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Autore Topic: Marco DAMILANO -  (Letto 27387 volte)
Admin
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« il: Luglio 08, 2007, 05:52:16 »

AMORE E POLITICA / IL 'TRIANGOLO NERO'

Io, Daniela e Gianfranco
di Marco Damilano

Le nozze. Il tradimento.

L'emarginazione all'interno del Msi e di Alleanza nazionale.
Parla il primo marito della signora Fini


Colloquio con Sergio Mariani 

La vicenda tra me, Gianfranco e Daniela dovrebbe avere lui il coraggio di raccontarla. Io ho sempre avuto la dignità di viverla... Dieci giorni fa la separazione tra Gianfranco Fini e la moglie Daniela Di Sotto. Un passo politico, annunciato con un comunicato, l'ennesimo strappo del leader di An dal suo passato. E dal passato oggi riemerge il terzo lato del 'triangolo nero': Sergio Mariani, il primo marito di Daniela, all'epoca grande amico di Gianfranco. Protagonista di un episodio oscuro: il 10 marzo 1980 si sparò all'addome mentre Daniela stava andando dall'avvocato per ufficializzare la separazione e la sua relazione con Gianfranco. Da allora Mariani non ha mai parlato: rompe per la prima volta un silenzio lungo decenni perché, spiega, "mi ritrovo a vivere impotente uno scenario molto simile a quello di allora per colpa della protervia altrui". In questi anni Mariani, coinvolto in numerose vicende giudiziarie, è stato dirigente di An, è membro dell'Assemblea nazionale del partito e non ha mai smesso di frequentare Fini. Nel 2006 i rapporti si sono interrotti: "Fini sta rovinando la vita dei miei figli, delle persone che amo, di quelli con cui ho lavorato. So quanto mi può costare quello che dico, ma non ci sto. Non uscirò mai con i miei piedi dal partito".

Quando ha conosciuto i due Fini?

"Daniela l'ho vista nella sezione Msi del Quadraro, a Roma, dove c'era una forte presenza dei rossi. Una ragazza molto determinata, in realtà esprimeva una grande femminilità. Era, come si dice, da bosco e da riviera. Gianfranco l'ho incontrato nel '73 nella sede del Fronte della gioventù di via Sommacampagna. Vestiva in trench o con un cappotto di pelle nera. Frequentava la corporazione studentesca di cui era responsabile Maurizio Gasparri. Aveva una penna brillante, fiorivano i giornaletti, servivano persone che sapessero scrivere".

Lei era invece un uomo d'azione, diciamo così. La chiamavano Folgorino...

"Avevo partecipato al XXIX corso della Folgore ed ero molto rapido. Ma il mio vero soprannome era il Legionario, sono stato nella Legione straniera. A Roma sono arrivato nel 1972, dopo un mandato di cattura: a Milano avevo picchiato un ragazzo, gli avevo fatto parecchio male. Il Msi era monolitico, stretto attorno a Giorgio Almirante. Una volta le sue segretarie, le sorelle Ornella e Gila, ex combattenti della Rsi, mi chiesero davanti a lui: 'Se ti desse uno schiaffo, tu che faresti?'. E io: 'Glielo ridarei'. Almirante sorrise: capiva il carattere delle persone".

Chi c'era allora nel Fronte della gioventù?

"Tutti gli attuali dirigenti di An. Ero a fianco di Teodoro Buontempo, con lui nel '72 aprimmo la sede di via Sommacampagna 29, ho la residenza ancora lì, mai cambiata. Il partito per me è una comunità. Del fascismo mi piaceva il nome: le individualità unite per un obiettivo comune".

E Fini? Che ruolo aveva?

"Fini era emarginato, distaccato. E poi raccontava cose false: che proveniva dalla Giovane Italia di Bologna, che abitava in piazza di Torre Argentina e invece stava a Monteverde, che era figlio di un alto dirigente di una multinazionale del petrolio. Alcuni di noi sospettarono che fosse un infiltrato della polizia. Una sera decidono di dargli una lezione, bastonarlo. Salgo anch'io in macchina. Lui si accorge del pedinamento, scappa, si infila in un palazzo. Io lo seguo da solo, entro, scendo giù. Trovo Gianfranco rannicchiato in un sottoscala. Mi prende le gambe e mi dice: 'Sergio, che colpa ne ho se non ho il vostro coraggio?'. Mi sembrò un atto di sincerità. Ho visto il Fini sempre ingessato che si apriva. Diventammo amici".

Vi vedevate anche con Daniela?

"Mi sono sposato con lei nel 1976. Una volta andammo in tre a vedere 'Apocalypse Now' e Gianfranco e Daniela applaudirono la scena della cavalcata delle valchirie e degli elicotteri. Nella scena successiva, quando la vietnamita fa saltare in aria gli americani, in sala esplose un applauso contro di noi. Si accesero le luci, alcuni poliziotti ci protessero, ci allontanammo di corsa, mestamente".

In quegli anni Fini si dichiarava fascista?

"Fini non è mai stato fascista. Allora diceva di essere mussoliniano. Ma lui non è né fascista né mussoliniano. È una persona che ha un profondo culto della personalità: la propria. È il suo limite. Un uomo che non è all'altezza della libertà degli altri".

Mariani, lei è stato più volte condannato per atti di violenza. Mentre Fini oggi è uno statista. Non le pare di esagerare?

"Sì, è vero, ho praticato, anzi, ho vissuto la violenza. Il mio avversario era il nemico, quello dello slogan 'Uccidere un fascista non è reato'. Avevo accettato le regole del gioco. Dopo ho capito che erano condotte da organismi superiori, il sistema, ma nel 1974-75 si alza il livello dello scontro con la sinistra: dai cazzotti si passa ai bastoni - io usavo il manico di piccone, segato nell'ultima parte perché si spaccava con i colpi - poi le spranghe, i coltelli e infine le armi. Ci segnò la morte di Mario Zicchieri, 'Cremino', ucciso barbaramente a sedici anni. Il giorno prima aveva comprato un disco di Lucio Battisti, Daniela glielo aveva chiesto in prestito. Si era creata una organizzazione interna, il Msi per la lotta popolare, per condizionare il partito in una difesa più convinta dei suoi ragazzi e accettare la logica dello scontro. La maggioranza dei giovani aderì, anche Fini firmò il loro manifesto".

Fini estremista? Impossibile.

"Lo spinse il desiderio di essere accettato. Lo stesso che lo porta a proporre il Corano nelle scuole. La verità è che non è mai stato considerato da quelle frange, esattamente come oggi non lo accettano fino in fondo alcuni settori economici, finanziari, religiosi. Si dice che Fini sia una persona fortunata, ma in realtà è un utilizzatore del gratta-e-vinci della politica. Non si può non avere un progetto. Non si può passare da un estremo all'altro, con indifferenza. Quando a Fiuggi nacque An, volle spegnere la luce come simbolo del nuovo corso: l'ultimo dei messaggi che avremmo dovuto dare. Per lui, invece, si trattava di allontanare ogni cosa che avesse fatto parte del suo passato".

Quando seppe che Fini aveva una relazione con sua moglie Daniela?

"La loro conoscenza si approfondì in una visita alla tomba del Duce con un pullman di camerati romani nel 1979. Vivevamo insieme sotto lo stesso tetto, ma Daniela e Gianfranco avevano cominciato una relazione clandestina nella casa di una dipendente del 'Secolo', collega di Daniela. Venni a sapere qualcosa, chiesi spiegazioni e lei mi rispose: non è vero, te lo giuro sul nostro bambino morto. Ebbi uno scontro fisico con chi mi aveva raccontato quella cosa e aveva messo in dubbio la parola della mia donna. Io ho creduto a Daniela, in ogni caso".

Cosa successe il giorno della sparatoria?

"Non ricordo. È una rimozione. La vicenda si è svolta come tutti e tre sappiamo bene. Se sono arrivato a spararmi è perché Fini ha inciso pesantemente. Mi aveva portato di fronte al fatto di essere responsabile del fallimento del mio matrimonio. La colpevolizzazione mi ha messo in un profondo stato depressivo rispetto al quale non avevo possibilità di ritorno né di perdono di me stesso".

Prova rancore, odio nei loro confronti?

"Se Daniela quando eravamo ancora sposati si è innamorata di Fini non ha nessuna colpa, il sentimento non si può gestire. Il problema non sta nel tradimento dell'amore, ma nell'errore di Fini: il tradimento dell'amicizia, di un vincolo di comunità. Ma Fini ha già il potere e lo esercita. Chi si mette di traverso viene esautorato dagli incarichi politici. Il dopo fu ancora più imbarazzante: restai nel partito, non volevo andarmene per responsabilità che non avevo. Mi chiesero di trasferirmi al Nord, Fini non vedeva l'ora di allontanarmi da Roma. Almirante lo bloccò: 'Mariani non si muove '".

Lo ha mai affrontato?

"Sono cose che deve raccontare Fini. Il personaggio pubblico è lui. Oggi sono rabbioso per l'ingiustizia che sto subendo. Alcuni colonnelli sono affascinati dalla capacità di Fini di raggiungere gli obiettivi, forse sperano di vincere sulla ruota della fortuna. Sono l'unico dirigente dell'epoca che non è diventato parlamentare".

A causa delle condanne per violenza?

"No: era stato rotto un braccio a un ragazzo di Sommacampagna, corsi al liceo Plinio e picchiai il responsabile, fui preso dai carabinieri. Alemanno stava da quelle parti, fu arrestato anche lui e quando arrivai in caserma era legato con le manette al termosifone e lo stavano picchiando selvaggiamente. Poi è diventato ministro. Ai dirigenti di An chiedo: oggi tocca a me, quando toccherà a voi, per quello che rappresentiamo? Io pago per lesa maestà, per aver offeso questo imperatore che brilla di luce propria".

Perché esce allo scoperto?

"Sono di fronte al fallimento delle mie attività, senza colpa. Lavoro come intermediatore editoriale, per assicurarmi al minor costo possibile la stampa di manifesti, volantini, altre attività, per conto del partito. An mi deve 750 mila euro per quanto riguarda la Federazione romana, per le campagne elettorali provinciali del 2003 e europee 2004, più 90 mila per la campagna europea di Adolfo Urso. Ho attaccato un manifesto in cui denunciavo tutto. Ho sperato che Fini facesse qualcosa. Con lui ho continuato ad avere rapporti corretti fino all'estate 2006, quando vengono da me i carabinieri che indagano su Marco Buttarelli, segretario amministrativo di An di Roma. Buttarelli mi aveva dato il 10 per cento di quanto mi deve An: 70 mila euro, senza Iva, e non 84 mila che sarebbero state regolarmente fatturate da una delle società beneficiarie ed esecutrici del lavoro. La mia colpa è che non dico ai carabinieri a chi li ho dati. Faccio sapere a Fini che ho agito in modo corretto. Da questo momento si interrompe ogni rapporto".

Perché non li ha denunciati?

"I panni sporchi si lavano in famiglia. Di recente li ho citati in giudizio. Questi soldi mi sono dovuti non solo perché ho eseguito il lavoro, ma perché esisto. Dichiarerò ai quattro venti cosa è diventata An, quali ricatti governino il vivere sociale di un partito assolutamente non democratico. Non do la responsabilità solo a Fini. All'indomani del manifesto vengo chiamato da Donato La Morte, che mi chiede di mettere a posto la vicenda. Mi dicono che se ne occuperà l'avvocato Bongiorno. Giulia Bongiorno è persona spiritosa, cambiale in scadenza al partito: una che diventa deputata, ma non prende la tessera quasi che la nostra sia la storia di un branco di imbecilli. Ma la transazione è una colossale presa in giro".

La Bongiorno è il legale di Fini e signora nella separazione. Perché si lasciano oggi?

"La separazione è una tappa nel percorso di onnipotenza di quest'uomo. Lui l'aveva già lasciata negli anni Ottanta, ma Daniela non lo accetta. Se questo oggi avviene è per altri motivi. Chi ne deve trarre lezione sono gli altri dirigenti di partito: il fatto è di uno squallore terrificante, una violenza che questa donna sta subendo, con una vicenda giudiziaria ridicola che vede coinvolta Daniela, il fratello di Fini, la cognata di Fini, il segretario di Fini Checchino Proietti. Cosa farà ora Fini? Andrà all'anagrafe a cancellare il cognome del fratello? Licenzierà Checchino?".

Con Daniela oggi che rapporti ha?

"Due anni fa in un'intervista ha raccontato che ordinai una spedizione punitiva contro Fini. Ma ero in coma, non potevo ordinare nulla. Mi amareggia l'ignavia di un partito che non difende un suo dirigente dalle accuse perché provengono dalla donna del capo. Daniela ha anche rivelato la nascita del nostro figlio che ha vissuto dieci minuti in incubatrice. Non è così: purtroppo il bambino nacque morto. Ma non ho nessun odio nei suoi confronti. Vorrei solo che Daniela fosse più se stessa, che interpretasse una politica con lo stile che lei definiva borgataro e che non è denigrante: è un modo schietto di vivere".

Che cosa si aspetta ora da Fini?

"Si vuole dimostrare che talmente insignificante è il mio ragliare che il problema è solo avere la pazienza che io muoia. Io muoio, ma il mio ragliare lo farò pesare come il rullo di mille tamburi. Non sono una persona che capitola di fronte alla forza. Sono uno che combatte fino alla morte, e anche dopo. A questa violenza, questa sì non so dove Fini l'abbia imparata, io reagisco con la violenza che sapevo esprimere. Una volta si diceva: allo sfidante la scelta delle armi. Io non le ho scelte, le accetto. Quali che esse siano".

da espressonline
« Ultima modifica: Novembre 10, 2008, 06:39:54 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Luglio 09, 2007, 12:00:35 »

8/7/2007 (8:23) - RETROSCENA

Campidoglio, la tentazione di Gianfranco
 
Il leader di An medita il ritorno dopo la sfida (persa) che lo lanciò
FEDERICO GEREMICCA


ROMA
Magari se ne parlerà davvero tra quattro anni, e allora siamo qui a discettare sul nulla, a costruire - cioè - scenari che non reggono e a ipotizzare una «battaglia per Roma» che per quell’epoca avrà cambiato protagonisti, tattica e possibile epilogo. Che però intorno al nulla abbiano già cominciato a tirar di sciabola leader del calibro di Veltroni e Fini (mentre si posizionano figure di peso come Gentiloni, Alemanno, Baccini e Gasbarra) è cosa che non quadra: e che fa venire il dubbio che la partita per la successione a Walter Veltroni al Campidoglio finirà per essere giocata, come i più ipotizzano, assai prima del 2011 (scadenza naturale del mandato di Veltroni, però ormai candidato alla guida del Pd e della coalizione che sfiderà il centrodestra alle prossime elezioni politiche).

In realtà, tutta la faccenda sarebbe rimasta lì - ovviamente in secondo piano rispetto alle solite emergenze della politica - se il coperchio dalla pentola già evidentemente in ebollizione non fosse stato sollevato proprio da uno che a Roma e alla corsa al Campidoglio deve gran parte di quello che è stato definito il suo sdoganamento: e cioè, Gianfranco Fini. «Quando fu rieletto al Campidoglio - ha ricordato un paio di giorni fa il leader di An - Veltroni disse che non avrebbe mai fatto il sindaco part-time perchè cosciente che amministrare Roma è un impegno totalizzante: il 14 ottobre diventa segretario del Partito democratico e candidato alla premiership, e mi auguro tenga fede all’impegno preso con i cittadini romani». Una puntualizzazione di ordine generale, di metodo, si potrebbe dire: se non fosse che il Secolo d’Italia ieri ha sistemato in prima pagina una bella foto del leader sopra il titolo «Roma, già al via le grandi manovre per il dopo-Walter». Con l’aggiunta: «E a destra c’è chi tifa Fini». Un po’ troppo, magari, per un appuntamento politico-elettorale al quale mancano, ufficialmente, quattro anni... Il fatto è che per Gianfranco Fini il Campidoglio è, allo stesso tempo, un ricordo dolcissimo ed una ferita ancora aperta. È una vicenda vecchia, ormai, certo, risalendo al freddo inverno del 1993: quando, avendo deciso di sfidare Francesco Rutelli nella prima campagna con elezione diretta del sindaco, incassò anzitutto lo sdoganamento da parte di Berlusconi («Se fossi un cittadino romano voterei per Fini») e poi quello degli elettori, visto che raggiunse al ballottaggio l’inimmaginabile tetto del 46,9%. Che a Movimento sociale italiano all’epoca ancora vivo e vegeto, è percentuale sulla quale non avrebbe scommesso nessuno.

E tutto questo, per altro, quattordici anni fa: con An non ancora nata e avendo per avversario un competitor abile come Rutelli. È evidente che oggi, a profilo democratico definitivamente acquisito e con di fronte uno sfidante che certo non avrebbe la caratura nè di Veltroni nè di Rutelli, appunto, le chance di vittoria sarebbero assai maggiori. E la tentazione infatti cresce... Ed il fatto è anche che, al di là dei bei ricordi, Gianfranco Fini sembra essere - anche sul piano strettamente personale - in una fase di grandi rivolgimenti e di possibili svolte. Abbandonato, dopo mesi e mesi di velenose polemiche, da uno dei più fedeli compagni di viaggio (Francesco Storace), separatosi dopo 25 anni dalla moglie Daniela e incerto se stare ancora lì ad aspettare che Berlusconi gli lasci la leadership del centrodestra oppure tentare un’altra via, Fini riflette da settimane intorno all’opportunità di ritentare il lancio dalla postazione che, in Italia come in Europa, è diventata ormai il miglior trampolino per tentare di conquistare la premiership. Non è soltanto la vicenda di Rutelli e Veltroni a ingolosire e tentare il leader di An: è anche la constatazione che nel gioco di società sull’ipotetico dopo-Berlusconi, molti puntano su proprio su personalità provenienti da esperienze istituzionali in Comuni e Regioni (due esempi per tutti: Roberto Formigoni e Letizia Moratti). E’ sufficiente, tutto questo, per dire che sarà appunto Gianfranco Fini il candidato del centrodestra nella prossima corsa al Campidoglio? Certamente no. Ma altrettanto certamente ce ne è quanto basta per sostenere che la tentazione è forte, e che se alla fine dovesse prevalere su ogni prudenza, la via per ottenere la nomination sarebbe naturalmente spianata: «Tornerebbe l’entusiasmo, sarebbe una scelta significativa per la città e tutta la classe dirigente sarebbe onorata di un impegno in prima persona del leader nazionale del partito», spiegava ieri al Secolo d’Italia Marco Marsilio, capogruppo di An in Campidoglio.

