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Autore Topic: FAME: "Impatto drammatico"  (Letto 15548 volte)
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« il: Aprile 14, 2008, 10:27:35 »

La Banca mondiale: un miliardo di persone vive con un dollaro al giorno

Bisogna dimezzare il numero degli affamati nel mondo: tocca al G7 occuparsene

Fame, l'allarme di Draghi "Impatto drammatico"

dal nostro inviato ELENA POLIDORI


 WASHINGTON - Allarme cibo e dunque allarme poveri: è l'altra faccia della crisi finanziaria che sta scuotendo i mercati. I continui rincari dei prezzi dei prodotti commestibili, uniti a quelli energetici, dei carburanti e dei fertilizzanti, gravano sulle spalle del Terzo Mondo: c'è il serio rischio di uno choc alimentare. Ne è consapevole Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia, che dai microfoni del Developement Committeee, il comitato per lo sviluppo del Fondo monetario lancia un sos. La rincorsa dei prezzi ha "un impatto drammatico sulla povertà"; costituisce un "ulteriore ostacolo" al processo di sviluppo dei paesi più dimenticati; mette a repentaglio la crescita di alcune tra le nazioni già fragilissime dell'Africa sub-sahariana che consuma principalmente cibo. Spiega: "Elevati prezzi dell'energia fanno crescere i costi dei trasporti, mettendo così una pressione addizionale sui prezzi alimentari". Risultato: s'allarga il divario tra ricchi e poveri.

Le parole di Draghi, seguono i conti da brivido forniti da Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, che l'altro giorno s'è presentato in conferenza stampa con un filone di pane in mano: più di un miliardo di persone vive ancora con meno di 1 dollaro al giorno. "Servono progressi rapidi nella lotta alla povertà", esorta il banchiere ricordando che secondo il Millennium Development Goal, entro il 2015, bisogna dimezzare il numero degli affamati nel mondo: tocca ai capi di stato e di governo del G7 occuparsene.

Le ultime notizie sul fronte cibo dicono che - con la crisi, riso, mais, latte, grano, soia - i prezzi stanno diventando proibitivi ovunque. Ma per alcune nazioni sono alimenti-base. I poveri spendono il 75% del loro reddito, già misero, proprio in cibo; sopravvivere in queste condizioni è difficile. A livello globale, spiega Zoellick, il riso costa il 75% in più negli ultimi due mesi, il grano il 120% nell'ultimo anno. Il costo del filone che brandisce "vale" dunque un'enormità per chi già fatica a mangiare. In paesi come lo Yemen - ricorda - una famiglia media spende più di un quarto delle sue entrate proprio in pane. Sempre il Fmi calcola che i prezzi dei prodotti alimentari sono cresciuti del 48% a livello globale dalla fine del 2006, mentre secondo l'Ocse sono diminuiti dell'8,4% gli aiuti dei paesi ricchi, per il secondo anno consecutivo.

La Fao, che pure s'appella ai capi di Stato, stima che i prezzi dei cereali e del grano sono raddoppiati nell'ultimo anno, quelli del mais sono saliti di un terzo e aumenti consistenti si registrano anche per la soia. Il tutto mentre calano le scorte mondiali e si moltiplicano le restrizioni all'esportazione.

A livello nazionale: in Sudan il grano è aumentato del 90%, in Armenia del 30%, in Senegal è raddoppiato. In Uganda il mais costa il 65% in più, in Nigeria il miglio costa il 50% in più. La Washington Post dava conto ieri del grave disagio delle Filippine dove il prezzo del riso, il nutrimento fondamentale, è cresciuto dell'80% da gennaio 2007. In certe zone del mondo, dal Burkina Faso all'Etiopia, al Madagascar, i governi sono intervenuti con la forza per evitare assalti al cibo. Proprio ieri la Banca mondiale ha stanziato 10 milioni di dollari per aiutare Haiti a combattere la crisi alimentare: un team di esperti partirà alla volta del paese per mettere a punto un piano d'emergenza. Zoellick ricorda che "c'è una emergenza che non può essere affrontata solo con analisi, parole, convegni"; s'appella alla comunità internazionale.

Draghi assicura che, nonostante le restrizioni di bilancio, l'Italia ha mantenuto la sua quota storica di contributi alle istituzioni che sostengono i paesi poveri e ha anche ottenuto l'approvazione del Parlamento per contribuire alla cancellazione dei debito dei più bisognosi su un periodo di 40 anni.

(14 aprile 2008)

da repubblica.it
« Ultima modifica: Settembre 18, 2008, 12:03:18 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Aprile 14, 2008, 11:55:45 »

14/4/2008 (9:43) - RIUNIONE FMI E BANCA MONDIALE

Allarme prezzi alimentari, è lotta alla povertà
 
Zoellick, presidente della BM, chiede aiuto alla comunità internazionale e un «New Deal»


WASHINGTON
Nell’ultima giornata delle riunioni dell’Fmi e della Banca Mondiale che si sono svolte a Washington, la parola che è stata pronunciata più delle altre è stata quella di allarme crisi alimentare. Il balzo dei prezzi dei beni alimentari sta creando infatti serie difficoltà soprattutto ai paesi in via di sviluppo e, stando a quanto ha detto oggi lo stesso presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick, «più di un miliardo di persone al mondo vivono con meno di un dollaro al giorno».

Un quadro preoccupante, dunque, che ha portato lo stesso Zoellick ad auspicare un «New Deal», ovvero un «nuovo accordo» sulla politica di gestione della crisi alimentare: accordo volto ad aiutare i più poveri alle prese con la fame, e che, ed è questa la buona notizia, ha ricevuto il sostegno del Development Committee, la Commissione congiunta dei board dell’Fmi e della Banca Mondiale, come si legge nel comunicato.

«L’impatto dei prezzi più elevati delle materie prime è diverso tra i diversi paesi, a seconda che si tratti di importatori netti o esportatori - si legge nel documento -All’interno dei paesi, sono molte le persone povere che sono gravemente influenzate dai prezzi energetici e alimentari nell’area dei paesi in via di sviluppo». Dunque, la commissione «chiede alla Banca Mondiale e all’Fmi di rispondere alle richieste dei paesi in via di sviluppo che hanno per oggetto suggerimenti sulla gestione del fatturato che proviene dalle risorse naturali». Si chiede anche ai due istituti di essere pronti ad adottare una pronta politica e ad erogare sostegni finanziari «verso i paesi vulnerabili, che stanno facendo fronte a shock negativi quali i prezzi dei beni energetici e alimentari». E ancora, «accogliamo con favore l’appello del presidente della Banca Mondiale volto a combattere la fame e la malnutrizione attraverso un nuovo accordo per una politica globale, che gestisca la crisi alimentare».

Il problema del balzo dei prezzi dei beni alimentari è stato sollevato anche dal governatore di Bankitalia Mario Draghi che, in comunicato in cui ha parlato della missione della Banca Mondiale, ha affermato che, allo stato attuale delle cose, ovvero a metà strada nel raggiungimento degli obiettivi fissati dal Millennium Development Goals «che mira a dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015», sono stati compiuti «molti passi in avanti, ma il ritmo è stato sbilanciato tra le regioni e i diversi paesi».

È anche vero che il problema è sicuramente complesso. Da un lato, infatti, «il recente incremento dei prezzi ha dato ai paesi che esportano le materie prime una opportunità unica di accelerare il ritmo delle (proprie) riforme, diversificando l’economia e rafforzando la sostenibilità fiscale». Dall’altro lato però «i paesi più poveri - in particolare quelli della zona dell’Africa sub-sahariana - potrebbero ora vedere la loro crescita minacciata dal balzo dei prezzi energetici e dei prezzi dei beni alimentari, materie prime che incidono sui consumi dei paesi poveri per più del 70 per cento».

Dunque, «sosteniamo l’appello di Zoellick a fare della lotta contro la fame e la malnutrizione una priorità globale», scrive Draghi nel comunicato. In tal senso, «incoraggiamo la Banca a promuovere la produttività globale, lavorando insieme alla FAO e all’IFAD (International Fund for Agricultural Developmente, ovvero fondo internazionale per lo sviluppo dell’agricoltura».

