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Autore Topic: GIACOMO GALEAZZI.  (Letto 7279 volte)
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« il: Febbraio 25, 2008, 10:55:40 »

25/2/2008 (7:20) - RETROSCENA

"L'omelia non è uno show"

Giro di vite vaticano sulla Messa: "prediche" brevi, sacralità, niente stravaganze

GIACOMO GALEAZZI
CITTÀ DEL VATICANO


Stop agli abusi liturgici. «La messa non è uno spettacolo, ma sacrificio, dono e mistero. Benedetto XVI chiede di celebrare l’eucarestia con dignità e decoro», afferma l’arcivescovo Albert Malcom Ranjith, segretario della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, stretto collaboratore di Joseph Ratzinger. E’ in preparazione un giro di vite del Vaticano contro le «stravaganze» nella messa e per rivedere alcune recenti pratiche come la comunione nelle mani. In arrivo, dunque, ci sono importanti correzioni: genuflessione davanti al Santissimo, omelie che non superino i dieci minuti e si attengano al Vangelo del giorno, l’ostia non più data in mano ma in bocca ai fedeli inginocchiati invece che in piedi, divieto di formule e riti non fedeli al magistero ufficiale inventate da sacerdoti che si pongono troppo al centro dell’attenzione. Quindi, nelle chiese, si annuncia il ritorno agli inginocchiatoi per «assumere gesti e atteggiamenti del corpo e dello spirito che facilitano il raccoglimento, l’umile accettazione della nostra povertà davanti all’infinita grandezza e santità di Cristo».

La Santa Sede vuole che la messa «venga celebrata come dovrebbe». La preoccupazione del Vaticano riguarda il mancato rispetto dell’eucarestia, «presenza reale e corporale di Cristo nell’assemblea dei fedeli», e il numero sempre più elevato di abusi liturgici. «Alcuni sacerdoti, con stravaganze inspiegabili, abusano della liturgia come se fosse di loro proprietà e non della Chiesa - spiega il segretario del dicastero vaticano per il Culto divino -. Basta con gli abusi e le interpretazioni personali, i sacerdoti devono seguire la liturgia ufficiale della Chiesa». Tra i problemi, le prediche troppo lunghe e non intonate alle letture del giorno. «L’omelia non deve superare gli 8-10 minuti - precisa Ranjith -. E’ necessario che il celebrante studi approfonditamente il Vangelo del giorno e si attenga sempre ad esso, senza svolazzi o inutili giri di parole».

In discussione anche la comunione nelle mani. «E’ una pratica che va rivista con urgenza tornando a dare la particola ai fedeli direttamente in bocca, senza che essi la tocchino, ribadendo in questo modo che nell’eucarestia c’è realmente Gesù e che tutti lo devono accogliere con devozione e amore - precisa l’arcivescovo -.Serve una catechesi perché molti neanche si rendono conto di chi ricevono nella comunione, cioè Cristo, e così prendono l’ostia con scarsa concentrazione e scarsissimo rispetto».

E’ arrivato il momento di «valutare bene», «rivedere» e «abbandonare» la prassi di ricevere l’ostia consacrata sulla mano e non sulla lingua. Tale prassi è stata «introdotta abusivamente e in fretta in alcuni ambienti della Chiesa subito dopo il Concilio» divenendo poi «regolare in tutta la Chiesa». Ciò «contribuisce ad un graduale e crescente indebolimento dell’atteggiamento di reverenza verso le sacre specie eucaristiche», evidente in particolare fra i bambini e gli adolescenti. Inoltre la possibilità di ricevere l’ostia sulla mano, denuncia Ranjith, è all’origine di «gravi abusi». C’è «chi porta via le sacre specie per tenerle come souvenir», «chi le vende» e addirittura «chi le porta via per profanarle in riti satanici».

Per «recuperare il senso del sacro», inoltre, è opportuno tornare a genuflettersi nel momento in cui ci si comunica per «rispetto verso il dono e il mistero dell’eucarestia». La genuflessione al momento della Comunione, quindi, come «un atto di umiltà e di riconoscimento

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« Risposta #1 il: Dicembre 01, 2008, 03:12:59 »

1/12/2008 (7:34) - RETROSCENA

Testamento biologico

Ecco il sì della Chiesa

Il disegno di legge porta la firma di Buttiglione

GIACOMO GALEAZZI

ROMA

In Europa il testamento biologico è riconosciuto in Danimarca, Germania, Olanda, Francia, Spagna, Belgio. In Gran Bretagna esiste una consolidata giurisprudenza. Danimarca Si può chiedere di non essere tenuti in vita artificialmente. Germania Con il Patientenverfugung si esprime la propria volontà. Francia Viene garantito il rifiuto all'accanimento terapeutico, espresso anticipatamente. Olanda Le dichiarazioni di volontà possono essere scritte a partire dai 16 anni. Tra i 12 e i 16 si ammette la richiesta a condizione che i genitori siano d'accordo. Spagna Si può designare un rappresentante che deciderà con i medici. Belgio E’ consentito indicare quali cure si vogliono accettare o meno.

Il testamento biologico come punto di equilibrio tra il principio costituzionale dell’autodeterminazione e quello della difesa della vita. Il disegno di legge concepito per uscire dall’impasse del «caso Eluana» è composto da 25 articoli e verrà presentato a Montecitorio nei prossimi giorni. Si propone di compattare i cattolici di maggioranza e d’opposizione e di convincere della propria ragionevolezza le componenti laiche dei due schieramenti. Il primo firmatario è Rocco Buttiglione, vicepresidente Udc della Camera e membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, che in questo modo prosegue anche sul terreno dei temi eticamente sensibili l’offensiva lanciata a Loreto dal suo partito.

Il testo, redatto in collaborazione con teologi e bioeticisti, è stato visionato nei Sacri Palazzi e valutato «non in contrasto» con il Magistero. In particolare, appare in grado di superare la finora irrisolta spaccatura tra laici e credenti sulla questione dell’alimentazione e dell’idratazione parenterali. Se la proposta verrà approvata in Parlamento, in Italia si potrà rifiutare per iscritto l’intervento chirurgico con cui viene inserita la cannula che fornisce cibo e acqua. Una volta impiantata non potrà essere più interrotto il sostegno vitale ad eccezione di infezioni in corso. Il primo articolo del ddl «tutela la vita umana fino alla morte naturale», riconosce «la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della società», ma garantisce anche «la partecipazione del paziente a identificare le cure mediche per sé più appropriate» e promuove «la diffusione delle cure palliative garantendone l’accesso». In pratica, ogni cittadino sarà autorizzato a scrivere un documento con le indicazioni anticipate di trattamento.

Quando, poi, verrà ricoverato, queste dichiarazioni dovranno essere registrate dal medico al quale spetta il compito di certificare che tali indicazioni preventive non contrastano con la legge e con la sua etica professionale. Il testamento biologico non può prevedere la richiesta di eutanasia («anche attraverso condotte omissive») ed è vietata «ogni forma di assistenza o di aiuto al suicidio». Il documento, però, può contenere il rifiuto di cure sproporzionate, troppo invasive rispetto alle prospettive di recupero e di successo della terapia. Inoltre (e questa era una delle parti più «sotto osservazione» in Vaticano, soprattutto alla Congregazione per la Dottrina della Fede e alla Cei) il disegno di legge stabilisce che se nell’attuare il trattamento contro il dolore e nell’accompagnare al «fine vita» il paziente, il medico provoca o accelera il decesso non commette omicidio ma ha fatto il suo dovere.

Si potrà rifiutare, appunto, l’inserimento con atto chirurgico della cannula per essere idratati e alimentati, ma una volta messa non potrà essere tolta salvo infezioni. Quindi, Piergiorgio Welby avrebbe potuto rifiutare i macchinari che lo tenevano in vita. Il paziente, nell’indicare le cure, potrà indicare un fiduciario e dargli le istruzioni in caso non potesse più decidere in proprio. Però, il rifiuto di una terapia salvavita è un «atto personalissimo che non può in nessun caso essere delegato». Il passaggio che ha richiesto maggiore cautela è quello ispirato dal caso Eluana. «Sono trattamenti terapeutici gli atti chirurgici diretti a rendere possibile l’uso di ausili tecnici per svolgere le funzioni tipiche della vita - recita l’articolo 4 -. Non costituisce terapia ma assistenza e cura della persona l’uso di tali ausili e in particolare di quelli che consentono l’alimentazione e l’idratazione». Stop all’accanimento terapeutico: «Il medico deve astenersi da terapie non proporzionate e non efficaci rispetto alle condizioni cliniche del paziente e agli obiettivi di cura». No a «una sopravvivenza più gravosa in condizioni di morte prevista come imminente, anche se così si accelera il decesso del paziente».

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« Ultima modifica: Dicembre 03, 2008, 12:02:42 da Admin » Loggato
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« Risposta #2 il: Dicembre 03, 2008, 12:03:29 »

Borsa, il Vaticano cede alla tentazione

La speculazione rilancia i «Santi affari»

Utili record grazie alle attività finanziarie e al gioco sulle valute estere.


