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Autore Discussione: Alberto RONCHEY.  (Letto 7987 volte)
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« Risposta #15 inserito:: Giugno 02, 2009, 04:35:35 pm »

IPNOSI DEI LISTINI, PAURE CHE RESTANO


Le illusioni del dopo crisi
Le notizie di Borsa non attirano più solo speculatori, operatori professionisti, risparmiatori di redditi maggiori o minori attenti alle pagine finanziarie dei giornali, ma in larga misura le masse degli spettatori televisivi. Anche se forse Rai e Mediaset non hanno avvertito il fenomeno a sufficienza, quelle poche cifre offerte dai telegiornali ormai sembrano familiari anche fra la gente comune. L’ipnosi dei listini si propaga da tempo fra chi teme di trovarsi coinvolto nella crisi finanziaria e nella correlata recessione dell’economia, sotto l’incubo dei fallimenti e dissesti aziendali.

Nei primi mesi di quest’anno, già il ricorso alla Cassa integrazione ha raggiunto cifre di massimo rilievo. Questa crisi, come le cronache ripetono, è senza precedenti da decenni. E anche se ora l’oscillazione del mercato finanziario è molto ridotta, l’inquietudine collettiva persiste con l’aumento della disoccupazione. Si prolunga l’attesa di qualche attendibile rassicurazione, dai governi o dai più accreditati studiosi dell’economia come «triste scienza». Ma insieme con le risposte compiacenti per evitare il panico, persistono quelle inclini a un rude o malcelato pessimismo. Quando avrà fine la crisi economica originata nel money game di Wall Street, con l’alternanza fra ribassi e rialzi seguiti da patologici azzardi? Alcune voci rispondono che «il peggio è passato», altre che «deve ancora venire». Anzi, ritorna in qualche caso il catastrofismo dei paragoni con la depressione dopo il «grande crollo» del 1929. L’ipotesi d’una replica di quella sciagura, tuttavia, sembra ignorare i ben più tragici fenomeni e dati d’allora, tramandati da Galbraith e altri storici dell’economia.

Oggi, sia pure fra i peggiori pronostici, è improbabile il ripetersi di quella depressione grazie all’esperienza nell’uso dei capitali pubblici come stabilizzatori della domanda aggregata, sebbene già le spese di ogni Stato siano sovraccariche. In particolare, il Fondo Monetario prevede per l’Italia che nel 2010 il debito pubblico raggiungerà il 121 per cento del prodotto interno lordo con un aumento di 15 punti rispetto al 2008, circostanza che impone riforme urgenti e adeguate. Secondo l’interrogativo che ricorre ogni giorno, l’avventurismo della «finanza spettacolo» è davvero superato? Ha già dominato a lungo la scena internazionale. All’inevitabile caduta di eccessive quotazioni seguivano, e seguiranno forse ancora, inesorabili e temerarie speculazioni.

A volte il mercato concede qualche momentanea illusione. Succede infatti che un titolo sopraquotato e necessariamente in caduta sia l’indomani protagonista del fenomeno c h i a m a t o dead-cat-bounce, il cosiddetto «rimbalzo del gatto morto» illustrato in breve dal New York Times: «Anche un gatto morto precipitato da un tetto rimbalza, ma è sempre un gatto morto». Pure le ripetute illusioni e delusioni, con simili episodi, hanno contribuito a diffondere lo smarrimento manifesto nelle nevrosi o ansie collettive. Gli oracoli tecnici avanzano generici consigli o solo ipotesi, deprecazioni e scongiuri. Contro «l’evanescenza dell’alta finanza», qualche sociologo raccomanda il ritorno alla «cultura produttiva di base» fuori dal money game. Possibile? Altri si limitano a supporre, o prevedere, che la vita economica e sociale non sarà più come prima di questa crisi. Probabile.

Alberto Ronchey

02 giugno 2009
da corriere.it
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« Risposta #16 inserito:: Giugno 20, 2009, 07:03:02 pm »

LA PORTA APERTA DI GHEDDAFI

Guerra e pace con la Libia


Nella recente visi­ta di Muham­mar al-Ghedda­fi a Roma, fra te­atralità e requisitorie an­tioccidentali nel suo con­sueto linguaggio bomba­stic, torbide contestazioni oltre a un incidente diplo­matico, s’è discusso di tut­to. Colonialismo e africani­smo, imperialismo e terro­rismo, crisi economica e congiuntura energetica. Ora, in particolare, è da considerare a che punto sono le relazioni tra Italia e Libia.

Il quotidiano Al-Jamahi­riya, come veniva segnala­to il 10 giugno da Tripoli, commentava: «Per qua­rant’anni e fino a poco tempo fa, sarebbe stato più probabile un viaggio di Gheddafi su Saturno che in Italia». Gheddafi è al potere, precisamente, da quarant’anni. Risale al 1969 il suo colpo di Stato che depose il re Idris. E su­bito cominciarono le sue recriminazioni contro il colonialismo italiano, fa­scista e prefascista, instau­rato a Tripoli dopo la guer­ra italo-turca del 1911-12. Molte responsabilità della dominazione italiana oggi vengono riconosciute, senza dimenticare tutta­via che la Libia era stata una conquista ottomana dal 1551. Fu per la prima volta indipendente solo dal 1951, sotto la monar­chia senussita.

