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Autore Topic: CALEARO.  (Letto 3152 volte)
Admin
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« il: Marzo 02, 2008, 11:06:05 »

POLITICA

Quasi completata la mappa delle candidature del Partito democratico

Berlusconi si prende tempo fino a domenica prossima

L'uomo di Federmeccanica nel Pd

L'atleta olimpica di colore nel Pdl

Fini: "I delinquenti devono lavorare gratis per saldare il debito con lo Stato"

Veltroni: "La più grande rimonta". Binetti e Santanchè firmano per il Family day



ROMA - Nelle liste del Pd l'uomo di Confindustria che per sette mesi ha tenuto testa ai metalmeccanici e poi ha chiuso andando incontro alle richieste dei lavoratori. In quelle del Pdl l'olimpica di salto in lungo Fiona May: non è ancora ufficiale ma l'atleta di colore ha spiegato che il Pdl "è la sua parte".
E poi sindaci, giornalisti, offerte, promesse, idee. Se in largo del Nazareno, la sede allargata del Pd, Bettini e Franceschini promettono di chiudere entro domani il complesso puzzle delle liste, Berlusconi dice che comincerà ora la sua fatica. C'è tempo fino a domenica prossima e il Cavaliere intende occuparlo fino all'ultimo minuto. Fare le liste, in queste come nelle passate elezioni, con questo sistema elettorale significa decidere a tavolino chi entra e chi esce in Parlamento. I partiti fanno i conti più o meno sui seggi che dovrebbero conquistare e di conseguenza "piazzano" in lista, in posizioni più o meno sicure, i nomi dei candidati a seconda del loro peso politico.

Intanto con l'avvenuto deposito dei simboli elettorali al Viminale, la campagna elettorale sta girando a pieno ritmo e via via, programmi a parte, diventano chiari quelli che saranno, a grandi linee, i temi usati da una parte dell'altra. E dai poli minori, l'Udc di Casini e Pezzotta e la Sinistra-L'Arcobaleno.

Calearo: "Un'occasione per l'est". L'uomo duro di Federmeccanica, quello che ha tenuto testa ai metalmeccanici e con cui dopo sette mesi ha trovato il modo di trovare un accordo, sarà quindi capolista per il Pd in Veneto. Dopo giorni di indiscrezioni, a dir la verità mai smentite, Veltroni fa l'annuncio a Pisa (dove è comparso un lenzuolo polemico: "Tu vo' fà l'americano"). E subito si scatena la Sinistra-L'Arcobaleno. "Ora così possiamo dire che in quelle liste ce ne sono due e mezzo di troppo perchè se Colaninno vale uno, Calearo vale uno e mezzo. Ma come si fa?" chiede Bertinotti. Per Manuela Palermi "con questa candidatura veltroni taglia del tutto i ponti con la sinistra".

Lui, l'industriale vicentino, la vede in modo diverso. Per due motivi: "Ho accettato perchè credo che questo sia un momento fondamentale per il futuro del nostro paese e la mia candidatura può essere un'occasione per il nordest". E poi perchè se nel Partito Democratico trovano spazio anime, culture e interessi (anche non di sinistra) come quelli di cui io sono portatore, significa che la politica italiana sta veramente cambiando". Con l'economista Ichino, quella di Calearo è la candidatura che più fa discutere la sinistra radicale.

Veltroni ha annunciato anche la candidatura dell'ex sindaco di Pisa, Paolo Fontanelli, uomo di ceto politico, non c'è dubbio, ma che a Pisa ha saputo fare benissimo. Anche dal punto di vista, per esempio, dei rifiuti (vedi termovalorizzatore di Peccioli, piccolo comune che copre anche Pisa). Pierluigi Bersani e Anna Finocchiaro sono confermati capolista in Emilia Romagna.
 
Fiona May, due argenti olimpici

Fiona May: "Il Pdl la mia parte". Se andrà a buon fine - ma indiscrezioni da palazzo Grazioli la danno per certa - la candidatura di Fiona May, atleta di colore, sarà un bel colpo per il Pdl. E proprio in Toscana - la May vive a Firenze - presidio rosso per eccellenza, la pantera del salto in lungo, 39 anni, inglese ma figlia di genitori giamaicani, due argenti olimpici (Atlanta e Sidney) potrebbe strappare molti voti. Lei oggi ha dichiarato: "Per spiegare la mia scelta voglio aspettare che la candidatura sia ufficiale, perchè per ora non lo è. Ma è vero che è quella la mia parte politica, questo voglio dirlo".

177 simboli. Il Viminale ha chiuso le porte dopo due giorni di gente in fila in piazza tra le transenne. L'antico rito del deposito dei simboli non ha deluso neppure stavolta: sono arrivati 177 simboli, sette rispetto al 2006. Ci sono quasi tutti quella della Prima Repubblica tranne il Pci. Manca anche, perchè defunto, quello dell'Unione. Dini, Rotondi e Mussolini hanno rinunciato al loro: si fidano del Pdl. Adesso comincia il lavoro di cernita dei tecnici dell'ufficio elettorale del Viminale, chi dentro e chi fuori. Tanto per dirne una ci sono tre scudi-crociati e 5 fiamme-tricolori.