• da La Stampa del 25 luglio 2006, pag. 15


di Giacomo Galeazzi

«Santi affari»: solo le speculazioni tengono in attivo il bilancio d'Oltretevere. Il Vaticano gioca in Borsa con le valute estere e gli utili volano in alto, facendo raggiungere al bilancio complessivo della Santa Sede il miglior risultato da otto anni a questa parte: 9,7 milioni di euro di attivo, cioè 3,1 milioni di euro in più rispetto al 2004, quando l'attivo era di 6,6 milioni. Attività finanziarie a gonfie vele, dunque. «Il settore finanziario nel 2005 si è chiuso con un avanzo di 43,3 milioni contro 6,1 del 2004», spiega il cardinale Sergio Sebastiani, presidente della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede: «Questo risultato straordinario è stato reso possibile da una migliore congiuntura dei mercati finanziari dei cambi». Solo grazie alle fluttuazioni delle monete il Vaticano ha infatti guadagnato 21,7 milioni di euro. Positivo anche il risultato di cedole e dividendi (19,1 milioni di curo, in leggera flessione rispetto al 2004, quando erano stati rastrellati 19,6 milioni) e degli interessi attivi, mentre quelli passivi passano da un valore di 8,3 milioni del 2004 agli 8 milioni del 2005. Ed è positivo anche il bilancio del «settore immobiliare» che ha consentito ai Vaticano di mettere in cassa 22,2 milioni di euro.

 

  Il «vuoto» dello Ior

 Nel resoconto delle attività economico-finanziarie del Vaticano manca del tutto il capitolo Ior: il bilancio della Banca vaticana (che ha un patrimonio da 5 miliardi di euro) non è mai stato reso pubblico e ciò costituisce un'anomalia rispetto alla prassi degli altri istituti di credito che sono tenuti a comunicare i loro bilanci. Male, invece, «Radio Vaticana» e «Osservatore Romano». Conti in rosso, infatti, per il settore «comunicazioni» della Santa Sede, dovuti soprattutto al «buco» di 23,5 milioni di euro dell’emittente radiofonica pontificia (per metà già coperto dal Governatorato) e del quotidiano d'Oltretevere (4,6 milioni di euro). Tanto che per la radio del Papa si annuncia una significativa riduzione del personale che, annuncia Sebastiani, nei prossimi dieci anni passerà da 395 a 335 dipendenti. «Nessun licenziamento o prepensionamento», precisa padre Federico Lombardi, neo-direttore della Sala Stampa vaticana nonché direttore generale di Radio Vaticana e del Centro Televisivo Vaticano. Semplicemente non verrà sostituito il personale che andrà in pensione, anche «grazie alla buona gestione delle nuove tecnologie».

 

 Si tratta di un programma dai tempi piuttosto lunghi per cui non è detto che, visti i costanti, negativi risultati economici, non si rifaccia avanti l'Opus Dei di cui da anni viene ipotizzato un ruolo di primo piano nell'emittente pontificia, con il possibile mandato di rimettere in sesto i conti e di far fruttare meglio le potenzialità della radio. Come del resto stanno fruttando sia il Centro Televisivo Vaticano (650 mila euro di utile, contro i 235 mila del 2004), che vende a tutte le televisioni del mondo le immagini del Papa, sia la Libreria Editrice Vaticana (Lev), che chiude il suo bilancio con un attivo di 934 mila euro grazie soprattutto alla recente modifica della normativa che ha affidato alla Lev la proprietà e la tutela dei diritti d'autore sulle parole e sui testi del Papa (e dei suoi predecessori degli ultimi 60 anni) e sui documenti ufficiali della Santa Sede. E positivo è anche il bilancio della Tipografia Vaticana, che ha chiuso il 2005 con un avanzo di 653 mila euro.

 

  La Curia

 Certo è che lievitano in modo significativo, come documenta l'agenzia d'informazione religiosa Adista, le spese della Curia. Le «attività istituzionali» (Segreteria di Stato, Congregazioni, Pontifici consigli, Sinodi dei vescovi, Accademie e Commmissioni pontificie) segnano un disavanzo complessivo di 36,9 milioni di euro, in aumento rispetto al 2004 quando le perdite ammontavano a 23,2 milioni di euro. In questo capitolo di spesa le entrate, secondo il bilancio consuntivo consolidato, arrivano per lo più dalle diocesi di tutto il mondo, che sono tenute a sostenere le attività della Santa Sede: dalle Chiese locali sono arrivati nelle casse della Città del Vaticano 73,9 milioni di euro, 600 mila in più rispetto al 2004. Ma che non sono bastati a coprire tutte le spese per le attività della Curia, per le rappresentanze pontificie, per le manutenzioni e riparazioni, per i funerali di papa Wojtyla e per il Conclave (solo queste ultime due voci sono costate 7 milioni di euro).

 

 Crescono sensibilmente i proventi dell'Obolo di San Pietro, cioè le offerte dirette per il Papa raccolte da istituti di vita consacrata, Fondazioni e singoli fedeli soprattutto in occasione della Solennità di San Pietro e Paolo: hanno raggiunto 59,4 milioni di dollari, con un incremento del 14,95% rispetto all’anno precedente. I donatori più generosi sono stati gli statunitensi, che hanno elargito al Papa 20 milioni di dollari, cioè oltre il 40% di tutte le offerte. Al di fuori del bilancio della Santa Sede vi sono anche i conti di alcune fondazioni nate per sostenere la Chiesa. Tra le più importanti vi è la ”Centesimus annus”, che riunisce centinaia di imprenditori cattolici. Funziona come un fondo di investimento, i proventi sono devoluti al Papa.
 
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« Risposta #3 il: Marzo 10, 2009, 09:46:46 »

9/3/2009 - La Santa Sede attacca sui principi ma tiene aperti i canali diplomatici con la Casa Bianca 
 
Vaticano contro Obama sulle staminali
 
 
«L'embrione va difeso, Obama è mosso da interessi economici e politici.

La tutela dell'embrione è vera democrazia», punta l'indice la Chiesa
 
 
GIACOMO GALEAZZI
 
«L’embrione va difeso, Obama è mosso da interessi economici e politici. La tutela dell’embrione è vera democrazia». Il Vaticano attacca duramente il neopresidente statunitense per la svolta sulle staminali embrionali.

«E’ una triste vittoria della politica sulla scienza e l’etica», protesta il cardinale Justin Rigali a nome dell’episcopato Usa condannando «una decisione moralmente sbagliata perché incoraggia la distruzione di vite umane innocenti e tratta esseri umani vulnerabili come prodotti da coltivare». Uno schiaffo «a milioni di americani che si oppongono alla ricerca che richiede l’uso della vita umana». La Chiesa accusa Obama per «aver ignorato che ci sono a disposizione e in attesa di un maggior sostegno modalità solidamente etiche per l’avanzamento della scienza sulle cellule staminali e per i trattamenti etici».

In Curia rincara la dose il vescovo Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita: «La scelta è di enorme gravità, motivata solo dall’utilizzazione politica e da interessi economici. Tutte le assemblee più solenni del mondo considerano l’embrione umano come soggetto da non utilizzare a scopo di ricerca. Dalla Casa Bianca ci si aspettava ben altro». Una delusione confermata dal direttore dell’Osservatore Romano, Gian Maria Vian che per l’insediamento di Obama pubblicò un’impegnativa equiparazione con Lincoln e il suo appello agli «angeli migliori della nostra natura» e «il sogno profetico di Martin Luther King».

A precisare la ferma opposizione della Santa Sede è uno dei più autorevoli teorici del fronte «pro life», Adriano Pessina, direttore del Centro di bioetica dell’Università Cattolica, il cui editoriale sul quotidiano vaticano, per un «disguido tecnico», è stato anticipato ieri alle agenzie di stampa un giorno prima della pubblicazione. «Tutte le fasi dell’esistenza umana, quindi anche l’embrione, devono essere riconosciute secondo la dignità dovuta alla persona umana- spiega il professor Pessina- È questo il fondamento di una reale democrazia. Ogni uomo è unico e insostituibile perché già nel suo semplice esistere è un chi. Questa soggettività, espressa dalla nozione di persona umana, è la condizione perché si dia la persona come agente morale o la persona come soggetto psichico». Su questo «si fonda una reale democrazia, capace di riconoscere l’uguaglianza di tutti gli uomini e d’impedire ogni ingiusta discriminazione basata sul loro sviluppo o sulla loro condizione di salute».