Via libera a Zoellick, insomma, e al suo «New Deal» che, tra le altre cose, propone che i fondi sovrani investano 30 miliardi di dollari in Africa. «L’allocazione di anche l’1% degli asset dei fondi sovrani in investimenti in Africa potrebbe fornire 30 miliardi alla crescita, allo sviluppo e alle opportunità», ha detto, stando a quanto riporta il comunicato. «Sono soddisfatto del fatto che abbiamo ricevuto un feedback positivo su questa idea e continuiamo a discutere con i fondi sovrani».

da lastampa.it
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« Risposta #2 il: Aprile 19, 2008, 04:33:37 »

POLITICA IL COMMENTO

Marx e il mercato travolti dal nuovo vento del Nord

di ALBERTO STATERA


TORINO - "From Marx to market", aveva pontificato, immaginifico e colto come sempre, Giulio Tremonti di fronte al mutare dell'egemonia culturale dominante in questo Paese sull'abbrivio della globalizzazione. Gli operai sono più vicini a noi che ai sindacati, ha proclamato Luca Cordero di Montezemolo, nel giorno dello storico penultimo addio alla presidenza della Confindustria celebrato ieri nell'immenso auditorium dell'evocativo Lingotto operaista. Ma, destino cinico e baro, chissà se il nuovo sentimento nascente dalle elezioni del 13 e 14 aprile è proprio quello del Montezemolo supermercatista o se bisogna invece chiedersi: "From market to?". Di lì veniamo, d'accordo, ma dove andiamo sull'onda di flussi elettorali inediti e imprevisti per un "salotto buono" confindustriale che a occhio e croce puntava su un pareggio mallevadore di larghe intese o di coesione nazionale, come la definisce il presidente dell'Unione industriale torinese Alberto Tazzetti, per fare le necessarie riforme?

Sulle magnifiche sorti e progressive del mercato Montezemolo aveva incardinato tutto il suo mandato confindustriale, aveva condannato le imprese che si adagiavano sugli aiuti di Stato, aveva invocato la competizione con tutti e contro tutti, aveva respinto la cultura anti-impresa e le ideologie vetero-marxiste che classificavano gli imprenditori come nemici di classe.
Tanto aveva ragione da sostenere che oggi gli operai sono più vicini a lui che ai sindacati. Ma davvero è così?

Da lunedì, con la vittoria elettorale del Pdl di Berlusconi e Fini, ma soprattutto di Bossi e della Lega, lo scenario cambia: non più la difesa degli interessi tout court, che la Confindustria montezemoliana ha incarnato nel "dio-mercato", ma il gagliardetto delle "comunità locali di interessi", secondo la definizione di Giuseppe De Rita, che sarà innalzato da una maggioranza di governo con un azionista dotato di golden share rappresentante dei microimprenditori della Pedemontana e, al tempo stesso, dei loro operai. Non più destra-sinistra, ma una polarizzazione centro-perifera.

Un bel problema per la pur tosta Emma Marcegaglia che dovrà gestire una Confindustria sempre più frastagliata. I piccoli arrabbiati, cui la Cina e l'India fanno paura, che considerano la globalizzazione come il governo dei demoni sul mondo, i grandi privilegiati dei salotti e i "banchieri travestiti da statisti" (copyright sempre di Giulio Tremonti).

"Nessun consiglio al nuovo governo - ha avvertito Sergio Marchionne - ma noi siamo per un sistema industriale al massimo della competitività". Un'ovazione? Neanche per sogno, gli applausi dei due o tremila in sala sono andati al professor Roberto Perotti, della Bocconi, soprattutto quando ha detto che sui muri di Barcellona non ci sono i graffiti e murales come qui da noi dove s'imbratta tutto. Low, order e pulizia dei muri. Ma dove è andato in vacanza il professor Perotti? Marchionne ha votato in Svizzera, dove risiede, qualche giorno prima di domenica scorsa e noi crediamo di sapere per chi.

Crediamo persino di sapere che lunedì sera non ha fatto festa, ascoltando Beethoven nell'interpretazione del pianista turco che predilige. La platea del Lingotto, luogo mitico dell'ex classe operaia, deve aver invece stappato prosecco a fiumi lunedì sera. Ma per il mercato globalizzato e la competizione, o per le rispettive comunità locali d'interessi? Mai più Vicenza, con il Berlusconi sciatalgico che salta sul palco e fa a pezzettini i "poteri forti" e i professionisti della Confindustria. In prima fila sonnecchia soltanto il mite Fedele Confalonieri, l'ambasciatore.

Ma il clima prevalente si percepisce anche questa volta. Il povero Andrea Pininfarina che, come un ufficiale austroungarico, fa una relazione perfetta su dieci anni d'Italia, parla della voglia di scala mobile e di spesa senza copertura che torna, dell'evasione fiscale, che è la forma più odiosa di concorrenza sleale, ma conciona nel gelo. Gli applausi scrosciano per i graffiti. Meglio la competizione globale o la sicurezza in villa che garantiranno i sindaci eroi della Lega, che hanno fatto scuola a quelli di sinistra a Padova come a Bologna?

Chissà se Luca Montezemolo ricorda quella cena torinese, ancora vivo l'Avvocato Agnelli, cui Tremonti si presentò a braccetto con Bossi, per la prima volta ammesso tra i poteri elitari di Torino, ed entrando nella sala proclamò: "Io e Bossi riscriveremo Marx".
Perché Montezemolo ha forse ragione di compiacersi del fatto che gli impegni delle forze politiche che hanno vinto le elezioni contengono molte delle proposte del suo "decalogo", può anche gioire del fatto che una delegata della Cgil sia stata eletta parlamentare nelle liste della Lega Nord o che la Marcegaglia avrà a che fare con Rosy Greco invece che con Guglielmo Epifani.

Ma ora Tremonti, che del braccio Bossi si presenta come la mente, Gianfranco Miglio dei tempi moderni, crede forse di averlo riscritto davvero Marx in salsa leghista, denunciando la "cambiale mefistofelica" firmata col mercato nel suo "La paura e la speranza". Tanta paura e poca speranza, quando i grandi processi non si possono bloccare, ma si devono cavalcare. "Se si coltiva troppo la paura rispetto alla speranza - fa il sindaco di Torino Sergio Chiamparino - appaiono inevitabilmente i fantasmi".

Ecco che l'addio di Montezemolo irrompe in un'Italia che è cambiata, che oscilla tra mercatismo e antimercatismo, tra pancia e interessi. In una confusione di interessi. I piccoli imprenditori dell'Alta Padovana mandano in Parlamento il sindaco leghista di Cittadella Massimo Bitonci con il 42 per cento dei voti. Il decreto antisbandati che l'ha reso famoso ha già bloccato l'afflusso di stranieri. Se, come sembra, dilagherà in Veneto, in Lombardia e in Piemonte presto non si troverà più un operaio per far funzionare le fabbriche. "Immigrazione, invasione vitale", proclama però il capo dell'Ufficio studi della Confindustria Luca Paolazzi. Ma non scioglie il nodo tra interessi tout court e comunità locale di interessi, tra destra-sinistra e centro-periferia.

"In America - ride Mario Carraro, ex presidente di Confindustria veneta con stabilimento a due passi da Cittadella, criticando i suoi colleghi che non sanno decidere se vogliono cacciare gli immigrati o trovare gli operai che servono - entra un milione e mezzo di immigrati ogni anno. Senza drammi. E - ride - hanno mezzo milione di italiani irregolari".

Come si metterà tra tante contraddizioni la Confindustria liberista e mercatista che lascia Montezemolo, quando gli azionisti-leghisti del governo si opporranno alla privatizzazione delle aziende municipalizzate, all'abolizione dell'Ici promessa da Berlusconi o a quella delle province, epitome della casta politica che nasce dal basso e poi prolifera avviluppando la società?

Corrado Passera, grande banchiere, ascolta l'intervento pieno di meraviglie nazionali di Hjort Frederiksen, ministro del Lavoro danese e chiosa: se l'Italia fosse come il Veneto, la Lombardia o il Piemonte, sarebbe più gestibile, come è la Danimarca. Potrebbe persino sembrare un assist alle voglie secessioniste che molti continuano ad attribuire alla Lega, al di là della secessione leggera che molti politologi danno per già avvenuta nei fatti, ma naturalmente non lo è.

La grande industria, la grande banca e la finanza, non mettevano nel conto un vento elettorale come quello che ha scompigliato santuari votati all'eternità. Pensate la felicità dei poteri finanziari di Verona, roccaforte finanziar-cattolica, nel veder assurgere il sindaco Flavio Tosi, quello del "leon che magna el teròn" a plenipotenziario del Nordest della Lega di governo. O l'aristocratica Brescia cattolico-bancaria di Mino Martinazzoli e Giovanni Bazoli, del prodismo dei poteri elitari, doversela vedere con la traumatica perdita del governo della città.

Luca Montezemolo le cose le fa sempre in grande. Persino il pre-addio alla Confindustria certifica per la prima volta senza molti dubbi l'eclisse dei salotti buoni. Fedele Confalonieri, l'ambasciatore dell'eterno escluso, è lì in prima fila a dimostrarlo.

(19 aprile 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #3 il: Aprile 20, 2008, 12:03:24 »

CREMASCHI: «Vedremo fabbrica per fabbrica, sciopero per sciopero»

Bonanni: «Via a nuova concertazione»

Fiom accetta la «sfida» di Montezemolo

I sindacati si riorganizzano in vista del Berlusconi ter.