Dal 1970, denunciando la repressione coloniale, Gheddafi decretava l’espulsione delle comuni­tà italiane. Oltre a rivendi­care sempre più spesso ri­sarcimenti dal governo di Roma, già dal ’70 confisca­va le proprietà mobiliari e immobiliari degli espulsi, non solo italiani. Seguiro­no prolungate ostilità fino a tempi recenti, o persino azzardi come i missili che sfiorarono Lampedusa.

Tutte le potenze già co­loniali, ricorda l’ambascia­tore Biancheri, hanno co­nosciuto simili difficoltà, ma poche hanno avuto problemi così complessi come quelli che noi abbia­mo incontrato nei rappor­ti con la Libia di Gheddafi da tempo indipendente. Una pausa nelle ostilità fu quella temporanea parteci­pazione azionaria in Fiat, che venne turbata però dalle pretese di controllo sulla Stampa di Torino.

Ora, i rapporti fra Tripo­li e Roma progrediscono, avviati su basi all’apparen­za ragionevoli. Nell’agosto del 2008, veniva firmato a Bengasi un «patto d’amici­zia ». Quell’intesa prevede­va tra l’altro un risarcimen­to in dollari di 5 miliardi alla Libia per le colpe del colonialismo. A sua volta, Gheddafi sollecita oggi più investimenti, promet­te alle imprese italiane una «zona franca» e sgra­vi o esenzioni fiscali per cinque anni. Oltre i rap­porti già in atto, come quelli con l’Eni, l’Enel, Te­lecom, Finmeccanica, ven­gono invitate per lo svilup­po industriale o le opere infrastrutturali numerose aziende: «La porta della Li­bia per tutti voi è aperta». E aggiunge che all’Italia sa­rà concessa, in ogni caso, la priorità nelle forniture di petrolio e gas. Impegni tutti affidabili, al riparo da umori variabili? Si vedrà.

Non sono in questione, poi, soltanto gli affari eco­nomici. Rimane da verifi­care l’efficacia della sorve­glianza nelle acque territo­riali e sulle coste libiche, secondo reiterati accordi, per arginare il traffico dei migranti clandestini dal­l’Africa verso l’Italia, dove i residenti legali e illegali hanno superato i 60 milio­ni dinanzi ai 6 milioni di abitanti della Libia. Se ne discuterà forse ancora e presto, insieme con tanti altri problemi, quando Gheddafi tornerà in Italia per il G8 come presidente di turno dell’Unione Afri­cana.


Alberto Ronchey
20 giugno 2009

da corriere.it
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« Risposta #17 inserito:: Luglio 19, 2009, 11:30:13 am »

TORNA LA CREMLINOLOGIA


Il doppio volto del potere russo


A Mosca, ora il pote­re presenta spesso un’immagine bi­fronte. Vladìmir Putin, capo del governo e già presidente, sembra manife­stare concezioni diverse da quelle del neopresidente Dmitrij Medvèdev. Qualche osservatore scorge dissensi effettivi, altri suppongono un gioco delle parti. Ritorna la cremlinologia? Putin esprime l’agguerri­to e a volte arrogante nazio­nalismo «granderusso» ver­so le nazioni già prigioniere dell’impero e le forze occi­dentali che le tutelano, in particolare gli Stati Uniti. Al­l’interno della società che go­verna, tende a perpetuare la tradizione del vozhd autorita­rio. Medvèdev sembra incli­ne a una diplomazia interna­zionale duttile, fino alla tan­to discussa ipotesi d’un reset nei rapporti tra Washington e Mosca. Nella politica inter­na, sembra più tollerante ver­so i gruppi d’opposizione, ha concesso un’intervista persino alla dissidente No­vaja Gazeta. E ora manifesta il massimo sdegno dinanzi all’assassinio in Cecenia di Natalja Estemirova, l’erede di Anna Politkovskaja nella difesa dei diritti umani e nel­l’opposizione agli abusi del potere: «Massimo castigo per i responsabili».

Solo variabili ruoli? Ciort snaet, lo sa il diavolo. Rima­ne insuperata la difficoltà di comprendere le complessità della Russia, europea e asiati­ca, ortodossa e cirillica, so­vietica e postsovietica, insie­me con tutte le sue contrad­dizioni. In simili circostan­ze, viene anche rievocato lo storico «enigma» del secolo passato. L’Urss, già impero zarista, fu dominata per lun­go tempo da Stalin, il despo­ta nativo della Georgia, e poi da Krushev, nativo dell’Ucrai­na, due nazioni subalterne a Mosca nell’ambito dell’impe­ro e solo dal 1991 indipenden­ti, oggi ostili anche a ogni re­sidua influenza politica rus­sa. Per assurdo nel 1989-91 doveva toccare in sorte a Gor­baciòv, russo di Stavropol, l’onere di subire la dissolu­zione dell’Urss. E la serie del­le contraddizioni doveva continuare.

