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Autore Topic: ENZO BIANCHI:  (Letto 16446 volte)
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« Risposta #30 il: Ottobre 08, 2011, 11:38:13 »

2/10/2011

La politica riscopra i valori cristiani

ENZO BIANCHI

Non è mai stato facile essere un cattolico impegnato in politica se si prendono sul serio i tre termini: «cattolico», «impegnato» e «politica». Ma nella ormai lunga stagione della cosiddetta Seconda Repubblica tutto è sembrato complicarsi ancor di più: non perché è venuto meno il partito dei cattolici, ma perché da quasi due decenni sono stati dimenticati o contraddetti alcuni dati fondamentali che avevano guidato i laici cattolici nel loro servizio alla polis, almeno a partire dalla feconda stagione costituzionale repubblicana. Penso all’autonomia delle scelte politiche, da assumersi rispondendo alla propria coscienza, formatasi alla scuola della dottrina sociale cattolica e alle indicazioni provenienti dai documenti conciliari; o alla perdita di eloquenza dei cristiani adulti, ignorati quando non zittiti o irrisi da chi non perdeva occasione per esprimersi in loro vece; o ancora alla messa in discussione del concetto stesso di attività politica: la mediazione, la negoziazione, la convergenza verso il bene comune che sovente deve accontentarsi di denunciare il male e porvi un limite, scegliendo il bene possibile sempre in obbedienza ai principi della democrazia e della pluralità della società che può esprimersi solo con il criterio della maggioranza.

Ora che le chiare parole della presidenza della Conferenza episcopale italiana - ancora una volta accolte da alcuni come tardive, considerate da altri come interferenze indebite, strumentalizzate a proprio beneficio da altri ancora - hanno aperto scenari più movimentati, il pensiero di molti commentatori è parso appiattirsi su una sola domanda: si va o no verso un nuovo partito cattolico? Credo che a insistere solo su questo interrogativo si faccia un torto sia ai vescovi, che hanno volutamente mantenuto il discorso in termini prepolitici, sia ad alcuni, pochi invero, laici cattolici che in tutti questi anni non hanno smesso di ricercare una sintesi concreta e affidabile tra la loro fede cristiana e le scelte politiche ed economiche da proporre al Paese intero per una migliore convivenza civile. Questo non nega un’afonia di molti cattolici, incapaci di esprimersi e di mostrarsi come ispirati dal vangelo, non nega la grave incoerenza tra vita politica ed etica cristiana mostrata da altri cattolici, e soprattutto non nega che molti di essi avrebbero potuto già da tempo uscire dal silenzio con eloquente parresia. Che tristezza sentir confessare solo in questi giorni: «Tre parole in più forse noi cattolici avremmo potuto dirle!».

Il problema è ben più ampio di una scelta di schieramento o di alleanze strategiche: si tratta di una rinnovata assunzione di responsabilità verso la collettività, che tenga conto delle mutate condizioni sociali, economiche, demografiche e storiche in Italia e in occidente, ben lontane dall’essersi stabilizzate. Di fronte alle nuove sfide che la politica in senso alto - cioè la gestione della polis nel presente con lo sguardo proteso alle future generazioni e la mente memore delle lezioni del passato - pone non solo al nostro Paese ma al villaggio globale di cui ormai siamo parte consapevole, pare necessario più che mai uno spazio organico di confronto tra cristiani - magari anche non solo cattolici... - in cui cercare di discernere come coniugare le istanze evangeliche con il vissuto quotidiano di una società che ormai è ben lungi dall’essere cristiana nella sua totalità. Un luogo in cui quanti hanno a cuore il bene comune e ritengono di avere delle capacità per servirlo, possano formarsi in vista dell’indispensabile dialogo con chi non condivide le stesse convinzione di fede e dell’altrettanto ineludibile azione comune nella società e per il suo benessere morale e materiale.

Quando il cardinal Bagnasco auspica «un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica che - coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita - sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni», dovrebbe essere abbastanza chiaro dalle sue stesse parole che non sta propugnando un partito tanto meno progettando un governo ma, appunto, un interlocutore con la politica: una voce cristiana che, come tale, possa anche manifestarsi articolata e modulata, farsi voce dei senza voce, porre parole e gesti profetici, anche a costo di risultare sgradita a molti. Da anni segnalo l’esigenza sempre più diffusa tra molti laici cattolici di un «forum», di uno strumento organico dei credenti in cui fare insieme opera di discernimento di problemi, situazioni critiche e urgenze presenti nella polis, per verificarle alla luce del vangelo e per smascherare al contempo gli «idoli» che sovente seducono anche i cristiani.

Una riflessione che resti tuttavia nell’ambito pre-politico, pre-economico, pre-giuridico: tradurre poi gli aneliti evangelici - realtà ben più esigente dei «valori», a volte così mutevoli nelle loro priorità - in concrete opzioni attraverso leggi e norme spetterà a quanti si impegnano all’interno delle diverse forze politiche, in modo conforme alla propria coscienza, alla storia personale e alla lettura delle vicende che hanno contribuito a rendere il nostro Paese quello che oggi è.

Forse in questo dovremmo essere anche più attenti alle esperienze di altri paesi, europei in particolare, dove la presenza e l’influenza dei cristiani in politica è meno preoccupata di etichette o di certificati di garanzia e più sollecita nell’esprimere i propri convincimenti con un linguaggio e un’azione capaci di essere compresi e condivisi anche al di fuori delle mura confessionali. Non si tratta di ricreare le scuole-quadri, ma di fornire opportunità di riflessione e di formazione di un’opinione il più possibile aderente al messaggio evangelico e al suo farsi carico di ogni essere umano, a partire dal più debole, povero e indifeso.