Il leader Cisl: «Posizione unitaria per aiutare governo»



ROMA - Il duro attacco di Montezemolo ai sindacati, «casta di professionisti del veto», arriva nel momento in cui, con il passaggio al governo Berlusconi ter, le rappresentanze dei lavoratori sono chiamate a riprendere le fila del dialogo su contratti e salari. E se Giorgio Cremaschi della segreteria nazionale della Fiom raccoglie il «guanto della sfida» («La sfida è accettata. Vedremo fabbrica per fabbrica, sciopero per sciopero se è vero quello che sostiene Montezemolo»), il leader della Uil Luigi Angeletti risponde al presidente di Confindustria dicendo che «se fosse così saremmo tutti contenti. Gli industriali trattassero meglio i lavoratori, così questi saranno ancora più vicini».

BONANNI - Diversa la posizione del leader della Cisl Raffaele Bonanni si dice disponibile ad aprire il campo a una nuova stagione di concertazione con il governo lancia la proposta di un patto tra le forze sociali, sindacati, imprese e associazioni, sui temi più importanti di politica economica. Dal fisco al lavoro, dalle infrastrutture ai servizi, serve - spiega il segretario - una posizione unitaria «per aiutare il governo nelle sue azioni. Serve un nuovo clima di collaborazione così potrà governare più agevolmente il Paese». Bonanni si dice anche ottimista sulla possibilità di annunciare un accordo con Cgil e Uil sulla riforma dei contratti già il 1° maggio. Per il segretario della Uil, Luigi Angeletti, un accordo entro fine mese «è una ragionevole speranza ma non è una certezza» e ricorda che «la discussione sul nuovo modello contrattuale ce la stiamo trascinando da tempo immemorabile ma ancora non riusciamo a trovare un punto comune, una posizione unitaria, con Cgil e Cisl». Confindustria, come detto, attacca il sindacato «professionista del veto»: sui contratti, ha detto Montezemolo, in quattro anni non sono riusciti a trovare un accordo «non con noi, badate bene, ma tra di loro».

DETASSAZIONE - Intanto Berlusconi ha annunciato i primi provvedimenti dell'esecutivo, come l'abolizione dell'Ici, che Cgil, Cisl e Uil non ritengono una priorità, al contrario dei redditi dei lavoratori dipendenti. Bonanni si dice d'accordo con l'abolizione della tassa sulla casa a patto che non comporti altri carichi fiscali con le addizionali Irpef. Per Epifani bisogna evitare di usare il «tesoretto» per interventi che non siano prioritari e «restituire quanto prelevato con le tasse ai lavoratori e ai pensionati. Se ci sono soldi si può fare anche l'Ici». Angeletti: «Tra la riduzione dell'Ici, la detassazione degli straordinari e della tredicesima, quest'ultima è delle tre misure la cosa che preferiamo in assoluto». Bonanni ha detto che il sindacato «si aspetta che il governo ci coinvolga su tutto, confermando il taglio delle tasse per i lavoratori e per i pensionati a partire dal secondo livello di contrattazione»; la stessa detassazione degli straordinari «sarebbe una buona occasione per fare ciò che noi chiediamo da tempo». Netto il giudizio di Confindustria che saluta con favore l'interevento annunciato dal governo: è «un'inversione di tendenza di fondamentale portata nel modello di relazioni industriali che noi vogliamo fortemente innovare».


18 aprile 2008

da corriere.it
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« Risposta #4 il: Aprile 21, 2008, 01:47:29 »

Denuncia del relatore delle Nazioni UnitE Jean Ziegler.

In un anno aumenti del 40%

L'Onu: l'aumento dei prezzi del cibo «è un silenzioso omicidio di massa»

Cresce l'emergenza nei paesi poveri. «Le multinazionali sono responsabili di una sorta di violenza strutturale»

 
(Epa)
VIENNA - L'aumento globale dei prezzi del cibo sta conducendo a un «silenzioso omicidio di massa». Lo ha detto l'inviato delle Nazioni Unite per il cibo, Jean Ziegler, relatore speciale Onu sul diritto al cibo, ha detto algiornale austriaco Kurier am Sonntag che la crescita nei biocarburanti, le speculazioni nel mercati e i sussidi all'esportazione dell'Unione Europea, significano che l'Occidente è responsabile per la morte per fame nei paesi più poveri. Ziegler ha detto di voler sottolineare la "follia" di chi pensa che la fame dipenda dal fato. «E' un omicidio di massa silenzioso», ha ribadito nell'intervista.

«I POVERI SI RIBELLERANNO» - Ziegler ha accusato la globalizzazione di «accentrare il monopolio fra i ricchi della Terra» e ha detto che le multinazionali sono responsabili di una sorta di «violenza strutturale». Ziegler ha detto di ritenere che un giorno la gente che muore di fame potrebbe ribellarsi contro i suoi persecutori. «E' possibile proprio come lo fu la Rivoluzione francese», ha detto.

BAN KI-MOON: «SERVONO MISURE URGENTI» - Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha invitato la comunità internazionale a prendere in tempi brevi misure per arrestare l’aumento del prezzo dei generi alimentari. In occasione dell’apertura della conferenza internazionale sullo sviluppo organizzata dall’Onu in Ghana, Ban Ki Moon ha osservato che la situazione «è molto preoccupante» e pone particolari problemi a molti paesi, soprattutto in Africa.

AUMENTI DEL 40% IN UN ANNO - L’aumento del prezzo degli alimentari è salito nel corso di un anno di circa il 40% scatenando sommosse in diversi paesi africani come Camerun, Egitto, Burkina faso. Ban dovrebbe incontare anche il presidente del Ghana John Kufuor. Alla vigilia del vertice, Ban ki Moon ha detto che con Kufour discuterà diverse "crisi regionali, dallo Zimbabwe, al Darfur al Kenya",


20 aprile 2008

da corriere.it
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« Risposta #5 il: Aprile 21, 2008, 05:36:33 »

LA crisi dei mercati

Piano Draghi, i dubbi di Tremonti

Il ministro dell'Economia in pectore contro la ricetta del governatore: «È aspirina per malattia grave»


ROMA - Giulio Tremonti, futuro ministro dell’Economia del governo Berlusconi giudica insufficiente il piano proposto dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi al G7 sulla crisi dei mercati finanziari. Un piano che ha raccolto il consenso internazionale. «A occhio - ha detto Tremonti a Parigi in qualità di presidente dell’Aspen Institute Italia - è un po’ come un’aspirina data per una malattia più grave». Per Tremonti quella di Draghi è una proposta «non sufficiente» con «strumenti vecchi e fumosi», e «reticente», omettendo di «parlare di nazionalizzazioni e di aiuti di Stato».

DUBBI - «Verso un nuovo mondo - ha spiegato - non si può andare con idee e strumenti vecchi». «C’è la consapevolezza di una crisi generale molto profonda e che non è finita - ha aggiunto - una crisi non solo economica, ma anche sociale, con l’impoverimento del ceto medio, e fatta di tensioni geopolitiche». Per questo secondo Tremonti le ricette contenute nel rapporto del Financial Stability Forum, sono un po’ come «chiudere la porta dopo che sono scappati i buoi». «Non è un testo - ha aggiunto - che uno poi si va a rileggere. Nelle sue conclusioni non c’e’ mai la parola nazionalizzazione. Si omette così il passaggio più significativo. Dove si fa l’elenco degli strumenti da utilizzare si parla di iniezione di liquidità e di altre cose fumose. Ma il rapporto è reticente sulla parola chiave ’aiuti di Stato’. Non si parla di ’salvataggi’. E se un rapporto del genere non parla di cose reali, come le nazionalizzazioni che sono state fatte e si faranno ancora, siamo di fronte a quel tipo di cultura, di tecnica, che non basta piu’ per gestire cose che sono cambiate. Verso un nuovo mondo non si puo’ andare con idee e strumenti vecchi».


19 aprile 2008(ultima modifica: 20 aprile 2008)

da corriere.it

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« Risposta #6 il: Aprile 21, 2008, 05:37:54 »

Piano della banca d'inghilterra: per gli istituti scambio di prestiti immobiliari con bond GB

Fmi, crisi dei mutui: le banche europee perderanno altri 43 miliardi di dollari

Il rapporto: la crescita in Europa Occidentale rallenterà «significativamente» nei prossimi due anni


MILANO - Il Fondo Monetario Internazionale stima che le istituzioni finanziarie europee riporteranno ulteriori perdite per 43 miliardi di dollari, a causa degli effetti del dissesto dei mutui subprime, e ribadisce che la Bce ha spazio per abbassare il livello dei tassi di interesse alla luce del deterioramento dell'outlook economico. Nel suo rapporto l'Fmi si spiega che le banche europee hanno già riportato circa 80 miliardi di dollari di perdite a partire dal mese scorso e che ora rischiano di dover svelare nuove svalutazioni per via dell'ulteriore deterioramento del credito subprime.

FMI: EUROPA NON IMMUNEALLA CRISI - L'Europa è «resistente ma non immune» alla situazione di difficoltà che sta affrontando l'economia mondiale. E' quanto si ricava dalle previsioni per l'Europa del Fondo monetario internazionale contenute nel nuovo rapporto. La crescita in Europa Occidentale rallenterà «significativamente» nei prossimi due anni per fermarsi all'1,5% nel 2008 e all'1,4% nel 2009, quando nel 2007 è stata del 2,8%. Confermate le stime di crescita per l'Italia allo 0,3% per entrambi gli anni.

