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Autore Topic: ILVO DIAMANTI -  (Letto 77036 volte)
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« il: Luglio 01, 2007, 12:14:11 »

POLITICA

MAPPE

Veltroni e l'urgenza di voltare pagina
di ILVO DIAMANTI


 SE fossimo in Francia e si votasse per le presidenziali, Walter Veltroni avrebbe buone probabilità di farcela. In un ipotetico ballottaggio, secondo il sondaggio Demos-Eurisko per l'Atlante politico, batterebbe di misura Silvio Berlusconi e Pier Ferdinando Casini. Prevarrebbe largamente su Letizia Brichetto Moratti. Ma perderebbe, in modo dignitoso, con Gianfranco Fini. Il quale, tuttavia, difficilmente sarà chiamato a sfidarlo, visto che, a destra, non c'è alternativa a Berlusconi.

Come, d'altronde, a Veltroni nel centrosinistra. L'unico, oggi, a poter competere con i leader della Cdl. Bersani, la Finocchiaro, lo stesso Prodi: contro il Cavaliere perderebbero alla grande. Purtroppo per Veltroni, per il nascente Partito Democratico (PD) e per il centrosinistra, non siamo in Francia. Siamo in Italia. Dove si vota per i partiti e per le coalizioni, non per le persone. Dove il clima d'opinione, per quanto abbia reagito positivamente alla sua candidatura, è gravemente pregiudicato: dall'impopolarità del governo e dalle divisioni dell'Unione (su tutto). Dalla marcia lenta e tortuosa del PD.

Il governo, anzitutto, gode ormai di una sfiducia ampia e trasversale. Solo il 26,3% degli italiani gli attribuisce un voto sufficiente. 14 punti in meno rispetto a due mesi fa. Mai, da cinque anni a questa parte, il consenso per il governo era sceso tanto in basso.
Oltre il 60% degli elettori, di conseguenza, si dice convinto che, se oggi si votasse, vincerebbe la CdL. E le stime elettorali confermano questa previsione. La distanza tra le due coalizioni, infatti, è molto ampia: 55% a 44% per il centrodestra. Tre punti in più di due mesi fa. Mentre il PD è calato di quattro punti. Si è ridotto al 24%. Penalizzato, perlopiù, dai transfughi della SD. Non si può chiedere, d'altronde, a Veltroni di fare i miracoli, con una sola apparizione (non è mica il Cavaliere...). Soprattutto dopo mesi punteggiati di cattive notizie, per il governo e per il centrosinistra.

Prima: il cattivo risultato alle elezioni amministrative, in particolare nel Nord (complice, soprattutto, il calo della lista unitaria dell'Ulivo). Poi: i veleni esalati dal ritorno dell'affare Unipol-Bnl e dalle intercettazioni dei dialoghi fra esponenti DS e Consorte. A seguire: le polemiche sulla sostituzione del comandante della Guardia di Finanza. Ancora: la densa cappa di sfiducia antipolitica, che ha alimentato, soprattutto, il distacco da chi governa. Infine: il malessere delle categorie. La protesta antifiscale dei piccoli imprenditori e il negoziato inconcludente con i sindacati sulle pensioni.
Da ciò, l'incapacità del governo di capitalizzare il miglioramento degli indici economici. Oggi 6 italiani su 10 sono soddisfatti della loro condizione economica familiare (+2% rispetto ad aprile). Ma solo il 28% dell'economia italiana (-9% rispetto ad aprile), mentre l'87% delle persone si dice insoddisfatto di come vanno le cose in Italia (+2% rispetto ad aprile). Insomma, l'economia marcia, la disoccupazione è ai minimi storici, i conti pubblici sono migliorati. Ma gli italiani non se ne accorgono. Anzi pensano il contrario: che tutto vada male, per colpa del governo e della maggioranza che lo sostiene. Un fatto davvero incredibile.

In questo scenario, risulta difficile, a Veltroni, "voltare pagina" subito, come ha proclamato a Torino. Dichiarare, con la sua presenza, che il Partito Democratico è davvero (un) partito. Perché la delusione è cresciuta. Tanto più dopo le attese suscitate dai congressi dei DS e della Margherita di fine aprile. Perché la speranza è una cattiva consigliera. Quando è frustrata, suscita rigetto, fra gli elettori. I quali si attendevano un'accelerazione del progetto unitario. E invece hanno assistito alle solite schermaglie tra Prodi, i leader dei partiti e gli ulivisti. Certamente fondate, certamente incomprensibili ai più. Si attendevano, i sostenitori del PD, che qualcuno prendesse l'iniziativa, con decisione. Che Veltroni, per primo, sfidasse l'oligarchia del centrosinistra. Mentre ha rotto gli indugi solo ora, spinto dai leader DS e Margherita, preoccupati del collasso del sistema.

Certo, il suo esordio, a Torino, ha riscosso successo di pubblico e di critica. Questo stesso sondaggio, condotto, per una parte, "dopo" il discorso programmatico di mercoledì, ha registrato una ripresa sensibile dell'interesse presso gli elettori di centrosinistra. Che hanno concentrato ulteriormente la loro preferenza a favore di Veltroni. Indicato come leader del PD dal 61% (23% in più di due mesi fa). Avrebbe potuto, dunque (e gli sarebbe convenuto), affrontare le primarie aperte, senza alcun timore. Visto che tutti gli altri leader, da Fassino a D'Alema, dalla Finocchiaro, da Bersani allo stesso Prodi, volano basso, quasi rasoterra. Fra il 3% e l'8%.

Il sindaco di Roma, dunque, oggi è un uomo solo al comando, nel PD. Ma diventare sindaco d'Italia è un'impresa ardua. Visto che, personalmente, fra gli italiani gode di un sostegno elettorale pari al Cavaliere. Ma l'Unione resta lontana dalla CdL. Per alcuni versi, il suo problema è analogo a quello di Berlusconi, nei mesi precedenti alle elezioni del 2006, quando tutti, a partire dai suoi alleati, lo davano per finito, insieme a FI e alla CdL. Anche Veltroni deve convincere gli elettori e i leader del centrosinistra che la partita non è chiusa. Che c'è ancora margine per riprendersi. Tanto più perché, contrariamente a quando governava il centrodestra, l'economia va bene, le famiglie hanno recuperato un po' di ottimismo. Però, Berlusconi era e resta padrone di FI e leader indiscusso della CdL, come emerge dal sondaggio dell'Atlante politico. Al punto da permettersi di indicare, alla successione, una ragazza, a cui solo l'1% degli elettori della CdL affiderebbe la leadership. Come dire: dopo di me il nulla. Veltroni, invece, non ha ancora la guida del PD. Anche perché il PD per ora non c'è. I sondaggi che attribuiscono all'effetto-Veltroni una crescita elettorale del PD fino al 10%, per questo, non misurano il presente, ma ipotecano il futuro. Un po' come il sondaggio americano esibito da Berlusconi due mesi prima del voto. Che prevedeva uno scenario divenuto, poi, molto vicino al vero. Ma, per ora, tutto da costruire. Veltroni, per ora, può contare su un ampio consenso personale. E sulla voglia di cambiare, che, nonostante tutto, è ancora estesa, nel centrosinistra. Tra gli elettori del PD, infatti, 7 su 10 parteciperebbero alle primarie per eleggere l'assemblea costituente, 8 su 10 per eleggere il leader del partito. In entrambi i casi, quasi il 10% in più rispetto allo scorso aprile. Disposti, 6 su 10, ad accettare, come due anni fa, di trasformare le primarie nel rito che sancisce il consenso al candidato predestinato. In nome dell'unità. Per paura di ulteriori lacerazioni. Tuttavia, l'intenzione di iscriversi al PD è scesa, anche se di poco: dal 31% al 27%. Segno, probabilmente, di un crescente distacco dal partito tradizionale, fondato sull'appartenenza e sull'apparato.

A favore di un rapporto meno istituzionale, più diretto e personalizzato, con il leader. Ma, al tempo stesso, questa minore adesione "formale" al PD suggerisce un pregiudizio scettico nei confronti dei partiti che sopravvivono. Gruppi dirigenti chiusi, che non riescono a spezzare il legame con il passato. Veltroni, se davvero vuole avere e dare speranza, a sé, al PD e al centrosinistra: deve davvero "voltare pagina". Abbandonare questo gruppo dirigente. Da cui, egli stesso, proviene. Di cui egli stesso ha fatto parte. Perché è difficile costruire il nuovo senza "sopprimere" il vecchio. Che è in noi.

(1 luglio 2007)  

darepubblica.it
« Ultima modifica: Giugno 14, 2010, 09:51:24 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Luglio 21, 2007, 11:58:28 »

Rubriche » Bussole 

Il referendum e l'incubo del '91
 

IL referendum abrogativo della legge elettorale sembra cosa fatta. Le firme raccolte superano, ormai, largamente la soglia di sicurezza. Il che ha prodotto un'intensa fibrillazione politica. In entrambe le coalizioni. Nell'Unione: Rifondazione e i partiti più piccoli, centristi o di sinistra non importa. Ad eccezione di Di Pietro. Nella CdL (o ciò che è ora): la Lega e l'UdC. Non ci stanno. Non vogliono modifiche per via referendaria. Solo per via parlamentare. Berlusconi, poi, oscilla, a seconda del momento. Ma, in cuor suo, teme il referendum. L'attuale legge non gli dispiace. Anzi. La considera "il meno peggio dei mondi possibili". Perché nessun altro, quanto lui, è in grado di tenere insieme le diverse componenti della "coalizione". E, con questa legge, la "coalizione" è l'unico metodo possibile per vincere le elezioni.

Ci sono diverse ragioni dietro a questa ostilità. Motivi specifici ed evidenti, nel caso dei partiti più piccoli. Perché, qualunque cosa avvenga, dopo il referendum sarà impossibile una condizione altrettanto favorevole, per loro. Oggi, qualsiasi formazione politica, dotata di una base elettorale di qualche decina di migliaia di voti, diventa determinante ai fini del risultato finale. Per questo, può chiedere e ottenere molto, in cambio del proprio appoggio. Se, poi, riesce ad approdare in Senato, allora, il suo peso cresce a dismisura. Assume un potere di veto e di ricatto infinito.

Vengono, poi, ragioni di strategia politica. Chi persegue una prospettiva "neocentrista" non può accettare un sistema elettorale che spezza in due lo schieramento. E "costringe" gli elettori moderati, di centro e dintorni, a scegliere. Qui, là oppure fuori. E' il problema che inquieta i Popolari della Margherita, una parte di Forza Italia. Oltre - di nuovo - a Udc e Udeur.

Però, le ragioni che inducono il titolare della Giustizia (e non un ministro qualsiasi) a minacciare la crisi di governo, nel caso si arrivasse al referendum - previsto, pare, dal Diritto e dalla Costituzione - non si possono riassumere in termini di "interessi particolari". Dietro alla "paura" del referendum elettorale c'è la memoria dei primi anni Novanta. Il referendum del 1991, promosso da Mariotto Segni. Ridotto, dalla Corte Costituzionale, a un quesito che riduceva le preferenze di voto a una sola. Poca cosa, sembrò allora, ma fu un terremoto. Uno tsunami. Perché venne usato dagli elettori come un grimaldello per forzare le porte del Palazzo. Per espugnare la fortezza della Partitocrazia. Identificata allora - al contrario di oggi, paradossalmente - con la preferenza, che oggi si vorrebbe ripristinare. Perché ieri veniva usata dalle "lobbies di partito", per accordarsi tra loro. E per "negoziare" con le "lobbies sociali" lo scambio fra benefici e consenso. Mentre oggi è considerata un metodo per affermare la responsabilità personale degli eletti nei confronti degli elettori.

Quello, comunque, venne inteso come un referendum "contro" i partiti e la classe politica della prima Repubblica. Che, non a caso, lo contrastarono. Craxi in testa. Il quale invitò i cittadini ad "andare al mare". I cittadini, invece, andarono a votare. Imprimendo una spinta violenta e determinante all'assetto della prima Repubblica. Il successivo referendum, che si svolse nel 1993, sancì il definitivo passaggio dal proporzionale al maggioritario misto, per il Senato. Un modello riprodotto, in larga misura, anche per la Camera, con la discussa legge che, deformando il nome del relatore, Giovanni Sartori ha definito, causticamente, "Mattarellum".

Il referendum elettorale, quindi, nella nostra storia recente, costituisce un cleavage; una "frattura". Marca la discontinuità nei rapporti fra società e politica. Anche il referendum fallito del 1999, che non raggiunse il quorum per poche migliaia di elettori, conferma questa regola. Mirava a ridurre il peso della quota proporzionale del Mattarellum. La sua bocciatura sottolinea la delusione degli elettori, per una transizione perenne. Che non si chiude mai. Riflette la reazione verso la tendenza a caricare sui cittadini il compito di sostenere le riforme che i "nuovi" politici non sono in grado di realizzare. Prepara e annuncia, quindi, il rilancio di Berlusconi. Sancito dal successo elettorale del 2001. Oggi, però, il referendum cade in un clima politico che rammenta molto il periodo 1990-93. Il sentimento antipolitico, infatti, è diffuso, solido, palpabile. Come allora. E' una nebbia pesante, che opprime la vista e i polmoni. La classe politica appare delegittimata. Il sistema partitico, peraltro, è più frammentato di prima. E non sembra in grado di varare una nuova legge elettorale. Troppo divisi e polverizzati gli interessi di parte. Ora si riparla di "sistema alla tedesca", con una soglia di sbarramento. Non superiore all'1%, sospettiamo. Nessuna sorpresa, dunque, che il referendum susciti tensioni tanto forti. D'altra parte, il referendum è di per sé "bipartitico". Non dà possibilità di mediazione, in campagna elettorale. E si infiltra dentro le coalizioni. Oppone, uno contro l'altro, i partiti alleati. Ma anche i leader, i militanti, gli elettori dello stesso partito.

Per questo preoccupa, anche al di là degli effetti che potrebbe produrre sulla legge elettorale. A generare nervosismo e reazioni, talora un po' isteriche, è la memoria del 1991. Il timore che il referendum si trasformi in un voto pro o contro "la casta", il "sistema dei partiti", il "ceto politico". Non c'è bisogno di sondaggi per capire quale sarebbe il risultato.