Fini: "I delinquenti al lavoro gratis per pagare il debito con lo stato". Il numero 2 del Pdl Gianfranco Fini ha avviato la sua campagna elettorale a Firenze, in quella Toscana dove in due giorni Veltroni ha parlato in sei province (oggi Pisa, Pistoia e Prato). Sicurezza e legalità sono e saranno i suoi temi forti. E con lui a Firenze erano in prima fila Lorenzo Conti, figlio di Lando, il sindaco di Firenze ucciso dalle Br il 10 febbraio 1986 e Mariella Magi Dionisi, vedova dell'agente ucciso nel 1978 sempre a Firenze da un commando di Prima Linea. "Ci dicono barbari e poci ci copiano" ha detto Fini a proposito dell'ipotesi di castrazione per i pedofili avanzata anche da Veltroni. "Ora dico questo - ha aggiunto - chi delinque deve pagare lavorando gratis il suo debito con lo Stato".

Family day. Sono migliaia le firme raccolte oggi nelle 1.420 piazze italiane per un Family day 2 da organizzare per il 15 maggio. La cosa interessante sono le firme: così accanto a quella della teodem Paola Binetti c'è quella di Daniela Santanchè, candidata premier per La Destra. "Gli aiuti alle famiglie sono un impegno trasversale" ammette la Binetti.

Berlusconi: "Vi nomino missionari di verità e libertà". Il Cavaliere, oggi a Torino, una delle diecimila piazze italiane dove "il popolo del Pdl sta decidendo le priorità del programma", ha promesso che non farà miracoli. Poi ha nominato le persone in piazza "da oggi fino alle elezioni, missionari di verità e libertà". Chiari ormai i punti dove batterà durante la campagna elettorale: "La sinistra vuole imbrogliare, non mantiene nè le promesse e meno che mai i programmi che sono solo uno specchietto per le allodole" ; "i piccoli partiti non arriveranno in Parlamento". La sua frase del giorno: "Sarò vecchio, ma non rincoglionito".

Veltroni: "Che rimonta...". Il segretario del Pd parla di sondaggi, forse per irritare Berlusconi: "Per la prima volta comincio a pensare che ce la possiamo fare" dice a Pisa. "Possiamo fare la più grande rimonta della storia" insiste a Prato. Pan per focaccia anche sul programma: "Dal Pdl solo promesse, da noi realtà". Una rassicurazione, che non guasta: nè inciuci, nè larghe intese, "quello che faremo sarà di unire gli italiani".

(2 marzo 2008)

da repubblica.it
« Ultima modifica: Marzo 05, 2009, 10:51:25 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Marzo 02, 2008, 11:16:27 »

I COMMENTI 

«Gesto incomprensibile» «Solo un problema interno»
 
 
(P.R.) Tra battute lapidarie, riflessioni dei diretti interessati e cauti commenti, il caso Calearo di reazioni ne ha suscitate tra imprenditori, sindacalisti, politici e rappresentanti di categoria. E non solo dal punto di vista delle roboanti dimissioni.

C'è infatti chi sta aspettando una verifica sulle voci della candidatura dell'imprenditore nelle liste del Partito democratico. Le riserve sul fronte politico verranno sciolte domani ma le faccende di Confindustria, invece, sono già chiare. E su quelle il primo a rispondere è l'imprenditore Michele Amenduni, uno dei tre saggi chiamato in causa da Calearo. Amenduni, infatti, non si è presentato al vertice che l'ex presidente aveva predisposto per il confronto sui due candidati alla carica massima di Palazzo Bonin Longare: «Ho semplicemente detto che quell'incontro era superfluo perché c'era già stato un appuntamento alla mattina sulla questione», spiega Amenduni. Per lui la reazione di Calearo è stata quantomeno eccessiva: «Non riesco a capirlo e non comprendo, ha fatto una cosa che ci ha lasciato tutti molto sorpresi anche perché non si era arrivati a degli impasse, semplicemente era stato dato del tempo perché si parlasse con i candidati: ecco perché lo considero un gesto incomprensibile».

A minimizzare l'accaduto è invece Luigi Benedetti, presidente Piccola industria dell'associazione: «Un problemino interno, noi imprenditori siamo abituati ad un po' di tutto, comunque già da lunedì si cominceranno a risolvere le questioni per arrivare ad una soluzione, adesso per tutti è un momento di riflessione».

Tra gli esterni all'associazione c'è poi chi sottolinea che la faccenda è unicamente un fatto degli ndustriali, ma non risparmia comunque qualche frecciatina. Il segretario provinciale Cgil Oscar Mancini, ad esempio: «A differenza di Galan, io sono rispettoso dell'autonomia delle altre organizzazioni di rappresentanza pertanto non ho nessun commento da fare». E chi invece, come il presidente di Confartigianato Vicenza Giuseppe Sbalchiero, commenta in modo sintetico: «Chissà che adesso trovino un po' di serenità». E per il presidente di Apindustria Vicenza,Sergio Dalla Verde «troveranno presto il loro equilibrio, Confindustria non può stare senza un ruolo di compostezza e di visibilità», mentre sulle voci di Calearo in politica, annota: «Massimo non ha mai espresso l'intenzione, non vorrei fossero solo chiacchiere».