Sì, per tornare ai tre termini da cui abbiamo preso spunto, il rapporto tra un cattolico e la politica - basato sull’imprescindibile riconoscimento della laicità dello stato - comporta l’impegno, l’assunzione di responsabilità, la scelta consapevole di non ricercare successi o vantaggi personali, di non perseguire privilegi di sorta, nemmeno per conto terzi, ma piuttosto di percorrere giorno dopo giorno, magari mutando il passo e scegliendo nuovi sentieri, il faticoso eppur appassionante «camminare insieme» con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, per il bene anche di chi volontà buona ne ha poca o nulla

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9270
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« Risposta #31 il: Ottobre 26, 2011, 05:12:14 »

26/10/2011

Religioni, il dialogo passa dal bene

ENZO BIANCHI

Nella giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo indetta da papa Benedetto XVI si possono scorgere, accanto a una sostanziale continuità con l’iniziativa di Giovanni Paolo II nel 1986, qualche accento di novità. A questa giornata, infatti, sono convocate anche personalità del mondo della cultura che non si professano religiose; inoltre, l’incontro è intitolato «Pellegrini della verità, pellegrini della pace», mettendo così in rilievo come la ricerca della verità sia essenziale perchévi possaessere una ricercadella pace.

Quanti presumono di conoscere Benedetto XVI e lo additano sovente come «correttore» dei suoi predecessori hanno gridato al tradimento e alcuni di loro si sono persino rivolti a lui con lettere che lo invitavano a cancellare questa iniziativa. I tradizionalisti scismatici esprimono la loro condanna, e lo stesso fanno anche alcuni cattolici che temono l’evento perché lo giudicano un incoraggiamento al sincretismo o al relativismo, secondo il quale tutte le religioni si equivalgono. Così ancora una volta nella nostra Chiesa, sempre più divisa e conflittuale, si profilano accuse e contrapposizioni che segnano con la diffidenza ogni iniziativa e la rendono occasione per una negazione di chi, lungi dall’avere un’altra fede, semplicemente appare con diversità di stile, di toni, di atteggiamenti pastorali, di modi di porsi nella storia e in mezzo agliuomini.

Aldi là delle reazioni anche scomposte,la volontà di Benedetto XVI di fare proprio lo spirito di Assisi conferma il cammino di dialogo voluto dal Vaticano II e mostra come la Chiesa cattolica abbia la consapevolezza di una missione veramente universale: una missione, cioè, che riguarda tutti nel rispetto del cammino e delle vie religiose di ciascuno, nella convinzione che tutti gli uomini sono fratelli perché figli di un unico Padre e Creatore e chea nessuno di loro potrà maiessere estraneoil mistero pasquale di Gesù. Va anche detto che molti timori riposano su un fondamentale malinteso: si presume che il dialogo richieda di mettere da parte la propria fede e dimenticare la verità. In realtà, il dialogo implicaun’autenticareciprocità,chiede di ascoltarel’altro e la sua fede con rispetto ma, nello stesso tempo, di parlare con parresía della propria fede. Il dialogo interreligioso esige che ciascuno dei due partner conosca la propria tradizione e le resti fedele, che sia un testimone della propria fede senza la pretesa di imporla all’altro. Il dialogo, se ben compreso, fa addirittura parte dell’evangelizzazione,perché è solo dialogando in modo autentico che si assume lo stile di Gesù, lo stile del Vangelo,quello dei discepoli inviatitra le genti.

Il cammino del dialogo è un percorso coerente con la grande tradizione della Chiesa. Fin dai primi secoli i padri della Chiesa, interrogandosi sulle diverse tradizioni religiose in mezzo alle quali i cristiani erano una realtà nuova e minoritaria, discernevano i semina Verbi, cioè la presenza di «semi della parola di Dio», di tracce dello Spirito Santo, di raggi di verità. In tutte le realtà, in tutta la storia ha sempre operato la parola di Dio e insieme a essa, mai da essa dissociato, lo Spirito di Dio; con l'incarnazione, poi, è Dio stesso che si è fatto uomo, carne, e ha abitato in mezzo a noi. La Parola ha sparso i suoi semi di vita nelle culture di tutte le genti, semi che inizialmente sono nascosti ma che poi si sviluppano e appaiono nella storia, nelle diverse culture. Detto altrimenti, Cristo è la verità unica, maraggi della sua luce si trovano in ogniessere umano, creato da Dio a sua immagine e somiglianza. Verità, queste, mai smentite, che hanno condotto Paolo VI a constatare che «le religioni ... hanno insegnatoa pregare a intere generazioni»,mentre Giovanni Paolo II attestava: «Noi possiamo ritenere che ogni preghiera autentica è suscitata dallo Spirito Santo che è misteriosamente presente nel cuoredi tutti gli uomini».

Ma a quali condizioni è possibile convocare credenti di diversa fede e religione a pregare per la pace? Quando fu organizzato l’incontro del 1986, in risposta alle diverse contestazioni sollevate nei confronti dell’iniziativa papale si affermò con insistenza che il pellegrinaggio ad Assisi non era voluto per «pregare insieme», ma per «stare insieme per pregare». In tal modo si è ribadita l’impossibilità di una preghiera comune, perché questa è possibile solo tra cristiani di diverse confessioni, che riconoscono il Dio trinitario e confessano come unico salvatore Gesù Cristo. I cristiani non possono fare proprie le formulazioni di preghiera di altre religioni e, reciprocamente, gli altri non vorrebbero certo adottare le preghiere cristiane. La preghiera, eloquenza della propria fede, ci chiede di pregare insieme come cristiani che confessano la fede espressa nel Credo apostolico; ci chiede anche di pregare insieme tra ebrei e cristiani (almeno attraverso i salmi), figli gemelli dell’Antico Testamento che confessano lo stesso Dio e attendono da lui la piena redenzione. Ci è però impedito di fare una preghiera comune e pubblica con credenti di altre religioni: l’unica cosa che è sempre possibile condividere con tutti è un silenzio adorante vissuto gli uni accanto agli altri, nella certezza che Dio vede, unisce, accoglie ciò che sale dal cuore umano come desiderio di bene e di salvezza. Dio conosce chi cerca il suo volto: lui certo vede e crea una comunione che noi non possiamo né misurare né riconoscere. Tuttavia, come ricordava Giovanni Paolo II nel discorsoalla curia romana nel 1986, coscienzae fede ci diconoche «c'è un solo disegno divino per ogni essere umano che viene a questo mondo, un unico principio e fine», perché «le differenze sono un elemento meno importante rispetto all’unità che invece è radicale, basilare e determinante».