(20 luglio 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #2 il: Settembre 16, 2007, 07:42:23 »

POLITICA MAPPE

Centrosinistra, ultima chiamata

di ILVO DIAMANTI


La pausa estiva non sembra aver alleggerito il clima d'opinione del Paese. Otto italiani su dieci, infatti, pensano che le cose, nel Paese, vadano male. Il dato emerge dal sondaggio condotto da Demos-Eurisko per la Repubblica nei giorni scorsi. Nel pessimismo diffuso, tuttavia, si coglie qualche segno di ripresa, rispetto allo scorso giugno, quando la polemica contro i privilegi della "casta" era appena esplosa. Quando si era riaperto "l'affaire Unipol", che ha coinvolto i leader dei Ds. Allora la fiducia nel governo era caduta al livello minimo da tanti anni a questa parte: 27%. Oggi è risalita al 30%.

Ancora molto bassa, dunque. Il bicchiere, infatti, per oltre i due terzi è vuoto. Anche le stime elettorali, per il centrosinistra, migliorano. Ma, nuovamente, di poco. Un punto e mezzo appena. Il distacco dell'Unione dal Centrodestra, quindi, resta molto ampio: circa il 10%. La metà, se si considera separatamente l'UDC, che da qualche tempo tende a marcare la propria autonomia e la propria vocazione "centrista". Il leggero recupero del centrosinistra dipende, quasi per intero, dalla crescita del PD. Vi hanno contribuito la campagna in vista delle primarie, la candidatura alla segreteria di Veltroni, cui ha attribuito maggiore significato la sfida lanciata da leader autorevoli, come Rosy Bindi ed Enrico Letta. Negli ultimi due mesi e mezzo, dunque, è risalito di due punti. Si è attestato un po' sopra al 26%. Un dato, comunque, sensibilmente inferiore al risultato ottenuto dall'Ulivo alle elezioni politiche del 2006 e in quelle europee del 2004, quando superò il 30%. Un esito considerato, allora, deludente. Oggi verrebbe celebrato come un successo.

A differenza del recente passato, inoltre, anche la sinistra cosiddetta "radicale" - e in particolare RC - flette. Il che conferma la difficoltà di "fare l'opposizione nel governo". Per il resto, solo il "Di Pietro party" recupera qualcosa. Favorito dal "vento del 1992". La SD, uscita dai DS per non "morire Democratica", è una frazione. Così, il centrosinistra continua ad apparire debole, sul piano elettorale. Riflesso dello scarso livello di fiducia del governo tra i cittadini, in generale, e della delusione degli elettori di centrosinistra, in particolare. D'altronde, la gerarchia dei problemi che preoccupano l'opinione pubblica favorisce sicuramente la destra. La paura della criminalità, la xenofobia (letteralmente: paura degli stranieri - e quindi degli immigrati); e ancora: le tasse. Occupano da mesi e mesi il centro del dibattito politico e mediatico. Mentre, rispetto a qualche anno fa, hanno perso rilievo i temi "sociali", coerenti con i progetti e i valori della sinistra: il lavoro, l'ambiente, il costo della vita, i servizi sociali.

L'attenzione verso temi etici "sensibili", come la revisione della legge sull'aborto, rafforza l'impressione che sulla società soffi un impetuoso vento di destra. Spinto anche dalla domanda di una nuova stagione di processi alla politica, considerata corrotta e inefficiente. Mentre il progetto di riformare le pensioni, per quanto risponda a un'esigenza largamente condivisa, continua ad essere avversato dalla maggioranza degli elettori. Soprattutto di centrosinistra.

Da ciò il problema della maggioranza e del governo, oggi. Tra due fuochi. Perché il centrosinistra continua ad essere avversato dai lavoratori autonomi e indipendenti, che lo considerano il "partito statalista delle tasse"; e lo giudicano "troppo buono" per difendere dalla criminalità e dagli immigrati (considerati quasi "sinonimi"). Ma sconta anche la frustrazione del "proprio" elettorato tradizionale: i lavoratori dipendenti pubblici, gli operai delle grandi imprese, insoddisfatti dei propositi di riforma in tema di pensioni e di flessibilità del lavoro.

Questi indici evocano una stagione instabile, incerta. Non una tendenza irreversibile. C'è, invece, molta - fluida - attesa. Soprattutto - ma non solo - nel centrosinistra. Dettata dalle primarie, che avranno luogo fra un mese, il prossimo 14 ottobre. Il rito che sancisce il passaggio del Partito Democratico da progetto a soggetto. Una scadenza che suscita, però, sentimenti contrastanti. Una grande domanda di cambiamento insieme al timore, altrettanto grande, che prevalgano la conservazione e il trasformismo.

Vediamo i "segni" dell'attesa.

a) La candidatura di Walter Veltroni ha smosso le acque stagnati in cui rischiava di affondare il PD. Il sondaggio di Demos-Eurisko gli attribuisce un successo molto netto alle prossime primarie, con oltre il 70% dei voti. Nonostante oggi sia un "leader di parte", però, continua a mantenere un elevato consenso nella società. Infatti, insieme a Fini, egli appare ancora il leader politico "più amato dagli italiani".

b) L'elettorato potenziale del PD è molto più ampio di quello attuale. Le stime, oggi, gli attribuiscono poco più del 26% dei voti validi, ma la quota di coloro che ritengono possibile votarlo è molto più ampia. Intorno al 44%. Quasi il doppio. La componente dei "democratici indecisi" è costituita, in larga misura (40%), da elettori incerti "se" e "per chi" votare. In attesa; sulla soglia che separa speranza e delusione.

In altri termini, il progetto del PD è accompagnato, nel centrosinistra, da grandi aspettative, ma anche da un grande scetticismo, determinato dalle contrastanti vicende che ne hanno contrassegnato il cammino fino ad oggi. Un sentimento conteso e diviso, che emerge da alcuni dati dell'Atlante politico di Demos-Eurisko.

1. Il primo, segnalato nei giorni scorsi, riguarda il V-people. La base dei sostenitori delle manifestazioni promosse da Beppe Grillo. La cui incidenza è del 43% fra gli elettori in generale, ma sale al 58% fra quelli dell'Unione e supera il 60% fra i Democratici. I più determinati, quindi, nella critica radicale alla politica e ai politici espressa da Grillo.

2. L'altro segno è fornito dalla richiesta che la magistratura, per combattere la corruzione politica, intervenga, oggi, "come ai tempi di tangentopoli". Opinione condivisa da una maggioranza massiccia, nella popolazione: l'80%. Un dato che, però, sale all'84%, fra gli elettori dell'Unione, e aumenta ancora, seppur di poco, fra i Democratici.

Il che sottolinea, anzitutto, la distanza dell'attuale "sentimento antipolitico" rispetto all'esempio dell'Uomo Qualunque di Giannini, continuamente evocato, in questa fase. Ma l'UQ raccoglieva il voto di componenti politicamente e socialmente "marginali". Mentre la "protesta antipolitica", oggi, proviene in gran parte da componenti sociali "politicizzati", che appartengono a settori professionali "intellettuali", residenti in aree "urbane". Esprime, dunque, non solo una generica protesta "contro" la politica. Ma anche la domanda di "cambiarla". Di realizzare le promesse di rinnovamento, efficienza, moralizzazione troppe volte avanzate e sempre eluse e deluse, negli ultimi 15 anni. Questo sentimento appare particolarmente diffuso e ampio nella base del nascente PD e nel centrosinistra.

Da ciò il rischio, costituito dalle primarie e dalla nascita del PD. Vissute non come una semplice opportunità, ma come l'ultima chance. L'ultima chiamata.

Se la costruzione del PD, fin dalle primarie, venisse viziata da giochi di potere, pilotati dall'alto, dai soliti noti; se si rivelasse una finzione, un'operazione guidata dagli apparati dei vecchi partiti, al centro come in periferia; se, per questo, risultasse incapace di sviluppare la comunicazione con la società; se, contro le attese, rinunciasse a cambiare "davvero" la classe dirigente, i metodi e il linguaggio della politica: allora, non sarebbe retorico parlare di "un nuovo 1992".

Quindici anni dopo: potrebbe liquefare ciò che resta della sinistra.

(16 settembre 2007)

da repubblica.it
« Ultima modifica: Ottobre 16, 2007, 12:08:24 da Admin » Loggato
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« Risposta #3 il: Settembre 23, 2007, 11:17:06 »

POLITICA

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Il paese degli impotenti

di ILVO DIAMANTI


Si dice che l'ondata di sfiducia popolare sia stata sollevata dall'indignazione contro i partiti, ridotti a oligarchie. E contro la classe politica. Una "casta", come recita il titolo del fortunatissimo libro-inchiesta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Che gode di benefici esorbitanti. Inaccettabili per la "gente comune".

Non ne siamo sicuri. Crediamo, invece, che la delegittimazione non origini dal distacco della classe politica dalla società, ma dall'esatto contrario. La perdita di ogni differenza rispetto alla "gente comune". Di cui i politici riflettono e riproducono, amplificati, i vizi più delle virtù. Come pretendere che i cittadini possano provare rispetto o timore nei loro confronti?
Per la stessa ragione, dubitiamo che sia giusto definire la classe politica una "casta". Termine usato per indicare un gruppo sociale distinto e diverso dagli altri, in base a motivi (religiosi, come in India) socialmente condivisi. I cui membri, se occupano posizioni più elevate, possono accedere a privilegi specifici. Se la classe politica fosse davvero una "casta", dunque, i riconoscimenti e i vantaggi di cui gode non provocherebbero scandalo.

Sarebbero considerati "benefici di status" legittimi, legati al loro ruolo di rappresentanza e di governo. D'altronde, è quanto avviene altrove ed è avvenuto in passato anche in Italia, senza il "rigetto" popolare di questa fase. Gli innumerevoli scandali, denunciati da tutti i media, a nostro avviso, c'entrano solo in parte con questa ondata di sdegno. Conta di più, semmai, l'insoddisfazione per le "prestazioni" dei politici. La convinzione diffusa che siano poco competenti e poco efficaci. Che, per questo, i privilegi loro accordati siano un "costo" sociale improduttivo. Senza benefici per la società. D'altronde il Presidente della Repubblica Francese, Nicolas Sarkozy, oggi tanto ammirato, in Italia, da destra a sinistra, ha dichiarato esplicitamente: "se un uomo politico è capace ed efficiente, non vedo perché dovrebbe, in aggiunta, vivere modestamente". Appunto: se è "capace ed efficiente". Altrimenti, come in Italia, esplode il risentimento popolare.

Tuttavia, neppure questa spiegazione, da sola, ci pare sufficiente. Quando la sfiducia si trasforma in dileggio generalizzato e sfocia nello "sputo di massa", non si tratta solo di dissenso. E' qualcosa di peggio: "banalizzazione". Perdita delle distinzioni fra i cittadini e chi li rappresenta e governa. La classe politica, in altri termini, è al centro delle polemiche non perché sia una "casta", lontana da noi. Ma, al contrario, perché ci somiglia troppo. Difetti, debolezze ed egoismi quotidiani compresi. Ma se i politici sono come noi, perché dovrebbero godere di tanti privilegi e favori?
Il problema è che, da molti anni, i politici fanno di tutto per mostrarsi e per apparire "persone come noi". Anzi: fanno di tutto per "mostrarsi" e "apparire". Hanno accettato la logica e le regole della "berlusconizzazione". Senza considerare che solo Berlusconi è "padrone delle televisioni".

Tutti gli altri, perlopiù copie modeste, si sono tuffati nei "media" senza mai un ripensamento. Hanno inflazionato le televisioni con la loro presenza. Convinti che fra "immagine" e "potere", fra "popolarità" e "autorità" vi sia un legame di reciprocità. Più immagine = più potere. Più popolarità = più autorità. E viceversa.

I politici. Hanno creduto che divenire personaggi televisivi familiari li avrebbe resi simpatici e, al tempo stesso, credibili. Ne avrebbe fatto crescere il consenso e la legittimità. Così, eccoli, all'assalto delle tivù, nazionali o locali non importa. A cucinare, cantare, danzare, giocare a biliardo, simulare orgasmi. Insieme a veline, cuochi, ballerini, tronisti, psicologi, sociologi, criminologi, criminali, enologi, attori, attrici, missitalia, calciatori, allenatori, motociclisti. Leader politici e di governo che nei cabaret televisivi duettano con i loro imitatori. Fino a rendere difficile individuare l'originale. Li abbiamo visti ricevere torte in faccia, lanciate da soubrettes dalle grandi forme, generosamente esibite. Hanno riempito le riviste di informazione gossip. Soprattutto quelle dove, scorrendo nomi e fotografie, non riconosci quasi nessuno. I soliti ignoti. La "Penisola dei famosi", descritta con quotidiana e chirurgica ferocia dai reportage di Dagospia. Un sito di riferimento per capire se uno esiste. Se "conta".

Gli uomini politici. Tutti impegnati a conquistare un posto al sole. Nei salotti tivù più esposti, più visibili. Porta a porta, ma anche Ballarò, Anno Zero, Matrix. Pronti alla mischia. Accettando (spesso cercando) la rissa, l'insulto, la frase a effetto. Pronti a darsi sulla voce, perché non è importante convincere e spiegare, ma gridare più degli altri. Avere l'ultima parola. Non importa quale.

Per cui ha fatto bene il Presidente Giorgio Napolitano, a diffidare gli uomini che hanno cariche pubbliche da questa bulimia televisiva. Il suo ammonimento, però, arriva tardi. Assai prima che Grillo invadesse la rete e - di recente - le piazze, la classe politica si era già squalificata da sola. Come ha commentato Altan, con disarmante ferocia, sulla prima pagina della Repubblica di qualche giorno fa. Quando fa dire alla caricatura del "politico" medio: "Basta con la demagogia. Siamo perfettamente in grado di mandarci a fanculo da soli".
Il fatto è che il potere suscita prestigio e timore.

