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Autore Topic: ENZO BIANCHI:  (Letto 14471 volte)
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« Risposta #45 il: Marzo 14, 2013, 06:11:27 »

Editoriali
14/03/2013

Il vangelo radicale

Enzo Bianchi


I cardinali hanno scelto il nuovo vescovo di Roma e come vescovo di Roma Francesco si è affacciato al balcone, chiedendo che il popolo della Chiesa «che presiede nella carità» invocasse su di lui, chinato in silenzio orante, la benedizione del Signore. 

Solo dopo ha impartito lui stesso la benedizione di Dio sul popolo cristiano, ad affermare simbolicamente che ogni benedizione viene dall’alto, dal Signore della Chiesa che ascolta la preghiera dei semplici. Accanto a lui il cardinale vicario per la diocesi di Roma, a sottolineare ancor di più la sua missione prioritaria, l’evangelizzazione della città, l’annuncio della buona notizia del Signore risorto che si dilata ai confini del mondo da Roma, città del martirio degli apostoli Pietro e Paolo. Anche nel ricordare il suo predecessore, così come nel parlare di se stesso, è al suo ministero di vescovo di Roma, successore di san Pietro, che ha fatto riferimento. 

Francesco - nome scelto per la prima volta da un papa e per di più dal primo gesuita della storia divenuto vescovo di Roma - è nome che da solo evoca un ritorno al Vangelo sine glossa, alla radicalità di una testimonianza di vita che diviene annuncio nel quotidiano, a uno stile semplice e povero che confida solo nel Signore. Vedremo presto quali strade nuove e antiche questo aprirà per la Chiesa di Roma e la Chiesa universale: oggi, come ha detto papa Francesco, inizia un «cammino di chiesa», «vescovo e popolo, vescovo e popolo», un cammino di «fratellanza, amore e fiducia», un cammino intessuto di «preghiera per tutto il mondo perché ci sia grande fratellanza». Questo giorno è davvero il giorno della gioia e dell’azione di grazie al Signore per il dono offertoci dallo Spirito che i cardinali hanno saputo discernere e accogliere. 

 da - http://www.lastampa.it/2013/03/14/cultura/opinioni/editoriali/il-vangelo-radicale-60Hqrqzy87R8VCdiaCJf1I/pagina.html
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« Risposta #46 il: Maggio 01, 2013, 11:07:24 »

Cultura
01/05/2013 - Enzo Bianchi

Bibbia e agnolotti il segreto di Enzo Bianchi

Il Priore di Bose festeggia i settant’anni e si confessa: la spiritualità, le letture, un amore giovanile e la passione per i fornelli, tra ricette
monferrine e cucina francese

Bruno Quaranta

Magnano (biella)


Quando il Priore di Bose riposa, come riposa? «Ai fornelli, sospeso fra ricette monferrine e cucina francese. Di primo, agnolotti alle tre carni. Di secondo, coq au vin». Tabacco? «Fumavo, e non poco. L’ultima sigaretta la spensi trent’anni fa». Letture? «Poesie. Ad appassionarmi, ora, sono i versi di Patrizia Valduga, un’autentica elegia d’amore».

Settant’anni. Come il padre guardiano nella Forza del destino. Non è un caso, forse, che Enzo Bianchi festeggi domani il suo compleanno nel Foyer del Teatro Regio, uno sguardo, prima di entrarvi, all’elmo barocco di San Lorenzo e a Palazzo Madama, la gozzaniana casa dei secoli. Giungendo dal Canavese verde e un po’ eretico (tra monsignor Bettazzi, il filosofo Piero Martinetti, Adriana Zarri) dove respira - una testimonianza conciliare lunga mezzo secolo - la Comunità di Bose.

Il Priore ha fortissimamente voluto - la sua orma alfieriana, astigiana, originario com’è di Castel Boglione - che l’oasi sulla Serra d’Ivrea nascesse e lievitasse. «Almeno due volte ho esercitato una forte violenza su me stesso. Abbandonando gli studi e la carriera universitaria offertami dal professor Abrate, così da tagliare i ponti alle mie spalle e non avere nostalgie; successivamente, diventato monaco, non accettando l’ordinazione a prete offertami dal cardinal Pellegrino - che per convincermi si affidò pure al vescovo ortodosso Emilianos, amico di entrambi - e successivamente dal mio vescovo di Biella. Volevo restare un semplice cristiano, laico come lo sono i monaci, come lo furono Pacomio, Benedetto, Francesco d’Assisi... Sapevo per esperienza che un semplice fedele laico non ha garanzie ecclesiastiche, ma volevo essere monaco, cioè inessenziale nella Chiesa, perché la Chiesa può fare a meno dei monaci. Mi affascinava il detto di sant’Antonio: “Noi monaci abbiamo le sante Scritture e la libertà”. Sì, in seguito è arrivata la laurea honoris causa e sono diventato, come si dice, “qualcuno”, ma malgrado me».

Il monaco, un destino, una vocazione racchiusa nell’etimo, unico, il gaddiano chicco individuo «non appiccicato ai compagni», irriducibile alle consorterie. «Sì, quando posso torno a Castel Boglione, sul bric di Zaverio, la collina dove, ragazzo, ero solito rifugiarmi. C’era, c’è, una caverna scavata nel tufo. Mi accompagnavano i libri - i russi in particolare, da Dostoevskij, I fratelli Karamazov, a Tolstoj, nonché l’Imitazione di Cristo - e, talvolta, un’amica, Carla, l’amore giovanile, oppure il cavalletto e i colori per dipingere i miei quadri».

È una corteccia il volto di Enzo Bianchi, un’icona affilata, tersa, scolpita. Una sentinella a cui domandare «a che punto è la notte?», ottenendo in risposta la Parola tornita nel silenzio, l’unguento che è, depurata di ogni incenso e di ogni accomodamento al qui e ora. Come avverte un «adagio» di Bose: «Sopra una quercia c’era un vecchio gufo: più sapeva e più taceva, più taceva e più sapeva».

Settant’anni. Come scrutarli, Enzo Bianchi, al lume della Bibbia, la sua «ruminazione» quotidiana? «Aprendo il salmo 90: “La nostra vita arriva a settant’anni / a ottanta se ci sono le forze: / la maggior parte sono pena e fatica / passano presto e noi ci dileguiamo”. Il mestiere di vivere - com’è intonato il lessico di Pavese - diventa il mestiere di morire. Occorre disporsi all’esodo. Andarsene amando - non detestando - ciò che si lascia». Quale tesoro si scopre di possedere avvicinandosi l’addio? «La sapienza del cuore. O il cuore della sapienza. Là dove aureo è il distacco maturato dalla vita. La si guarda, la si soppesa, la si vaglia. Allo stesso modo che lo scultore di fronte alla statua».

Risale all’8 dicembre 1965, quando termina il Vaticano II, l’iniziale bagliore di Bose. «Incubato nella periferia di Rouen, nella comunità dell’Abbé Pierre. Giorno dopo giorno raccattando ferri e stracci, imparando - accanto a ex legionari, alcolizzati, sbandati vari - che cosa significhi essere uomini: nella disgrazia, nel vizio, nella delinquenza. Decisi quindi di abbandonare l’impegno politico - militavo nella Dc, corrente fanfaniana: una carriera aperta - per la via evangelica monastica. Il mio parroco e un onorevole vennero a Bose per farmi recedere, invano».

Il Concilio Vaticano III? «Non lo ritengo attuale. L’auspicio è che papa Francesco attui il suo progetto: modellare una Chiesa dei poveri e più povera. Solo se a immagine di Cristo la Chiesa potrà compiere ulteriori, radicali passi: per esempio verso la sinodalità collegiale». Cinquant’anni fa pulsava il Vaticano II: «Due i suoi architravi: la Parola di Dio e la Liturgia». Quale Parola la interpella maggiormente? «Il Vangelo di Marco e il Vangelo di Giovanni. Marco, ovvero l’umanità di Gesù. Giovanni: il Gesù vivente, operante oggi in me».

La Parola. E le parole tra noi desuete. Inferno, diavolo, resurrezione. Inferno. «È l’assenza di Dio, la dostoevskijana impossibiltà di dare amore. Si dimentica facilmente che verrà il giudizio. Poi sarà dispensata, e magari in abbondanza, la misericordia. Ma un bilancio dell’esistenza come non contemplarlo? Per giustizia». Diavolo: «Lo sperimenta ciascuno di noi. Chi non avverte la tentazione di procurare il male?». Resurrezione, un orizzonte da tempo appannato nella Chiesa, se Quinzio dovrà immaginare, invocare, l’enciclica Resurrectio mortuorum: «La Resurrezione, perno del mio Credo. La certezza che ri-saremo, non smentendo la nostra umana identità, ancorché trasfigurata».