Noi cristiani crediamo che Gesù Cristo è l’unico salvatore, l’unico mediatoree l’unicoSignore degli uomini, ed è proprio questafede in lui che ci spinge verso gli uomini del mondo, delle diverse culture e religioni, con grande simpatia, con il desiderio di ascoltare ciò che brucia nel loro cuore, con il desiderio anche di imparare da loro, nel dialogo e nel confronto schietto, libero, capace di reciproca accoglienza. Non siamo degliingenui ottimistima, anzi, è confatica che cerchiamodi assumere i sentimenti, gli atteggiamenti e i pensieri di Gesù, lui che ha voluto incontrare tutti: sani e malati, giusti e peccatori, ricchi e poveri, ebrei e appartenenti alle genti, persone con la fede in Dio o che non conoscevano Dio. Gesù non ha mai giudicato né condannato nessuno, si è addirittura seduto alla tavola degli impuri, dei peccatori e dei maledetti: e come potremmo noi, suoi discepoli, rifiutarci di accogliere qualcuno dei nostri fratellie sorelle in umanità?

Sì, noi uomini e donne siamo tutti ciechi in cerca di essere guariti, zoppi che faticano ad andare avanti, balbuzienti nel parlare a Dio, spesso sordi nell’ascoltarlo. Siamo pellegrini in cerca della verità, della giustizia e della pace: tutti invochiamo e attendiamo la salvezza, quella «salvezza[CHE]nonsta nelle religioniin quanto tali, maè collegata con esse, nella misura in cui portano l’uomo al Bene unico, alla ricerca di Dio, alla verità e all'amore».

Il testo è la lectio magistralis che Enzo Bianchi terrà oggi ad Assisi alla vigilia della preghiera per la pace con il Papa

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9363
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« Risposta #32 il: Dicembre 11, 2011, 11:24:47 »

11/12/2011

Sacrifici, segnali d'amore

ENZO BIANCHI

Da anni, su queste colonne mi è parso doveroso e responsabile denunciare l’imbarbarimento e la crisi verso la quale andava la nostra società, dapprima a piccoli, poi a grandi passi. Nel frattempo è sopraggiunta la «crisi» economica - prima sottovalutata, poi tenuta nascosta o negata, infine esplosa in tutta la sua pesantezza - che però si è scoperta essere anche crisi etica, culturale. Il salmo 49, con la sua sapienza accumulata nei secoli, sottolinea come «l’uomo nel benessere non capisce, è come un animale...».

Solo ora ci stiamo incamminando verso la presa di coscienza che non è più possibile proseguire sulla strada percorsa nell’ultimo ventennio, che la mancanza di eguaglianza e di giustizia rende la nostra vita - che resta sempre «vita comune», non foss’altro perché vissuta su una stessa terra - più difficile, meno sicura, più conflittuale, più barbara. Ci stiamo rendendo conto che il vivere con il mito idolatrico del «tutto e subito», del «tutto ciò che è tecnicamente possibile va fatto» non ci garantisce un futuro buono, che il pensare solo all’oggi, solo a noi stessi come individui impoverisce la terra e fa aumentare il deserto, ci rende incapaci di lasciare alle nuove generazioni una «eredità» nel vero e nobile senso del termine.

Tuttavia oggi ci sembra di poter dire con convinzione, anche se senza alzare la voce, che si intravedono segni di speranza. Una speranza sostenuta da nuovi governanti che danno segni di voler essere «politici» nel vero senso della parola: uomini e donne al servizio della polis, della società con lo stile di chi, consapevole della sua responsabilità, non ostenta, non vuole apparire e cerca di parlare con parresia, con franchezza e sincerità, perseguendo il bene comune.

È in questo contesto che, nella comunicazione viva e fatta con tutta la sua persona da parte del ministro del Lavoro, abbiamo colto la verità della parola «sacrificio»: una commozione che ben ne ha mostrato la fatica, il costo, la necessità e la verità. Da tempo, per lo meno nel mondo occidentale, «sacrificio» non ha più l’accezione legata alla sua etimologia di impronta religiosa: «sacrum facere», «rendere sacro» un oggetto o una realtà spostandola dalla dimensione profana a quella appartenente al divino attraverso un rito o un insieme di gesti che arrivavano fino all’offerta - «sacrificale», appunto - di una vittima per ingraziarsi gli dèi o placarne l’ira. Il «capro espiatorio», così finemente analizzato anche nella sua dimensione fondativa di una cultura, ha lasciato il posto a «sacrifici» meno cruenti ma più quotidiani, legati comunque alla faticosa ricerca di una vita «migliore».

Così la mia generazione, cresciuta in un’epoca ancora di cristianità, è stata educata umanamente e cristianamente a «fare sacrifici»: privarci di alcune cose, rinunciare ad altre, accontentarci di quello che c’era... Del resto, negli anni dell’immediato dopoguerra, in cui molti vivevano in condizione di fame e miseria, «fare sacrifici» per molti non era un’opzione, ma la condizione toccata loro in sorte. Ma quell’invito ossessionante alla privazione, sovente svuotato di ogni motivazione e slegato dalla possibilità di vederne i frutti, creò di fatto una reazione di rigetto: nessuno volle più sentir parlare di sacrifici, né tanto meno continuare a farli, soprattutto nell’ora del boom economico.