Quando è "legittimo", riconosciuto, evoca rispetto. "Deferenza". E i riti, gli stessi privilegi che lo accompagnano, contribuiscono ad alimentarlo e a riprodurlo. Per questo, gli uomini che dispongono davvero di "potere" non hanno bisogno di esibirlo. Non hanno bisogno di parole. Bastano il ruolo e i "segni" che lo distinguono. Il timore che possa esercitarlo. Basta la fama che lo circonda. Ciampi non ha mai messo piede in uno studio televisivo. E Cuccia: mai una parola, un'immagine. Lo ricordate? Staffelli, il mastino di "Striscia la notizia" che lo tallona, lo interroga, microfono e telecamera addosso. E lui: non una frase. Neppure una parola. Una piega del viso. E De Gaulle? Parlava il meno possibile.

Certo: altri tempi. L'era del marketing e dell'immagine ha cambiato tutto. E' la democrazia del pubblico. La comunicazione diventa una risorsa. Perfino una necessità. Però, Blair (ieri) e Sarkozy (oggi) i media non solo li conoscono, ma li "usano". Nel senso che non si fanno "usare". Invece, in Italia, avviene il contrario. Ma ve lo immaginate Sarkozy interpellato dal Trio Medusa, delle Iene, sull'ultimo provvedimento in tema di immigrazione. E poi, immancabilmente, irriso a ogni risposta? Oppure incalzato dalla "Iena" Enrico Lucci, che, come normalmente fa con "grandi" politici e imprenditori italiani, scherza con lui come fosse un amicone. Un compagno di notti brave. Riuscite a immaginarlo?

Per questo è inutile prendersela con Grillo. Il quale ha guadagnato popolarità, in passato, andando in tivù. E si è conquistato credito e potere, in seguito, quando ha smesso di andarci. Sulle piazze egli si limita a replicare uno spettacolo che va in onda quotidianamente sugli schermi. Sui media. Stessi protagonisti, stesse comparse. Così le sue prediche corrosive, magari divertono, poi indignano. Ma alla fine lasciano un senso di vuoto. Perché evocano la storia di un Paese minore: il nostro. Dove privilegi grandi e piccoli vengono esibiti senza vergogna da tanti piccoli potenti. Pardon: tanti piccoli impotenti. Che non suscitano più né rispetto, né deferenza. E neppure paura. Perché li abbiamo sempre sotto gli occhi. Seguiti ovunque dalle telecamere. Più che una "casta", il "cast" di una politica ridotta ad avanspettacolo. A un reality show. Se la democrazia esige che le stanze del potere abbiano pareti di cristallo, per noi è come guardare la casa del "Grande Fratello".

(23 settembre 2007)
da repubblica.it
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« Risposta #4 il: Settembre 28, 2007, 10:52:16 »

Rubriche » Bussole
 
Un prodotto mediatico di successo: l'antipolitica
 
Mastella e Diliberto a Ballarò


L'antipolitica è un "prodotto" mediatico. Almeno in parte. Certo: ha radici sociali profonde e attori politici che la alimentano di continuo. Da molti anni. Però, la sua "visibilità" è cresciuta troppo, negli ultimi mesi, nelle ultime settimane, per essere spiegata solamente su base sociale e politica. Anche il successo del V-Day non può essere attribuito solo alla capacità di Beppe Grillo e della sua "rete" di MeetUp.

Naturalmente, Grillo ha costruito un sistema organizzativo e comunicativo molto rilevante. I "suoi" militanti internautici sono molti e competenti. Attivi. Egli stesso è costantemente in movimento, e "mobilita" con i suoi spettacoli-comizi, ogni volta migliaia di persone. Però il boom del V-Day è "successivo". E' la "visione" della piazza gremita rilanciata da Sky e dalle prime pagine dei quotidiani on-line (su tutti, "la Repubblica") ad aver fatto tracimare l'iniziativa, che ha invaso, a cascata, i principali media. Anche quelli che l'avevano occultato, a bella posta. L'invettiva di Grillo, rilanciata dovunque; le repliche accese e risentite dei suoi "bersagli", hanno fatto il resto. Però, il V-Day e Grillo - trasferiti sui media - sono solo l'ultimo, clamoroso caso di "spettacolo dell'antipolitica". Il "genere" di maggior successo, in questa fase. Più dei reality. Più della fiction. Di Miss Italia e dei telecabaret.

Lo certificano i dati, in modo inequivocabile. La serata di Ballarò di martedì scorso, dedicata ai privilegi e ai privilegiati della politica: 4 milioni e mezzo di audience. Ospiti di primo piano: Gian Antonio Stella, l'autore, insieme a Sergio Rizzo, della "Casta". La "Bibbia dei cultori del genere. E soprattutto Mastella. Il bersaglio immobile, su cui sparare a colpo sicuro. Una settimana fa: "Anno Zero", il programma di Michele Santoro, dedicato a Grillo, al Vaffa-day e all'antipolitica: è andato oltre ai 5 milioni. Clou della serata: la requisitoria di Marco Travaglio. Contro Clemente Mastella. Sempre lui.

Ancora, pochi giorni fa, lo stesso menu su Matrix. D'altronde, Mentana è stato fra i primi a "scoprire" la forza di attrazione dell'argomento. E ogni volta che ha ospitato Stella e Rizzo, a presentare i fatti e i misfatti della "Casta", ha conseguito risultati di ascolto straordinari. Il V-Day di Grillo, peraltro, ha fatto crescere gli ascolti di tutti i programmi di approfondimento. Primo Piano, TV 7. Lo stesso Tg2 ha avuto il suo momento di gloria quando il direttore Mauro Mazza ha evocato il rischio che la "colonna infame" recitata da Grillo, sulle piazze, possa trasformare i politici privilegiati (gli "untori" del male che indetta la nazione) in potenziali bersagli di azioni violente. Come negli anni di piombo. D'altronde, "La Casta", il libro di Stella e Rizzo ha raggiunto livelli di vendita strabilianti. E' divenuto un best-seller cosmico. Come "Il nome della rosa", "Va dove ti porta il cuore" o "Harry Potter.

Da ciò il dubbio rivelato all'inizio. L'onda antipolitica, o ciò che si intende con questo termine abusato, oggi procede impetuosa. Ma non solo perché esistono seri e fondati motivi per indignarsi. Non solo perché il sistema politico non pare in grado di autoriformarsi. Di dare segni di ravvedimento. Ma anche perché, anche se ciò avvenisse, i media non glielo permetterebbero. Non lo riconoscerebbero. Almeno fino a quando il "format" funziona, insieme ai suoi personaggi. Perché l'Antipolitica raddoppia gli ascolti televisivi, moltiplica le vendite dei libri e sostiene le tirature dei giornali. Paradossalmente, rende popolari anche le "vittime". Mastella, ormai, è linciato dovunque. Una vittima sacrificale. Dato in pasto all'indignazione pubblica. Presente o assente che sia, non importa. E' diventato un simulacro. Un'icona. Come Di Pietro, il grande Accusatore. Sembra aver ritrovato la verve dei bei tempi di Mani Pulite.

E immaginiamo che i programmi di satira, informazione e denuncia ("Striscia la Notizia" e "le Iene", in primo luogo), tornati dopo la pausa estiva, inseguiranno i protagonisti politici delle mille malefatte quotidiane, dei mille privilegi, dei centomila sprechi, del milione e passa di interessi privati in pubblico ufficio. Per deriderli, irriderli, sputtanarli, denunciarli.

Senza pietà. Perché questo chiede "la gente". Disgustata, per giustificati motivi. Ma anche perché attratta dalla gogna e dalla ghigliottina su cui vengono immolati i potenti e gli impotenti. Perché questo piace al pubblico: vedere scorrere il sangue blu, rosso e rossoblu. Il grandguignol. Fa audience. Quindi continuerà. Almeno fino a quando la fame di vendetta non verrà soffocata dalla bulimia antipolitica. Fino a che tanto sangue non renderà il pubblico sempre meno sensibile - e infine insensibile. Fino a che lo spettacolo della corruzione dei politici, replicato senza sosta, non "finirà per sfinirci". Rendendoci tutti indifferenti. Mitridatizzati. In grado di assumere ogni veleno.

Fino a che gli ascolti non cominceranno a calare. E le piazze, convocate a fanculare i politici, smetteranno di riempirsi. Fino a che il pubblico non si sarà convinto (e rassegnato) che, "se così fan tutti", "se la politica fa schifo", meglio girare canale. Cercare qualcosa di diverso. Più attraente, inquietante. Un'altra madre che ammazza il figlio; un altro figlio che ammazza la madre (e magari anche il padre); un ragazzo che ammazza l'amica; un branco di studenti che violenta una compagna di classe; oppure palpeggia e filma la professoressa; una maestra che insidia i bimbi dell'asilo; un prete pedofilo che circuisce i ragazzini. Episodi che "vanno" sempre. E sempre di più. Successi evergreen.

Mentre l'avanspettacolo dell'antipolitica funziona alla grande: ma solo una volta ogni quindici anni.

(27 settembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #5 il: Ottobre 14, 2007, 12:31:25 »

POLITICA

La partecipazione al voto sarà la prima prova del successo della nuova formazione

Nella gara tra i candidati sono mancati i faccia a faccia, limitati agli scontri

Nascere libero dal passato La grande occasione del Pd

di ILVO DIAMANTI

 
OGGI il Partito Democratico finisce di essere un progetto. Diventa un soggetto politico. Dopo un cammino lungo dodici anni. Perché il PD è certamente figlio, forse fratello, dell'Ulivo. L'atto di "fondazione" coincide con le "primarie": l'elezione dei segretari regionali e dell'assemblea costituente.

Ma soprattutto del segretario nazionale. Vincerà Walter Veltroni, il sindaco di Roma. Il più amato dagli elettori, come mostrano tutti i sondaggi. Tuttavia, il "successo" di questo rito di passaggio dipenderà soprattutto dalla "partecipazione". La cui valutazione sarà condizionata dal confronto con le primarie dell'Unione di due anni fa. Quando milioni di elettori garantirono l'investitura di Romano Prodi. In un contesto molto diverso. Perché in quell'occasione votarono gli elettori dell'intera coalizione, per eleggere il candidato premier in vista delle consultazioni politiche. In un clima di rivincita contro Berlusconi.

Cosa sarà il Pd? Certamente non un "partito personale", come FI. Ma, comunque, "personalizzato". Come sottolinea l'elezione diretta e la competizione fra i candidati. La campagna elettorale, per questo, avrebbe dovuto permettere di associare l'identità personale dei candidati a uno specifico profilo programmatico. Il che è avvenuto solo in parte. Il confronto fra i candidati, infatti, si è svolto a distanza.

Nessun faccia a faccia. Poche polemiche. Per paura di aprire divisioni in una fase così critica. Il forum offerto da Repubblica.it ha costituito una rara - forse l'unica - occasione di confronto fra i candidati. I quali hanno reagito a una serie di quesiti su diversi temi: modello di partito, alleanze, regole e riforme istituzionali, questioni etiche e sociali. I frequentatori del quotidiano on-line hanno votato, di volta in volta, la risposta che appariva loro più convincente.

Naturalmente, non si tratta di un "sondaggio". I "votanti", infatti, non costituiscono un "campione rappresentativo" dell'elettorato nazionale. E neppure dei Democratici. Tuttavia, "la Repubblica" rappresenta da sempre un riferimento condiviso dagli elettori di centrosinistra. In particolare, quelli attenti alla proposta dell'Ulivo e del Pd. Questa iniziativa va, dunque, considerata un'esperienza di "e-democracy". Nella quale i candidati hanno messo le proprie idee a confronto. Per sottoporle al giudizio di una cerchia molto estesa di "elettori" simpatetici e informati.

Quali indicazioni ne possiamo trarre?
1. Un primo aspetto riguarda la "partecipazione". Altissima, all'inizio: hanno votato circa 60mila e-lettori, in occasione del primo "confronto". Poi la partecipazione è scesa, per risalire in occasione del "messaggio finale" dei candidati. Nel complesso, 250mila risposte. Decine di migliaia di "cittadini" hanno, comunque, "partecipato" a questa campagna. Che ha rivelato una certa disabitudine dei principali candidati a "usare" il mezzo. E alla discussione aperta.

2. Dal confronto, ricostruito dalla tavola sinottica proposta in questa sede, emergono alcuni profili programmatici, più o meno definiti.
Rosy Bindi ha ribadito la sua impronta "solidarista". Ha usato un linguaggio diretto. Esplicita sui temi sociali, anzitutto il lavoro; impegnata a marcare la frattura con il passato. Enrico Letta si è preoccupato di interpretare il rinnovamento come "ricambio generazionale". L'apertura ai "giovani". Inoltre: ha posto l'accento sulla riforma fiscale, sulla questione settentrionale. Walter Veltroni ha recitato la parte del leader designato. Ha cercato di evitare posizioni troppo nette. Ha cercato di impersonare "l'identità democratica". Esprimendo la sua preferenza per un Pd che, alle elezioni, corra da solo. Gli altri candidati, Mario Adinolfi e Piergiorgio Gawronski, hanno usato la loro estraneità alla classe dirigente di partito come argomento politico e polemico.

3. Il voto degli e-lettori non ha seguito logiche di appartenenza. Ha, per questo, delineato esiti diversi, di volta in volta. D'altronde, gli "e-lettori" di questa "consultazione elettronica", non rappresentano gli "elettori" di centrosinistra e del Pd. Tanto meno la base militante e organizzata. Ne delimitano, invece, una componente informata, tecnologicamente competente, politicamente interessata. Una "minoranza attiva". Che ha reagito in base all'efficacia delle risposte dei candidati. Walter Veltroni, il leader "pre-destinato alla vittoria", ha riscosso il massimo consenso (40%) sul tema delle alleanze: rivendicando "l'autonomia del Pd", l'ambizione di "correre da solo".

Che riflette una domanda diffusa nel centrosinistra. Ha, inoltre, ottenuto un gradimento elevato quando ha espresso posizioni chiare. Sul Nord e sui temi etici, in particolare. Non ha, invece, convinto gli e-lettori su tre questioni: il modello di partito, il lavoro e nell'appello conclusivo. Probabilmente, per eccesso di prudenza. In questi casi è stato superato da Rosy Bindi. Quasi sempre oltre il 20% dei consensi, ha raggiunto il 35% di voti in occasione dell'appello conclusivo. Favorita, presumibilmente, dal linguaggio diretto.

