsiasi organizzazione ambientalista, generando così più di un dubbio su quale sia la vera posizione del governo sul clima.

Il G8 a Siracusa approva un documento italiano in cui si mette in luce come la biodiversità sia la vera ricchezza della vita, e come fornisca servizi gratuiti a tutti gli uomini e come vada perciò conservata e tutelata. Nello stesso tempo il Parlamento italiano sta per riservare ai Parchi e alle Riserve dello Stato (e alle attività previste dalle Convenzioni internazionali per la tutela della natura) poco più di 52 milioni di euro, 7 milioni in meno del 2008. Come a dire che alle 23 «perle» naturalistiche del Bel Paese va meno di quanto occorre per costruire 1000 metri della variante di valico Bologna - Firenze, un’autostrada «tecnica», ma pur sempre un’autostrada (tutto si potrà dire dei Parchi Nazionali, ma non che siano una spesa rilevante per lo Stato). A livello internazionale, in teoria, si conviene con la tutela; a livello italiano, in pratica, si riducono i fondi.

Visto che siamo a Siracusa, la Sicilia - con 5,5 kW/mq/giorno - avrebbe un potenziale solare fotovoltaico notevole, ma il ministro siciliano non sembra essersene accorto, visto che è nella provincia di Bolzano (3,5 kW/mq/giorno) che si installano più pannelli che altrove. Il potenziale solare italiano sarebbe enorme (47.000 miliardi di kW/anno), ma in Germania il fotovoltaico cresce di 140 MW ogni dodici mesi, in Italia solo di 4 (quattro), nonostante l’Italia abbia il 56 per cento di insolazione in più rispetto alla Germania. In Italia il consumo medio di una famiglia è di circa 3.000 kWh/anno, con il fotovoltaico si potrebbe arrivare facilmente a coprirne fra 1.100 (Italia settentrionale) e 1.600 (Italia meridionale), altro che giochi. L’88 per cento del solare europeo è - invece - in Germania, ma noi siamo il Paese del Sole, che punta, però, al nucleare (neppure citato da Obama), che vuole difendere la natura, ma riduce i fondi per farlo, e che approva mozioni che vanno contro l’azione internazionale sul clima. Qualcuno ci aiuta a fare chiarezza?

da lastampa.it
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« Risposta #9 inserito:: Maggio 24, 2009, 11:37:13 am »

24/5/2009
 
Michelangelo non c'entra l'ecomafia sì
 
 
 
 
 
MARIO TOZZI
 
L’Italia è uno dei Paesi europei più sforacchiato dalle cave, primo strumento della devastazione ambientale. Non solo è molto facile aprirne di nuove, ma nessuno si preoccupa di ripristinarle una volta finita la coltivazione. In altri Paesi si usa obbligare chi vuole aprire una cava a lasciare in fideiussione il denaro sufficiente per poterla ripristinare, qui spesso prima della fine della concessione le cave vengono abbandonate: lo scempio ambientale resta e nessuno può porre riparo.

Si cava soprattutto per il cemento ma anche per la polvere del marmo. È il caso delle Alpi Apuane, uno dei luoghi più incontaminati e straordinari d’Italia, sforacchiato da quasi 300 cave che non servono più a produrre i marmi monumentali della Pietà di Michelangelo o dei romani antichi, ma solo polvere di marmo usata come sbiancante o additivo, dunque non più per un uso monumentale.

Una nuova cava significa strade, camion, inquinamento atmosferico, polveri sottili, rumore. Inoltre spesso la cava è il primo passo dell’ecomafia dei rifiuti: se ne apre una abusiva, ci si fa cemento. Nel buco si interrano i rifiuti tossici speciali. Sopra, una volta ricoperto con la terra, ci si fanno i pomodori.

La legislazione è carente e non comporta obblighi ambientali. Servirebbero nuove norme uguali per tutto il territorio, ricordando che i giacimenti minerari e le rocce sono patrimonio della nazione.
 
 
da lastampa.it
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« Risposta #10 inserito:: Giugno 06, 2009, 05:36:45 pm »

5/6/2009
 
Ecobugie all'italiana
 
MARIO TOZZI
 
Ambientalisti come gli italiani ce ne sono davvero pochi al mondo, e non siamo sicuri che sia una sfortuna. Odiamo l’inquinamento atmosferico, raccogliamo correttamente i rifiuti, risparmiamo l’acqua in casa e costruiamo con giudizio. In realtà l’italiano medio si descrive molto migliore di quanto non sia e prova ne sono i dati che emergono analizzando i singoli temi in cui siamo teorici campioni del mondo dell’ambiente.

