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Autore Topic: VITTORIO MESSORI  (Letto 5081 volte)
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« il: Ottobre 26, 2007, 04:14:26 »

DIBATTITI

Quello esposto nel libro di Sergio Luzzatto non è l'unico punto di vista possibile

Messori: «Padre Pio? Ho visto prodigi»

Ai sospetti hanno già dato risposta da decenni gli agiografi del frate e le perizie cliniche

Il Padre Pio di Sergio Luzzatto è un libro importante e serio. Per questo, non gli rendono giustizia certe anticipazioni giornalistiche che — dalle oltre 400, fitte pagine — estrapolano «rivelazioni » e «gialli», come le richieste da parte del frate di acido fenico e di veratrina, quasi fossero le sostanze con cui procurarsi stigmate truffaldine. A questi sospetti — provenienti soprattutto da ambienti clericali — hanno già dato risposta da decenni non solo gli agiografi del frate, non solo perizie e controperizie di illustri clinici, ma anche le inchieste implacabili delle commissioni vaticane che hanno portato alla beatificazione del 1999 e alla canonizzazione del 2002. Libro serio, dicevo, che non merita presunti scoop da rotocalco; libro nato da anni di lavoro, da ricerche a tutto campo, non solo negli archivi (da cui sono emersi molti documenti inediti) ma anche nel fall out mediatico e magari spettacolare del «fenomeno padre Pio». Una serietà di indagine — unita a un gusto gradevole per la divulgazione che non disdegna l'aneddoto e la curiosità — di cui sarebbe sleale sospettare, basandosi solo su sviste sorprendenti: ad esempio, la veggente di Lourdes, Bernadette, indicata sempre e solo come Soupirous e non Soubirous, come sanno non gli specialisti, ma tutti i milioni di pellegrini alla grotta dei Pirenei.

Ci voleva, dunque, un ancor giovane ma già temprato studioso di tradizione ebraica per riempire una lacuna di informazione sul francescano che Luzzatto stesso (pur parlando di boutade, ma non troppo) definisce «l'italiano più importante del secolo scorso». In ogni caso come risulta da ogni indagine, il più pregato, accanto a Giovanni XXIII, oggetto anch'egli di un vastissimo culto popolare. È uno dei paradossi o, se si vuole, dei molti enigmi di questa storia: sono accomunati nella devozione della gente — e nella quasi contemporanea elevazione agli altari — il «Papa buono » e «lo stigmatizzato del Gargano», i cui rapporti furono o nulli o, addirittura, di «persecuzione» da parte di un pontefice dal polso ferreo sotto l'aspetto bonario. Luzzatto non ha torto nel rivendicare di avere colmato un vuoto: da una parte una vastissima, ripetitiva, spesso acritica produzione editoriale di devoti; dall'altra, gli scherni e le sbrigative liquidazioni di un anticlericalismo come quello dei pamphlet che vanno oggi per librerie. E dai quali Luzzatto prende subito le distanze, indicando esplicitamente, come esempio da evitare, le invettive goliardiche di un ex seminarista enragé come Piergiorgio Odifreddi.

Un vuoto riempito, dunque. Ma come? Certamente non solo con un lavoro lungo e tenace, ma con una pietas e un rispetto lodevoli. Ci sarà tempo e luogo per confrontarsi, e magari dissentire, sulla documentazione, di prima mano ma utilizzata secondo un taglio «politico» (che si annuncia sin dal sottotitolo) che fa l'interesse del libro per i laici, ma che è estraneo alla prospettiva del santo e della folla dei suoi devoti. Una incomprensione di un certo modo di sentire e di vivere la fede cattolica che, peraltro, non è certo rimproverabile a uno storico della formazione di Luzzatto. Sembra poco presente, qui, la consapevolezza della «ambiguità» necessaria nelle cose cristiane dove, per preservare la libertà di accettare o di rifiutare, sempre vige la dialettica rilevata da Pascal: «Abbastanza luce per credere, abbastanza buio per dubitare». Alter Christus secondo i devoti, Padre Pio condivide la sorte di Gesù stesso, considerato dalla nomenklatura del tempo un impostore, un falso Messia, oltre che «un ghiottone e un bevitore».

In ogni caso, Luzzatto si è accorto e, lo scrive, che «padre Pio è ormai ovunque», che non possiamo più prescindere dalla presenza enigmatica di un frate che pur non si mosse, per mezzo secolo, da un disadorno convento nel Sud più profondo. È ovunque: nelle gigantografie dei Tir sulle autostrade e nelle cornicette d'argento sui tavoli dei Vip, nel borsellino della massaia e nel portafoglio del professore. C'è, qui, il mistero di una presenza carismatica che stringe da vicino una infinità di vite. La mia stessa, alla pari di innumerevoli altre, magari con piccoli prodigi dove brillano l'attenzione e la misericordia per le cose quotidiane. Se è lecito, dunque, (e per capire), un aneddoto personale. Una spastica grave che non ho mai visto di persona ma con la quale intrattengo da decenni un rapporto epistolare, molto imparando dal suo sensus fidei. La sua desolazione, anni fa, per il ritardo nel ricevere posta, a causa di miei viaggi e di superlavoro, il suo rivolgersi a padre Pio, di cui è ovviamente devota, e l'immediato, forte profumo di fragola che è per lei il segno di essere stata ascoltata. Il mattino dopo, ecco la lettera. Ma, dall'annullo sul francobollo, risultava spedita il giorno stesso, soltanto un'ora prima: e tra le nostre case corrono più di 300 chilometri. L'esclusione, da parte del direttore dell'ufficio, che fosse possibile un errore nel timbro, errore impensabile ma che, comunque, avrebbe portato a un ritardo, non a un anticipo della data. Poco tempo dopo, una mia visita a un convento lombardo di cappuccini, l'incontro con un vecchio frate che fu a lungo segretario del Santo, sul Gargano. Al racconto dell'episodio, nessuna sorpresa ma un gesto di condiscendenza: «Roba normale, niente da stupirsi. Quando aveva una lettera che gli stava a cuore, mi diceva di metterla nella buca in piazza: ma al recapito provvedevano gli angeli custodi. Un'ora dopo, puntualmente, arrivava».

Che fare, con un tipo così? Studiarne la storia, certo, ma consapevoli che c'è, qui, una meta-storia che, per dirla col Vangelo «è rivelata ai piccoli e ai semplici ed è nascosta ai sapienti del mondo».

Vittorio Messori
26 ottobre 2007

da corriere.it
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« Risposta #1 il: Aprile 20, 2009, 12:02:53 »

«Rivoluzione tranquilla» con uno stile contrassegnato dalla prudenza

La ricerca paziente di Ratzinger

Dalla sostituzione del maestro di cerimonie alla reintroduzione del latino con una riforma «soft»


Dopo avere varcato l'82˚genetliaco, Joseph Ratzinger inizia il quinto anno di pontificato. Smentendo ancora una volta coloro che non lo conoscevano, il peso della tiara non lo ha sfiancato e non gli sono mancate le energie per viaggi impegnativi come quello africano. Merito anche della prospettiva che trae dalla fede. Non dimentico l'espressione sorpresa quando gli chiesi se erano serene le sue notti da Cardinal Prefetto della Dottrina della fede. Allora infuriava la contestazione clericale e sul suo tavolo giungeva­no dossier inquietanti da ogni par­te del mondo. È con sorpresa, dun­que, che mi rispose: «Fatto l'esame di coscienza e recitate le mie pre­ghiere, perché non dovrei dormire tranquillo? Se mi agitassi, non prenderei sul serio il Vangelo che ci ricorda, senza complimenti, che ciascuno di noi non è che un 'ser­vo inutile'. Dobbiamo fare sino in fondo il nostro dovere, ma consa­pevoli che la Chiesa non è nostra , la Chiesa è di quel Cristo che vuole usarci come strumenti ma che ne resta pur sempre il signore e la gui­da. A noi sarà chiesto conto dell'im­pegno, non dei risultati».

È con questo stesso spirito che ha accettato il peso del pontificato: per obbedienza, per amore della Chiesa, così come, ancor giovane professore, aveva sofferto ma non si era lagnato quando Paolo VI lo aveva strappato alla sua amata uni­versità per metterlo alla guida del­la grande diocesi di Monaco di Ba­viera. Passando, nell'aprile del 2005, alla nuova scrivania - poche centinaia di metri, in linea d'aria, da quella occupata per 24 anni ­non ha cambiato il suo stile, con­trassegnato dalla costanza e dalla pazienza, su uno sfondo molto te­desco di serietà, di precisione, di senso del dovere. Il programma lo aveva già chiaramente manifestato sin dal 1985 con il suo Rapporto sulla fede: una «riforma della rifor­ma », con il ritorno al Vaticano II «vero», non a quello immaginario dei sedicenti, vociferanti progressi­sti. Fedeltà piena alla lettera dei do­cumenti del Concilio, non a un pre­sunto, imprecisato «spirito del Concilio»: dunque, continuità, non rottura, nella storia della Chie­sa, per la quale non c'è un prima e un dopo.

Un obiettivo chiaro, perseguito innanzitutto come principale consi­gliere teologico di Giovanni Paolo II che però, talvolta, non fu del tut­to in sintonia con lui. La leale ami­cizia tra i due, divenuta presto af­fetto, non impedì la perplessità del Cardinale per alcune iniziative co­me le parate sincretiste di Assisi , le richieste di scuse per le colpe dei morti, la moltiplicazione dei viaggi a spese del governo quotidiano del­la Chiesa, l'eccesso di beatificazio­ni e canonizzazioni, la spettacola­rizzazione di momenti religiosi, magari con rockstar sul palco papa­le e la scelta di paramenti liturgici secondo le indicazioni dei registi televisivi. Pianto, con dolore sincero, l'ami­co venerato, presone il posto, pur senza averlo auspicato, divenuto dunque Benedetto XVI, Joseph Rat­zinger ha continuato il suo lavoro paziente. Un aggettivo che non usiamo a caso. In effetti, la pazien­za lo contrassegna da sempre: per rispetto delle persone; per reali­smo da cristiano che sa quale lun­ga tenacia sia necessaria per modi­ficare le cose; per consapevolezza che la Chiesa ha per sé tutta la sto­ria e i suoi ritmi non sono quelli del «mondo».

Così, sono stati spiazzati coloro che temevano o, al contrario, auspicavano una sorta di blitz in quella liturgia la cui «ri­forma della riforma» era, stando al Ratzinger cardinale, tra le cose più necessarie e magari urgenti. La sua «rivoluzione tranquilla» è comin­ciata non con qualche decreto per la Chiesa universale ma con la so­stituzione del Maestro delle Ceri­monie pontificie, scegliendo un li­turgista a lui congeniale: così, pri­ma che con gli ordini, il ritorno a riti nella linea della Tradizione sa­rebbe cominciata con l'esempio che scende dall'alto. Se celebra co­sì il Papa, non dovranno, prima o poi, adeguarsi anche il vescovo e il parroco? Pazienza, e prudenza, an­che per la lingua liturgica, non sconvolgendo i messali ma facen­do convivere il latino accanto ai volgari, testimoniando anche così che il Vaticano II non è stato in rot­tura con la Tradizione e che san Pio V non fu meno cattolico di Pao­lo VI.