Lo stesso Enrico Letta, pur navigando su livelli più bassi, ha conseguito un consenso significativo quando ha espresso in modo argomentato la sua attenzione al "territorio". Sulle questioni relative al Nord, le tasse, il rinnovamento del partito. Fra gli altri candidati, va ricordato il grado elevato di consensi ottenuto da Adinolfi. La cui popolarità è certamente più ampia nella rete che sul territorio. Tuttavia, quando ha affrontato la questione del lavoro e del precariato ha superato perfino Veltroni.

4. Comune ai candidati, "vecchi" e "nuovi" è l'incertezza dei riferimenti. Per cui il Pd appare un partito senza padri né maestri. Senza santi e senza dei. I cui numi ispiratori sono, per Veltroni, il pannello solare e il computer. Per Adinolfi, gli inventori di Google. Per Schettini (che ha abbandonato la competizione nelle ultime settimane) il mitico capitano Kirk dell'Enterprise. Per Bindi e Letta: nessuno. Un partito che, peraltro, ha estromesso dai suoi riferimenti la tradizione socialista. Un partito tanto "nuovo" da aver rimosso il passato e oscurato l'orizzonte.

Ora, conclusa questa campagna, un po' tiepida, è il momento del voto reale. Finalmente. Il cui esito sarà, certamente, diverso da quello espresso nel forum di Repubblica. it. Perché diversa è la cerchia degli elettori. Diversi i canali del consenso e di mobilitazione. L'auspicio è che la "fondazione" del "nuovo" partito non venga condizionata troppo da "vecchie" logiche e "vecchi" attori politici. Il Pd "può essere un modo originale di rilanciare la sinistra in Europa", ha sostenuto Marc Lazar (intervistato da Gigi Riva sull'Espresso). Ma se, invece, apparisse la riedizione, aggiornata, di una storia già scritta, rischierebbe l'insuccesso. Questa volta, riteniamo, senza appello.

(14 ottobre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #6 il: Ottobre 17, 2007, 11:37:19 »

POLITICA IL COMMENTO

Dall'antipolitica all'iperpolitica
di ILVO DIAMANTI


LE PRIMARIE continuano a sorprendere gran parte degli osservatori, degli analisti, dei commentatori. E degli stessi attori politici coinvolti. Come era avvenuto due anni fa. Quando "travolsero" ogni previsione. Questa volta anche più di allora. Perché nell'aria si percepivano rumori poco rassicuranti. Il lamento del "popolo di sinistra", insoddisfatto del comportamento del governo e del ceto politico che lo rappresenta. Le grida di protesta, contro i privilegi della casta. Il rumore sordo e sgradevole dell'antipolitica. E come poteva mobilitare le persone e le passioni, in questa glaciazione della politica, l'atto di nascita di un "partito nuovo"? O, peggio, di un "nuovo" partito?

Promosso e guidato da uomini politici "vecchi" o, comunque, sicuramente non "inediti"? Invece, un'altra volta, si è assistito a una risposta di massa. Inattesa dagli stessi promotori. Il che getta più di un'ombra sull'antipolitica: il distacco dalla politica; il rifiuto delle sue pratiche e dei suoi attori. Esiste davvero? A questo punto, si rischia di non capire. Visto che, mettendo in fila le iniziative "politiche" degli ultimi giorni, delle ultime settimane, si rischia la vertigine. Il mal di capo.

Più di tre milioni di cittadini hanno partecipato alle primarie di due giorni fa. Una partecipazione enorme. Inattesa. Il giorno prima, An aveva mobilitato almeno 300mila militanti a protestare contro il governo. Nei giorni precedenti milioni di lavoratori avevano partecipato al referendum del sindacato. Un mese fa, centinaia di migliaia di persone avevano sottoscritto le proposte di Grillo per la "moralizzazione politica". E se mettiamo in fila le mobilitazioni organizzate da un anno a questa parte dalla destra, dalla sinistra cosiddetta radicale, da comitati e movimenti si raggiungono cifre superiori agli anni Settanta. Al mitico Sessantotto. Non solo.

Il livello di attenzione sui fatti e sui temi della politica, in questa fase, è salito rapidamente. Come testimoniano gli ascolti delle trasmissioni tivù che affrontano i temi politici, nella "versione antipolitica". E la tiratura dei libri che ne fanno oggetto di inchiesta e di denuncia. Il fatto è che tra politica e antipolitica il confine non sempre è chiaro. A separarle, talora, è una linea sottile. Visibile solo agli occhi di chi guarda. Da ciò l'esigenza di distinguere, almeno, due diverse facce dell'antipolitica. Da un lato, come "argomento", usato da leader, movimenti, partiti, ma anche dai media. Dall'altro, come "sentimento sociale".

Considerata da questo punto di vista, l'antipolitica rivela non rifiuto, ma una diffusa domanda di politica. Una estesa disponibilità a partecipare e a mobilitarsi, da parte di milioni di cittadini. Per questo, esibire e agitare la partecipazione alle primarie come una risposta al "vaffa-day", uno schiaffo a Grillo e ai suoi adepti, ci sembra un po' fuori luogo. Almeno, se si fa riferimento alla base sociale, ai partecipanti delle due manifestazioni. Che, in parte, si sovrappongono. Perché molti sostenitori del V-Day sono elettori del Pd che, nonostante gli anatemi di Grillo, hanno "votato" alle primarie. Hanno contribuito alla "fondazione" del "partito nuovo", all'elezione degli organismi e all'investitura di Walter Veltroni.

Il che, restando al tema delle primarie, ne sottolinea il significato. Il sentimento che ha animato una partecipazione tanto ampia, infatti, più che fiducia rivela sofferenza e un po' di insofferenza. E' richiesta di cambiare. Ma davvero. Di costruire un "partito" capace di ri-generare: la classe dirigente, il linguaggio, il rapporto con la società. Una grande occasione, per i leader del Pd. E soprattutto, anzitutto, per Walter Veltroni. Ma forse, anche, l'ultima.

Il sentimento antipolitico della società italiana, d'altronde, non appare particolarmente più esteso rispetto agli altri paesi europei. Dove si coglie un analogo sentimento di sfiducia nelle istituzioni rappresentative e nel ceto politico. (Basta consultare la ricerca europea condotta da laPolis-Demos-FNE, presentata sul volume della Rassegna Italiana di Sociologia attualmente in uscita). Peraltro, non si tratta di un fenomeno nuovo. Visto nel lungo periodo, anzi, sembra perfino essersi ridotto. Come mostrano alcuni studi recenti (ad esempio, una ricerca sulla "Immagine della politica e del buon governo", curata da Paolo Bellucci e dal Laboratorio di Analisi Politica dell'Università di Siena).

Se oggi, in Italia, risulta esplosivo è soprattutto perché la classe politica, per prima, predica l'antipolitica. E si presenta come uno specchio rotto (per riprendere la suggestiva metafora di Eugenio Scalfari), che, invece di riassumere la società, la frantuma ulteriormente. Ne restituisce una immagine deforme, invece che dignitosa. Perché, inoltre, ai media piace seguire, da vicino, il peggio della politica. Amplificare "l'indignazione popolare". Che "fa notizia". Alza gli ascolti. In questo Paese: c'è una parte della società, probabilmente maggioritaria, sicuramente molto ampia, che è migliore di chi la rappresenta e raffigura. Di chi la interpreta e la racconta. Così, noi che la interpretiamo e raccontiamo siamo destinati a sorprenderci. Sempre più spesso.

Perché la osserviamo attraverso la lente dei nostri pre-giudizi. In base ai quali distinguiamo l'antipolitica dalla politica. Separando, quasi, il bene dal male. Converrebbe, al proposito, usare un po' più di prudenza e di umiltà. Stiamo attraversando una fase di cambiamento delle democrazie rappresentative. La sfiducia, la protesta, gli stessi populismi. Lo sbriciolarsi della partecipazione politica in mille esperienze: collettive ma anche individuali. Le grandi mobilitazioni polemiche. Non sanciscono il rifiuto della democrazia.

Segnalano, invece, un insieme di pratiche attraverso le quali la società esercita poteri di correzione, controllo, pressione. I partiti, se vogliono continuare a esistere, se vogliono essere "utili", debbono tenerne conto. Aprirsi. "Rappresentarli". Al contrario di quanto è avvenuto negli ultimi anni, durante i quali si sono trasformati in oligarchie, rifugiandosi nelle istituzioni, per "difendersi" dalla società. La grande partecipazione alle primarie, per questo, costituisce un segnale molto importante.

Ma anche un allarme, che deve essere raccolto. Non possiamo immaginare, altrimenti, che la "rivoluzione di ottobre", come è stata definita da qualcuno, prosegua anche in novembre. E via di seguito. All'infinito. E non possiamo pensare a una società in "mobilitazione permanente", come avviene da troppo tempo.

Questo "surplus di politica", questa "iperpolitica" ci appare, infatti, l'altra faccia dell'antipolitica. Segni, entrambi, di una "domanda politica" frustrata. Se non dovesse trovare risposta, dopo tanti tentativi, allora è lecito attendersi l'esplosione. O l'implosione. Sicuramente la "delusione" e il distacco vero.
Per questo, dopo la bella "domenica delle primarie", ci sorprendiamo a sognare una democrazia diversa. Dove i cittadini non abbiano bisogno di scendere in piazza - né di votare - ogni mese, talora ogni fine settimana. Per contare. Dove ogni risultato elettorale non sia "sospettato" dall'avversario politico. "A prescindere", per citare Totò. Dove non sia necessario alzare la voce oppure urlare per farsi ascoltare. Dove si possa manifestare senza "fanculare" la classe politica. Dove la classe politica non debba essere "fanculata" per comportarsi in modo virtuoso ed equilibrato. Dove la politica costituisca "un" aspetto importante della vita. Uno, non il solo e neppure il più importante. Una democrazia normale. Magari po' più tiepida. Non soffocata dall'antipolitica. Ma neppure dalla "troppa politica".

(17 ottobre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #7 il: Ottobre 18, 2007, 11:59:12 »

POLITICA BUSSOLE

Il Partito democratico fra nuova e vecchia politica

di ILVO DIAMANTI

 
La straordinaria partecipazione alle primarie del PD, domenica scorsa, riflette una domanda di partecipazione molto ampia, nella società. E soprattutto fra gli elettori di centrosinistra. Lo abbiamo scritto, nei giorni scorsi: più che di "antipolitica" dovremmo parlare di "iperpolitica". Visto che le mobilitazioni, negli ultimi mesi, si sono moltiplicate. Coinvolgendo masse imponenti di persone. Spinte, come si è detto, da una grande richiesta di cambiamento e di novità. Però, vale la pena di aggiungere: non solo.

Come ha suggerito Alfio Mastropaolo, dietro alla partecipazione di massa che ha "premiato" le primarie del PD, non c'è solo il "nuovo", ma anche il "vecchio". Il contributo della tradizione; dell'organizzazione dei partiti; delle cerchie personali. Logiche di appartenenza "ideologica", ma anche personale e particolaristica. Basta scorrere i dati della partecipazione su base regionale. A livello nazionale hanno votato 3 milioni e mezzo di elettori. Tra cui, va chiarito, anche giovani con meno di 18 anni (ma più di 16) e immigrati. Per cui si tratta di una base più ampia dell'elettorato chiamato a votare alle consultazioni politiche. Tuttavia, calcolato sul voto alla lista "Uniti nell'Ulivo" nel 2006, il peso degli elettori alle primarie risulta egualmente molto rilevante: il 29%. Ciò significa che ha votato alle primarie quasi un elettore su tre.
La distribuzione per regione, però, fa emergere una geografia particolare. Molto diversa dal passato. Non tanto per l'affluenza nelle regioni del Nord: significativa ma, comunque, al di sotto della media nazionale. Né per il buon grado di partecipazione registrato nelle "regioni rosse". Soprattutto in Emilia Romagna e in Umbria (oltre il 30%). Ma per la clamorosa mobilitazione che ha caratterizzato le regioni del Mezzogiorno. In Abruzzo l'affluenza alle primarie copre il 40% dei voti ottenuti nel 2006 (alla Camera) dalla lista "Uniti nell'Ulivo". In Puglia il 34%. In Sardegna il 32%. Ma vette insuperabili vengono toccate in Campania: 44%. E ancor di più in Basilicata: 53%. Fino al record della Calabria, dove i voti validi alle primarie costituiscono il 70% di quelli ottenuti dall'Ulivo un anno e mezzo fa. Certo, vale la pena di ripeterlo: c'è una quota di minorenni e di immigrati. Ma si tratta, comunque, di un dato cosmico.

Peraltro, la struttura del voto, su base territoriale, in questa occasione non riflette quella di due anni fa, che legittimò Prodi in vista delle elezioni del 2006. Rispetto ad allora, in tutte le regioni del Centronord si osserva un calo di voti (validi) più o meno sensibile. In particolare in Lombardia (-232.000), Emilia Romagna (-204.000), Toscana (-168.000) e in Veneto (-89.000). Anche nel Lazio, dove Veltroni ha trascinato la partecipazione al voto, si assiste a un ripiegamento sensibile rispetto alle primarie del 2005 (- 86.000 voti validi). D'altra parte era prevedibile, visto che due anni fa alle primarie avevano partecipato gli elettori di tutta la coalizione, per eleggere non il segretario di un partito, ma il candidato premier. Invece, contrariamente alle aspettative, in larga parte del Mezzogiorno, domenica scorsa si verifica una crescita dei voti, in alcuni casi molto consistente. Soprattutto in Puglia (+54.000), Abruzzo (+13.000), Basilicata (+17.000), Campania (+106.000) e, appunto, Calabria (+ 87.000).