Ma su questo è proprio un esponente di spicco del Partito democratico Veneto, il segretario regionale Paolo Giaretta, a confermare che le trattative sono comunque in corso: «La questione di un'entrata di Calearo è in campo ma il quando ed il come è una cosa tra lui e Veltroni, e decideranno loro due», spiega il politico, precisando: «Se la cosa si conclude positivamente, sarebbe una grande opportunità per il Pd, che si basa sull'alleanza con il mondo economico, con i produttori che sanno predisporre le ricette giuste. E non c'è dubbio che una personalità come Calearo ben si adatti a questo». Insomma, per Giaretta il Pd «aspetta a braccia aperte un sì di Calearo, e se non ci sarà siamo comunque contenti che abbia preso in considerazione la nostra proposta». Ed in ogni caso l'ex presidente degli industriali non avrebbe una seconda posizione nelle liste: «Se arrivasse un suo sì, certamente lo utilizzeremmo con la massima visibilità».

A giudicare positiva la candidatura di Calearo è infine un altro sindacalista, il segretario provinciale Cisl Luigi Copiello: «Sarebbe un modo per il partito democratico da uscire dalla logica dei politici di professione, e sicuramente Calearo è stato un protagonista delle vicende di Vicenza negli ultimi tempi».


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LE DIMISSIONI DEL PRESIDENTE DI ASSINDUSTRIA Le voci su una poltrona romana targata Pd sono insistenti, ma lui non si scopre 
Calearo: «Candidarmi? Ma io devo anche lavorare» 
I vertici veneti del Partito democratico ieri riferivano di fitti colloqui tra l’imprenditore e Veltroni. Le riserve verranno sciolte domani
 
Lui nega e smentisce ma le voci su di una sua candidatura nelle file del Pd crescono di ora in ora. La domanda viene quindi spontanea. E se Massimo Calearo, a 24 ore dalle dimissioni dalla presidenza di Confindustria Vicenza, avesse già imparato a fare il politico? Le riserve verranno sciolte domani, quando dopo questo "weekend sabbatico", come lui stesso l'ha definito, deciderà sul da farsi. Le sue ultime dichiarazioni sull'entrata o meno in politica lasciano però intendere la volontà di chiamarsi fuori: «Bisogna anche lavorare ogni tanto, e io sono quattro anni che con l'impegno di presidente di Assindustria Vicenza, dal quale mi sono dimesso ieri, non riesco a farlo».
Nel frattempo i rumors sono diventati boati sia nelle sedi confindustriali che in quelle politiche. Ad esempio i vertici veneti del Partito democratico ieri riferivano di fitti colloqui in corso tra Veltroni e l'imprenditore, di ore decisive e circolava l'ipotesi di Calearo capolista nella circoscrizione di Veneto 1 (Padova, Verona, Vicenza e Rovigo). Una eventualità che ha già suscitato non pochi mal di pancia ad una parte dei democratici veneti, quella che vede l'entrata dell'imprenditore come un autogol elettorale. Ma altrettanti esponenti abbracciano invece la tesi veltroniana, di aprire la porta del Pd ad una faccia nuova per la politica, magari in grado di attirare consensi da quel Veneto imprenditoriale sfiduciato da Roma. Non è escluso che questo weekend in casa democratica sia quindi segnato da un dibattito interno sulle candidature, magari per il fatto che il posto in lista promesso a Calearo sia stato levato a qualcun altro.

I nodi si scioglieranno quindi domani e chiariranno se effettivamente Calearo si è dimesso, come ha dichiarato, solo per «problemi» nella famiglia confindustriale e non per iniziare un'altra avventura. Quale sia la questione di famiglia è ormai chiaro. Lo stesso ex-presidente, uscito da palazzo Bonin Longare in realtà solo poche settimane prima del previsto, ha apertamente fatto capire che la guerra fratricida non si è affatto conclusa. Il nemico di Calearo, quei «poteri forti che, in spregio a tutti i principi democratici, pretendono di rovesciare il tavolo» sarebbero gli Amenduni, rappresentanti dell'industria siderurgica vicentina. Proprio Michele Amenduni, uno dei tre saggi, l'altro ieri non si è presentato alla convocazione di Calearo sul nodo della presidenza, scatenando le ire di quest'ultimo.

Ma tra la famiglia Amenduni e l'imprenditore non corre buon sangue da quando il secondo, come presidente dell'associazione, ha cominciato a crearsi una sfera di influenza niente affatto gradita ai primi. Al centro di tutto ci sono infatti i più importanti centri nevralgici dell'economia e della politica vicentina. Il dibattito sulla linea editoriale del maggiore quotidiano della città, il Giornale di Vicenza; la questione della scalata di Calearo alla poltrona della Camera di commercio; il rinnovo del presidente della stessa Assindustria.