Mentre difende la sacralità della vita, il Vaticano, attraverso i canali diplomatici, si prodiga per mantenere aperto il dialogo con l’amministrazione Usa. «La Santa Sede non ha motivo di creare tensione con Obama perciò cerca di mantenere il proprio dissenso nell’ambito dei principi, senza intaccare le relazioni con la Casa Bianca- puntualizzano in Segreteria di Stato-. E’ importante che proseguano i contatti, la collaborazione e i buoni rapporti». Ferma restando la raccomandazione, espicitata dall’Osservatore, «affinché non vengano esclusi dal patto di cittadinanza i bambini concepiti ma ancora non nati e i vincoli d’affetto della nazione raggiungano anche loro».
 
 
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« Risposta #4 il: Gennaio 17, 2010, 10:28:07 »

17/1/2010 (7:17)  - DOMANI L'ATTENTATORE SARA' LIBERATO

"Wojtyla accusò l'Urss di aver armato Agca"

Scena dell'attentato a Giovanni Paolo II
   
Silvestrini: il Pontefice minacciava il blocco sovietico

GIACOMO GALEAZZI
CITTA’ DEL VATICANO


Cardinale Achille Silvestrini (ministro degli Esteri vaticano all’epoca dell’attentato), in quale clima Ali Agca sparò a Wojtyla?
«Gli occhi del mondo erano puntati su Giovanni Paolo II per la novità di Solidarnosc, un’esperienza completamente nuova ad Est, nata dopo il viaggio papale in Polonia nel 1979. Karol Wojtyla era considerato il padre, il promotore di questa manifestazione sociale, sindacale, quindi il blocco sovietico lo percepiva come un nemico, una grave minaccia. Il 13 maggio 1981 il mondo rimase con il fiato sospeso per quegli spari a San Pietro, la corsa in ambulanza al Gemelli, l’intervento d’urgenza di Crucitti. Nella notte ci diedero la certezza che l’operazione era riuscita e che il Papa si sarebbe salvato. Ero lì quando arrivò in ospedale il presidente Pertini. Volle rimanere fino alla fine.

Se Ali Agca fosse riuscito a uccidere Wojtyla, tutto il vantaggio sarebbe andato all’Urss e ai regimi comunisti dell’Est. Se Wojtyla moriva, la situazione che si era messa in moto in Polonia sarebbe terminata in breve tempo, tanto più che due settimane dopo l’attentato scomparve il primate polacco Wyszynski. Si sarebbe fermato il movimento avviato con la visita del ‘79 e la nascita di Solidarnosc favorita da Wojtyla. Mentre la preparavamo, capivamo che la visita costituiva un confronto diretto con i sovietici che avevano in mano la Polonia. Andò tutto come Wojtyla sperava, intanto si diffuse la consapevolezza del suo ruolo fondamentale nel quadro della Guerra fredda».

Eravate consapevoli del rischio?
«Sapevamo che il viaggio in Polonia era l’inizio di un percorso ma allora era impossibile pensare che in dieci anni sarebbe crollato il Muro di Berlino. I tempi di quel percorso erano un punto interrogativo. Dopo l’attentato in piazza San Pietro, il Papa maturò il netto convincimento che l’origine di quel gesto fosse da ricercare a Est. Avevamo l’idea che il mandante fosse nel blocco sovietico e che Agca fosse un sicario preso e indirizzato contro il Papa. L’attentato suscitò una grande partecipazione di popolo, la gente era molto coinvolta nell’evento».

Agca resta un mistero?
«All’inizio non sapevamo nulla di Agca, due anni dopo il Papa gli fece visita in carcere. Fu un gesto importante, Agca aveva probabilmente espresso il desiderio di incontrarlo e Wojtyla disse sì. Ora Agca ha saldato il suo conto con la giustizia, ha scontato la sua pena ed esce dal carcere. Davanti a una questione di natura giudiziaria la Santa Sede si è sempre rimessa alle decisioni dei tribunali coinvolti nella vicenda. Nessun accanimento per una pena pesante».

Che impressione le fa saperlo libero?
«Agca esce dal carcere in un mondo totalmente mutato, in un contesto del tutto diverso da quello della Guerra fredda. E’ come il riflesso di un mondo passato. La nostra impressione fu che Agca più di tanto non sapesse, che fosse l’esecutore di un gioco più vasto orchestrato molto sopra di lui. Ci siamo subito chiesti chi lo mandava, cosa c’era dietro, quale fosse l’istigazione. Adesso che torna libero, non credo che ci sia da sperare che dica qualcosa. Credo che Agca non dirà più niente. Già durante i processi ha detto tutto e il contrario di tutto dimostrandosi completamente inattendibile. Non a caso i giornalisti che arrivarono da ogni parte del mondo se ne andarono presto perché fu evidente che da lui non sarebbe uscito nulla di concreto».

Cosa ne pensava?
«Giovanni Paolo II ha avuto subito la percezione di essere vivo per miracolo e che una mano lo avesse protetto. Sentiva che era la Madonna ad averlo salvato dalle pallottole di Agca. Una convinzione immediata, sempre ripetuta nel corso degli anni e accompagnata dal moto di perdono verso l’attentatore. Un sentimento che venne da sé, spontaneo. I giorni della convalescenza furono lunghi con i successivi ricoveri per un’infezione e le sofferenze fisiche provocate dalle conseguenze dell’attentato. Ma sentiva che il mondo era con lui. Subito dopo l’attentato, nel clima della Guerra fredda, si alzarono una seri di voci fuorvianti, collegamenti con altre vicende come il caso Orlandi. Avevamo chiaro che si trattava di congetture e che c’era chi aveva interesse ad alimentare strumentalmente la confusione».

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« Ultima modifica: Febbraio 05, 2010, 12:20:59 da Admin » Loggato
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« Risposta #5 il: Gennaio 25, 2010, 11:03:57 »

25/1/2010 - Prove di accaparramento dei consensi del popolo di Dio

Caccia al catto-elettore
   
Edoardo Caprino su FareFuturo avverte:"Inutile inseguire i voti di Dio"

GIACOMO GALEAZZI


 Quando si avvicinano le elezioni la corsa verso i "sacri palazzi" vede un suo aumento a dir poco esponenziale. È notizia di dominio pubblico l'attività frenetica di incontri che ha visto in questi giorni al centro il Cardinale Camillo Ruini, già vicario per la Diocesi di Roma e presidente della Conferenza episcopale italiana, con Berlusconi, Letta e Casini. Ruini non ha mai fatto velo negli anni della sua presidenza Cei di mantenere costanti e fitti rapporti con la politica italiana, con interlocutori - più o meno privilegiati - sia a destra, al centro e a sinistra. Ecumenico.  Forte di un'autorevolezza acquisita sul campo - la gestione della fase finale della Dc, gli anni di Mani Pulite, la discesa in campo di Berlusconi con la contestuale nascita di Alleanza nazionale e Forza Italia da una parte, la formazione dell'Ulivo e di Prodi dall'altra - Ruini è riuscito a guidare la Cei attraverso le diverse secche della politica nostrana. In più di un momento, non ha evitato di esporsi in prima persona, come nel caso del referendum sulla legge 40, mettendo in campo il suo prestigio e il suo carisma. Anche se non ricopre incarichi di primo livello in quanto ufficialmente pensionato, Ruini ha mantenuto la rete capillare di rapporti con la politica italiana da lui coltivati negli anni di presidenza Cei. Il suo successore alla guida della Conferenza episcopale italiana - cardinale Angelo Bagnasco - ha imposto una presidenza meno legata alla politica italiana (anche se non mancano i richiami, i moniti e le valutazioni sui fatti di più stringente attualità nei discorsi di introduzione e di chiusura dei lavori dell'assemblea Cei) in quanto i rapporti con Oltretevere vengono gestiti direttamente dalla segreteria di Stato, guidata dal salesiano Tarcisio Bertone. Un ritorno al passato, come avveniva nella fase pre Ruini. Ora più che mai la Chiesa rientra in campo in occasione delle elezioni regionali nel Lazio con il confronto tra Renata Polverini da un lato ed Emma Bonino dall'altro. L'Osservatore Romano ha più volte riconosciuto il valore di entrambe le avversarie, la loro storia personale, il loro impegno nella società. Dalle notizie che filtrano degli incontri avvenuti tra Ruini da una parte e il premier Berlusconi e Gianni Letta dall'altra, la Chiesa vede con grande preoccupazione la candidatura di Emma Bonino la cui storia personale allarma notevolmente (questa opinione è avvalorata dalle recenti valutazioni pubblicate su Avvenire e da Il Foglio con l'attacco virulento alla leader radicale da parte dell'ateo devoto Giuliano Ferrara). Vi è da augurarsi che la campagna elettorale nel Lazio - come in qualsiasi  altra regione - si mantenga almeno sui minimi livelli di civiltà, senza attacchi personali o colpi bassi. Quello che appare evidente è che spesso si ha una visione del mondo cattolico da anni Cinquanta. Infatti, il popolo di Dio italiano non risponde ai ranghi come un compatto esercito di yes men. Questa è una verità assodata, piaccia o non piaccia. Con onestà si deve riconoscere che aborto e divorzio vi sono in Italia anche perché alcuni fedeli cattolici votarono contro i dettami di Santa Romana Chiesa. Ancora prima della disfatta della Dc il voto cattolico si spalmava sui diversi partiti di centro, destra e sinistra. Le associazioni cattoliche - salvo rari casi - sono incapaci di dettare indicazioni politiche evidenti (vivaddio in quanto sono associazioni ecclesiastiche e non realtà politiche) e raccolgono al proprio interno un vero universo mondo. Pensare di andare a conquistare l'elettorato cattolico mettendosi in prima fila nelle cerimonie in Vaticano o in Vicariato o andando a colloquio con alte personalità ecclesiastiche è pia illusione. Questa immagine può valere nell'Urbe eterna, ma perde d'importanza fuori dai suoi confini in particolare nelle grandi città. L'elettore cattolico non è popolo bue e non si spaventa con i babau. È una persona che deve vedere nella politica la personalità che non solo difende i valori in cui crede, ma cerca di portare un effettivo beneficio, un autentico servizio di carità verso il prossimo. La politica è laica per definizione. E quando la Chiesa ha cercato di imporre alcune operazioni - vedi l'Operazione Sturzo del 1952 per il Comune di Roma - ha trovato autentici cattolici con la schiena dritta che sono stati capaci di dirle di no (De Gasperi docet). Dall'altra parte - per non continuare con vecchi cliché - si eviti di dire che i cattolici senza cervello voteranno in un modo e quelli adulti ed emancipati in un altro (quello che un po' Emma Bonino e i suoi sostenitori stanno dicendo in queste giornate). Basta, veramente. I cattolici - come tutti gli elettori - si conquistano sulla base della storia personale, dei valori trasmessi, delle proposte che si vogliono concretizzare. Non occorrono caricature o pellegrinaggi per lucrare una benedizione.