Ciò permette di precisare l'osservazione da cui siamo partiti. La grande partecipazione alle elezioni primarie di domenica scorsa sottolinea una stagione "iperpolitica" piuttosto che "antipolitica". In cui, però, convergono e si cumulano spinte diverse. Domande di "cambiamento", ma anche "continuità". La grande partecipazione alle primarie, infatti, ha raccolto e aggregato movimenti ed elettori d'opinione, alla ricerca di nuovi modelli di rappresentanza politica. Insieme ad ampie componenti ancora "fedeli" ai partiti tradizionali (e auto-dissolti: DS e Margherita); a settori, estesi, di voto "personale" e particolarista; e a solide clientele locali. E' un grande calderone, questo PD. Nel quale confluiscono componenti nuove, ma anche vecchie. (E, vogliamo precisare, il "vecchio" non è necessariamente peggio; talora, anzi, è anche meglio del "nuovo").

Ci vorranno molto coraggio e grande determinazione per costruire un "partito nuovo", capace di assorbire e coagulare l'eredità dei "partiti vecchi". Così pesante e localizzata. Ma, soprattutto, per costruire un partito che sia davvero "nazionale", in grado di superare i limiti territoriali del passato, anche recente. Il centrosinistra, infatti, nella seconda Repubblica, ha mantenuto la geografia elettorale del Pci. Tanto che Marc Lazar, facendo riferimento ai Ds, aveva parlato di una "Lega di centro". Mentre nel Nord non è mai riuscito a imporsi. Anzi, alle elezioni del 2006 si è ridotto a una "minoranza assediata". Oggi, le primarie descrivono un PD fin troppo "meridionalizzato".

Non sarà facile, con questa geografia e con questa base elettorale costruire un soggetto politico riformista e innovatore. Walter Veltroni, il sindaco di Roma: dovrà governare i localismi del suo partito. Dovrà, inoltre, "unire" la Basilicata al Veneto; la Calabria alla Lombardia. Come dire: ri-unire l'Italia.

(18 ottobre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #8 il: Ottobre 28, 2007, 03:56:07 »

POLITICA MAPPE

La paura di nascere vecchi

ILVO DIAMANTI


L'assemblea costituente del Partito Democratico, ieri, è stata attraversata dalla voglia, diffusa e palpabile, di comunicare - a se stessa in primo luogo - il senso della discontinuità. Dall'ansia di rinnovamento. E dal timore, speculare, di finire impigliati nei fili del passato. Lo ha chiarito, da subito, Walter Veltroni, confessando che il vero problema, oggi, è "come evitare di versare il vino nuovo in otri vecchi". Per scongiurare un pericolo percepito, nel Pd: nascere vecchio.

Nel padiglione della fiera, a Rho, sede della manifestazione, i giovani delegati, peraltro, erano molti. Intervistati, ripresi, coccolati. In contrasto, però, con l'immagine lasciata dalle primarie. Caratterizzate da una partecipazione massiccia, superiore a ogni attesa. E da un profilo generazionale piuttosto maturo e, anzi, un po' vecchiotto. Come hanno visto quanti si sono fermati ai seggi; anzitutto gli scrutatori. Come ha sottolineato il sondaggio Demos-Eurisko presentato domenica scorsa su Repubblica. Il quale rileva che solo il 12% degli elettori alle primarie ha meno di 30 anni, mentre il 40% ne ha più di 64.

Ciò delinea uno squilibrio piuttosto rilevante rispetto alla società. Visto che la componente compresa fra 18 e 29 anni costituisce il 19% dell'elettorato, quella con oltre 64 anni il 22%. Dunque, anche se neonato, il Pd rivela un volto un po' attempato.

Naturalmente, questo aspetto è determinato, almeno in parte, dal "metodo" scelto per generare il Pd. Le primarie. Un rito collettivo. Ma, pur sempre, "individuale" e "istituzionale". Una "elezione", molto "impegnativa", condizionata da una scelta di valore e dal pagamento di una quota. Alla quale, però, ci si reca "da soli", oppure con i familiari. Mentre i giovani prediligono le "mobilitazioni comunitarie". Scosse da forti onde emotive. Centrate su fini e, spesso, nemici precisi. Dove si sta e/o si marcia insieme.

Le primarie, invece, rispecchiano il rito del voto come "norma". Come "abitudine democratica". Stentiamo a rinunciarvi io e mio padre, ma non emozionano i nostri figli. Tuttavia, (come ha sottolineato Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera) la bassa partecipazione giovanile non significa, automaticamente, che i più giovani non voteranno per il Pd. (Spesso si vota senza passione: "contro" invece che "per").

Ma i sondaggi suggeriscono qualche difficoltà anche sul piano elettorale. Tra i giovani con meno di trent'anni (sondaggio Demos-Eurisko, 16-18 ottobre), infatti, il Pd è stimato circa 4 punti percentuali sotto la media generale. Fra coloro che hanno più di 64 anni, invece, è quasi 10 punti sopra la media. Dunque, il "nuovo" Pd stenta, per ora, ad attirare i giovani.

C'è, tuttavia, da osservare che il problema non riguarda solo il Pd, ma il centrosinistra nell'insieme. Infatti, negli ultimi mesi, i giovani sembrano avere smarrito la strada che conduce a sinistra. Contrariamente a quanto è avvenuto dalla fine degli anni Novanta e fino alle elezioni del 2006 (come emerge dalla ricerca di Itanes: Dov'è la vittoria?, Il Mulino, 2006). Allora i giovani si erano spostati a sinistra, soprattutto gli studenti. Per motivi che abbiamo indicato altre volte. Li possiamo riassumere nella ripresa di grandi movimenti di protesta su temi di rilevanza universale, ma con un impatto particolarmente forte sulle generazioni più giovani. La guerra e l'insicurezza globale, l'occupazione, la scuola.

Da qualche mese, però, il voto giovanile non si orienta più a sinistra, nella stessa misura degli ultimi anni. Neanche fra gli studenti. A stento, pareggia con quello di destra. La stessa Rifondazione Comunista, fra i più giovani, è poco sopra la media generale. Nell'insieme, fra gli elettori con meno di 25 anni che un anno fa avevano votato per l'Unione, meno di 6 su 10, oggi riconfermerebbero la loro scelta (Demos-Eurisko, ottobre 2007).

Un cambiamento tanto rapido e profondo richiede, comunque, due precisazioni.
a) Non sono cambiati i giovani. Come mostrano numerose indagini, anche molto recenti, essi esprimono un livello di impegno nelle attività politiche, nel volontariato, nelle iniziative sui temi del territorio e dell'ambiente; e, inoltre, un grado di partecipazione a manifestazioni collettive (di protesta e di solidarietà) assai più elevati rispetto al resto della popolazione.

b) Gli orientamenti di voto dei giovani restano, comunque, instabili. E, piuttosto che defluire a destra, prendono la strada del "non voto" e del distacco.
Dunque: i giovani non hanno imboccato il "riflusso" individualista. Non si sono spostati a destra, dopo aver votato, per un decennio, a sinistra. Ma sono sicuramente più incerti e disincantati di prima.

Su questo cambiamento di umore influiscono, a nostro avviso, soprattutto tre ragioni.
1. La critica contro la classe politica e i partiti. "Antipolitica", si direbbe oggi. Anche se è vero il contrario, visti i tassi di interesse e di partecipazione politica che esprimono. È, però, vero che l'insofferenza verso i partiti e le istituzioni ha raggiunto l'intensità più elevata proprio fra i più giovani. I quali, non a caso, dimostrano l'adesione più ampia e convinta per le iniziative promosse, sulla rete e nelle piazze, da Beppe Grillo (ancora: Demos-Eurisko, settembre 2007; ma indicazioni analoghe vengono fornite da sondaggi condotti da Ipsos e Ispo). Un'insofferenza espressa soprattutto dalla base di centrosinistra, che ha colpito, in primo luogo, il governo dell'Unione (e alcune figure, come Mastella, in particolare).

2. Il senso di incertezza, alimentato dalle politiche del governo ma soprattutto dalle polemiche nel centrosinistra. L'enfasi sulla flessibilità del lavoro e, al tempo stesso, la difficoltà di riformare le pensioni hanno comunicato l'idea di un welfare costruito senza cura per i giovani. Certi che il loro lavoro sarà incerto. Almeno quanto il futuro.

3. La distanza dal linguaggio e dai temi della vita quotidiana che anima la comunicazione politica, soprattutto del centrosinistra. Anche la campagna delle primarie, ingessata dai "vecchi" partiti. Al centro ma soprattutto in periferia. Come poteva emozionare i giovani? Se lo stesso Enrico Letta, "giovane" democratico per definizione, più che ai giovani invisibili, che si sentono "precari" più che "flessibili", sembrava rivolgersi alla platea dei "giovani" imprenditori riuniti a Capri?

Da ciò due considerazioni finali, del tutto provvisorie.
La prima riguarda i giovani. Non sono "bamboccioni". Al contrario: sono perlopiù "autonomi", anche quando risiedono con i genitori e si appoggiano alla famiglia. Costretti a vivere in un mondo incerto e instabile, sfruttano tutte le risorse disponibili. In un rapporto di reciproca utilità e dipendenza, con gli adulti.

D'altronde, sono al centro delle strategie di consumo e di marketing; ma anche delle attenzioni e delle preoccupazioni dei genitori. Che non li lasciano crescere. Ed essi accettano (o fingono) di non crescere. Se fa loro comodo. Questa condizione di "centralità" comunicativa e affettiva li rende più reattivi verso quanti li ignorano. Oppure non parlano la loro lingua. La politica li ignora. Il centrosinistra, oggi, non parla la loro lingua. La seconda - e conclusiva - considerazione riguarda il Pd. Veltroni ha ragione quando sostiene che non è possibile "tenere il vino nuovo dentro botti vecchie". Ma solo in parte. La verità è che botti troppo vecchie impediscono al vino nuovo di entrare. E corrompono il poco che entra. Per cui, la questione vera non è costruire otri nuovi. Ma eliminarli.

Fuor di metafora: costruire un partito senza militanti, senza iscritti e senza sezioni. A differenza di quanto ha sostenuto ieri Michele Salvati, riteniamo che non ce ne sia bisogno. La militanza, la partecipazione, le associazioni: in questa società iperpolitica, sono fin troppo diffuse. Il partito deve solo intercettarle. Non può essere un "otre", un recipiente chiuso. Ma un "luogo" aperto, dai confini mobili. Non un partito "personale", ma un partito "personalizzato". Affollato di persone. Che selezioni "persone" capaci di governare. Persone. Che non abbiano il futuro dietro alle spalle. Solo così potrà parlare ai giovani ed essere ascoltato. Solo così potrà liberarsi del passato.


(28 ottobre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #9 il: Novembre 18, 2007, 06:23:25 »

Il Paese sperduto nell'Assoluto relativo

di ILVO DIAMANTI

 
GLI italiani marciano, con passo sicuro, verso la secessione. Però non mirano a dividere il Paese, il Nord dal Sud, come volevano (e ancora vorrebbero) i leghisti. Gli italiani, invece, sembrano pronti a realizzare la secessione da se stessi. Inseguendo, con pari intensità e determinazione, obiettivi opposti.
Senza provare disagio, senza sentirsi dissociati. In particolare, appaiono impauriti dalle minacce alla sicurezza della comunità. E al tempo stesso indulgenti, verso chi li commette. Soprattutto quando il responsabile "appartiene" alla comunità stessa. Quando è "uno di noi".

Gli italiani. Temono gli stranieri. Considerano gli immigrati un pericolo per l'ordine pubblico (quasi il 50%, sondaggio Demos per UniPolis). Guardano con sospetto i romeni, i rom, gli slavi, i maghrebini e i cinesi. Ne valutano in modo severo le componenti e i comportamenti devianti. Invocano per essi "tolleranza zero". Espulsioni immediate, anche dentro i confini dell'Unione Europea. Eppure "tollerano", ben al di là dello zero, gli "ultrà". Da molto tempo. Vi si sono assuefatti. Trovano inaccettabili (giustamente) gli episodi di violenza e di illegalità quotidiana commessi dagli immigrati. Ma sono indulgenti verso gli squadristi che, ogni domenica, saccheggiano gli autogrill, danneggiano i vagoni dei treni su cui viaggiano (senza biglietto), lasciano macerie al loro passaggio nelle città in cui si recano. E poi si fronteggiano, negli stadi ma soprattutto fuori; esibendo cartelli su cui campeggiano slogan infami; che fanno provare vergogna solo a leggerli.

Gli ultrà. Che, domenica scorsa, hanno interrotto partite (com'era già avvenuto a Roma, tre anni fa), assalito posti di polizia, aggredito giornalisti, ridotto in stato di assedio interi quartieri della capitale. Verso di loro la maggioranza degli italiani chiede comprensione. E indulgenza. Come mostra un sondaggio condotto da Demos, nei giorni scorsi, su un campione rappresentativo della popolazione. Di fronte alle proteste e alle violenze dei tifosi, avvenute dopo la morte di Gabriele Sandri, il 38% degli italiani afferma che "sono sbagliate e vanno fermate con l'uso della forza". Una frazione minima, prossima al 2%, le considera "giuste". Mentre una larga maggioranza (56%) pensa che le violenze, per quanto "sbagliate", vadano comunque "comprese".

Qui non interessa sollevare altra indignazione, verso comportamenti che, evidentemente, non indignano. Neppure esprimere indignazione verso la mancanza di indignazione verso atti che invece la meritano. È nota, d'altronde, la crescente difficoltà di indignarsi, che attraversa la nostra società. La continua ascesa della soglia di tolleranza. Quando il "colpevole" è uno di noi. Vogliamo sottolineare, invece, l'incoerenza, di questo atteggiamento. La "morale ambigua" che anima i sentimenti degli italiani verso gli "altri", ma anche verso se stessi.

Nonostante le polemiche seguite ai tragici fatti di domenica scorsa, la polizia risulta l'istituzione di gran lunga più stimata dagli italiani. Nei loro confronti esprime, infatti, fiducia il 73% degli intervistati. Più di quanta ne riceva ogni altro riferimento associativo e istituzionale. Compresi i più "considerati". Dal Presidente della Repubblica, alla Chiesa, al volontariato. La polizia, "nonostante" le polemiche e le critiche cui è stata sottoposta negli ultimi tempi, continua a godere di grande credito sociale. Perché rispecchia la "domanda di sicurezza" dei cittadini. Ne riflette le paure e le inquietudini. Da ciò il paradosso, l'ossimoro. Impauriti e indulgenti verso i violenti. Dalla parte dei poliziotti ma comprensivi con gli ultrà che li attaccano. Inflessibili contro le illegalità, ma disponibili a "dialogare" con coloro che le commettono. Dentro e fuori gli stadi.