La stragrande maggioranza degli italiani pensa che l’inquinamento sottragga piaceri essenziali della vita, ma poi possediamo 35 milioni di autoveicoli e, su 1 km di strada, ne circolano 80 (contro i 42 degli Stati Uniti e i meno di 40 in Spagna). E a Napoli, per fare un esempio, ci sono 5500 auto per kmq che nemmeno a Hong Kong. In pratica, su 100 cittadini che si muovono per andare a lavoro, ben 72 usano l’automobile: chi saranno gli inquinatori, quei 5 che vanno in moto o i 13 che vanno a piedi?

Dopo l’inquinamento gli italiani sono soprattutto spaventati da un futuro senz’acqua: come mai allora 40 litri su 100 vengono dispersi dalla rete idrica potabile nazionale (con punte del 60 per cento in Sicilia)? Per quale ragione nelle nostre campagne si irriga come duemila anni fa, deviando un canale a prescindere dal tempo che fa e dalle necessità? E, soprattutto, perché piantiamo il prato all’inglese anche in Sicilia e vogliamo il campo da golf in Sardegna o siamo passati dal frumento al kiwi consumando dieci volte più acqua?

Noi italiani siamo ossessionati dal problema dei rifiuti, specialmente dopo l’emergenza campana, e addirittura i tre quarti ritengono di fare correttamente la raccolta differenziata. Non si spiega allora perché la nostra percentuale di raccolta differenziata sia ancora a circa il 25 per cento, con punte, si fa per dire, di meno del 10 per cento. Il clima, invece, ci preoccupa meno e se farà più caldo chi se ne importa, tanto c’è l’aria condizionata: forse per questo siamo così indietro nel rispetto del protocollo di Kyoto e forse per questo sprechiamo così tanta energia. Quando poi pensiamo alle energie rinnovabili pensiamo soprattutto al solare e magari osteggiamo le altre per via degli impatti paesaggistici. Ma allora perché da noi il solare incrementa alla straordinaria velocità di circa 5 MW/anno, mentre in Germania si marcia a oltre 150 MW/anno (l’Italia ha il 56 per cento di insolazione in più della Repubblica tedesca)?

Siamo attenti a non ingombrare il territorio di nuove costruzioni e, anzi, molti giudicano male i provvedimenti governativi che consentono di ampliare le abitazioni. Nei fatti, invece, in Italia si divorano ogni anno 250 mila ettari di territorio e qui è stato coniato il termine condono edilizio, che non è traducibile in nessuna lingua moderna conosciuta, e che ha contribuito a distruggere oltre 3.663.000 ettari di territorio negli ultimi quindici anni. Da noi il consumo di cemento raggiungerà il picco di 220 milioni di tonnellate per soddisfare la domanda relativa solo all’ampliamento del 20 per cento del nuovo piano casa, in un Paese che è già al primo posto in Europa nella produzione, con 47 milioni di tonnellate/anno (800 kg cemento/uomo/anno). La Germania ne produce 33 milioni, la Francia 21 e la Gran Bretagna 12, tanto per dire di paesi sottosviluppati.

E il confronto con gli altri Paesi è davvero impietoso: in Germania la soglia di consumo di territorio è 43-44 mila ettari all’anno, un sesto appena dei nostri ritmi più recenti. In Gran Bretagna l’allarme per l’erosione dei suoli liberi e/o agricoli venne fatto suonare già negli Anni 30 e si concretizzò nel 1946 col New Towns Act e l’anno seguente col Town and Countries Planning Act, con la individuazione delle «green belts», cioè delle cinture verdi a protezione delle città. In questo modo la punta di 25 mila ettari consumati in dodici mesi negli Anni 30 in Inghilterra e Galles è stata abbattuta ad appena 8 mila ettari annui nel decennio 1985-96. Molto di più di quanto consuma la sola Sicilia ogni anno.