da lastampa.it
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« Risposta #6 il: Aprile 10, 2010, 09:04:11 »

10/4/2010 (7:54)  - LO SCANDALO PEDOFILIA

Nei palazzi vaticani l'incubo della talpa
   
GIACOMO GALEAZZI
CITTA' DEL VATICANO

L’incubo nei Sacri Palazzi si è materializzato ieri mattina sotto le spoglie miti e ben conosciute Oltretevere di Victor Simpson, capo della redazione romana dell’agenzia americana «Associated Press». Un foglio in mano e una sola richiesta al portavoce vaticano padre Federico Lombardi e cioè se sia di Joseph Ratzinger la firma apposta alla lettera che entro poche ore dilagherà sui mass media mondiali. Ricevuta risposta affermativa ma nessun commento ufficiale, il peggiore dei timori della Santa Sede si è realizzato e con esso l’amara impressione che tra gli ecclesiastici rimossi da Ratzinger qualcuno abbia deciso di fargliela pagare passando le carte ai mass media. Da lì inizia una frenetica corsa contro il tempo per neutralizzare l’effetto devastante della rivelazione. «Con accanimento continuano i tentativi di coinvolgere Joseph Ratzinger nello scandalo della pedofilia», reagiscono in Curia. E assicurano che l’allora prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede consigliò prudenza (in tutti i sensi, non tanto verso il sacerdote quanto per i bambini) al vescovo di Oakland, monsignor John Cummins, che prospettava la necessità che un sacerdote sospettato di essere pedofilo venisse ridotto allo stato laicale. Nella missiva del 1985, Ratzinger consigliava «di avere la massima cura paterna» non tanto per il prete «quanto per le vittime e per i bambini che mai più avrebbe dovuto poter avvicinare». Il cardinale Ratzinger definiva gli argomenti a favore della riduzione del sacerdote allo stato laicale di «grande significato», ma suggeriva prudenza al vescovo sottolineando di considerare «il bene della Chiesa universale» e il «danno che concedere la dispensa può provocare nella comunità dei credenti in Cristo, in particolare vista la giovane età» del religioso, poi ridotto allo stato laicale nel 1987, cioè solo due anni dopo la lettera. Quella invocata dal futuro Pontefice risulta dunque, secondo la Santa Sede, «nulla più che un normale invito alla prudenza per vedere chiaro nelle cose prospettate dalla diocesi».

Fermo restando che il sacerdote non veniva riammesso al lavoro pastorale, tema che comunque non era all’epoca di competenza della Congregazione della Dottrina della Fede, che divenne competente su questi casi nel 2001. I tempi intercorsi si spiegano con la lentezza delle comunicazioni in quell’epoca. E non va confusa la rimozione di un sacerdote dall’incarico (all’epoca di competenza del vescovo locale) con la riduzione allo stato laicale che deve essere autorizzata dalla Santa Sede. Il portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi «non crede necessario rispondere a ogni singolo documento preso fuori dal contesto a proposito di singole situazioni legali» ma afferma che «non è strano che ci siano singoli documenti che hanno la firma del cardinale Ratzinger». Ma la lettera di Ratzinger non è l’unico caso a rimbalzare da oltre oceano ed è l’intero impianto difensivo della Santa Sede a vacillare sotto colpi tremendi. Il «New York Times» svela che il prelato che negli Anni Novanta istruì e avviò il processo canonico contro il prete accusato di aver molestato sessualmente 200 bambini sordomuti in Wisconsin, ha ammesso che gli fu ordinato di fermare il processo nel 1998, dopo una richiesta del Vaticano. E dal Canada il quotidiano «The globe and mail» lancia nuove accuse, riportando che la Santa Sede coprì padre Bernard Prince (incriminato per aver compiuto abusi sessuali tra il 1964 e il 1983) e che divenne, durante la sua permanenza a Roma, amico di papa Wojtyla. Ma non poi di Ratzinger che l’anno scorso decise la riduzione allo stato laicale di Prince, arrestato nel frattempo. A mettere sul banco degli imputati la Santa Sede, in questo caso, è una lettera scritta da monsignor Joseph Windle, vescovo di Pemroke, la diocesi di Prince. Nella missiva, inviata nel febbraio 1993 al nunzio apostolico in Canada, Carlo Curis, si fanno chiari riferimenti alla necessità di insabbiare la storia perché lo scoppio dello scandalo avrebbe potuto «avere conseguenze disastrose non solo per la Chiesa canadese ma anche per tutta la Santa Sede».

Dall’Europa, intanto, la Chiesa scende in campo con una serie di iniziative sulla linea della «tolleranza zero» varata dalla Santa Sede: in Germania il vescovo di Erfurt ha annunciato di aver denunciato alla magistratura ordinaria un sacerdote che aveva ammesso abusi. E anche il clero italiano prepara il contrattacco: il vescovo di Bolzano segnalerà alla magistratura una serie di casi in attesa di vedere se tra questi ce ne sia qualcuno non caduto in prescrizione e quindi da perseguire. «Ora tutta la Chiesa deve stringersi attorno al Papa, altrimenti saremo tutti travolti».

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« Risposta #7 il: Aprile 20, 2010, 11:12:43 »

20/4/2010

Comunione a Berlusconi,imbarazzo in Cei

GIACOMO GALEAZZI

Il fatto che il  presidente del Consiglio abbia potuto accedere al sacramento della comunione nel corso dei funerali di Raimondo Vinello svoltisi a  Milano, provoca imbarazzo nella Cei.
Fonti ufficiali preferiscono non pronunciarsi per evitare alla Chiesa nuove polemiche, tuttavia si fa  presente che quando personalità di questo tipo si mettono in fila per l’eucaristia è difficile per il prete dire di no.

Sarebbe opportuno, spiegano, una maggiore discrezione da parte di personalità così  note.

Anche alla diocesi di Milano ripetono: «il prete se l’è  trovato davanti, era in difficoltà». Ma in ogni modo anche dal  capoluogo lombardo cercano di non alimentare le polemiche. «Troveremo poi il modo di spiegare ai fedeli quello che è accaduto», dicono e  raccontano di un Berlusconi che più volte ha cercato di prendere la comunione.

D’altro canto se in effetti il tema della comunione ai divorziati risposati è al centro di un dibattito che va avanti da  tempo nella Chiesa, la posizione del premier è particolare. È  infatti divorziato e poi risposato civilmente, ma anche il secondo matrimonio - che formalmente non conta per la Chiesa in quanto civile - è oggi in crisi.

In ogni caso la dottrina e il magistero su questo punto non sono comunque cambiati: e anzi Benedetto XVI ne ha ribadito tutta intera la sostanza nel recente documento, «Sacramentum caritatis», cioè nell’esortazione apostolica post- sinodale. Il che significa che il magistero non solo è stato confermato  dal Papa ma discusso dal sinodo generale dei vescovi di tutto il mondo, il primo che si tenne sotto il pontificato di Ratzinger.

Nel  testo di Benedetto XVI si legge: «Se l’Eucaristia esprime l’irreversibilità dell’amore di Dio in Cristo per la sua Chiesa, si  comprende perchè essa implichi, in relazione al sacramento del Matrimonio, quella indissolubilità alla quale ogni vero amore non  può che anelare».Quindi  il Papa proseguiva così: «I pastori, per amore della verità, sono obbligati a discernere bene le diverse situazioni, per aiutare spiritualmente nei modi adeguati i fedeli coinvolti.