In questo senso la mia generazione ha una responsabilità nella mancata trasmissione alle generazioni successive del valore del sacrificio. E oggi, incapaci come siamo stati di comunicare la valenza umanizzante dello sforzo e della rinuncia, ci ritroviamo tutti in una cultura impossibilitata a intravedere un orizzonte di bene comune e di speranza, abbiamo assistito al rarefarsi di persone pronte a dedicare tempo, mezzi, energie, beni per una maggiore umanizzazione, per la crescita di una convivenza pacifica, per l’affermazione di valori e principi degni dell’uomo o, ancor più semplicemente, per preparare un futuro migliore per i propri figli. Mancanza davvero grave, perché il sacrificio è una cosa seria: significa privarsi di un bene, astenersi da una possibilità in vista di un bene più grande che, se è tale, riguarda tutti, concerne la communitas e non il mio interesse personale. Spendere le proprie energie, fino al gesto estremo di sacrificare la vita stessa è possibile e doveroso se con quel sacrificio si ottiene giustizia, pace, libertà: quanti uomini e donne nella storia hanno sacrificato tempo, risorse, affetti per la realizzazione di ideali e per sconfiggere l’ingiustizia a beneficio di tutti.

Ma riscoprire il significato fecondo del sacrificio richiede un discernimento su azioni e comportamenti che da tempo abbiamo rinunciato a esercitare, assumendo senza alcuna criticità quello che il consumo, il mercato e la propaganda ci presentavano come stile di vita «normale». Così non sappiamo più distinguere tra necessario e superfluo, né riusciamo a mettere ordine nel nostro universo mentale e comportamentale tra bisogni, desideri, voglie, sogni e capricci. Si è come smarrita ogni scala di priorità: tutto pare sullo stesso piano, perché tutto attiene in positivo o in negativo al suo impatto sulle nostre sensazioni immediate. Noi abbiamo smarrito il senso della communitas tra contemporanei come di quella che ci lega con responsabilità alle generazioni future: vogliamo leggere, definire, vivere e consumare il nostro orizzonte limitandolo a un «io» narcisistico e prepotente o a un «noi» ristretto e fissato dal nostro vantaggio e non dalla realtà della polis.

Credo che questo smarrimento culturale ed etico abbia profondamente a che fare con l’affievolirsi del «senso» attribuibile ai «sacrifici»: se non ci sono principi condivisi, se non c’è un fine superiore alla momentanea soddisfazione personale, se non si percepisce alcun legame tra generazioni né responsabilità verso il futuro della collettività, sarà ben difficile rinunciare spontaneamente a qualcosa o aderire con convinzione a una rinuncia imposta dalle circostanze avverse. Se manca un orizzonte condiviso, se ogni atteggiamento è eticamente indifferente, se pretendiamo come diritto tutto ciò che è tecnicamente o economicamente possibile, allora ci troveremo impotenti di fronte a ogni avversità, le subiremo come catastrofi ineluttabili e cercheremo di sottrarci ad esse senza gli altri o addirittura contro di loro. Il sacrificio amputato della solidarietà, la rinuncia svuotata della speranza, il prezzo da pagare dissociato dal valore del bene da acquisire diventano insopportabili: nella communitas, infatti, il sacrificio è il debito che io liberamente assumo verso l'altro, altrimenti la communitas stessa cessa di esistere.

Solo un ideale altro e alto, la speranza di contribuire a un mondo migliore di quello che abbiamo conosciuto, la preoccupazione per il benessere di chi verrà dopo di noi, la solidarietà con chi, vicino o lontano da noi, non può accedere a beni essenziali che noi non ci rendiamo nemmeno più conto di possedere può spingerci non solo ad accettare i sacrifici ma ad affrontarli con consapevolezza e convinzione: quanti tra coloro che ci hanno preceduto avrebbero affrontato le difficoltà della vita se non avessero sperato di offrirci una condizione migliore? Perché il risultato del sacrificio non è il poterne fare finalmente a meno, bensì l’affermare con la propria vita quotidiana che un altro mondo è possibile, che l’uomo non è nemico dell’uomo e che vi sono principi di equità, di giustizia, di pace, di solidarietà che vale la pena vivere a qualunque prezzo: in fondo, il valore di ogni nostro desiderio è il prezzo che siamo disposti a pagare per raggiungerlo.

Davvero il sacrificio è iscritto nell’amore, perché nelle storie d’amore sempre accade che per il bene dell’altro io devo rinunciare a qualcosa che è solo a mio vantaggio, secondo il mio desiderio o capriccio. Allora, anche se il nostro faticoso lavorare il campo della vita non dovesse essere coronato dai frutti, ci resterà almeno la soddisfazione di aver dissodato il terreno perché altri, cui siamo legati dalla comune umanità, potranno trovarvi nutrimento e gioia.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9537
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« Risposta #33 il: Dicembre 25, 2011, 11:27:45 »

24/12/2011

Torniamo sulla via di Betlemme

ENZO BIANCHI

Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo». Questa esortazione della Lettera agli Ebrei - che fa riferimento alla vicenda di Abramo che a Mamre accolse tre pellegrini stranieri rivelatisi poi messaggeri di Dio - ci offre una chiave di lettura del Natale e del suo senso nella nostra società oggi.