Questa "dissociazione" appare particolarmente acuta tra i più giovani. Il 75% di coloro che hanno meno di 25 anni, infatti, esprime condanna e, al contempo, comprensione verso le violenze degli ultrà. Il 5% le condivide. Ma oltre la metà dei giovani (il 54%, per la precisione) dichiara grande fiducia nelle forze dell'ordine.

Nei sentimenti umani, tuttavia, l'incoerenza, più che un'eccezione, è una regola. Provare, al tempo stesso, paura e attrazione, desiderio e repulsione, odio e amore, disprezzo e ammirazione: non è raro. Il problema sorge quando queste antinomie vengono "ammesse" ed espresse in modo così aperto. Quando l'incoerenza viene riconosciuta e accettata senza disagio. Quando, anzi, appare quasi "normale".

L'incoerenza come diritto. Regola. Adottata in molte altre occasioni. Che ci "legittima" a considerare l'allungamento dell'età pensionabile una necessità ineludibile. Salvo schierarsi, senza se e senza ma, contro ogni riforma che vada in questa direzione.
Che ci spinge ad approvare ogni legge che liberalizzi le professioni, riduca le barriere al mercato dei servizi e del lavoro. Salvo, poi, opporsi, quando tocca la "nostra" professione, la "nostra" lobby, il "nostro" gruppo di interesse. In pratica: sempre, comunque e dovunque. Visto che quasi tutti gli italiani hanno in famiglia qualcuno che appartiene a un ordine, una professione, una corporazione, un club.

Allo stesso modo, quasi tutti fra noi hanno in famiglia un "tifoso". Magari non "ultrà". Ma, comunque, contagiato da sentimenti ultrà, contro amici, familiari, conoscenti e non. Tifosi di altre squadre. Nella vita quotidiana. Perché siamo un popolo di tifosi. Sempre pronti a issare la nostra bandiera. A cantare il nostro inno. Per rivendicare il nostro "frammento" di identità e di interesse.

Noi italiani. Un popolo di tassisti, farmacisti, notai, commercialisti, autotrasportatori, avvocati, veneti, romani, siciliani, interisti, bianconeri, milanisti, laziali, romanisti. Disposti a mettere da parte le nostre divisioni faziose quando di fronte c'è il "nemico Pubblico". Lo Stato. A cui chiediamo, tuttavia, di difenderci. Da noi stessi. Dalle nostre reciproche minacce.

Noi italiani. Invochiamo l'ordine e pratichiamo l'anomia. Rivendichiamo sicurezza ma siamo comprensivi con chi la minaccia. Siamo inflessibili con gli "altri" e con gli "stranieri", ma indulgenti con noi stessi. Abbiamo pochi valori e poche regole comuni. In rapido degrado. Ogni casta, ogni tribù, ogni clan, ogni contrada, ogni famiglia usa la propria bussola etica. Di cui modifica i punti cardinali, in modo disinvolto. A seconda del momento e della necessità. Siamo il Paese dell'Assoluto Relativo. Dalla parte dei poliziotti ma non contro gli ultrà. Inflessibili e indulgenti al tempo stesso. Vogliamo la tolleranza zero. Virgola cinque.
Per questo, a volte, anzi: sempre più spesso, ci capita di provare malessere. Difficile non sentirsi confusi - e un po' infelici - se i confini del paesaggio etico si perdono.

(18 novembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #10 il: Novembre 26, 2007, 10:40:54 »

POLITICA MAPPE

In quel teatrino si decide il voto

di ILVO DIAMANTI


DA QUANDO Silvio Berlusconi ha annunciato la sua "discesa in campo", quattordici anni fa, la televisione è divenuta una "arena politica". Anzi: la principale.

Luogo di confronto e soprattutto di scontro. Surrogato della partecipazione. Specchio di una società in cui le ideologie sono scivolate via, trasparenti come l'acqua. Quattordici anni, ma sembra essere cambiato poco. Come confermano le polemiche sollevate dalle intercettazioni pubblicate su Repubblica nei giorni scorsi. Hanno rivelato l'esistenza di un fitto dialogo fra dirigenti e giornalisti Rai e Mediaset, negli anni del governo Berlusconi. Allo scopo, esplicito, di proporre una "visione" uniforme della politica. E della realtà.

Anche i dati dell'Osservatorio di Demos-coop, dedicato al rapporto fra cittadini, media e politica, confermano l'importanza della televisione. Certo, negli ultimi anni, altri "canali" hanno assunto una importanza crescente, come fonti di informazione. Le reti satellitari e internet. A cui si rivolge, con regolarità, una quota molto ampia di persone (fra 30% e 40%). Tuttavia, il rilievo dei media "tradizionali" resta dominante. Visto che il 61% degli italiani, per informarsi, ascolta regolarmente la radio, il 63% legge i giornali e addirittura il 94% si rivolge alla televisione. La totalità, quindi.

C'è poi un aspetto ulteriore che rende centrale "l'arena televisiva". La composizione del suo "pubblico". Perché i lettori abituali dei giornali, ma soprattutto gli utenti delle reti satellitari e di Internet, sono più competenti e istruiti rispetto alla media. Mentre la televisione raggiunge tutti. Compresi i settori più disincantati. Gli elettori apatici, mobili, incerti. Quelli che decidono se e per chi votare solo alla fine. Le ultime settimane, gli ultimi giorni prima del voto. Talora: il giorno stesso. E' per questo che la tivù è "ancora" così importante, politicamente. Non solamente in periodo elettorale. Sempre. Perché, ormai, viviamo in tempi di campagna elettorale permanente.

I governi e i leader politici sono sottoposti a valutazione continua. I sondaggi incombono. E valgono quasi quanto le elezioni. Anche perché, dall'aprile del 2006, il voto è sempre lì, alla porta. Il centrosinistra, diviso. Fragile, al Senato. Berlusconi, a cercare la "spallata", per far cadere il governo e andare a nuove elezioni. Così, la tivù ha non solo mantenuto, ma perfino accentuato il suo ruolo. Resta, infatti, di gran lunga, il mezzo di informazione più utilizzato. E se gran parte dei cittadini "diffida" della televisione, tuttavia, "si fida" dei programmi e dei notiziari televisivi.

Il 72% degli italiani ha fiducia nei TGR, il 69% nel Tg1; quindi, in ordine, vengono Tg3, Tg2 e Tg5: tutti intorno al 60%. Gli altri Tg ottengono un gradimento più limitato per effetto - talora determinante - del minor grado di "copertura" delle reti da cui vengono trasmessi. Come La7 e i canali satellitari. Grande consenso, infine, è attribuito ai programmi che incrociano informazione, denuncia e satira (anti) politica. I contro-Tg, come "Striscia la notizia" e "Le Iene".

Gli italiani, quindi, diffidano della televisione, ma hanno fiducia dei Tg (e nei "contro-Tg"). Anche perché vengono usati, anch'essi, come riferimenti politici. Etichette, marchi, in base a cui confermare e rafforzare la propria posizione, i propri orientamenti. D'altronde, l'identificazione con Berlusconi fa di Mediaset una sorta di "bandiera" dell'appartenenza a Fi e, per estensione, al centrodestra. Destra e sinistra, più che la distinzione fra mercato e Stato, richiamano, da tempo, in Italia, l'alternativa fra Mediaset e tivù di Stato.

Nonostante le "relazioni pericolose" fra giornalisti e dirigenti dei due gruppi, rivelate dalle intercettazioni pubblicate da Repubblica. Per cui, come mostra l'indagine Demos-coop, tutti i Tg di Mediaset raccolgono maggior fiducia fra gli elettori di centrodestra. Più di tutti il Tg5. Perché il più autorevole del gruppo. Tutti gli altri notiziari, non solo quelli della Rai, riscuotono, invece, maggior credito fra gli elettori di centrosinistra. Anzitutto il Tg3, effettivamente guidato, per tradizione, da un direttore di sinistra.

Ma lo stesso Tg1, per definizione il più istituzionale, gode di maggiori consensi a centrosinistra. Non solo oggi, che ne è direttore Gianni Riotta. Avveniva anche quando a dirigerlo era Clemente Mimun. Di certo non ostile al precedente governo di centrodestra. Perfino il Tg2, la cui direzione, nella seconda Repubblica, spetta alla destra, viene considerato di "centro", dagli italiani. E, dunque, a sinistra dei notiziari Mediaset.

Lo stesso avviene per i programmi di approfondimento e dibattito. In modo più esplicito. Da Porta a Porta a Ballarò; da Otto e mezzo ad Anno Zero; da Report all'Infedele. Ogni trasmissione è "frequentata", dagli italiani, in base alle proprie preferenze politiche. Salotti animati da padroni di casa "amici". Che conducono la serata in modo da renderla interessante. Stimolano discussione. Suscitano la curiosità degli spettatori. E, talora, li coinvolgono, in modo complice.

A volte predicatori, altre ancora "vendicatori", perfino "giustizieri". Così le trasmissioni di Gad Lerner, Michele Santoro, Giovanni Floris, Milena Gabanelli sono seguite con fiducia soprattutto dagli elettori di sinistra. Mentre a destra apprezzano Enrico Mentana e soprattutto Bruno Vespa. Se Rai1 piace maggiormente agli elettori di (centro) sinistra, Vespa riscuote la stima soprattutto degli elettori di (centro) destra. Più di quanto avvenisse qualche anno fa. Per contro, "Otto e mezzo" viene posizionata, dagli italiani, intorno al "centro". Malgrado il conduttore, Giuliano Ferrara, sia apertamente simpatetico con il Cavaliere. Un po' perché bilanciato da Ritanna Armeni. Un po' perché sta su "La7", rete esterna al bipolarismo mediatico. Soprattutto perché è autocentrico, ma altrettanto "autonomo". Per quel che può valere il mio giudizio: "il meglio" sul mercato.

C'è, dunque, un "mondo mediatico", largamente riassunto dalla televisione, che "rappresenta" la politica e le sue divisioni. Se gran parte degli italiani (il 61%) ritiene che la tivù faccia male alla politica e i politici facciano male a rincorrerla, in effetti avviene esattamente il contrario. Perché i "politici" - grandi, medi, piccoli e piccolissimi - concorrono ad avverare la "superstizione" che vede nella televisione la scena principale, se non l'unica, della "politica come spettacolo". E dello "spettacolo della politica". Per cui cercano, in ogni modo, di divenirne attori. Protagonisti, se possibile; ma anche comprimari o, almeno, comparse. E ciò allarga il solco fra la politica - imprigionata nella "realtà mediale" - e la società - che, invece, vive nella "realtà reale".

Naturalmente, se la politica è racchiusa dentro i media; se il bipolarismo politico e quello mediatico coincidono, allora la questione del conflitto di interessi diviene topica. E la posizione dominante di Berlusconi critica. Come pensa gran parte degli italiani. Ma soprattutto quelli a cui non piacciono né il Cavaliere né le sue reti. Il consumo televisivo, invece, abbassa la sensibilità al conflitto di interessi. A coloro che trascorrono più di 4 ore al giorno davanti alla tivù, la proprietà della televisione, il controllo sull'informazione e sui palinsesti risultano meno preoccupanti. Perché la televisione tende a diventare, per loro, la normalità. La verità. Il paesaggio nel quale ci si muove.

Pensare di modificarlo, intervenendo sulle origini, diviene una questione teologica, più che politica. Perché la "superstizione mediatica" coincide con la realtà. Anche se (in parte) è una "finzione". In cui tutti fingono di riconoscersi. Voi (noi) davanti allo schermo. Non più cittadini, ma spettatori. Pronti a tifare. Ora coinvolti, ora incazzati. Galvanizzati dal giornalista preferito. Informati dal Tg "di riferimento". Sorridete: siete su "Scherzi a parte".

(26 novembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #11 il: Novembre 30, 2007, 06:20:25 »

Rubriche » Bussole

Ilvo Diamanti

Partiti e partenti
 

Le cronache politiche di questi ultimi giorni rafforzano il nostro sconcerto. La nostra inquietudine. Il paesaggio politico ci pare affollato eppure un po' spoglio. Assembrato, ma con alcuni vuoti evidenti. Ricostruiamo.

Il dibattito e il voto sul welfare, alla Camera, ha riproposto una varietà di posizioni, tra i "partiti" della medesima coalizione. Rifondazione ha votato a malincuore. I comunisti italiani anche. La sinistra pure. I "diniani" (ma chi sono? Quanti? Che programma hanno? Come si chiamano? Forse, anch'essi PD) hanno preso atto, con soddisfazione, della sconfitta della sinistra radicale e hanno confermato.
Manterranno le "mani libere". Come loro, lo SDI (entrati in Parlamento insieme ai radicali. Ma nel pugno ora sono rimasti solo petali appassiti).

Mastella, stavolta, non ha aperto vertenze. Ma si sa che è "moderato". Per cui, fa proprie le riserva dei diniani, dei socialisti italiani. E le critiche dell'Udc. Tutti, nella maggioranza, si sono dati appuntamento a gennaio. Per una "verifica". A cui parteciperà, immaginiamo, un numero imprecisato di interlocutori. Che corrispondono ai "partiti" presenti nei rami del Parlamento. Compreso il Senato. Dove sono determinanti anche i voti dei "comunisti dissidenti", di De Gregorio, dell'Svp, oltre che dei diniani. E, ovviamente, dei senatori a vita (i quali potrebbero, a loro volta, fondare un "partito", che risulterebbe potentissimo, nonché autorevole e "maturo"). Se si incontreranno tutti, i rappresentanti dei partiti del centrosinistra, insieme ai 105 membri del governo, Prodi dovrà prenotare una sala convegni capiente, con un impianto acustico efficiente.