Altrettanta pazienza nei confron­ti della Nomenklatura ecclesiale: es­sa pure non è stata sconvolta, ma all'osservatore attento non sfuggo­no sostituzioni e nomine che rive­lano una strategia prudente e al contempo incisiva. Poco, comun­que, si capirebbe di questo pontifi­cato se non si mettesse in conto che, per Joseph Ratzinger, proble­ma dei problemi non è la «macchi­na » ecclesiale ma il carburante; non è il Palazzo, sono le fondamen­ta. È, cioè, quella fede che sa minac­ciata alla radice, quella fede che molti credono incapace di reggere all'assalto della ragione, quella fe­de assediata da ogni lato dal dub­bio. La crisi, più che della istituzio­ne, è della verità del Vangelo che la sorregge e le dà senso. Come mi disse una volta: «Siamo ormai a un punto in cui io stesso mi sorpren­do di chi continua a credere, non di chi non crede». Constatazione drammatica, che fa da sfondo a un pontificato il cui centro, non a ca­so, è la ricerca ( paziente...) di un nuovo rapporto tra la ragione mo­derna e la fede antica.

Vittorio Messori

20 aprile 2009
da corriere.it
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« Risposta #2 il: Settembre 02, 2009, 04:00:18 »

Le riflessioni dell’intellettuale cattolico

La prudenza mancata e le conseguenze di un danno enorme

«Sconcerto per la gestione del caso mediatico»


di VITTORIO MESSORI

Come a tutti, nel milieu, pure a me, da tempo, giungevano voci su una compari­zione davanti a un giudice di «Boffo dottor Dino, da Asolo» per una storia omosessua­le. Ma perché a Terni? Perché, rispondeva­no con un sorrisetto malizioso, da quelle parti sta la comunità di don Gelmini, sul quale pure correvano voci e che fu poi ri­dotto allo stato laicale perché accusato di abusi pederastici. Seppi in seguito che alcu­ni avevano cercato di ottenere dal tribuna­le gli atti: documenti pubblici, secondo la legge, ma non concessi a tutela della repu­tazione dell'imputato. Ma neanche così, da cattolico, ero tran­quillo. Prima o poi, c’è sempre qualcuno che (per avversione politica, per vendetta, per ricerca di scoop) porta alla luce i dos­sier imbarazzanti. È puntualmente avvenu­to, con l’enorme danno d’immagine che paventavo, per la Chiesa, quale che sia lo svolgimento futuro della vicenda. Sia chia­ro: confermo a Dino vicinanza fraterna per il momento durissimo che sta viven­do, augurando a lui — e a noi — di potere tutto chiarire. Mi sia permessa, tra l’altro, una testimonianza che conferma la sua onestà professionale. Tra i cattolici molti sono convinti (malgrado le mie smentite) che si debba a lui l’interruzione della rubri­ca bisettimanale, «Vivaio», che tenni per anni su Avvenire e che, assieme ad avver­sari, contava anche lettori appassionati.

La fine di quella rubrica fu una mia deci­sione del tutto autonoma che, anzi, mi pro­vocò le lagnanze risentite e sincere di Bof­fo. In ogni caso, grazie a lui abbiamo ammi­rato il salto di qualità e di autorevolezza di un giornale che, in certi periodi, pareva un grigio bollettino ufficioso.

Questo precisato, onestà ci induce a con­fessare lo sconcerto per la condotta dei ge­rarchi ecclesiali da cui dipende il media-sy­stem cattolico. Di questo, Boffo è il cardi­ne: responsabile di Avvenire ; di Sat2000, la tv sulla quale la Cei ha riversato e riversa milioni; di InBlu, il network radiofonico con ben 200 emittenti. Un uomo-istituzio­ne, ai vertici sensibili, seppur laico, della istituzione ecclesiale. Praticando la storia della Chiesa, ne ammiravo una costante: cardinali e vescovi hanno sempre accom­pagnato a ogni virtù quella della pruden­za, vegliando occhiutamente per stornare i pericoli.

Ci chiediamo che sia successo ora. In ef­fetti, dopo la sentenza del 2004, la pruden­za tradizionale avrebbe suggerito di chiede­re al «condannato» di defilarsi, assumen­do altre cariche, meno esposte a ricatti e a scandali. E questo anche se si fosse tratta­to di un equivoco, di una vendetta, di un errore giudiziario.

Plutarco loda Cesare che ripudiò la mo­glie sulla base di sospetti inconsistenti, di­cendo che il prestigio del Capo di Roma non tollerava ombre, pur se inventate. La sentenza di Terni è contestabile? Tutto è davvero una «patacca»? Se sarà dimostra­to, come crediamo e speriamo, tireremo un sospiro di sollievo. Ma, intanto, un uomo immagine della Chiesa italiana ha campeggiato e campeggerà a lungo sulle prime pagine, sospettato dei gusti «diversi» la cui ombra grava oggi, più che mai, sugli ambienti clericali.

Il caso prima o poi sarebbe venuto alla luce, e in modo malevolo: perché, allora, attendere 5 anni senza cautelarsi, diminuendo la visibilità? E questo, pure in caso di coscienza limpida. Se un giornale ha «sbattuto il mostro in prima pagina», è perché car­dinali e vescovi cui competeva non lo han­no destinato ad altri incarichi, lontani dalle aggressioni politiche. Domande difficili, certo.

Ma domande di un credente che sa che l’immagine della Chiesa non aveva biso­gno di un altro caso che permettesse a mol­ti di scuotere il capo borbottando, magari ingiustamente: «Tanto, lo sappiamo: i preti e i loro amici fanno i moralisti con noi ma loro, di nascosto, fanno anche peggio...». Comunque vada, l’ombra e il sospetto reste­ranno. Costa caro, l’oblio della virtù della prudenza.

da corriere.it
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« Risposta #3 il: Settembre 05, 2009, 05:10:57 »

Nel comitato, presieduto DA Tettamanzi, anche l’ex responsabile di «Avvenire»

Il «Toniolo», teatro della sfida interna

L’istituto che fondò e gestisce la «Cattolica» uno degli snodi della vicenda



MILANO - Probabilmente a un certo numero di lettori non c’è bisogno di spiegare cos’è. Ma per gli altri, per chi non se ne intende, ricordatevi questo nome: Istituto Toniolo. Perché è vero che a sparare è stato il Giornale della famiglia Berlusconi. Ma la pistola che alla fine ha fatto fuori Dino Boffo — l’Anonimo redatto in puro stile-servizi, tradotto dal Giornale in allegato giudiziario—aveva cominciato a circolare molto prima proprio là, attorno a quello il cui nome completo è «Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori — Ente fondatore e garante dell’Università Cattolica del Sacro Cuore». Ente la cui storia recente è quella di una guerra interna tra due anime di Chiesa che certamente sono state—e con buona probabilità tuttora sono —assai determinate a combattersi con forza. E con una frequenza di lettere anonime divenuta negli anni, secondo quanto sta emergendo, talmente consueta da non meravigliare quasi più i destinatari. Ora Boffo, che nel Toniolo siede tuttora tra i componenti del Comitato permamente di controllo, è stato il primo ad andarci di mezzo. Il timore di più d’uno, a questo punto, è che potrebbe non essere l’ultimo. Segue spiegazione.

L’Istituto Toniolo è quello che, come dice il suo titolo completo, da sempre controlla l’Università Cattolica: realtà non semplicemente milanese, come i più ritengono essendo Milano la sua sede principale, bensì nazionale, eccome, visto che l’Ateneo si estende a Brescia, Cremona, Piacenza, Roma, Campobasso. Lo stesso ente peraltro controlla anche il Policlinico Agostino Gemelli, nonché la casa editrice Vita e Pensiero. Ha un consiglio di amministrazione, ma è soprattutto il Comitato permanente a contare: undici componenti che hanno il compito di dare il giusto indirizzo alle decisioni amministrative del Consiglio. Boffo ci arriva nel 2004, mandato dalla Cei che a quell’epoca è ancora saldamente in mano al cardinale Camillo Ruini. Il suo arrivo cambia definitivamente le maggioranze interne delle due fazioni che si stavano fronteggiando ormai da anni: da una parte quello «politico » degli ex democristiani legati in qualche modo a stanze romane ecclesiastiche sì, ma non appartenenti alla Cei, il fronte guidato dal senatore Emilio Colombo — che del Toniolo era stato sino a quel momento presidente — con l’appoggio dell’ex presidente Oscar Luigi Scalfaro e dell’ex ministro Giancarlo Lombardi; dall’altra parte i vescovi, Ruini in testa, determinati a «riprendere le redini» —per usare l’espressione utilizzata allora da più d’uno — di un istituto il cui controllo stava loro sfuggendo ogni anno di più.

I vescovi, in realtà, una prima battaglia l’avevano già vinta un paio di anni prima con la nomina di colui che è tuttora rettore dell’Università del Sacro Cuore. E fu un evento così clamoroso, nel suo contesto, che la notizia andò in prima pagina sul Corriere della Sera con questo titolo: «Ruini batte Scalfaro, Lorenzo Ornaghi sarà rettore della Cattolica». Era il 28 giugno 2002. Le prime «veline» anonime per screditare questo o quest’altro o quest’altro ancora, dentro al Toniolo, cominciavano a circolare già allora. «Solo su un punto — si leggeva peraltro già nell’articolo del Corriere di quel giorno— i due campi rivali sembrano concordare: la "insoddisfazione", dicono, per la gestione tenuta dal direttore amministrativo Carlo Balestrero ».

Balestrero era l’uomo di fiducia del presidente Emilio Colombo. E il cambio della guardia vero alla guida dell’Istituto infatti arriva solo quando, un anno più tardi, la Cei riesce a sostituire la presidenza del senatore Colombo—nel frattempo finito al centro di altri scandali a base di cocaina — con quella tuttora in corso: affidata al cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi.

Sarà Tettamanzi a portare Boffo nel Comitato, pochi mesi dopo. E a quel punto tutta la vecchia gestione Colombo finisce in minoranza: il 9 novembre 2004, addirittura nella prima frase del discorso di apertura dell’Anno accademico, il rettore Ornaghi può ufficialmente rivolgere i suoi «sentiti ringraziamenti» al direttore Balestrero, ultimo erede dell’epoca Colombo, e augurare buon lavoro al suo successore Lorenzo Cicchetti.

Può darsi che sia una storia complicata, di rancori e vendette difficilmente dimostrabili. Ma è un dato di fatto che l’Anonimo recente su Boffo è arrivato sul tavolo dei vescovi italiani nel maggio scorso, proprio quando il Toniolo discuteva del rinnovo dei suoi vertici. Poi i vescovi l’hanno cestinato. Ma evidentemente qualche copia era rimasta in giro. Finché è arrivata in redazione al Giornale.

Paolo Foschini
05 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #4 il: Settembre 06, 2009, 10:33:48 »

L'intervento - Ora le grandi linee di governo vengono avocate dal vertice della Chiesa

Le carte blindate di Boffo e il riequilibrio dei poteri

L’inaspettata rovina di un singolo ha gettato un’ombra di sospetto sul sistema dei media cattolici


di VITTORIO MESSORI


È indubbio che è venuto da colui che è pur sempre il Primate d’Italia, oltre che vescovo di Roma, l’input, o alme­no l’accettazione, per le dimissioni di Dino Boffo dalla galassia dei media cattolici. Quo­tidiano nazionale, televisione nazionale, 200 radio in ogni regione: una concentrazione di potere anomala in una Chiesa che non ha sol­tanto trascurata la virtù cardinale della pru­denza (auriga virtutum, la chiamava San Tommaso), lasciando questo suo uomo-im­magine esposto a ogni rischio di ricatto, do­po una sentenza che si pensava fosse irrile­vante e che restasse sepolta per sempre in un tribunale di provincia. Ma è anche, questa, una Chiesa che ha di­menticato un altro principio praticato dalla gerarchia cattolica di un tempo.