Riduzione dell’inquinamento, risparmio di acqua, riciclaggio dei rifiuti, energie rinnovabili, minor consumo di territorio, questi i cardini di una Giornata dell’Ambiente come si deve. Gli italiani si ritengono ecosostenibili a tutti i livelli, dal singolo cittadino all’azienda, dall’amministratore all’industriale, ma in realtà si raccontano solo un sacco di bugie. Del resto questa pare la tendenza generale.
 
da lastampa.it
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« Risposta #11 inserito:: Giugno 23, 2009, 09:51:44 am »

22/6/2009
 
Chi ha paura della foca monaca
 
MARIO TOZZI
 
Un eccezionale avvistamento di foca monaca nel Tirreno centrale si sta trasformando in una ennesima querelle, tutta italica, di fazioni attestate sui lati opposti del presunto sviluppo e della conservazione dell’ambiente. All’inizio di giugno, nelle acque dell’isola del Giglio (il mare più pulito d’Italia), viene fotografato un esemplare adulto di foca monaca, forse una femmina, che fa immediatamente sperare che la specie non sia estinta, come si credeva.

Un’ottima notizia in un anno in cui è scomparso, per esempio, un altro mammifero acquatico come il delfino bianco del Fiume Giallo in Cina. Le foche monache ancora abitano il Mare Nostrum, ma sono diventate rarissime a causa dell’atteggiamento predatorio degli uomini che le hanno da sempre massacrate senza pietà e scacciate dai loro luoghi abituali di riproduzione. La loro presenza nel Mediterraneo è ridotta a pochi nuclei nell’Egeo, nello Ionio e nel Mar Nero, attorno alle coste istriane e lungo la costa nord-africana. In Italia è stata talvolta sporadicamente avvistata a Montecristo e in Sardegna, dove certamente si rifugiava stabilmente, ma è poi sparita per anni.

«Bove marino» la chiamavano i gigliesi decenni fa, quando era frequente ritrovarla in mezzo ai filari di vite intenta a rotolarsi a terra. Tanto che molti scambiavano gli egagropili (quelle pallottole fibrose di posidonia che si accumulano sulle spiagge) per «deiezioni di bove marino». Nel 1983, un subacqueo notò un enorme animale scuro, in posizione verticale, sul fondo. Spaventatissimo, risalì immediatamente in superficie rischiando un’embolia, ma si rese poi conto di essersi imbattuto in un esemplare adulto di foca, non tanto per la posizione verticale, quanto per l’unico particolare che ricordava di aver notato con certezza: un enorme paio di baffi! Nei punti più deserti dell’isola, di notte, i «bovi marini» uscivano talvolta dal mare e si arrampicavano sui liscioni di granito a godersi la luna. Ma per anni non erano state più avvistate: catturate con le spadare oppure uccise dall’ingestione delle reti di nylon casualmente ingoiate con i pesci strappati alle reti.

Mentre in qualsiasi altro posto del mondo l’intera comunità sarebbe stata contenta per il ritorno di un magnifico animale, simbolo stesso di ambienti incontaminati e possibile catalizzatore di turisti, in Italia, per qualcuno, la comparsa del pinnipede più raro del pianeta sembra aver causato un certo spavento. La nuova maggioranza (di centrodestra) che si è appena installata al Comune del Giglio sembra temere la foca come indicatore biologico dell’eccezionale qualità del mare, perché da qui all’istituzione definitiva di un’area marina protetta il passo potrebbe essere troppo breve. E un vincolo, seppure giustificato e foriero di possibilità di sviluppo prima neppure pensabili, è sempre un vincolo. Infatti al Giglio si parla il meno possibile dell’eccezionale avvistamento, laddove altri amministratori si sarebbero immediatamente vantati di quella rara garanzia di qualità ambientale (basti pensare alle isole greche che, sulla sporadica presenza della foca, hanno costruito una fortuna turistica).

Addirittura qualcuno solleva il dubbio che si tratti di una montatura giornalistico-ambientalista: insomma la foca ha destato sospetti e apprensione, ed è diventato un problema politico da tenere sottotraccia.