A proposito della recente cronaca russa, un tema che suggerisce innumerevoli stu­di e interrogativi è la serie di mutazioni del sistema econo­mico. Prima il soffocante ca­pitalismo di Stato, poi la par­ziale privatizzazione che an­che oltre l’epoca travagliata di Eltsin malgrado il freno di­spotico esercitato da Putin ha tollerato i molti «oligar­chi » al controllo di colossali fortune, spesso dediti a fasto­se esibizioni di opulenza fra tanta residua penuria nella vita nazionale. Alcuni, fra i neocapitalisti, hanno subito processi e carceri, ma si di­chiarano perseguitati solo perché apparivano potenzia­li e pericolosi oppositori di Putin. Da qualche anno, altra par­ticolarità, la Russia viene defi­nita superpotenza energeti­ca, ma non senza dubbi e in­cognite gravi. Nel sottosuolo bicontinentale dispone d’un oceano di petrolio, ma è dif­fusa la previsione che senza un’aggiornata tecnologia quelle immense riserve non possano risultare sufficienti rispetto alle ambizioni del su­pernazionalismo putiniano. Qual è l’effettivo potere del­l’impero energetico?

Da ultimo, rimane l’inco­gnita dei rapporti con la Ci­na in pieno boom. La Russia fornisce alla superpopolata e crescente superpotenza ci­nese vitali risorse di petro­lio, 15 miliardi o più di metri cubi l’anno. Ma lungo le fron­tiere asiatiche orientali è in­filtrabile dall’immigrazione clandestina del «popolo gi­gante », che tende a tracima­re oltre l’Ussuri e l’Amur. I russi già devono e dovranno ancora guardarsi dalla ri­schiosa prospettiva, anche se a Mosca non se ne discute in sede pubblica

Alberto Ronchey
18 luglio 2009

da corriere.it
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« Risposta #18 inserito:: Agosto 08, 2009, 06:52:26 pm »

DIVARIO CON IL NORD, ASSENZA DELLO STATO

Se investire al sud è troppo rischioso


Dopo la contro­versia recente sull’ipotesi d’un partito del Sud, ancora s’è riproposta la tradizionale polemica me­ridionalista. Il divario eco­nomico tra Nord e Sud, in­fatti, è persistente, malgra­do l’entità delle sovvenzio­ni statali per infrastruttu­re, lavori di bonifica e d’ir­rigazione, opere stradali e insediamenti industriali dalla metà del ’900 in poi. La questione meridiona­le risale al borbonico «re­gno senza strade», dal Ga­rigliano fino alla Sicilia. Fu a lungo discussa da eminenti e competenti studiosi come Gaetano Salvemini, Giustino Fortu­nato, Napoleone Colajan­ni, Guido Dorso, Manlio Rossi Doria. Poi venne af­frontata con la Cassa del Mezzogiorno e con dispa­rate iniziative speciali al di sotto d’una linea di con­fine che intersecava la Pontina, l’Appia, la Casili­na, l’Autostrada del Sole. In verticale, il pubblico in­tervento si estendeva in tutto il Sud fino a Taranto, la costa calabra, Gela. Per­ché, ancora oggi, la que­stione del divario econo­mico tra Nord e Sud è pressoché immutata? Si può rispondere con diver­si argomenti, secondo un ordine di priorità variabi­le.

Primo impedimento. Nessun impegno di capita­le pubblico può risultare abbastanza efficace quan­do è scarsa la mentalità imprenditoriale, fra l’altro vincolata o compromessa dai costumi del clienteli­smo e dalla tendenza baro­nale a investire il plusvalo­re agricolo sulle piazze di Londra o Parigi. Secondo impedimento, come avver­tiva Giustino Fortunato, era la «fatalità geografica meridionale». Ossia, non soltanto l’aggrovigliata o irregolare idrografia, ma un territorio di aree mon­tuose disboscate da secoli e colline a costituzione ge­ologica fragile con una percentuale di pianure pa­ri solo al 18,3 contro il 34,9 del Nord, come preci­sava Manlio Rossi Doria. Terzo impedimento è la storica e ancora crescente propagazione di mafie o camorre. Forse la crimina­lità organizzata è oggi l’ostacolo maggiore allo sviluppo del Mezzogior­no, a volte in commistio­ne con le oligarchie politi­che per interessi elettorali o affaristici, anche se in al­cuni casi per l’illusione di poter ammansire i fuori­legge.

Dietro l’accolita delle «cosche» o «famiglie» con le loro «cupole» pre­vale un codice parapoliti­co tramandato da tempi lontani, che trasferisce l’antica, spietata «et espe­dita » ragion di Stato fuori dallo Stato. È un tragico circolo vizioso che la leg­ge non riesce a interrom­pere, mentre in Sicilia chiunque anche senza sa­perlo può incorrere nel contatto indiretto con la mafia rischiando l’accusa di «concorso esterno». Po­trebbe o saprebbe tentare l’impresa risanatrice un immaginario e virtuoso partito del Sud? Per ora, le condizioni meridionali non lasciano sperare in un simile prodigio.