Il principio, cioè, del divide et impera: la Catholica è l’ul­tima «monarchia assoluta», dove il potere il­limitato del vertice si regge sull’equilibrio dialettico, sempre felpato ma non sempre idilliaco, dei poteri subordinati. Ora, invece, tutta — dicesi tutta — l’informazione della Chiesa italiana era gestita e controllata da un uomo solo, che su di sé aveva un altro uomo solo: il cardinale presidente della Cei. Un’al­tra imprudenza, quindi, che ha fatto sì che la crudele, inaspettata rovina professionale di un singolo abbia gettato un’ombra di sospet­to e di discredito su tutto un sistema infor­mativo per il quale, tra l’altro, la Chiesa italiana salassa i suoi bilanci. Ma se è indubbio che input o, almeno, accettazione per le dimissioni sono venuti dal Vertice stesso della Chiesa, è altrettanto indubbio che la possibilità di defilarsi è stata accolta con sollievo dall’interessato, ad evitare guai peggiori.

Lo ha detto egli stesso nella lettera al Presidente della Cei: «la bufera mediatica è lungi dall’attenuarsi», anzi, «si stanno chiamando a raccolta uomini e mezzi in una battaglia che si vuole ad oltranza». Dunque, perché «le ostilità si plachino», è necessario che il bersaglio «compia il sacrificio» di tirarsi indietro. Più che un «sacrificio», le dimissioni hanno offerto a un uomo martoriato, cui va la nostra fraterna comprensione, la possibilità di ritrovare un po’ di sonno dopo la settimana infernale. Ma anche la possibilità di evitare ciò che non ha fatto e che, fa capire nella lettera di congedo, non intende fare: autorizzare, cioè, il tribunale di Terni a pubblicare l’intero fascicolo processuale. Il suo avvocato, in effetti, ha chiesto che quelle carte restino blindate. Come si sa, un magistrato esigeva il rispetto della legge, che stabilisce che la documentazione sia resa nota, ma un suo collega si è opposto per la reputazione del «condannato».

Dunque, conosciamo solo le due pagine di conclusio­ni, senza sapere perché il giudice è pervenu­to ad esse. Anche per questo, dicono, Boffo non ha presentato, almeno sinora, l’annun­ciata querela contro il Giornale : in questo caso, l’avvocato del denunciato avrebbe diritto di accedere al fascicolo richiuso negli archivi. Ed è ovvio che tutto finirebbe subito su tutte le prime pagine. Ma cosa può esserci in quegli atti, che po­trebbero chiudere una rissa che si è svolta attorno ad elementi formali (pur rilevanti), ma senza rispondere alla domanda vera: che cosa è successo davvero? Anche a questo, in verità, è stato alluso nella lettera di dimissio­ni: «Mi si vuole a tutti costi far confessare qualcosa e allora dirò che, se uno sbaglio ho fatto (...) è il non aver dato il giusto peso a un reato 'bagatellare'». Un termine giuridi­co, ma, forse anche un curioso riferimento a Céline, lo scrittore «maledetto», e al suo anti­semita Bagatelles pour un massacre?

Ci so­no, dunque, piccole cose, leggerezze, svaga­te imprudenze, libertà di linguaggio, cose tollerabili in altri, ma che metterebbero a di­sagio un uomo al vertice del sistema infor­mativo di una Chiesa che su certe cose non transige? Sembrerebbe. In ogni caso, la ridu­zione da uomo-istituzione a semplice priva­to gli ha permesso di alleggerire la pressione dei mastini che, altrimenti, non avrebbero mollato la presa perché la pubblicazione del­le carte fosse autorizzata. Ma l’imprudenza, qui, non sembra abbia contrassegnato solo la parte aggredita. È pro­babile che il Giornale pensasse che la faccen­da si sarebbe subito conclusa, davanti alla evidenza di una condanna, con le dimissioni del direttore, accolte da una imbarazzatissi­ma, e ammutolita, Conferenza Episcopale. Non era stato messo in conto l’arroccamento immediato di questa, il compattamento delle redazioni, la difesa ad oltranza, «a prescinde­re », da parte di una fetta consistente del mondo cattolico? È probabile.

Il risultato po­trebbe rivelarsi un boomerang politico. Una Cei che aveva un parterre moderato, non osti­le all’attuale governo, parla ora (come Boffo nella sua lettera) di «un oscuro blocco di po­tere laicista» che, dall’interno della maggio­ranza, aggredirebbe la Chiesa. La rivelazione, così brutale, dei possibili «peccatucci» del di­rettore è stata presentata come un’operazio­ne anticristiana. E il prossimo responsabile del quotidiano sarà obbligato a una politica meno conciliante con questo governo di quella del suo sfortunato predecessore, noto per la sua moderazione, se non addirittura per un penchant per il centro-destra. Quanto ai molti discorsi, innescati dal ca­so Boffo, su dissidi e antagonismi tra Segre­tario di Stato e Presidente della Cei: al di là della diversità di temperamenti e di prospet­tive (peraltro assai meno accentuata di quanto spesso si affermi), il problema va ben oltre le persone. Già molti anni fa, in Rapporto sulla fede , Joseph Ratzinger affer­mava che le più che 100 Conferenze Episco­pali del mondo non hanno base teologica, non fanno parte della struttura divina della Chiesa. Questa, osservava, non è una Federa­zione di Chiese nazionali, dove si converga solo sui grandi principi del Credo.

Il potere dei «piccoli vaticani» sparsi nei cinque con­tinenti, uno per ciascuna nazione, va ridi­mensionato. Pietro è uno solo. E sta a Ro­ma. Divenuto papa, l’allora cardinal prefetto del Sant’Uffizio ha cominciato a provvedere. Sta qui il motivo del cortese ma fermo avver­timento di Bertone, il suo «primo mini­stro », a Bagnasco, rappresentante della «Chiesa nazionale italiana» . Rispetto e fidu­cia, si intende, ma le grandi linee di gover­no vengono avocate a sé dal Vertice della Chiesa. Non è in atto un regolamento di con­ti tra cardinali (malgrado le attuali difficoltà dell’arcivescovo di Genova per il caso del­l’uomo- media ereditato da Ruini), è in atto semmai una strategia di lungo respiro di Be­nedetto XVI per contrastare un per lui inac­cettabile «federalismo clericale»


06 settembre 2009
da corriere.it
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« Risposta #5 il: Gennaio 08, 2010, 10:48:30 »

Io, loro e Lara: la pellicola vista dallo scrittore

Quel film di Verdone troppo nichilista per essere cattolico

La rimpatriata del missionario è disastrosa, al punto da costringerlo a rientrare subito in Africa


Non è difficile avere un pregiudizio positivo verso Carlo Verdone. Non è difficile, dico, in un mondo dello spettacolo dove i comici si trasformano in demagoghi giustizialisti e in capipopolo giacobini.
Dove registi pensosi, sprezzanti del pubblico, lanciano i loro «messaggi» e le loro «denunce sociali» in film finanziati coi soldi pubblici e che, dopo una fugace apparizione in qualche festival, non raggiungono gli schermi. Dove — me lo raccontava un amico — l’imprudenza di qualcuno portò sul set di una pellicola veri cani antidroga della Finanza, invece dei finti previsti, e gli animali impazzirono, non sapendo quale attore, o attrice bloccare per primi.

Il look e, a quanto mi dicono, l’ordinatissimo stile di vita di Verdone, sono quelli di un direttore di ufficio postale o di un professore di scienze alle medie. Eppure, quel suo volto tondo e apparentemente anonimo sa trasformarsi e contorcersi come fosse di caucciù e la battuta lo trasforma in una sorta di Woody Allen de noantri, dove il sulfureo umorismo ebraico è sostituito dalla arguta bonarietà romanesca. Non andando molto spesso al cinema, non ho visto tutti i film di un regista e attore che, proprio in questo 2010, compie trent’anni di carriera. Non potevo perdere, però, questo Io, loro e Lara anche per la segnalazione fattami da un monsignore amico che ha partecipato a una proiezione in anteprima. «Non ci sono scene pornografiche, tranne qualche seno che spunta a metà. C’è, è vero, una quantità impressionante di parolacce: ma non fermiamoci lì, oggi tutti parlano così ed è proprio un ritratto nudo e crudo della società italiana che Verdone voleva darci. Ma, sotto certo macchiettismo in fondo autoironico, per non prendersi troppo sul serio, c’è il vecchio romano che ha studiato dalle suore e dai preti, che ha di certo uno zio o una cugina religiosi e che, dunque, non può non essere permeato sin nelle ossa di cattolicesimo». Così mi diceva quel sacerdote, suggerendomi di andare a vedere il film per, poi, scambiare opinioni.

La prima— confortante— sorpresa riservatami dalla pellicola è stata la sala esaurita, in una sera di neve in un multiplex sperduto tra le vigne delle colline moreniche del Garda. La seconda è stata un pur timido e breve tentativo di applauso al termine della proiezione. Avevo con me un taccuino, per segnare qualche critica ma, alla fine, l’ho deposto nella tasca. In bianco. Certo: a giustificare un simile «nulla da eccepire» in questioni teologiche (per usare un termine troppo impegnativo) conta anche la mancanza di approfondimento scelta da Verdone.

La crisi del missionario in Africa nasce da motivazioni scontate, da cose dei tempi della bagarre postconciliare. Per dirla con le parole di don Carlo, il protagonista omonimo dell’attore e regista: «Ho l’impressione che, laggiù, la gente abbia bisogno di protezione civile più che di protezione divina». Il prete, soprattutto se missionario, come agente di promozione economica e politica e non come annunciatore della vittoria della morte nella Risurrezione di Gesù. Un déjà vu. Nulla di nuovo né di «scavato», dunque, dietro la crisi di identità di don Carlo. Quanto alla sue reazioni davanti al «puttanaio», parole sue, che trova dopo dieci anni di Africa nella sua famiglia, nella sua Roma: beh, alla sorpresa, all’incapacità di capire che stia succedendo, seguono reazioni da prete di sempre che, pur alternando il turpiloquio alle giaculatorie, non si allontana dalle classiche esortazioni alla solidarietà, alla comprensione, all’accoglienza. Tutto molto edificante, pur sotto le forme più che laiche dell’attore e regista; tutto unito, tra l’altro, ad altre edificazioni, come la reazione violenta ai tentativi di seduzione sia di tardone che di ragazze.

Ha detto Verdone: «I vertici della Conferenza episcopale, al termine di una proiezione privata, mi hanno detto: "Ci hai fatto una carezza"». Non sappiamo se fosse davvero la «cupola» della Conferenza episcopale a visionare Io, loro e Lara, ma è plausibile che il giudizio sia stato sostanzialmente positivo, come già accennavo. Ma l’indubbio marchio cattolico del film di un romano permeato di cattolicesimo sino al midollo, deve fare i conti con il finale, dove qualche critico ha visto un happy end posticcio, un’aggiunta per mandare lo spettatore a casa sereno. Al contrario, è qui la chiave dell’opera e il credente, almeno, non può non allarmarsi per una conclusione di impotenza e di fallimento. La rimpatriata del missionario è stata disastrosa, al punto da costringerlo a rifar subito le valigie e a rientrare in Africa. La «cura» per la sua crisi si è dimostrata ben peggiore del male. Restano intatti, dunque, anzi rafforzati, i suoi problemi che mettono in discussione la fede stessa.