E lo stesso quotidiano del partito - per riverniciare una scelta che saprebbe comunque molto di passato - cita lo slogan con il quale i sondaggisti spiegano il crescente successo di Fini in ogni sondaggio: «È il nuovo che viene da lontano». Effettivamente, l’esser sceso in pista per il Campidoglio già 14 anni fa (e se si votasse nel 2011 gli anni diventerebbero 18!) non è il migliore dei viatici. Eppure non sarebbe questo - stando ad un suo ex amico ora diventato nemico - l’handicap maggiore per Fini. Dice infatti Francesco Storace, legittimamente spruzzando veleno qua e là: «Fini non è certo un uomo nuovo, come del resto non lo è Veltroni dall’altra parte. Ma il suo problema maggiore non sarebbe quello di sembrare una minestra riscaldata, quanto piuttosto il fatto che nel voto a Roma pagherebbe le scelte politiche sbagliate degli ultimi anni». «A Roma - annota Storace - non si vince senza i voti di Santa Romana Chiesa: e Gianfranco, con le sue uscite sulla procreazione assistita, sul Corano nelle scuole e sull’apertura agli immigrati, certo non è il massimo di garanzia per il Vaticano...». Sarà. Ma poichè in politica come nella vita spesso il problema è quello dell’alternativa, non è affatto detto che Fini preferisca star lì ad attendere l’eredità di Berlusconi (sono già 13 anni che gli fa da secondo, e potrebbe bastare) piuttosto che guidare le sue truppe alla «guerra di Roma». Questo, insomma, racconta chi gli è vicino. Per sapere come finirà, non resta che aspettare. E non quattro anni, naturalmente. Meno. Forse addirittura molto meno...

da lastampa.it
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« Risposta #2 il: Novembre 02, 2007, 11:08:38 »

Il pittore e il divo

di Marco Damilano

Complimenti. Suggerimenti politici. Attestati d'affetto.

Dalle carte dell'archivio segreto di Andreotti, le lettere di Guttuso al potente dc.


Caro Presidente, carissimo Giulio...

Stimava il politico, stravedeva per la persona. Andava in estasi alla lettura dei suoi libri: "Si è conquistati dalla prosa, dall'ironia che affiora qui e là con discrezione. Se cominciassi a dirti delle tante illuminazioni avute sui fatti che ho vissuto, o delle parti che più mi hanno attratto o divertito non la finirei più. Mi sei stato sempre davanti agli occhi. Leggendoti, sentivo la tua voce...". E si infuriava se qualcuno osava criticare l'amico, al punto di fremere di rabbia per un editoriale di Sandro Viola su 'Repubblica' ('La politica di Giulio d'Arabia', 3 aprile 1986) sui rapporti tra il ministro degli Esteri italiano e Gheddafi: "Voglio esprimerti la mia solidarietà e il mio affetto, specie dopo quest'ultimo recente attacco di Viola, ignobile e vile. Io già da un po' di tempo non ho più voluto scrivere su 'Repubblica' per l'ambiguità sempre maggiore di quel giornale. Se ho qualcosa da dire lo passo all''Unità'. Ieri ho avuto una lunga conversazione con Bufalini, indignato come me, per gli attacchi alla tua persona e alla tua giusta politica. Accetta un abbraccio". Firmato: Renato Guttuso.


Il pittore del Pci e il sette volte presidente del Consiglio, personificazione del potere democristiano. L'intellettuale impegnato e il Cardinale della Repubblica, come lo chiamava Leo Longanesi. Guttuso e Giulio Andreotti. È noto il ruolo avuto dal senatore a vita durante la vicenda della conversione religiosa dell'artista nelle settimane prima della morte, avvenuta a Roma il 18 gennaio 1987: processi, risse sull'eredità, il cardinale Fiorenzo Angelini che celebra la messa di Natale nella casa romana del pittore siciliano nella splendida salita del Grillo e Andreotti sempre lì, sullo sfondo.

Ora è possibile ricostruire il rapporto tra i due personaggi grazie al carteggio conservato in due pesanti faldoni che 'L'espresso' ha potuto consultare: solo un frammento degli oltre 3.500 contenitori che compongono l'Archivio Andreotti
. Per decenni quell'archivio è stato un luogo dell'immaginario: l'Armadio dei misteri, in cui secondo la leggenda hanno trovato posto tutti gli scheletri d'Italia, i segreti, i dossier. Il Sifar, il golpe Borghese, il crack Sindona, il caso Moro, le stragi, la P2, Salvo Lima. Il senatore a vita Giulio AndreottiE poi gli scandali della prima fase della Repubblica, negli anni Cinquanta, Giovanni Battista Giuffrè il 'banchiere di Dio', monsignor Cippico, Fiumicino. Il Vaticano e gli Stati Uniti, gli arabi e gli israeliani, i preti e le spie, le crisi politiche: non c'è stato passaggio che non abbia visto Andreotti protagonista, sulla scena e più spesso nell'ombra a manovrare, trattare, distribuire le carte.

L'Archivio è da poche settimane custodito in un sotterraneo del cinquecentesco palazzo Baldassini in via delle Coppelle, nel cuore di Roma, esattamente a metà strada tra Camera e Senato, sede dell'Istituto storico Luigi Sturzo che raccoglie le memorie dei più importanti leader democristiani: una location che più andreottiana non si potrebbe. È stato il senatore, 89 anni il prossimo 14 gennaio, a donarlo all'istituto e a disporne il trasferimento durante l'estate dalla sede dove si trovava in precedenza, un appartamento in via Borgognona. I faldoni sono conservati in cassaforti semoventi con la scritta G. A. Dentro c'è di tutto: documenti, ritagli, lettere, videocassette, nastri sonori, litografie, foto. Un parco tematico della politica per storici, giornalisti, affidato alla cura della ricercatrice Luciana Devoti: un archivio anomalo, dato che il titolare è in piena attività, solo una settimana fa ha salvato il governo Prodi in una votazione al Senato e continua a rifornire il bunker di nuovi documenti. Da una cartellina spunta perfino, avvolta in una elegante confezione rossa, una tavoletta di cioccolato reperita chissà quando in un albergo di Cap Ferrat, in Costa Azzurra. Il divo Giulio l'ha pure assaggiata, prima di archiviarla: resta l'impronta di un morso. Diventerà una reliquia dell'andreottismo, culto che ha dominato la vita della Prima, della Seconda e di tutte le Repubbliche.

L'uomo delle amicizie inquinate, ma anche il protettore degli intellettuali lontani dalla sua parte. A curiosare tra le carte che raccolgono l'attività di Andreotti sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al cinema negli anni Cinquanta si hanno molte sorprese.
La satira lo raffigurava come un ossessivo censore ("Ha finito di spogliare la corrispondenza?", chiede al segretario in una vignetta dell'epoca. "Bene, allora può togliere il paravento"), ma dall'archivio emerge il volto inedito di un Andreotti santo patrono di Cinecittà. Assediato da richieste di tutti i tipi: il ministro dell'Interno, il potente Mario Scelba, gli chiede di bloccare 'I pompieri di Viggiù', commedia del 1949 di Mario Mattoli, sospettato di infangare i vigili del fuoco e il braccio destro di Alcide De Gasperi, appena trentenne, replica che "l'asserito dileggio dei vigili del fuoco non appare giustificato: trattasi di evidente parodia". Un altro big dello Scudocrociato, il ministro dell'Istruzione Guido Gonella, reclama la mannaia della censura su 'Gioventù perduta' di Pietro Germi: "So della tua sensibilità di nuovo Torquemada, dalla quale siamo in molti ad attenderci presto un largo e attento riesame". Si fa vivo pure De Gasperi, con un foglietto scritto a mano, con matita blu, contro il film 'Persiane chiuse' di Luigi Comencini, sospetto di istigare alla prostituzione. E Andreotti tiene testa al suo principale: "Il film non contiene alcuna scena di sensualità morbosa o eccitante, e ha invece una chiara finalità ammonitrice per le migliaia di ragazze che sono tentate a varcare la soglia della prostituzione organizzata... Al soggetto ha collaborato la Onorevole Tina Merlin, che non credo possa essere accusata di propaganda favorevole alla prostituzione". Protesta anche monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI, sostenitore del dialogo con la cultura laica: non vuole vedere attori in talare sugli schermi cinematografici. E Andreotti, addirittura, si arrabbia: "Per la gravità del rilievo il primo impulso di una certa meraviglia ha ceduto al desiderio di una più accurata indagine... Da 'Roma città aperta', indimenticabile esaltazione di figura di sacerdote, a 'Paisà', che contrappone ai furori della guerra l'oasi serena di un convento francescano, è tutta una serie di film che esaltano la funzione sacerdotale nei suoi aspetti religiosi e umani".

Ancora più sorprendente il rapporto che lega il cattolico Andreotti al comunista Guttuso. Una frequentazione che nasce grazie agli amici di Andreotti nel Pci, Paolo Bufalini, Antonello Trombadori, Tonino Tatò, si rafforza quando nel '76 Guttuso viene eletto senatore del Pci a Bagheria e che negli anni Ottanta diventa assidua. Un'amicizia che per Guttuso sconfina nella devozione, se non nell'adulazione. Con il pittore che spedisce un'acquasantiera "fresca di torchio" per la moglie del ministro, "donna Livia" e un bozzetto di una scena dell'Inferno dantesco con dedica. Oppure tempesta l'amico di biglietti vergati con calligrafia sottile, lodandolo senza pudore: "Carissimo Giulio, voglio esprimerti tutta la mia solidarietà, amicizia, ammirazione per il tuo comportamento da vero italiano, responsabile e intelligente, in tutta questa faccenda dalle tante facce", scrive il 14 ottobre 1985 durante il caso della nave da crociera Achille Lauro sequestrata dai terroristi palestinesi. Il 23 ottobre torna a farsi vivo: "In questi giorni ti sono stato vicino senza sosta, apprezzando ogni tuo gesto, scritto, discorso. So che fai ciò che è bene per il nostro Paese, per la sua dignità e per il suo sviluppo".

Nell'86 Andreotti deve formare un nuovo governo e Guttuso esulta: "Sono stato felice dell'incarico che ti è stato affidato, anche perché il momento difficile, i giochi di potere, hanno bisogno della tua accortezza e della tua capacità di ottenere risultati. Ho in te la più grande fiducia, oltre all'affetto che sai, e alla stima profonda". Con un desiderio espresso nel post scriptum: "Palpito un poco per gli Esteri. L'ideale sarebbe che tu alla Presidenza accoppiassi anche l'incarico agli Esteri". E quando nel 1984 Andreotti afferma che le due Germanie devono restare divise non fa mancare la sua approvazione: "Ho seguito la penosa canea che è seguita alle tue naturalissime e responsabili dichiarazioni sulla Germania. Sono cose che tutti sanno e che fingono di non sapere quando loro sembra opportuno. Abbiamo con te, finalmente, un Ministro degli Esteri. Purtroppo non abbiamo uno Stato. E il Capo del Governo (Bettino Craxi, ndr)? Glissons". A conferma dell'autentica venerazione che i comunisti di un certo tipo hanno sempre coltivato per Belzebù.

Più sobrio Andreotti. Una committenza (un ritratto di De Gasperi), una serata all'ambasciata di Ungheria sovietica per un'onorificenza attribuita al pittore, qualche telegramma per assicurare la presenza alle mostre fuori d'Italia. Tra il ministro e l'intellettuale che nei congressi del Pci invocava la "lotta ideologica contro il capitalismo" non c'è gara: di fronte al potere allo stato puro anche l'esponente della più raffinata egemonia culturale può apparire un cortigiano. È la storia di una parte della cultura italiana: ma almeno questo non è un mistero, né un segreto.

(01 novembre 2007)
da espresso.repubblica.it
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« Risposta #3 il: Dicembre 03, 2007, 10:24:16 »

Aspettando Luca

di Marco Damilano

Tabacci attivissimo tessitore. Pezzotta ambasciatore verso i cattolici. Di Pietro pronto ad aggregarsi. Così si lavora al nuovo partito. Che nascerà a maggio. Quando Montezemolo scenderà in campo

L'Italia della società civile, che detesta la Casta dei politici ed è desiderosa di rimboccarsi le maniche. L'Italia popolare, lontana anni luce dal populismo targato Silvio Berlusconi. L'Italia reale, da contrapporre al Palazzo che ha perso contatto con la vita delle persone. L'Italia perbene: potrebbe essere questo lo slogan del nuovo polo della politica italiana, l'oggetto misterioso che suscita timori e speranze e prima ancora di essersi materializzato già scompone e ricompone vecchi partiti e nuove alleanze. Con l'obiettivo di arrivare alle due cifre elettorali: dal 10 per cento in su. E diventare il passaggio obbligato in cui si fanno e si disfano i governi.

Per vederlo nascere bisogna aspettare ancora qualche mese: la primavera 2008, per la precisione. In quel periodo sarà ormai chiaro con quale legge elettorale si tornerà a votare: se con il sistema tedesco o con la proporzionale corretta, oppure se la parola passerà ai cittadini con i referendum elettorali. E soprattutto, nel mese di maggio, scadrà il mandato da presidente di Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo, con Emma Marcegaglia in pole position per sostituirlo in viale dell'Astronomia, prima donna ad arrivare alla guida degli industriali italiani. Da allora in poi, per il Signor Ferrari qualunque momento sarà buono per annunciare quello che nei palazzi romani è fin da ora dato per scontato: il suo fragoroso ingresso in politica.

Nell'ultimo fine settimana la possibilità che il presidente di Confindustria si butti nella mischia ha incassato un mezzo apprezzamento da Massimo D'Alema, che in realtà suona come un altolà, e una sprezzante battuta da parte di Marcello Dell'Utri, che però assomiglia molto a un esorcismo. "Montezemolo è una personalità, può dare un contributo, ma non lo vedo come l'uomo della Provvidenza", ha spiegato il ministro degli Esteri. "Se entra in politica farà l'ennesimo partitino dell'1 per cento", lo ha bocciato in tv il senatore, pronto a capeggiare il Partito della libertà accanto all'amico Silvio. Solo un assaggio di quello che potrebbe succedere tra qualche mese.


A luci spente, c'è un terzo personaggio che ha sondato di persona il presidente di Confindustria per capire cosa ci sia di vero dietro la sua voglia di scendere in politica: Walter Veltroni. Tra i due la frequentazione è assidua. L'ultima volta che si sono incontrati in pubblico, alla vigilia delle primarie che hanno incoronato il sindaco di Roma leader del Pd, Montezemolo si è sperticato in lodi: "Vorrei che la Ferrari si comportasse come l'amministrazione del Comune di Roma che ha rispettato gli impegni presi". Nei colloqui privati, però, la sintonia non si è trasformata in appoggio. Anzi, quando Veltroni si è spinto a ipotizzare per Luca i più alti incarichi governativi in caso di vittoria del Pd alle prossime elezioni, il presidente della Fiat ha ringraziato per aver pensato a lui, ma ha ribadito di volersi tenere le mani ben libere.

Mani libere è il filo che unisce tutti i potenziali partner di Montezemolo nell'impresa. Mani libere, giurano in corso Vittorio Emanuele, a due passi da piazza Navona, dove da qualche settimana si è trasferita la fondazione per il Sud con il suo presidente Savino Pezzotta, fondatore di Officina 2007, movimento 'per la buona politica' messo in piedi con Pellegrino Capaldo, esponente di spicco della finanza bianca, ottime entrature in Vaticano e nella Cei. Tra l'ex segretario della Cisl e l'uomo della Confindustria il dialogo è ormai quotidiano, con una perfetta divisione dei compiti: il primo pensa ai laici, il secondo cura i cattolici, uno garantisce l'establishment, l'altro gira le parrocchie dal Nord al Sud e scalda la base popolare. Mani libere, ripete Bruno Tabacci, uno dei motori dell'impresa, uomo di raccordo tra i diversi mondi che dovrebbero partecipare alla nuova formazione. La scorsa settimana l'attivissimo deputato dell'Udc ha incontrato Veltroni in Campidoglio. Per spiegargli che la nascita di un terzo partito tra il Pd e la nuova creatura berlusconiana è una chance che il sindaco di Roma dovrebbe considerare positivamente: l'unico partito in grado di strappare voti al Pdl del Cavaliere e di parlare alla stessa Italia moderata e governativa che ha avuto un brivido quando ha visto Berlusconi montare sul predellino. In più, potrebbe diventare l'unico alleato per Veltroni dopo le elezioni, al posto della sinistra radicale.