Da metà del ’900 in poi, mafie o camorre con la lo­ro manovalanza si diffon­devano a causa della disoc­cupazione imputabile al mancato sviluppo indu­striale, oltreché a causa della crescente popolazio­ne. Ora tuttavia l’investi­mento di capitali anche stranieri nel Mezzogiorno italiano è ostacolato dalla criminalità che minaccia, ricatta, taglieggia l’impren­ditoria minore o maggio­re. Un imprenditore o un manager, come ripete chi preferisce investire nel­l’Andalusia o altrove, può rischiare il denaro, ma non la vita per un appalto.


Alberto Ronchey
07 agosto 2009
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« Risposta #19 inserito:: Agosto 29, 2009, 11:18:34 am »

OBAMA E LA CADUTA DEL CONSENSO

La dura realtà di una presidenza


E allora, davvero Yes we can ? L’ele­zione alla Casa Bianca di Barack Hussein Obama fu accolta con favorevoli aspettative, ma insieme con diffuse ap­prensioni. La presidenza degli Stati Uniti, per la pri­ma volta, toccava in sorte a un afroamericano tra vi­cende senza precedenti pa­ragonabili nella storia del­la macrosocietà multietni­ca, da tempo anche super­potenza definita «gendar­me internazionale». Oba­ma appariva non meno abile che duttile, ma desti­nato a prove impervie, ora oggetto di riflessione du­rante la vacanza di Mar­tha’s Vineyard. Nell’agenda presidenzia­le, da gennaio il primo compito è stato fronteggia­re la crisi drammatica del sistema finanziario e la cor­relata recessione. Si discu­te ancora sull’entità dei fon­di che il bilancio federale ha investito già, o dovreb­be investire, per il riassetto dell’economia e contro la disoccupazione di massa, considerando anche i costi della controversa riforma sanitaria. Suscitano qual­che inquietudine i dichiara­ti malumori del gruppo Bric — Brasile, Russia, In­dia, Cina — contro il dolla­ro come valuta di riserva mondiale. Fra numerose in­cognite, restano le mutevo­li quotazioni del petrolio, mentre il tentativo di conci­liare l’economia e l’ecolo­gia sfida complicazioni gra­vose. Potrà Obama supera­re la crisi, o sarà la crisi a sopraffare Obama?

Sulla scena politica inter­nazionale, un’estate di san­gue ha preceduto nell’Af­ghanistan dei talebani e di Al Qaeda l’elezione presi­denziale, mentre comporta non pochi rischi l’annun­ciato ritiro delle truppe americane dalle città ira­chene, benché graduale. Nell’Estremo Oriente, conti­nua il paranoico ricatto nu­cleare di Pyongyang. Nel Medio Oriente, persiste il non meno paranoico nazio­nalismo nucleare degli ayatollah fra le turbolenze dell’Iran panislamista, mentre la guerra tra israe­liani e arabi palestinesi ri­mane cronicizzata. La di­plomazia di Obama vorreb­be almeno attenuare le ver­tenze con la Russia, speran­do in una realistica semista­bilità internazionale: im­presa complessa, malgra­do il patto firmato da Me­dvedev e Obama per la ridu­zione dei loro arsenali ato­mici nei prossimi sette an­ni o più. Non è ancora valu­tabile, intanto, la prospetti­va del G2 Usa-Cina.

All’interno della macro­società, Obama deve salva­guardare la coesione o con­vivenza multietnica e multi­religiosa fra 305 milioni di cittadini censiti, «bianchi» o afroamericani, ispanici, asiatici, amerindi, mentre variano le stime sulle mas­se d’immigrati clandestini. All’origine degli Stati Uniti, come si ricorda spesso, i governati erano appena 4 milioni, primaria comuni­tà senza il minimo possibi­le paragone con la società imponente, complessa e tu­multuosa nelle megalopoli dei nostri giorni.

Obama, talento pragma­tico e versatile, si professa ispirato nel suo fresco ame­ricanismo dalla storica figu­ra di Thomas Jefferson, non solo redattore della Di­chiarazione d’Indipenden­za, ma dotato di straordina­rie versatilità persino extra­politiche. Fra l’altro: «Sape­va calcolare un’eclisse, mi­surare un campo, progetta­re un edificio, domare un cavallo, suonare il violino, danzare il minuetto». Ma di fronte alle sfide innume­revoli del nostro tempo, sa­rebbe necessario manife­stare ben altre versatilità, su misura delle crisi e con­flittualità su scala globale. Per ora, l’ultimo sondaggio Gallup sulla popolarità del neostatista segnala un mo­desto 50 per cento. E poi? Tutto può ancora accadere.