E proprio quest'ultima faccenda è stato il segnale che le contese non sono ancora finite. Il candidato Roberto Zuccato, in quota Calearo, non è riuscito a passare ai voti della riunione di giunta quando i giochi sembravano ormai fatti. La parità con l'altra aspirante presidente, Susanna Magnabosco, ha infatti tutta l'aria di uno stop all'"esuberante" Massimo. In ogni caso Confindustria è una struttura associativa che mal si adatta a grandi disequilibri di potere. Che siano di natura monarchica o meno, i rimedi per ricucire, almeno apparentemente, lo strappo interno sono infatti già pronti.

La questione si sta risolvendo ovviamente in famiglia ed è probabile un ritorno all'accordo iniziale, che prevedeva Zuccato alla presidenza e Magnabosco alla vice presidenza. E se questa soluzione non dovesse funzionare potrebbe infine spuntare anche un terzo nome. Ma non uno dei rappresentanti della grande industria: per questo giro loro si chiamano fuori.

Pietro Rossi
 

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Quando Silvio irruppe in fiera nel marzo 2006 

Da quel giorno le prime scintille con Forza Italia: due anni vissuti pericolosamente, fino all’abbandono
 

I duelli a distanza con Giancarlo Galan, la burrascosa prorogatio al vertice di Assindustria, le lotte tra Associazioni in Camera di commercio, la rottura con gli Amenduni, le dimissioni da presidente, l'incognita della politica e quella della vicepresidenza in Confindustria a fianco di Emma Marcegaglia.
Massimo Calearo di certo non è restato nell'ombra durante i suoi 5 anni alla presidenza della terza associazione confindustriale d'Italia. I suoi detrattori dicono di lui che vuole entrare dappertutto senza chiedere permesso. Chi lo stima lo considera invece un personaggio che non cede ai ricatti dei "poteri forti", come lui stesso li ha definiti. In ogni caso Massimo Calearo è stato indubbiamente uno dei protagonisti di una stagione che ha visto l'incrinarsi di alcuni equilibri economici e politici della città, in anni in cui Vicenza sta attraversando una intensa fase di assestamento dei poteri.

La prima avvisaglia di movimenti interni è avvenuta nel marzo 2006, con l'intervento di Silvio Berlusconi all'assemblea degli industriali in Fiera a Vicenza. Quel comizio, che ha visto il cavaliere acclamato da migliaia di piccoli imprenditori, ha fatto storcere il naso ai vertici di Confindustria. Sia a Montezemolo che al suo sostenitore Massimo Calearo. Da lì sono nati i primi battibecchi con il governatore del Veneto Giancarlo Galan, da lì si è cominciato a parlare di rotta di collisione tra Forza Italia e l'associazione industriali vicentina. E al di là delle mazzate tra i due presidenti, da lì sono nate diverse teorie, confermate o smentiti dai protagonisti a seconda dei casi. Da una parte l'esclusione dagli appalti pubblici, dall'altra l'interesse della politica per Confindustria.

Il caso di Elio Marioni, ad esempio, l'industriale candidato, lo scorso anno, alla presidenza dell'associazione berica e silurato alle votazioni di Giunta con un intervento che ha portato al rinnovo straordinario del mandato a Calearo. Sulla candidatura di Marioni qualcuno ha sollevato il dubbio che fosse stata confezionata su misura da Galan, cosa smentita da entrambi. Anzi, per Marioni quello è stato un "golpe" di Calearo, tanto che ha portato la cosa in tribunale. Il nome del presidente della Regione è poi uscito in occasione del rinnovo della presidenza in Camera di Commercio. Dino Menarin, pronto al secondo mandato, si era trovato improvvisamente di fronte Massimo Calearo, appoggiato dai commercianti. Lo scontro è stato inevitabile. I membri del consiglio camerale che stavano dalla parte di Menarin hanno rassegnato le dimissioni con il risultato di una frattura tra le associazioni e il commissariamento(lo stesso Menanin) dell'ente. Anche in questo caso si è parlato di interferenze della politica nell'economia vicentina, da una parte, e di volontà monopolistica da parte degli industriali dall'altra.

Altri fronti, nel frattempo, si aprivano nella cerchia dei poteri della città del Palladio. Uno di questi riguarda la presunta rottura dei rapporti tra la famiglia Amenduni, proprietaria delle acciaierie Valbruna e Gianni Zonin, presidente della banca popolare di Vicenza, per questioni legati all'alta finanza. La tesi, in questo caso, è che Calearo si sia messo in linea con il banchiere, anche perché con gli Amenduni c'era un po' di maretta legata alla linea editoriale del principale quotidiano di Vicenza. E così si arriva a Roberto Zuccato, il manager della Ares Line, accreditato come favorito da Calearo e Zonin a sedere alla presidenza dell'Associazione. Ma la vittoria scontata del candidato non è avvenuta ed il pareggio con Susanna Magnabosco ha provocato la nota reazione dell'ex presidente. Adesso per Massimo Calearo restano aperte due strade, la vicepresidenza di Confindustria e la discesa in politica nelle file del Partito democratico, che non appaiano ancora scontate.