Il leader del Pd, però, non è molto convinto. Preferisce inseguire il pieno dei voti per il suo Pd. Teme che il Polo di centro finisca per togliere voti anche al nuovo partito, tanto più che intercetta anche i democristiani già delusi dalla convivenza con gli ex Ds. Per trattenere sotto il loft Marco Follini, che già aveva manifestato il suo disappunto e sembrava in partenza, è stato necessario affidargli l'incarico di responsabile dell'informazione del Pd. In agitazione anche il ministro Giuseppe Fioroni, il capo tribù dei popolari lasciati orfani da Franco Marini. Per non parlare delle aree più interessate al progetto di Pezzotta: dalla comunità di Sant'Egidio di Andrea Riccardi alle Acli a qualche pezzo di Cisl rimasto fedele all'ex segretario.

Nel centrosinistra non sono gli unici interessati all'operazione terzo polo. C'è Italia dei Valori di Antonio Di Pietro pronto ad aggregarsi. Un'adesione che esclude dalla partita Clemente Mastella, nonostante l'amicizia con Diego Della Valle: quasi una beffa per il ministro della Giustizia, l'ago della bilancia nella Seconda Repubblica che rischia di ritrovarsi a spasso nella Terza. Incompatibile con Di Pietro e impresentabile alla testa di un gruppo che vorrebbe proporsi come innovativo.

Ma il vero uragano si sta abbattendo sul disastrato centrodestra. L'epicentro è l'Udc: da un lato c'è Carlo Giovanardi che lo invita a entrare nel nuovo partito berlusconiano, dall'altro la coppia formata da Tabacci e dal boss del partito romano Mario Baccini che vanta tre senatori e dieci deputati e procede spedita verso la costruzione del terzo polo. In mezzo, c'è Pier Ferdinando Casini: di certo il suo partito traballa, è una nave un po' troppo stretta per far salire tutti, se dovesse nascere un terzo polo sarebbe costretto a rimettersi in gioco. Problema comune con Gianfranco Fini: difficile che il leader della destra possa partecipare a un'iniziativa centrista, anche se resta un interlocutore prezioso, specie dopo la rottura con il Cavaliere. Con Montezemolo e con Pezzotta i rapporti non si sono mai interrotti, a tenerli ci pensa Gianni Alemanno. Perfino in Forza Italia qualcosa si muove: il più rapido a uscire allo scoperto è stato Giuseppe Pisanu, da mesi in disgrazia alla corte del Cavaliere. "Nel nuovo partito dobbiamo riuscire a coinvolgere Montezemolo, Pezzotta, Mario Monti, Andrea Riccardi...", ha elencato l'ex ministro. Gli stessi nomi che dovrebbero costruire il polo centrista, guarda caso. Insieme a lui, Ferdinando Adornato, sempre più in rotta con il partito azzurro.

Personaggi in cerca di leader, pronti a imbarcarsi sul vascello terzopolista, se e quando partirà. In questi giorni il cellulare del segretario generale di Confindustria Maurizio Beretta è rovente. Beretta, già molto vicino a Franco Marini nella Dc, un passato tutto Rai, Dc e Fiat, come dire le grandi mamme d'Italia, è l'ambasciatore di Montezemolo con i palazzi romani. Anche se Luca non ne ha bisogno: nessuno lo ricorda, ma nel suo curriculum può vantare una prova d'eccezione: mettere in piedi una corrente nella Dc, come giocare i Mondiali di calcio in Brasile. "Compare Agnelli, scortato da Luca Cordero di Montezemolo che non è un incrociatore", scriveva Fortebraccio nei suoi corsivi sull''Unità'. Era il 1976-77, Luca allora trentenne era il campaign manager di Umberto Agnelli candidato al Senato nella Dc, catapultato dalle colline torinesi al collegio Labaro-Prima Porta, borgata romana alla periferia nord di Roma. Dopo le elezioni, Agnelli sembra destinato a un importante incarico ministeriale, ma il manuale Cencelli lo tiene fuori dal governo. Tocca a Montezemolo organizzare la corrente del Dottore: prima uscita, hotel Hilton di Roma. Gli Hiltoniani, li ribattezzano: ci sono i giovani deputati Gerardo Bianco, Roberto Mazzotta, Angelo Sanza, Mario Segni. Finisce male, però: "Se c'erano dubbi, erano svaniti quando i camerieri portarono i salatissimi conti del pranzo", raccontò uno dei presenti.

Oggi Bianco è coinvolto nel progetto di Pezzotta, Mazzotta è il presidente della Banca Popolare di Milano legatissimo a Tabacci, Segni è il motore dei referendum elettorali firmati anche da Montezemolo e Sanza, deputato di Forza Italia, ha già dichiarato che non seguirà Berlusconi nella nuova impresa. Luca ci può riprovare, con ben altri mezzi. Sempre che sia disposto a scendere in campo. E a pagare il conto.

(03 dicembre 2007)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #4 il: Dicembre 10, 2007, 05:57:24 »

A Nord non passeranno

di Marco Damilano


Il governo istituzionale sarebbe un golpe. E l'intesa Berlusconi-Veltroni una scelta autoritaria.

La Lega alza la posta: "Legge elettorale subito oppure si torni a votare".

Colloquio con Roberto Calderoli


Un governo di larghe intese in caso di caduta di Romano Prodi? «Sarebbe un colpo di Stato». Un accordo Veltroni-Berlusconi? Altro che inciucio: «Passeremmo dal bipolarismo al bi-autoritarismo. Roba che Chávez è un democratico, in confronto ». Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato, capo dell'ala dura della Lega e padre dell'attuale legge elettorale, il Porcellum, racconta le macchinose trattative tra i partiti sulla riforme. E svela la diffidenza di Umberto Bossi nei confronti del Cavaliere: «Niente trattative sottobanco. Altrimenti ci arrabbiamo».

Tedesco, spagnolo, italo-tedesco: sulla legge elettorale è la fiera dei modelli da esportazione. A voi della Lega quale piace di più?
«Preferiamo la legge elettorale spagnola: proporzionale senza premio di maggioranza e senza sbarramento nazionale. Ma il problema è capire cosa farà la maggioranza. Veltroni si è presentato da noi, ha provato a passare dalla Seconda alla Terza Repubblica con il Pd, ma è già stato scaricato. Prima di tutto da una parte del suo partito, poi dal resto dell'Unione. Ora mi sembra che voglia proporre un sistema proporzionale, con l'indicazione del premier e una soglia di sbarramento. È un sistema identico a quello uscito dal patto di Gemonio tra noi e gli altri partiti della Casa delle libertà: perfetto».

L'incontro tra Berlusconi e Veltroni sembrava aver aperto la strada a un accordo tra i due grandi partiti. Cos'è che non vi piace in questo dialogo Pd-Forza Italia?
«Il dialogo torna utile a loro, a noi per ora sta bene. L'importante è che tutto venga fatto alla luce del sole. Niente trattative sottobanco: altrimenti ci arrabbiamo ».

Bossi si è arrabbiato parecchio, infatti: «Di Berlusconi non me ne frega niente», ha specificato. Temete di essere scaricati dal Cavaliere?
«Nessun timore. La nostra forza nelle regioni del Nord, la nostra concentrazione territoriale è fatta apposta per stabilire chi vince e chi perde a livello nazionale. È stato così sia alle elezioni con il maggioritario e il Mattarellum sia alle ultime elezioni. Non temiamo nessun isolamento, sono gli altri che dovrebbero decidere se conviene a loro mettersi contro la Lega. Noi decidiamo chi vince e chi perde. Sarebbe così anche con il sistema che uscirebbe in caso di vittoria dei sì ai referendum elettorali: nelle circoscrizioni del Nord bisogna passare sempre dalla Lega».

Alla vigilia della votazione del Senato sulla legge finanziaria lei spiegò che se il governo Prodi fosse rimasto in piedi per la Casa delle libertà sarebbe stata la fine: cancellata. Oggi al suo posto cosa c'è?
«Sono stato un profeta. Oggi c'è l'idea di fare opposizione al governo Prodi che è l'unica cosa che tiene uniti i vecchi partiti del centrodestra. E poi c'è Berlusconi che ha fondato un nuovo partito. Noi il partito unico che volevamo costruire l'abbiamo messo in piedi anni fa, quando abbiamo unito le leghe regionali e abbiamo fondato il grande partito del Nord. Ora anche Berlusconi ci prova ad andare oltre la sua creatura, auguri. Noi, come ha detto Bossi, restiamo fuori. E restiamo alleati di Berlusconi, questo è chiaro. Se poi lui si vuole chiamare Forza Italia o Partito della libertà o Partito del Popolo faccia pure, sono affari suoi».

Non avete voglia anche voi di mettervi in proprio e cambiare alleanze? Un polo di centro guidato da Luca Cordero di Montezemolo, per esempio, potrebbe interessarvi?
«La Lega è un partito popolano e popolare: quanto di più lontano ci sia dai poteri forti. Montezemolo è il rappresentante di quegli interessi che da sempre puntano a un potere fortemente centralizzato per poterlo controllare meglio. È il personaggio più trasversale in assoluto e dunque il nostro progetto è il più antitetico al loro».

In caso di caduta del governo Prodi, dopo le parole del presidente della Camera Fausto Bertinotti, bisognerebbe tornare subito a votare? Oppure sarebbe meglio un governo istituzionale?
«I governi tecnici sono i governi dei poteri forti. Noi su questo non siamo disposti ad aprire nessuna trattativa».

Non vi andrebbe bene neppure un governo istituzionale guidato dal suo presidente Franco Marini per fare le riforme che stanno a cuore alla Lega: la devolution, il Senato federale?
«Guardi, governi tecnici, governi istituzionali, larghe intese, unità nazionali, grandi coalizioni, quelle robe lì sono sempre la stessa cosa. Una grande coalizione poteva andare bene forse un anno e mezzo fa, subito dopo le elezioni, come aveva proposto Berlusconi. Adesso sarebbe un colpo di Stato».

Proseguire con questa legislatura è un golpe?
«Qualunque cosa diversa dal governo Prodi che non porti immediatamente alle elezioni è un colpo di Stato. È un effetto di questa legge elettorale, in cui c'è scritto che ciascuna coalizione deve presentarsi con l'indicazione di un candidato premier e su quella base, in caso di vittoria, prende un premio di maggioranza: alla Camera serve a raggiungere i 340 deputati. Ci sono parlamentari che siedono in Senato o a Montecitorio e hanno preso meno voti di quelli che stanno fuori e lo possono fare perché si sono candidati con Prodi a capo della coalizione che ha vinto le elezioni. Senza Prodi il Parlamento non è più legittimato».

Sul piano giuridico sono parole forti. E sul piano politico?
«Sul piano politico capisco che ci sia l'interesse a fare un governo di grande coalizione. Nell'attuale maggioranza il progetto di Veltroni è imbrigliato dai piccoli partiti, ma anche nella Cdl Berlusconi ha i suoi problemi con gli alleati. In un governo con tutti dentro il potere di ricatto dei piccoli viene meno e i partiti più grossi, il Pd e il partito di Berlusconi, potrebbero accordarsi per scrivere insieme finalmente la legge elettorale che più fa loro comodo».

Viene da chiedersi: perché non dovrebbero farlo?
«Sarebbe un colpo di Stato».

È questa la vostra paura: un patto Veltroni- Berlusconi che tagli fuori tutti?
«Con la legge attuale siamo in un sistema di bipolarismo, imperfetto quanto si vuole ma funzionante. Con i referendum passeremmo al bipartitismo, e non ci piace. Ma con un governo Veltroni- Berlusconi rischiamo il bi-autoritarismo. Roba che Chávez è un democratico, in confronto».

I due leader hanno la forza di dare vita a un'operazione del genere?
«Se devo giudicare da quello che vedo al Senato direi di no. Alla prima riunione della commissione dopo le consultazioni della scorsa settimana, Veltroni è stato preso a schiaffi dalla maggioranza. Una situazione kafkiana».

Il leader del Pd insieme alla legge elettorale vuole inserire nel pacchetto delle riforme anche la riduzione del numero dei parlamentari, i poteri del premier, il Senato federale. Siete d'accordo?
«Se ci mette dentro tutta questa roba il pacchetto diventa un pacco e noi non ci stiamo. C'è un problema di calendario: a metà gennaio la Corte costituzionale è chiamata a dare il via ai referendum. Il governo deve convocare la data della consultazione per legge tra il 15 aprile e il 15 giugno. A quel punto saremo già in campagna elettorale: c'è appena il tempo per il Senato e per la Camera di discutere sulla legge elettorale per evitare il referendum, tempo per fare altre cose non esiste».

Dunque, subito una nuova legge elettorale o meglio tornare a votare: la stessa posizione di Berlusconi. La Lega è già in campagna elettorale: nei piccoli comuni del Nord i sindaci leghisti hanno aperto la caccia all'immigrato...
«Non è vero. Lo Stato non riesce a rispondere ai problemi di sicurezza dei cittadini. I nostri sindaci e quelli di altri partiti dicono a chi non ha risorse: non venite qui. Bisogna cercare strade nuove».

Come quella indicata dal consigliere leghista di Treviso Giorgio Bettio: applicare la rappresaglia delle SS, punirne dieci immigrati per ogni torto subito da un italiano?
«Sciocchezze. E poi, come si sa, preferisco la legge del taglione ».
 
(06 dicembre 2007)
da espresso.repubblica.it
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« Risposta #5 il: Dicembre 31, 2007, 04:57:37 »

Riscossa in busta paga

di Marco Damilano

Rivedere il modello contrattuale. Riportare la scadenza a tre anni. Diminuire la pressione fiscale.

Il ministro spiega i progetti per il 2008.

Colloquio con Cesare Damiano 


Salari da alzare. Contratti da rivedere. E poi l'emergenza sicurezza nei cantieri. Il protocollo sul Welfare è stato appena approvato dal Parlamento ("Un accordo per niente scontato: durante la trattativa ci sono stati momenti drammatici, più volte ho temuto una rottura irreparabile. Con ostinazione si è raggiunto uno degli atti più significativi di questo governo") e il ministro del Lavoro Cesare Damiano già sfoglia l'agenda 2008 del governo Prodi, centrata su lavoro e stipendi, un pacchetto in grado di accontentare l'ala sinistra della maggioranza. Il ministro sfoggia ottimismo: "Rifondazione sa benissimo che stiamo applicando il programma, l'accordo è possibile. Sempre che non ci siano bandierine da innalzare".

Per gli italiani la notizia più importante del 2007 è il rogo della Thyssen Krupp. Le morti bianche sono una sconfitta anche per lei?
"La sicurezza nei luoghi di lavoro evidenzia una grande contraddizione. Il governo ha agito contro il lavoro nero e la precarietà. Abbiamo completato una legislazione d'avanguardia, con la legge 626 del '94 e la 123 del 2007. C'è l'assunzione di nuovi ispettori, nuove norme di coordinamento, le Asl che hanno il compito di controllare i luoghi di lavoro prevedono di passare nel 2008 da 70mila a 250mila ispezioni. E tuttavia la strage degli innocenti continua".

Di chi è la responsabilità? Delle imprese?
"Le leggi ci sono, sono buone, la responsabilità è di chi non le applica. Finché concepiremo la sicurezza come un costo e non come un investimento non andremo da nessuna parte. Abbiamo trovato una situazione pesante. Nell'edilizia, di cui il mio ministero ha competenza esclusiva, il 57 per cento delle aziende ispezionate risulta irregolare. In quattordici mesi, grazie alla norma che ci permette di chiudere aziende con più del 20 per cento dei lavoratori in nero, ne abbiamo chiuse più di 2800. Di queste, il 40 per cento ha riaperto regolarizzando tutti. Il resto sono aziende fittizie, malavitose , che abbinano l'attività dell'edilizia al caporalato e al riciclaggio. Sono dati agghiaccianti, la segnalazione di una devianza. Da quanto emerge dalle indagini della magistratura sulla Thyssen Krupp, è una devianza che si estende anche alle multinazionali: in Germania certe cose non si possono fare, in Italia un po' di più. Anche il controllo sindacale è indebolito dal ricatto occupazionale. Serve un riscatto di tutti".

Lei non ha voce in capitolo?
"Io avanzo una proposta forte: cambiare la normativa voluta dal centrodestra e da Tremonti secondo cui i maggiori incassi dell'Inail vanno alla contabilità generale e restituire una quota importante di queste risorse ai lavoratori sotto forma di indennizzi per gli infortuni e per le malattie professionali e alle imprese come incentivo a fronte della certificazione di un'accresciuta sicurezza".

L'emergenza di inizio anno è la questione salariale, segnalata da Mario Draghi e dalla Cgil. Cosa può fare il governo Prodi?
"Prima di tutto, va rivisto il modello contrattuale. Le parti sociali ne hanno già cominciato a discutere, il governo dovrà essere coinvolto rapidamente. Non faremo gli ufficiali pagatori delle decisioni altrui. La nostra proposta è riportare le scadenze contrattuali da quattro a tre anni, con una scadenza unificata in cui si rinnovano insieme normative e retribuzioni. Rivedere le clausole di moratoria: anziché tre mesi di anticipo, sei, nove mesi, un anno di anticipo per dare alle parti il tempo di discutere, verificare, farsi il contropelo. Adesso abbiamo contratti rinnovati anche due anni dopo la loro scadenza, deve diventare un fatto eccezionale".