Nonostante la rilevanza scientifica e ambientale dell’avvistamento, non risulta che dal ministero dell’Ambiente sia stata intrapresa alcuna azione di indagine per predisporre le necessarie azioni di prevenzione e tutela. Eppure si tratta di un segnale oggettivamente positivo, che conferma la necessità di una protezione marina più stretta intorno alle isole minori dell’Arcipelago Toscano, come peraltro richiedono ben tre leggi dello Stato, e come l’Unione Europea ci invita a realizzare (al più tardi entro il 2012), oltretutto in linea con gli impegni internazionali presi dell’Italia per la protezione della biodiversità marina al recente G8 di Siracusa con l’approvazione della «Carta di Siracusa» proposta dallo stesso ministero dell’Ambiente. Ma chi ha paura della foca monaca?

da lastampa.it
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« Risposta #12 inserito:: Agosto 19, 2009, 10:17:26 am »

18/8/2009
 
Costi amari di un'estate in fiamme
 
MARIO TOZZI
 
Cosa perdiamo quando un ettaro di bosco viene bruciato? Di cosa ci priviamo ogni volta che una foresta va perduta? E, soprattutto, che danni permanenti provoca il fuoco e, in ultima analisi, a chi conviene? Oltre un milione di ettari di aree verdi è andato bruciato in Italia negli ultimi nove anni, mentre l’estate in corso rischia di diventare la peggiore, anche se, per fortuna, nessuno più invoca ipotesi fantascientifiche come l’autocombustione per spiegarne la ragione.

Il fuoco viene appiccato da criminali (che non è giusto chiamare piromani, come fossero individui un po’ pazzi) per ragioni ben precise di interesse: dove passa il fuoco non crescono più foreste, ma nuove case, palazzi, edifici. E sappiamo anche come si dovrebbe agire: quando un criminale del fuoco viene colto in flagrante e punito allora in quel territorio il fenomeno cessa o si riduce drasticamente, parallelamente allo stesso scomparire dell’impunità. L’isola d'Elba è oggi sostanzialmente libera dal fuoco dopo i gravissimi incendi degli anni precedenti (che fecero anche alcune vittime), grazie in primo luogo all’opera di intelligence del Corpo Forestale e del Parco Nazionale, che hanno indagato e colto sul fatto almeno uno dei criminali che appiccavano il fuoco. Tanto è bastato perché il numero dei focolai scendesse da oltre 200 a meno di venti all’anno. Tremilacinquecento persone arrestate dal 2000 a oggi e pene più severe (fino a oltre dieci anni di carcere) non sono però ancora bastate di fronte agli enormi interessi in gioco nei territori di pregio.

Ma ci sono altre ragioni, come la mancanza di manutenzione del territorio stesso, in particolare del sottobosco, specie dopo primavere così piovose come quella appena passata, che ha aumentato la massa verde a disposizione delle fiamme. E il surriscaldamento climatico in atto, con il conseguente rinsecchimento di quella stessa massa così copiosamente generata, incrementa il pericolo. In questo caso cura e manutenzione nel periodo primaverile sarebbero già sufficienti per abbassare il rischio. In Italia sarebbe anche obbligatorio il catasto degli incendi: ciascun comune deve censire le aree incendiate e impedire lì ogni costruzione di qualsiasi tipo, ma se non c’è catasto è poi difficile dimostrare il pregio precedente di un’area divenuta poi irriconoscibile.

Non è un caso che i comuni maggiormente inadempienti siano quelli delle regioni costiere, quelli più appetiti dalla speculazione: Sardegna, Toscana e Lazio. E’ bene ricordare, a chi sembra fare finta di niente, che, dal 2000, non è possibile intervenire in alcun modo sui terreni bruciati per almeno 15 anni. Ed è bene ricordare a tutti che non sono i Canadair a scongiurare gli incendi: quando intervengono i mezzi aerei il fuoco ha già vinto, perché la prevenzione la si mette in pratica a terra prima che il peggio accada. Affidarsi al soccorso dal cielo implica già un severo errore di prospettiva e delega un compito che non può essere solo della Protezione Civile.

Quello che costa un incendio non è sempre chiaro a tutti. Un incendio devastante costa al cittadino 5.500 euro per ogni ettaro bruciato, se non contiamo, perché difficile farlo, gli altri danni permanenti e le specie viventi sterminate (centinaia di mammiferi e uccelli, milioni di insetti, migliaia di rettili per ogni ettaro). Ma quello economico è solo un aspetto che viene peraltro amplificato in seguito: il fuoco non ha solo un percorso superficiale, ma anche uno sotterraneo, che corre qualche decimetro sotto terra, che intacca anche le radici. Così il territorio bruciato resta preda delle piogge invernali e privo di protezione contro il dissesto idrogeologico: in pratica è come se il fuoco avesse colpito due volte. Per ricostituire una foresta di pregio (come quelle di faggio del nostro Appennino) ci vogliono cento anni, almeno trenta per riavere una pineta. Ma mentre gli speculatori ne conoscono bene il prezzo, quasi nessuno sembra avere chiaro in testa il valore intrinseco di un albero.