D'altra parte, il centrodestra non è che in questa fase abbia dato una immagine così compatta e "organizzata". Anche nell'opposizione: tutti con le mani libere. Tutti a recitare, in ordine sparso, le stesse cose. In modo un poco monotono, per la verità. Berlusconi. E' da un anno e mezzo che promette la caduta del governo illegittimo. Echeggiato da tutti i leader del centrodestra, che, nelle dichiarazioni di voto alla Camera, hanno sottolineato, marcato, ribadito: "il governo è al capolinea, la maggioranza non c'è più". Patetico. Perché magari è anche vero... Però l'abbiamo sentito dire, una settimana sì e l'altra pure, da quando Prodi ha ricevuto l'incarico. Se dovesse cadere davvero, a questo punto, non ci crederebbe nessuno. Come al lupo di Pierino. E poi, oggi, la stessa cosa vale per l'opposizione. Per il centrodestra. La Casa delle Libertà non c'è più. L'ha dichiarato, tempo fa, Casini, qualche settimana fa, Fini. La settimana scorsa, Berlusconi. Dove prima c'era la Casa delle Libertà oggi tutti hanno le mani libere. Berlusconi: ha deciso di andare "oltre" Forza Italia. L'ha deciso da solo, come da solo ha fatto e guidato il partito (e, in verità, anche la CdL). Il partito che verrà: si chiamerà Partito della Libertà. O forse del Popolo. Deciderà la gente. Mediante un referendum, le primarie. O, meglio, un sondaggio. Però andare "oltre" FI, non significa scioglierla. Resterà FI e confluirà nel PdL o nel PdP, insieme ad altri che lo vorranno. I circoli della Brambilla, gli amici di Giovanardi. Tutti gli elettori di buona volontà. Mentre Casini e Fini, a loro volta, pensano come "reagire". Come evolvere. Che fare, fuori dalla Casa delle Libertà, con le mani libere.

Ciascuno di loro pensa di "ri-formare" il partito. Lo storico Alessandro Campi, sul Foglio, ha suggerito di sciogliere An. Mentre si parla (lo ha fatto apertamente anche Bruno Tabacci) di una nuova formazione politica, che riunisca An e Udc, nella casa del Partito Popolare Europeo. Ma da tempo, sappiamo, si parla del progetto di aggregare vari soggetti politici che navigano "al centro del mondo politico". Cioè: Udc, Udeur, PDiniano, Di Pietro. Insieme ad altre figure autorevoli. Fra tutte: Montezemolo e Pezzotta. Così al centro diverrebbe, temiamo, una sorta di "terra di mezzo". Dove lo scontro per la leadership potrebbe determinare guerre "personali" e di gruppo laceranti.

Infine, il PD. Con il leader, Walter Veltroni, impegnato a trattare, trattare, trattare. Con gli alleati (si fa per dire) e con i leader dell'opposizione. Fini, Casini, Berlusconi. Maroni. Intorno a una legge elettorale, i cui contorni e contenuti, ormai, sono così fantasiosi da apparire onirici. Il sistema tedesco, spagnolo, francese, il modello comunale con l'elezione diretta dei sindaci; il mattarellum rivalutato e il porcellum corretto.

Veltroni discute e tratta con pazienza, Perché il dialogo, in sé, è un valore in questo Paese spezzato e sbriciolato. Però, oggi, tutti parlano linguaggi un po' incoerenti. E avanza il progetto di un proporzionale con effetti maggioritari e bipolari. Nel frattempo cerca di costruire il PD. Di decidere cosa sarà. Come sarà. Gli organismi, i sistemi di decisione, di reclutamento, di consultazione. Con o senza iscritti? Federale o centrale? Giovane oppure adulto? Femminile oppure no?

Queste alcuni fotogrammi, alcune parole, alcune tracce, che noi abbiamo tratto, raccolto, assemblato, da osservatori interessati e partecipi del paesaggio politico. Affastellati. Alla rinfusa. D'altronde non possiamo che confessare la nostra confusione. Il nostro spaesamento. La difficoltà di tracciare mappe e di impostare bussole. Ci sentiamo scombussolati. Di una cosa, però, siamo certi. Occorrerà tenerne conto.

I partiti oggi sono un participio passato. Partiti. Senza che, per ora, siano arrivati i loro sostituti. C'è molta gente in marcia. Non si capisce bene verso dove. Chiamiamoli partenti.

(29 novembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #12 il: Dicembre 02, 2007, 06:56:00 »

CRONACA InviaStampaMAPPE

L'infinita periferia dell'Italia

di ILVO DIAMANTI


UNA VAMPATA di violenza, per alcuni giorni, ha investito la banlieue parigina. In modo più delimitato, rispetto a due anni fa, quando si era rapidamente propagata intorno a Parigi e in altre città francesi. Per molte settimane. Questa volta, invece, si è concentrata a Villiers-le-Bel. A Nord della capitale.

Contagiando solo la vicina Saint-Denis, teatro di battaglia nel 2005. Inoltre, gli incidenti sembrano essere finiti abbastanza in fretta. Tuttavia, due notti di violenze hanno provocato, tra le forze di polizia, oltre 120 feriti, alcuni gravi. Ovvero: più o meno quanti in tre settimane di scontri due anni fa. Secondo il governo francese, si tratta di delinquenza giovanile organizzata, che ha "sfruttato" un episodio tragico (la morte di due ragazzi in moto, in seguito allo scontro con un'auto della polizia) per scatenare la guerriglia. Insomma: racaille. Teppaglia, feccia... La definizione usata da Sarkozy, all'epoca degli scontri di due anni fa. Quand'era ministro degli Interni. Tuttavia, se si trattasse "solo" di delinquenza comune, un sistema di polizia efficiente, come quello francese, un Presidente determinato, come Sarkozy, avrebbero contrastato il ripetersi di esplosioni violente, in tempi tanto ravvicinati, negli stessi luoghi. A Villiers-le-Ville, Saint Denis e nella banlieue parigina. Dove comportamenti violenti si ripetono con disarmante e straordinaria regolarità. Se ciò non è avvenuto, probabilmente, è perché questa violenza non nasce nel vuoto. Rischiando la banalizzazione sociologica di alcune letture sociologiche (o sedicenti tali) degli anni Settanta: questa violenza è "anche" figlia del contesto in cui esplode. Banlieues degradate, ad alta concentrazione etnica. Strade e piazze difficili da attraversare, per chi non vive nella zona. (E anche per chi ci vive). Tassi di disoccupazione giovanile elevati. Relazioni intergenerazionali difficili. Genitori che non riescono più a esercitare l'antica autorità sui figli. Un'architettura che denuncia "estraneità". Dello Stato, delle istituzioni. Questi quartieri, queste città periferiche "producono" tipi sociali violenti e marginali. Un Paese, come la Francia, ostile alla sola idea di "comunitarismo", intesa come modello di integrazione fondato sulla comune appartenenza religiosa, nazionale, etnica, oggi affronta una situazione peggiore. Alla periferia delle città e nelle città periferiche, emerge, infatti, un "comunitarismo" senza "comunità". Favorito da "aggregati etnici" (non previsti) che hanno perduto i legami (e le capacità di controllo) di una comunità.

Se pensiamo a noi, è forte la tentazione di chiamarsi fuori. Non siamo la Francia. L'Italia è una terra di città piccole e medie. Con rare eccezioni. Un "Paese di compaesani", come l'ha definito il sociologo Paolo Segatti. Che ancora non si è rassegnato al flusso, massiccio, degli "stranieri". E vorrebbe lasciarli fuori. Alle porte della città. Come a Cittadella e in altri comuni veneti, dove, per scoraggiare il flusso dei poveracci, i sindaci hanno emesso un'ordinanza che vincola la concessione agli stranieri della residenza ad alcuni requisiti. Fra cui un reddito minimo intorno ai 500 euro mensili. (Se applicato ai residenti, produrrebbe l'espulsione di numerosi pensionati).

L'Italia non è la Francia. Ma si sta avviando lungo un cammino altrettanto rischioso. Perché si sta trasformando, in modo inconsapevole, in una periferia infinita. Che produce sradicamento, indebolisce il controllo sociale, non contrasta la diffusione di comportamenti violenti.

Nelle nostre metropoli, d'altronde, emergono, da tempo, lacerazioni visibili. A Milano. La "rivolta" del quartiere cinese. Il moltiplicarsi di episodi di ordinaria violenza, nelle periferie, che hanno indotto la sindaca Moratti a promuovere una marcia popolare, per rivendicare maggiore attenzione dal governo. (Come se, durante gli anni precedenti, quando essa stessa sedeva al governo, il problema non esistesse).

A Roma. Dove alcuni eventi drammatici (ultimo: la tragica aggressione di una donna, a opera di un rom) hanno fatto esplodere il malessere delle zone suburbane. Ulteriormente degradate a causa del flusso costante di nuovi immigrati dall'est europeo. Ammassati in baracche provvisorie.

A Napoli. Dove la lunga scia di violenza è, riduttivamente, ricondotta alla "camorra". Mentre riassume i percorsi di "normale devianza", che attraversano alcuni quartieri marginali. Come Scampia: raccontata, con rara efficacia, da Roberto Saviano insieme ad altri autori, in un libro antecedente al fortunatissimo "Gomorra" ("Napoli comincia a Scampia", L'Ancora del Mediterraneo, 2005).

Ma segnali di decomposizione si avvertono anche - soprattutto - nell'Italia minore. Nella provincia "dove si vive bene". Non è un caso che la "crescita della criminalità" sia avvertita soprattutto nelle regioni del Centro (62%; media nazionale 51%: indagine Demos per UniPolis, novembre 2007) e nei comuni medio-piccoli (56%). Indipendentemente dall'effettivo andamento del fenomeno (che le statistiche considerano in calo). Il fatto è che molti, troppi borghi, molte, troppe piccole città si stanno svuotando. Ridotte a grandi supermarket. Parchi giochi. Musei. Oppure, come abbiamo osservato qualche settimana fa, in "cittadelle universitarie". Abitate da - anzi, affittate a - studenti. Mentre gli abitanti si sono trasferiti all'esterno. Creando periferie ricche. Ma pur sempre periferie. Aggregati senza centro. Con scarse relazioni. Cariche di edifici affollati. Oppure costellate da villette pregevoli e cascinali ristrutturati. Una umanità che perde l'abitudine alle relazioni; e il "controllo" sul territorio. Il Nord "padano" e "pedemontano", da parte sua, questa strada l'ha già intrapresa da tempo. E' divenuto una metropoli inconsapevole. Che incorpora una miriade di piccoli comuni. Perduti in un viluppo di strade, punteggiato di rotonde impossibili da attraversare a piedi; mentre chi passa in bici corre un rischio mortale. Anche perché, in Italia, il tasso di automobili è il più alto d'Europa: quasi 6 ogni 10 abitanti. La provincia tranquilla e quieta del Nord. Una galassia puntiforme. Una specie di Los Angeles involontaria. Dove maturano piccoli omicidi, inattesi e feroci. Dove la "comunità" ha perso ogni controllo sulla società e sulle persone. Perché si è decomposta. Né possono surrogarla pallide caricature, come le "ronde" padane. Riescono solamente ad accrescerne la nostalgia.

Difficile riconoscere il paesaggio intorno a noi. E' cambiato troppo in troppo poco tempo. Edificato, impersonale e desocializzato. Dove, per rispondere al malessere che si respira, le persone si chiudono dentro casa. E gli amministratori erigono nuove mura, visibili e invisibili, intorno alle città. Ma anche dentro alle città.

Incapaci di "riconoscere" i problemi, ma anche i propri meriti. Preferendo negarli, per opportunismo. Pensiamo, ad esempio, alle città del Nordest. Le aree che, come dimostrano le statistiche della Caritas e del Cnel, garantiscono livelli di integrazione degli immigrati fra i più elevati in Italia. Ebbene, preferiscono negarlo. Si presentano per quel che "non" sono: inospitali. E rifiutano, anzitutto, di proporsi come un "buon modello" di accoglienza. Fondato sul lavoro, sull'offerta di servizi, espressa dalle associazioni del mondo economico e dal volontariato.

Meglio immaginare il Nord Est come il Far West degli sceriffi. Pronti a spingere la racaille fuori dalle mura della "cittadella" assediata.

E vero, non siamo la Francia, dove le banlieues critiche si concentrano intorno ad alcune metropoli. Nell'Italia del nostro tempo, invece, la periferia dilaga ovunque. Come una metastasi. Alimentata da logiche immobiliari e immobiliariste; da mille paure. Che la politica si limita a inseguire e ad assecondare. La nostra banlieue infinita non ha un aspetto cupo. Piuttosto: "grigio". Un reticolo di quartieri residenziali. Cresciuti, in modo disordinato, intorno a un "centro storico", bello e inabitato. La nostra periferia infinita. Non trasmette identità. Non promuove relazioni. Non comunica regole. Non plasma uno spirito "estetico", tanto meno "etico". Al più: un individuo "mimetico". E insicuro.

(2 dicembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #13 il: Dicembre 10, 2007, 05:00:29 »

Seconda Repubblica, il lungo tramonto

di ILVO DIAMANTI


Suona un poco strano il ritorno di parole da tempo in disuso. Per esempio: "proporzionale". Echeggia un passato che sembrava davvero passato. Un lemma estratto dal dizionario della "prima Repubblica".

Mentre la transizione verso la "seconda" è fondata sul binomio: maggioritario e bipolarismo. Invece, da qualche tempo, il proporzionale è ritornato alla grande. Sdoganato, negli incontri fra Veltroni e i leader di centrodestra. Soprattutto con Berlusconi. Associato al "modello tedesco" (evocato, fino a ieri, solo nel dibattito sul federalismo). Se ne parla ad alta voce apertamente. A destra e a sinistra. Leader nostalgici (come Tabacci) oppure critici (come Parisi) evocano, con toni opposti, il ritorno al passato. Alla "prima Repubblica".

Sbagliano.