NO A CAMBIO STIME - Al momento, ha aggiunto l'Fmi per bocca di Michael Deppler, direttore del dipartimento europeo del fondo - «non c'è alcuna ragione» per modificare le previsioni di crescita sull'Italia». Quando cambia un governo, ha aggiunto, «dobbiamo guardare alla sua politica», ma analizzando «le condizioni di base dell'economia italiana non c'è motivo per cambiare» le stime, ha ribadito.

BANCA D'INGHILTERRA - Intanto la Banca d'Inghilterra ha messo a punto un piano per sbloccare il mercato del credito permettendo alle banche di scambiare prestiti immobiliari con obbligazioni dello Stato. Il piano ha un valore totale di circa 50 miliardi di sterline (pari a circa 100 miliardi di dollari).

LA CRISI - Il piano ha lo scopo di far ripartire il mercato dei prestiti immobiliari entrato in crisi per le forti tensioni sul mercato del credito. Domenica il ministro delle Finanze britannico Alistair Darling ha detto che il piano «punta a scongelare la situazione attuale» e che «la Banca d'Inghilterra metterà il denaro a disposizione del sistema bancario britannico. L'idea è di aprire il mercato e di cominiciare il processo di apertura del mercato del credito immobiliare. Quello che farà la Boe - ha aggiunto Darling - è prestare soldi alle banche e nello stesso tempo prendersi delle garanzie». Secondo gli esperti il successo dell'operazione dipenderà molto dalla sua durata e dal livello di rating dei prestiti strutturati che la Boe accetterà in garanzia.


21 aprile 2008

da corriere.it
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« Risposta #7 il: Aprile 22, 2008, 12:10:41 »

21/4/2008 - Economia 
 
Crisi alimentare, l’America costretta al razionamento
 
Dal ricco Nord Est alla West Coast la contrazione dell’offerta e i prezzi alle stelle spingono la grande distribuzione a limitare la vendita di farina, riso e olio
 
 
“A causa della ridotta disponibilità, siamo costretti a limitare la vendita di riso”: il desolante avviso, scritto su un cartello a grandi caratteri, pende nel negozio sopra scaffali semivuoti.
Una scena da tempo di guerra o da paese in via di sviluppo, ma il teatro è tutt’altro: a confrontarsi con il razionamento è la ricca America, granaio del mondo ora alle prese con una crisi alimentare che vede l’offerta di generi di prima necessità contrarsi e i prezzi al consumatore volare.

Il cartello fa mostra di sè in un grande magazzino della catena Costco Wholesale a Mountain View, in California, ma il razionamento ha toccato l’intera West Coast e le aree più ricche del Nord Est, dal New England a New York: ad essere sottoposti a limitazioni di vendita sono anche la farina e l’olio, ma tra gli scaffali del negozio californiano è soprattutto del riso che si sente la mancanza, visto che la clientela è composta soprattutto da immigrati asiatici. “Dov’è il riso?”, si domanda smarrito Yajun Liu, ingegnere di Palo Alto intervistato dal New York Sun, “Tutti dovrebbero poter comprare una cosa semplice come il riso. E’ ridicolo”: sugli scaffali sono rimasti, al posto dei consueti sacchi da 20 chili, pacchi grandi meno della metà, ma con un prezzo che sfiora i 16 dollari. Nei negozi più piccoli, classici minimarket di quartiere, il costo supera anche i 30 dollari per sacchi da 10 chili e l’ordine è il medesimo: un solo pacco per cliente, perché le scorte sono ridotte all’osso.

Il fenomeno è diffuso a macchia di leopardo, ma è comunque un primo sintomo grave di quel fenomeno di iperinflazione nel settore alimentare che sta mettendo in ginocchio l’economia e minacciando la sicurezza nei paesi più poveri: l’impennata dei prezzi e la scarsità di cibo hanno causato rivolte armate ad Haiti, in Indonesia e in diversi paesi africani, mentre l’India ha bloccato le esportazioni di ogni qualità di riso, all’infuori delle più pregiate e apprezzate sui mercati esteri, e il Vietnam ha detto no alla firma di un nuovo contratto di vendita di riso proveniente dall’estero.

Ma la strategia di imporre barriere commerciali o di ricorrere a incentivi per l’importazione di beni alimentari è stata bollata come un pericolo che può “distorcere i meccanismi del commercio internazionale ed aggravare la crisi” dal segretario generale dell’Onu: durante una conferenza su commercio e sviluppo ad Accra, in Ghana, Ban Ki-Moon ha lanciato un allarme per le possibili conseguenze negative che l’aggravarsi della crisi potrebbe avere sulla sicurezza internazionale, sulla crescita economica e il progresso sociale. La Banca mondiale stima che l’aumento dei prezzi abbia sfiorato in media l’83% negli ultimi 3 anni e che la crisi alimentare, innescata da una concomitanza di fattori - dall’incremento delle richieste di cereali per la produzione di ecocombustibili all’impennata dei consumi in Cina e India -, possa condurre sotto la soglia della povertà almeno 100 milioni di persone in tempi straordinariamente brevi.
 
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« Risposta #8 il: Aprile 23, 2008, 11:09:11 »

23/4/2008 (7:13)

Fame è tornato il diavolo in corpo
 
Mani protese verso una ciotola, una scena quotidiana in tante regioni dell'Africa
 
Dalla Bibbia al Medioevo all'oggi un problema che è anche culturale

MARCO BELPOLITI


La Fame è tornata. Anzi, non se ne è mai andata. Pensiamo a mangiare appena svegli e anche prima di addormentarci; i morsi della fame ci colgono verso mezzogiorno, e alla sera, ritornando a casa, vogliamo subito a metterci a tavola. Non a caso avere fame è l'esperienza emotiva più importante del bambino: fame e insieme sonno. Ma mentre il secondo sopraggiunge in ogni caso, effetto dell'estenuazione del pianto disperato, i lamenti per la fame non sazieranno mai. La fame è insieme all'istinto sessuale lo stimolo più importante e più potente dell'uomo, quello che ha influito maggiormente nel corso della storia, scrive Renée Valeri nell'Enciclopedia Einaudi.

Da almeno trent'anni le immagini della fame assediano le nostre case. Ci arrivano attraverso gli schermi televisivi, da un mondo che vede oltre 800 milioni di persone che vivono in questo stesso momento in uno stato di penuria endemica. Eppure nel 2003 un artista americano, David Blaine, ha vissuto per 44 giorni digiunando in una minuscola scatola trasparente sospesa accanto al Tower Bridge di Londra, e oltre 250 mila persone si sono sporte dai parapetti del fiume per osservare la sua performance. Dopo i bambini del Biafra e della Somalia, dopo le carestie terribili dell'India e del Bangladesh, migliaia di persone hanno occupato qualche ora della propria giornata per osservare il digiunatore. Shaeman Apt Russell, studiosa di storia naturale, in un libro documentatissimo, Fame. Una storia innaturale (Codice Edizioni), ne conclude che la fame non è solo un problema biologico, sociale, politico ed economico, ma anche e soprattutto culturale.

La fame è parte intrinseca della storia umana, al punto da essere persino un rito di passaggio, una forma unica di sofferenza che può portare all'introspezione, sia nell'arte sia nella religione. Così si presenta la voce narrante di Fame (Adelphi), capolavoro dello scrittore norvegese Knut Hamsun pubblicato nel 1890, resoconto a sfondo autobiografico: il protagonista sopravvive per settimane mangiando poco e nulla, girando senza meta per la città, dormendo all'addiaccio. La sua immaginazione galoppa e produce immagini fantastiche, simili a quelle che hanno abitato le menti di migliaia di uomini in Europa tra la fine del Medioevo e l'inizio della società moderna. Piero Camporesi li descrive in Il paese della fame (Garzanti): mendicanti, straccioni, ex operai, reduci di guerra, fuggiaschi, vagabondi, prostitute, sbandati percorrono le strade delle città nell'Italia del ’600 dopo che la crisi economica li ha lasciati senza lavoro. Il loro unico alimento è il pane alloppiato, miscuglio di polveri, granaglie, residui alimentari, che provoca allucinazioni (Il pane selvaggio, Garzanti).

La fame fa «vedere», come ci ricorda la Russell: monaci e sante, eremiti e mistici l'hanno usata per avvicinarsi a Dio, per raggiungere mete visionarie, simili in questo al protagonista del racconto di Kafka, Un digiunatore (1922), dove un «artista della fame» si esibisce in un circo. Nella Berlino del 1926, paradosso dei paradossi, ma anche dato realistico, scrive la Russell, esistevano sei artisti simili. Evidentemente la fame non è solo la conseguenza di indigenza o povertà, miseria ed esclusione, ma abita l'uomo in profondità come sembra dimostrare anche l'anoressia, una delle malattie moderne nei paesi sviluppati.