Cosa sapevano gli abitanti di Betlemme di quella coppia in viaggio che cercava un riparo perché la donna incinta potesse partorire? Ne avessero sospettata l’identità, le avrebbero aperto le porte della loro casa, oppure si sarebbero limitati a tollerare che occupasse per un po’ una stalla in disuso? I pastori dei dintorni - gente emarginata nella società e nella comunità religiosa perché inadempienti agli obblighi cultuali e legali - mossi dalla spontanea solidarietà verso chi è costretto a pernottare all’aperto, decisero almeno di andare a vedere: e sappiamo tutti che, una volta che il nostro sguardo incrocia quello di una persona nel bisogno, ci è molto più difficile non prendercene cura... E quei tre sapienti di un’altra terra e di un’altra religione, cosa sapevano di quel bambino figlio di poveri? Cercavano un re, un inviato da Dio e trovano una famiglia di emigranti... eppure non esitano a colmarla di doni regali. E quei due anziani al tempio di Gerusalemme, come potevano riconoscere in un primogenito, figlio di una famiglia anonima, riscattato con due tortore, offerta dei poveri, il Messia, l’atteso per secoli da tutto il popolo?

Anche loro si limitano a prendere il piccolo tra le braccia, a tesserne le lodi, a immaginarne il futuro, come siamo portati a fare con qualsiasi neonato. Davvero un’apparizione nascosta, discreta, quotidiana, quella del figlio di Dio in mezzo alla sua famiglia, l’umanità intera: una presenza ordinaria che dice qualcosa in più solo a chi è disposto all’accoglienza. Quest’anno molti vivono un Natale più difficile del solito, non solo in quei luoghi dove la vita è sempre faticosa o dove testimoniare la propria fede è sovente a rischio fino alla persecuzione, ma anche nel nostro Paese, con sempre più persone in ristrettezze economiche. Questo dato si interseca con una sorta di ambivalenza legata alle festività natalizie: da un lato siamo quasi naturalmente più disposti ad atteggiamenti di benevolenza verso il prossimo, di bontà, di riconciliazione; d’altro canto tendiamo a vivere questi sentimenti «tra noi», all’interno della ristretta cerchia degli intimi. Ambivalenza che rende ancor più pesante la solitudine e la sofferenza di chi non ha persone care attorno a cui stringersi, di chi le ha perse, di chi le ha lasciate lontano nella speranza di preparare un futuro migliore per loro... Sì, a Natale ci sentiamo tutti più buoni, ma verso chi vogliamo noi, verso chi decidiamo che sia destinatario del nostro affetto. E in tempo di difficoltà economiche la tentazione è quella di rinchiuderci ancora di più nei nostri piccoli nidi rassicuranti.

Solidarietà e accoglienza paiono a prima vista più difficili nelle stagioni dure, nei momenti di difficoltà, soprattutto per chi non le ha assunte come proprio habitus nei giorni più propizi. E invece la storia, anche quella «sacra» legata alla nascita di Gesù, ci insegna che proprio i poveri, i nomadi, i viandanti, gli emarginati, gli stranieri sono le persone più capaci di accoglienza, di apertura all’altro, di condivisione del poco di cui dispongono. E basta conoscerli, parlare con loro, lasciarsi accogliere da loro per sentirli narrare le meraviglie degli incontri gratuiti che hanno avuto: sono storie di ordinaria straordinarietà, vicende di rapporti nati nell’emergenza e divenuti amicizie solide, avventure di un momento burrascoso trasformatesi in storie di amore fedele. Forse questo Natale potrebbe insegnarci qualcosa in merito: nello straniero che abita a pochi isolati da noi e che incontriamo per strada, nel senzatetto che si rifugia tra i suoi cartoni, nei nuovi poveri in coda per un pasto caldo, nell’anziano che fatica a riscaldare la sua stanza c’è un essere umano portatore di vita e di speranza, ci sono un cuore, un corpo e una mente che desiderano comunione, c’è una presenza dell’assenza lacerante della persona amata.

Chi può dire cosa troviamo se ci accostiamo all’altro senza pregiudizi e paure, se gli apriamo la porta del nostro cuore, se gli restituiamo quella dignità che è suo diritto inalienabile? Chi di noi ha guardato, dico «guardato», negli occhi un volto e si è sentito estraneo, soprattutto quando quel volto presenta i segni della sofferenza? Non lo si dimentichi: Dio si è mostrato in Gesù con tratti umanissimi perché ciò che era straordinario in Gesù non era nulla di religioso ma solo umano, umanissimo. Sì, Dio ha sembianze così umane che rischia di passare inosservato: per riconoscere l’altro in verità, l’unico sguardo lungimirante resta quello dell’accoglienza, oggi come a Betlemme duemila anni fa.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9582
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« Risposta #34 il: Gennaio 15, 2012, 11:14:41 »

15/1/2012

L'etica delle tasse

ENZO BIANCHI

Sono duemila anni che le parole dell’apostolo Paolo rivolte ai cristiani di Roma risuonano con forza per tutti i discepoli di Gesù Cristo.

Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto». Parole che, accostate a quelle che gli evangelisti mettono in bocca a Gesù stesso - «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» - dovrebbero orientare il comportamento dei cristiani verso le autorità civili, in particolare per quanto riguarda il contributo economico da versare per la gestione della cosa pubblica e per i beni comuni che lo Stato garantisce, non affidabili alla sfera privata dell’economia per il semplice fatto che i «profitti» che se ne traggono sono forzatamente dilazionati nel tempo.

Ma se la risposta di Gesù a un quesito legato specificatamente a un «tributo da pagare a Cesare» è sovente ricordata ogni qualvolta si discute di laicità dello Stato o di atteggiamento da assumere da quanti sono al contempo cristiani e cittadini, non altrettanto si può dire dell’ammonimento di Paolo che viene troppo sbrigativamente relegato tra le indicazioni «datate», connesse a una situazione storica e sociale ormai scomparsa quale quella dell’impero romano.