A Bose è atteso Bartolomeo I, Patriarca di Costantinopoli. Enzo Bianchi è tra gli artefici dell’ecumenismo: «Confidavo di assistere all’unificazione delle Chiese cristiane. Una grazia che non mi toccherà in sorte. Il percorso si è complicato. Per gli ortodossi l’ostacolo principe è il papato. Per i protestanti, con il papato, l’etica. A metà Novecento, e anche dopo, era un idem sentire o quasi. Adesso vige una netta divaricazione di vedute, soprattutto sulla morale sessuale».

L’ecumenismo. Barth affermava che l’unico problema ecumenico è il rapporto con gli ebrei. «Se non è impostato correttamente il rapporto con gli ebrei - specifica Enzo Bianchi - non si possono risolvere i problemi tra i cristiani. Sono debitore della mia sensibilità verso i figli di Sara e di Abramo alla donna che, morta mia madre, mi crebbe. Durante le funzioni pasquali, quando si pregava “pro perfidis Judaeis”, mi avvertiva: “Gli ebrei sono come noi, non sono cattivi”».

Sensibilissimo alla questione ebraica, sulla scia del cardinal Bea, il cardinal Martini, tra gli «pneumatofori», gli ambasciatori dello Spirito, transitati a Bose. «Mi legava a Martini una solida amicizia. Differente, filiale, il rapporto con padre Pellegrino, che - non esita il Priore - colloco all’apice degli pneumatofori. Ci prese per mano, quando, agli esordi, la Comunità attirò non poche incomprensioni. Si rivelerà un vescovo straordinario, senza eguali nell’episcopato italiano odierno: di una statura da Padre della Chiesa».

Enzo Bianchi offre in dono, con la Parola, il nocino, la marmellata di fichi, le pere caramellate, le Rose di Damasco. Come contraccambiare, come augurargli buon compleanno? Con un versetto di Matteo, per l’occasione - potenza dell’ermeneutica - adattato: «Settanta volte sette».

da - http://lastampa.it/2013/05/01/cultura/bibbia-e-agnolotti-il-segreto-di-enzo-bianchi-jhe5KHjPGTDFLuvaMIHKQM/pagina.html
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« Risposta #47 il: Giugno 19, 2013, 11:56:48 »

Cultura
09/06/2013

Papa Francesco, facci sognare

Un’altra Chiesa è possibile

La folla dei fedeli in piazza San Pietro acclama Francesco, che lo scorso 13 marzo è diventato il 266° Papa della Chiesa di Roma

Dall’attenzione per gli ultimi all’unità dei cristiani: Con il nuovo Pontefice “è cambiata l’aria” e crescono le attese

Enzo Bianchi


Il testo che anticipiamo in questa pagina è una sintesi della lectio magistralis che Enzo Bianchi, priore di Bose, terrà oggi alle 17, nel Palazzo del Collegio di Asti, inaugurando il festival «Passepartout» dedicato quest’anno al tema «1963-2013: I have a dream». 

Dello storico sogno di Martin Luther King parleranno alle 21 Mario Calabresi e Furio Colombo, mettendolo a confronto con i nuovi sogni americani di Obama. Prima, alle 18,30, Angelo Benessia e Sandro Cappelletto reciteranno «Un incubo di Giuseppe Verdi». Per altri sette giorni seguiranno dodici incontri: con Ilaria Borletti Buitoni, Piergiorgio Odifreddi, Oscar Farinetti, Umberto Galimberti, Luciano Canfora, Brunello Cucinelli, Angelo Branduardi, Marino Sinibaldi, Carlo Freccero, Sergio Romano, Gabriella Caramore e Philippe Daverio. Il Festival Passepartout, con la direzione scientifica di Alberto Sinigaglia, è organizzato dalla Biblioteca Astense presieduta da Giorgio Faletti. Per il programma e l’orario degli appuntamenti www.passepartoutfestival.it 

 

Da quasi cento giorni risuona l’espressione «papa Francesco», un’espressione che accende una serenità e a volte anche una gioia in chi la pronuncia e in chi l’ascolta. Ho la chiara memoria che questo avveniva già più di cinquant’anni fa quando si evocava papa Giovanni (semplicemente, senza l’indicazione del numero che lo seguiva). Va riconosciuto: nella Chiesa cattolica «è cambiata l’aria», «c’è un nuovo respiro». 

 

Queste sono parole molto significative che si ascoltano dalle labbra di vescovi, presbiteri e semplici fedeli. Negare il mutamento che si è verificato sarebbe non voler aderire alla realtà nuova che si è configurata. Ora, molti temono che affermare il cambiamento, la novità di questo pontificato possa coincidere con una critica o addirittura con una contrapposizione rispetto al Papa precedente, ma questo è dovuto a una «mitologia» persistente nei confronti del papato, che si vorrebbe segnato da assoluta continuità. La continuità riguarda in verità la fede professata, ma gli stili, i modi di presiedere e di essere pastore devono essere diversissimi, perché i doni del Signore sono diversi tra loro e non solo abbondanti. 

 

È tempo che i cattolici comprendano che il ministero di Pietro assunto dai vescovi di Roma è nel suo contenuto sempre lo stesso – confermare nella fede i fratelli ed essere al servizio della comunione tra le Chiese –, mentre la forma di questo ministero, come è mutata nei venti secoli della vicenda della Chiesa, così muta ancora, anzi dovrà mutare, se tra le Chiese si opererà una convergenza ecumenica verso una comunione visibile. C’è stato un cambiamento palpabile, che la Chiesa ha accolto con stupore, per la novità portata da papa Francesco nello stile della vita quotidiana; c’è stato un cambiamento nel modo di insegnare da parte del Papa; c’è stata la promessa di un rinnovamento dell’esercizio del ministero petrino, attraverso l’inizio di una riforma della curia romana la quale, proprio alla vigilia della rinuncia di Benedetto XVI, si era trovata in contraddizione con l’evangelicità che le è richiesta nel suo essere a servizio del successore di Pietro.

 

Francesco non è un Papa «teologo», cioè esercitato nella teologia speculativa e dottrinale, né è esercitato nell’arte esegetica dell’interpretazione delle Scritture, ma è esercitato nella conoscenza e nell’assunzione dei «pensieri e gli atteggiamenti che furono in Cristo Gesù» (cf. Fil. 2,5). Ciò emerge da tutta la sua persona e dal suo ministero. Ma non si pensi che questo non riveli la sua qualità di teologo: «teologo perché prega» – secondo la definizione di Evagrio Pontico –, teologo perché conosce Cristo nell’ascolto delle Scritture e nella sua ricerca sul volto degli uomini, nelle «periferie del mondo», sulle strade che sono sempre aperte da chi inizia dei cammini, nelle regioni infernali nelle quali gli uomini a volte cadono e dimorano…

 

Non essendo di madrelingua italiana, il suo linguaggio è poco sfumato, a volte duro, a volte a qualcuno può anche apparire rozzo, ma è un linguaggio del cuore, è il linguaggio del pastore che conosce le sue pecore, le ama e ne condivide la vita. Papa Francesco sta «in medio ecclesiae», non al di sopra, senza esenzioni né immunità. Per questo ci autorizza a sognare, o meglio a invocare che la Chiesa, che noi cristiani siamo più conformi al Vangelo, alla vita umana vissuta da Gesù, alla vita in cui lui ha lasciato le tracce per andare a Dio.

 

Quali attese dunque suscita il ministero petrino esercitato da papa Francesco? Innanzitutto egli ha annunciato «una Chiesa povera e per i poveri». Non solo una Chiesa che ha a cuore i poveri, che «fa il bene» per loro, ma che si fa povera a immagine del Signore, il quale «da ricco che era si è fatto povero per noi» (cfr. 2Cor. 8,9), per essere solidale in tutto con gli uomini. L’espressione «Chiesa serva e povera», forgiata dal teologo Yves Congar negli Anni 60 del secolo scorso, assunta dal Concilio, non ha conosciuto nel post-Concilio l’attenzione che meritava. Eppure è il primo punto decisivo per la riforma della Chiesa. Papa Francesco viene da una Chiesa che ha elaborato «la necessità dell’opzione preferenziale per i poveri», primi destinatari di diritto della Parola di Dio, e dunque è abilitato a far tornare la Chiesa alla povertà evangelica. Nessun pauperismo ideologico, ma o la Chiesa è povera, oppure non è conforme al suo Signore, e dunque è in contraddizione con l’incarnazione del Signore, con il Dio-uomo che è Gesù Cristo, l’unico Signore di tutti.

 

Ma abbiamo bisogno anche di una Chiesa sinodale, nella quale cioè si cammina insieme, Papa, vescovi, presbiteri, popolo di Dio. Il Vaticano II ha espresso linee che, in seguito sviluppate, hanno dato luogo alla cosiddetta «ecclesiologia di comunione»; ma la comunione vera, ordinata, efficace, richiede che il ministero di chi presiede venga esercitato in una sinodalità in cui tutti sono ascoltati per quanto li riguarda, tutti sono soggetti che hanno diritto alla presa della parola, tutti sono chiamati all’unità, alla comunione che può essere donata dallo Spirito Santo, il quale compagina la pluralità in unità. È in questa sinodalità che le Chiese delle periferie potranno far sentire la loro voce al centro e potranno affidare le loro acquisizioni e la loro testimonianza a chi è incaricato del servizio di comunione tra le Chiese e della conferma di esse nell’unità. Nella sinodalità potranno anche aprirsi cammini di sussidiarietà, essa pure così necessaria per un’unità rispettosa delle differenze, dei doni e dei carismi plurali che il Signore concede alla Chiesa.