Ma gli auguri di Natale, che giungono alla remota missione via web-cam dalla terribile famigliola, confermano che nulla è cambiato e nulla cambierà neppure lì. Il vecchio padre continuerà a imbottirsi di viagra per fronteggiare le giovani badanti, il fratello affarista continuerà a sniffare coca, le nipoti continueranno a essere schiave di mode assurde, la sorella continuerà con le sue nevrosi devastanti, Lara ha avuto il suo bambino ma continuerà con il suo turbinio di amori. Il mondo è questo, non c’è speranza di mutamento, né per credenti né per non credenti. La sola possibilità sta in quello scrollare il capo, sorridendo tra il malinconico e il rassegnato, con cui Verdone chiude il film, mentre il precario collegamento con Roma si interrompe. È la vita, bellezza, nessuno può farci niente! Realismo, certo.

Ma che slitta verso lo scetticismo, se non il nichilismo, se ad esso non si affianca l’afflato di Speranza che deve animare il credente. Problematico definire «cattolica» una prospettiva dove c’è posto solo per il sorriso rassegnato di chi è ormai convinto che nulla cambierà mai, che ogni attesa di un mondo più umano è cosa da riderci sopra. Come, appunto, un comico deve fare. E come Verdone, sia detto a sua lode, sa fare benissimo.

Vittorio Messori

08 gennaio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #6 il: Marzo 27, 2010, 05:09:59 »

Papa attaccato dall’esterno per «non aver agito» e dall’interno per «aver agito troppo»

Fermezza e perdono, così la Chiesa respinge la ferocia giacobina

Il Pontefice accusa i traditori ma apre alla speranza


Né l’uomo Joseph Ratzinger né il papa Benedetto XVI hanno di certo bisogno della nostra difesa. La stima e il rispetto di cui quest’uomo gode anche tra i laici testimoniano che in lui vive al meglio quella sintesi cattolica che rifiuta ogni aut aut ed è retta dalla «legge dell’et et», la coincidentia oppositorum, l’unione degli opposti. Chi lo conosce bene sa fino a che punto nel Ratzinger professore, poi cardinal prefetto, infine Pontefice, convivano severità e misericordia, rigore e comprensione, rispetto della norma e attenzione alla singola situazione umana. C’è, in lui, l’umanità dei vecchi uomini di Chiesa che, dal pulpito, denunciavano a voce alta il peccato; ma poi, nel confessionale, a tu per tu col peccatore concreto, interpretavano con larghezza l’invito del Cristo a capire e perdonare.

Di una durezza inaudita la sua lettera alla Chiesa d’Irlanda: il dolore e lo sdegno per i tradimenti del Vangelo non sono attenuati da alcuna ipocrisia teologicamente corretta. In quella pagine drammatiche, Benedetto XVI non tenta neppure di diminuire la colpa, ricordando quanto siano sospetti tanti pulpiti da cui giungono le prediche. Neanche una sua parola sulla ipocrisia dei vecchi apostoli sessantottardi della «rivoluzione sessuale», che hanno vestito nuovi abiti da moralisti scandalizzati e arcigni. Silenzio papale sulla difesa dei piccoli da parte di chi predica come un diritto intoccabile l’eliminazione a piacimento degli ancora più piccoli. Neanche un accenno, nella lettera, agli appetiti economici che hanno portato grandi studi legali anglosassoni a pubblicare annunci sui media: «Vuoi diventare milionario? Metti tuo figlio in seminario per un anno e poi passa da noi». La common law, in effetti, permette agli avvocati di dividere a metà con il cliente gli enormi risarcimenti stabiliti dai tribunali.

Agenti degli studi legali utilizzano a tappeto liste di vegliardi per convincerli a denunce miliardarie. Meglio se gli accusati sono morti: tanto, vescovi e superiori di congregazioni pagano comunque, per evitare scandali maggiori. Il «cattolico pederasta » è da anni, negli Stati Uniti, il protagonista di un business enorme, tanto da avere portato alla bancarotta diocesi e ordini opulenti.

Eppure, Benedetto XVI non cerca alcuna attenuante, pur legittima e fondata: il suo dito accusatore non si rivolge verso l’esterno della Chiesa ma solo verso quei suoi figli che l’hanno tradita. Per essi, ha parole terribili, in cui vibra lo sdegno dei profeti biblici. Ma, dopo la condanna, ecco la speranza, ecco il richiamo alla misericordia di un Dio che sa trarre il bene anche dal male, esortando i colpevoli a pagare il prezzo dovuto ma a non disperare del perdono del Cristo. Nessun peccato è tanto grande da esaurire la misericordia divina, pentimento e penitenza possono aprire a chi lo voglia la via della riconciliazione. In questo figlio della vecchia Baviera cattolica, c’è quanto ha contrassegnato, appunto, il cattolicesimo autentico: il rifiuto della disumana ferocia «giacobina», il rigetto della condanna senza appello, della giustizia che non fa posto anche alla comprensione, dello ius, il diritto, senza la pietas per la condizione umana. I tentativi attuali di trascinarlo sul banco degli imputati nulla sanno, tra molti altri errori e manipolazioni, di questa sapienza che è quella stessa che marca l’esperienza bimillenaria della Chiesa. Una sapienza «dal volto umano» che però —lo dicevamo—segue l’aurea legge dell’et et e, dunque, sa far posto al contempo alla sferza, come ben sa proprio la Chiesa che è in Irlanda. E a coloro che vorrebbero accusare il già cardinal prefetto della Congregazione per la Fede di avere rimosso e taciuto, va ricordato, tra l’altro, quel «mistero doloroso » che è il caso di Marcial Maciel Degollado.

La Congregazione dei «Legionari di Cristo », fondata da questo messicano, era cara a Giovanni Palo II: mentre le vecchie famiglie religiose si estinguono o vivacchiano, ecco una schiera di giovani entusiasti e difensori dell’ortodossia. Le voci che giungevano a Roma sulle molestie di don Marcial ai seminaristi erano vagliate con prudenza da papa Wojtyla, che ricordava come anche in Polonia simili accuse fossero usate dai comunisti per infangare la Chiesa. Ebbene, tra le prime misure di Ratzinger giunto al papato ci fu la sospensione a divinis di quel fondatore, imponendogli di chiudersi in clausura, dedicando il tempo che gli restava alla preghiera e alla penitenza. Non solo: Benedetto XVI si affrettò ad abolire il quarto voto dei Legionari, quello detto «di discrezione», che imponeva il silenzio sui superiori e ostacolava così le indagini della Santa Sede. Tanto che, tra i Legionari, c’è chi sospetta papa Ratzinger di essere mal consigliato o, addirittura, di far parte di un complotto contro la già potente Congregazione. Dunque, l’uomo accusato dall’esterno di «non avere agito», all’interno della Chiesa è accusato di «avere agito troppo». E non solo verso i Legionari, ma in tanti altri casi, non appena il sospetto di abusi sessuali si faceva certezza. Un paradosso tanto ignorato quanto significativo.

Vittorio Messori

27 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #7 il: Aprile 04, 2010, 02:36:51 »

LE ACCUSE ALLA CHIESA

Ora il Vaticano ammetta gli errori nella comunicazione

Dopo le reazioni del mondo ebraico all’inciso dedicato alla «lettera dell’amico israelita»


Il più diplomatico è stato il rabbino responsabile dei rapporti con le altre religioni del Jewish Committee americano: «Quello del Predicatore Pontificio è stato probabilmente solo un uso sfortunato del linguaggio». Ben altre, lo sappiamo, le reazioni del mondo ebraico all’inciso dedicato alla «lettera dell’amico israelita» nell’omelia pronunciata davanti al Papa da padre Raniero Cantalamessa.
Un cappuccino che conosciamo dai tempi in cui era giovane, brillante docente di Nuovo Testamento alla Cattolica di Milano. Religioso non solo di grande cultura ma anche di autentica vocazione francescana, stupì tutti, dimettendosi da quella cattedra prestigiosa per consacrarsi interamente all’apostolato. Anche per l'equilibrio mostrato nelle pagine dei suoi molti best seller, padre Raniero fu chiamato al ruolo delicato e influente di Predicatore della Casa Pontificia.

Come aspettarsi un infortunio come quello del Venerdì Santo, da parte di uomo che allo zelo pastorale unisce la lunga esperienza e la prudenza, la prima delle virtù cristiane? Ma, innanzitutto: proprio di infortunio si è trattato? Completando la lettura «innocentista» del rabbino americano, ci pare che si debba parlare di inopportunità, considerate anche la sede e l'occasione liturgica, ma che le parole di padre Cantalamessa siano per qualcuno opinabili ma non condannabili. La consueta semplificazione giornalistica ha fatto credere che la persecuzione degli ebrei sia stata, scandalosamente, equiparata alla doverosa severità per la pederastia clericale. In realtà, se si va al testo, il Predicatore Pontificio ha precisato che non intendeva parlare della «sciagurata macchia della pedofilia che ha coinvolto anche elementi del clero», visto che «di questa già si è parlato e si parla molto fuori di qui». Ciò cui padre Raniero intendeva alludere era «l'attacco violento e concentrico contro la Chiesa, il Papa e tutti i fedeli cattolici in molte parti del mondo». L'oggetto era, insomma, quel crescente «complesso anticristiano» (e, in particolare, anticattolico) di cui su questo giornale parlava di recente anche Ernesto Galli della Loggia (Corriere del 21 marzo, ndr). Secondo Cantalamessa, ci sarebbero i segni di una persecuzione della Chiesa e dei suoi membri già in atto, ma che potrebbe peggiorare. Si tratta di segni che l'amico israelita, di cui ha letto la lettera, sarebbe in grado di identificare per dura esperienza, «sapendo, come ebreo, che cosa significhi essere vittime della violenza collettiva».
Quei segnali allarmanti sarebbero «l'uso dello stereotipo» e «il passaggio dalla responsabilità personale a quella collettiva ». Per stare alla questione pedofilia, lo stereotipo starebbe in quelle rappresentazioni, che diventano luoghi comuni, che identificano vita religiosa e pederastia. O che vedono nella prospettiva cattolica solo il moralismo ipocrita di chi, in segreto, è assai peggio degli altri, praticando vizi inconfessabili.

Da qui, il passaggio a generalizzazioni, come se ogni battezzato fosse, in quanto tale, un potenziale maniaco sessuale; così come, per l'antisemitismo, ogni ebreo era tacciato di essere un cittadino infido e una sanguisuga dei popoli. Una denuncia, insomma, della gravità della persecuzione che colpì gli ebrei e, insieme, della possibilità che anche i cristiani diventino perseguitati. È una prospettiva, peraltro, che già si è fatta realtà: se in Occidente qualcuno vorrebbe respingere il cattolico in una riserva, chiudendolo in una sorta di apartheid, in altre parti del mondo non scorre inchiostro ma sangue. Stando anche alle statistiche della insospettabile Amnesty International, da almeno due decenni il cristianesimo è, nel mondo, la religione più perseguitata. Il martirologio dei credenti nel Vangelo giustifica la denuncia di una persecuzione sempre crescente. Non solo ogni anno Ordini e Congregazioni missionarie stilano un elenco impressionante di vittime, ma le Chiese locali stesse piangono i loro defunti, spesso massacrati nei modi più crudeli.