Eppure credo che possa essere prezioso, non solo per i cristiani, arricchire l’attuale riflessione sulle tasse, con questo concetto anche neotestamentario di «rendere» il dovuto a chi gli spetta, con questo invito al discernimento degli ambiti, al rispetto delle prerogative e dei limiti di ogni «signoria», sia essa politica o religiosa. Tale discernimento infatti mi pare strettamente legato alla consapevolezza o meno della propria appartenenza a una «comunità», del sapersi membra di un determinato corpo, ecclesiale o sociale. Quando, pochi anni fa, uno dei più seri, lucidi e preparati ministri dell’economia che il nostro Paese abbia mai avuto definì «bellissimo» il fatto di pagare le tasse, venne deriso: ormai smarrita ogni etica civile collettiva, chi aveva osato ricordare la bontà di un gesto solidale come il pagare le imposte finalizzate al bene comune non poteva che essere messo alla berlina. Ma il problema oggi come allora è proprio qui, nella mancanza di coscienza collettiva: non si può chiedere un gesto di condivisione a chi non sa più di essere parte di un organismo vivente, come non si può chiedere alle braccia o alle gambe di faticare per un corpo che esse considerano estraneo.

Nel nostro Paese non si rispetta il principio anglosassone del «nessuna tassa senza rappresentanza» (infatti gli immigrati pagano le tasse ma non partecipano alle elezioni), ma nemmeno quello speculare del «nessuna rappresentanza senza tassa» (molti italiani all’estero non sono tenuti a pagare le tasse in Italia ma eleggono rappresentanti in Parlamento) e mi chiedo se uno dei motivi della progressiva disaffezione verso l’Europa non abbia anche a che fare con il fatto che non paghiamo direttamente alcuna tassa per il fatto di essere cittadini europei: cosa ho a che fare con quest’entità superiore che non ha una cassa comune alla quale io contribuisco? Si è infatti disposti a pagare di tasca propria solo per una realtà che ci supera ma che sentiamo nostra: dalle storiche società di mutuo soccorso, all’autotassazione spontanea in vista di un progetto condiviso, alle collette di solidarietà tra colleghi, alla decurtazione del salario conseguente allo sciopero, sempre siamo capaci di uscire dal nostro interesse particolare quando lo riconosciamo presente in un interesse più ampio, capace di includere non solo il nostro presente ma anche una comunità più ampia e il futuro, che speriamo migliore per noi e per le generazioni che verranno.

Questo smarrimento del senso di appartenenza - il Comune non è più «comune» a nessuno, lo Stato non siamo noi, l’Europa è un mostro estraneo, l’umanità è un’entità vaga cui non appartengo - porta a una regressione verso la tribù, il clan, il legame di sangue (non a caso ancora oggi unico criterio per la cittadinanza in Italia), dove l’essere insieme è conseguenza di un dato biologico o di un condizionamento sociale e non di una libera scelta di persone libere che condividono fatiche e speranze, ideali e difficoltà, cultura e visioni del mondo, senso della giustizia e dell’equità, panorami e patrimoni artistici.

È una tentazione presente anche tra i cristiani: ritenere che il corpo ecclesiale sia formato solo da chi ha gusti spirituali e orientamenti teologici simili ai nostri, non ci contraddice mai né ci disturba con i suoi bisogni; perdere la memoria di quanti hanno versato non solo qualche moneta nella cassa comune ma il loro stesso sangue per la vita degli altri; escludere dal nostro orizzonte nuovi compagni di cammino per non dover spartire con loro i nostri beni; sfruttare le risorse di tutti per il profitto di pochi; negare il futuro alle nuove generazioni per soddisfare ogni nostro capriccio... sono mali che attraversano le nostre comunità, civili e religiose.

Le tasse sono un antidoto a questa deriva, sono la possibilità che mi è offerta di donare puntualmente ed equamente qualcosa della mia ricchezza perché possa crescere il bene comune, attraverso servizi, infrastrutture, strumenti educativi, opportunità sanitarie, condivisione allargata ad altri Paesi e popoli. Ormai vent’anni fa un prezioso documento della Cei - «Educare alla legalità», troppo velocemente dimenticato - analizzava con acutezza questa problematica e così concludeva: «Nel costruire una società sempre più autenticamente umana e più vicina al regno di Dio... i cristiani siano esemplari proprio come “cittadini”, sempre ricordando il monito del Concilio: "sacro sia per tutti includere tra i doveri principali dell’uomo moderno, e osservare, gli obblighi sociali"». Anche pagando le tasse.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9650
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« Risposta #35 il: Marzo 11, 2012, 11:01:18 »

Cultura

11/03/2012 -

Hans Küng, l'occasione sprecata dalla Chiesa

Torna, quasi quarant’anni dopo, Essere cristiani, l’opera alle origini della frattura con il magistero cattolico

ENZO BIANCHI
Milano

C’è da rallegrarsi a ritrovare nelle librerie un’opera come Essere cristiani di Hans Küng (Rizzoli, pp. 936, e25), a quasi quarant’anni dalla prima pubblicazione: «un’introduzione all’essere cristiani \, una piccola “summa” della fede cristiana», secondo le parole stesse dell’autore, volta a presentare «non un Vangelo diverso, ma lo stesso Vangelo di sempre, riscoperto per il nostro tempo». Un’analisi densa e articolata del cristianesimo a partire dal Gesù storico e dal suo annuncio della «buona notizia», una ricerca condotta con competenza e grande sensibilità ecumenica da un allora giovane teologo cattolico che aveva partecipato al Concilio Vaticano II come esperto.