È la fine della "transizione". Oppure, se si preferisce, il "tramonto della seconda Repubblica". Ci si volge indietro per incapacità di andare e, ancor prima, di guardare avanti. Un po' per paura e soprattutto per debolezza. "Rompere" con il passato, dichiarare chiusa un'esperienza, non è facile. Tanto più perché, ora, non ci sono scialuppe e si teme il naufragio. Non è un caso che questo governo continui a marciare sull'orlo dell'abisso. Non precipita solo perché non si trova chi abbia il coraggio di dargli la spinta decisiva. Nella maggioranza, ma anche nell'opposizione. E quando il danno pare irreparabile, interviene il "fato".

Interpretato, giovedì scorso, al Senato, da Francesco Cossiga. Anch'egli rammenta l'improvvisa attualità del passato. Il governo è, quindi, privo di fiducia, ma anche di sfiducia. Solo per questo resiste. La "seconda Repubblica" maggioritaria e bipolare è finita. Nei due poli sono venuti meno i baricentri. Anzitutto, i leader: perché è stata fondata da Berlusconi e consolidata da Prodi. Che hanno trasformato, progressivamente, il bipolarismo in "bipersonalismo".

Berlusconi: ha costruito un partito personale, mediatico, fondato sulla comunicazione, il marketing. Ha "reclutato" gli esclusi della prima Repubblica: post-fascisti, indipendentisti e neodemocristiani. In nome del "nuovo" e dell'anticomunismo. Uniti, per forza e per necessità, da lui. Il Cavaliere. Unico riferimento in grado di "legittimarli", dopo averli sdoganati. L'unica "colla" capace di tenere insieme pezzi così sgranati. Prodi: la reazione degli "altri" all'affermazione di Berlusconi. L'unico ad aver reso possibile la coabitazione (sempre complessa) fra partiti e soggetti politici distanti: per cultura, identità, tradizione. Post e neo-comunisti, ex e neo-democristiani, socialisti, laici, ecologisti, ultra-garantisti e giustizialisti. Non un "padrone di casa", come Berlusconi. Ma un "mediatore". A volte, "amministratore di condominio", altre volte "manager decisionista". Deve la sua forza alla debolezza dei partiti di centrosinistra. Nessuno dei quali in grado di esprimere una leadership condivisa. "Costretti" a stare insieme dalla sfida di Berlusconi.

Un bipolarismo nato e cresciuto attorno a due persone e a due modelli complementari. Da un lato un "partito personale" e dall'altro il progetto di un "partito americano". Nuovo. Capace di rimpiazzare i precedenti. Forza Italia e l'Ulivo (divenuto poi Pd).
Oggi questo percorso è finito, ma stenta a trovare sbocchi.

La "fondazione" del Pd ha sbloccato l'intero sistema dei partiti, sottolineandone (e accentuandone) i limiti. Prodi, l'ispiratore del "nuovo soggetto politico", oggi non ne è più il leader. È, invece, il premier di un governo, sostenuto da una maggioranza eterogenea e frammentata, che esprime valori e interessi diversi e, quasi, inconciliabili. Anche perché vi partecipano, in posizione determinante, liste locali, personali e individuali. Sorte, talora, in Parlamento, meglio: in Senato. Prodi: è il leader dell'Unione. Ma l'Unione, oggi, è un ossimoro. Visto che lo stesso Pd ha determinato, nel centrosinistra, spinte aggregative (la "Cosa rossa") e "disgreganti". Nel complesso: conflittualità e concorrenza.

Nel centrodestra, Berlusconi non è più il "padrone di casa". Perché si è aperta, fragorosa, la "guerra di successione" (come l'ha felicemente definita Adriano Sofri). Fini e Casini, dopo 13 anni di apprendistato e di attesa, hanno scelto di "non morire berlusconiani". Spezzando l'immagine di "giovani promesse", a cui sembravano rassegnati. D'altronde, la giovinezza è passata da un pezzo, anche per loro. Mentre l'ascesa di Walter Veltroni, sull'altro versante, (fino a ieri, anch'egli una giovane promessa) rischia di farli invecchiare definitivamente. Non torneranno indietro.

La Lega, infine, teme a sua volta di ridursi a una piccola corrente autonomista, sperduta in mezzo al Popolo della Libertà. Berlusconi, d'altronde, ha già smontato la vecchia Casa. Perché, appunto, "vecchia". Abitata da inquilini riottosi. Così, senza pensarci su troppo, si è avviato a ri-fondare il partito, convinto di occupare, da solo, lo spazio elettorale degli (ex) alleati. Un partito ancor più "personale".

Tendenzialmente "dinastico". La leadership: ereditaria.
Il gruppo dirigente: figure "cooptate" da lui e selezionate dai suoi consulenti di marketing. Per trasmettere l'idea del nuovo.

La "seconda Repubblica", quindi, è finita. Insieme ai poli, di cui i due leader costituivano i baricentri. Il problema è che nessuno pare in grado di superarne il tramonto. Ci vorrebbero istituzioni nuove, norme condivise. Tanto più se si insiste a battere la strada del maggioritario, che più delle altre esige un ampio consenso di fondo tra i principali attori politici (come ha annotato Leonardo Morlino). Ma non è facile abbattere insieme a Berlusconi una Repubblica inventata da Berlusconi, fondata sul berlusconismo e sull'anti-berlusconismo.

Per cui si torna a guardare indietro. E, come in passato, il dibattito pubblico si concentra sulle riforme istituzionali. Anzi: su quella elettorale. Che ha segnato la fine della "prima Repubblica" e la transizione. Dal 1991 fino ad oggi. Ricorrendo, di volta in volta, al referendum. Nel nome del "popolo sovrano", che supplisce all'incapacità della classe politica e alla crisi del sistema. Il referendum. Come "rito di massa" per "abbattere" la prima Repubblica (nel 1991 e nel 1993). Oppure, quest'anno, come rivolta popolare contro la "casta" dei partiti.

Il tema della riforma elettorale, all'origine della rappresentanza politica, paradossalmente, ha alimentato l'antipolitica. E ne è stato, a sua volta, contagiato. Come pensare, altrimenti, che i cittadini si possano appassionare a un dibattito che verte, in modo ossessivo ed esclusivo, sull'alternativa fra modello tedesco, francese e spagnolo? Fra "mattarellum", "porcellum" e "vassallum"?

Un sondaggio condotto nei giorni scorsi da Demos per "la Repubblica" (campione nazionale rappresentativo, 1.300 casi) sottolinea che circa un elettore su due, fra quelli che guardano con favore il proporzionale, valuta in modo altrettanto positivo il maggioritario. In altri termini: "confondono" il significato dei sistemi elettorali. Una materia da specialisti: non si può chiedere loro di essere competenti come Giovanni Sartori. Per cui la affrontano con un misto di rifiuto e distacco.

Da ciò il rischio, che corre la nostra democrazia in questa fase. Gli artefici della "transizione", del maggioritario bipersonale non sono in grado di chiuderla. Prodi, come ha ammesso, "non può fare miracoli". Berlusconi invece sì. Ma non ha ancora deciso quali. I (non troppo) nuovi protagonisti (Veltroni, Fini e Casini) faticano a liberarsi dei vecchi. Ad aprire una nuova stagione.

Per cui non deve sorprendere che oggi gli italiani esprimano un atteggiamento positivo per Beppe Grillo (57%), in misura molto superiore che per Prodi (29%) e Berlusconi (39%). Ma anche Veltroni (49%) e Fini (50% - sondaggio Demos per "la Repubblica", di prossima pubblicazione).

Un ulteriore segno della "sindrome antipolitica" che attanaglia la società? Forse. Ma se il "tramonto" di questa seconda Repubblica dura così a lungo, la notte comincia a far paura. E, in attesa del "nuovo giorno", si accontentano del V-Day.

(9 dicembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #14 il: Dicembre 10, 2007, 05:13:42 »

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Ilvo Diamanti

Una generazione in libertà vigilata

 
Alcune settimane fa ho dedicato una "mappa" alle "città universitarie". Prendendo spunto - ma solamente lo spunto - dall'omicidio di Perugia. Sottolineavo come tendano a diventare delle "società artificiali" Abbandonate dai residenti, "affittate" agli studenti, i quali vivono fuori "controllo" per le famiglie e le istituzioni. Perché la città "diventa" loro, anche se non "è" loro. E non lo sarà mai, del tutto. Visto che costituiscono una "popolazione in affitto". Di passaggio. Vi trascorreranno alcuni anni, poi andranno altrove. Da ciò l'insicurezza che pervade un luogo dove l'autorità e le istituzioni sono deboli; o meglio: latitano. Restano sullo sfondo. Dove gli studenti, alla fine, rischiano di diventare quasi degli "apolidi". "Non-cittadini" di una "non-città".

Alcuni hanno inteso queste mie annotazioni come un atto di accusa contro i giovani. In particolare: contro gli studenti. Infine, contro il "programma Erasmus", che promuove l'esperienza degli "scambi" internazionali fra università, permettendo agli studenti di svolgere una parte del loro itinerario di studi in altri Paesi.

Chiaramente, non è così.

In primo luogo, ritengo gli anni dell'università fra i più importanti nella formazione non solo culturale e professionale, ma anche personale, dei giovani. E penso, inoltre, che si debbano trascorrere "lontano da casa". Ormai, i giovani vivono in una condizione quasi simbiotica con la loro famiglia. Il che ne allunga la dipendenza e, quindi, i tempi della "maturità". Intesa come "autonomia" e "responsabilità". A trent'anni, mostrano le inchieste dello Iard, circa i due terzi dei giovani risiedono ancora con i genitori. A trentacinque, circa un terzo. Studiare "lontano" da casa, dalla famiglia, diventa, quindi, una delle poche possibilità di "sperimentare" l'autonomia. Non solo per le donne, sottoposte, da sempre, a maggiori "controlli" da parte dei genitori. Anche per gli uomini, dopo l'abolizione del servizio di leva obbligatorio. A prescindere da specifiche valutazioni di merito: occasione di vita comune con altri giovani, di altre regioni, lontano dagli occhi dei genitori. Per questo ho assistito con fastidio alla proliferazione di sedi universitarie in tutta Italia.

Non solo perché ha prodotto dequalificazione. Ma anche perché ha indotto molti giovani e molte famiglie a scegliere l'Ateneo in base alla "comodità". Il corso di laurea prêt-à-porter, nell'Università fuori-porta. Accentuando ulteriormente il vizio italiano del familismo. Oltre a scoraggiare la ricerca di opportunità ed esperienze formative in base alla "qualità". Che non sempre si trova dietro casa. E raramente si incontra in piccole sedi, prive di storia e tradizione.

In secondo luogo, considero, a maggior ragione, l'Erasmus un'esperienza innovativa e importante, per l'Università e per gli studenti.

Dal punto di vista della formazione: favorisce il contatto con atenei di altri Paesi. In alcuni casi, prestigiosi. Impone l'uso - e quindi favorisce l'apprendimento - di una lingua straniera. Che non dovrebbe essere più tale. Nel senso che dovrebbe risultare "normale", per tutti, ma soprattutto per i giovani.

Dal punto di vista della crescita personale: abitua i giovani a vivere con altri giovani, di altri Paesi; ad "arrangiarsi". Sottraendosi, per qualche tempo, ai controlli esercitati - ma anche ai servizi offerti - dai genitori. Di più: credo che, al di là dell'opportunità offerta dall'Erasmus, i giovani dovrebbero progettare una parte, almeno, del percorso universitario fuori dal proprio Paese. Affrontare una laurea specialistica, un corso di perfezionamento, un master nella sede di un altro stato europeo, negli Usa o altrove.

Tutto ciò, però, nulla ha a che vedere con il fenomeno (la deriva) di cui mi ero occupato tempo addietro. La tendenza a "cedere" quartieri e, talora, intere città agli studenti. I quali vengono trattati, i questo modo, da consumatori. Essi stessi, anzi, diventano un "consumo", un'attrazione. La "città dei giovani", abitata da "giovani", abbandonata ai "giovani". Punteggiata di paninoteche, pub, fast-food, club, pizzerie. Dove si celebrano feste e meeting ludici, la notte. Non sono città. Non sono campus. Perché nelle città, come nei campus, la presenza dell'autorità è visibile. Scandite da norme, regole, controlli. Limiti. Che si possono o meno rispettare: ma esistono. Nelle città, in particolare, i residenti sono in larga misura "cittadini". Titolari di diritti e di doveri. Coinvolti nel "governo" del territorio e della società. Ciò che non avviene nelle "città universitarie". Dove gli studenti sono quasi esclusivamente - ripetiamo - consumatori. "Irresponsabili". Tuttavia, non intendo neppure "demonizzare", in modo generico, questi luoghi. Spesso, nelle città universitarie (io insegno e vivo parte della mia vita in una di queste, peraltro bellissima) gli studenti riescono a "vivere e studiare bene". Soprattutto se i residenti non la svuotano e non la riducono a un centro residenziale. In affitto. Si tratta, comunque, di contesti nei quali è più facile il contatto e il rapporto con i docenti. Dove, infine, si formano amicizie importanti e forti. Che durano una vita.

Tuttavia, queste realtà mi sembrano significative ed esemplari del modo in cui è "concepita" e "trattata" la gioventù, oggi. Cioè: come una "minoranza protetta". Una specie in via di estinzione. Accudita, ma, al tempo stesso, "isolata" dalla società adulta. I giovani, vivono in una condizione di "dipendenza dorata" sempre più a lungo. In apparenza liberi, nella realtà molto meno. Perché la loro residenza, il loro progetto formativo, il loro lavoro (precario) e, in definitiva, la loro "sopravvivenza", dipendono dal sostegno dei genitori.

Né li rende "liberi" il fatto che gli ambiti e le figure accanto a cui crescono abbiano perso gran parte della loro autorità: la famiglia, la scuola, le istituzioni locali e nazionali. Al contrario: è, per essi, motivo di ulteriore condizionamento. Perché non si può apprendere il valore della libertà se non ci sono "autorità" con cui relazionarsi, misurarsi; a cui opporsi. Da cui "liberarsi".

Non sono i giovani, né gli studenti, il problema. Il problema siamo noi: genitori, professori, adulti, che abbiamo trasformato la giovinezza in un recinto. Un perimetro chiuso. Da cui i giovani usciranno solo quando saranno talmente vecchi da non mettere in discussione il nostro "potere".

(10 dicembre 2007)

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