 

Infine, la mia personale attesa è quella dell’unità di tutti quelli che confessano Gesù Cristo come Signore e Figlio di Dio, esegesi del Dio che nessuno ha mai visto né può vedere se non nell’al di là della vita terrena. L’ecumenismo deve essere non un’opzione nella Chiesa, ma semplicemente la condizione per essere cristiani: questa è stata la volontà del Signore, e quindi il riconoscimento di chi è battezzato come membro dell’unico corpo di Cristo deve trovare vie di manifestazione concreta ed essere dinamismo di una comunione che «l’amore», che «è la prima verità», deve confermare.

 

Sì, vengono tempi in cui «la Parola di Dio non è rara» (cfr. 1Sam 3,1), in cui «regna la pace nella Chiesa» (At 9,31), tempi in cui si cerca la comunione all’interno della Chiesa e la solidarietà con tutti gli uomini. La Chiesa esca da se stessa, sia «estroversa» perché guarda non a sé ma al suo Signore e ai volti del Signore nella storia: gli uomini e le donne, e tra di loro gli ultimi, soprattutto i poveri.

http://lastampa.it/2013/06/09/cultura/papa-francesco-facci-sognare-unaltra-chiesa-possibile-jkOjJqeRHEDTozMk4sMM2K/pagina.html
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« Risposta #48 il: Luglio 10, 2013, 10:04:32 »


La rottura finale tra la Chiesa e i lefebvriani

di ENZO BIANCHI

Nei giorni scorsi, quasi in silenzio e senza che i media ne dessero notizia, si è consumata la rottura definitiva tra chiesa cattolica e i seguaci di Marcel Lefebvre: un evento in verità molto importante e significativo per la chiesa. Monsignor Lefebvre, dopo anni di polemica e critica al Concilio Vaticano II, in particolare ad alcuni suoi testi nonché alla conseguente riforma liturgica, trovò comprensione in Paolo VI che nel 1970 approvò la Fraternità sacerdotale di san Pio X sulla quale il cardinale Gagnon diede un giudizio elogiativo, soprattutto in merito alla formazione di nuovi preti che apparivano fin d'allora numerosi. Purtroppo il 30 giugno 1988 accadde ciò che per la chiesa cattolica inaugurava una situazione scismatica: monsignor Lefebvre insieme a un altro vescovo, De Castro Mayer, consacrarono quattro nuovi vescovi, scelti da loro tra il clero della Fraternità san Pio X, senza il mandato del papa. Questo comportò la scomunica da parte di Giovanni Paolo II e l'inizio doloroso della presenza di una piccolissima porzione di chiesa che si dice cattolica, fedele alla tradizione ma non più in comunione con il papa che è "principio visibile dell'unità cattolica".

Non è la prima volta che una tale situazione scismatica si presenta nella chiesa, soprattutto a seguito di un concilio ecumenico, ma questa decisione fu sentita e sofferta molto da Roma perché proprio chi professava la sua obbedienza fedele e radicale al papa, di fatto non solo rompeva il vincolo di comunione, ma si poneva come un magistero di opposizione e di critica al magistero papale. Abbiamo tutti memoria viva degli attacchi sferrati in questi anni al Concilio ma anche a Paolo VI, soprattutto per la riforma liturgica, poi a Giovanni Paolo II per le sue dichiarazioni di dialogo in particolare con gli ebrei. Neanche a Benedetto XVI furono risparmiati puntuali e sibillini attacchi alle radici della sua teologia.

Ciò nonostante, Benedetto XVI ha scelto come interlocutore della chiesa cattolica il tradizionalismo, pecora perduta e uscita dall'ovile, e ha cercato in molti modi una riconciliazione che permettesse a questi "scismatici" di rientrare nella comunione cattolica. Nella sua generosità, non molto condivisa dalla maggioranza dei vescovi cattolici, Benedetto XVI giunse a fare concessioni straordinarie: tolse la scomunica ai quattro vescovi "illegittimi", liberalizzò totalmente per tutta la chiesa il rito della messa del 1962, vigente prima della riforma conciliare e sovente nel suo magistero puntualizzò alcune posizioni del Vaticano II in senso restrittivo, in modo da andare incontro ai seguaci di Lefebvre e ad altri tradizionalisti presenti nella chiesa cattolica.

Non dimentichiamo che su questo atteggiamento di Benedetto XVI ci furono critiche anche aspre da parte di cardinali e vescovi, che si visse il sentimento di timore di una sconfessione del Concilio e della riforma liturgica e si arrivò a esercitare un'opposizione alla formula "riforma della riforma", che sembrava indicare la necessità di riformare ciò che il Concilio aveva riformato solennemente, con l'autorità di tutti i vescovi del mondo cum Petro et sub Petro: una riforma, quella conciliare, ormai accolta e praticata in tutta la chiesa, contestata da meno del 5 per mille dei fedeli cattolici.

Dialoghi intensi si sono perseguiti tra la Fraternità San Pio X e la commissione Ecclesia Dei appositamente costituita, così che a qualcuno, soprattutto nel 2012, la riconciliazione è sembrata possibile. Nel novembre 2012 monsignor Augustine di Noia, segretario di Ecclesia Dei, ha ancora scritto una lettera a monsignor Fellay, successore di Marcel Lefebvre alla guida della Fraternità San Pio X e a tutti i suoi sacerdoti. Una lettera di otto pagine che pochi hanno commentato, un testo che definirei straordinario perché frutto di intelligenza e di carità evangelica: è un appello rivolto con grande magnanimità e pazienza affinché la Fraternità compia il passo "carico di fede" di riconciliazione con il Papa, servo della comunione cattolica.

Raramente nella storia della chiesa si è visto emergere un testo così equilibrato, così cristiano nell'arbitrato tra le parti in polemica o rottura dottrinale. Di Noia, a nome del Papa, in esso assicura il riconoscimento del carisma della Fraternità san Pio X, ma chiede di abbandonare il "magistero parallelo" e di non ergersi a giudici dell'ortodossia, arrogandosi il servizio che appartiene al Papa e al corpo episcopale unito a lui.

Entro il 22 febbraio scorso la Fraternità san Pio X doveva dare una risposta a Roma ed esprimersi sull'accettazione o meno della bozza di accordo presentata loro l'8 gennaio. Ma tutto è parso inutile. La rinuncia di Benedetto XVI al ministero petrino l'11 febbraio di fatto faceva cadere la scadenza per la risposta, mentre dichiarazioni, omelie e discorsi da parte del superiore generale, monsignor Fellay, e di altri vescovi della Fraternità San Pio X smentivano la possibilità di un accordo e della conseguente ricomposizione dello scisma.
In una lettera ufficiale del 15 aprile 2013 monsignor Fellay dichiarava a tutti i fedeli della Fraternità: "Sull'accettazione totale del Concilio Vaticano II e sulla messa di Paolo VI, dunque sul piano dottrinale, noi siamo sempre al punto di partenza, tale e quale era posto negli anni Settanta da monsignor Lefebvre".

Ma ecco, il 27 giugno scorso, la dichiarazione definitiva nel venticinquesimo anniversario delle consacrazioni episcopali da parte di Lefebvre. In essa si ricorda il "gesto eroico" dell'ordinazione dei quattro vescovi, per poi ribadire che "la causa dei gravi errori che stanno demolendo la chiesa non risiede in una cattiva interpretazione conciliare... ma piuttosto nei testi stessi!... Questo Concilio ha un magistero determinato a cambiare la dottrina cattolica con le idee liberali, un magistero imbevuto dei principi modernisti del soggettivismo... la chiesa è prigioniera di questo spirito liberale che si manifesta evidente nella affermazione della libertà religiosa, nell'ecumenismo, nella collegialità episcopale e nel nuovo rito della messa".

Quanto prima - lo sappiamo da buone fonti - si procederà da parte della Fraternità san Pio X a nuove ordinazioni episcopali. A quel punto, cosa farà la chiesa cattolica? Rinnoverà le scomuniche tolte da Benedetto XVI? Da parte mia, come mi ero augurato che non fossero comminate scomuniche nel 1988 così spero che non ci sia un rinnovo delle scomuniche in futuro. Papa Francesco nella sua grande misericordia e pazienza dia tempo al tempo, attenda come il buon pastore chi deve tornare all'ovile e si è perso, e tutti i cattolici abbiano comprensione e si vietino ogni polemica, delegittimazione o addirittura disprezzo. L'ecumenismo richiede opera di unità sempre e con tutti, non solo con le comunità o chiese che nella storia si sono trovate diverse da Roma e Roma diversa da loro.