Basterà ad alzare gli stipendi più bassi d'Europa?
"Per alzare le retribuzioni dobbiamo rinnovare i contratti avvicinando il più possibile l'inflazione programmata all'inflazione reale. E poi dilatare, potenziare, incentivare la contrattazione decentrata. Il protocollo sul welfare prevede 500 milioni di euro nel triennio 2008-2010 che consentono di farlo. I lavoratori avranno per la prima volta un salario di produttività pensionabile: un vantaggio importante per i giovani che entrano in fabbrica e che hanno il salario di produttività. Infine, agire sul fisco: si può diminuire la pressione fiscale sul lavoro dipendente, il governo nella Finanziaria ha già deciso di utilizzare nel 2008 la quota del surplus fiscale in questa direzione".

La questione salariale si intreccia con la questione operaia: l'anno si aprirà con lo sciopero dei metalmeccanici. Il ministro di Rifondazione Paolo Ferrero ha detto che i lavoratori dovrebbero fare come i camionisti, bloccare il paese. Condivide?
"Faccio il ministro, non indico scioperi e non partecipo a manifestazioni. Sono poco propenso alla propaganda...".

Però il problema dell'invisibilità dei lavoratori è reale...
"Certamente: dura da 25 anni, dalla sconfitta mondiale e locale del 1980, i controllori di volo con Reagan, i minatori con la Thatcher, i 35 giorni della Fiat conclusi con una sconfitta che portò a un ribaltamento dei rapporti di forza, anche per errori sindacali. Da lì è partito il neoliberismo che ha ridotto i diritti dei lavoratori ad appendice del successo delle imprese. Ho sempre cercato di combattere questa invisibilità: ho chiesto un canale Rai sul mondo del lavoro, senza risultati per ora, siamo entrati in contatto con il mondo della cultura e della fiction con il premio Cipputi per film, come quello di Francesca Comencini, che dimostrano un'attenzione al paese reale. E come governo abbiamo guardato agli anelli deboli della catena: gli anziani pensionati, di reddito basso, i giovani del lavoro discontinuo, le donne".

Troppo poco, anche secondo una parte del governo. Per Rifondazione il programma è stato disatteso: dovevate cancellare la legge 30 sul lavoro e invece è ancora lì. Dovevate combattere la precarietà e invece è aumentata. Tutte critiche che la chiamano in causa in prima persona.
"Il mio ministero è, forse, l'oscuro oggetto del desiderio. Ma è anche il ministero che sta applicando il programma di governo in modo graduale e preciso. La sinistra ha l'esigenza di piantare le bandiere, però Ferrero sa benissimo che nel programma non si parla di cancellare la legge 30, ma solo le norme più precarizzanti: sullo staff leasing, sul job on call lo abbiamo fatto, abbiamo rivisto efficacemente le normative sui contratti a termine, abbiamo sviluppato le tutele per malattia e maternità per i lavoratori a progetto... Non sono misure episodiche, sono in coerenza con il programma dell'Unione, il disegno riformatore di questo governo. Poi, per carità, io sono un pedemontano: mi si può dire di andare più veloce, ma non che procedo in una direzione sbagliata. La direzione giusta è questa, la sinistra radicale lo sa perfettamente".

A gennaio ci sarà la crisi su questi temi?
"Se non si tratta di occupare territori o di piantare bandierine non ci sono ostacoli per un accordo. Sulla legge 30 siamo già intervenuti, sui salari siamo in condizioni di operare. La crisi, semmai, si può aprire sulla legge elettorale che per i piccoli partiti è una questione di sopravvivenza. È vero, poi diventa difficile spiegarlo al paese. Magari si fa una crisi sulla legge elettorale dicendo che i problemi sono altri".

Lei è anche un esponente del Pd. È soddisfatto di questi primi mesi di vita? O è un partito troppo liquido, anche nel rappresentare il mondo del lavoro?
"La Cgil e il Pci sono stati la scuola culturale, politica e etica della mia vita. Mi hanno insegnato a ricercare il compromesso in senso alto, a essere uomo di frontiera, mai dogmatico. Ma quell'esperienza è svaporata da tempo. Gli anni della seconda Repubblica sono stati quelli del partito leggero, il partito dello staff, il partito di plastica. I Ds, soprattutto con la segreteria di Piero Fassino, hanno cercato di ritrovare un rapporto con il mondo del lavoro, in termini nuovi. Ci siamo impegnati per riconciliare il riformismo di sinistra e il sindacato: nel 2001, al congresso di Pesaro, solo sei dirigenti della Cgil firmarono la mozione di Fassino, tutti gli altri seguirono Cofferati. Se ci fosse stata oggi la stessa situazione di incomunicabilità con il mondo del lavoro, forse il protocollo sul Welfare avrebbe incontrato maggiori difficoltà. È un patrimonio importantissimo, sono sicuro che Veltroni non lo disperderà".

(27 dicembre 2007)

da repubblica.it

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« Risposta #6 il: Gennaio 11, 2008, 07:13:04 »

Ricetta Bersani

di Marco Damilano

Sgravi fiscali ai lavoratori. Taglio delle spese. Riduzione delle accise sulla benzina.

Tassazione delle rendite. Abolizione del massimo scoperto sui conti correnti.

E al Pd il ministro dice...

colloquio con Pierluigi Bersani 


II 2008, spera Pierluigi Bersani, sarà "crucialissimo". Il ministro per lo Sviluppo economico anticipa le mosse del governo Prodi alle prese con la doppia verifica, i sindacati e i partiti della coalizione, e con la recessione in arrivo. In Italia l'anno si è aperto con l'allarme di Banca d'Italia: aumentano le famiglie in difficoltà con il mutuo o con il conto in rosso. "Se guardiamo alla situazione internazionale c'è qualcosa in più di un'ombra: i dati che arrivano dagli Usa segnalano un evidente rallentamento. Noi italiani siamo in questa dimensione mondo e siamo in movimento. Abbiamo recuperato quote di commercio internazionale, abbiamo fatto un'operazione risanamento come abbiamo visto in questi giorni. Ora dobbiamo dimostrare che soffriamo meno degli altri e che anzi possiamo fare un passo avanti. Ma se non pedaliamo la bicicletta che abbiamo allestito casca".

In realtà, rischia di cadere il governo. Sulla legge elettorale, per esempio.
"Riforme e governo sono priorità gemelle. Chiunque pensi in un anno così cruciale di lasciare inevasa la funzione di governo, di cancellare quel poco di certezza che c'è dà un pugno nello stomaco a questo paese".

"Chiunque" è generico. Con chi ce l'ha?
"Con chi pensa che ci possiamo concedere una bella vacanza dalle funzioni di governo. E non ho nessuna pretesa di indispensabilità...".

Parte la verifica con sindacati e partiti. Con quali carte vi presentate?
"Nessuna difficoltà a battezzare l'anno con il titolo che ci viene richiesto: alzare il potere d'acquisto. A patto, però, che non si perda il punto: la crescita, accompagnata da buone politiche redistributive. L'azione di governo deve mirare a una doppia coppia che si chiama innovazione-produttività e redistribuzione-potere d'acquisto e un'altra che si chiama risanamento-spesa pubblica e riforme-liberalizzazioni. Nessuna di queste misure, da sola, avrebbe senso. Con una premessa: la politica economica la fa il governo, con la sua maggioranza in Parlamento. Dentro questa politica c'è una larga fetta per la corresponsabilità delle parti sociali".

La Confindustria lega l'aumento dei salari alla produttività. È una richiesta accettabile?
"Lo dico agli industriali: non cadiamo nell'idea primo-novecentesca che la produttività sia data dallo sforzo muscolare degli operai. Non c'è dubbio che negli ultimi anni le imprese italiane si siano date una mossa: da quest'anno avranno strumenti potentissimi e nuovi, i crediti d'imposta per la ricerca, misure fiscali (Ires, Irap), i programmi di innovazione previsti da Industria 2015, misure sull'efficienza energetica, dall'edilizia alla mobilità sostenibile. Ora le imprese hanno gli strumenti e devono darsi dei target: per esempio sulla ricerca, per avvicinarsi agli obiettivi previsti dalla carta di Lisbona. Se c'è tutto questo, diventa giusto ancorare i nuovi contratti alla produttività del lavoro".

Su questo punto ci sarà battaglia nella maggioranza: Rifondazione si oppone.
"Rifondazione dice che va recuperata la produttività già data. Il tema può essere evaso nella contrattazione".

Il potere d'acquisto varia da regione a regione. Si può prevedere una flessibilità salariale a seconda del territorio?
"Lo sviluppo della contrattazione decentrata è in grado di risolvere questo problema. E da governante e da cittadino dico: attenzione, in un paese così diviso, non si può banalizzare il ruolo della contrattazione nazionale. Va oltre il dato economico, è una questione culturale".

I sindacati chiedono gli sgravi fiscali prima della trimestrale di cassa. Sono alla portata?
"Dobbiamo affidare alla leva fiscale quello che non è determinato dai contratti, meccanismi che redistribuiscano meglio il potere d'acquisto. E fare uno sforzo per ridurre la fiscalità sul lavoro dipendente. Si può partire nei prossimi mesi. Ma se si pretende che siano riforme strutturali e arrivare al pareggio di bilancio dobbiamo darci una prospettiva coerente, ricavare quote di queste risorse dalla riduzione della spesa dell'apparato pubblico. E fin da ora allestire misure sulla pubblica amministrazione che ci portino risorse già dal 2009".

Per esempio?
"Beni e servizi. Possiamo risparmiare miliardi di euro, centralizzando gli acquisti delle amministrazioni già dal 2009: è stato Francesco Giavazzi, non io, a ricordare che in Emilia-Romagna ha funzionato. I meccanismi di turn-over: dobbiamo bloccare il turn-over in modo generalizzato e sbloccarlo parzialmente solo in presenza di piani di riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni. Il rapporto tra governo e enti locali va basato sulle migliori pratiche: il trasferimento delle risorse deve essere dato a quella che si è dimostrata come la migliore pratica. Riguarda la sanità o il numero dei dipendenti per prefettura, e così via. Sono cose che non si improvvisano: predisponiamo ora le misure, senza pescare, come al solito, nel recupero di evasione fiscale, che continuerà, ma non possiamo contare solo su Visco".

E il suo cavallo di battaglia, le liberalizzazioni?
"Dovremmo saltarci dentro con determinazione. In Parlamento si discute l'eliminazione del massimo scoperto dei conti correnti bancari, la riforma della distribuzione della benzina, semplificazioni amministrative di ogni tipo. E poi la riforma delle professioni, i servizi pubblici locali...".

La prima lenzuolata fu approvata con un blitz, per decreto. L'ultimo pacchetto, invece, è fermo in Senato. Colpa della maggioranza?
"La maggioranza ce l'abbiamo, la colpa è dei regolamenti parlamentari che non ti danno gli strumenti per governare. Qualsiasi riforma elettorale a fronte di questo modo di decidere non risolve nulla. È il vero baratro tra politica e società: non puoi stare tre anni a dire agli artigiani che gli togli il massimo scoperto in banca e poi non farlo mai, ci fai la figura di Stanlio e Ollio che salutavano e non partivano mai".

Rifondazione con Ferrero torna alla carica sulla tassazione delle rendite finanziarie. Assisteremo al remake di 'anche i ricchi piangano', come recitava un loro manifesto?
"Salvo poi accorgersi che magari non piangono solo i ricchi... Il problema esiste: io credo che la tassazione sulle rendite si dovrà fare, è una misura razionale. Bisogna solo cogliere l'attimo per farla, con il debito pubblico che abbiamo siamo molto esposti sulla percezione che di queste misure ha il mercato".

Teme che Rifondazione esca dal governo?
"In questo anno e mezzo abbiamo pagato la confusione delle lingue e un incedere contraddittorio. Se abbiamo passato indenni le spallate non è perché siamo grandi navigatori, ma perché siamo arrivati alla Finanziaria con quattro milioni e mezzo di lavoratori che votavano l'accordo, il protocollo firmato dalle parti sociali: era faticoso far saltare tutto. La società vera non ha fatto sponda a chi voleva dare la spallata".

Il 2008 si apre con la rivolta della Lombardia su Malpensa. Perché non riuscite ad avere un rapporto con il Nord?
"Il Nord è una metafora del rapporto con le forze produttive. Quando vengono qui, in camera caritatis, devono riconoscere che gli stiamo dando più degli altri. Ma c'è una remora politica, culturale, ideologica. Ci viene rimproverato di aver caricato nel governo pulsioni radicali. Noi dobbiamo sforzarci di dire che vogliamo aiutare le imprese che ci provano ad affrontare la sfida e che la pubblica amministrazione è al servizio e non al comando di queste imprese. Poi, certo, questi ceti devono prendersi le loro responsabilità. Rifiutare logiche regressive: non è buono solo l'immigrato della tua fabbrica. Il Nord che conosco io deve rifiutare la demagogia: non si può chiedere ad Alitalia di salvare Malpensa, nessuno può fare di Malpensa un hub senza che venga riorganizzato il sistema aeroportuale del Nord. Non si può ragionare in un sistema in cui ogni 50 chilometri c'è un aeroporto: queste cose il Nord deve dirsele, altrimenti faccio fatica a riconoscerlo".

Parliamo del Nord e si pensa alla Campania: i dirigenti del centrosinistra, Bassolino in testa, dovrebbero dimettersi?
"Sono stato anch'io amministratore locale: attenzione ai commissariamenti, la de-responsabilizzazione dei sindaci e dei presidenti di regione li porta inevitabilmente a mettersi dalla parte dei problemi e delle resistenze. Questa è una lezione strutturale della Campania: poi si discuterà degli errori soggettivi e della presenza della criminalità. Non capisco chi reclama dimissioni: dopo si discuterà, adesso bisogna chiedere a chi c'è di esercitare tutta la sua responsabilità per trovare una soluzione".

Nel Pd lei segnala l'assenza di laicità: è una bandiera incustodita?
"Un partito nuovo dovrebbe cominciare dandosi delle regole. Senza arrivare alla parola disciplina che urta, dovremmo darci qualche regola di coerenza associativa che ha anche una bocciofila. Non possiamo confondere Antigone con ciò che afferma la senatrice Paola Binetti. Antigone ci insegna che esiste una legge oltre la legge, un tema nobilissimo ma eccezionale. Chi le leggi le fa deve negoziare tenendo conto della coscienza di tutti. Altrimenti non affonda solo il Pd, si perde il senso dell'autonomia della politica e del suo ruolo".

Non è un allarme da poco...
"Il partito che facciamo è plurale se ognuno porta il vino schietto delle sue convinzioni, Binetti compresa. Ma servono regole per la discussione e la sintesi. Il posto dove discutere non c'è. Siamo nella fase costituente. Un partito non può fare solo politica geometrica, deve essere uno strumento di combattimento. Altrimenti si crea un regresso dei meccanismi di partecipazione, un vuoto d'aria. Attenti a non fare il partito liquido in un'Italia già frammentata, a non assecondare l'anarchismo. Bisogna mettere su un elemento di coesione, che coinvolga gli iscritti e i cittadini elettori".

Bersani, sarà lei l'arma segreta di D'Alema contro Veltroni?
"Cerco di pensare con la mia testa. Quando ci saranno le regole tirerò fuori le sette pagine che ho già scritto, che potrebbero diventare settanta. Ho in testa qualche idea: quando sarà il momento vorrei farla valere nel partito che ho contribuito a fondare".

(10 gennaio 2008)

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« Risposta #7 il: Maggio 12, 2008, 09:52:13 »

Un democratico assedio a Walter

di Marco Damilano


Rivalità tra i leader. Correnti che si riorganizzano. Guerre intestine in periferia. Dopo la sconfitta elettorale, è partita la resa dei conti nel Pd. E Rutelli si prepara a guidare la fronda dei delusi da Veltroni  I veneti hanno già deciso di mettersi in proprio, in largo anticipo sugli altri. A Roma sono sbarcati in ventidue parlamentari eletti nelle liste del Partito democratico: quattordici deputati e otto senatori. Dopo due giorni, fiutata l'aria che tira, l'attivissimo Massimo Calearo ha lanciato l'idea ai colleghi che arrivano dalla stessa regione: "Perché non ci diamo un coordinamento?". E si è impegnato a cercare locali, segreterie e perfino un ufficio stampa. E meno male che nel Pd almeno uno spirito pratico è rimasto.

A Roma, dopo la sconfitta al ballottaggio per il Campidoglio, nel partito di Walter Veltroni è il momento dei veleni. Correnti vecchie e nuove che si organizzano. Rivalità tra leader non più trattenute dalla necessità di restare uniti in vista delle elezioni. Rapporti personali tra i capicorrente arrivati all'incomunicabilità assoluta, tanto per cambiare. Come dimostrano telefonate tipo quella di lunedì 5 maggio. Di prima mattina squilla il cellulare dell'ormai ex ministro dell'Istruzione Beppe Fioroni, l'uomo forte dei popolari. "Te la devi fare finita di attaccarmi tutti i giorni sui giornali", esordisce senza tanti complimenti l'interlocutore: un altro ex ministro, Massimo D'Alema. Fioroni non ci sta, replica a brutto muso: "Massimo, ti ho visto in tv con Lucia Annunziata e non sono d'accordo con te. Se vuoi rifare il Pci anni Settanta che dialoga con il centro di turno, l'Udc, io non ci sto. Non è il mio partito". Clic, comunicazione interrotta.

Ma il Pd, fragile creatura della politica italiana, rischia l'implosione soprattutto in periferia. Dove i gruppi locali si stanno organizzando per contare di più nel partito nazionale. E dove i dirigenti sono impegnati nella resa dei conti: per difendersi, in caso di sconfitta elettorale, o per attaccare il quartier generale, in caso di sconfitta altrui. Guerre intestine, dal Piemonte alla Sicilia. Shogun democratici, signori della guerra feudali che spadroneggiano sul loro territorio e non hanno più nessuna intenzione di fare da portatori d'acqua dei leader nazionali. Nel Sudoku che si è aperto nel partito di Walter Veltroni dopo il voto c'è anche questo: un intreccio tra correnti nazionali e notabilati locali. Una complicata geo-politica che fa sentire i suoi effetti a livello centrale.