da lastampa.it
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« Risposta #13 inserito:: Agosto 30, 2009, 08:53:11 am »

30/8/2009

Il capitale perduto del turismo mondiale
   
MARIO TOZZI


Le spiagge di paesi esotici, come la Thailandia o le Maldive, appaiono come veri e propri paradisi terrestri, che però vale forse la pena di guardare sotto la superficie patinata e apparentemente felice. Mete ambitissime, e ormai facilmente raggiungibili, da schiere sempre maggiori di turisti, italiani soprattutto. Quella che vediamo, però, è solo una fotografia di maniera, ancora vera, ma vecchia: una volta era così, ma oggi le cose sono cambiate e cambiamo rapidamente, con una sequenza che è facile prevedere e che ha già investito i paesi di turismo tradizionale come il nostro.

Quando l’Italia era povera ma bella
Anche l’Italia degli Anni Sessanta era un paradiso, sebbene non tropicale. Faceva comunque caldo, specialmente quando ci si spingeva in Sicilia nelle interminabili giornate di scirocco estivo, e gli stranieri trovavano da noi un clima più che mite, mare trasparente, cibo genuino e una sterminata quantità di tesori storici artistici e monumentali. Se facciamo eccezione per questi ultimi, le mete esotiche degli Anni Novanta e l’Italia degli Anni Sessanta si assomigliano molto, perché obbediscono alla stessa legge del turismo mondiale, quella che prima lancia i paesi emergenti nell’orbita dello sviluppo, poi li precipita nell’abisso del cemento e della disgregazione sociale.

Questa legge parla chiaro: a una prima fase pionieristica - in cui pochi avventurosi esploratori si concentrano solo su mare e eventuali monumenti - segue la fase dell’infrastrutturazione, che consente a numeri ancora contenuti di turisti, comunque volenterosi, di sobbarcarsi lunghissimi viaggi in sistemazioni ancora approssimative, ma di trovare cortesia senza fine, ospitalità e una natura ancora praticamente intatta.

La Sardegna prima della Costa Smeralda o l’isola d’Elba quando ancora erano attive le miniere: la ricchezza si diffonde fra gli abitanti che sono ancora principalmente contadini o minatori e solo in seguito affittano una camera o due e preparano da mangiare in ambienti comuni. In una fase ulteriore l’infrastruturazione incrementa: raggiungere il posto è sempre più facile e i charter cominciano a vomitare migliaia di turisti. Gli alberghi crescono di qualità, ma soprattutto di numero, fino a negare la vista della costa e la qualità ambientale decresce vistosamente. Ma ancora si trovano luoghi intatti, e basta fare pochi passi per scegliere angoli incantevoli: la costa appena a sud della Costa Smeralda, in Sardegna, o le spiagge orientali della Thailandia, dove grappoli di bungalow costituiscono resort ancora compatibili e che magari fanno vanto di alcuni comportamenti ecologicamente corretti.

Alla riconquista di ciò che non ha prezzo
Questi paesi si trovano oggi però allo stesso bivio in cui si è trovata l’Italia: o incrementare l’infrastrutturazione a scapito della qualità del soggiorno o fermarsi a riflettere e cambiare modello di sviluppo, come si è fatto a Palma di Mallorca dopo la fase orgasmica di costruzioni di grandi alberghi degli Anni Ottanta, oggi in parte ridimensionati per riconquistare l’unica cosa che non ha prezzo, lo spazio di pregio. O come non ha fatto l’isola di Capri, che regge ancora economicamente solo per via del blasone e delle attività fuori stagione, ma deve chiudere la Grotta Azzurra per inquinamento, o l’isola d’Ischia, che è diventata un inferno impossibile da vivere, con centinaia di migliaia di turisti, costruzioni anche abusive dovunque e un ambiente naturale semplicemente irrintracciabile, se non nelle ville patrizie.