Il Sinodo dei vescovi ha confermato la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere ai sacramenti i  divorziati risposati, perchè il loro stato e la loro condizione di vita oggettivamente contraddicono quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell’eucaristia». «I divorziati risposati, tuttavia, nonostante la loro situazione - si legge ancora - continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la  partecipazione alla santa messa, pur senza ricevere la comunione, l’ascolto della Parola di Dio, l’adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un  sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità  vissuta, le opere di penitenza, l’impegno educativo verso i figli».

L’insegnamento della Chiesa è stato poi ribadito al Congresso  mondiale eucaristico tenutosi in Canada nel 2008.

da lastampa.it 
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« Risposta #8 il: Ottobre 19, 2011, 05:08:30 »

19/10/2011

"Bagnasco ci chiama"

VATICANISTA DE LA STAMPA

Giacomo GALEAZZI

''Un partito che si candida a governare un passaggio tanto drammatico e difficile della storia non puo' commettere l'errore di sottovalutare l'apporto che la Chiesa puo' dare per 'crescere nella crisi', con valori diversi da quelli di un benessere meramente economico e finanziario che non potra' essere riprodotto nella stessa misura nei prossimi anni e, comunque, rispettosi del primato e della dignita' di 'tutti gli uomini e tutto l'uomo'''.

Ad affermarlo in riferimento al Pd e' Pierluigi Castagnetti, ex segretario del Ppi e cofondatore del Partito Democratico, in un intervento sul quotidiano Eurtopa' centrato su una riflessione sul convegno dei movimenti cattolici di Todi. ''Governare la crisi e governare nella crisi comporta infatti l'esigenza di definire modelli di vita piu' sobri e piu' animati da valenze immateriali e finalita' esistenziali -sottolinea Castagnetti- diverse da quelle trasmesse e assorbite negli anni del berlusconismo dilagante. In questo senso la crisi, che pur non era auspicabile per tante evidenti ragioni, puo' trasformarsi in una opportunita' per la trasformazione di stili di vita destinati a consumarsi, in un altro modo di vivere, alimentato anche da un rapporto virtuoso tra le fedi religiose e la politica. Per quanto riguarda il convegno ''svolto il Forum si e' disvelato anche il mistero, esageratamente alimentato, del reale obiettivo dell'iniziativa.

Nel senso -scrive Castagnetti- che e' stato confermato quanto gia' detto dal cardinale Bagnasco e cioe' che non si sarebbe dato vita a nessun nuovo partito ma piu' semplicemente, e non meno impegnativamente, ad uno organismo situato nel prepolitico. Personalmente penso che il contributo piu' significativo al convegno umbro sia venuto proprio dall'intervento di apertura del presidente della Conferenza episcopale italiana, sul quale vale la pena intrattenersi, perche' definisce in termini piu' precisi il senso del rapporto che la Chiesa intende avere con la politica e soprattutto delle motivazioni che dovrebbero sostenere l'impegno politico dei laici credenti''. ''Se per nessuno e' possibile l'assenteismo sociale, per i cristiani -osserva Castagnetti- e' un peccato di omissione'', un peccato, cioe' una colpa da portare in confessionale.

Ricordo ancora un editoriale di Giuseppe Lazzati su Vita e Pensiero del 1983 dove, documenti del Concilio alla mano, chiedeva conto ai sacerdoti del loro atteggiamento in confessionale per questo peccato di omissione che normalmente viene rimosso. Peccato perche', continua Bagnasco citando la Caritas in veritate di Benedetto XVI, e' 'dall'Eucarestia che deriva il senso profondo della presenza sociale della Chiesa'''. ''Era ora ed e' giusto -afferma Castagnetti-, che la Chiesa assuma nuovamente il compito di educare soprattutto le nuove generazione di credenti, al rapporto fede-politica, dopo che da anni in molte parrocchie e' stato vietato parlare di politica, 'per non dividersi'''. Sul richiamo all'eucaristia, Castagnetti sottolinea come ''per i credenti l'Eucaristia e' il segno dell'ineludibile rapporto fra Dio e la storia''. ''E' ora ed e' bene che, a questo punto, il Pd rinunci alla tentazione di una sin troppo facile utilizzazione di tali posizioni anche se e' inevitabile rilevare che esse contribuiscono a rendere ancora piu' drammatico l'isolamento e la solitudine del bunker governativo.

Per il Pd, piuttosto, si pone l'opportunita' di riflettere sino in fondo anche su questo nuovo intervento del cardinale Bagnasco (...) Nell'intervento del presule genovese, infatti, si fa riferimento all'esigenza di rinunciare alla tentazione di ''spigolare'' fra il messaggio della Chiesa, scegliendo i temi relativi all'etica sociale a scapito di quelli relativi all'etica della vita, come se potessero essere separati e non fossero gli uni la conseguenza degli altri. E, non di meno, il Pd deve fare i conti con la necessita' di superare, nella relazione con la Chiesa, un'attenzione troppo rapsodica ed opportunistica, sottovalutando il contributo che essa puo' offrire alla societa' italiana alle prese con un cambiamento culturale, antropologico e politico probabilmente epocale.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=242&ID_articolo=5094&ID_sezione=524
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« Risposta #9 il: Ottobre 24, 2011, 05:08:50 »

23/10/2011

La diplomazia secondo Ratzinger “meno calcoli più fede”

Il servizio di relazioni tra Stati e Istituzioni è uno strumento di cui si serve la Santa Sede come governo centrale della chiesa cattolica, per lo svolgimento della sua missione

Giacomo Galeazzi
Citta' del Vaticano

Il pensiero di Benedetto XVI sulla diplomazia estera. Per la prima volta in un secolo e mezzo ai vertici del Vaticano ci sono un Pontefice e un segretario di Stato che non provengono dal servizio diplomatico della Santa Sede. Lo stesso cardinale Bertone, nel momento del suo insediamento alla terza loggia del Palazzo Apostolico, si definì «un segretario di Chiesa più che di Stato». In realtà la geopolitica di Benedetto XVI ha tratti specifici che hanno consentito di spostare in avanti il fronte del dialogo laddove la situazione era ferma da tempo, come nel confronto ecumenico con la Chiesa ortodossa russa.

Nell’udienza al nuovo ambasciatore dei Paesi Bassi presso la Santa Sede, Joseph Weterings, Benedetto ha tracciato il quadro della sua diplomazia: né calcoli o interessi, la forza della Chiesa sta nella fede in Cristo. La voce più autorevole in difesa dei cristiani è sempre quella del Papa, seppure molte di queste minoranze (è il caso dei copti egiziani) non siano in piena comunione con Roma. Sono 179 i paesi nel mondo ad avere relazioni diplomatiche con il Vaticano. Manca ancora all’appello la Cina popolare: è il più grande tra i paesi che non hanno rapporti diplomatici con la Santa Sede. Quindi sedici stati, perlopiù asiatici, in buona parte a maggioranza islamica. In nove di questi paesi non è presente nessun inviato vaticano (Afghanistan, Arabia Saudita, Bhutan, Cina popolare, Corea del Nord, Maldive, Oman, Tuvalu e Vietnam). Mentre sono in carica dei delegati apostolici (rappresentanti pontifici presso le comunità cattoliche locali ma non presso i governi) in altri sette paesi: tre africani (Comore, Mauritania e Somalia) e quattro asiatici (Brunei, Laos, Malaysia, Myanmar). Con alcuni di questi paesi comunque la Santa Sede ha già dei contatti. Con il Vietnam sono iniziate formalmente le trattative per arrivare a pieni rapporti diplomatici.

La diplomazia è l’arte della speranza. E i diplomatici vaticani sanno che questa speranza ha un nome, perché è diplomazia di sacerdoti. Del resto La diplomazia della Santa Sede è nata dalla storia, cioè la Santa Sede fin dall’origine ha goduto di una personalità giuridica internazionale. Quindi, può svolgere anche tutte quelle attività che sono tipiche dei soggetti di diritto internazionale, che sono fondamentalmente gli Stati. C’è anche la possibilità di inviare degli ambasciatori e di ricevere degli ambasciatori. Il servizio diplomatico è uno strumento di cui si serve la Santa Sede come governo centrale della Chiesa cattolica, per lo svolgimento della sua missione. Il Vaticano cerca di entrare nelle situazioni di difficoltà o di crisi nel mondo: situazioni di inquietudine e di preoccupazione per tutta la comunità internazionale.