Küng era e rimane un appassionato di Cristo, un credente convinto che il Vangelo possa parlare al cuore e alla mente di uomini e donne di ogni tempo e di ogni cultura, un pensatore che non teme di affrontare le sfide del dialogo con la ragione e con le altre religioni. E l’impatto profondo che questa sua opera ha avuto presso tanti cristiani e anche presso chi era estraneo alla Chiesa o si era ritirato ai margini di essa ne sono una prova inequivocabile. Parlo di «impatto» e non di «successo» perché se sui numeri delle copie vendute di un libro possono incidere tanti fattori contingenti o meno, anche estranei al contenuto, sugli effetti duraturi che un’opera può avere e sull’arricchimento personale che riesce a offrire anche a distanza di anni solo il messaggio del testo può influire. In questo senso Küng non solo espone «una» possibile introduzione al cristianesimo - per quanto ricca e documentata - ma, attraverso di essa, lascia trasparire la passione di una ricerca assidua del radicalismo evangelico, comunica a un largo pubblico il clima spirituale e la volontà di dialogo che hanno segnato la feconda stagione della Chiesa nel postconcilio, getta squarci di luce su orizzonti di speranza.

Certo, Essere cristiani è stata e rimane anche un’opera altamente controversa: assieme ad altri suoi testi di quella stagione gli valse il ritiro della missio canonica per l’insegnamento della teologia nelle facoltà cattoliche, senza tuttavia che si giungesse a una condanna nei confronti dell’autore e della sua teologia. La complessità dei problemi sollevati, la durezza di certi accenti polemici, l’incomprensione reciproca ha portato a scavare un fosso sempre più ampio tra Küng e il magistero cattolico. E proprio qui il rammarico si unisce al compiacimento per la riedizione di Essere cristiani. Sì, perché questo testo fa toccare con mano la grande opportunità che non si è saputo o potuto cogliere. Il teologo svizzero, infatti, proponeva «una introduzione \: un’introduzione diversa o diversamente orientata non incorre nella scomunica, ma chiede invece un po’ di tolleranza».

La scomunica non è giunta, ma anche la tolleranza è rimasta latitante: poteva innescarsi un dialogo estremamente fecondo all’interno della Chiesa stessa, un dialogo magari anche aspro, che avrebbe però arricchito dal di dentro la comunità dei credenti alla quale Küng non ha mai smesso di appartenere. Invece si è acconsentito a un progressivo estraniamento della ricerca teologica di Küng dal cuore del messaggio cristiano e, soprattutto, dal contesto cattolico. Normale e positivo progresso di una ricerca teologica libera e indipendente? Forse è stato così dal punto di vista dell’autore.

Dal punto di vista della comunità cristiana, non solo cattolica, del suo cammino ecumenico, della sua ricerca di sempre maggiore fedeltà al Vangelo, si è trattato piuttosto dell’incrinarsi di una voce dovuta alla perdita di autorevolezza oggettiva (quella soggettiva è rimasta intatta, anzi, si è forse rafforzata): le posizioni di Hans Küng, così stimolanti per i cristiani di oggi e per l’uomo contemporaneo, non hanno più avuto come luogo di confronto e di risonanza la comunità cattolica in quanto tale. Eppure i problemi sollevati nell’opera - il ruolo della parola di Dio, il significato del Gesù storico, la funzione dell’autorità, le modalità dell’esercizio del ministero presbiterale, il dialogo ecumenico e con le altre religioni, l’apertura al mondo... - restano ineludibili ancora oggi e la riflessione teologica ha tuttora da guadagnare a tener conto dell’analisi acuta e tagliente di Küng.

Non a caso, la breve prefazione alla nuova edizione di Essere cristiani si chiude con la medesima frase posta a sigillo dell’edizione originale del 1974, affermazione definita dall’autore stesso «il mio credo»: «Seguendo Gesù Cristo l’uomo nel mondo d’oggi può vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano: nella felicità e nella sventura, nella vita e nella morte, sorretto da Dio e fecondo di aiuto per gli altri». Sì, la sequela cristiana, il camminare sulle tracce di Gesù di Nazaret che ha narrato Dio può avere senso per l’uomo di ogni tempo e cultura, per la riscoperta dell’umanità che lo abita: colui che la fede confessa come «vero Dio e vero uomo» restituisce all’uomo la sua qualità e dignità più profonda.

da - http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/445904/
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« Risposta #36 il: Marzo 17, 2012, 04:08:13 »

Cultura

14/03/2012 -

Il Cantico faccia terrena dell'amore

Enzo Bianchi commenta il poema biblico "Nel Cristianesimo non dovrebbe esserci  angoscia verso la sessualità: è realtà voluta da Dio"

ENZO BIANCHI
Torino

Questa sera alle 21 nella Chiesa di San Filippo Neri a Torino Enzo Bianchi commenta Il Cantico dei Cantici , con la regia di Francesco Lagi e le letture di Silvia D’Amico e Leonardo Maddalena. L’appuntamento con il priore del monastero di Bose, a cura del Circolo dei Lettori e degli Amici di Torino Spiritualità, inaugura la rassegna di spettacoli teatrali e incontri "Elogio a... La costruzione di un amore" (14-31 marzo), ideata dalla compagnia Tangram Teatro di Torino. Anticipiamo alcuni brani dal commento di Enzo Bianchi.

Nel Cantico dei cantici vi è anche la faccia terrena, umana dell’amore. Un aiuto alla sua comprensione ci viene dalla celebre espressione di Tertulliano, caro cardo salutis, «la carne è il cardine della salvezza»: è con questo corpo che l’essere umano si salva, è con questa carne che riceve la carne di Cristo affinché l’uomo sia divino. Nel cristianesimo non ci dovrebbe essere angoscia nei confronti della sessualità, né cinismo verso il corpo: questi, infatti, è realtà voluta da Dio. Allora il Cantico è cantico dell’amore terreno, ma sempre visto di fronte a Dio. Fin dal primo movimento del poema troviamo un versetto decisivo: la nascita dell’amore porta a essere gli uni per gli altri. «Il mio amato è per me e io sono per lui» ricalca la formula dell’alleanza per eccellenza: «Voi siete per me il mio popolo e io sarò per voi il vostro Dio». E san Paolo nella Prima Lettera ai Corinti afferma: «Il corpo è per il Signore e il Signore è per il corpo», facendo poi discendere la resurrezione proprio dall’alleanza tra il Signore e il corpo. Nel Cantico c’è l’eloquenza dell’amore nato e cresciuto che diventa alleanza: è un amore tra una ragazza e un ragazzo, non tra sposa e sposo, ma questo dovrà essere celebrato nell’alleanza, preciso segno dell'amore di coppia. È un amore terreno ma incastonato in un patto: «Il mio amato è per me e io sono per lui».