Quello che invece è urgente è che nella chiesa cattolica non ci siano incertezze sul concilio e sulla riforma liturgica. Perché a causa dell'incertezza sovente la celebrazione eucaristica, che dev'essere luogo di comunione, è diventata in questi ultimi anni luogo di divisione e di contrapposizione nelle stesse comunità cattoliche, parrocchie e diocesi. Questo è il grande peccato, questo è lo sfregio al sacramento della comunione della chiesa in Cristo. Noi speriamo che papa Francesco riesca in quest'opera di compaginare nell'unità i cattolici, anche attraverso il rito eucaristico voluto dal Vaticano II e recepito da tutta la chiesa. Ci sia pluralismo, si permetta la celebrazione del rito precedente al concilio, ma cessi l'incertezza sul concilio e sulla riforma liturgica.

(08 luglio 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/esteri/2013/07/08/news/la_rottura_finale_tra_la_chiesa_e_i_lefebvriani-62586466/?ref=HREA-1
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« Risposta #49 il: Febbraio 24, 2014, 07:08:52 »

Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 23/02/2014.

Se la Chiesa ascolta il mondo

In vista del sinodo dei vescovi, papa Francesco ha voluto inaugurare una nuova modalità nella preparazione del confronto che avverrà in Vaticano il prossimo autunno: affinché si viva davvero un evento sinodale coinvolgente tutta la Chiesa è stato inviato un questionario alle singole diocesi in modo che in ogni Chiesa locale, parrocchia o comunità fosse possibile per i cristiani manifestare il proprio pensiero su temi e problemi morali che devono essere affrontati con urgenza e sui quali va pronunciata una parola profondamente cristiana. Questa iniziativa - che non è piaciuta ad alcuni i quali, senza contestarla apertamente, non hanno assunto alcuna iniziativa né avviato la discussione... - risponde a un bisogno già manifestato negli Anni Cinquanta da Pio XII: l’emergere di un’opinione pubblica nella Chiesa, di un confronto che, invece di tacitare i conflitti o ignorare i nuovi problemi, li affronti e cerchi di risolverli con il discernimento ecclesiale. Soprattutto sui temi inerenti alla famiglia e alla sessualità era diventato necessario ascoltare quanti vivono la realtà del matrimonio cristiano o della vita di coppia e dare voce anche a quelli che si sentono in situazione di difficoltà o di contraddizione rispetto al magistero tradizionale della Chiesa. Ascoltare! Operazione non solo necessaria in tutte le relazioni umane, ma anche profondamente cristiana, essenziale per vivere la comunità dei credenti, cioè la Chiesa. Ebbene, da questo lungo e intenso confronto preparatorio, il questionario ha ricevuto una gran quantità di risposte, mostrando quanto le comunità siano vivaci e capaci di esprimere in modo motivato le loro considerazioni, anche nel coinvolgimento dei mutamenti culturali e di costume avvenuti in questi ultimi decenni soprattutto nelle Chiese di antica tradizione cristiana occidentale. Per due anni ci sarà un cammino veramente sinodale di tutta la Chiesa su questi temi così urgenti.

Contemporaneamente - e non poteva essere altrimenti - aziende e organismi internazionali operavano sondaggi per conoscere le differenti posizioni delle popolazioni dei vari Paesi. In questi giorni appaiono sui media i dati, in verità non così sorprendenti per chi conosce le valutazioni etiche e morali di cui è capace la gente comune. Certo, appare evidente in Italia - l’Italia considerata cattolica, «zoccolo duro del cattolicesimo» come amano definirla alcuni ecclesiastici - un disaccordo rispetto alle posizioni della Chiesa più marcato che non in altri Paesi. Questo ci interpella? Forse il disaccordo dipende dal fatto che in Italia l’etica non è così determinante come in altri Paesi? Gli italiani pensano che il divorzio non costituisca peccato così come pensano che il non pagare le tasse non sia peccato? Come mai in Italia - Paese in cui la percentuale (80%) di chi si definisce cattolico o frequenta la messa domenicale è la più alta di tutte le circa venti nazioni «cattoliche» occidentali - si disattende così largamente ciò che pensa la Chiesa? E come mai, soprattutto negli ultimi due decenni, c’è stato questo vistoso allontanamento dalla Chiesa da parte delle donne e delle nuove generazioni? E come leggere il dato che in Italia - pur nella denuncia ostinata della pedofilia - quasi un cittadino su tre ritiene ammissibili relazioni sessuali con minori? Purtroppo sui media appaiono molte semplificazioni che suscitano attese e speranze sbagliate nei confronti della Chiesa cattolica su situazioni sovente vissute nella sofferenza e nella fatica, ma sulle quali è necessario anche conoscere ciò che nel Vangelo appare ispirante e determinante. La Chiesa, infatti, deve sì ascoltare l’umanità, ma deve anche essere capace - in obbedienza a quella che per lei è «parola del Signore» - di operare un discernimento per riconoscere anche la mondanità che può essere presente nelle richieste e nelle valutazioni dei cattolici. È un dato evidente che oggi una certa mondanità alligna in tutta la Chiesa e perciò anche nel popolo dei credenti: anche nello spazio cristiano abita una dominante di resa al mondo, di accoglienza di una cultura che contraddice il vangelo perché idolatra. Ora, l’idolatria è un falso umano, non teologico: è infatti alienazione e impedimento a un cammino di autentica umanizzazione. Ci basti come esempio il matrimonio. C’è una parola precisa di Gesù sulla non bontà del divorzio, alla quale il cristiano deve fare obbedienza. La chiesa, nel richiedere questa obbedienza, deve mettersi in ginocchio, deve proclamarla senza arroganza né spirito di condanna nei confronti di chi infrange questa volontà di Dio, ma non può tacerla o negarla. Che senso ha, allora, chiedere se i divorziati devono essere ammessi alla partecipazione eucaristica? Quali divorziati? Quelli che fanno della vita di coppia un’avventura? Quelli che non hanno né esigenze etiche né saldezza nella fede? Oppure quelli che hanno vissuto il matrimonio senza le condizioni necessarie perché fosse un vero sacramento, dunque indissolubile, e che poi in una nuova unione mostrano fedeltà, perseveranza e capacità di compiere un autentico cammino cristiano? Sì, conosciamo bene nella vita di ogni giorno quanti sono i fallimenti nella vicenda del matrimonio. E conosciamo anche molti che trovano in una nuova unione una via che conosce l’amore fedele, la perseveranza, una vita rinnovata che cerca di realizzare le esigenze cristiane. Con un vero discernimento, senza fretta ma dopo un tempo congruo che possa testimoniare una determinazione di amore fedele e di «fare storia» nell’amore, sarà possibile la riammissione eucaristica? Non potremmo ascoltare dalle Chiese ortodosse la loro prassi millenaria nella quale si cerca di vivere la vocazione cristiana del matrimonio indissolubile nell’economia della misericordia? La relazione del cardinal Kasper tenuta in questi giorni ai cardinali riuniti in concistoro è voce non solo di un grande teologo, ma di un pastore che conosce bene la situazione del gregge, così come conosce bene la parola del Signore: verità nella misericordia, sempre.

La Chiesa non può svuotare il Vangelo o annacquarlo, ma può ricercare e leggere, più in profondità, le nuove condizioni in cui sono immessi i credenti e discernere se ci sono possibilità di considerare un nuovo cammino matrimoniale come autentico e coerente con le parole di Gesù. Noi credenti siamo tutti peccatori, e i peccati mutano da una persona all’altra, ma tutti li commettiamo e ne siamo responsabili. Certo, alcuni peccati non sono intimi, nascosti, bensì pubblici: per questo la Chiesa vuole che visibilmente appaia coerenza tra la vita pubblica e le esigenze della partecipazione all’eucaristia, ma le situazioni sono molto diverse e la Chiesa deve imparare a discernerle per accompagnare ciascuno con misericordia nel cammino della verità. Del resto, come diceva già il concilio di Trento, l’eucaristia è anche per la remissione dei peccati, è viatico per il credente pellegrino e penitente. Non si dimentichi che la legge secondo il Vangelo vige finché non avviene il peccato ma, consumato il peccato, deve regnare la misericordia. Nessun legalismo, allora, nessuna rigidità, ma anche nessuna grazia a basso prezzo. Fra etica dominante ed etica cristiana non c’è identificazione, anche se i cristiani devono ascoltare le istanze provenienti dalla società. Ma i discepoli di Cristo devono avere anche il coraggio della «differenza», dell’essere sale della terra, capaci di dare sapore alla vita umana e di impegnarsi per l’umanizzazione e l’autentica libertà di tutti.

Enzo Bianchi

Da - http://lastampa.it/2014/02/23/cultura/opinioni/editoriali/se-la-chiesa-ascolta-il-mondo-Sz3Lsi3rqFSdYpgDRDRIVO/premium.html
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« Risposta #50 il: Agosto 13, 2014, 06:17:57 »

Il nostro silenzio colpevole

08/08/2014
Enzo Bianchi

«Qui a Qaraqosh la gente ha tanta paura: se i fondamentalisti entrano sarà un caos, una tragedia gravissima». Così ci scriveva il 21 luglio Wisam, monaco iracheno che è stato più volte ospite della nostra Comunità a Bose assieme ai suoi due confratelli. 