Alberto Ronchey
29 agosto 2009
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« Risposta #20 inserito:: Ottobre 03, 2009, 11:05:11 am »

LA SFIDA ELETTORALE IN GERMANIA

Stile e grinta di un cancelliere


Nel settembre 1989 avevano inizio lungo il confine tra le due Germanie quei moti dei tedeschi orientali sog­getti all’Urss che il 9 no­vembre dovevano provoca­re la caduta del Muro di Berlino e più inoltre indur­re alla riunificazione. Ora il grande Konzern federati­vo celebra il ventennale da quegli eventi con una contesa elettorale turbata non poco dall’avversa con­giuntura economica, seb­bene qualche osservatore l’abbia definita undrama­tic rispetto alla gravità del­la crisi globale.

Sul dopo voto, lo scena­rio presenta varie ipotesi di coalizione governativa. Primeggiano due antago­nisti, Angela Dorothea Me­rkel per i democristiani (Cdu-Csu) aspirante a con­servare il Cancellierato e Frank-Walter Steinmeier, finora ministro degli Este­ri ma candidato alla suc­cessione sia pure nell’am­bito d’una replica della Grosse Koalition tra i due maggiori partiti. Seguo­no, fra i partiti minori, We­sterwelle per i liberali (Fdp) e Lafontaine per l’ul­trasinistra (Linke).

Pacata e tenace, Frau Merkel ha dimostrato no­tevoli capacità di governo. Cresciuta in Germania orientale sotto il pieno do­minio dell’Urss, nel 1989 e dopo ha dovuto affrontare lunghe traversie. Sebbene all’inizio priva d’esperien­za nei processi politici del­la Repubblica federale, ha saputo emergere per gra­di fino al governo degli 82 milioni di tedeschi riunifi­cati. Ha raggiunto il Can­cellierato nel 2005, dopo insigni statisti come Ade­nauer, Erhard, Brandt, Kohl. Ma da un anno ha dovuto fronteggiare il col­lasso internazionale del si­stema finanziario e la con­seguente recessione del­l’economia nazionale, compito specialmente gra­voso per la Bundesrepu­blik, dopo il travagliato su­peramento della «doppia vita» germanica dal pro­fondo divario tra due siste­mi economici e sociali.

Durante la campagna elettorale, sul tema della crisi economica gli opposi­tori hanno accusato il go­verno di non aver voluto affrontare alcuni rilevanti problemi per evitare scel­te sgradite agli elettori pri­ma del voto, 27 settem­bre. Ma l’entità della disoc­cupazione, sul momento, è minore del previsto. Al­cuni economisti, come Christian Dreger, prevedo­no che la Germania per prima in Europa uscirà dalla crisi.

Un altro tema della cam­pagna è stato il diffuso ma­lumore contro la parteci­pazione alla guerra d’Af­ghanistan. In larga misu­ra, l’opinione chiede il riti­ro da quel conflitto, mal­grado l’obiezione che non si può abbandonare il campo al terrorismo di Al Qaeda. Il governo accen­na, piuttosto, a un «ripen­samento della missione». Affiora una Germania pa­cifista, fino all’eventuale ri­fiuto d’ogni responsabili­tà in politica estera? Non proprio. Appare discorde o incerta, come diverse na­zioni occidentali, segnata inoltre dalle guerre dell’al­tro secolo.

Si ricorda che nel 2002 Gerhard Schröder vinse le elezioni contestando l’in­terventismo di George W. Bush in Iraq, ma quella guerra non fu giustificata neanche dall’Onu. Rima­ne vero, tuttavia, che dal 1945 la nazione tedesca non è più la genia bellico­sa d’Europa, dopo l’«anno zero» di Adenauer e la riu­nificazione del «placido Kohl». Come avvertiva già Madame de Staël nel suo De l’Allemagne — si legge anche nei manuali scola­stici di storia — i così det­ti caratteri nazionali cam­biano attraverso i secoli e le generazioni.

Alberto Ronchey

25 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #21 inserito:: Ottobre 28, 2009, 08:16:00 am »

 SOCIALDEMOCRAZIA, RAGIONI DI UNA CRISI

Il fattore nostalgia


Mentre Frau Me­rkel definisce i nuovi pro­grammi di go­verno con i liberali di We­sterwelle, a pochi giorni dall’anniversario dei vent’anni dalla caduta del Muro, l’opposizione discu­te le ardue prospettive del­la sinistra in Germania. Se anche altre socialdemocra­zie arretrano in Europa, il caso dei tedeschi presenta qualche aspetto in più. Per ora, il tema più contro­verso è il complesso di cause della sconfitta subi­ta il 27 settembre.