Prendiamo una regione chiave come la Toscana. Il 13 aprile si è confermata una cassaforte di voti per il Pd, che da solo ha sfiorato quota cinquanta per cento: 46 per cento alla Camera, 47 al Senato. Numeri spropositati, subito rovesciati sul tavolo nazionale dal segretario regionale Andrea Manciulli: "Si è discusso troppo nei caminetti romani, ora basta. La Toscana vuole pesare". Manciulli, 38 anni, una laurea a Pisa e una specializzazione in storia dell'alimentazione all'École des hautes études en sciences sociales di Parigi, una carriera tutta all'ombra della Quercia, dalla federazione Ds di Valdicornia al vertice regionale, promosso durante la segreteria di Piero Fassino, è uno dei giovani leoni del Pd. Nella mappa correntizia nazionale figura come dalemiano, ma l'etichetta gli va stretta. Difende Veltroni, ma avverte: "La sconfitta nazionale è un campanello d'allarme anche per noi". In vista c'è la battaglia contro il centrodestra per palazzo Vecchio. Tra un anno si vota per il sindaco di Firenze e sono già scintille tra il primo cittadino uscente, il dalemiano Leonardo Domenici, e il presidente della Provincia, il rutelliano Matteo Renzi, classe 1975.

Nell'altra città-simbolo del Pd dove si vota tra un anno, Bologna, è guerra aperta tra il sindaco Sergio Cofferati e i capi del partito emiliano: il presidente della Regione Vasco Errani e il segretario regionale Salvatore Caronna, diessini di origine controllata, area D'Alema-Fassino, con il segretario cittadino Andrea De Maria a fare da mediatore. Uno scontro non solo bolognese: sotto le due torri vanno in scena tutti i dilemmi che dilaniano il loft romano. Proseguire sulla linea dell'andare da soli, come ha fatto Veltroni in campagna elettorale, o tornare alla politica delle alleanze, dall'Udc ai partiti della sinistra radicale, come vorrebbe D'Alema? Cofferati non ha dubbi: ha rotto con Rifondazione da tempo, non ha intenzione di tornare indietro. "Il Pd deve correre da solo. Chiedo di sapere cosa si intende fare entro l'estate". Altrimenti, sottinteso, rifiuterà di scendere in campo per la riconferma. Un ultimatum accolto gelidamente dai capi locali: "Cerca una scusa per non ricandidarsi, ha paura di perdere", malignano. E si affidano al loro nume tutelare, il vero leader del partito emiliano, l'ex ministro Pierluigi Bersani, il più esplicito a Roma nel ripetere che "la vocazione maggioritaria del Pd non può significare autosufficienza". Ovvero, bisogna tornare a parlare con Rifondazione e compagni e pure alla svelta.

Se questo è l'andazzo dove il Pd vince e governa, figuriamoci il resto. C'è la Campania di Antonio Bassolino che sembra i Balcani, con i baroni che partono dalla provincia alla conquista della regione, o di quel che resta: il salernitano Vincenzo De Luca (Ds, area Fassino), il casertano Sandro De Franciscis (ex Margherita, area Rutelli), il beneventano Mario Pepe (ex amico di Ciriaco De Mita, oggi chissà). C'è la Puglia dove il segretario regionale, il sindaco di Bari Michele Emiliano, è uscito malandato dal voto, in vista delle elezioni comunali del 2009, ed è messo sotto accusa dai maggiorenti ex Ds e ex Margherita. C'è la Calabria, dove impazza la guerra per bande. In piena campagna elettorale il segretario regionale Marco Minniti ha tolto la fiducia al presidente Agazio Loiero, annunciando l'imminente scioglimento del consiglio regionale? Il governatore calabro gli ha restituito la cortesia: basta vedere cosa è successo a Vibo Valentia, dove lo stesso giorno il Pd ha perso malamente le politiche e il centrosinistra allargato alle liste personali del governatore ha stravinto le provinciali con il 57 per cento. Quando si dice il controllo del voto.

Il rito della resa dei conti impazza anche in Sicilia, dove le elezioni non finiscono mai: tra un mese nell'isola si torna a votare, per le amministrative. Ma nel Pd sono troppo presi a rinfacciarsi uno addosso all'altro il disastro delle regionali, con il flop di Anna Finocchiaro. La settimana scorsa i vertici del Pd siciliano si sono affrontati in un'accaldata assemblea al Jolly Hotel di Palermo. Base scatenata: "In qualsiasi azienda dopo la débâcle si sarebbero dimessi tutti i dirigenti. Qui non è successo nulla". In prima fila, impietrito, l'ex presidente della commissione antimafia Beppe Lumia, dalemiano. Anche se a dare le carte nel Pd sono sempre gli ex democristiani e cislini Sergio D'Antoni e Luigi Cocilovo, un sodalizio indissolubile che si fa sentire anche nella capitale. Come si è visto al Senato quando si è trattato di indicare un nome per il posto di questore di palazzo Madama, incarico poco conosciuto ma delicato, da cui passano rimborsi, benefit e privilegi dei senatori. A sorpresa è stato eletto l'oscuro Benedetto Adragna, un massiccio agrigentino che segue D'Antoni in tutti i suoi traslochi politici, da Democrazia europea all'Udc, dalla Margherita al Pd. Premio fedeltà.

Una Babele di potentati da far girare la testa a Veltroni e che fotografa la scelta del Pd per i vertici nazionali: per ora non si tocca nulla. Gli assetti, gli equilibri devono restare invariati, fino al congresso del Pd, quando ci sarà. Come si è visto in Parlamento per l'elezione dei capigruppo Soro e Finocchiaro e dei vice-capogruppo, tutti confermati. Una situazione di stallo che mette in ansia veltroniani doc come Enrico Morando, preoccupati che nell'immobilismo a rimetterci sia proprio il carisma del leader. E qualcuno già si offre di mettere in piedi una corrente veltroniana e si candida a guidarla: l'ex sindaco di Bologna Walter Vitali, ad esempio. In pochi gli danno retta però, a partire da Veltroni.

Chi invece si è già mosso per riorganizzare le truppe è Francesco Rutelli. A soli sette giorni dalla sconfitta per il Campidoglio si è presentato al Senato, sorridente e rilassato, come se nulla fosse. La batosta romana ha sciolto definitivamente il patto generazionale con Veltroni, se mai era esistito. Rutelli si rimette in proprio. Riparte dalle mani libere e da una pattuglia di fedelissimi che non ci stanno a farsi stritolare dagli ex Ds o dagli ex popolari: Paolo Gentiloni, Linda Lanzillotta, Roberto Giachetti, Luigi Lusi, Donato Mosella, più i teodem Luigi Bobba e Paola Binetti. Con l'obiettivo di intercettare i delusi e gli esclusi dalla gestione Veltroni. Molti ex popolari guardano con interesse. Anche perché, in vista delle elezioni europee, i rutelliani sono pronti a rilanciare la questione spinosa della collocazione internazionale del Pd. Se Veltroni avesse vinto le elezioni, l'adesione al socialismo europeo sarebbe stata accettata da tutti, magari con qualche mugugno. Ma in queste condizioni, chi se la sente di morire socialdemocratico?

Rutelli no di certo: per ora si tratta di condurre una battaglia all'interno del Pd, proponendosi come il capofila degli anti-veltroniani, poi si vedrà. Intanto a Napoli, la settimana scorsa, un consigliere comunale è uscito dal Pd e ha rifondato il gruppo della Margherita. Rosario Giudice, si chiama, stravede per Rutelli: un anticipatore?

(08 maggio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #8 il: Maggio 28, 2008, 11:18:08 »

Sinistra modello Nichi

di Marco Damilano


Il progetto di Costituente. L'accordo con Fava. Il dialogo con Veltroni. La strategia di Vendola per conquistare la leadership del partito. E rilanciare le alleanze.

Per la sinistra è necessario ripartire dalle periferie, si è detto, e Nichi Vendola dà il buon esempio. Lunedì 19 maggio, per lanciare la candidatura alla segreteria di Rifondazione comunista, il presidente della Puglia ha scelto i tavolini tondi della discoteca romana Alpheus, di fronte al Gazometro, nel quartiere Ostiense prediletto dal regista turco Ferzan Ozpetek. Qui, come fate ignoranti, lo hanno ascoltato al buio per un'ora e 18 minuti l'ex segretario del partito Franco Giordano, l'ex sottosegretario Alfonso Gianni, l'ex vice-ministro degli Esteri Patrizia Sentinelli: i nuovi extraparlamentari.

Al confronto Andrea Alzetta detto Tarzan, faccia da pugile e maglietta con la scritta 'Il futuro non è più quello di una volta', sembra un lord inglese: lui nelle istituzioni c'è, consigliere comunale a Roma, super-votato dai centri sociali. Due giorni dopo Vendola è riapparso in un'altra periferia romana, nel rosso Tiburtino, per un'assemblea con il neo-coordinatore di Sinistra democratica (l'ex sinistra Ds) Claudio Fava, il verde Paolo Cento, il professor Paul Ginsborg e il prete di strada don Roberto Sardelli. La Costituente di sinistra che Vendola vorrebbe mettere in campo subito, a cominciare dalle elezioni europee del giugno 2009. E che trova il consenso di Fava e degli ex diessini.

Vendola e Fava, i leader potenziali della nuova Cosa che dovrebbe nascere alla sinistra del Pd, poeta il primo, scrittore e sceneggiatore il secondo, marciano uniti: prima di incontrarsi in pubblico si sono ripetutamente consultati in privato. E si sono divisi i compiti: a Fava, che fu scelto da Veltroni come guida dei Ds siciliani nel '99, tocca la marcatura del segretario del Pd. Incalzare Walter, riaprire il gioco delle alleanze, evitare l'introduzione di una soglia di sbarramento alle Europee
che sarebbe letale per i sogni di riscossa della sinistra. Vendola è obbligato a essere più prudente. "Con il congresso alle porte", spiega Antonello Falomi, l'uomo che ha scoperto Veltroni nella Fgci, oggi in Rifondazione, "se gli incollano l'etichetta di quello che vuole sciogliere il partito finisce male".

Il principale competitor per la segreteria, l'ex ministro Paolo Ferrero, non è ancora in corsa ufficialmente, fa il giro della Penisola, conta le truppe e intanto lascia che i suoi spargano veleni. "La candidatura di Vendola rappresenta una torsione presidenzialista", attacca la consigliera regionale toscana Roberta Fantozzi."Nessuno lo dichiara apertamente, ma io non vorrei ritrovarmi domani nel Pd", sospetta l'ex sottosegretaria all'Ambiente Laura Marchetti, pugliese come il governatore, insidiato anche in casa. "Basta con l'autocannibalismo", si difende l'interessato. "Non si rifonda la sinistra con gli abracadabra o con la falce e il martello". E sul Pd Vendola giura di non voler fare sconti: "È un partito alla deriva. Per fare un esempio: sui nomadi il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca ha detto le stesse schifezze che dicevano i nazisti negli anni Trenta, prima delle deportazioni".

Un concerto del primo maggioToni ruvidi per il gentile Vendola che potrebbero non bastare per conquistare la maggioranza al congresso. Le mozioni sono diventate cinque, quella firmata da Franco Russo e Walter De Cesaris propone addirittura di non eleggere nessun segretario: tutto il potere ai soviet. Tutti contro tutti, e tutti uniti contro il leader di ieri, Fausto Bertinotti. Perfino Vendola, il più fedele, per far scattare l'applauso ai militanti in discoteca, ricorda il fratello scomparso dell'ex presidente della Camera. Un guazzabuglio, monitorato con attenzione dal Pd. La scissione del partito rosso dopo il congresso sembra inevitabile. Comunque vada, lo spezzone di Vendola si unirà al gruppo di Fava. Un possibile alleato dei democratici, certo. Ma nell'immediato un concorrente nello stesso bacino elettorale, per riportare a casa i voti di sinistra andati al Pd il 13 aprile. Compagni-coltelli, per Veltroni.

(27 maggio 2008)

da espresso.repubblica.it
« Ultima modifica: Giugno 01, 2008, 06:20:09 da Admin » Loggato
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« Risposta #9 il: Settembre 04, 2008, 06:56:08 »

Caro Walter comanda di più

di Marco Damilano


Basta col partito 'fru fru'. Meno immagine e maggior decisionismo. E D'Alema freni la sua corrente. Parla l'ex presidente del Senato. Colloquio con Franco Marini  Si definisce "un mezzo pensionato", ma a 75 anni Franco Marini è l'unico padre nobile del Pd ancora in piena attività. Ascoltato, temuto e un po' sconcertato: "Alla festa di Firenze, l'altra sera, ho dovuto tirare su il morale dei militanti". L'ex presidente del Senato dispensa ruvidi consigli.
A Veltroni: "Basta col partito fru fru, il leader deve mettere il petto avanti". A D'Alema: "Fare adesioni per Red è un errore". E agli ex colleghi sindacalisti: "Su Alitalia si deve chiudere la trattativa".

Il Pd sembra allo sbando, da Torino alla Sardegna. È preoccupato?
"La sconfitta elettorale è stata forte, poi abbiamo perso Roma: non mi colpisce la delusione, ma la continuità di questo stato d'animo. Devo dire che qualche incertezza della struttura nazionale del partito c'è, per i miei gusti, in un momento di difficoltà come questo, la vorrei vedere più determinata, più incisiva. Partendo un punto fermo: il Pd è ancora in fasce, Berlusconi gode di largo consenso, ma è in carica da tre mesi. Ogni giudizio definitivo è sbagliato".

In tanti si chiedono: Veltroni dov'è, che fa?
"Veltroni e il gruppo dirigente stanno lavorando. Si stanno facendo passi avanti, spero con buoni risultati. Questa idea del partito leggero, del partito 'fru fru', per me è stata una sofferenza. Non nego l'importanza dell'immagine. Però la ricchezza di un partito è la continuità della sua militanza. Non vorrei fare paragoni azzardati, ma la Lega è un partito che c'è, con i suoi militanti e amministratori, non è certo fru fru. Ora il rischio è stato superato".

Eccolo qui, il solito Marini che difende il ruolo dei partiti tradizionali...
"No, guardi, è esattamente il contrario, vedo un grande ritardo. Cos'è il Pd? L'unione dei vecchi partiti, Ds e Margherita? Spero proprio che non sia così, lo dico io che sono un partitista convinto. Bisogna strutturare il Pd come un partito aperto, che non si limita a mettere insieme quello che c'era. E accelerare sull'elaborazione culturale: ci devono ispirare i valori liberal-democratici e tenere assieme libertà e giustizia sociale. Anche Tremonti ha scoperto che il mercato non è la sola medicina dello sviluppo. Almeno nel suo libro: perché poi, nei comportamenti al governo, si è già contraddetto. Nell'attuale crisi non si è visto alcun intervento pubblico per stimolare lo sviluppo".

Da dirigente sindacale e politico conosceva ogni angolo della sua organizzazione. Dia un consiglio a Veltroni.
"Ci vuole un gruppo di dirigenti autorevoli che si occupino della vita interna del partito. Bene gli incarichi formali, ma serve un coordinamento rappresentativo di tutti, e si deve sapere che ci sono l'ascolto e le mediazioni, ma alla fine il segretario decide. Quando ci sono problemi, è il leader che deve mettere il petto avanti. Quando c'è la grana grossa, cresce il carisma e l'autorevolezza del capo che la affronta e risolve".

Per ora, sono cresciute soprattutto le correnti. Il Pd non c'è, le correnti sì.
"Le correnti, se nobilmente intese, sono positive per il pluralismo. A una condizione, però: che il partito sia forte".

Franco Marini assieme a Massimo D'Alema
e Walter Veltroni nel 1998Red, l'associazione che fa riferimento a Massimo D'Alema, è un'iniziativa nobile?
"Se Red è la fondazione Italianieuropei che ambisce a fare iniziative di stimolo, cultura, formazione sul territorio, nessuna obiezione. Se invece Red si mette a fare adesioni sarebbe un errore. Ma non credo che uno come D'Alema possa commetterlo".

Da più parti è stato invocato un congresso del Pd all'inizio del 2009. Per Goffredo Bettini si può fare. Condivide?
"Parlare di congresso è un non senso. Vedo come un limite che qualche dirigente abbia detto: 'Se lo vogliono, lo facciamo'. Il congresso si fa dopo il tesseramento, dopo le europee e le amministrative. Non possiamo tenere bloccato il partito per mesi mentre arriva questa sfida. Il problema del segretario non c'è, nomi alternativi a Veltroni non sono maturati. E la linea politica è quella delle ultime elezioni. La necessità di una verifica naturale della leadership e della linea ci sarà, non pro o contro Veltroni, come qualcuno teme e altri sperano, ma dopo il voto del 2009. Spero in un clima meno depresso di quello attuale".

Arturo Parisi, però, continua a bombardare il gruppo dirigente...
"A Parisi riconosco la coerenza. La sua è una posizione politica, altre non ne vedo, merita il confronto anche se non la condivido. L'Unione non era l'Ulivo. Un'alleanza così eterogenea ci ha portato alla crisi, dopo il modestissimo risultato elettorale del 2006. A Parisi dico che il luogo dove discutere c'è: l'assemblea programmatica in autunno. In quella sede dirò che il Pd può ripartire abbandonando l'idea chiusa di partito che somma solo le vecchie componenti. E se lo dico io, se mollo io su questo punto, Parisi può stare tranquillo".