L’ultimo messaggio che ci ha mandato era datato 2 agosto e conteneva gli auguri per la festa della Trasfigurazione: «Speriamo sia anche la Trasfigurazione dell’Iraq che sta soffrendo tanto». In queste ore anche Wisam e i suoi fratelli sono tra le decine di migliaia di profughi cristiani in fuga verso un luogo che non c’è. La vicenda di questa piccola comunità monastica è emblematica della tragedia che stanno vivendo i cristiani in quelle terre: nel 2005 l’auto su cui due di loro, allora studenti universitari di Baghdad, stavano viaggiando per andare a una cerimonia nuziale era stata colpita da un proiettile sparato da un autoblindo americano. Uno di loro era morto, l’altro sarebbe uscito dal coma dopo alcuni mesi: da allora si muove con due gambe artificiali e non oso immaginarlo oggi in fuga precipitosa. Da Baghdad si erano poi spostati nella piana di Ninive, dove sembrava che i cristiani potessero trovare maggiore protezione: lì conducevano la loro vita monastica alternando la preghiera notturna con il lavoro di manutenzione delle strade e di raccolta di detriti e rifiuti per sostentarsi e aiutare le persone ancora più in difficoltà di loro. 

Tutto questo fino a ieri. Poi anche loro devono essere finiti inghiottiti nel fiume di sofferenze che sta travolgendo i cristiani di quella regione martoriata. Papa Francesco, e con lui vescovi e patriarchi di quelle terre, non perdono occasione per richiamare, esortare, ammonire, invocare gesti e azioni degne dell’essere umano: ma la situazione non fa che peggiorare. Gli organismi internazionali sono paralizzati, la politica estera europea è inesistente, il parlamento italiano è impegnato a oltranza a riformare se stesso, le urgenze di ciascuno di noi sono altre, dalla crisi economica e occupazionale all’organizzazione delle «meritate» ferie... e così decine di migliaia di persone abbandonano le loro case senza prendere nulla con sé, a centinaia sono uccisi, i più deboli – anziani, malati, bambini – muoiono per le insostenibili fatiche di un viaggio senza speranza.

I cristiani sono le prime vittime di queste atrocità e il loro perseverare nella fede dei padri è motivo di ostracismo e condanna, ma assieme a loro vengono colpiti anche i loro vicini musulmani. Tornano qui alla mente le parole del testamento di fratel Christian, rapito e ucciso con i suoi fratelli in Algeria: «Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la “grazia del martirio”, il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam. So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia.

E’ troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti». Sono parole che ho avuto modo di sentire applicare da Wisam alla situazione irachena e ai musulmani della sua terra e che, a nome loro, sento di dover riaffermare ancora oggi.

Certo, lo scoraggiamento, il senso di impotenza, l’istinto di rimozione per vincere l’angoscia, l’impossibilità ad assumere sulle nostre spalle tutte le miserie del mondo ci frenano, ma cosa deve ancora succedere perché le nostre coscienze siano scosse e chi ne ha il potere faccia qualcosa per fermare il massacro? La storia ci chiederà conto di questa catastrofe umanitaria che non riusciamo o non vogliamo impedire. Perché in Iraq come in Siria non è a rischio solo la sopravvivenza di una comunità cristiana presente nella regione fin dai primissimi secoli: è a rischio l’umanità intesa come capacità di sentirsi ed essere responsabili del proprio simile; è a rischio quella dote umana di esprimere sentimenti e istanze morali che chiamiamo cultura; è a rischio il patrimonio etico della convivenza, del dialogo, del confronto per fronteggiare insieme il duro mestiere del vivere; è a rischio il rapporto stesso con il creato.

Nella tragedia irachena è in gioco la nostra risposta al lancinante interrogativo posto da Primo Levi settant’anni fa: chiediamoci «se questo è un uomo», se siamo esseri umani noi che ci abituiamo a seguire queste vicende protetti da uno schermo, sempre pronti a cambiare canale, se sono degni dell’autorità e del potere loro conferito quanti chiudono gli occhi e pensano ad altro o, peggio ancora, si ingegnano a trovare opportunità di guadagno nelle catastrofi che si abbattono sugli altri. Chiediamoci che crescita economica è quella alimentata dai mercanti d’armi e dai profittatori di ogni risma; che diplomazia è quella che si preoccupa solo di equilibrismi, di non ingerenza, di rispetto di zone di influenza; che politica è quella che ha perso il senso della polis e del mondo come spazio comune. Se non ora, quando ci decideremo a lavorare con risoluta pazienza per un disarmo delle menti, dei cuori, delle braccia? Quando ci ricorderemo che chi ha pronunciato la terribile frase «sono forse il custode di mio fratello?» era in realtà il suo assassino?

Da - http://www.lastampa.it/2014/08/08/cultura/opinioni/editoriali/il-nostro-silenzio-colpevole-yjwg5ntaSK0IUyGl2oCCOL/pagina.html
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« Risposta #51 il: Dicembre 17, 2014, 06:04:32 »

Se il pubblico riscopre in tv i Comandamenti

17/12/2014
Enzo Bianchi

Sorprendono i livelli di audience e di share raggiunti da Roberto Benigni che legge e commenta in Tv i dieci comandamenti? Sì e no. Certo, il dato che nove milioni di spettatori si fermino ad ascoltare e riflettere su parole che, se va bene, hanno ascoltato e magari imparato a memoria a catechismo nella loro infanzia ci interroga. Ma d’altro lato non dovremmo dimenticare il recente successo editoriale che ha avuto una collana di undici volumi edita da Il Mulino e dedicata a una presentazione attuale delle «dieci parole» consegnate a Mosè sul monte Sinai e al comandamento che Gesù assimila al «primo»: «Amerai il prossimo tuo come te stesso».

Benigni ha colto nel segno quando ha ricordato che nel «dono della Legge» (come i commentatori rabbinici definivano l’episodio narrato nel libro dell’Esodo in cui Mosè riceve le due tavole di pietra) «per la prima volta ci vengono date delle regole, regole così attuali da impressionare. Diventano legge i sentimenti, l’amore, la fedeltà, il futuro, il tempo». Sì, l’essere umano ha bisogno di regole, di punti e riferimenti etici saldi, anche - e forse soprattutto - in stagioni come la nostra in cui l’etica sembra scomparsa dalla vita pubblica e dalla convivenza quotidiana. Queste regole solo apparentemente provengono dall’esterno: in realtà sono ridestate a partire dal nostro intimo, da quello che la coscienza ci fa percepire come bene e male. In questo senso Dio non ci impone una legge estranea e ostile, ma ci conferma che quanto di nobile abita il cuore umano è degno di divenire la norma di comportamento, la via regale alla felicità, la risposta agli aneliti più profondi. 

Così l’essere umano si ritrova paradossalmente a compiere tanti atti di libertà, di scelta adulta, di consapevole responsabilità quanti sono gli atti di obbedienza a «regole» più grandi di lui, regole che mirano all’autentico ben-essere non di un singolo ma di una comunità, regole che creano e alimentano condizioni di pace interiore ed esteriore, regole che riconducono tutti e ciascuno a una giustizia reale, concreta, quotidiana. 

Il lavoro di chi come Benigni presenta come fresche, pronunciate oggi, per noi qui e ora, norme che risalgono a più di tremila anni fa consiste non tanto nel fare esempi più o meno efficaci o divertenti, ma nel togliere l’accumulo di pesantezze depositatosi su un distillato di sapienza che, una volta liberato, sprigiona da solo tutta la sua ricchezza. Né va dimenticato il fatto che Benigni non improvvisava: chi conosce la ricca interpretazione ebraico-cristiana dei comandamenti avrà notato come ad essa l’attore abbia attinto copiosamente e con sapienza. Benigni «ha studiato», dietro le sue parole c’è molto ascolto, impegno e attenzione: anche così si spiega il suo coraggio nel dedicare una serata intera ai primi tre comandamenti, quelli riguardanti l’atteggiamento degli uomini verso Dio. Il risultato è stato non solo di farsi ascoltare, ma di riuscire a trasmettere quel sapore che sta nel prologo dei comandamenti - «Io sono il Signore tuo Dio che ti ha liberato dalla schiavitù» - e che costituisce il fondamento di tutte e dieci le parole.