P.R.
 
 
da gazzettino.quinordest.it
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« Risposta #2 il: Marzo 03, 2008, 11:12:57 »

Parla CAlearo, candidato nel Pd

«Ci sarà un ministro veneto Walter mi ha convinto così»

L'ex presidente di Federmeccanica: mai votato il centrosinistra

 
MILANO — Imprenditore, e nel cuore del Veneto roccaforte berlusconian- bossiana. Presidente (da ieri ex) di Federmeccanica. Falco — secondo il sindacato — delle trattative confindustriali. Suona insomma un po' strano che Massimo Calearo si candidi per il Partito democratico.
«E perché? Al contrario: dimostra che qualcosa sta finalmente cambiando, in questo Paese. Il Pd è la prova che un progetto riformista e di rinnovamento ci può essere. E in questo progetto un imprenditore che si ritiene moderno ci sta».

Lei però ha sempre dato l'idea di essere, semmai, più «tendenza Pdl»...
«Difatti non ho mai votato centrosinistra prima d'ora».

Appunto. E dunque?
«E dunque il muro delle ideologie è caduto da un pezzo e, per fortuna, adesso ad accorgersene è anche la politica. Almeno quella "nuova". Qui, nel Pd, c'è un programma chiaro. Quello del centrodestra gli assomiglia, è vero. Ma come ho detto a Gianfranco Fini la settimana scorsa...».

Scusi l'interruzione: l'ha corteggiata anche lui? O qualcun altro del Pdl?
«La Lega mi aveva parlato di una candidatura a sindaco. E l'Udc, ma prima della rottura con Silvio Berlusconi, mi aveva proposto un seggio da senatore. Con Fini ci siamo semplicemente visti qui a Vicenza».

E gli ha detto?
«Che i programmi possono assomigliarsi. Ma la differenza la fanno gli uomini: bisogna stare attenti a chi si candida».

A proposito di programmi e uomini. Al centro del progetto Pd c'è la questione salariale. E tra i candidati c'è Antonio Boccuzzi, l'operaio sopravvissuto al rogo Thyssen. Difficile che abbiate la stessa visione, anzi: lui ha già criticato l'arruolamento del "falco" di Federmeccanica.
«Guardi: di sicuro lui ha messo tutto se stesso nel suo lavoro come io ho messo tutto me stesso nel mio. Credo che abbiamo gli stessi obiettivi: un Paese che cresca, e in cui non succedano più tragedie come quella della Thyssen, e nel quale nessuno fatichi più ad arrivare alla fine del mese. Poi possiamo avere visioni diverse sulle strade per arrivarci. Però se ne discute, ci si confronta, si arriva a una sintesi. Io dico: per fortuna ci sono candidati sia tra gli operai sia tra gli imprenditori. Dimostriamo che il Pd non è un partito monocratico, che qui la democrazia è vera».

Resta il fatto che lei, con il sindacato, ha battagliato duramente fino a poche settimane fa. E il sindacato è una parte importante, dell'elettorato di riferimento Pd.
«C'è sindacato e sindacato. Io ho sempre avuto rapporti buoni con tutti, tranne che con la Fiom. Ma sa che c'è? Le critiche di Cremaschi mi fanno piacere, come quelle di Bertinotti: a loro volta dimostrano che questo è un partito nuovo. Che non è quello dei no global, no Tav, no tutto».

Però non è solo la Fiom a criticare.
«Ma guardi che anche dentro al sindacato è in corso un profondo cambiamento culturale. Venite in Veneto: cosa si pensa, che l'operaio creda ancora alle classi, e quindi alla "lotta" di classe? E che questo sia popolo bue?».

Il pressing di Veltroni è durato a lungo: come l'ha convinta, alla fine? È vera la storia di un ministero in caso di vittoria?
«E' vero che gli ho detto: che sia io o un altro, il Veneto ha bisogno di una presenza forte nel governo. Non ce l'ha da troppi anni, ed è una delle ragioni del malessere Nord est. L'altro ieri mi ha risposto: hai ragione, ok».

E se non vincerete? Farà il deputato qualsiasi?
«Chi l'ha detto che non possiamo vincere? Comunque: non mi metto in gioco solo per la vittoria. Questo Paese mi ha dato molto. Penso, spero di poter restituire qualcosa. E lo si può fare anche da deputati».

Ovviamente ha pre-avvertito Luca Cordero di Montezemolo. Cosa le ha detto?
«Che è contento che anche gli imprenditori si mettano al servizio del Paese. E che per ora li vede solo nel Pd: spera ne arrivino anche dall'altra parte».

Già, perché tra Matteo Colaninno e lei dal Pdl dicono: "Vedete? Avevamo ragione, Confindustria è un covo...".
«Chi lo dice dà agli imprenditori italiani degli stupidi. Sono invece persone intelligenti, che decidono in proprio. E le loro singole scelte le fanno come in azienda: valutando non le bandiere, ma il progetto che convince di più. Le ideologie sono finite da un pezzo anche qui».