Eppure la fame ci terrorizza da migliaia d'anni, come ricorda la Bibbia. Nel 1347 in Italia quasi due terzi della popolazione morirono di fame; nel 1845 un fungo decimò le patate, alimento base degli irlandesi, e un milione di persone perirono. E ancora - se ne è discusso in questi giorni - in Ucraina, tra il 1919 e il 1921, 7 milioni di uomini, donne e bambini perirono, probabilmente a causa di una scelta di Stalin. Tuttavia la carestia peggiore che la storia ricordi, effetto della politica suicida di Mao, è accaduta in Cina nell'arco di quattro anni, tra il 1958 e il 1962: 30 milioni di morti, e se ne è avuta notizia certa solo negli anni 80, come racconta il romanzo di Zhang Xianliang Zuppa d’erba (Baldini & Castoldi).

Un antropologo, Colin Turnbull, nel 1963 ha condotto il più celebre e controverso studio sull'influenza della fame in una cultura. In Africa, sul confine tra Uganda e Kenya, ha studiato gli Ik, una popolazione di circa duemila persone cui era impedito di cacciare nel vicino parco nazionale e che viveva in appezzamenti di terra sterile. Il suo resoconto, Il popolo della montagna (Rizzoli), è un documento sconvolgente: ogni uomo, donna o bambino pensa solo per sé, la crudeltà è all'ordine del giorno, i figli sono abbandonati, gli anziani stazionano in luoghi appartati sino alla morte. Gli Ik, scrive l'antropologo, hanno modificato il loro concetto di normalità per adattarlo al contesto in cui vivono: non si ribellano e accettano tutto reputando la morte per fame un fatto normale. Il resoconto di Turnbull ricorda da vicino la condizione dei deportati nel Lager descritta da Primo Levi in Se questo è un uomo (Einaudi), in cui la fame viene prima di ogni altra cosa. Se ci si sofferma sui suoi resoconti, sulla sua lotta per sopravvivere, non si può non concludere che la fame induce ai peggiori istinti, compreso il cannibalismo, come narrano i deportati nei Gulag sovietici.

Ma quali sono davvero le cause della fame nel mondo? Nel 1798 Thomas Malthus nel Saggio sul principio della popolazione sostenne che la popolazione umana sarebbe cresciuta in progressione geometrica, mentre le risorse alimentari in modo aritmetico. La sua previsione era che le aree coltivabili sarebbero diminuite per la sterilizzazione dei suoli e che quindi l'unica soluzione per mantenere in equilibrio la popolazione mondiale erano le guerre, le carestie e le epidemie. Nei due secoli seguenti i neo-malthusiani hanno predicato l'uso dei contraccettivi e la sterilizzazione per mantenere stabile la popolazione mondiale. La storia sembra aver smentito questa profezia: il miglioramento dei trasporti, le eccedenze di produzione, la meccanizzazione hanno alleviato il problema. Inoltre, nei Paesi più ricchi, dove la salute della popolazione è migliore, e il consumo di proteine più alto, gli indici di natalità sono più bassi, vicino allo zero; nei Paesi più poveri si fanno invece sempre più figli. Nutrita meglio, sostiene Valeri, la popolazione povera potrebbe lavorare di più e aumentare le scorte di cibo.

La discussione tra malthusiani e antimalthusiani non è cessata, tuttavia è evidente che le cause della fame sono sociali ed economiche, sebbene per motivi ideologici i più disconoscano questo fatto. Ma anche quando lo si riconoscesse, la Fame, sottile musa, torna a bussare alle nostre porte per metterci alla prova. Non ce ne libereremo mai. La Fame è il nostro vero limite biologico, come l'istinto sessuale che continua a condizionare così pesantemente anche noi civilizzati.

da lastampa.it
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« Risposta #9 il: Aprile 26, 2008, 09:59:45 »

Massimo Riva

I nodi di Draghi


Tremonti ha tenuto a chiarire che le critiche alle ricette del Financial Stability Forum non sono un attacco al presidente Draghi. Resta da capire che cosa abbia in testa il futuro ministro dell'Economia  Mario DraghiHa fatto bene Giulio Tremonti a chiarire che le sue critiche alle ricette del Financial Stability Forum contro la crisi dei mercati non sono un attacco al suo presidente, Mario Draghi. Con i guai che volano nell'aria, ci mancherebbe soltanto un conflitto personale e istituzionale fra il prossimo ministro dell'Economia e il governatore della Banca d'Italia. Resta, però, da capire che cosa esattamente abbia in testa la persona che si accinge a prendere le redini dell'economia domestica.

Parlare di 'aspirina' a proposito delle terapie suggerite dal consesso guidato da Draghi può essere anche divertente, ma è un esercizio fin troppo facile. In effetti, il documento in questione denuncia alcuni limiti d'impostazione piuttosto evidenti. Uno, per esempio, riguarda una certa ritrosia a fissare vincoli più stringenti per gli operatori del mercato. Gran parte delle proposte, infatti, si concentra su inviti a una più efficace autoregolamentazione da parte di banche ed agenzie di rating, cioè proprio di quegli stessi soggetti ai cui comportamenti, quanto meno avventurosi, si deve l'esplosione della crisi in atto. Affidarsi al ravvedimento operoso dei maggiori responsabili del disastro non sembra davvero il massimo.

Un altro limite del documento del Financial Stability Forum è che in esso si sorvola, con qualche eccesso di ipocrisia, sul passaggio cruciale delle contraddizioni insite in alcuni interventi d'emergenza effettuati dalle autorità pubbliche. A Londra ci si è spinti fino alla nazionalizzazione di una grande banca in difficoltà, la Northern Rock. Negli Stati Uniti ci si è posti sulla stessa strada spostando a carico del Tesoro e della Federal Reserve una parte cospicua dei debiti accumulati da soggetti finanziari e bancari. A un percorso analogo si è rassegnata anche la banca centrale dell'Australia. Su questo massiccio ritorno alla discutibile pratica della socializzazione delle perdite - che arriva dopo decenni di privatizzazioni dei profitti - il Forum presieduto da Draghi evita di prendere posizione. In sostanza, non se la sente di approvare queste forme di interventismo diretto dello Stato, ma neppure di bacchettare i governi che hanno così clamorosamente interferito nelle vicende del mercato.


Ci sono, insomma, non poche e fondate ragioni per esprimere dubbi e critiche sulle proposte del Forum, come ha fatto ora Tremonti. Il punto è che anche i suoi rilievi non escono dalle ombre dell'ambiguità. Per esempio, sul nodo delle nazionalizzazioni bancarie, egli si limita a segnalare l'assenza del tema nel documento ma poi, sul merito delle medesime, si dichiara 'né favorevole né contrario'. Eh, no: troppo comodo puntare il dito sulle omissioni altrui e al tempo stesso evitare di prendere posizione. Fra un paio di settimane Tremonti andrà a sedersi sulla poltrona di ministro dell'Economia: se ritiene prematuro manifestare le sue opinioni e i suoi progetti prima di quel momento, non doveva aprire polemiche. Ma ora che ha lanciato il sasso non può nascondere la mano e limitarsi a dire che non voleva attaccare il governatore. Altrimenti cade nello stesso errore di equivoca reticenza che egli rimprovera agli altri.

(24 aprile 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #10 il: Giugno 04, 2008, 12:01:34 »

La rivoluzione che portò fame

Piero Bevilacqua


Se ne parla ormai con allarme da molti mesi. Agli abituali 800 milioni e passa di affamati annualmente censiti dalla Fao se ne va aggiungendo un numero imprecisato che aumenta di giorno in giorno. Analisti e commentatori hanno chiarito soprattutto le ragioni congiunturali di ciò che sta avvenendo.

Cescita della domanda, soprattutto di carne e quindi di mangimi nei Paesi emergenti, annate di prolungata siccità in importanti regioni cerealicole, vaste superficie di suoli convertiti ai biocarburanti, aumento del prezzo del petrolio, speculazione finanziaria sui titoli delle materie prime, ecc. E tuttavia l’attuale fase non è una congiuntura astrale, il fatale combinarsi di «fattori oggettivi».

Luciano Gallino, su Repubblica, ha ben messo in luce le responsabilità dell’Occidente nel determinare le condizioni dei nostri giorni. Ma le responsabilità non sono solo recenti, rimandano a una storia di scelte e di strategie che occorre rammentare se si vogliono trovare soluzioni durevoli a un problema di così scandalosa gravità.