A questo punto si impone un’altra domanda: perché uomini religiosi che hanno per funzione e servizio quello di spiegare la legge di Dio e far riconoscere in essa la libertà, risultano invece così noiosi, pedanti, esperti nel caricare pesi sulle spalle degli altri e così incapaci di farsi ascoltare? La loro è un’afasia orale oppure è un’afasia spirituale che nasce da mancanza di passione e di convinzione? Certo, è necessario anche che i destinatari siano disposti all’ascolto, atteggiamento non a caso posto in apertura dei comandamenti. Ora, all’ascolto è necessario il silenzio: «Il senso del tutto è nel silenzio - ci ricorda Benigni - Nessuno ha più il coraggio di rimanere da solo con se stesso. Ma i comandamenti ci dicono di fermarci: siamo andati talmente di corsa con il corpo, che la nostra anima è rimasta indietro. Fermiamoci altrimenti l’anima ce la perdiamo per sempre». Ecco, forse se qualcuno dei nove milioni di telespettatori si è fermato grazie a queste dieci parole e alle tante con cui Benigni le ha ornate, allora avrà ricominciato a ritrovare se stesso e a riconciliarsi con la propria interiorità. Tutti insieme e ciascuno di noi ne trarremo enormi benefici.

Da - http://www.lastampa.it/2014/12/17/cultura/opinioni/editoriali/se-il-pubblico-riscopre-in-tv-i-comandamenti-yx95CIKnwGX4MDyYLceFlM/pagina.html
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« Risposta #52 il: Novembre 15, 2015, 08:53:55 »

Enzo Bianchi: vi spiego cos'è (oggi) il Male

Su Panorama dialogo (esclusivo) con il monaco che non porta la croce e da quasi 50 anni accoglie, nella sua comunità di Bose, uomini e donne d'ogni credo
2 agosto 2012

Panorama Cultura Arte & Idee Enzo Bianchi: vi spiego cos'è (oggi) il Male

Stefania Berbenni
Il padre, stagnino, promise alla madre che non avrebbe mai portato con sé sui tetti l’unico figlio, ad aggiustare grondaie. Era però scritto che Enzo Bianchi salisse in alto, in piena umiltà, e rischiasse del suo per gli altri, e ascendesse per poi discendere, le mani sporche di cosa buona. È quello che viene da pensare trovandoselo di fronte, la voce che già racconta chi è l’uomo: calda, profonda, autorevole, con una raschiatura sul fondo, costante. Enzo Bianchi è un gigante con il volto da elfo. E quando l’elfo parla, il silenzio ovunque si fa grato, perché questo dottore in misericordia, con la laurea in economia in tasca e Dio nell’anima, è un intellettuale finissimo, un religioso puro, priore della comunità monastica di Bose (Biella) da lui fondata nel ’65, aperta a uomini, donne, protestanti, ortodossi, cattolici: qualcosa di rivoluzionario in tempi di integralismi religiosi e di nazionalismi antirazziali. Scrive libri, pareri; raramente si concede per festival e tv, quasi mai per interviste.

Fra le parole a lui più care c’è "parresia", dal greco, il coraggio di parlare, la libertà di dire. Bianchi ammette fatiche ("La cella all’inizio è una prigione, con la sua solitudine"); ricorda ferite inferte ("Mio padre era un anticlericale, si sentì tradito dalla mia scelta. Mia madre, morta quando avevo 8 anni, era molto credente, invece"); si misura col dubbio ("Si fanno domande a Dio e da giovani si sentivano subito le risposte"); e, senza paura, guarda in faccia i volti del male.

"Il problema del male resta un enigma per uomini e cristiani: da dove viene? La stessa Bibbia non dà una spiegazione, se non queste specifiche: il male è una cosa che Dio non ha voluto; secondo, il male era presente fin dall’inizio della storia, provocato sia dalla natura, sia dall’uomo. È l’uomo che percepisce il male. A partire da questo, il Giudaismo e per estensione la Chiesa cattolica hanno dato come spiegazione un Oppositore (Satana in ebraico), un Divisore (il diavolo), un Demone, cioè una forza. Neanche la Chiesa cattolica spiega da dove viene, dice solo che Dio è più forte".

Dio è un padre amorevole che però distribuisce mali ovunque. Molte persone di fede entrano in crisi proprio perché non sanno come conciliare l’idea del tanto amore divino col tanto orrore terreno. Bisogna fare un salto nella comprensione di Dio che magari permette queste cose a fin di bene. Da ragazzo, in campagna, quando moriva un bambino piccolo, si diceva: "Dio se l’è portato con sé perché non voleva restare senza di lui". Dio non può vincere la morte se non nell’aldilà, per la vita eterna. L’onnipotenza di Dio rispetta l’uomo nella sua autonomia e nella sua libertà fino ad apparire impotenza.

Mi perdoni, ma suona un po’ blasfemo.
"Dio è onnipotente nell’amore, ma non ha onnipotenza di fronte all’uomo. L’uomo può bestemmiarlo, ignorarlo, dirgli di no, e avere una vita felice. Dio ha fatto tutto con amore e libertà. E noi dobbiamo fare lo stesso".

Quando ha voluto, però, Dio ha sconfitto il male terreno: i miracoli.
"Gesù non ha guarito tutti i ciechi, gli handicappati, i muti. I miracoli sono come frecce: capiamo quello che sarà nell’aldilà".

Dio, Buddha, Allah, Jahvè...
"Per noi cristiani, Dio è quello che è stato narrato da Gesù. Gli altri certamente sono chiamati Dio ma il nostro Dio è quello degli ebrei, il padre di Gesù".

Ma non è che il male sia sempre lo stesso?
"Fra gli eccidi dell’antichità e la bomba atomica cambia solo il mezzo. Il male nella storia si manifesta con tre volti. Avere tutto e subito. Accumulare ricchezze. Avere potere. Sono le tre epifanie del male, le tre tentazioni di Gesù nel deserto: il diavolo dice 'Ti do il pane, ti do tutte le ricchezze, buttati giù dal pinnacolo, puoi fare tutto'. Sono le tre libido di Sigmund Freud, la libido erotica (mangiare l’altro), la possidendi e la dominandi".

Il Papa ha indicato nella finanza e nei mass media i nuovi volti del male.
"Anche nel Medioevo c’era la 'finanza', si chiamava usura".

I mercanti nel tempio sono in giacca e cravatta davanti al computer: sta dicendo questo?
"Sentiamo di più il potere della finanza. Nell’Ottocento il nemico era il capitale, a fine Settecento i possidenti-padroni".

E dei mass media cosa pensa?
"Nell’Impero romano c’erano gli strilloni nelle piazze che se la pigliavano col nemico e incitavano alla guerra, alle torture… Piuttosto, perché nessuno ha chiamato guerra l’intervento umanitario in Libia? Questa sì che è una responsabilità".

Quali allora i nuovi volti del male?
"Siamo una società bugiarda. Negli ultimi 20 anni c’è stata una crescita generalizzata: si dice una cosa e se ne pensa un’altra, si mente allo Stato nella dichiarazione dei redditi, si rilascia falsa testimonianza in tribunale. È il male dominante la menzogna fino alla calunnia".

La calunnia?
"La calunnia e la menzogna sono diventate metodo anche fra cristiani".

Pensa a corvi e maggiordomi degli ultimi scandali vaticani?
"Non solo in Vaticano, nella vita comune, quotidiana".

Padre, un altro male, anno 2012?
"Mi chiami Enzo… C’è una specie di indifferenza che ci ha preso. Un’indifferenza al male. Non ci si scandalizza, non abbiamo l’indignazione dentro".

Eppure si sta muovendo la società civile, gli indignados e anche gli intellettuali dopo anni di Aventino (e fatti loro) hanno "messo la faccia".
"Sì, nell’ultimo anno ci sono i segni di un risveglio nella gente che fa domande, però rimane l’atteggiamento di fondo".

Quale?
"Fate pure, a patto che non tocchiate il mio mondo. Una specie di non prossimità. Siamo disposti a dare 50 euro per i terremotati ma non a invitarli a cena a casa nostra spendendone 10. Perché la prossimità ci fa paura".

Sociologi e psicoanalisti parlano di una crescita del narcisismo: cosa ne pensa?
"È un male banale, espressione dell’individuo. Altra cosa è l’individualismo esasperato dei nostri tempi, che è il vero male".

Ci aiuti a capire.
"La soggettività anni 60, preziosa scoperta, a poco a poco si è corrotta in soggettivismo e in individualismo. Ora c’è un individualismo disperato e feroce secondo il quale i desideri si trasformano in diritti. E si vuole che gli altri li soddisfino. È una regressione. Pura barbarie".

Come se ne esce?
"È un problema educativo e culturale. La scuola, i genitori devono di nuovo dire: 'Io devo fare venire al mondo una persona. E farla crescere con capacità di umanizzazione'".

Significa?
"Che io mi faccio più uomo, che penso al significato e alle conseguenze delle mie azioni. Da giovane strappavo l’erba, così, per gioco. Perché? Manca una grammatica umana".

Quale la sintassi?
"Rispettare animali, natura, uomini. Insegnare la pluralità. Diventare esperti in differenze e in complessità".

La tv degli esordi aveva una funzione educativa. Ora?
"Noi non abbiamo la tv in comunità. Ma quando sono in trasferta e sono in hotel, l’accendo e non trovo una trasmissione che aiuti gli uomini a crescere in umanità. Io vado poco in video, massimo due volte l’anno. Chi va di più non è più ascoltato".