Raffaella Polato
03 marzo 2008

da corriere.it
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« Risposta #3 il: Marzo 06, 2008, 03:33:02 »

Ma dai centristi: uomo valido, gli offrimmo un posto

I tormenti del centrodestra su Calearo

Bordate e rimpianti: era dei nostri.

Sacconi: è lineare, ordì la contestazione fallita a Berlusconi


MILANO — «Il suo percorso è lineare. Parte dall'appoggio a Montezemolo contro Nicola Tognana, passa per la contestazione fallita a Vicenza contro Berlusconi. E approda alla candidatura nel Pd». Maurizio Sacconi, senatore di Forza Italia, non è per nulla sorpreso dalla discesa in campo di Massimo Calearo, ex presidente di Federmeccanica. Ma non tutto il centrodestra locale è soddisfatto dell'esito finale. Stefano Stefani, invero uno dei leghisti veneti più berlusconiani, giura che la Lega non gli ha mai offerto una candidatura a sindaco di Vicenza. Ma è pur vero che risultano un deciso appoggio allo sciopero fiscale («A mali estremi estremi rimedi») e alla rivolta dei sindaci anti-immigrati, Bitonci in testa. Ed è anche noto che una parte della Lega, quella legata a Manuela Dal Lago, gli è sempre stata vicina. La conferma di un interesse per Calearo arriva anche dall'Udc: «È vero — conferma il responsabile della comunicazione e propaganda Antonio De Poli —. A Calearo offrimmo una candidatura. Del resto è una persona valida ed è sicuramente più omogenea a noi che al centrosinistra».

A chi sia più omogeneo Calearo, è un dilemma non facile da sciogliere. Prendiamo Federmeccanica. Da sinistra arrivano bordate pesantissime: è «un padrone», «un falco», «un nemico dei metalmeccanici e dei lavoratori». Sacconi sostiene il contrario: «Da tempo aveva un rapporto privilegiato con la Fiom. Non a caso ha aperto le trattative, dopo due contratti siglati senza il sindacato della Cgil, spiegando che avrebbe firmato solo se ci fosse stata l'intesa anche con la Fiom». Sono in molti a collegare la discesa in campo di Calearo allo scontro con il governatore Giancarlo Galan. Il portavoce Franco Miracco non fa mistero della gioia del presidente forzista: «È davvero molto allegro. Perché Veltroni era partito benissimo e ora invece candida gente come Calearo: che non è Roosevelt, né Obama, ma neanche Olivetti. Insomma, non è proprio informato di spirito democratico. E la sinistra gliela farà pagare questa candidatura ».

Eppure i dati raccolti dalla Coesis Research di Alessandro Amadori autorizzano il Pd a sperare: Calearo porterebbe 200-250 mila voti, in arrivo dal popolo del centrodestra e delle partite Iva. Niccolò Ghedini, coordinatore di Forza Italia in Veneto, non ci crede: «Veltroni è un sessantottino radical-chic, per questo l'ha scelto. Ma Calearo non è di centrodestra: è un alleato della Confindustria statalista, assistenzialista e amica dei poteri forti». Quei poteri forti di cui lo stesso Calearo denunciò di essere «ostaggio» solo pochi giorni fa, lasciando a sorpresa Assindustria Vicenza dopo uno scontro con Michele Amenduni, potente proprietario delle acciaierie Valbruna. L'effettivo posizionamento di Calearo resta un mistero anche per Pino Bisazza, che lo precedette alla guida degli industriali vicentini: «L'uomo non segue una linea retta. Cambia idea con molta frequenza e con una buona dose di opportunismo ». Luigi Rossi Luciani, ex presidente degli industriali veneti, concorda: «Cambia spesso idea e faccia. Per carità, è una persona amabile: ma non sempre dice quello che pensa».

L'opposizione di Calearo a Berlusconi è piuttosto nota: «Ricordo il suo pallore — racconta Sacconi — quando a Vicenza Berlusconi si rivolse direttamente alla platea, ottenendo l'applauso degli industriali». Eppure certe sue uscite non sembravano avvicinarlo al centrosinistra. Da bravo imprenditore, per di più veneto, non aveva solo appoggiato lo sciopero leghista, ma si era anche scagliato contro il fisco italiano, «da Stato di polizia». E se a Miracco le posizioni del Giornale di Vicenza sul raddoppio della base americana sembravano quasi «da Lotta continua», in molti ricordano di quando allo Sheraton di Padova, Calearo prese le difese della base militare di Vicenza, ottenendo una standing ovation dei presenti. Insomma un Calearo trasversale, capace di muoversi a destra, ma anche a sinistra. «La sua candidatura — spiega Enrico Cisnetto — è la definitiva conferma che il Pd è la nuova Democrazia cristiana. Calearo è un dc nel senso più puro della parola, non nella militanza ma nel Dna». Cisnetto ha trovato «conseguente » la sua candidatura nel Pd: «La Dc era la grande mamma. E il "ma anche" veltroniano è la versione moderna dell'interclassismo democristiano. Nella Dc c'era anche un certo grado di populismo, altra caratteristica di Calearo: diciamo che se fosse giornalista, farebbe bene il titolista».