È a questo scenario di vastità mondiale e di lunga durata, non all’attuale cronaca nera a sfondo sessuale, che voleva riferirsi padre Cantalamessa. Per questo non ha avuto torto il portavoce vaticano, padre Lombardi, nel rassicurare il mondo ebraico che non vi era alcuna intenzione di equiparare le campagne antisemite alle campagne contro la pedofilia. Come se si volesse mettere sullo stesso piano la persecuzione degli innocenti ebrei e la giustizia verso dei religiosi colpevoli non solo di un peccato contro i comandamenti di Dio ma anche contro la legge degli uomini. E ha avuto ragione, il padre Lombardi, anche nel rinviare al testo autentico, per constatare come il padre Cantalamessa non solo non avesse proceduto a cinici confronti, ma desiderasse, anzi, dire la sua gratitudine a un israelita amico e solidale.

Se lette in questo modo, le affermazioni «scandalose» del Predicatore Pontificio non sono più tali: anzi, meritano riflessione perché, mentre deprecano un passato di violenza, denunciano un presente e un possibile futuro segnati essi pure dalla violenza. Questo riconosciuto, non ha torto neppure il pacato rabbino del Jewish Committee nel deprecare «un uso sfortunato del linguaggio» da parte dell'autorevole cappuccino. Più che di «sfortuna » parleremmo, lo si diceva, di inopportunità: come ha ricordato il rabbino capo di Roma, il momento per rischiare equivoci su questi temi non è certo il venerdì santo, ricorrenza di una morte in croce a Gerusalemme. Il malinteso di cui è stato vittima il buon francescano padre Raniero ricorda quello che provocò la sollevazione dell'altro monoteismo, l'islamico. La citazione, fatta da Benedetto XVI nella sua Ratisbona, di una frase ingiuriosa verso Maometto scritta da un imperatore bizantino del XIII secolo, fu «lanciata» dalle consuete agenzie come se rispecchiasse il pensiero del Papa.
Al contrario: era stata fatta da papa Ratzinger per dissentirne. Altri, troppo numerosi, infortuni mediatici hanno coinvolto in questi anni la Gerarchia. Le cause? Innanzitutto, forse, l'eccesso di parole dette e scritte; poi, la minor qualità della «macchina» ecclesiale chiamata al controllo dei testi; infine, una certa ingenuità degli uomini di Chiesa. Abituati a discorsi complessi e articolati, non mettono in conto la necessità dei media di sintesi, spesso brutali se non deformanti, che facciano titolo. Educati, poi, alla lealtà, confidano in quella del «mondo» dove, invece, non pochi li attendono al varco per danneggiare quella Chiesa che considerano avversaria. Da qui una «modesta proposta per prevenire»: affiancare, cioè, ai severi corsi di aggiornamento biblico e teologico, anche l'incontro con qualche vecchio, scafato cronista che, ai troppo fiduciosi pastori, riveli trappole e agguati del media-system e gli onesti, ma furbi, trucchi per evitarli.

Vittorio Messori

04 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #8 il: Agosto 30, 2010, 04:46:23 »

LA VISITA A ROMA / 1

Gheddafi vuole l'Europa islamica? Proviamo a non stracciarci le vesti


Niente vesti stracciate, né invettive scandalizzate, né appelli a crociate per profezie alla Gheddafi. Nessuno come il cristiano deve rispettare l'imprevedibilità della storia. E, questo, sin dall'inizio: chi, all'apogeo dell'Impero romano, avrebbe preso sul serio l'annuncio che i fasti pagani avrebbero fatto posto all'adorazione di un oscuro predicatore ebraico, giustiziato con la pena infamante dei criminali senza cittadinanza? Trionfato, poi, il Cristianesimo, come credere a chi avesse annunciato che i luoghi stessi di Gesù, che le città convertite da Paolo, che le terre dei grandi Padri della Chiesa sarebbero stati sommersi da orde sbucate all'improvviso dalle profondità del deserto arabico e che avrebbero declassato il Cristo a semplice annunciatore di Muhammad, l'ultimo profeta?
La Provvidenza, nella prospettiva cristiana, ha percorsi spesso incomprensibili, le vie di Dio non sono le nostre. Dunque, non contrasta con la fede nel Vangelo nessuna possibilità storica: neppure quella annunciata da Gheddafi che ciò che resta di cristianità nell'Europa secolarizzata debba cedere alla fede che conquistò Gerusalemme, Costantinopoli, Alessandria, Toledo. Nessuno scandalo davanti alle esternazioni del raìs tripolino, almeno per chi crede in quel Nazareno che rifiutò di essere re, che impedì l'uso delle armi a sua difesa, che annunciò ai discepoli che sarebbero stati «piccolo gregge» e che avrebbero avuto la funzione di «sale» e di «lievito». Materie indispensabili, certo, ma solo in quantità ridotta. A ben pensarci, l'habitat naturale dei credenti in Colui che finì sulla croce non è la cristianità di massa, bensì la diaspora. Lo stesso Benedetto XVI sembra ipotizzare un futuro di comunità cristiane piccole e al contempo ferventi e creative: venga pure un destino minoritario, purché non marginale. Sale e lievito, ricordavamo. Dunque non fuori dalla storia, bensì nell'intimo stesso della pasta degli eventi umani per dare loro sapore e significato. Senza pretendere di imporsi, se non con la «debolezza» dell'annuncio pacifico e della persuasione fraterna.
Ma, per scendere dai cieli della teologia alla concretezza del presente: per quanto è dato scorgere, ci sono davvero le condizioni che potrebbero portare alla sostituzione dei campanili con i minareti? Lo storico sa bene che le conquiste islamiche dei primi secoli non possono aiutarci a ipotizzare un futuro: in Africa e in Medio Oriente, tra settimo e ottavo secolo, l'arrivo dei musulmani (scambiati spesso, tra l'altro, per cristiani eretici) fu facilitato dalle sette cristiane in lotta tra di loro e unite dall'odio contro Bisanzio e dalle comunità ebraiche perseguitate. Sempre la storia, poi, ci dice che l'Islam non riuscì mai a stabilizzarsi in Europa: ci vollero secoli, ma alla fine fu respinto dalla Spagna, dai Balcani, dalla Sicilia, da Malta. E nel cuore dell'Africa già cristiana, l'Egitto, secoli di lusinghe e di angherie non sono bastati a estirpare la fede nel Vangelo. Si dimentica inoltre troppo spesso che l'ostilità islamica per il cristianesimo è blanda rispetto all'autentico odio che contrappone le due tradizioni principali: il sunnita Gheddafi può predicare liberamente a Roma ma nessuno garantirebbe della sua vita se tentasse di pontificare nella Teheran sciita.
Per quanto conta, noi siamo tra coloro che pensano che la radicalizzazione attuale dell'Islam sia determinata non dalla sicurezza del trionfo ma dal timore - inconfessato, magari inconscio - dell'inquinamento, dell'assimilazione. Come dimostra in modo esemplare la parabola dell'Iran - spinto a stanare dal suo esilio un vecchio ayatollah che sembrava dimenticato e a cacciare lo scià perché «occidentale» - il mondo musulmano, in questo unito, è percorso dall'inquietudine che spinge al fanatismo. Non teme le nostre virtù, teme i nostri vizi. Non è preoccupato dalla nostra religione, ma dal nostro secolarismo. Se qualche discepolo del Corano immigrato tra noi giunge a uccidere la figlia perché veste, mangia, beve, amoreggia come le compagne di scuola, non c'è famiglia islamica in Occidente che non constati ansiosa quanto sia devastante per i figli la nostra way of life. L'Islam si regge sul legalismo, non può vivere senza il rispetto - da parte di tutti, ma proprio tutti - di una serie di norme: proprio ciò che è impossibile pretendere in una Europa, e in un'America, non solo libere ma sempre più «libertine». La nostra «società liquida» non sopporta ormai i precetti cristiani. Potrebbe accettare quelli coranici, ancor più rigorosi e imposti come legge garantita da lapidazioni, decapitazioni, impiccagioni?

VITTORIO MESSORI

30 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_agosto_30/20100830NAZ38_16_ace128c2-b400-11df-913c-00144f02aabe.shtml
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« Risposta #9 il: Luglio 26, 2011, 11:22:51 »

Riflessione (provocatoria) sul dilagare del «tu»

Ecco perché difendo la civiltà del «lei»

Prepotente e confidenziale il «tu» evita solo le coniugazioni insolite del «lei»

di  VITTORIO MESSORI

È da condividere, ovviamente, lo sfogo recente di Beppe Severgnini che — su Sette — dice il suo «fastidio per l’insopportabile dilagare del "tu" sempre e comunque». Per quanto conta, io pure tendo istintivamente a irrigidirmi se qualcuno con cui non ho confidenza mi interpella con il «tu»; e mai penserei di fare altrettanto con lui. Dunque, mi è stata dura essere giovane nel Sessantotto, in cui sembrava tornato il tempo di Achille Starace che aveva abolito il «lei». Quel gerarca in camicia nera imponeva il «voi», mentre i figli dei borghesi in eskimo, travestiti da proletari, ti sprangavano se non usavi il «tu».

Certo, nella mia allergia entrano pure i 17 anni di scuola statale della vecchia Torino, dove i professori ti davano del «lei» dalla quarta ginnasio, cioè dai 14 anni, e ti insegnavano che lasciarsi andare a familiarità intempestive era tra le impudicizie da lasciare agli immigrati. Che allora erano quelli che sbarcavano ogni mattina a Porta Nuova dal Treno del Sole. Credo però che, in questa resistenza, vi siano ragioni che vanno al di là del soggettivo. Sarà forse un caso se gli inglesi— il popolo cioè che meglio ha conservato il senso della Tradizione — hanno un thou ma lo riservano al Padreterno, e interpellano con lo you anche bambini, fratelli, amanti e pure cani, cavalli, gatti? E che dire del fatto che, sino a tempi recenti, anche da noi i figli davano del «voi» ai genitori e, spesso, le mogli ai mariti e viceversa?

Mio padre, militare per cinque anni nel Regio Esercito, ricordava che per gli ufficiali superiori, spesso aristocratici, era impensabile dare del «tu» persino all’ultima delle reclute. Naturalmente, chi è ancora impregnato di spirito sessantottardo replicherà che questo fa parte del classismo da abbattere per una società più giusta. E più «fraterna», aggiungeranno tanti cattolici, convinti che la fede abbia a che fare con l’uso e l’abuso della seconda persona singolare.

Ma a questi credenti — peraltro in buona fede—andrebbe osservato che la fraternità cui pensano è solo «orizzontale », come quella che si crea in un sindacato, in un partito, magari in una loggia. Nella prospettiva di fede, si è davvero «fratelli» solo guardando a una dimensione verticale: i legami stretti tra noi derivano dal fatto che scopriamo di avere, nei Cieli, lo stesso Padre. Solo riconoscendoci credenti, dunque «figli di Dio», possiamo scoprire la familiarità che ci accomuna e passare alla confidenza anche verbale. La quale è una scoperta e una conquista, non cosa scontata. Mi ha sempre impressionato un particolare, straordinario eppure troppo spesso trascurato, delle 18 apparizioni di Lourdes. La Signora non diede mai del «tu», ma sempre del «voi», all’analfabeta quattordicenne, alla miserabile figlia di un padre straccione, che aveva conosciuto anche la prigione. L’Apparsa parlava nel dialetto di quella piccola rachitica per fame e stenti, eppure Bernadette aveva difficoltà a capire le frasi, in quel «voi» che nessuno ovviamente aveva mai usato con lei. Meno che mai preti e vescovi, che a lungo la interpellarono con un «tu» sbrigativo. Che cos’è questo sbracarsi dei cattolici, se sembra che si tengano educate distanze persino in Paradiso?