Intanto Berlusconi vola nei sondaggi. E nel Pd ogni giorno c'è chi invita al dialogo. Violante sulla giustizia, Amato sulla sicurezza... E lei?
"L'Italia ha problemi seri. E un'opposizione che scelga di dire no a tutto è perdente. Certo, su alcuni temi bisogna essere più decisi. Sulle questioni economiche, per esempio. Abbiamo fatto una battaglia in Parlamento perché di fronte al rischio di una recessione ci fosse un'iniziativa del governo per pensioni e salari più bassi. Lo abbiamo detto, ma non è emerso con forza. C'è la manifestazione in arrivo, ma bisogna essere più incisivi".

Sulle intercettazioni sceglierete il dialogo?
"Come si può dire che il problema non esiste? La Costituzione garantisce il rispetto della privacy dei cittadini, il ddl di Mastella passò quasi all'unanimità alla Camera. Serve un punto di equilibrio tra le esigenze di indagine e il diritto del cittadino di non essere messo alla gogna".

Su Alitalia Epifani rifiuta il prendere o lasciare. Da ex sindacalista lo comprende?
"In una trattativa non si accetta mai l'aut aut, sarei un pessimo predecessore se dicessi il contrario. I sindacati hanno il diritto e il dovere di esaminare e approfondire il piano industriale, e quindi il destino dell'azienda. Ma poi, al punto in cui è arrivata l'Alitalia, per me i sindacati devono cercare il punto di intesa. La trattativa deve chiudersi presto nell'interesse del Paese. O c'è solo il fallimento".

Per Veltroni la nuova Alitalia è "una compagnia di bandierina". Condivide?
"Ho fatto per una vita il sindacalista. Devo vedere il piano industriale: se viene tutelato lo spessore di una compagnia nazionale, i sacrifici vanno affrontati".

In vista delle amministrative, il Pd deve corteggiare l'Udc?
"Siamo pronti a discutere con Casini, un'alleanza con lui farebbe bene a noi e al Paese. Il problema è vedere se l'Udc è maturo o continuerà a tenere le mani libere".

E con Di Pietro si può recuperare?
"Di Pietro mostra una voglia e un'aggressività verso il Pd che deve temperare, altrimenti non c'è spazio per grandi rapporti. Se facciamo passare la depressione ai nostri militanti, anche la forza di Di Pietro si sgonfierà automaticamente".

Le nuove alleanze si possono sperimentare in Abruzzo, la sua regione, dove si vota a novembre dopo l'arresto di Del Turco?
"Il guaio della sanità abruzzese viene dalla gestione precedente. Del Turco e gli altri sono amici indagati, non possono essere considerati colpevoli, ho fiducia che riescano a dimostrare la loro estraneità. Ma per il Pd le elezioni si faranno in un clima difficilissimo. Non accettiamo una nostra emarginazione, ma ci deve essere la nostra disponibilità a una candidatura che ci faccia ricomporre un'alleanza larga. Una regola che vale per ogni interlocutore: coinvolgere l'Udc sarebbe positivo. Questa condizione per ora non c'è".

Quando il Senato ha votato sul caso Englaro, il Pd ha abbandonato l'aula. Sui temi etici continuate a essere divisi?
"Non l'abbiamo fatto per sfuggire, ma perché ci sembrava più forte del no. E abbiamo approvato un ordine del giorno che impegna il Senato a decidere entro l'anno sul testamento biologico. Sono d'accordo con monsignor Fisichella: su vicende così dolorose va cercato un consenso largo. E io spero che si arrivi a fare subito una legge che copre un vuoto drammatico".

(04 settembre 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #10 il: Settembre 22, 2008, 10:31:44 »

Processo al Pd

di Marco Damilano


Guerre intestine. Brusco calo dei consensi. A un anno dalle primarie il partito di Veltroni in crisi. Cinque esperti a confronto per individuare il colpevole  Walter VeltroniA Sinalunga, tra i colli senesi da dove ha preso origine nel Cinquecento la famiglia Veltroni, il leader del Partito democratico ha provato a rilanciare il suo progetto su nuove basi: opposizione dura al governo Berlusconi, una nuova tavola di valori in un paese che è "uno specchio rotto", che rischia "la decomposizione sociale e civile".

Parole forti, arrivate alla fine di settimane in cui ha rischiato di decomporsi soprattutto il Pd e la stessa leadership di Walter Veltroni. Sondaggi devastanti che danno il partito sotto il trenta per cento. Guerre tra capi al centro e in periferia, esplicita quella del battitore libero Arturo Parisi, sotterranea quella organizzata da Massimo D'Alema che si combatte perfino sul controllo delle tv satellitari: alla fine saranno due, una dalemiana e una veltroniana. E un leader che appare rinfrancato dal calore della base, ma che è stato criticato perfino per la scelta di acquistare un appartamento a New York per la figlia: dall'Africa a Manhattan. Cosa succede al Pd? Perché a quasi un anno di distanza dalle primarie che hanno incoronato Veltroni segretario il progetto non decolla? 'L'espresso' lo ha chiesto a cinque osservatori, cinque intellettuali non neutrali ma estranei a logiche di partito, chiedendo loro di svolgere i principali capi di imputazione per un partito che, se ancora non può essere giudicato colpevole, di certo rischia di essere processato dalla storia per aver consegnato a Silvio Berlusconi la più lunga stagione di potere.

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Il leader
Walter non comanda e non vedo eredi

Colloquio con Giovanni Sartori
Che giudizio dà sulla leadership di Veltroni?
"Il quesito è se Veltroni sia un buonista o un decisionista. Quando ha deciso di far correre il Pd da solo alle elezioni è stato un decisionista intelligente. Quella decisione è stata un giro di boa per la politica italiana, Veltroni passerà alla storia per la decisione di rompere con il prodismo, e quindi con i 'nanetti', con le coalizioni fatte per vincere le elezioni e incapaci di governare. Poi, però, ha fatto una assurda campagna elettorale tutta all'insegna del buonismo e, anche per questo, ha perso le elezioni alla grande. Vedeva le piazze piene e non si rendeva conto che equivalevano a urne vuote. Finita la campagna elettorale, ha tenuto una condotta oscillante. Ma non è tutta colpa sua, intendiamoci".

Di chi è la colpa?
"Il Pci funzionava con il centralismo democratico, ma il Pd non ha il modello del capo assoluto. Assomiglia molto di più alla Dc che si fondava sull'accordo tra i cavalli di razza per spartirsi le cariche a rotazione, a terna. L'attuale Pd, come la vecchia Dc, non consente la leadership. Prodi si è ritirato sull'Aventino, ma farà le sue vendette e intanto c'è Parisi che semina la via di Veltroni di piccole mine a ripetizione che in apparenza sono parisiane, ma che in realtà sono prodiane. E poi c'è l'insommergibile D'Alema, che trama molto per concludere poco. Da ultimo gli è sfuggita la presidenza della Repubblica. A maggior ragione, qualsiasi leader del Pd che non fa i conti con lui se lo trova tra i piedi. Nel partito è lui, D'Alema, che comanda. A differenza di Fassino, lui non si lascia accantonare".

Forse il problema è chiudere con questa generazione di ex Pci e voltare pagina.
"Sarebbe bello, ma i giovani non ci sono. Il Pd ha cooptato solo una ragazzina fiera di non sapere nulla di politica. E se i giovani non ci sono, tutti dovrebbero imparare dalla Lega che ha gli stessi dirigenti da vent'anni e passa senza che nessuno se ne lamenti. Anzi, con il tempo Castelli, per esempio, è diventato bravissimo".

Veltroni si paragona spesso a Obama: è un confronto che regge?
"Non hanno niente in comune. Veltroni viene da una scuola di partito, ha fatto il segretario dei Ds (anche se malissimo), il numero due del primo governo Prodi, e poi il sindaco di Roma. Insomma, è un politico di professione. Invece Obama ha soltanto studiato come si fa a scalare la presidenza degli Stati Uniti. Altrimenti non ha esperienza di nulla. Per me, poi, è un lavativo: non veniva neppure alle mie lezioni alla Columbia University...".

Insomma, al Pd non servirebbe un Obama...
"Per carità, ci mancherebbe solo questa. Il problema è che la vecchia macchina di addestramento del Pci non c'è più, così come non c'è più il clero di riserva, la vecchia Azione cattolica che forniva quadri al partito democristiano. I vecchi sono morti, i giovani valgono poco. Il nostro non è un problema di 'obamizzazione'".

A che serve fare le primarie per scegliere il leader, allora?
"A nulla: le primarie prodiane sono solo cerimonie di massa. Servono per plebiscitare un leader che è stato già deciso. Abbiamo perso anni di tempo con tutte queste storie, le primarie, le fusioni... Ma se un partito nasce a tavolino, i due partiti che lo hanno composto resteranno sempre due".

(19 settembre 2008)


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La classe dirigente
Vittime del modello Berlusconi

Colloquio con Giuseppe De Rita
"Il problema è che quando si fa un partito, prima di imbarcarsi nell'impresa, si deve decidere ex ante qual è la sua identità, il suo blocco sociale di riferimento, il programma, la forma-partito, liquido o non liquido... Tanto più se la qualificazione che hai deciso di darti, democratico, non ti qualifica affatto. Oppure si crede che una classe dirigente nasca per virtù autonoma, perché tanti giovani non vedono l'ora di fare i democratici? Si è pensato che l'operazione creasse i dirigenti. E invece era vero il contrario".

Il problema, forse, è che gran parte della classe dirigente del Pd arriva dal passato. Difficile che poi possano impersonare il nuovo...
"Non sono d'accordo. Saranno pure ex e post, ma sono gente brava, se si sono salvati dal disastro della prima Repubblica vuol dire che cretini non sono. Il problema non sono le debolezze personali, non è una questione soggettiva, a parte l'invecchiamento e la stanchezza di qualcuno. La vera questione è che anche a sinistra, nel Pd, hanno deciso una volta per tutte che ha vinto il craxismo. Tutto quello che sta succedendo è la sua vittoria postuma".

Cosa c'entra Craxi?
"Negli anni Ottanta fu Craxi a capire che per cambiare la politica italiana era necessario concentrare il potere. E per farlo serviva la verticalizzazione delle decisioni. E per verticalizzare, bisognava personalizzare la leadership. E per ottenere questi risultati bisognava utilizzare due leve: i media e soprattutto i soldi. Aveva in testa questa successione logica, per questo gli piacevano gli stivaloni, i templi greci al posto dei palchi congressuali, gli architetti, i media, l'amicizia con Berlusconi. Ed è caduto sui soldi. Il problema per il Pd è semplice: se seguono questo percorso per formare i loro dirigenti vanno a sbattere. Verticalizzano a parole, personalizzano su persone che poi non sono in grado di reggere la personalizzazione. C'è già Berlusconi che occupa quello spazio, nessuno ti permette di fare il verso al Cavaliere. Il Pd non può fare la copia di Berlusconi".


E cosa avrebbe dovuto fare, allora?
"Fare l'opposto: cambiare completamente gioco. Fare un gioco di poliarchia, di articolazione dei poteri. Reagire a una concezione monarchico-mediatica rivalutando la tradizione delle autonomie tipica dei cattolici e dei comunisti emiliani, costruire un partito federale, articolato. L'equivalente in politica del sistema di economia mista".

Però il sistema politico va in direzione opposta: liste bloccate, parlamentari scelti con il criterio della fedeltà e non della rappresentanza...
"I cicli della politica sono medio-lunghi. Abbiamo avuto un lungo ciclo di sistema proporzionale, poi un decennio di bipolarismo traballante, ora c'è questo ciclo fondato sul circuito verticalizzazione-personalizzazione del potere che non si ferma di certo ripristinando le preferenze alle elezioni europee. Non è così che rimetti in moto la formazione di una classe dirigente, ma facendo una politica che scommette sull'articolazione poliarchica del sistema, che c'è e va governata".

Le primarie, l'elezione diretta del leader del Pd, l'organizzazione all'americana del partito faranno nascere una nuova classe dirigente?
"No, al contrario. Al Pd pensano che sia un modello di successo. Lo è, infatti, ma solo per Berlusconi".
(19 settembre 2008)


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Il partito è rimasto ostaggio del suo passato

Colloquio con Ilvo Diamanti
"Per il Pd il territorio è un paradosso. Il nuovo partito è nato da un Pacs tra ex democristiani e post-comunisti. Culture e partiti che avevano con il territorio un rapporto pesante, con un radicamento profondissimo. Il problema è che il Pd avrebbe dovuto sottrarsi a questa eredità, per non rimanere ostaggio del suo passato, per smettere di essere il partito degli ex e dei post. E invece è nato tardi, dopo 12 anni di strappi, frenate e accelerazioni, dal primo Ulivo di Prodi del '95 al 2007, e alla fine non è stato costruito per andare davvero oltre il passato, ma in base a un accordo tra i vecchi gruppi dirigenti. Il risultato è un partito dalle radici troppo forti, dal fusto fragile e dai rami secchi. Con una presenza sul territorio indefinita. Con una concentrazione territoriale del voto ferma al Pci degli anni Cinquanta: se si osserva la geografia elettorale si vede che il Pd sembra il Pds senza la esse. E con i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita che, perlopiù, continuano a operare in modo distinto. Il Pd più che una fusione sembra una somma di partiti che, in più, si portano dietro le correnti dei vecchi partiti. Ma la somma è stata fatta a Roma, quando si è deciso un anno fa di fare primarie di partito 'chiuse', un solo candidato forte al centro, liste bloccate dovunque. Si è preferito evitare una competizione vera, anche dura, fra candidati, per paura di scompaginare, di aprire la strada agli outsider. Ma in questo modo le primarie perdono molto del loro significato".

Per mesi si è discusso di partito presidenziale, fondato sulle primarie, o partito degli iscritti, radicato sul territorio. Quale via si è scelta?
"È una discussione oziosa. Il partito degli iscritti aveva i difetti che sappiamo, cristallizzava gli equilibri interni. Ma non è stato seguito neppure l'altro modello. Si voleva un partito che agisse per campagne tematiche, che usasse le primarie per scegliere candidati e dirigenti? Sarebbe stato uno strumento di mobilitazione eccezionale. Invece le primarie per la scelta dei candidati sono state finora intermittenti. Si potevano utilizzare almeno per scegliere i candidati sindaci: nel caso di Roma non se n'è neppure parlato, accrescendo l'impressione che ci fosse uno scambio a livello nazionale tra il sindaco uscente, che andava a fare il segretario del partito, e il candidato che aveva già fatto il sindaco quindici anni prima. Si tende a concepirle più in modo plebiscitario che competitivo. Sembra che le primarie si possano fare solo se si conosce già il risultato".

Eppure il Pd poteva vantare i sindaci, i presidenti di Regione. Perché si sono eclissati?
"Perché giocano contro una concezione centralista del partito. La richiesta di un 'partito del Nord' nasce dal fatto che al Nord il Pd è considerato un partito romano, due volte su tre ha candidato alle elezioni un ex sindaco di Roma, anche Romano, inteso come Prodi, è stato vissuto come romano. Si parla di partito del Nord per segnalare che il reclutamento dei dirigenti andrebbe effettuato su base locale. In Francia i sindaci contano, molti presidenti della Repubblica sono stati sindaci. Negli Stati Uniti gli outsider arrivano dal territorio: Obama è il senatore dell'Illinois, la Palin è governatrice dell'Alaska. Nel Pd, invece, la personalizzazione è centralista. E la scelta del leader è preventiva. Veltroni è stato scelto a priori, 'prima' che venissero indette le primarie, i candidati scomodi sono stati incoraggiati a non candidarsi. Ora sento parlare di altri nomi, nel caso venisse sostituito Veltroni: Letta, Bersani. Ma è la stessa logica. Scelte preventive, fatte dai soliti noti. Nessuno che preveda la possibilità che il leader esca da una competizione vera e aperta. Obama da noi non avrebbe nessuna chance. Al massimo potrebbe entrare nel listino di un governatore o del segretario. Cooptato".

Come si può superare questo vizio?
"Il Pd dovrebbe essere aperto, contendibile, centrato sulla autonomia territoriale. Ciò che ora non è. Certo, fare un partito radicato sul territorio, aperto e contendibile da tutti è rischioso per un gruppo dirigente ossificato, con bassissimi tassi di ricambio, il partito dei soliti. Il territorio è una condanna. Una cartina di tornasole per un partito realizzato in 12 lunghi anni: troppi per realizzarlo, troppo pochi per ragionare su come farlo".

(19 settembre 2008)



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Le idee. Non si può vivere di sole passioni
di Edmondo Berselli

Si cercano idee per il Pd. Per fare opposizione in modo credibile. Intanto per svelare la montatura di un governo che mobilita il 60 per cento del consenso popolare, e non si sa perché. Si potrebbe cominciare dalla semplice constatazione delle prodigiose differenze fra il governo Prodi e il governo Berlusconi. Prodi: tutti gli indici in zona positiva (deficit e debito corretti al ribasso, crescita in rialzo, avanzo primario in ripresa, cuneo fiscale alle imprese, quattordicesima ai pensionati poveri) e giudizio catastrofico. Berlusconi: crescita sottozero e popolarità alle stelle.

Qualcosa non va, evidentemente. La verità è che nella partita fra le passioni e gli interessi Berlusconi ha puntato sugli interessi, per costruire il proprio blocco sociale. A questo si aggiunge il favore generato con la politica allarmistica sulla sicurezza (dove si distinguono gli ex missini) e sull'immigrazione (dove campeggiano i leghisti). Ebbene, di fronte a una strenua partita giocata con gli interessi, è piuttosto sfasato rispondere con il richiamo alle passioni.