Gli imprenditori restano tiepidi. René Caovilla, creatore delle celebri «scarpe gioiello », non è entusiasta: «È una persona molto in gamba e magari farà bene, ma la storia mi insegna che gli imprenditori devono fare gli imprenditori». Mario Carraro, ex Confindustria veneta, è scettico: «Voterò Veltroni, ma non certo per Calearo. Anzi. Non si capisce se abbia il cuore a sinistra o il cervello a destra. O viceversa ».

Qualunque sia l'anatomia delle sue passioni politiche, qualcuno rimpiange di non averlo intercettato per tempo. Per esempio Settimo Gottardo, ex sindaco di Padova ed ex segretario regionale Udc, approdato alla Dc di Pizza: «Lo avevamo molto corteggiato e poteva essere davvero un buon candidato. Ma ci sono stati troppi errori, a cominciare dallo scontro con Forza Italia. Peccato, è un bravo imprenditore».

Alessandro Trocino
04 marzo 2008(ultima modifica: 05 marzo 2008)

da corriere.it

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« Risposta #4 il: Febbraio 21, 2009, 11:54:11 »

Partite Iva in terra leghista. Il Pd riparta da qui

di Bianca Di Giovanni

Forse si può ripartire proprio da qui, dalla roccaforte della destra, della Lega «padana» e anti-romana, terra di «piccoli» e di Partite Iva.

Almeno così la pensa Massimo Calearo.

«Proviamoci», dice il deputato Democratico nel giorno più nero del suo partito, lasciando intendere che lì, sul territorio, lontano dal veleno dei Palazzi romani, il partito oggi è più vitale che mai. «Sa che proprio ora ricominciano a telefonarmi, a contattarmi i rappresentanti delle categorie economiche?» rivela, confessando involontariamente il deserto dei mesi scorsi.

«Come dicono gli arabi, la differenza tra il deserto e il giardino non la fa l’acqua, ma l’uomo», prosegue. Si può ricominciare da qui perché «questa è gente abituata alle cose concrete, che si è fatta da sola». E nelle cose concrete, meglio l’opposizione di un «governo delle favole e delle paure».
Onorevole, che aria si respira nel suo Veneto? Si può dire con Obama: è l’inizio della fine della crisi?
«Purtroppo no. Io condivido perfettamente l’opinione di Montezemolo, che dice che la crisi sarà più dura nei prossimi mesi».

Siamo solo all’inizio?
«Sì. Abbiamo segnali difficilissimi, con settori che stanno andando in crisi per la prima volta, come l’edilizia. Nel Nord est l’edilizia sta aumentando la cassa integrazione del 500%. Poi il problema è che la maggior parte delle piccole e medie imprese del Nord est sono terziste, quindi non lavorando con un marchio proprio soffrono di più. Anche qui ci sono delle eccellenze, ma in questo momento di mancanza di fiducia, di paura globale, si stanno fermando tutti i consumi. L’unico comparto che resiste è l’alimentare, perché si deve pur mangiare. Ma tutto il resto è fermo. Il vicepresidente di Federmeccanica del Veneto dice che non c’è mai stata una crisi così».

Questo significa anche un fallimento del modello di sviluppo del Nord est?
«No, non è un fallimento del modello. Mentre questo governo dà aiuti a dei settori, dimentica invece le filiere. Va bene aiutare l’auto, ma serve attenzione anche per gli altri settori».

Come hanno vissuto dalla sue parti la rottamazione auto?
«Certamente non l’hanno vista bene, nonostante l’inclusione degli elettrodomestici. Il motivo è semplice: le piccole imprese servono i fornitori della grande azienda. Sono l’ultimo anello di una lunga filiera. Anche se gli effetti alla fine a cascata potranno ricadere anche su di loro, il processo è troppo lungo: la “pancia” delle imprese non reagisce bene».

Il governo li sta deludendo, ma anche l’opposizione appare molto debole
«Ecco, io penso che in questo momento noi dobbiamo essere vicini ai più deboli, a quelli che non hanno ammortizzatori sociali, alle aziende sotto i 15 dipendenti, gli artigiani, i commercianti. Un consulente del lavoro mi ha detto che da 25 anni non ha mai visto tante aziende chiudere. Questa è la realtà. A questi soggetti dobbiamod are una risposta seria. Ci vuole un’operazione di salute pubblica nazionale. Di fronte a un dramma, o si decide che stanno prima gli interessi del Paese e poi quelli di parte, oppure non ne verremo fuori. L’interesse del paese in questo momento è essere vicini a quelli che soffrono di più».

Il governo ha varato delle misure.
«Sì, ma non basta. Lo dicono gli stessi industriali».