E’ forte in Benedetto XVI la preoccupazione per la difesa e la promozione della dignità umana, una dignità fondata sulla dimensione trascendente delle persone, altro aspetto sul quale la Santa Sede ha una visione integrale dell’uomo, che non è ridotto ad una sola dimensione, solo alla dimensione fisica, alla dimensione materiale, alla dimensione economica, ma è visto, invece, nella sua integralità. E su questa integralità la Santa Sede insiste. Quindi, il tema della difesa della dignità dell’uomo, della difesa dei suoi diritti, a cominciare dal diritto della vita, del momento del concepimento fino alla morte naturale, ed alla difesa della sua libertà. L’altro aspetto è quello dell’educazione alla pace, la pace intesa come tutta quella serie di condizioni che permettono all’uomo di svilupparsi come uomo e come figlio di Dio e di creare intorno a sé dei rapporti sereni e fruttuosi con gli altri. L’autorevolezza della Chiesa in ambito internazionale poggia, secondo Joseph Ratzinger, su una base: la forza disarmata dei princìpi che scaturiscono dalla sua fede in Cristo. Quindi, libera dai calcoli legati alla conquista del consenso elettorale o dalle sudditanze che il denaro crea nelle relazioni fra Stati poveri e Stati ricchi. L’influenza che la Santa Sede esercita nel mondo vola più alto, sulle ali del messaggio del Vangelo e dei valori cristiani, calati dovunque nel vissuto dell’umanità, specie di quella più debole.

La Chiesa ha vissuto e vive così la sua missione, anche se qualcuno per debolezza ogni tanto la tradisce. «Con vigore e la consueta trasparenza», evidenzia Radio Vaticana, il Papa sceglie di impostare il suo discorso al nuovo ambasciatore olandese accreditato in Vaticano partendo da una constatazione spesso sottolineata in queste circostanze. “La Santa Sede non è una potenza economica o militare”. E il suo contributo alla diplomazia internazionale è costituito in gran parte nell’articolazione di quei principi etici che dovrebbero sostenere l’ordine sociale e politico e nel richiamare l’attenzione sulla necessità di intervenire per rimediare alle violazioni di tali principi. Di qui, il dialogo diplomatico che impegna la Santa Sede viene condotto né in modo confessionale né per ragioni pragmatiche, ma sulla base dei principi universalmente applicabili, reali tanto quanto lo sono gli elementi fisici dell’ambiente naturale. Quella della Chiesa, e in particolare della Santa Sede è la voce forte di chi non può farsi udire perché indifeso, povero, ammalato, anziano, in minoranza o perché semplicemente non è ancora nato.

La Chiesa cerca sempre di promuovere la giustizia naturale come è suo diritto e dovere di fare. Quindi, con schiettezza, precisa il Pontefice: «Pur riconoscendo con umiltà che i suoi stessi membri non sono sempre all'altezza degli elevati standard morali che essa propone, la Chiesa non può far altro che continuare a esortare tutte le persone, inclusi i suoi stessi membri, a cercare di fare tutto ciò che è in accordo con la giustizia e la retta ragione e a opporsi a ciò che è loro contrario». A giudizio di Benedetto XVI la diplomazia è l’arte della speranza, come dire che basta un tenue segno, un tenue accenno e si possono tessere delle trame importanti per l’uomo. Arte della speranza significa che c’è la possibilità di risolvere in maniera pacifica le difficoltà e i conflitti che ci sono. Ci sono stati numerosi esempi, tante situazioni, che hanno dimostrato come si sono realizzati gli sforzi della diplomazia. Non sempre i risultati sono all’altezza delle aspettative, ma la speranza aiuta la diplomazia pontificia ad andare avanti anche quando non si vedono immediatamente dei risultati. La Santa Sede lavora anche sui tempi lunghi. La diplomazia della Santa Sede è una diplomazia di sacerdoti, sorretti dalla grazia divina.

Ogni inizio d’anno il Papa si rivolge agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede. E’ il momento dell’anno in cui si rende evidente il ruolo della chiesa cattolica nello scenario «geopolitico» mondiale. Attualmente ci sono paesi in cui i cristiani divengono martiri. Benedetto XVI raccoglie il loro grido d’aiuto.

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/diplomazia-diplomacy-diplomacia-vatican-vaticano-pope-papa-el-papa-9265//pag/1/
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« Risposta #10 il: Febbraio 25, 2012, 04:38:50 »

24/2/2012

Quanto vale l'Ici alla Chiesa

Giacomo GALEAZZI

VATICANISTA DE LA STAMPA

Sul reale valore dell'Ici della Chiesa il balletto di cifre va avanti da anni. In pratica, da quando nel 2006 il governo Prodi con un decreto ha confermato l'esenzione (prevista da una legge del 1992 per tutti gli enti no profit a determinate condizioni) del pagamento dell'Ici per gli immobili della Chiesa, che «non abbiano esclusivamente natura commerciale». In tempi recenti si è parlato di cifre che vanno dai 500-700 milioni stimati dall'Anci ai 2,2 miliardi stimati dall'Ares, l'Associazione ricerca e sviluppo sociale. Con il presidente dell'Anci, Graziano Delrio, che ha già proposto un censimento degli immobili, in particolare per individuare quelli adibiti a uso commerciale. Secondo stime non ufficiali dell' Agenzia delle Entrate, si tratterebbe di un potenziale introito di due miliardi di euro all'anno. Tra i più critici verso l'esenzione Ici di cui la Chiesa gode assieme ad altri soggetti, ci sono i Radicali. Il segretario Mario Staderini, promotore di una campagna volta a svelare il «trucco» di alberghi e strutture in uso alla chiesa che non pagherebbero il dovuto, cita a sua volta stime dell'Associazione comuni italiani, secondo cui nel 2005 il mancato introito per queste esenzioni ammontava a più di 400 milioni di euro, cifra che oggi sfiora i 700 milioni alla luce della rivalutazione degli estimi. Di certo c'è solo che si tratta di migliaia di immobili distribuiti in tutta Italia, con decine di proprietà «ecclesiastiche» diverse, dalle parrocchie alle diocesi, dai singoli ordini religiosi agli immobili del Vaticano, dalle confraternite alle congregazioni. E migliaia sono le attività socio-assistenziali che la Chiesa svolte in forma gratuita, ma altrettante rientrano sotto la categoria commerciale, come le cliniche o gli alberghi, con il dubbio di come identificare le scuole. Secondo stime realizzate sul web si parla di circa 100 mila immobili, di cui novemila sono scuole, 26 mila strutture ecclesiastiche e quasi cinquemila strutture sanitarie. Da questa «galassia» nasce il balletto delle cifre su quanto varrà la «fine» dell'esenzione dell'Ici alla Chiesa: nessun certezza, quindi, anche se nelle casse pubbliche non dovrebbero entrare «miliardi» di euro. Forse anche meno di 100 milioni, visto che il rapporto finale del Gruppo di lavoro sull'erosione fiscale (guidato dal sottosegretario all'Economia Vieri Ceriani, che l'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti aveva voluto per censire le varie voci che in vari modi riducono il gettito fiscale) ha individuato quella cifra per quanto riguarda gli immobili di tutti gli enti no-profit, non solo quelli ecclesiali. Posizione, questa, espressa a inizio 2012 da Avvenire che ha ricordato come l'esenzione dell'Ici per la Chiesa sia un «investimento» considerate le attività sociali svolte.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=242&ID_articolo=5534&ID_sezione=524
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« Risposta #11 il: Febbraio 26, 2012, 06:22:17 »

26/2/2012

"Campanello d'allarme"

VATICANISTA DE LA STAMPA

Giacomo GALEAZZI

"Se il governo tecnico parla il linguaggio dei numeri, come può volere la chiusura delle scuole paritarie che fanno risparmiare allo Stato 6 miliardi di euro all’anno?». Da sempre Maurizio Lupi, vicepresidente Pdl della Camera e storico esponente del movimento ecclesiale Comunione e Liberazione, si occupa principalmente di istruzione e formazione dei giovani, quindi il «day after» dell’Imu sugli immobili della Chiesa è per lui un ininterrotto «filo diretto» con decine di responsabili di istituti a rischio-fallimento.
Chi rischia la chiusura?
«Innanzi tutto gli asili nido parrocchiali dove gli operai mandano i loro figli e che non possono ovviamente aumentare di 200 euro le rette, poi le scuole degli ordini religiosi e delle cooperative di genitori che di Imu su vecchi edifici di vasta metratura dovrebbero pagare cifre insostenibili. E’ assurdo farli rientrare tra le attività commerciali. Non si può tassare perfino la solidarietà e la sussidiarietà. Non c’entrano nulla i privilegi della Chiesa, così si nega la funzione pubblica svolta da privati senza scopo di lucro. Il governo chiarisca. Altrimenti mette in pericolo un servizio pubblico, cioè rivolto a tutti».
Qual è la vostra richiesta?
«Non serve una circolare attuativa. L’esecutivo deve specificare subito l’emendamento per esentare dall’Imu gli istituti che svolgono una funzione pubblica. La loro chiusura graverebbe lo Stato e gli enti locali di costi insostenibili per garantire servizi vitali. E’ una questione di civiltà e di diritti. Lo studente di una scuola paritaria costa 3 mila euro, quello di una statale il doppio. A meno che non si segua una logica punitiva verso la Chiesa, è inammissibile condannare strutture che fanno risparmiare miliardi allo Stato».
Sospetta una volontà punitiva verso la Chiesa?
«I campanelli d’allarme ci sono: dal 5 per mille all’agenzia per il volontariato.
Uno dei tanti asili nido gestito dalle comunità religiose