Il collasso elettorale del­la Spd era prevedibile, al­meno in qualche misura, dopo l’esperienza trava­gliata di Franz-Walter Steinmeier nel governo della Grosse Koalition con la Cdu-Csu, anche a causa della crisi finanziaria e del vincolo imposto alla spesa pubblica nella politica so­ciale della Bundesrepu­blik, che per altro ha tor­mentato anche le trattati­ve per il nuovo governo. Fra le conseguenze, non solo gli osservatori segna­lano un diffuso astensioni­smo a danno della social­democrazia, ma una consi­derevole perdita di voti a favore dell’estrema sini­stra. Maggiore del previ­sto è stata l’entità dei con­sensi raccolti dal massima­lismo di Oskar Lafontaine e del postcomunista Gre­gor Gysi, associati alla Linke. Fra i loro elettori e militanti, come notano cronisti e analisti, è affio­rato ancora il fenomeno della Ostalgie , o nostalgia della Germania orientale dai tempi di Ulbricht a quelli di Honecker e al crollo del Muro. È un feno­meno particolare, varia­mente interpretabile.

Nostalgia di che? L’unifi­cazione tedesca, di fatto l’annessione della Ddr alla Bundesrepublik per opera di Helmut Kohl, venne de­finita «un’Opa interstata­le ». Per la prima volta, nel­la storia, uno Stato ne rile­vava un altro come si rile­va un’industria dissestata. Certo, non s’ignora che un regime durato mezzo seco­lo, benché imposto da un dispotismo straniero, può lasciare come seguaci gli orfani o pretesi eredi poli­tici dell’oligarchia già so­vrana. Ma quanto a lungo, dopo vent’anni?

Qualcuno rimpiange i severi costumi e l’austeri­tà della Ddr, i miti e le im­maginarie virtù della sua ideologia. Anche la pover­tà, malgrado l’assistenzia­lismo di regime? Anche la pervasiva tirannia polizie­sca? Fra l’altro Berlino d’ol­tre muro, per chi l’abbia conosciuta prima dell’89, non rivelava minimamen­te il carattere d’una orgo­gliosa Sparta socializzata.

Oltre il Checkpoint Charlie, appariva una ze­lante riproduzione della scenografia tardostalinia­na dominante in Russia. Sulla Karl Marx-Allee, già Stalinallee, teatro della ri­volta operaia nel ’53, sem­brava di ritrovarsi a Mo­sca, Leninskij Prospekt. In ogni quartiere, conformi fino all’inverosimile appa­rivano i palazzi con la pie­tra rossa dei basamenti, con i monumentali colon­nati «neoclassico-proleta­ri » e le celebrative compo­sizioni statuarie. Gli stessi soldati russi nella loro li­bera uscita, papiroski fra i denti, apparivano sconcer­tati e imbarazzati dal falso scenario. Troppo assurdo, troppa enfasi tutta sovieti­ca. Secondo Erich Kuby, era «un olimpo d’idoli d’argilla». Prima o poi la finzione sarebbe inevita­bilmente crollata. Ma ora, fra i cultori della Ostalgie, gli anziani sembrano im­memori. E forse di quella storia non sanno abba­stanza i più inquieti espo­nenti delle ultime genera­zioni, concentrati sulle ur­genti questioni del nostro tempo.

Alberto Ronchey

28 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #22 inserito:: Novembre 11, 2009, 10:11:58 am »

LA GUERRA AFGHANA E LA STRATEGIA USA

L'inferno del presidente


Potrà mai reggersi con forze proprie il governo di Kabul, con quale Jirga o si­stema legislativo? Alle recen­ti elezioni ha partecipato una frazione minima di vo­tanti, mentre in larga mag­gioranza l’elettorato ha subi­to la virulenta pressione astensionista dei talebani. E dopo gli scrutini contestati a causa delle troppe frodi, è mancato un secondo ricorso alle urne. Ora sulla torbida politica di Kabul, intorno al controverso presidente Ha­mid Karzai, rimane incom­bente la prospettiva d’una vulnerabilità favorevole al­l’offensiva dei talebani ta­gliagola e delle autobomba di Al Qaeda.

Non bastano a fronteggia­re la diffusa guerriglia le truppe degli Stati Uniti e de­gli alleati sul campo, mentre il potere aereo non riesce a evitare sciagurati errori co­me nel caso di Kunduz. Il ge­nerale McChrystal chiede in­genti rinforzi, malgrado la «stanchezza della guerra» manifesta nell’opinione pub­blica. Forse un più esteso presidio sul territorio po­trebbe reggere, ma durare fi­no a quando? Per ora, nel­l’Afghanistan, regge la guer­riglia.

Eppure, sono trascorsi ot­to anni da quando gli Stati Uniti occuparono l’Afghani­stan dei talebani e di Osama bin Laden, il 7 ottobre 2001, dovendo reagire al terrori­smo islamista dopo le stragi dell’11 settembre a New York e Washington. Quell’inter­vento, legittimato dall’Onu e assecondato da una coalizio­ne internazionale, poté pre­sto eliminare il governo che aveva concesso a Osama le basi strategiche per Al Qae­da. Ma caduto il regime dei talebani e conclusa la guer­ra, seguì la guerriglia non domata finora. Com’è potu­to succedere?