L’opposizione cosa può fare?
«A livello locale è più facile che a livello nazionale. Le dico solo che oggi il presidente di confindustria di Vicenza ha dichiarato alla stampa: le misure del governo sono ancora insufficienti, le aziende hanno bisogno di altro. L’opposizione si fa proponendo un’alternativa praticabile. Veltroni ha incontrato le aprti sociali e tutti gli hanno dato ragione. Noi dobbiamo battere il governo con le proposte,concrete, invece che con il fumo di Londra in cui è maestro. Questo è il governo delle favole e degli annunci. Noi dobbiamo essere non i dipietristi, ma i propositori».

La Lega resta però molto radicata
«Sicuramente è così. Ma è un partito di protesta e di governo, noi dobbiamo diventare di proposta e di governo».
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19 febbraio 2009
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« Risposta #5 il: Marzo 30, 2009, 11:16:14 »

«Il Pd è in rimonta. Il voto sul federalismo ci aiuterà nel Nordest»

di Andrea Carugati


Votare no al federalismo? Per il Pd sarebbe stato come fare harakiri. Al Nord c’è un sentimento federalista diffuso e trasversale, il Pd ne sarebbe uscito malissimo». Massimo Calearo è una delle anime più nordiste tra i democratici: imprenditore vicentino, per anni considerato vicino alla Lega. Poi l’incontro con Veltroni e la scelta di correre da capolista del Pd in Veneto.

L’astensione è una buona scelta?
«Certo, e mi auguro che aiuti il partiti a riavvicinarsi alla gente del Nord. Molte nostre proposte sono state accolte, abbiamo reso quel testo migliore, più “italiano”».

Spiegare alla gente un’astensione sarà piuttosto difficile...
«Io credo che invece sia semplice. Ci siamo astenuti perché ancora non ci sono i numeri e i costi e perché solo una parte delle nostre richieste è stata accolta. Il nostro non è un atto di guerra come quello dell’Udc, ma un segno di attendismo: vedremo se e come il governo manterrà le promesse».

Nel Pd c’è chi teme che abbiate fatto un regalo alla Lega in vista delle europee...
«Non mi pare proprio, siamo stati ai fatti».

Casini vi accusa: sudditanza psicologica verso la Lega...
«È l’Udc ad essere totalmente schiacciata sull’idea di prendere qualche voto in più al Sud. Noi al Sud possiamo dire che il federalismo lo abbiamo reso molto più solidale, che non li abbiamo abbandonati».

Come andrà il Pd alle europee nel Nord-est?
«Io giro molto nelle mie zone, e avverto una rimonta. Stiamo lavorando bene, dobbiamo ascoltare di più la gente, essere un partito del popolo».

Parliamo delle candidature: meglio i big come dice la Bresso e gente che resti in Europa?
«Servono persone che si impegnino davvero e restino in Europa 5 anni. Dobbiamo puntare sulla serietà delle persone, non solo sui leader, e su questo fare la differenza. Strasburgo non può diventare un cimitero degli elefanti».

Chi vedrebbe bene come capolista nel Nord-est?
«Non certo uno come Cofferati, che non conosce i problemi del Nord-est. Vedrei bene Franca Porto, segretaria della Cisl in Veneto. Oppure Riccardo Illy».

Che bilancio fa del suo primo anno da parlamentare?
«Positivo, perché ho sempre detto e fatto quello che pensavo in coscienza, e solo un partito democratico ti consente di farlo».

Come si è ambientato tra i democratici? Lo sente come il suo partito?
«Sono a mio agio, mi sento un nuovo in un partito nuovo: un democratico a tutti gli effetti, non un ex qualcosa. In campagna elettorale Veltroni lanciò il patto tra impresa e lavoro: questo è il mio credo, ancor più in un momento di crisi. Peccato che il governo non l’abbia ancora capito. Questa impostazione distingue il Pd dagli altri partiti, è la sua chance. E mi piace ritrovarla in altri colleghi del gruppo, anche ex sindacalisti, come Pier Paolo Baretta».

Baretta, Franca Porto. Lei ha una vera passione per la Cisl!
«In Veneto è molto forte. E poi il Pd deve rappresentare tutti i sindacati, non solo uno».

Sulle modifiche del governo al testo unico sulla sicurezza sul lavoro lei è sembrato possibilista...
«È più importante la prevenzione che colpire l’imprenditore dopo: le vite si salvano con i controlli, non con il carcere».

Non le sembra che Sacconi voglia attenuare le sanzioni?
«Nel testo del governo c’è una visione di parte. E tuttavia Cisl e Uil, che si sono dette disponibili al confronto, non mi paiono filogovernative o filoimprese. È evidente che Sacconi vuole mettere la Cgil in un angolo, ma la risposta non può essere l’ideologia, e l’accordo alla Piaggio lo dimostra. L’unica via di uscita è l’unità tra i sindacati».

Come ha vissuto le dimissioni di Veltroni e l’elezione di Franceschini?
«Sono grato a Veltroni, che per far nascere questo partito ci ha messo la faccia e un grande sforzo. Franceschini sta mettendo in pratica quello che Veltroni aveva immaginato, forse in modo più pragmatico».

acarugati@unita.it


30 marzo 2009
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