Ma esiste una classifica del male?
"L’ottavo vizio capitale è la superbia: uno pensa se stesso come un dio e gli altri come una cosa, uno strumento. Non li guarda. Dittatori (Stalin, Hitler, Gheddafi) presi dalla vertigine dell’orgoglio hanno esercitato la tirannia, con la sessualità brutale, l’arroganza violenta…"

Allora?
"Io ragiono così: noi uomini, tutti, possiamo cadere e fare del male, anche un omicidio, che è la cosa più terribile (spero si capisca cosa intendo), perché trasportati dall’impeto. Però possiamo anche scegliere. È grave l’ipocrisia dei politici che difendono la famiglia e poi conducono una vita sistematicamente contro i valori della famiglia. Chi invoca la giustizia trasparente e poi dà scandalo".

Le cronache sono impietose: molti i cristiani che non brillano. Non dovrebbero dare l’esempio?
"Non abbiamo solo la coscienza. Abbiamo anche il Vangelo che ci dice di non rubare, non dire il falso, non corrompere, non desiderare la donna d’altri..."

Dura per un credente accettare l’onda nera degli scandali vaticani.
"Non sono stato molto turbato da queste vicende: temo ci siano state esagerazioni, sono problemi che sorgono in qualsiasi istituzione. Credo di conoscere bene la Chiesa: il Papa e i suoi collaboratori sono persone trasparenti. Ci vorrebbe una capacità maggiore di spiegare cosa è successo".

Problema pedofilia.
"Stiamo entrando in una cultura di tipo anglosassone: non si nascondono più le cose, si sente il bisogno di denunciarle. La pedofilia è un delitto orribile perché il bambino non ha capacità di soggettività. È stata una piaga negli anni 60 con i collegi, ora lo è di meno, ma c’è più coscienza, più spinta a fare emergere le verità. Non dimentichiamo che stiamo parlando di persone malate".

Sempre la sua misericordia... e ai bambini non pensa?
"Per cautela deve essere subito allontanato chi può fare danno e reso innocuo. Poi aiutato".

"Siate sobri" è il mantra degli ultimi mesi: giusto?
"Da anni stiamo godendo con facilità e senza consapevolezza dei beni, sfruttando i paesi poveri".

E il suo mantra qual è?
"Non sprecare. Dobbiamo tornare alla regola di San Benedetto della misura. Pensi ai frigoriferi pieni… I poveri non solo bussano ma entrano da tutte le parti. Non buttare via: un’autoeducazione".

Lei non porta la croce.
"Sono un monaco".

È anche una scelta? Lanciata dagli stilisti, dalle rockstar, svuotata di significato…
"La croce è il simbolo più reale che ci sia, indica la vita di Gesù data agli altri, soffrendo. E come viene usata? È successo lo stesso con le parole".

In che senso?
"Vorrei prendere una parola in mano cercando di renderla di nuovo eloquente, parlante, partendo dalla verità per cui l’uomo l’ha fatta nascere. Sì, vorrei rifondare ogni parola abusata, ridarle significato".

A quali pensa?
"Sacrificio. Bandita completamente. Invece senza sacrificio non avremmo la libertà. E poi: perseveranza. Bisogna insistere, non fare le cose per emozione ma cercare di farle diventare storia. Anche fatica: nella nostra vita ce n’è molta, si fatica a vivere insieme, anche nelle storie d’amore".

Se le dico morte assistita? Lei intervenne sul caso Englaro.
"Non si deve assolutamente lasciare posto all’eutanasia, anche se il malato l’ha detto. Bisogna però togliere ogni possibilità di accanimento terapeutico. Vedo negli ospedali italiani una scandalosa assenza della cultura del dolore".

La parola morte, invece?
"La sentiamo come un’ingiustizia perché mette fine a tutto ciò che abbiamo di bello. Affetti, amori... La paura della morte è la causa di alienazione più grande. Pensi alla Lettera agli ebrei, a Freud. Sentiamo il bisogno di premunirci per la vecchiaia: di nuovo l’egoismo, il pensare a sé, l’individualismo".

Facile a dirsi, siamo tutti umani.
"Se la molla fosse la conoscenza della vita, se pensassimo a un manifesto di umanizzazione, che dice? Non sarebbe meglio?"

© Riproduzione Riservata

Da - http://www.panorama.it/cultura/arte-idee/enzo-bianchi-vi-spiego-cos-e-oggi-il-male/
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« Risposta #53 il: Dicembre 20, 2016, 06:33:34 »

Gli 80 anni rivoluzionari di Francesco

Pubblicato il 17/12/2016   Ultima modifica il 17/12/2016 alle ore 15:34

Enzo Bianchi

«La nostra vita è di settant’anni, ottanta se ci sono le forze...», dice il salmo 90 che papa Francesco prega sovente nella liturgia delle ore e forse anche nella preghiera personale, con più insistenza perché ormai a questa tappa è giunto. 

Lo constatiamo ogni giorno: Francesco è un uomo ancora forte, in buona salute, e per lui il popolo di Dio prega affinché possa ancora rendere evangelico il potere che è connesso al suo essere vescovo di Roma e pontefice.

In spirito di attenzione e di ascolto del suo magistero possiamo abbozzare una lettura di ciò che è mutato nella chiesa cattolica in questi tre anni e mezzo e delle attese che hanno trovato in papa Francesco motivo di accendersi.

Innanzitutto vorrei sottolineare il clima nuovo in cui questa lettura è possibile. Il cammino che ha preceduto e accompagnato i due sinodi dei vescovi, così come i ripetuti inviti di papa Francesco hanno reso più franca e trasparente la dialettica all’interno della chiesa: la vivacità di un’opinione pubblica nello spazio ecclesiale è tornata a essere non solo possibile ma anche auspicabile, come nella stagione inaugurata dall’annuncio del concilio Vaticano II e proseguita per tutto il suo svolgimento.
 
Papa Francesco compie oggi 80 anni, ecco cosa lo aspetta nel 2017
Anche l’eccessiva sovraesposizione dei movimenti ecclesiali, che avevano quasi monopolizzato la vena carismatica mai assente dalla storia, è stata ricondotta nell’alveo di una chiesa più ordinata, in una comunione più visibile e rappacificata, così che i movimenti possono ora offrire la loro testimonianza senza che ci sia il sospetto di un desiderio di occupare spazi o gestire potere. La chiesa è più che mai «popolo di Dio», espressione cara a papa Francesco, non solo per la sua matrice conciliare, ma perché capace di indicare la qualità «popolare», non elitaria della comunità cristiana.
 
Papa: “Vecchiaia, una parola che spaventa”
Grazie anche a questo diverso approccio, è più facile cogliere uno dei tratti salienti di questo pontificato: il nuovo slancio conferito all’ecumenismo. Pareva stagnante, al punto che alcuni avevano parlato di «inverno ecumenico», ma papa Francesco, con gesti inattesi e audaci, più ancora che con parole, ha ridestato quel desiderio di unità che aveva accompagnato il tempo del post-concilio nella chiesa cattolica e, parallelamente, nella altre chiese. Si pensi al viaggio per incontrare la chiesa valdese a Torino, una chiesa sempre rimasta nel cono d’ombra dell’ecumenismo cattolico; alla «testardaggine» profetica ed efficace nel voler incontrare come fratello il patriarca di Mosca Kirill, raggiungendolo a Cuba; al viaggio a Lund per dire ai protestanti che Lutero, se è vero che ha prodotto una rottura con la chiesa cattolica, era tuttavia animato dalla passione per una chiesa più evangelica. Speriamo che ora non si usi più la parola «protestantizzazione» per designare negativamente ogni riforma che la chiesa cattolica intraprende. Nessun papa dopo Paolo VI ha osato quanto Francesco nell’andare incontro all’altro fratello cristiano, anche a costo di umiliare la propria persona purché il ministero petrino sia svolto come presidenza nella carità.

E, a riprova che la ricerca dell’unità visibile dei cristiani non contrasta affatto con la missione e l’annuncio del vangelo, il magistero di papa Francesco su alcuni aspetti decisivi della presenza cristiana nella società odierna - la custodia del creato, la pace, e le migrazioni - ha trovato condivisione e solidarietà anche da parte delle altre chiese. Si pensi alla visita all’isola di Lesbo, simbolo della tragedia dei migranti, assieme al patriarca ecumenico Bartholomeos e all’arcivescovo di Atene, ai ripetuti appelli contro il traffico di armi e di esseri umani, all’incessante mediazione nelle situazioni di conflitto - dalla Siria alla Colombia - alla denuncia della «terza guerra mondiale a puntate» o ancora alle risolute prese di posizione per la custodia del creato: sempre papa Francesco si è mosso e ha potuto parlare come latore di un messaggio di umanità rivolto a tutti, quella buona notizia evangelica che va al di là di ogni divisione confessionale e costruisce ponti anziché muri. Non a caso, proprio sulle tematiche dell’ecologia abbiamo assistito a una novità assoluta: un’enciclica papale che cita e valorizza il pensiero di un patriarca ecumenico e che viene presentata in Vaticano anche da un vescovo e teologo ortodosso.