Una risposta è che dal 20 marzo 2003 gli Stati Uniti co­minciarono a disperdere le loro forze, armi e truppe, nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. A quell’im­presa, condotta per volontà di George W. Bush senza le­gittimazione dell’Onu e suffi­cienti motivazioni, è seguito un costoso e lungo dopo­guerra guerreggiato, paralle­lo a quello afghano. Sui due fronti, s’è propagato il ricor­so agli stragisti suicidi. Se­condo il rito che ancora ge­nera «guerrieri di Allah» de­diti all’estremo sacrificio, spesso inarrestabili perché imprevedibili.

Un’altra risposta esplicati­va sulle condizioni di tutta quell’area deriva dalla diffi­coltà di convertire istituzio­ni e popolazioni ai principi e alle pratiche delle demo­crazie occidentali, ancorché a volte non esemplari. Di fat­to, appare pressoché impos­sibile conciliare il plurali­smo politico moderno e l’ar­caico tribalismo. L’Afghani­stan presenta non solo un’antropologia multietni­ca, divisa tra comunità di pashtun, tagiki, uzbeki, ha­zara, kirghizi o beluci. An­che all’interno d’ogni etnia competono, e confliggono, tribù agguerrite. Lo spazio dei partiti politici è occupa­to dalle tribù, concorrenti fra l’altro nelle coltivazioni degli oppiacei come nei traf­fici di droga, e dalle loro in­vasate rivalità di potere.

La questione afghana, dunque, presenta due aspet­ti. Un controllo militare di­retto benché limitato su quei territori, mentre non basta il potere aereo, sarà ne­cessario per impedire al ter­rorismo di Al Qaeda il recu­pero di basi strategiche deci­sive, anzitutto nelle aree tri­bali esplosive sui confini del Pakistan. D’altra parte, (e Obama, che non è andato al­le celebrazioni del Muro ma parte oggi per il suo viaggio in Oriente, ne sembra con­vinto) rimane illusoria e va­na la politica di chi vorrebbe convertire l’Afghanistan, malgrado quelle condizioni sociali o radicate tradizioni, a costumi e istituzioni occi­dentali.

Alberto Ronchey

11 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #23 inserito:: Febbraio 03, 2010, 09:19:35 am »

I SEGNALI (DA COGLIERE) DI MEDVÈDEV

Trattando con il cremlino


In Russia, mentre la piazza malgrado le repressioni appare spesso agitata, il presidente Medvèdev continua da qualche tempo a manifestare concezioni diverse o distinguibili da quelle di Putin, oggi capo del governo dopo aver esercitato per un decennio i poteri presidenziali. Non è da escludere l’ipotesi d’una mera distinzione di ruoli e immagini, ma si ripetono episodi non solo riconducibili a un calcolato gioco delle parti. Trattando con Mosca, sarà opportuno tenerne conto.

Nel messaggio alla nazione russa, letto dinanzi alla Duma, Dmìtrij Medvèdev ha denunciato la persistente arretratezza economica: «La Russia esporta pressoché solo materie prime, all’ 86 per cento gas e petrolio, mentre importa prodotti finiti all’80 per cento». E sull’arretratezza politica: «Invece che una società nella quale alcuni pensano e decidono per tutti, dovremmo diventare una società di persone responsabili ». Polemica palese con chi? Pochi giorni dopo, al congresso del partito maggiore, aggiungeva una serrata critica del sistema elettorale. Quando Putin ha dichiarato che nel 2012 potrebbe ricandidarsi alla presidenza, Medvèdev il 3 dicembre ha replicato: «Anch’io ».

Affiora qualche sgranatura, più o meno appariscente, anche in politica estera. Medvèdev s’è pronunciato in termini quanto mai severi sulla questione del nucleare iraniano. Poiché Teheran respinge finora le proposte d’intesa o compromesso che interessano e coinvolgono anche la Russia, non ha esitato a esprimersi come Barack Obama: «Il tempo sta scadendo ». È un preavviso di sanzioni drastiche, senza più riserve del Cremlino?

Putin preferisce insistere sulle controversie che imputano agli Stati Uniti una sottovalutazione irrispettosa della Russia, dopo la sventurata dissoluzione dell’Urss come superpotenza sottosviluppata. Forse, nelle sfide contro George W. Bush per le sue iniziative geopolitiche o geostrategiche reputate sprezzanti della dignità «granderussa », non aveva sempre torto. E oggi, sebbene Barack Obama si presenti più cauto di Bush, anche Medvèdev chiede rispetto per la Russia, estesa pur sempre su due continenti, potenza energetica e spaziale dopo una storia complessa di relazioni politiche internazionali.

La diarchia, d’altra parte, sembra condividere qualche apprensione sull’incognita dei prossimi rapporti con la Cina in pieno boom. Per favorire i buoni rapporti, Mosca offre a Pechino ingenti forniture di petrolio e gas a prezzi scontati. Tuttavia, rimane inquietante la tendenza delle masse cinesi a travalicare la frontiera orientale dell’Asia russa. Non saranno più ripetibili vertenze territoriali e incidenti come la battaglia dell’Ussuri nel ’69, ma oggi si temono, invece, «annessioni pacifiche » della pressione migratoria clandestina oltreché legale da Vladivostok in su.