E’ miope e controproducente tassare le che non rispetta i contenuti di verità» scuole pubbliche non statali. Penalizzare le realtà educative colpisce la comunità «La Chiesa ha dato la propria disponibilie quindi lo Stato. E produce danni anche tà, ma questo intervento sulla tassazione economici in un paese in cui già manca contrasta nettamente con la necessità una reale ed effettiva parità scolastica. da parte delle istituzioni di sostenere e Non facciamo guerre di religione, affron- valorizzare la libertà educativa attravertiamo le questioni nel merito per trovare so il principio di sussidiarietà nella scuouna soluzione. Per questo i capigruppo la. Si preclude ai genitori la possibilità di del Pdl hanno chiesto al governo di far scegliere liberamente il miglior percorso chiarezza. E bisogna dirlo una volta per educativo per i figli. La politica in questi tutte: non si può usare sempre l’Europa ultimi mesi ha fatto dei passi in avanti. Il per risolvere scontri ideologici e politici cambio di governo ha testimoniato l’imche non si riescono a vincere in Italia. So- portanza del bene pubblico che viene priprattutto se è un’Europa di burocrati ma degli interessi individuali. Chiarire sull’Imu è nell’interesse del governo».

Crede che il governo chiarirà?
«Non farlo contraddirebbe il clima positivo che c’è nel Paese. E’ stata superata una troppo accentuata contrapposizione tra schieramenti e oggi l’obiettivo non è più annientare il nemico. Al governo che sosteniamo ricordiamo che per un paese senza materie prime come l’Italia la formazione è il bene più prezioso. E che fu un esecutivo di centrosinistra nel 2000 a riconoscere che il servizio pubblico è svolto da più soggetti e non solo dalla Stato. Non è una questione solo di numeri e costi, è in discussione un principio fondamentale per la comunità nazionale: la libertà di educazione. Non è un’emergenza solo per i cattolici. A pagare saranno i più disagiati».

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=242&ID_articolo=5538&ID_sezione=524
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« Risposta #12 il: Agosto 16, 2012, 06:49:46 »

Cronache

13/06/2012 -

Scandali sessuali e corruzione

La guerra dentro la diocesi

Lotta senza esclusione di colpi tra l’ex vescovo e l’economo

GIACOMO GALEAZZI
inviato a Trapani

Trapani, diocesi di Gomorra. Violazione della clausura in un convento di suore, cinquanta immobili della Curia svenduti agli amici a un decimo del loro valore, ammanchi milionari nei bilanci, lettere di censura dei ministri vaticani dei religiosi e dei vescovi. Le carte segrete che hanno indotto la Santa Sede a rimuovere lo scorso mese il presule trapanese Francesco Micciché aggravano il quadro già inquietante delineato dall’inchiesta della procura.

Ogni documento apre squarci da far-west ecclesiastico tra procedure canoniche calpestate, abusi di potere, contabilità truccata. Per esempio, a fine novembre il cardinale Marc Ouellet, responsabile vaticano dei vescovi, chiede conto a Micciché (su segnalazione del dicastero per gli Istituti di vita consacrata) di una perquisizione al monastero benedettino dell’Angelo Custode ad Alcamo. Era accaduto, infatti, l’impensabile, in barba alla configurazione giuridica «sui iuris» del convento. Alle cinque di mattina, infatti, la guardia di finanza e il pm avevano bussato alla porta del convento, «alla presenza del vescovo che ne ha autorizzatol’accesso». Gli investigatori cercavano l’atto di cessione del complesso storico (valore due milioni di euro) all’economo diocesano don Ninni Treppiedi, sospeso dal ministero sacerdotale per le irregolarità amministrative. Le suore, però, fanno quadrato attorno al sacerdote già da tempo in lotta con il suo vescovo per la gestione finanziaria della diocesi e si barricano dentro. Per un’ora Micciché aveva cercato di mediare e, quando si presentarono i vigili del fuoco per fare irruzione in canonica, le religiose si piegarono alla perquisizione. A condizione che il vescovo si allontasse e che fosse nominato un bibliotecario come loro fiduciario. I finanzieri finalmente entrarono, ma non trovarono nel monastero i documenti (poi rintracciati nell’abitazione di un amico egiziano) con cui le suore avevano nominato amministratore ed erede universale don Treppiedi, che di Alcamo era anche l’arciprete.

I guai per Micciché sono appena iniziati. Finisce sotto accusa in Vaticano per aver permesso alle forze dell’ordine quell’invasione della clausura che ha «violato l’intimità delle monache e creato disagi alle consacrate». Inclusa la «gravissima ispezione da parte delle guardie all’interno del tabernacolo». Parte l’inchiesta della Santa Sede e l’incaricato papale, ex numero tre della Cei e presidente degli affari giuridici, vescovo Domenico Mogavero, lavora ad una relazione minuziosa da consegnare personalmente a Benedetto XVI. Nel vortice di accuse di scandali sessuali, malaffare e corruzione, Mogavero, da esperto giurista, lascia da parte le voci e si basa soltanto su atti incontrovertibili. E cioè, i documenti contraffatti o mancanti di operazioni immobilari insensate, portate a termine scavalcando controlli e passaggi obbligati della procedura canonica. In sei mesi l’indagine è un faldone di prove schiaccianti contro entrambi i contendenti. Poche settimane dopo aver ricevuto la relazione di Mogavero, la Santa Sede destituisce Micciché e conferma la sospensione di Treppiedi.

da - http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/458134/
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« Risposta #13 il: Ottobre 02, 2012, 11:15:35 »


2/10/2012

Gabriele si dichiara innocente: “Ho agito da solo ma ho tradito il Papa”

Nel corso della seconda udienza del processo Vatileaks nuove rivelazioni nella deposizione del maggiordomo


Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano

 

Paolo Gabriele contro tutti. Il giorno del corvo è una deposizione-choc che sparge veleni e sospetti in Curia e che dopo quattro mesi ha messo faccia a faccia l'ex maggiordomo papale con il suo principale accusatore, don Georg. Alla seconda udienza del processo ai suoi danni, l’ex aiutante di camera si dichiara innocente rispetto all’accusa di furto aggravato per la sottrazione di documenti dall’appartamento pontificio, ma ammette di aver tradito la fiducia di Benedetto XVI. Neppure uno sguardo per lui da don Georg, apparso teso e scuro in volto. "Riguardo al furto aggravato mi dichiaro innocente. Mi sento colpevole per aver tradito la fiducia che aveva riposto in me il Santo Padre, che io sento di amare come un figlio", ha spiegato stamattina l’ex aiutante di camera al collegio giudicante. Nel tempo «ho maturato la convinzione che è facile manipolare la persona che ha un potere decisionale così enorme», ha detto Paolo Gabriele nell'interrogatorio di oggi riferendosi al Papa. «A volte - ha aggiunto -, quando sedevamo a tavola, il Papa faceva domande su cose di cui doveva essere informato».

In seguito alle affermazioni del difensore Cristiana Arru nel processo a carico di Paolo Gabriele e su invito del presidente del collegio giudicante Giuseppe Dalla Torre, il promotore di giustizia vaticano Nicola Picardi ha aperto un fascicolo per accertare se ci siano stati eventuali abusi nella detenzione dell'imputato. «Quando sono andato con i gendarmi a visionare i documenti sequestrati a Paolo Gabriele, c'erano sia documenti originali che fotocopie, i primi originali che ho visto risalivano all'inizio della presa di servizio di Paolo Gabriele, nel 2006. Ho visto documenti in copia e in originale del 2006, del 2007 e del 2008», ha detto don Georg Gaeneswein, segretario personale del Papa questa mattina testimoniando al processo Vatileaks.

I documenti che hanno insospettito don Georg sono tre ed erano indirizzati a lui e non erano mai stati consegnati ad altri. Si tratta di una lettera di Bruno Vespa, di una lettera di un banchiere milanese e di un appunto sul caso Orlandi inviato sempre a don Georg via mail. Il Segretario personale del Papa ha spiegato ancora: «io sono una persona precisa e non ho mai riscontrato una mancanza di documenti proprio perché sono una persona molto precisa». Tuttavia ha osservato di «non essersi mai accorto della mancanza degli originali» trafugati da Gabriele. Don Georg ha poi riconosciuto gli originali dai timbri apposti sugli stessi documenti che riconducevano all'appartamento del Papa. 