Infine tutta la chiesa - sovente tentata di esercitare il ministero della condanna, tentata dall’intransigenza - è stata invitata, con l’anno della misericordia a suggello di due sinodi dei vescovi, a essere inclusiva e mai esclusiva, ad andare incontro a chi è nel peccato annunciandogli il perdono di Dio e affermando che oltre la legge c’è la misericordia. Fin dall’inizio del pontificato avevo scritto su queste colonne che avremmo avuto un papa della misericordia: così è stato ed è. Ed è significativo che proprio su questo atteggiamento si verifichino non solo critiche ma opposizioni dure da parte di quelli che il papa chiama «persone religiose ma rigide», «giuste ma insensibili», uomini della legge che spesso non sanno neppure riconoscere in se stessi ciò che rimproverano agli altri. La misericordia, sotto il pontificato di Francesco, non è solo tema di vita spirituale personale, ma è stile, prassi nei ecclesiale confronti di chi ha bisogno della misericordia di Dio, della chiesa, dei fratelli.

Ora, quali attese nutre il popolo di Dio ascoltando le parole di Francesco? Sono attese di riforma della chiesa «in capite et in membris». Sappiamo però che si parla di riforma della chiesa da almeno otto secoli e che la chiesa dovrebbe essere sempre in dinamica di riforma: ecclesia semper reformanda. Papa Francesco, è animato da questa intenzione e lo dichiara sovente, ma dovremmo essere consapevoli che più la chiesa si riforma secondo il primato del vangelo e più scatena le forze avverse che si rivolteranno contro di essa. Più vita secondo il vangelo significa più cristiani perseguitati nel mondo, più credenti osteggiati dagli stessi fratelli di fede, nella chiesa stessa. C’è un’ingenuità che temo possa portare solo a riforme, se non mondane, di semplice maquillage. Anche la stessa riforma della curia avverrà solo se il papa riuscirà a farla con la curia e la curia con il papa, perché altrimenti non sarà possibile operare mutamenti efficaci in una realtà così complessa e strutturata. Molti vescovi e semplici fedeli mi confidano: speriamo che il papa riformi poche cose essenziali, ma tali che non si possa più tornare indietro dopo di lui: è questo l’augurio per il suo ottantesimo compleanno.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/12/17/cultura/opinioni/editoriali/gli-anni-rivoluzionari-di-francesco-d6oIZZMcVYuJn5BYo40N9O/pagina.html
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« Risposta #54 il: Gennaio 29, 2017, 08:36:57 »

Monastero di Bose, Enzo Bianchi si è dimesso da priore
Il suo successore è Luciano Manicardi

Pubblicato il 26/01/2017 - Ultima modifica il 26/01/2017 alle ore 22:45

Domenico Agasso jr
Roma

Le aveva previste nel 2014, le ha annunciate oggi, 26 gennaio 2017, dunque tre anni dopo. Fratel Enzo Bianchi si è dimesso da priore del monastero di Bose. Luciano Manicardi è il suo successore. 

«Si dice che i cervi… quando camminano nella loro mandria… appoggiano ciascuno il capo su quello di un altro. Solo uno, quello che precede, tiene alto senza sostegno il suo capo e non lo posa su quello di un altro. Ma quando chi porta il peso (qui pondus capitis in primatu portabat) è affaticato, lascia il primo posto e un altro gli succede. Questo commento di Agostino», esordisce Bianchi nel comunicato datato all’Epifania, «al salmo 41 (42) è sempre stato da me meditato, e con queste parole iniziavo la lettera di dimissioni previste nel 2014, alla fine della visita fraterna iniziata a gennaio e terminata a maggio e dopo la revisione economica affidata a una competenza esterna alla comunità». 

I «visitatori fraterni mi hanno chiesto di restare ancora, anche per portare a compimento lo Statuto della comunità», e così ha continuato a presiedere, «ma avvertendo più volte i miei fratelli e le mie sorelle che erano gli ultimi mesi del mio servizio e assentandomi sovente, affinché potessero imparare a continuare a vivere senza la mia guida».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/01/26/vaticaninsider/ita/news/monastero-di-bose-bianchi-si-dimesso-rp7ArtxQc4zyLKuDJ3mgnN/pagina.html
 
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« Risposta #55 il: Aprile 16, 2017, 06:07:41 »

Le Pasque unite contro l’odio

Pubblicato il 16/04/2017 - Ultima modifica il 16/04/2017 alle ore 08:02

ENZO BIANCHI

Quest’anno i cristiani di tutte le Chiese festeggiano la Pasqua alla stessa data. Ma non la festeggiano certo allo stesso modo. Non solo perché liturgie, riti e tradizioni sono diversi fin dai primi secoli, ma ancor più perché a essere diversa è la condizione in cui i cristiani vivono nelle diverse parti del globo. In Egitto, dove i cristiani sono circa il 10% della popolazione, quest’anno più che mai i fedeli partecipano alle celebrazioni del mistero centrale della loro fede - la morte e risurrezione di Gesù Cristo - a rischio della loro stessa vita. 

Come tragicamente ci hanno ricordato le vittime di Tanta e di Alessandria solo domenica scorsa. In Siria, in Iraq e nel martoriato Medioriente, l’ancor più esigua e variegata presenza cristiana - sopravvissuta a guerre, rappresaglie, attentati, bombardamenti, carestie, emigrazioni ed esili forzati - vive ormai da tempo l’ecumenismo del sangue e ha imparato a stringersi come un unico corpo al di là delle diverse confessioni per celebrare il Signore della vita nonostante l’incombente orizzonte di morte. A livello mondiale, mentre il Papa apre il triduo pasquale lavando i piedi ai detenuti di un carcere del Lazio e chiedendo con forza dalle pagine di un giornale laico, «la Repubblica», di «fermare i signori della guerra», il presidente - cristiano - della più grande potenza atomica mondiale ordina di sganciare una bomba «convenzionale» di potenza inaudita e di utilità ignota.
 
In Italia, invece, dove quasi il 90% della popolazione è battezzata, a Pasqua saranno tranquillamente aperti molti centri commerciali, non certo per facilitare a lavoratori e clienti la partecipazione alle celebrazioni dei misteri cristiani. Così, mentre nelle aree più provate del mondo i discepoli di Cristo pagano un caro prezzo per la loro fede, nel nostro paese che si vanta delle sue radici cristiane la festa di Pasqua è vissuta ormai nella distrazione: la debolezza della fede impedisce a molti cristiani di comprendere che senza questa festa, senza la risurrezione di Gesù di Nazareth, il cristianesimo non solo non si regge, ma rende i cristiani i più miserabili di tutti. Non è mai stato facile credere a ciò che la Pasqua significa e annuncia: che la morte non ha l’ultima parola né è l’ultima realtà, che oltre la morte c’è una vita altra, che l’uomo di Nazareth è il primo risorto da morte ma è anche colui che trascina ogni morto in una vita nuova senza fine. Eppure da sempre i poveri, i sofferenti, gli esclusi, le vittime della storia hanno saputo cogliere la dirompente novità di questo annuncio pasquale.
 
Sappiamo bene che all’alba del terzo giorno dopo quel 7 aprile della sua morte, le discepole di Gesù andarono a visitare la tomba dove il loro rabbi era stato sepolto la sera della sua crocifissione: la trovarono vuota, fatto che gli stessi avversari di Gesù poterono constatare. Quelle discepole però iniziarono a dire che era risorto da morte, destando stupore e sospetto persino negli stessi discepoli di Gesù e derisione da parte dei capi religiosi. Tuttavia, pur tra paure e incomprensioni, le donne e i discepoli non temettero di affermare che Gesù era vivente perché Dio lo aveva risuscitato dai morti, che quel Gesù che avevano amato e seguito era l’immagine decisiva di Dio, l’unica via per conoscere Dio.
 
Discorsi insignificanti per il mondo: Gesù era uno sconosciuto personaggio della periferia dell’impero ma per i suoi discepoli era «figlio di Dio»: lo hanno cantato, adorato, ne hanno fatto memoria a caro prezzo, fino a essere perseguitati e a dare la vita per lui. È questo lo straordinario cristiano: un uomo che è Dio, un Dio che si è fatto uomo e ha vinto la morte per sempre, con il suo amore, con la vita spesa nel servizio degli altri, nell’amore del prossimo, fino all’amore per il nemico. Allora lasciamoci rievangelizzare da quei cristiani copti che non hanno pronunciato una sola parola di odio e vendetta nei confronti di chi li ha brutalmente privati di padri, madri, figli e sono ritornati ad affollare quei luoghi dove risuona per loro e per tutti una parola di vita. Pasqua sarà così anche per noi la festa dell’amore più forte dell’odio: una festa di cui il mondo oggi sembra avere molto bisogno.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/16/cultura/opinioni/editoriali/le-pasque-unite-contro-lodio-MsLdaQJXhoCm5EfzN5MRoM/pagina.html
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