Con l’Ue, sia pure turbata spesso da vertenze tra la Nato e la Russia come quella per l’influenza sull’Ucraina, i rapporti politici tendono alla collaborazione migliore, mentre gli affari procedono con elevati valori di scambio. Medvèdev, nella sua missione a Roma con un largo seguito di ministri, ha potuto concludere una ventina di notevoli accordi economici. Ma per tutti gli europei, proprio tutti, rimane il rischio della dipendenza energetica dai giacimenti nel Caspio, sotto parziale controllo russo, e dalla Siberia.

Alberto Ronchey

03 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #24 inserito:: Marzo 08, 2010, 07:03:58 pm »

L' editorialista della stampa era nato nel 1926

È morto Alberto Ronchey

Ricoprì anche la carica di ministro per i Beni culturali e ambientali nei governi Amato e Ciampi

   

MILANO - Precisione e inventiva erano le due armi principali di Alberto Ronchey, maestro di giornalismo scomparso all’età di 83 anni. Precisione nell’analisi dei dati statistici, nei riferimenti storici, nella grafia dei vocaboli stranieri. Inventiva nel coniare neologismi di grande efficacia, entrati subito nell’uso comune.

I SUOI NEOLOGISMI - A lui si deve il termine “lottizzazione”, adottato per definire l’abitudine dei partiti di spartirsi le nomine negli enti pubblici, in primo luogo alla Rai. A lui si deve la formula “fattore K”, con la quale indicava nella presenza del Partito comunista più forte dell’Occidente l’handicap che impediva alla sinistra italiana di presentarsi unita come una credibile alternativa di governo al predominio democristiano. Tutte vicende da lui ricostruite nel libro “Il fattore R” del 2004, una vivace autobiografia in forma d’intervista con Pierluigi Battista. Nato a Roma il 27 settembre 1926, Ronchey era di lontana origine scozzese. E in effetti il suo spirito laico e illuminista ricordava da vicino la filosofia empirica di grandi pensatori della Scozia settecentesca, come Adam Smith e David Hume, mentre nutriva una forte diffidenza per le religioni rivelate e i sistemi ideologici, a cominciare dal marxismo. Aveva fatto il suo apprendistato giornalistico da ragazzo, lavorando durante l’occupazione tedesca all’edizione clandestina della “Voce Repubblicana”, che più tardi avrebbe diretto.

TRADIZIONE REPUBBLICANA - Proveniva dalla tradizione del repubblicanesimo storico, ma approvò lo sforzo modernizzatore compiuto nel Pri da Ugo La Malfa. Era poi passato al “Corriere d’Informazione” e quindi alla “Stampa” di Torino, dalla quale era stato inviato a Mosca nel 1959 per seguire il tentativo riformatore di Nikita Krusciov. Qui aveva maturato un giudizio estremamente severo sul sistema sovietico e fra i primi si era occupato degli esuli antifascisti italiani rimasti vittime del terrore staliniano. Poi aveva viaggiato a lungo anche negli Stati Uniti: molti suoi libri, da “La Russia del disgelo” (1963) a “L’ultima America” (1967), fino a “Usa-Urss: i giganti malati” (1981) sono dedicati alle superpotenze della guerra fredda. Con i suoi reportage dall’estero, che lo avevano portato da un estremo all’altro del mondo, si era conquistato il prestigio che gli fruttò la direzione della “Stampa”, dal 1968 al 1973.

EDITORIALISTA E MINISTRO - Poi era approdato al “Corriere della Sera”, come editorialista. E per lunghi anni era stato uno dei critici più esigenti della classe politica, come si può constatare nei suoi libri “Accadde in Italia” (1977), “Chi vincerà in Italia?” (1982), “Atlante italiano” (1997). Alla Dc rimproverava lassismo e non governo, al Pci i pregiudizi ideologici: non gli dispiacquero alcuni tratti del decisionismo di Bettino Craxi. Non era però un uomo che si limitasse a giudicare dall’esterno. Era disposto a mettersi in gioco, ad assumersi responsabilità anche gravose. Per questo accettò l’incarico di ministro dei Beni culturali nel primo governo Amato e nel governo Ciampi, dal 1992 al 1994. E in seguito fu presidente della Rcs, in un periodo non facile, tra il 1994 e il 1998. Al tempo stesso, sapeva mettere in discussione le sue stesse idee. Fu sempre ostile alle utopie egualitarie, ai populismi e ai pauperismi. Difese sempre l’Occidente e le conquiste della modernità industriale. Ma a lui si deve anche un breve saggio intitolato “I limiti del capitalismo” (1991), in cui certe difficoltà oggi evidenti a tutti, in materia di ambiente e di finanza globale, sono prefigurate con una lucidità davvero ammirevole.

Antonio Carioti

08 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
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