L'ex-maggiordomo papale Paolo Gabriele ha negato ''nel modo piu' assoluto'' di aver avuto dei complici. ''Contesto di accostare suggestione a collaborazione'', ha aggiunto Gabriele rispondendo alle domande del presidente del tribunale Giuseppe dalla Torre. Il maggiordomo era stato chiamato a precisare le sue dichiarazioni in un precedente interrogatorio durante l'inchiesta in cui aveva riferito di essere stato suggestionato nelle sue azioni dalle conversazioni avute con alcune persone in Vaticano, come il cardinale Angelo Comastri, monignor. Francesco Cavina, oggi vescovo di Carpi, il cardinale Paolo Sardi, e la collaboratrice del Papa Ingrid Stampa.

La pepita sequestrata nell'abitazione di Paolo Gabriele e descritta nel verbale come «apparentemente d'oro» era conservata dal maggiordomo infedele in una scatola di scarpe, hanno dichiarato in aula i gendarmi vaticani che hanno effettuato la perquisizione. La cinquecentina dell'Eneide, ugualmente sottratta dall'Appartamento Pontificio - hanno precisato - è stata reperita nella stessa perquisizione. Mentre l'assegno da 100 mila euro «è saltato fuori successivamente, quando sono state repertate le carte trovate nell'abitazione di Gabriele».

La fase clou della raccolta dei documenti riservati è cominciata nel 2010'', cioè quando «è emerso il caso di monsignor Carlo Maria Vigano», ha dichiarato Gabriele. Il caso di Vigano´è quello dell'ex segretario del Governatorato una cui lettera riservata fu diffusa dai media nella quale il monsignore lamentava la cattiva gestione finanziaria precedente la suo arrivo del governatorato e protestava per il suo spostamento a Washington come nunzio apostolico. La Santa Sede successivamente precisò che l'azione di risanamento finanziario era andata avanti anche dopo lo spostamento di Vigano'.  Ancora Gabriele ha spiegato che la «raccolta di documenti è andata avanti dal 2010/2011: a volte raggruppavo le carte, seguivo il mio istinto». Si tratta di documenti che sono stati, secondo Gabriele, «solamente fotocopiati». L'azione è stata motivata da Gabriele in questo modo: ho agito «per lo stato d'animo e lo sconcerto per una situazione diventata insopportabile e diffusa ad ampio raggio in Vaticano».       

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/vatileaks-18589/
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« Risposta #14 il: Ottobre 27, 2012, 05:43:18 »

Politica

26/10/2012 - verso le primarie

La sfida Renzi-Bersani spacca in due la galassia cattolica del centrosinistra
 
A sostegno del segretario Pd Letta, Bindi, Fioroni, Franceschini e Marini.

Col sindaco di Firenze gli ex-Fuci Ceccanti, Tonini, Vassallo e Armillei


Giacomo Galeazzi

Derby “bianco” alle primarie del Pd. La sfida tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi per la candidatura a Palazzo Chigi spacca in due la galassia cattolica del centrosinistra. A sostegno del segretario del partito democratico si sono schierati Enrico Letta,Rosy Bindi, Giuseppe Fioroni, Dario Franceschini e Franco Marini, mentre si sono mobilitati a favore del sindaco di Firenze gli ex- Fuci Stefano Ceccanti, Giorgio Tonini, Salvatore Vassallo, Giorgio Armillei. 

Intanto anche l’ex leader delle Acli Luigi Bobba riconosce che “la sfida di Renzi allarga il bacino dei consensi: non conosco i termini del ricorso sulla privacy ma nelle regole ci sono molte cose che non vanno”. I sostenitori cattolici di Bersani si sono segnalati in queste settimane per i toni decisamente aspri nei confronti del “rottamatore”, malgrado egli provenga proprio dalle fila della sinistra democristiana. Ciò è dovuto al fatto che gli eredi della Margherita vedono in Renzi un temibile concorrente nella rappresentanza dell’area moderata. In pratica il sindaco di Firenze rischia di oscurare gli esponenti cattolici come Letta e Bindi nel ruolo di interlocutori delle sinistre. 

La scelta pro-Bersani del gruppo dirigente cattolico del Pd appare ampiamente scontata se si pensa che anche il suo precedente sfidante Franceschini tre anni fa, subito dopo la sconfitta, aveva annunciato che avrebbe lavorato per il segretario. Più sorprendente è l’adesione di esponenti cattolici al fronte renziano. Queste le motivazioni della loro scelta.”Da pisano mi e’ stato difficile scegliere un fiorentino- spiega il “renziano” Ceccanti-.Una volta superato questo ostacolo ce ne sono stati altri due, che pero’ ho trasformato in raccomandazioni al candidato. La prima e’: attenzione ai toni, guidare una coalizione che ha per perno un partito nato da soli cinque anni e’ impresa che si può perseguire solo con un uso della prudenza pari all’audacia. E’ quello che ci invita a fare Veltroni ricordandoci che la primaria competitiva si svolge in un contenitore ancora fragile. In secondo luogo non confondere la battaglia alle idee passatiste con una questione generazionale”. E aggiunge: “Il criterio fondamentale per me è quello che spiegò circa quindici anni fa Gorrieri quando con un gruppo di persone diverse dell’area cattolico-democratica decidemmo di fare in quel contesto una scelta niente affatto facile, quella di essere cofondatori dei Ds, su cui non pochi di noi, che non avevano mai gravitato intorno al Pci, avevano delle riserve”. 

Gorrieri spiegò che il criterio della scelta non consisteva nella continuità rispetto alle scelte precedenti di strumenti partitici oppure nel sentirsi più di sinistra rispetto ai Popolari, che in quella fase restavano nel proprio partito identitario, ma nell’individuare la scelta che consentiva di accelerare la trasformazione dell’Ulivo in partito. Che permetteva cioè di trasformare l’attenzione che parte dell’opinione pubblica non tradizionalmente di sinistra aveva riservato all’Ulivo, visto come un’offerta nuova, da non escludersi a priori, e che si stava traducendo in una crescita di consensi al primo governo Prodi, sottolinea Ceccanti. Il senatore cattolico del Pd, Giorgio Tonini si ricollega alla 46° edi­zione delle Settimane sociali dei cattolici italiani (Reggio Calabria, 14-17 ottobre 2010). “L’Agenda di speranza di Reggio Calabria era stata la­sciata cadere, non aveva trovato un partito a vocazione maggioritaria e solidamente riformista in grado di farla propria- sottolinea Tonini-.Arrivò l’agenda Monti. E le organizzazioni cattoli­che si misero a cercare (e stanno ancora cercando) altrove. Si è arrivati al punto che oggi tutti gli ex­presidenti delle Acli an­cora viventi, da Gabaglio a Bobba, militano nel Pd, mentre il presidente in ca­rica, Andrea Olivero, è tra coloro che cercano altrove, magari nei dintorni del go­verno Monti, il luogo ove pro­vare a realizzare quella famosa Agenda di Reggio Calabria”.

Quindi, evidenzia Tonini, “invece di demonizzare Renzi, con un eccesso di reazione che denota cattiva coscienza, i lea­der cattolici democratici del Pd farebbero bene a mettere in campo una riflessione strategica sulla loro (nostra) funzione nel partito e sul tragico errore commesso in questi anni nell’aver abbandonato le due chiavi che potevano dare senso poli­tico al loro ruolo e avere benefici effetti sul Pd: la vocazione maggioritaria e il riformi­smo programmatico”. Sottolinea Salvatore vassallo: “Renzi è a volte corrosivo oltre il limite del tollerabile e costituisce per alcuni aspetti una incognita, non essendosi mai misurato con l’attività di Governo in ambito nazionale. Ma la proposta politica che avanza è sicuramente più lineare”. E aggiuunge: “A me appare anche più convincente e credibile. Nella traccia del programma di Renzi si intravedono una chiara continuità con la cultura riformista praticata durante le migliori esperienze di governo sostenute dal centrosinistra dall’inizio degli anni novanta ad oggi, e con l’agenda Monti, insieme a significativi elementi di innovazione per favorire con più coraggio l’eguaglianza delle opportunità e la crescita”. Il costituzionalista Francesco Clementi, proveniente dall’associazionismo parrocchiale di base, puntualizza che: “Le regole che sono state scritte per le primarie sono un errore politico. Rilevante. Perché, penalizzando gravemente la partecipazione popolare, penalizzano innanzitutto il Partito democratico e la sua capacità espansiva alla conquista dell’elettorato mobile - indipendente, astensionista o deluso dal Pdl (che, ad oggi, è stimato oltre i 12 milioni di elettori)”. In particolare, “sapendo che con grande probabilità si andrà a un secondo turno, la cosa più grave è ricorrere a un ingiustificabile sistema di registrazioni con giustificazione, che si dovrebbe fermare addirittura il giorno prima”.

da - http://lastampa.it/2012/10/26/italia/politica/la-sfida-renzi-bersani-spacca-in-due-la-galassia-cattolica-del-centrosinistra-8LZEfWLaFwQ4VBuX2ADuDI/pagina.html
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