Al momento serve a poco puntare sulle questioni riferibili alla sfera dei diritti, all'uguaglianza, all'emergere di nuove questioni culturali e sociali. Occorre rendersi conto alla svelta, e Veltroni ha compiuto qualche passo in proposito, che in questa fase si sta disputando un match mortale, quello che secondo il ministro Tremonti potrebbe portare dalla "luna di miele" alle "nozze d'argento", e quindi rendere il Pd quella "minoranza strutturale" paventata da D'Alema.

Il compito della dirigenza 'democrat' è disperante, perché l'opinione pubblica sembra essersi dimenticata dei fondamentali. Quindi occorre ricordarglieli. Toccare il nucleo duro dell'economia, mettere a fuoco la redistribuzione regressiva favorita dal governo, chiarire i costi del federalismo fiscale, mettere allo scoperto l'impoverimento delle famiglie. Altrimenti avrà sempre ragione Berlusconi, che di fronte ai dati allarmanti dell'andamento del Pil risponde che il paese è "solido". Dal suo punto di vista ha ragione: la solidità italiana è quella di ceti garantiti dall'assenza di concorrenza, dalle protezioni assicurate alle corporazioni.


Insomma, come direbbe un rinato divulgatore del marxismo più elementare, è il caso di tornare alle questioni di struttura, mentre finora il Pd si è distinto sulle questioni di sovrastruttura. Essere moderni, cioè pensare alle grandi domande sull'ambiente, sull'impronta ambientale, sui diritti individuali e collettivi, sul mutare delle culture, sull'inclusione, la laicità e la tolleranza non esime dall'obbligo di indicare qual è un modello di società desiderabile, anche e forse soprattutto dal punto di vista economico.

Altrimenti si lascia la guida del discorso economico a Tremonti e a tutti coloro, ex liberisti, che si sono accodati alla polemica contro il "mercatismo" sviluppata dal ministro dell'economia. E il Pd continuerà a produrre chiacchiere. Magari intelligenti, aperte, futuribili. Ma chiacchiere, cioè parole che di fronte ai problemi rocciosi dell'Italia contemporanea sembreranno evasive, labili, laterali. Mentre oggi, quel che conta è andare dritti al centro dei problemi, senza giustificazionismi, senza sociologismi, senza ipocrisie.

(19 settembre 2008)


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L'opposizione
Sono l'ombra del governo

Colloquio con Nadia Urbinati
"L'Italia mi appare come un paese docile, dove si ha quasi il timore di entrare in contrasto con la maggioranza. Si è sviluppato un comportamento per cui l'imperativo è non esagerare, come se ci fosse un'esagerazione nella libertà di opinione. È sorprendente come ogni dissenso sia considerato destabilizzante. Ma quello che è destabilizzante è che un'opposizione, politica e della società, non cerchi di reagire come la Costituzione prevede, e che invece voglia attutire i toni".

La prima strada tentata dal Pd è quella del governo ombra. È una via percorribile in Italia?
"La verità è che in Italia c'è poca dimestichezza con il confronto. Si preferisce cercare il compromesso, la mediazione, mettere in piedi commissioni bipartisan (come se la maggioranza non fosse forte abbastanza!). Anche il governo ombra evoca un modo compromissorio di gestire il rapporto tra maggioranza e opposizione, soprattutto perché il Pd non è ancora radicato nel paese. Non esiste il governo ombra senza partito. Diventa l'ombra del governo. La debolezza del Pd deriva anche dal fatto che manca di una leadership forte: Veltroni da solo (e spesso sotto torchio nel suo stesso partito) può fare ben poco. Il partito non è una costruzione burocratica. Il momento di fondazione è anche opera di una leadership carismatica, autorevole; e questo momento non c'è stato. Le polemiche tra sindaci, presidenti di regione e vertici nazionali dimostrano una mancanza di riconoscimento dell'autorità del partito".

Negli ultimi giorni, però, Veltroni ha alzato i toni contro il governo, ha attaccato Alemanno sull'antifascismo, si prepara alla manifestazione. È un'inversione di rotta?
"È positivo ora il tentativo di una ricucitura con la società civile e la volontà di avere una voce franca. Ma l'intenzione di andare a manifestare in piazza mi sembra dettata da una necessità più che da una scelta di obiettivi coerenti. Come i calabroni quando sbattono sui vetri della finestra chiusa senza trovare una via di uscita. È un agire contingente. C'è la contingenza di Alemanno che riabilita il fascismo e c'è la reazione contingente del Pd. C'è il federalismo della Lega che il Pd accetta come un dato di discussione, senza intraprendere un'analisi del federalismo nelle sue diverse forme e criticare duramente il federalismo inegualitario che si sta profilando; soprattutto senza neppure sollevare il problema che si sta mettendo in discussione la forma dello Stato, un fatto che non è secondario e che non dovrebbe appartenere alla politica ordinaria. Lo stesso sulla scuola: il ministro Gelmini non sta semplicemente rimettendo ordine, ma sta smantellando un patrimonio della nazione, costruito nel corso di decenni. Ma come si può trattare la scuola come qualcosa che un ministro fa e disfa a sua discrezione? La scuola non è della maggioranza. Queste cose il Pd non le dice. Procede a rimorchio su temi cruciali. Il governo ha un progetto organico di stravolgimento della nostra democrazia; il Pd dovrebbe opporre un contro-progetto altrettanto coerente, non semplicemente reagire alle contingenze. Fare, per ripetere le parole del presidente della Repubblica, una politica di patriottismo costituzionale. Ha una cultura politica assente o inadatta come chi deve orientarsi in un paese straniero e dispone solo di vecchie mappe. L'egemonia la fanno gli altri: di là c'è il liberalismo restauratore di Tremonti, di qua non c'è nessuna visione. Solo qualche parola presa dal bagaglio di vecchie memorie e piccole battaglie quotidiane".

(19 settembre 2008)


da espresso.repubblica.it
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« Risposta #11 il: Ottobre 02, 2008, 04:09:05 »

Si prende tutto Silvio

di Marco Damilano


Forza Italia e Alleanza nazionale si preparano alla fusione. Ma a condurre la partita sono il premier e i suoi uomini. Pronti ad accaparrarsi posti e incarichi. E in An cresce il malcontento  La prima riunione, il 17 settembre, è durata 40 minuti. Giusto il tempo di ascoltare l'inno, 'Azzurra libertà', il discorso del presidente, Silvio Berlusconi, poi tutti a casa. Doveva essere l'avvio dell'operazione Popolo delle libertà, verso il congresso del 2009 del nuovo partito che nascerà dalla fusione di Forza Italia e di Alleanza nazionale: ma del contributo di An non si è vista traccia.
 
"Fini è presente in spirito, qui tra noi", ha ricordato il Cavaliere prima di andarsene, con la formula che si usa per i cari estinti.
C'era anche il coordinatore forzista Denis Verdini, un evento raro. Il deputato toscano che conduce le trattative per conto di Forza Italia lavora in modo originale: non risponde mai al telefono. Ignazio La Russa lo chiama, lui si fa negare. Si vedono direttamente da Berlusconi e ci pensa Silvio. È stato così quando il ministro della Difesa, reggente di An, ha provato a organizzare la prima festa del Pdl nella sua Milano: per settimane Verdini lo ha fatto girare a vuoto, senza dire né sì né no, poi ha portato la faccenda al cospetto del Cavaliere. "Ignazio, sei matto, vuoi fare una festa politica il giorno di Milan-Inter?", ha domandato il premier. Ed è finita lì.

Sarà così anche per tutto il resto. Le tappe che porteranno alla formazione del Pdl sono già fissate: costituzione del comitato dei Cento, il parlamentino che deve gestire la transizione verso il nuovo partito, congresso tra gennaio e febbraio 2009, esordio alle elezioni amministrative di primavera e alle europee di giugno. Il comitato incaricato di scrivere lo Statuto del Pdl non si è mai riunito, ma nessuno se ne dà pena. Tanto, la legge aurea per aderire al primo partito italiano ("Siamo al 40 per cento, dobbiamo arrivare al 60", ordina il premier) è già stata scritta.

La spartizione dei posti e delle candidature tra i due soci fondatori, il 70 per cento a Forza Italia, il 30 ad An, che andrà ritoccata: "75 per cento a noi, 25 ad An", calcolano ora in via dell'Umiltà, sede del partito forzista, che si dovrà far carico di ospitare nella sua quota i piccoli, la Dc di Gianfranco Rotondi, i repubblicani di Francesco Nucara, Alessandra Mussolini, Daniela Santanchè.

Anche le altre regole, spiegano in Forza Italia, sono già stabilite: niente tessere, come sognavano quelli di An, ci sarà un albo degli elettori, dove si iscriveranno i cittadini che votano alle primarie per scegliere il candidato premier del Pdl, se mai si faranno, ovviamente. E niente elezione dei vertici regionali: la base voterà solo per scegliere i coordinatori cittadini e provinciali, poi stop, i segretari regionali saranno scelti dall'alto, da Berlusconi. C'è già chi scommette che saranno tutti targati Forza Italia. Altro che 70 e 30.

Un modello già collaudato in Forza Italia. "Silvio sa bene che c'è un solo partito che è rimasto al potere per decenni: la Democrazia cristiana. Era organizzata in correnti: per il Pdl, niente pasticci, bisogna seguire quella strada lì", racconta una vecchia volpe del firmamento forzista. Il Pdl sarà una federazione di correnti. Due partiti in uno, e tante fazioni.

In Forza Italia guidano il gioco i berlusconiani doc, i più vicini al cuore del leader. Verdini, l'uomo forte del partito, e il ministro Sandro Bondi. I ministri Angelino Alfano e Raffaele Fitto, neanche quarantenni, figli d'arte, ricchi di voti in Sicilia e in Puglia, con l'ambizione di durare al potere quanto i democristiani. Anche il senatore Gaetano Quagliariello, nonostante la passata militanza radicale, può vantare un nonno senatore Dc: partito come consigliere del presidente del Senato Marcello Pera, gli ha scippato la guida della fondazione Magna Carta e si è inserito nel gruppo di testa degli azzurri. Chiudono il giro stretto le ministreMara Carfagna e Mariastella Gelmini. In corsa per la presidenza di Campania e Lombardia.

Alle spalle preme la lobby vincente che sta conquistando i posti chiave. Gli ex socialisti craxiani che non hanno mai smesso di frequentarsi, tra la fondazione Free diRenato Brunetta e l'associazione Amici di Mario Rossi, poi Amici di Marco Biagi, di Maurizio Sacconi. Con Giulio Tremonti, l'asse del governo Berlusconi, che controlla la politica economica e le nomine che contano: quella di Stefano Parisi a direttore generale della Rai, per esempio.

Uno scontro sotterraneo, così funzionano le guerre di potere nel Pdl, si è consumato sul parcheggio del Pincio e sul futuro candidato alla presidenza della Regione Lazio: in pole position c'era il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro, legato a Gianni Letta e ben visto dalle gerarchie vaticane, favorevole al parcheggio. Non aveva fatto i conti con il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto e con il fronte del no, da Carlo Ripa di Meana a Giuliano Ferrara, tutti già amici di Bettino.

Alla fine il parcheggio è stato bloccato e l'ascesa di Giro pure. Ora per la Regione Lazio si fa avanti un altro forzista: Alfredo Pallone, ex socialista, guarda caso. In confronto, l'area democristiana è inesistente. "Noi nel governo non ci siamo", si sfoga in privato l'ex presidente della Compagnia delle Opere Giorgio Vittadini. Non c'è Roberto Formigoni, in effetti. Nonostante il gran lavoro che sta facendo il suo fedelissimo Giancarlo Abelli, vice di Verdini all'organizzazione. A differenza di Verdini, lui passa il tempo al telefono: poco per ritagliarsi un ruolo, però.

In An stanno a guardare. E i malumori aumentano. Una settimana fa i dissidenti si sono visti a Selinunte, convocati dal deputato Nicolò Cristaldi. C'erano Mario Landolfi, Pasquale Viespoli, Gennaro Malgieri, Barbara Saltamarini, Adriana Poli Bortone e qualche altra anima in pena.

Dopo la polemica sull'antifascismo, con lo scontro tra Fini e la coppia La Russa-Alemanno, la prossima guerra si aprirà sui beni del partito. Sezioni, proprietà immobiliari acquistate a prezzi stracciati negli anni Settanta-Ottanta, quando nessuno voleva affittare una sala ai missini: la sede di via Sommacampagna a Roma, dove sono cresciuti Fini, Gasparri, Alemanno e tutti i dirigenti, che ancora oggi ospita Azione giovani, la sede di via Mancini del Msi e di An a Milano. E poi c'è il quotidiano 'Secolo d'Italia'. Per salvare il patrimonio La Russa ha già studiato la soluzione: una fondazione dedicata a Giorgio Almirante, per far contenti i nostalgici e mantenere integro il tesoretto che permetterà ai notabili di fare politica.

La vecchia fiamma sparirà dalla circolazione: alla festa dei giovani di An non si è più vista, a chiedere il sacrificio è stato Berlusconi in persona. "In cambio", ha promesso a Giorgia Meloni, "sarete voi a guidare il movimento giovanile del Pdl". An finisce con la nascita del Pdl, ma la fiamma potrebbe rinascere nel nome dello storico leader. I militanti saranno felici, Fini molto meno: con tutto quello che ha fatto per emanciparsi dalle sue radici, l'ultima cosa che vorrebbe è ritrovarsi con una fondazione Almirante tra i piedi.


(30 settembre 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #12 il: Ottobre 02, 2008, 05:20:20 »

Radical Walter

di Marco Damilano


Prepara la manifestazione contro il governo. Dice che Berlusconi non è adatto al Quirinale. E avverte i compagni di partito: 'il leader resto io'. Così Veltroni sale sulle barricate. Colloquio con Walter Veltroni
 Veltroni parla durante il congresso del PD, nel febbraio 2008Stiamo assistendo al fallimento storico della destra... Nella stanza da segretario del Partito democratico Walter Veltroni tiene accesa la tv sulla Cnn: trasmette un discorso di Barack Obama sulla crisi di Wall Street. "La destra ha creato una condizione sociale difficile per i ceti medio bassi e un mercato finanziario senza controlli. Se gli americani sceglieranno Obama sarà un cambiamento radicale". Sul tavolo la copia de 'L'espresso' di due settimane fa con il titolo 'Processo al Pd'. Al leader non è piaciuto, si capisce. "Lasciamoci alle spalle la depressione, siamo in una fase nuova", assicura.

Anche in piena crisi Berlusconi mantiene livelli record di popolarità. È un paradosso?
"È fisiologico. In nessun paese al mondo chi vince le elezioni va in crisi quattro mesi dopo. Solo la nostra infantile fretta ci fa pensare il contrario. La crisi c'è, non è solo italiana. E può portare alla recessione: perdita dei posti di lavoro, chiusura delle aziende. Il governo ha fatto i fuochi d'artificio, sembrava Piedigrotta. Però ora si può guardare la situazione per quello che è davvero. Aumento delle tasse, altro che riduzione. Niente finanziamenti per le infrastrutture. Nessun intervento su salari e pensioni. Sulla scuola operazioni di puro taglio. Tasso di disoccupazione in aumento, consumi in discesa. Cresce un forte disagio sociale. Tra poco la gente si chiederà cosa ha fatto Berlusconi in Italia per andare contro il ciclo".

E voi siete pronti a intercettare il disagio? A giudicare dai sondaggi si direbbe di no.
"I sondaggi ci danno di nuovo in crescita, ma il punto è che serve tempo. Bisogna avere il fiato giusto, non pensare che sia la corsa dei cento metri. In Austria i socialdemocratici hanno perso il 6 per cento, è questo il momento storico che stiamo vivendo in Europa. In Italia, però, per la prima volta c'è un partito riformista più grande della somma dei partiti che lo costituivano. Si può ripartire da qui. Costruire un'alternativa di governo che per essere credibile dovrà essere di innovazione e riprendere il filo di quello che abbiamo fatto in questi mesi. Il 13 aprile i voti li abbiamo presi per i contenuti e i linguaggi nuovi che ci hanno ispirato dal discorso del Lingotto. Sia chiaro, nessuno ce li ha regalati".

I notabili del partito le chiesero di candidarsi per evitare il disastro.
"Mi avevano chiamato perché sapevano che non era facile vincere, altrimenti non si sarebbero rivolti a me, la metta pure così. Io ho trovato due partiti la cui somma faceva 22 per cento e siamo arrivati al 34. Non c'è dubbio, dopo le elezioni la spinta si è rallentata. Ora ci sono state le feste, la summer school, ci saranno le primarie dei giovani, la manifestazione, la conferenza programmatica. Da qui si può ripartire, se si ha la voglia di farlo. La nostra gente ha voglia di questo. Non di vecchi riti e vecchie dinamiche".

Intanto è lei il primo a tornare all'antico. Ha predicato la fine dell'anti-berlusconismo. E ora, invece, paragona Berlusconi a Putin.
"Nessuna discontinuità. Ho sempre detto che l'Italia attraversa una grave crisi democratica e che va cercata una convergenza con l'avversario per fare le riforme. Grazie alla nostra scelta di correre da soli alle elezioni si è raggiunto l'obiettivo storico di avere un Parlamento di tipo europeo. A fronte di questa apertura Berlusconi ha cominciato con una sarabanda di leggi fatte nel suo unico interesse e con un'offensiva di attacchi all'opposizione, ai sindacati, al Parlamento. È lui che è tornato al passato".