Per contrasto, e per restare alla vecchia Francia, vale la pena di ricordare quell’assemblea demoniaca che fu la Convenzione giacobina che gestì il Grande Terrore. Tra gli innumerevoli decreti pubblicati a ritmo affannoso da quegli invasati per creare, a colpi di ghigliottina di massa, «l’uomo e la società nuovi», ce ne fu uno che abolì i titoli di Monsieur e Madame e li sostituì con quelli di Citoyen e Citoyenne, imponendo al contempo a tutti de se tutoyer, di darsi del «tu». Chi avesse osato restare al vous sarebbe caduto nella rete della «legge dei sospetti», uno dei decreti più infami della storia, che condannava a morte, senza diritto alla difesa, non solo chi contrastasse la Rivoluzione, ma anche chi non vi si impegnasse attivamente. L’esempio di Robespierre sarà poi seguito da Lenin e da Stalin: Siberia o plotone di esecuzione per chi usasse ancora «signore » e «signora» e non l’obbligatorio «compagno». Ed era forse ammissibile un Sie tra i Kamaraden del nazionalsocialismo?

Ogni totalitarismo impone la «fraternità» a colpi di «tu» obbligatorio. Dunque, non è questione solo di gusti o di galateo: l’impegno per salvare il «lei» (o, per chi preferisca, come al Sud, il «voi») è forse un piccolo ma significativo impegno per la libertà. Sarà anche per questo che, a Lourdes, la voce dal Cielo si rivolse alla misera ragazzina come a una damigella?

Vittorio Messori

26 luglio 2011 08:28© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/cronache/11_luglio_26/messori-ecco-perche-difendo-la-civilta_56f371e0-b747-11e0-bc88-662787a705c0.shtml?fr=box_primopiano
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« Risposta #10 il: Febbraio 12, 2013, 06:42:11 »

«Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte»

L'addio del Papa, i tre perché di un gesto umile

Perché ieri? Perché in una riunione di routine? Perché ritirarsi lì?


Ci sarà tutto il tempo per analisi, bilanci, previsioni. Oggi, ancora sconcertati, cercheremo solo di dare una possibile risposta a tre domande che ci sono subito sorte. Innanzitutto: perché, un simile annuncio, proprio in questo giorno di febbraio? Poi: perché in una riunione di cardinali annunciata come di routine? Infine: perché il luogo scelto per il ritiro da Papa emerito?


Riflettendoci, dopo la sorpresa quasi brutale tanto è stata imprevista (e per tutti, nella Gerarchia stessa), mi pare si possano azzardare delle possibili spiegazioni. L'11 febbraio, ricorrenza della prima apparizione della Vergine a Lourdes, è stata dichiarata dall'«amato e venerato predecessore», come sempre lo ha chiamato, Giornata mondiale del malato. Ha detto Ratzinger, nel latino della breve e sconvolgente dichiarazione: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Terenzio, e poi Seneca, Cicerone e tanti altri avevano ricordato mestamente: senectus ipsa est morbus, la vecchiaia stessa è una malattia.


Dunque, è infermo comunque chi, come lui, il prossimo 16 aprile compirà 86 anni. Ha aggiunto, infatti: «Il vigore del corpo e dell'animo negli ultimi mesi in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».
Quale giorno più adeguato, dunque, per prendere atto davanti al mondo della propria infirmitas di vegliardo di quello dedicato alla Madonna di Lourdes, protettrice dei malati? In fondo, anche in questo vi è un segno di solidarietà fraterna per tutti coloro che, per morbi o per anni, non possono più contare sulle proprie forze.


Ma perché (è la seconda domanda) dare l'annuncio, ex abrupto , proprio in un concistoro di cardinali per decidere la glorificazione dei martiri di Otranto, massacrati dalla furia dei turchi musulmani? Non crediamo che vi sia qui un qualche richiamo alla violenza di un certo islamismo, attuale ora come nel XV secolo della strage in Puglia. Crediamo, piuttosto, che in questi mesi Benedetto XVI abbia meditato sul primo e solo caso di abdicazione formale di un Pontefice nella storia della Chiesa, quello del 13 dicembre 1294, da parte di Celestino V. Vi erano stati, nei «secoli bui» dell'Alto Medioevo alcuni casi di rinuncia papale, ma in circostanze oscure e sotto la pressione di minacce e di violenze.
Ma solo Pietro da Morrone, l'eremita strappato a forza alla sua cella ed elevato al soglio pontificio, abdicò liberamente ed ufficialmente, adducendo anch'egli soprattutto l'età più che ottuagenaria e la debolezza che ne conseguiva.


Prima di compiere l'inedito passo, aveva consultato discretamente i maggiori canonisti che gli confermarono che la rinuncia era possibile, ma andava fatta «davanti ad alcuni cardinali». È proprio quanto ha deciso di fare Benedetto XVI, che non aveva che quel precedente cui rifarsi: precedente del resto, spiritualmente sicuro, in quanto il buon Pietro fu dichiarato santo dalla Chiesa e non meritava davvero l'accusa di viltade lanciatagli contro dal ghibellino Dante per sue ragioni politiche. Insomma, in mancanza di altre regole, papa Ratzinger, sempre rispettoso della tradizione, si è rifatto a quelle stabilite otto secoli fa dal confratello di cui voleva condividere il destino.
Probabilmente, non è casuale anche il fatto che l'imprevisto annuncio sia stato letto solo in latino, quasi per richiamarsi anche in questo a quel precedente lontano.

Ma, per venire alla terza domanda, per quale ragione, dopo un breve soggiorno a Castel Gandolfo (deserto, e dunque disponibile, durante la sede vacante) il già Benedetto XVI si ritirerà in quello che è stato un monastero di clausura, all'interno delle Mura Vaticane? Questo, almeno, il programma annunciato dal portavoce, padre Lombardi. Non sappiamo se quella sistemazione sarà definitiva ma, in ogni caso, neppure questa è una scelta casuale. Dicono le ultime parole dell'annuncio di ieri: «Anche in futuro vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio». Negli anni di pontificato ha ripetuto spesso: «Il cuore della Chiesa non è dove si progetta, si amministra, si governa, ma è dove si prega».

Dunque, il suo servizio alla Catholica non solo continua ma, nella prospettiva di fede, diventa ancor più rilevante: se non ha scelto un eremo lontano - magari nella sua Baviera o in quella Montecassino cui aveva pensato papa Wojtyla come estremo rifugio - è forse per testimoniare, anche con la vicinanza fisica alla tomba di Pietro, quanto voglia restare accanto a quella Chiesa cui vuole donarsi sino all'ultimo.
Né è casuale, ovviamente, l'aver privilegiato mura impregnate di preghiera come quelle di un monastero di clausura. Comunque, se la sistemazione in Vaticano sarà stabile, la discrezione proverbiale di Joseph Ratzinger assicura che non vi sarà alcuna interferenza col governo del successore. Siamo del tutto certi che rifiuterà pure il ruolo di un «consigliere» carico di anni ma anche di esperienza e di sapienza, pure se ci dovessero essere richieste esplicite del nuovo Papa regnante. Nella sua prospettiva di fede, il solo vero «consigliere» del Pontefice è quello Spirito Santo che, sotto le volte della Sistina, ha puntato su di lui il dito.

Ed è proprio in questa prospettiva religiosa che vi è, forse, risposta a un altro interrogativo: non era più «cristiano» seguire l'esempio del beato Wojtyla, cioè la resistenza eroica sino alla fine, piuttosto che quello del pur santo Celestino V? Grazie a Dio, molte sono le storie personali, molti i temperamenti, i destini, i carismi, i modi per interpretare e vivere il Vangelo. Grande, checché ne pensi chi non la conosce dall'interno, grande è la libertà cattolica. Molte volte, l'allora cardinale mi ripeté, nei colloqui che avemmo negli anni, che chi si preoccupa troppo della situazione difficile della Chiesa (e quando mai non lo è stata?) mostra di non avere capito che essa è di Cristo, è il corpo stesso di Cristo. A Lui, dunque, tocca dirigerla e, se necessario, salvarla. «Noi - mi diceva - siamo soltanto, parola di Vangelo, dei servi, per giunta inutili. Non prendiamoci troppo sul serio, siamo unicamente strumenti e, in più, spesso inefficaci.

Non arrovelliamoci, dunque, per le sorti della Chiesa: facciamo fino in fondo il nostro dovere, al resto deve pensare Lui».
C'è anche, forse soprattutto, questa umiltà, nella decisione di passare la mano: lo strumento sta per esaurirsi, il Padrone della messe (come ama chiamarlo, con termine evangelico) ha bisogno di nuovi operai, che vengano dunque, purché consapevoli essi pure di essere solo dei sottoposti. Quanto ai vecchi ormai estenuati, diano il lavoro più prezioso: l'offerta della sofferenza e l'impegno più efficace.
Quello della preghiera inesausta, attendendo la chiamata alla Casa definitiva.

Vittorio Messori

12 febbraio 2013 | 8:04© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/cronache/13_febbraio_12/papa-tre-perche-di-un-gesto-umile-messori_8d67ca18-74de-11e2-b332-8f62ddea2ca4.shtml
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« Risposta #11 il: Agosto 16, 2013, 09:24:42 »

L'immagine del Papa

Così vicino alla gente , così difficile da conoscere

La vera immagine di Papa Francesco

Vittorio Messori

Mentre scrivo, ho sul tavolo il penultimo numero di Time . La sua celebre copertina è interamente occupata da un'immagine di Jorge Bergoglio, sul cui profilo campeggia lo «strillo», per dirla in gergo: The people's Pope , il Papa della gente. Una «svolta epocale», naturalmente, «una novità storica», secondo il settimanale americano, cui si riconosce ovunque una inappellabile autorità. Leggendo l'articolo si ha il sospetto che - per guardare solo al recente passato - un Giovanni Paolo II fosse un cupo misantropo, chiuso nel suo palazzo, interdetto alla mitica «gente».

Peccato, per i giornalisti sempre in cerca di «svolte inedite», che una curiosa classifica abbia stabilito come, nel quarto di secolo del suo pontificato, papa Wojtyla sia stato il personaggio della storia - ma sì, della storia intera - che ha incontrato più persone, nel maggior numero di Paesi nel mondo. Non solo la sua vita ma anche la sua morte, con i funerali mai visti e, poi, con l'oceanica cerimonia di beatificazione, confermarono che attorno a lui non si erano assiepate semplici folle di curiosi. È del Pontefice polacco un altro record: mai un assembramento umano - neppure quello dell'altro giorno sulla spiaggia di Copacabana - mai ha raggiunto i cinque milioni di partecipanti, come avvenne nella messa alla Giornata della Gioventù a Manila. Ma chi ricorda le folle immense di Colonia, Sydney, Madrid sa bene che in quelle Giornate la «gente», in particolare quella giovane, non disdegnò certo di accorrere acclamante anche attorno a quel Benedetto XVI che molti media presentavano come un introverso teologo, un amico dei libri più che dei rapporti umani, un inquisitore e non un capo carismatico.