La diffusione epidemica della fame nel mondo ha una origine storica ormai non più recente. Essa nasce con la rivoluzione verde avviata dagli USA negli anni 60 in vari Paesi a basso reddito e proseguita con crescente intensità nei decenni successivi. Quella rivoluzione venne definita verde perché essa aveva il compito strategico di contrastare, nelle campagne povere del mondo, l’onda rossa del comunismo. Essa doveva impedire che l’avanzare di una rivoluzione sociale - come quella che aveva consegnato la Cina al partito comunista di Mao - investisse altre aree del mondo povero di allora. Ed era verde non perché rivestisse anticipatrici connotazioni ambientalistiche, ma perché puntava a una radicale trasformazione tecnologica dell’agricoltura senza sovvertire i rapporti di proprietà. Non la liquidazione dei latifondi, ancora così diffusi in tutti i continenti, né la distribuzione della terra ai contadini, ma una via tecnologica. Essa puntava a innalzare la produzione unitaria, a modernizzare le campagne sul modello occidentale, risolvere il problema elementare del cibo per tutti e fornire così un potere stabile alle classi dirigenti locali amiche dell’Occidente. In una fase storica in cui una moltitudine di Paesi si stava liberando dal giogo coloniale una rivoluzione sociale nelle campagne costituiva una eventualità tutt’altro che remota..

La rivoluzione verde si è imposta attraverso un dispositivo molto semplice: la diffusione di un «pacchetto tecnologico» (technical package) composto da sementi ad alte rese, concimi chimici, pesticidi, ecc. Tutti gli elementi del pacchetto erano indispensabili e fra loro interdipendenti per la riuscita dell’innovazione. Senza i concimi chimici le sementi non davano rese elevate, senza i pesticidi le piante, create in laboratorio, venivano decimate dai parassiti. E occorreva, infine, un ricorso senza precedenti all’uso dell’acqua. D’un colpo i saperi millenari con cui i contadini avevano provveduto sino ad allora alla produzione del proprio cibo venivano sostituiti da uno schema tecnologico calato dall’alto su cui essi non avevano più alcun potere. Non potevano più utilizzare le loro sementi, perché dovevano ormai acquistarle all’esterno, e così il concime, i pesticidi, più tardi i diserbanti, ecc. Essi dovevano limitarsi ad applicare i dettami di una scienza esterna di cui non capivano i meccanismi e che alterava gravemente il loro habitat naturale. Ma la loro agricoltura diventava dipendente dall’industria agrochimica occidentale. Oggi i contadini che sono rimasti sulla terra subiscono l’aumento generale dei prezzi di tutti questi imput esterni dipendenti dal petrolio. Di passaggio rammentiamo che l’introduzione degli Ogm aggiungerebbe a queste spese di esercizio anche il pagamento delle royalties sui semi protetti da patenti: con quali vantaggi per risolvere il problema della fame è facile capire.

Ma allo spossessamento culturale si è accompagnato, ancor più violento, lo sradicamento sociale. La grande maggioranza dei contadini non era in grado di reggere le spese di esercizio di quella nuova agricoltura e abbandonava le campagne. D’altra parte, per applicare con piena efficienza economica il pacchetto tecnologico occorreva puntare sulle grandi aziende, accorpare le piccole proprietà coltivatrici, abolire le agricolture miste (che garantivano l’autosuffcienza alimentare delle famiglie), estendere le monoculture, introdurre i trattori. Era il trionfo dell’agricoltura industriale, con pochi addetti (in regioni del mondo affamate di lavoro) che aumentava significativamente la produzione globale dei vari Paesi, ma spingeva milioni di contadini ad abbandonare la terra, costringendoli a comprare il modesto cibo quotidiano che prima producevano con le proprie mani. Ma quei contadini non hanno trovato fonti di reddito alternative. Diversamente da quanto è accaduto in Europa o in USA, nella seconda metà del ’900, non hanno avuto la possibilità di trovare lavoro nelle fabbriche o nei servizi urbani. Hanno creato un nuovo esercito di poveri. La crescita delle megalopoli asiatiche e latino-americane, la diffusione delle baraccopoli in Africa e in varie altre regioni del mondo, nel secolo scorso, sono in gran parte l’esito di queste migrazioni rurali. E qui la fame trionfa.

A partire dagli anni 80, con le politiche della Banca Mondiale e del FMI volte a «orientare al mercato» le economie dei Paesi a basso reddito, le scelte avviate con la rivoluzione verde hanno ricevuto una definitiva consacrazione. Ma esse hanno mostrato, in maniera ineccepibile, il loro stupefacente fallimento. L’innegabile successo economico-produttivo di quelle scelte non ha affatto scalfito l’iniquità sociale dei rapporti sociali e dell’accesso ai mezzi di produzione, soprattutto alla terra. Esemplare il caso dell’India. Qui, tra il 1966 e il 1985 la produzione di riso è passata da 63 milioni di tonnellate a 128, facendo di questo Paese uno dei maggiori esportatori di derrate fra i Paesi poveri. Eppure la maggioranza degli oltre 800 milioni di affamati si trova oggi in India. Qui, nel 2000, si è verificato un surplus di cereali di 44 milioni di tonnellate, che sono state destinate all’esportazione, come vuole il credo liberista. Ma diversamente esemplare è il caso dello Stato indiano del Kerala. Qui, nel 1960, è stata realizzata un’ampia riforma agraria, che ha distribuito la terra ai contadini - il 90% della popolazione - assegnando a essi una superficie non superiore agli 8 ettari. La fame del resto dell’India qui è sconosciuta, l’ambiente è integro, le foreste ben curate. Eppure il Kerala ha una densità di 747 individui a km2, il triplo di quella della Gran Bretagna. D’altra parte è ben noto: numerose ricerche condotte in USA, in Europa e in giro per il mondo hanno mostrato la più elevata produttività unitaria della piccola proprietà coltivatrice rispetto alla grande azienda agricola. Senza considerare che essa garantisce la rigenerazione della terra, impiega poca energia, acqua, pesticidi, conserva la biodiversità agricola, riduce la produzione di CO2.

Dunque, dopo tanti decenni di questa strategia verde oggi tutti possono ammirarne i mirabolanti successi: il numero degli affamati nel mondo non è mai significativamente diminuito e oggi rischia di conoscere una nuova e tragica impennata. L’agricoltura dipende da potenze economiche inesistenti solo mezzo secolo fa: i colossi chimico-sementieri la cui strategia può condizionare la vita di intere popolazioni. Cargill, Dupont, Monsanto, ecc accrescono i loro affari mentre anche nella civilissima Europa si diffonde il salariato agricolo semischiavile e ovunque continua l’esodo dalle campagne. Eppure governi, organismi internazionali, esperti perseguono nel loro vecchio errore: voler trasformare le campagne del Sud nella copia delle agricolture industriali occidentali. La panacea è sempre la stessa, garantire l’espansione del cosiddetto libero mercato. Pazienza se il mondo tende a diventare un’immensa megalopoli e le campagne si ridurranno a poche monoculture lavorate con le macchine. Quanto agli affamati è sufficiente l’elemosina degli aiuti, che servono a smaltire le eccedenze agricole dei Paesi ricchi e a tacitare la coscienza delle più ipocrite classi dirigenti di tutta la storia contemporanea.

Pubblicato il: 03.06.08
Modificato il: 03.06.08 alle ore 12.53   
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« Risposta #11 il: Giugno 04, 2008, 12:11:47 »

Fame nel mondo, controvertice

ActionAid: un miliardo senza cibo

Stop ai sussidi per biocarburanti e più investimenti nell'agricoltura locale

La polizia vieta la manifestazione "non autorizzata". Identificati manifestanti

di CLAUDIA FUSANI


 ROMA - Loro dentro, cinquanta capi di Stato, i leader di 191 paesi e migliaia di sherpa intorno a tavoli e buffet a discutere come dire basta alla fame nel mondo, finora con scarso successo. Gli altri fuori, un numero minuscolo, qualche decina, ma con idee molto chiare: nel 1996 erano 800 milioni gli affamati nel pianeta; dieci anni dopo, nel 2006, erano 854 milioni; solo quest'anno, nel 2008, rischiano di aggiungersi altri cento milioni se non saranno fatte in fretta alcune cose. Non difficili. Sicuramente non convenienti per multinazionali e alcuni gruppi industriali.

"Loro" sono i capi di Stato che da stamani fino a giovedì cercheranno, chiusi dentro il grande ex ministero dell'Africa diventato dal 1952 sede della Fao, di decidere le politiche agricole giuste per combattere carestie e correggere tragedie come questa: ogni giorno quasi 16 mila bambini muoiono per problemi legati alla mancanza di cibo. Significa che nel mondo muore un bambino ogni 5 secondi.

"Gli altri" sono ActionAid, la ong che ha lanciato la campagna Hunger free (liberi della fame) e in questi giorni farà il suo "controvertice", parallelo anche se interno a quello della Fao. L'agenzia delle Nazioni Unite, una sorta di ministero mondiale dell'agricoltura, della pesca e delle foreste che si occupa di pianificare risorse e coltivazioni (non distribuisce aiuti né alimenti, a quello provvede il World Food Program), stamani avvia i lavori del vertice biennale sulla Sicurezza alimentare. ActionAid doveva "occupare" l'anfitreatro naturale del Circo Massimo con uno striscione lungo 200 metri con su scritto "Stop al business della fame". Duecento metri, un metro per ognuno di quei duecento milioni di affamati in più che rischiano di aggiungersi nei prossimi anni alle statistiche sulla fame nel mondo. Ma la polizia ha detto no. Motivi di sicurezza, "manifestazione non autorizzata", identificati manifestanti e giornalisti. ActionAid continua comunque il suo controvertice. E rivendica il diritto di essere ascoltata.