Lei andrà in piazza al Circo Massimo, dove la Cgil portò tre milioni di persone. Vuole giocare a fare il Cofferati, l'uomo del no?
"Siamo impazziti? Ci si indigna per una manifestazione? L'ha fatta anche Berlusconi, contro il primo governo Prodi che portò l'Italia nell'euro. Dietro il palco c'era scritto: 'Contro il regime, per la libertà'. Confermo: sono interessato a riscrivere le regole del gioco. Se arriverà un provvedimento che riduce il numero dei parlamentari, voteremo sì, non siamo sull'Aventino. Ma il Pd è insieme radicalità e riformismo. Non è la versione moderata, inciucista della tradizione democratica. È un partito che quando vengono violate le regole del gioco si alza in piedi. Non con lo spirito di Flores d'Arcais o della Guzzanti, che portano voti alla destra, ma con quello di un grande partito di alternativa di governo".

Pensa di rispolverare il fronte delle opposizioni, da Casini a Vendola? Sembra l'Unione...
"Non penso di tornare alla vecchia formula. Il Pd vive se coltiva l'innovazione, non la conservazione, il ritorno all'indietro. Prodi era un uomo dell'innovazione, ha fatto miracoli, ma aveva in maggioranza perfino quelli che trattavano con le Farc".

Arriva la riforma della giustizia. Il Pd appoggerà il referendum di Di Pietro sul lodo Alfano?
"Berlusconi vuole fare una riforma contro la giustizia, per riportarla sotto il controllo della politica. Noi convocheremo gli stati generali della giustizia: magistrati, avvocati, forze dell'ordine. E non appoggeremo il referendum: non è uno strumento utile".

La prossima partita sarà il presidenzialismo. Per Massimo D'Alema se ne può discutere. E per lei?
"Se in astratto mi chiede se il presidenzialismo mi inquieta, la mia risposta è no. Ma se la domanda è se in questo momento in Italia è giusto passare a un sistema presidenziale, rispondo ancora no. Le istituzioni sono figlie della cultura del tempo e in Italia, in questo momento, è necessario rafforzare le istituzioni di controllo".

La presidenza della Repubblica è tra queste?
"Oggi al Quirinale c'è Giorgio Napolitano, in precedenza ci sono stati Carlo Azeglio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro, persone che hanno fatto il bene del Paese. È un luogo dove devono esserci figure che garantiscano la Costituzione, conoscano le regole del gioco, rispettino le opinioni di tutti, accettino il dissenso. Tutto ciò che Berlusconi non è. Ho visto che oggi Bossi ha detto che per lui Berlusconi al Quirinale andrebbe bene. Per me no: non va bene. Per fortuna il problema non si pone: fino al 2013 al Quirinale ci sarà Napolitano, una garanzia per tutti".

Nel 2009 si vota per le elezioni europee e amministrative. È in gioco la leadership?
"Tre milioni e mezzo di persone mi hanno scelto perché sono un dirigente che pensa che la vita sia più ricca della politica, un antidoto al male che vedo in tanta parte della politica italiana: un morboso attaccamento alla dimensione del potere. Non me ne importa assolutamente nulla di quelli che fanno i conti sulle percentuali, sui risultati di questa o di quella elezione".

Però il Pd continua a essere una Babele. In Emilia i delegati disertano l'assemblea regionale che deve eleggere la direzione, in Campania, ad Acerra si parla di soldi in cambio di tessere. Dov'è Veltroni? Perché non interviene?
"Il segretario è intervenuto in tante circostanze, senza clamore. Fa notizia Acerra, ma non che per la prima volta in Campania un partito sta facendo un tesseramento come andrebbe fatto, con garanzie e controlli. Perché non fa la stessa domanda a Berlusconi? Per la destra si dà per scontato che non esista vita democratica. Sì, è vero, ad Acerra c'è stato un problema, come può esserci da altre parti, e dove ci sono interveniamo. E vedremo alla manifestazione se il Pd esiste o non esiste".

Che il Pd non esiste ancora lo dicono tanti sindaci, da Cacciari a Chiamparino. E infuria lo scontro tra le fazioni.
"In alcune situazioni locali il Pd non assomiglia ancora al Pd che vorrei. Ci sono zone in cui il Pd funziona, cresce. In altre, per esempio nel Mezzogiorno, bisogna imprimere un cambiamento più forte di gruppi dirigenti, immettere nuove energie. Come il sindaco di Gela Rosario Crocetta che ha annunciato la sua adesione".

Ha promesso che ci sarebbero state le primarie per scegliere dirigenti e candidati. Invece a Firenze per fare il sindaco corrono in quattro, a Bologna non si faranno. Primarie intermittenti?
"Abbiamo un regolamento che stabilisce le primarie per i nuovi eletti e per i sindaci in carica se viene richiesto da una quota definita degli organismi. Regole e intelligenza politica debbono sposarsi".

Si sarebbe evitata questa guerra sotterranea con un congresso?
"Ci ho riflettuto, ma pensi a cosa sarebbe successo se ora invece di fare l'opposizione avessimo fatto il congresso. Saremmo in mezzo alle discussioni interne. Per il vecchio approccio politico il partito è il luogo dove si discute, si litiga e ci si divide. Per me è uno strumento utile ai cittadini. Oppure diventa un pezzo della casta".

C'è una condizione per cui le diverrebbe insopportabile restare segretario?
"Se non potessi continuare a fare il Pd per cui sono stato eletto da tre milioni e mezzo di persone. Ma il problema non si pone".

Insomma, non vuole scappare al Polo Nord.
"È un viaggio che spero di fare. L'atteggiamento snob nei confronti del dramma dell'ambiente è qualcosa che i nostri figli non ci perdoneranno. Si fa ironia, come sull'Africa, Obama, il Pd. L'ironia è sempre rispetto alle cose nuove. Ma quando si farà la storia di questi anni si vedrà chi ha fatto le cose nuove. E chi ha tenuto il freno a mano alzato".

(02 ottobre 2008)


da espresoo.repubblica.it
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« Risposta #13 il: Novembre 20, 2008, 11:37:40 »

Se Casini studia da Prodi

di Marco Damilano


Mani libere nelle alleanze. Gioco di sponda con parte del Pd. Il sogno di guidare un nuovo centrosinistra. E annuncia: 'Dopo le europee nel partito cambia tutto'. 

All'ultima riunione dei big del partito ha annunciato una piccola rivoluzione: "Nelle prossime settimane cambieremo tutti i nostri segretari regionali. Con un unico criterio: la novità. Non devono appartenere alla nostra storia passata. Anche a livello locale dobbiamo tirare su una nuova classe dirigente". Il repulisti di Pier Ferdinando Casini è stato benedetto dai notabili che compongono la cabina di regia dell'Udc: un organismo informale che da qualche tempo si riunisce ogni mercoledì mattina, composto da personaggi che certo nuovi non sono ma che tutti (o quasi) sono accomunati dal non aver partecipato alle precedenti vicende del partitino centrista. Oltre a Casini e al segretario Lorenzo Cesa, a Rocco Buttiglione, Francesco D'Onofrio e Michele Vietti, ci sono due transfughi di Forza Italia, il dc di lungo corso Angelo Sanza e l'eterno liberal, prima di sinistra, poi di destra, ora di centro, Ferdinando Adornato, l'attivissimo Bruno Tabacci, l'inquieto Savino Pezzotta e il sopravvissuto Ciriaco De Mita che coccola l'ex delfino di Arnaldo Forlani con i suoi ragionamenti.

Sono gli uomini che dirigono l'operazione Udc 2: cambiare pelle al partito centrista che per quattordici anni, da quando cioè Casini andò a bussare alle porte di Silvio Berlusconi dopo la fine della Dc, è stato una specie di corrente esterna di Forza Italia, soprattutto a livello locale: chi non trovava posto tra gli azzurri si rifugiava nello scudocrociato. È andata così fino alle ultime elezioni, quando il Cavaliere ha espulso Pier dalla coalizione di centrodestra dopo il suo rifiuto di entrare nel Pdl. In quel momento è finito l'Udc prima maniera ed è partita la seconda fase: la più spericolata. Quella che può terminare con un disastro o con un trionfo, con la scomparsa degli ultimi eredi della Balena bianca dalla scena politica o con Casini a Palazzo Chigi.

Lo scenario è stato evocato da un ex amico di Pier, il sottosegretario Carlo Giovanardi, uscito dall'Udc per accasarsi da Berlusconi: "Casini sarà il prossimo candidato del centrosinistra, appoggiato da Massimo D'Alema. Ricoprirà la funzione che ebbe Prodi nel 1996 e nel 2006: con ottime prospettive, quindi", ha previsto il deputato modenese in un'intervista al 'Quotidiano Nazionale'. E già: in quelle due elezioni il Professore di Bologna, alla guida di una coalizione di centrosinistra, sconfisse Berlusconi. Antonio TabacciMusica per le orecchie dell'ex presidente della Camera: l'ennesimo segnale che dopo mesi di assalti berlusconiani al fortino centrista il clima sta cambiando. L'ultimo sgarbo, per esempio, è stato riassorbito come se nulla fosse. Una campagna acquisti ordita dai berlusconiani per sfilare qualche parlamentare all'Udc. Nella lista degli avvicinabili c'erano signori delle preferenze come il calabrese Mauro Tassone e il casertano Domenico Zinzi. Nessuno di loro, però, amava traslocare in compagnia. E così, alla fine, nel Pdl sbarcherà solo l'attuale portavoce dell'Udc, il deputato Francesco Pionati, l'ex mezzobusto del Tg1 metà uomo metà pastone. Un cambio di maglia che rischia di impensierire soprattutto il già fitto drappello di comunicatori del Pdl che si azzuffano per trenta secondi nei tg della sera, Cicchitto, Bocchino, Gasparri, Capezzone, Bonaiuti. Casini non ha fatto una piega. Anzi, la fuoriuscita di Pionati è la prova che si fa sul serio. Molto di più l'aveva impensierito lo strappo dell'Abruzzo. Qui, nella regione dove si vota tra pochi giorni per scegliere il successore di Ottaviano Del Turco, l'Udc aveva chiuso l'accordo con il Pdl. Da Roma, però, è arrivato il contrordine: Berlusconi in persona ha stracciato il patto già firmato dai vertici locali e ha espulso i centristi dalla coalizione. Non solo: ha fatto ponti d'oro ai centristi che abbandonavano l'Udc. Un gesto di arroganza che rischia di trasformarsi in un boomerang per il premier: i sondaggi più freschi danno il centrodestra in vantaggio di pochi punti sul centrosinistra. E l'Udc che corre da solo rimonta, ingrossando le sue liste di ex assessori e consiglieri regionali forzisti passati con Casini.

Un anticipo della futura strategia che Pier detta così: "La linea di Berlusconi nei nostri confronti per ora è stata questa: o entrate nel Pdl o non facciamo alleanze con voi. È una costrizione che spinge l'Udc a fare alleanze con altri. Se resistiamo e Berlusconi rinsavirà, come credo, noi dell'Udc potremmo tornare ad allearci con il Pdl. Ma anche con altri". Il Pd, certamente.

Un gioco a trecentosessanta gradi, al centro e in periferia. Mani libere e alleanze con chi ci sta, come solo il Psi di Craxi riusciva a fare negli anni Ottanta. In Piemonte le grandi manovre in vista delle amministrative della prossima primavera e soprattutto delle regionali del 2010 sono già cominciate: la scorsa settimana Vietti ha incontrato il rutelliano torinese Gianni Vernetti e il dialogo tra l'Udc e il sindaco Sergio Chiamparino è in pieno svolgimento. In Puglia, dove la gestione del partito è affidata a Sanza e l'Udc pesa circa l'otto per cento, si voterà per il Comune di Bari e in tutte le province e qui i centristi hanno trovato gli interlocutori ideali: gli uomini di Massimo D'Alema e di Enrico Letta, l'ala del Pd più interessata a trovare un'intesa con Casini. E nel gioco di riposizionamento si moltiplicano le sorprese: due settimane fa, per esempio, alcuni notabili dell'Udc pugliese, vogliosi di tornare nel Pdl e sensibili alle sirene del ministro berlusconiano Raffaele Fitto, invitano il siciliano Calogero Mannino a un'iniziativa, sicuri di trovare conforto nella loro linea. E invece, manco per sogno, anche il vecchio Lillo condivide in pieno le indicazioni di Casini, mani libere e nessuna alleanza privilegiata con il Pdl, i congiurati restano a bocca asciutta.

I siciliani si incontrano a Roma, lontani da occhi indiscreti. All'ultimo pranzo, in un ristorante a due passi dal Pantheon martedì 18 novembre, oltre a Mannino c'erano l'ex presidente della regione Totò Cuffaro e il segretario regionale Francesco Saverio Romano. Quarto commensale, unico non siciliano del tavolo, l'ex senatore Ugo Bergamo, attualmente componente del Consiglio superiore della magistratura: una presenza di certo non casuale. Perfino in Sicilia il partito si è spostato su una linea autonomista rispetto a Forza Italia: con il governatore Raffaele Lombardo a fare da mediatore.

Sull'Udc 2 Casini tiene unito il partito in vista delle prossime sfide elettorali: le amministrative e le europee. Ma il disegno è molto più ambizioso, quello che Bruno Tabacci definisce operazione White, la creazione di un nuovo partito di centro più grande dell'attuale Udc, alleato con il Pd in un nuovo centrosinistra: un Partito democratico che assomiglia più ai Red di D'Alema che all'attuale formazione guidata da Veltroni, però. Per forza: condizione indispensabile perché il progetto riesca è che alcuni settori del Pd dichiarino che il progetto è fallito e abbandonino la nave veltroniana. Le anime in pena non mancano. Un'anima in pena è l'ex segretario dell'Udc Marco Follini, che ormai non perde occasione per attaccare Veltroni e che negli ultimi tempi ha ricucito l'antico rapporto con Casini, dopo anni di incomunicabilità totale. Un altro leader in evidente sofferenza è Francesco Rutelli: per ora la lealtà nei confronti di Veltroni resta confermata, ma intanto non fa altro che frequentare cenacoli democristiani, nell'ultima settimana è stato avvistato perfino a un convegno organizzato da Publio Fiori e Bartolo Ciccardini, due simpatici reperti archeologici. E può vantare di essere stato il primo a parlare di alleanze di "nuovo conio" con l'Udc. Tentati dall'abbandono potrebbero essere i parlamentari teo-dem, Paola Binetti e Luigi Bobba, che con l'Udc e una bella parte del Pdl si sono già dichiarati disponibili a votare nelle prossime settimane i testi di legge più restrittivi sul testamento biologico, quelli che impediscono di interrompere alimentazione e idratazione come nel caso di Eluana Englaro. In dissenso dal resto del Pd. E infine, almeno nei piani di Tabacci, c'è l'approccio con la corrente di Enrico Letta, con cui Casini ha fatto tandem durante la vittoriosa campagna elettorale in Trentino: più un sogno che un progetto politico, almeno per ora. Con un timing obbligato: il momento delle scelte verrà dopo le europee, quando tutto, prevede Casini, si rimetterà in movimento. Prima è troppo presto: "Dobbiamo evitare di cadere nella trappola di Berlusconi che ci vorrebbe spingere a sinistra". Resistere al centro, come predicavano i padri democristiani, dunque. E cambiare pelle, modernizzarsi, aprirsi ai mondi più lontani. Sarà un caso, ma tra i collaboratori dell'ex presidente della Camera è entrato di recente Stefano Anastasia, un passato nel partito radicale e tra i giovani del Pci. A dimostrazione che nella squadra di Pier c'è posto per tutti, non solo per papa-boys e ex dorotei. Anche l'altro bolognese, Romano Prodi, si preparava a vincere così.

(20 novembre 2008)
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« Risposta #14 il: Novembre 24, 2008, 04:34:29 »

Nichi fa marcia indietro

di Marco Damilano


Data della scissione, nome e il simbolo del nuovo partito erano pronti. Ma la minoranza di Rifondazione guidata da Vendola ha fatto un passo indietro. La separazione da Ferrero può attendere  È la storia di una scissione che non c'è. Tutto sembrava pronto per il grande passo. La data era già fissata: un'assemblea il 13 dicembre a Roma. Già allo studio il simbolo del nuovo partito e il nome, 'La sinistra'. Invece, tutto si è fermato. E la minoranza di Rifondazione guidata dal presidente della Puglia Nichi Vendola è stata costretta a un passo indietro: la separazione dal segretario Paolo Ferrero può attendere.

A mettersi in mezzo è stato il nume tutelare della corrente, Fausto Bertinotti. L'ex presidente della Camera nelle ultime settimane si è riavvicinato a Ferrero, dopo lo scontro al congresso di Chianciano di luglio. Incontri in pubblico, l'ultimo alla manifestazione degli studenti una settimana fa, e in privato. E poi la pubblicazione su 'Liberazione' delle '15 tesi' in cui Bertinotti scrive che "vanno evitate le scorciatoie politiciste" e che va contrastato il progetto di un'alleanza tra il Pd e un partito da far nascere alla sua sinistra: esattamente il progetto di Vendola e dei suoi.

Dopo lo stop Vendola ha dato il contrordine compagni: "Il mondo è cambiato, non possiamo fare un partitino". E ha seguito il consiglio del Subcomandante Fausto: aspettare le elezioni europee per la resa dei conti interna, non rompere prima.

Ferrero si difende cavalcando qualsiasi protesta: dopo il movimento degli studenti attende con ansia lo sciopero generale della Cgil.

Ed è volato a Berlino per incontrare Oskar Lafontaine, il leader di Linke, il partito della sinistra tedesca. Sperando di trovare conforto.

M. D.
(21 novembre 2008)

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