Continuando a fare, da Papa, ciò che ha sempre fatto e che per lui è «naturale» (per usare un termine che ha impiegato più volte anche con i giornalisti al ritorno da Rio) Francesco, e lo ha fatto capire chiaramente, è il primo ad essere stupito dell'enfasi data dai media a ogni suo gesto. Quanto a lui, per dirla alla romanesca, «ci è» e non «ci fa». Da qualche parte ho già ricordato che, in un talk show televisivo cui partecipavo, si parlò a lungo - traendone insegnamenti edificanti - delle grosse scarpe nere che il nuovo eletto continuava a portare, invece di leggeri ed eleganti mocassini. Suscitai forte irritazione quando mi permisi di ricordare quanto mi aveva rivelato poco prima un vescovo che ben lo conosceva. Bergoglio soffre da molto tempo di problemi alla schiena e proprio nell'intervista in aereo ha detto, con un sorriso agrodolce: «La cosa peggiore che mi è capitata, proprio all'inizio del pontificato, è stata un attacco di sciatica. Dolorosissima, da non augurare a nessuno!». In quel dibattito, dunque, mi permisi di dire (tra il fastidio generale) che quei vistosi scarponi erano in realtà calzature ortopediche, confezionate su misura da un artigiano di Buenos Aires. Precisazione fondata eppure sgradita, per tanti media.

Ma, buon conoscitore della storia della Chiesa come ogni gesuita (non si è accettati nella Compagnia se non dopo avere percorso e superato un lunghissimo cursus studiorum ), pensiamo che papa Francesco sorrida anche della «svolta epocale» che gli è attribuita per la sua decisione di stare il più possibile tra la gente. The people's Pope , per dirla con gli americani. L'isolamento dei Papi nei palazzi vaticani risale a Porta Pia, all'occupazione di quella loro città in cui erano così invisi alla «gente» che quella dei Pontefici non è soltanto la catena dinastica più lunga della storia, ma è anche quella in cui nessuno di quei singolari monarchi è mai morto in un attentato popolare. Per stare agli ultimi tempi prima della breccia di Cadorna, ogni sera Pio IX (alla pari dei suoi predecessori) amava fare, prima di cena, una passeggiata per il centro di Roma. Accompagnato solo dal segretario e talvolta da qualche prelato, senz'ombra di gendarmi, camminava, salutava, si informava dei prezzi, si intratteneva con chi voleva consegnargli una supplica, lanciava battute dialettali, con il suo fare cordiale ed arguto. Per dire il clima di quei giri quotidiani: un giorno vide un ragazzo che piangeva sotto un portone. Interrogatolo, seppe che, mandato dai genitori a comprare del vino, era inciampato, rompendo la bottiglia, e non osava più rientrare a casa. Si vide allora il Papa Re, il vicario di Cristo, il successore di Pietro, entrare dal vinattiere lì accanto, comprare un fiasco del miglior bianco dei Castelli e ordinare al segretario di pagare, non avendo con sé un borsellino, e consegnarlo di persona al giovanetto.
Il caso di Pio IX si iscrive in una lunghissima serie di Pontefici che mai hanno pensato di muoversi tra la loro gente in una carrozza blindata: il rifiuto della papamobile a prova di mitra e bombe è dunque il ritorno alla tradizione di sempre. Anche se, come lo stesso Francesco ha riconosciuto, con qualche rischio in più. Una novità vera è stata, piuttosto, la decisione di restare in albergo e di lasciar vuoto l'alloggio pontificio. Chi ne ha fatto esperienza, ha un ricordo un po' soffocante delle visite in quelle stanze papali del palazzo Vaticano, tra blocchi per il riconoscimento dell'identità, telefonate interne di conferma, guardie svizzere e gendarmeria, successioni di anticamere popolate da personaggi da film in costume. Possiamo ben capire il «problema psichiatrico» di Francesco per la reclusione in simili ambienti e la sua decisione di non lasciare la suite a Santa Marta. Ma, qui pure, egli sa bene come questo sia un retaggio dei tempi in cui la passeggiata serale per Roma, senza alcuna scorta, fu forzosamente interrotta e sostituita dalla chiusura in Vaticano, mentre la città attorno era occupata con le armi. Il Papa fu sempre il più accessibile dei sovrani fino a quando non fu costretto a barricarsi. Con la sua decisione imprevista, Bergoglio ha avuto il merito di mostrare che c'è una questione che occorre esaminare.

Ma il problema vero sta, forse, in un paradosso: assetato di «personaggi», quel media system internazionale che, sino a Paolo VI compreso, sembrò snobbare il papato come cosa anacronistica e opprimente, si è impadronito della figura del Pontefice argentino, rivestendolo di panni spesso non suoi. Una incursione su Internet mostra che si giunge sino all'invenzione pura e semplice di episodi di cui è protagonista e che vogliono mostrarlo ben diverso dai suoi predecessori. Da una parte «umiltà e candore» (parole testuali dalla copertina di Time ), dall'altra l'attaccamento a una tradizione trionfalista e insostenibile. Papa Francesco non fa che ripetere parole di stima, affetto, fedeltà intellettuale ai suoi predecessori, ma l'aneddotica su di lui, vera o spesso falsa, vigoreggia. Chi ne scapita è il suo insegnamento, ridotto troppo spesso (almeno nei titoli) a slogan da omelia sempliciona, a pillole di scontata saggezza da Bertoldo paesano. Il Bergoglio vero non è affatto così. Ma così vuole il personaggio che gli si è ormai costruito attorno e che, almeno sinora, sembra rendere in share televisivo e in tiratura di periodici.

31 luglio 2013 | 8:00
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Vittorio Messori

da - http://www.corriere.it/opinioni/13_luglio_31/cosi-vicino-alla-gente-cosi-vicino-da-riconoscere_4c85496e-f9a2-11e2-b6e7-d24d1d92eac2.shtml
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« Risposta #12 il: Aprile 28, 2014, 06:10:54 »

La cura in una fase di declino
Il Cattolicesimo, i fedeli in calo e la cura dell’entusiasmo

di Vittorio Messori

Anche stavolta - come già per Padre Pio o Escrivà de Balaguer, per non parlare del giubileo del Millennio - vada innanzitutto un pensiero riconoscente a Marcello Piacentini. Ma sì, proprio alla bestia nera degli architetti postfascisti, all’uomo accusato di ogni infamia perché capofila dell’edilizia del regime. Piacentini, in realtà, era e restò un alto grado della Massoneria; eppure fu a lui che Mussolini affidò i progetti più rilevanti, non ultimo lo «sventramento» da San Pietro al Tevere, per dare prospettiva e respiro alla prima basilica della Cristianità. Sotto il piccone rovinò, così, la vecchia «spina di Borgo» e nacque la via della Conciliazione: deprecarla con sdegno è da allora dovere ineludibile di ogni professionista che non voglia essere espulso dalla congregazione.

Eppure le riprese dall’alto, ieri, della liturgia per la doppia canonizzazione erano eloquenti: grazie a questo massone in orbace, la Chiesa può offrire spazio ai suoi fedeli nelle occasioni maggiori. E non solo per la creazione di una via rettilinea e ampia, ma anche per la trovata astuta di allargare la capienza dell’ellissi berniniana con la piazza Pio XII. Se ne è avuta, ieri, la riprova, con la folla straripante sino al fiume: non si sa come avrebbe potuto essere contenuta dal pur gigantesco spazio porticato. L’accorrere di una massa umana enorme era data per scontata in questa sorta di inedito raduno, tra Cielo e Terra, di quattro Pontefici tra i più popolari ed amati: due Papi vivi che canonizzavano due confratelli defunti e non di un’età remota, ma che essi stessi avevano ben conosciuto.

È davvero singolare: statistiche e sondaggi sono impietosi nel confermare il declino, a viste umane, della maggiore Chiesa della Cristianità che ha perso (e in Occidente continua a perdere) praticanti, clero, influenza sociale e pure prestigio, tra scandali sessuali e finanziari. Per stare al Papa gesuita che ha proceduto alle canonizzazioni, dalla morte di quel Giovanni XXIII che ieri ha elevato agli altari, la sua Compagnia ha perduto la metà dei membri. E l’emorragia continua, non compensata da «vocazioni» terzomondiali spesso dubbie e fragili. Ma c’è di peggio: sia Paolo VI che Giovanni Paolo II - proprio lui! - più volte si lagnarono, e duramente, per quanto i gesuiti dicevano e facevano dopo il Concilio, commissariarono la Compagnia e giunsero persino a meditare una seconda soppressione, dopo quella di fine Settecento, propter bonum Ecclesiae. Quanto al Papa emerito, al momento dell’ordinazione sacerdotale la sua Baviera era di esempio edificante alla cattolicità intera, per adesione totalitaria a quella Roma il cui solo nome, ora, provoca in molti tedeschi, bavaresi in primis, una violenta reazione allergica. Mezza piazza San Pietro, ieri, era occupata dai polacchi, le bandiere biancorosse sventolavano numerose, le diocesi avevano organizzato - era per loro una questione di onore - colonne di pullman e flotte di charter. Ma, dal suo Paradiso, il nuovo santo della Polonia semper fidelis, come la chiamavano, guarda di certo con amarezza alla amatissima patria, adeguatasi di gran corsa a edonismi, consumismi, agnosticismi dell’Occidente. Il Sudamerica di papa Francesco, il Continente cattolico per eccellenza, la speranza della Chiesa, sta passando a ritmi impressionanti a sette evangeliche giunte dagli Stati Uniti ricche di mezzi e di avversione verso quell’Anticristo che presiede alla nuova Babilonia: il Pontefice romano e la sua bottega, che chiamano Cattolica.


Eppure, ecco il paradosso: proprio questa Chiesa - di cui chi la vive dall’interno misura troppo spesso il grigiore, la mediocrità, le forze carenti - attira l’attenzione crescente del mondo intero, anche al di fuori dei tradizionali confini cristiani. Impressionante l’elenco dei collegamenti televisivi in diretta per la liturgia di ieri: moltissime, tra l’altro, le emittenti che avevano pagato l’oneroso pedaggio per i diritti non solo in Africa ma persino in quell’Asia che - Filippine e Corea del Sud a parte - è da sempre refrattaria se non ostile alla predicazione cristiana. Negli Stati Uniti, la cultura egemone che controlla i media che contano è ancora quella di un Protestantesimo duramente anti-papista, con forte influenza di un Ebraismo liberal, dunque di solito non ostile, disinteressato a un Cattolicesimo numericamente forte eppure, qui, pure, in declino di forze e di prestigio. Ma ecco che, poco più di sei mesi dopo l’elezione, il Papa con l’inedito nome di Francesco era già proclamato negli Usa «Uomo dell’anno», con doverosa copertina di Time. Non è un caso che - se sei un astuto Dan Brown e vuoi costruire a tavolino un best-seller di sicuro successo mondiale - devi ambientarlo tra Papi, cardinali, monaci, palazzi vaticani.

Forse, il paradosso trova, in parte almeno, un inizio di spiegazione proprio nella grande liturgia di ieri. Una truppa falcidiata e, in qualche regione del mondo, addirittura quasi sbandata, ha alla testa generali straordinari. Per usare una immagine non militaresca ma evangelica, l’albero non è poi così guasto, se continua a dare frutti che - oggettivamente, al di là di ogni apologetica clericale - hanno tali qualità da attrarre a sé l’attenzione, anzi l’ammirazione di tanti uomini nel mondo intero. Quale istituzione ha avuto al vertice persone di grande diversità per storia personale e temperamento e al contempo di grande omogeneità per vasta cultura e per coerenza della vita con il pensiero come (stiamo solo a questo dopoguerra) Pacelli, Roncalli, Montini, Luciani, Wojtyla, Ratzinger e, ora, Bergoglio?