La fame nel mondo? "Scelte politiche sbagliate". L'analisi di ActionAid parte da una constatazione tanto banale quanto complessa: la fame nel mondo non è un problema legato a cause naturali ma è la conseguenza di scelte politiche sbagliate. "I prezzi del cibo, cresciuti dell'83 per cento negli ultimi 36 mesi - dicono i dati messi a disposizione da ActionAid - sono destinati ad aumentare fino al 2015. Non per mancanza di cibo: tra il 2007 e il 2008 c'è stata una produzione record di cereali segno che la terra è in grado di sfamare e bene i suoi sei miliardi di abitanti".

Il caro-cibo, secondo ActionAid, ha almeno quattro cause. La prima: "La crescente domanda di biocarburanti, sostenuti da sussidi di stato e che hanno via via sottratto terreno alle coltivazioni alimentari". La grande produzione di cereali, grano, riso e soia è sì in crescita ma perchè legata alla produzione di biomasse da cui poi ottenere i biocarburanti. Ci sono poi il caro-petrolio e "speculazioni finanziarie internazionali" (segnalate "incette speculative da parte di esportatori e commercianti in Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Rwanda, Malawi"). La terza causa sono "programmi di liberalizzazione del mercato e aggiustamenti strutturali che nei fatti sottraggono terra e mezzi ai contadini e obbligano le popolazioni ad importare". Infine il clima: secondo la Fao "22 dei 37 paesi che attualmente stanno affrontando la crisi alimentare hanno sofferto di recente estreme crisi climatiche". I 37 paesi in crisi sono 10 in Asia, cinque in America Latina, uno in Europa, 21 in Africa. L'Africa è sempre il core business dell'attività dell'agenzia Onu dislocata per ironia della sorte nell'ex ministero fascista per l'Africa.

Quattro ricette. ActionAid fa anche un dettagliato elenco delle multinazionali e delle aziende che producono cereali, macchinari agricoli, sementi, pesticidi, erbicidi e fertilizzanti e che, secondo i suoi studi, stanno guadagando dalla crisi alimentare grazie soprattutto "a politiche che incoraggiano i sussidi anziché la produzione locale e la produzione di biocarburanti". Marco De Ponte, capo delegazione di ActionAid al vertice Fao, indica almeno quattro interventi urgenti nell'agenda politica mondiale alla voce crisi alimentare. Serve "ricostruire le economie alimentari nazionali per garantire alle popolazioni locali l'accesso al cibo". Un buon esempio in questo senso arriva dal Vietnam dove le recenti riforme hanno dato a quasi tutti un pezzetto di terra da coltivare e con cui sfamarsi. "Stop immediato ai sussidi per biocarburanti che ha prodotto la riduzione delle terre coltivate a fini alimentari a favore della produzione di biocarburanti" spiega De Ponte. La richiesta di ActionAid al vertice Fao è che "gli Stati Uniti rimuovano ogni sussidio alla produzione di etanolo e che l'Unione europea interrompa ogni incoraggiamento alla produzione di biocarburanti tramite l'utilizzo di coltivazioni ad uso alimentare". Fondamentale sarebbe anche "mettere le donne al centro dello sviluppo rurale". Sono le donne a lavorare la terra (le donne contadine sono un quarto della popolazione mondiale secondo la Fao) ma solo il 2% di loro possiede la terra e solo l'1 per cento dei crediti erogati per progetti agricoli viene gestito da donne tra l'altro sprovviste di know how imprenditoriale. Infine gli ogm. "La produzione di cibo transgenico non è certo una risposta alla crisi" ribadisce ActionAid. E la Ue deve continuare ad applicare la moratoria. In Italia il decreto fiscale di Tremonti ha tagliato proprio quelle poche poche decine di euro destinate a salvaguardare le biodiversità.

(3 giugno 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #12 il: Giugno 04, 2008, 05:06:17 »

4/6/2008
 
Il pozzo senza fondo
 
 
 
ANDREA ROMANO
 

Se qualcosa di chiaro è emerso dalle nebbie del supervertice di Roma è che la nuova emergenza alimentare non ha un unico responsabile né un'unica soluzione.

Non è tutta colpa dei soliti Paesi ricchi, perché l'esplosione dei prezzi dei cereali è stata innescata dal miglior livello di vita raggiunto da larghissime popolazioni asiatiche: cinesi e indiani possono finalmente nutrirsi con più proteine e per produrne consumano molti più cereali che in passato. Non è tutta colpa del disinteresse delle istituzioni internazionali, che fanno a gara nel discutere di fame nel mondo. Dopo Roma toccherà tra due settimane al consiglio dell'Unione europea, poi alla riunione del Wto in programma a Ginevra per la fine di giugno, quindi al G8 di luglio in Giappone e infine al vertice convocato dalle Nazioni Unite in settembre sul sottosviluppo e i cosiddetti «Millennium Goals».

Un'agenda fittissima e ridondante, quasi esclusivamente dedicata alla crisi alimentare ma incapace di scalfire la fotografia di un autentico fallimento storico: se nel 1996 la Fao si era prefissa di ridurre della metà entro il 2015 gli 800 milioni di affamati che allora esistevano sul pianeta, oggi abbiamo già raggiunto quota 850 milioni. Non è neanche tutta colpa della Fao, potremmo concluderne, anche se qualche parte di responsabilità dovrà pur essere attribuita all'organizzazione che appare la più debole, vetusta e inefficace di tutto il sistema delle Nazioni Unite. La stessa organizzazione che il presidente del Senegal Abdoulaye Wade ha recentemente definito «un pozzo senza fondo per soldi spesi prevalentemente in apparati burocratici», chiedendone la rifondazione all'interno di una nuova agenzia da collocare nel continente africano.

Nessun colpevole e dunque nessuna soluzione? Non è proprio così, se cominciamo a guardare in casa nostra. Ovvero in Europa, là dove si nascondono strumenti politici che potrebbero concorrere a superare l'emergenza. Si tratta innanzitutto della possibilità di ridurre le barriere doganali con le quali continuiamo ad ostacolare le esportazioni alimentari dei Paesi in via di sviluppo. Si dirà che non siamo i soli, che gli Stati Uniti hanno superato gli europei nella corsa al protezionismo e che l'aria che tira a Washington (soprattutto tra i Democratici) non fa sperare in niente di buono per il futuro. Ma rimane il fatto che mentre festeggia i dieci anni della moneta unica, l'Unione europea si mostra quantomeno negligente nel lasciare intatta quella «politica agricola comune» che rappresenta il pilastro del nostro protezionismo e con la quale - come ha ricordato ieri il premier britannico Gordon Brown - ogni anno viene inflitto agli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo un conto di 100 miliardi di dollari in redditi mancati.

Ma nei nostri arsenali c'è un altro potente strumento politico che rifiutiamo di utilizzare, per la fatica di mettere in discussione le nostre convenzioni. È la possibilità di tollerare, favorire e incentivare l'uso delle biotecnologie nelle produzioni agricole. Sì, proprio quegli Ogm che per abitudine consideriamo ormai un temibile spauracchio ma che in realtà rappresentano l'unica soluzione per aumentare la produzione di cibo nel mondo. Fino ad oggi la crisi alimentare è stata soprattutto un'emergenza commerciale, fatta di prezzi e tariffe. Ma al fondo si tratta di trovare nuove soluzioni ad un problema antico dell'umanità: come ricavare raccolti maggiori da una stessa quantità di terreno? La risposta europea è pesantemente condizionata dal rifiuto delle biotecnologie applicate all'agricoltura, che nei Paesi in via di sviluppo sarebbero in grado di moltiplicare il raccolto dei produttori piccoli e medi. Ovvero proprio di quel segmento produttivo che ha potenzialità di crescita enormemente maggiori dei terreni che in Occidente sono già utilizzati fino a livelli di saturazione. Il rifiuto europeo nasce da preoccupazioni del tutto legittime dei consumatori, ma è stato artificiosamente gonfiato da chi ha tutto l'interesse che sulle nostre tavole continuino ad arrivare solo prodotti europei.

Prodotti «biologici» quanto si vuole, ma in sostanza capaci di perpetuare la condanna alla fame di una larga porzione dell'umanità.

 
 
da lastampa.it (Il senno di poi ANDREA ROMANO). 
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« Risposta #13 il: Giugno 04, 2008, 05:16:18 »

La seconda giornata del vertice Fao sulla sicurezza alimentare

L'Onu: fame il vero nemico da battere

Ogm e biocarburanti, Frattini apre

Il segretario generale: «Servono misure immediate sui prezzi».