A quel bivio l’incremento delle infrastrutture non porta più ricchezza diffusa, ma solo concentrazione di denari in capitali stranieri e infiltrazioni malavitose. Quei paesi, oggi, possono ancora scegliere, magari imparando dai nostri errori. A noi toccherebbe di fare un passo indietro.

da lastampa.it
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« Risposta #14 inserito:: Settembre 06, 2009, 04:52:31 pm »

6/9/2009
 
La lunga estate calda
 

MARIO TOZZI
 
A guardare bene, in tempi recenti, solo quella del 2003 è stata più calda - e ce le ricordiamo le centinaia di morti a causa delle famigerate ondate di calore nella civilissima Europa -, poi bisogna almanaccare nelle statistiche degli ultimi 200 anni per trovarne altre due a questi livelli: l’estate attuale è da record e non è ancora finita. Ma questa potrebbe essere peggiore delle altre per almeno due motivi.

Il primo è che il calore torrido «annulla» tutta la gran massa d’acqua caduta in inverno e in primavera, quando gli scettici del cambiamento climatico si permettevano illazioni a proposito del fatto che non ci sarebbe stato davvero da preoccuparsi per la siccità, visto che pioveva come Dio la mandava. Neanche era finito agosto che le piogge torrenziali sono state virtualmente annullate dal caldo e dai nostri sprechi (occorre sempre rimarcarlo), ma in più anche dall’idea che, almeno per quest’anno, la siccità ci avrebbe lasciato in pace.

La seconda ragione è che, per quanto riguarda i ghiacciai (i veri moderatori del clima della Terra) va anche peggio: il Comitato Glaciologico Italiano esprime il ragionato parere che i ghiacciai alpini hanno già perso tutto il manto gelato che era stato accumulato in un inverno-primavera copioso di precipitazioni nevose. Significa che anche prima di arrivare a fine settembre, momento in cui si fanno i conti, la situazione si è addirittura aggravata rispetto agli anni scorsi. Non è solo un problema italiano. I nuovi dati di Arctic Climatic Feedbacks dicono che oltre un miliardo e mezzo di persone soffrirà le conseguenze di fenomeni meteorologici estremi, se le cose procedono in questo modo. Le emissioni di gas-serra si stanno per accrescere esponenzialmente a causa della liberazione delle riserve di carbonio finora conservate nei ghiacci artici. Come a dire che, se non si riesce a mantenere l’Artico freddo, il problema si riverbererà in tutto il mondo. La perdita del ghiaccio artico, dovuta al fatto che il Polo Nord si riscalda a velocità doppia rispetto al resto del pianeta, influenzerà negativamente la gran parte delle attività economiche del mondo ricco, compromettendo in particolare le riserve di acqua. A parte il caldo che percepiamo, insomma, sono i dati scientifici a far apparire ottimistiche le previsioni dell’IPCC di solo un anno fa, quando si sosteneva che il cambiamento climatico sarebbe stato «faster, stronger and sooner», cioè che sarebbe avvenuto più velocemente di quanto gli stessi scienziati avessero già previsto nel 2007.

Di soluzioni si discuterà a Copenaghen a dicembre, ma la prossima settimana sul clima delle Nazioni Unite vede già i climatologi di tutto il mondo indicare la strada della riduzione cospicua e immediata delle emissioni clima alteranti dal 25 al 40% entro il 2020, mentre obiezioni non argomentate da un punto di vista scientifico, ma forti del potere economico, si traducono in una sostanziale perdita di tempo prezioso. Non fare nulla per opporsi al deterioramento climatico ha costi già oggi insostenibili: i danni derivati ammonteranno presto al valore totale di tutto ciò che l’umanità produce in un anno. Quando diventerà conveniente, si dice, e si faranno affari sulla mitigazione del cambiamento climatico, allora il libero mercato sistemerà le cose e si darà inizio alla ristrutturazione ecologica del pianeta. Ma quando? Se le corporation che governano di fatto i Paesi ricchi non si sono ancora fatte convincere dai dati degli scienziati, cosa le convincerà mai? Purtroppo siamo sempre lì: si sostiene che l’economia viene prima dell'ambiente, dimenticando che qualsiasi sistema economico è un sottosistema della biosfera, che è sempre esistita anche senza l'economia, mentre è impossibile che avvenga il contrario. Insomma, se continuerà a fare così caldo non ci sarà nessuna attività produttiva, almeno non su questo pianeta.

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