Qualcuno, nella Chiesa stessa, ha mugugnato, giudicando eccessiva la serie di Pontefici recenti per i quali è iniziato o concluso il processo di beatificazione e di canonizzazione. Quasi che il papato volesse esaltare se stesso: è la critica che è stata rivolta soprattutto alla liturgia solenne di ieri. Ma il fatto - ratificato, del resto, dal giudizio del «mondo», anche se incredulo o non cristiano - il fatto è che quei Pontefici meritano davvero di essere presentati a ogni uomo di buona volontà come esempio di chi ha cercato di far vincere il bene sul male, di tenere a bada il peccato e di coltivare la virtù. A cominciare da se stessi. Chi - quale che sia la sua fede o la sua incredulità - chi non vorrebbe come amico, come confidente, come aiuto spirituale nelle durezze delle vita un Giovanni XXIII o un Giovanni Paolo II, da ieri santi? Ma anche, lo si dica, un Benedetto XVI o un Francesco? La Chiesa può sbandare ma Pietro mostra di essere fedele al nome che il Cristo stesso gli diede: una «pietra» salda, che sorregge la fede che in altri sembra spegnersi.

28 aprile 2014 | 08:11
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_aprile_28/cattolicesimo-fedeli-calo-cura-dell-entusiasmo-13a2c496-ce9a-11e3-b1ed-761dab5779b9.shtml
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« Risposta #13 il: Dicembre 26, 2014, 11:31:49 »

LE SCELTE DI FRANCESCO
I dubbi sulla svolta di papa Francesco
Bergoglio è imprevedibile per il cattolico medio.
Suscita un interesse vasto, ma quanto sincero?

Di Vittorio Messori

Credo sia onesto ammetterlo subito: abusando, forse, dello spazio concessomi, ciò che qui propongo, più che un articolo, è una riflessione personale. Anzi, una sorta di confessione che avrei volentieri rimandata, se non mi fosse stata richiesta. Ma sì, rimandata perché la mia (e non solo mia) valutazione di questo papato oscilla di continuo tra adesione e perplessità, è un giudizio mutevole a seconda dei momenti, delle occasioni, dei temi. Un Papa non imprevisto: per quanto vale, ero tra quelli che si attendevano un sudamericano e un uomo di pastorale, di esperienza quotidiana di governo, quasi a bilanciare un ammirevole professore, un teologo sin troppo raffinato per certi palati, quale l’amato Joseph Ratzinger. Un Papa non imprevisto, dunque, ma che subito, sin da quel primissimo «buonasera», si è rivelato imprevedibile, tanto da far ricredere via via anche qualche cardinale che era stato tra i suoi elettori.

Terribile è la responsabilità di chi oggi sia chiamato a rispondere alla domanda: «Come annunciare il Vangelo ai contemporanei? Come mostrare che il Cristo non è un fantasma sbiadito e remoto ma il volto umano di quel Dio creatore e salvatore che a tutti può e vuole dare senso per la vita e la morte?». Molte sono le risposte, spesso contrastanti.

Per quel poco che conta, dopo decenni di esperienza ecclesiale, io pure avrei le mie, di risposte. Avrei, dico: il condizionale è d’obbligo perché niente e nessuno mi assicura di avere intravisto la via adeguata. Non rischierei forse di essere come il cieco evangelico, quello che vuole guidare altri ciechi, finendo tutti nella fossa? Così, certe scelte pastorali del «vescovo di Roma», come preferisce chiamarsi, mi convincono; ma altre mi lascerebbero perplesso, mi sembrerebbero poco opportune, magari sospette di un populismo capace di ottenere un interesse tanto vasto quanto superficiale ed effimero. Avrei da osservare alcune cose a proposito di priorità e di contenuti, nella speranza di un apostolato più fecondo. Avrei, penserei: al condizionale, lo ripeto, come esige una prospettiva di fede dove chiunque anche laico (lo ricorda il Codice canonico) può esprimere il suo pensiero, purché pacato e motivato, sulle tattiche di evangelizzazione. Lasciando però all’uomo che è uscito vestito di bianco dal Conclave la strategia generale e, soprattutto, la custodia del «depositum fidei». In ogni caso, non dimenticando quanto Francesco stesso ha ricordato proprio nel duro discorso alla sua Curia: è facile, ha detto, criticare i preti, ma quanti pregano per loro? Volendo anche ricordare che egli, sulla Terra, è il «primo» tra i preti. E, dunque, chiedendo, a chi critica, quelle preghiere di cui il mondo ride ma che guidano, in segreto, il destino della Chiesa e del mondo intero.

24 dicembre 2014 | 08:29
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Da - http://www.corriere.it/cronache/14_dicembre_24/vittorio-messori-miei-ubbi-svolta-papa-francesco-bergoglio-6a824f1a-8b3d-11e4-9698-e98982c0cb34.shtml
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« Risposta #14 il: Dicembre 04, 2015, 06:54:48 »

Polemiche e ipocrisie

Natale e la debolezza dell’Europa che a quei valori non crede più
Rispetto per l’Islam? È falso.
Ma quel gesto racconta ciò che abbiamo perduto


Di Vittorio Messori

Forse scandalizzerò qualcuno confessando che non riesce, a me, di scandalizzarmi per le gesta politicamente corrette di un preside di provincia, di un signore commoventemente ligio al conformismo egemone. Quello dominato da una sorta di raptus maniacale: la vigilanza ossessiva per «non offendere» alcuno.

Per stare al nostro preside: nonostante le sue precisazioni, resta il fatto che far finta di niente a Natale, solennizzando invece a gennaio una neutrale «Festa dell’Inverno», gli sembra un contributo al rispetto per le altre culture e alla integrazione degli immigrati musulmani. C’è da annoiarsi: capisco la sorpresa dello sprovveduto professore per l’eco mediatica suscitata da una sortita di cui abbiamo visto e ogni giorno vediamo qualche esempio. Per un esempio tra tanti: quante maestre, di elementari se non di asilo, hanno distillato simili propositi edificanti in assemblee grondanti buonismo e li hanno resi pubblici? È ormai cosa da «breve», per dirla in gergo giornalistico, roba da pagine di cronaca dei quotidiani locali.

È tedioso dover spiegare per l’ennesima volta che l’effetto di simili iniziative non consiste nella gratitudine degli islamici, con aumento della stima per noi, tanto generosi. L’effetto sta, al contrario, nella conferma del loro disprezzo per gente pronta a nascondere le proprie tradizioni, anche religiose, per una piaggeria gratuita, per giunta non richiesta.

Chi mai tra noi — si dicono — chi mai rinuncerebbe al rispetto del digiuno anche per un unico giorno di Ramadan? E questi, invece, si affannano a nascondere pure la ricorrenza della nascita del loro Messia, che per giunta scambiano per il Figlio di Dio, per non dar fastidio a noi e ai nostri figli a scuola o all’asilo? Ma allora ha ragione l’imam quando, in moschea, ci dice che questa Europa che fu cristiana ormai è atea ed è pronta a passare la mano all’umma, la comunità di noi credenti veri.

Tengano innanzitutto presente, i presidi di provincia e, in genere, i portatori di generosi sentimenti, che ogni musulmano — quale che sia la sua miseria economica o la sua posizione sociale, anche infima — guarda il cristiano dall’alto in basso, certo della sua superiorità in ciò che conta: la conoscenza e l’adorazione dell’unico, vero Creatore dell’universo. Maometto muore esattamente sei secoli dopo la morte di Gesù. Questi è degno di ogni onore, il suo nome sia in benedizione, ma solo perché, come penultimo profeta, è venuto ad annunciarci l’arrivo dell’ultimo, definitivo profeta, colui al quale l’arcangelo di Allah ha dettato, parola per parola, la Rivelazione piena. Nella discendenza di Abramo vi è una scala ascendente: la Torah degli ebrei, il Vangelo dei cristiani e — infine — il Corano degli islamici. I quali, dunque, stanno al vertice e guardano con compassione noi, credenti in Cristo, noi attardati, noi fermi a un anacronistico gradino inferiore.

Anche per questo lo scambiare per rispetto il nascondimento della nostra identità religiosa, è visto come una conferma della vergogna che proviamo nell’essere fermi a un Dio dimezzato, senza conoscere Allah. Per chi, come per questi popoli, ciò che innanzitutto conta è la dimensione religiosa, il vero sottosviluppo è il nostro, la nostra ricchezza economica non vale nulla a confronto della loro ricchezza di possessori della verità definitiva. Nessun islamico consapevole accetterà un dialogo alla pari con i cristiani, per lui inutile (che cosa ha ancora da sapere, nel Corano essendoci tutto?) ed anche umiliante, essendo quelli fermi a Gesù, dunque a un livello ben inferiore per coloro che ascoltano la testimonianza di Muhammad.

C’è, ripeto, un sospetto di noia nel dovere ricordare — magari a persone di cultura come gli insegnanti — realtà elementari che dovrebbero essere ben note. In ogni caso, sia chiaro: per quella che Vico chiamava «l’eterogenesi dei fini» (le buone intenzioni che, messe in pratica, producono effetti rovesciati rispetto alle attese) il rinunciare alle nostre prospettive e alle nostre tradizioni non porta alla pace. Può portare, invece, alla guerra: non solo a quella del risorto Califfato, ma anche a quella di altre parti dello sconfinato mondo islamico. Mondo sempre più convinto che — nella nostra incuranza religiosa — vi sia la conferma che siamo pronti alla resa, maturi per l’islamizzazione, con le buone o con le cattive. E, in questo, va pur detto, non avrebbero del tutto torto.

In effetti, quale Natale come nascita di Cristo può difendere un Occidente — europeo e nordamericano — che ha da tempo provveduto a cancellarne il nome? Da anni è scorretto, inaccettabile, un Merry Christmas, sostituito dunque da un Season’s greetings. E che cosa ha a che fare il bambino di Betlemme con il vecchio, obeso Babbo Natale della Coca Cola? Che c’entra colui che ripeté «beati i poveri» con il trionfo commerciale della fine di dicembre? Che dire (i siti su Internet ne sono pieni) del malizioso abbigliamento intimo proposto alle donne per un sesso tutto speciale per festeggiare la notte in cui, dicevano una volta, il Messia venne alla luce?

In fondo, siamo giusti: perché prendersela troppo con il rappresentante di una scuola dove insegnanti e allievi — alla pari dei loro compagni dell’intero Occidente — in gran parte hanno gettato alle spalle il senso e il messaggio di questa Nascita? In nome di quali «valori» dovremmo schierarci a difesa, noi, cittadini di una Europa che ha rifiutato di riconoscere che le sue radici stanno — non solo, certo, ma in gran parte — in quei venti secoli di storia trascorsi dal parto di Maria nel villaggio di Giudea?

C’è, in vicende come questa, molto déjà vu. Ma non manca di certo pure l’ipocrisia.

2 dicembre 2015 (modifica il 2 dicembre 2015 | 10:32)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_dicembre_02/natale-debolezza-dell-europa-a7a2d494-9877-11e5-b53f-7d962950-98cf-11e5-85fc-901829b3a7ed.shtml
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