Al via attività per 17 milioni di dollari

 

ROMA - «Questa è una lotta che non possiamo perdere, il nemico è la fame, lo stesso degli ultimi decenni, che produce rivolte e instabilità: l'impegno riparte da Roma». È il programma dell'Onu illustrato dal segretario generale, Ban Ki-Moon, nel suo intervento nella seconda giornata del vertice Fao sulla sicurezza alimentare. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, nel suo intervento ha inoltre criticato «le rigidità sui biocarburanti e le pregiudiziali sull'utilizzo degli organismi geneticamente modificati». Ki-Moon ha risposto che «i biocarburanti sono una delle cause della crisi alimentare, ma il loro impatto deve ancora essere valutato».

UN SUCCESSO - Secondo Ki-Moon «la Conferenza di Roma è un successo, per i governi e per i milioni di persone che hanno fame, ma il lavoro però è appena all'inizio. Ho ricevuto una petizione firmata da 300 mila persone», ha detto il diplomatico sudcoreano, «per una riforma che ponga fine alla crisi». Il segretario generale delle Nazioni Uniti ha quindi fatto appello agli Stati membri perché «lascino Roma con un impegno preciso», ma anche alla società civile, per realizzare «un piano d'azione da attivare rapidamente», in particolare prendendo «misure immediate per prezzi più ragionevoli».

FRATTINI, RIGIDITÀ SU BIOCARBURANTI E OGM - Nel suo intervento, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha criticato «le rigidità, come la negazione per principio dei biocarburanti e dell'uso di Ogm (organismi geneticamente modificati). Occorre approfondire il ruolo dei biocarburanti, senza rigidità e chiusure dogmatiche, ma chiarendo quali siano le condizioni per assicurarne la sostenibilità», ha dichiarato il capo della Farnesina, che sul biofuel si è detto d'accordo con la linea del presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, che martedì aveva difeso la «rivoluzione dorata» del bioetanolo. Per Frattini il tema va affrontato puntando sulla ricerca e l'innovazione, come peraltro la questione degli Ogm. «È errato negare pregiudizialmente l'uso di Ogm», ha concluso, «ed è privo di senso il suo utilizzo nella produzione di biofuel». La risposta è nella ricerca «che va potenziata». Frattini ha ricordato che c'è un punto sul quale «concordiamo tutti: la necessità di risposte convincenti sia per l'immediato che per il medio-lungo periodo. L'Italia intende formulare una serie di proposte di intervento immediato per alleviare l'attuale emergenza. Pensiamo a un meccanismo internazionale per la creazione di scorte strategiche cui ricorrere in caso di necessità e urgenza», ha detto il capo della diplomazia italiana. «Questa sorta di banca si configurerebbe cosi come erogatore di ultima istanza, che avrebbe un ruolo di stabilizzazione dei prezzi agricoli e ridurrebbe in tal modo anche i rischi di controproducenti azioni unilaterali».

FINANZIAMENTI- La Fao ha avviato attività d`emergenza per 17 milioni di dollari per arginare gli effetti del rialzo dei prezzi alimentari. Nuovo stanziamento da parte del Programma alimentare mondiale (Pam) di 1,2 miliardi di dollari per aiutare le persone colpite dall'emergenza cibo in 62 Paesi. La Banca per lo sviluppo islamico ha scritto al direttore generale della Fao, Jacques Diouf, una lettera per annunciare il proprio sostegno alla lotta contro la fame e l'emergenza alimentare di 1,5 miliardi di dollari (poco meno di un miliardo di euro) per i prossimi cinque anni. Mohamed Ghannouci, primo ministro della Tunisia, ha rinnovato la proposta di versare un dollaro per ogni barile di petrolio per aumentare le risorse del Fondo mondiale di solidarietà per la lotta contro la fame nel mondo.


04 giugno 2008

da corriere.it
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« Risposta #14 il: Giugno 06, 2008, 04:51:23 »

Quelli senza pane

Virginio Colmegna*


Torno a rileggere il Vangelo di Matteo nel brano del giudizio: «Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare». Lascio il libro aperto sul tavolo e percorro le scale della Casa della Carità dal mio studio, che si trova al secondo piano, giù fino alla mensa. Mi metto a tavola con gli ospiti e mi scopro a sognare una città fatta di case e di famiglie ospitali. Penso alla forza di una Chiesa che si spinge oltre, anticipando con una fretta quasi sorprendente il desiderio di umanità che ciascuno porta nel cuore.

Vedo Sahid che aggredisce un piatto di pasta, ormai perfettamente abituato alla nostra cucina

Dentro di me sorrido per le grandi sorprese che ci riserva la scoperta dell’altro quando abbiamo il coraggio di deporre il pregiudizio, quando siamo capaci di non irrigidire i confini. Nei suoi viaggi tra mondi comunitari e di confine Sahid ha saputo imparare anche un po’ di rumeno, che qualche volta usa quando gli viene chiesto di aiutarci ad accudire alcuni piccoli della comunità rom. È il meticciato della condivisione, dove tutti possono stare a mensa, senza la carestia dell’ingiustizia.

Risalgo nella cappella, la stanza segreta dove il silenzio si fa ascolto, e mi soffermo sul bellissimo libro di Rut, che invito a leggere e rileggere per la delicatezza con cui si narra di una vicenda di migrazione al femminile, del coraggio di due donne - di Rut e prima ancora della suocera Noemi, che compie con lei il viaggio - nel mettersi in cammino verso un’altra terra. Grande protagonista di questo libro è la fame, la mancanza dei beni primari di sussistenza, che spinge a viaggiare per trovare una prospettiva di vita. «Noemi allora si alzò con la sua nuora per andarsene dalla campagna di Moab perché aveva visitato il suo popolo dandogli pane» (Rr 1,6).

Piano piano, leggendo il libro, si scopre che dal cuore di Rut emerge un desiderio profondo: non solo trovare pane, ma anche un marito, dei figli, un lavoro, una discendenza. Le due donne cercano un futuro nella terra dove approdano. Avere un futuro nel Paese degli stranieri! È per questo che la palestinese, la moabita Rut, parte con grande coraggio. Mi vengono in mente le molte donne accolte nella Casa della Carità e i loro viaggi duri e determinati. Noemi e Rut, la giudea e la palestinese, viaggiano legate da un comune destino. La loro alleanza è un legame forte e pieno di tenero affetto. Entrambe vedove, possono contare inizialmente su loro stesse e sull’affetto che si scambiano, in un’alleanza tra donne che rigenera la forza.

Leggo l’inizio del piccolo libro di Rut che parla di carestia, per poi scoprire una chiusura segnata dall’abbondanza, dove la speranza si fa segno concreto. Dalla fame nasce il movimento della migrazione interiore di due donne, dalla fame nasce la spiga che darà il pane. Dal grembo di Rut nascerà anche la vita, la continuità dell’incontro tra giudei e stranieri che costituisce l’ibrido benedetto dal quale discenderà il popolo di Dio. Rut diventa madre di Obed, che genera Iesse, che genera Davide. E dalla stirpe di Davide discenderà il Figlio dell’Uomo.

Avere fame è l’esperienza che dà radici alla nostra fede. La carestia è grande protagonista nella storia della salvezza, spinta che indurrà tutti i patriarchi a migrare per fame e per trovare felicità di futuro. Ci sono parole intense e inequivocabili che la Bibbia riserva all’uomo migrante. Leggiamo nel libro del Deuteronomio: «Dio rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate, dunque, il forestiero» (Dr 10,18-19). L’integrazione diventa possibile se nella mensa comune ci riconosciamo tutti debitori e creditori, liberi fruitori di un cibo gratuito. L’integrazione fa «dei due un popolo solo» (Ef 2,14). Cade il muro tra «Giudei e Greci, schiavi e liberi, uomini e donne» (Gal 3,28).

La terra è dunque di Dio: tutti gli uomini vi passano, vi faticano, vi migrano, vi dimorano, vi riposano. Senza avere esclusive. Senza mai dire: «Questo è mio!» Senza mai poter pensare di vivere da soli. Rifletto su questa Parola di Dio così incisiva e percorro di nuovo le scale fino alla mensa. Cammino, ma sento che sto compiendo un movimento quasi simbolico, per tornare con loro, con gli ospiti, con gli operatori di turno, con chi compie i lavori semplici che rendono viva la Casa. Ho fame con loro, ho fame di condivisione e di giustizia.

Concludo questo primo passo con la sferzante risposta di un testimone straordinario, l’Abbé Pierre, che così si rivolge a chi lo interroga sui temi della pace e della povertà: «Dentro di me scoppio quando sento certe cose! Sono ferito dalle ferite di questi piccoli che si è andati a saccheggiare in nome di uno sviluppo e un cammino che non sono mai arrivati! Se non ci si sente feriti dalla ferita dell’altro, si rimane a casa a guardare la televisione e si emettono assegni a favore di un’opera per dirsi con la coscienza tranquilla: Ho dato! Non serve a nulla dare se non si è feriti dalla ferita dell’altro».

* direttore della Casa della Carità di Milano

(testo tratto dal libro “Ho avuto fame”, Sperling & Kupfer)



Pubblicato il: 06.06.08
Modificato il: 06.06.08 alle ore 12.11   
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