(...)

Più avanti il racconto assume un tono di «notturno», ricco di elementi di sogno, come nei Notturni di Chopin o nel Sogno di una notte di mezza estate di Mendelssohn: i due amanti ora sono lontani. È un sogno? Nella vicenda d’amore, proprio perché l’amore non è mai un incontro effimero e passeggero, si instaura la distanza; proprio perché l’amore è una vicenda c’è la possibilità dell’assenza. Sì, a volte è possibile l’esilio, la rottura, la separazione, ma proprio allora può nascere un’altra dimensione: quella dell’attesa, della ricerca reciproca. Questa zona «notturna» all’interno del Cantico potrebbe essere la crisi, il confronto, la verifica, il momento di riconoscersi e accettarsi dopo l’entusiasmo iniziale che è sempre pieno di fuoco e di passione: è il momento di amare in modo diverso.

La lontananza non è negativa nell’amore: quando si è lontani ci si cerca, si è abitati dal desiderio, questo sentimento che strugge e ferisce e che pure è così necessario all’amore. Non è una disgrazia l’esilio, la distanza, lo stare ogni tanto lontani l’uno dall’altra, anche nell’amore più fedele. Nel desiderio dobbiamo semplicemente aspettare, aspettare e ancora aspettare, e soffrire indicibilmente per la separazione: dobbiamo esercitarci al desiderio, perché così possiamo sperare di vivere con consapevolezza la relazione, la comunicazione, la comunione con le persone che amiamo. Nell’amore è così importante amarsi anche a distanza! E non si dimentichi che se c’è un riflesso dell’amore umano nell’amore per Dio, questo lo si può trovare nel desiderio, perché l’amore per Dio proprio su questa linea si attesta: Dio è invisibile, Dio è sempre al di là di tutto, è quasi assente, lo cerchiamo sempre, il nostro è un quaerere Deum e la sua è una presenza elusiva. Noi siamo sempre in esilio, lontano dal Signore, il nostro è sempre un amore a distanza, e solo chi ha vissuto un amore umano a distanza, con la separazione e il distacco, sa cos’è questo elemento di nostalgia sempre presente nell'amore per Dio.

(...)

L’amore è incontro di due amanti, tra un io e un tu; in questa relazione duale l’amante chiama regina l’amata, questa chiama re l'amato, l’amata è unica: «Unica è la mia colomba ... Tu sei come l'aurora, bella come la luna, fulgente come il sole...». L’amante che viene meno per lo sguardo le dice: «No, non guardarmi, distogli i tuoi occhi, non resisto». E l’amata risponde: «Il tuo palato nel baciarti è vino dolce ... Io sono per il mio amato e la sua brama è verso di me» (Ct 7,11). Questo è un versetto capitale che capovolge la constatazione di Genesi 3,6, dove si dice alla donna: «Verso l’uomo sarà la tua brama, ma lui ti dominerà»: qui l’orizzonte è quello finale, non l’orizzonte della storia con tutte le violenze e i soprusi vissuti nell’amore e verso le donne, soprusi di cui non siamo abbastanza consapevoli; qui è narrata la brama dell’uomo verso la donna, è cantata la reciprocità della brama, dunque la reciprocità dell’amore.

Infine, alcune parole che non si riesce a capire da chi siano pronunciate: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore». È la terza parola di questo amore umano: dopo l’alleanza («Io sono per lui, lui è per me»), dopo l’unicità («Unica è la mia colomba») ecco che l’amore va sigillato: unico l’amore, unica l’alleanza su cui è posto il sigillo delle nozze. «Perché l’amore è forte come la morte, tenace come l’inferno, fuoco divorante, fiamma divina»: è questa l’unica volta che compare un’allusione a Dio nel Cantico, e compare legata all’immagine dell’amore fuoco divorante, fiamma divina. Davvero l’amore cantato dal Cantico è amore umanissimo, terreno ma l’amore è in se stesso divino, eterno, capace di ingaggiare un duello con la morte. Quando Dio, guardando ad Adamo ed Eva, ha esclamato che era «cosa molto buona», si è rallegrato e si rallegra ancora e sempre dell’amore autentico, terreno ed erotico come quello descritto nel Cantico, l’amore di un ragazzo e di una ragazza, di un uomo e di una donna, l’amore di due amanti che anche celebrando l’amore nella liturgia dei corpi raccontano che l’amore vince la morte e va oltre la morte. Nessun amore andrà perduto, ma sarà per l’eternità.

da - http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/446362/
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« Risposta #37 il: Marzo 31, 2012, 10:02:54 »

31/3/2012

Il fuoco dei monaci tibetani nel buio del mondo

ENZO BIANCHI

Ancora un monaco tibetano che muore dopo essersi dato fuoco per denunciare il pugno di ferro della Cina contro il popolo e le tradizioni religiose tibetane. Ancora un giro di vite di funzionari ed esercito per controllare, prevenire e reprimere espressioni di dissenso che scaturiscono dai monasteri buddisti.

Ancora una volta le fiamme dell’immolazione che non riescono ad accendere la solidarietà di quanti potrebbero e dovrebbero alzare la voce in difesa degli indifesi. Diventiamo sempre più sordi e muti di fronte all’oppressione operata dal più forte, dal troppo forte contro il più debole, il troppo debole, l’inerme. Eppure, la disarmante testimonianza di chi usa violenza contro se stesso per denunciare quella compiuta quotidianamente contro il proprio popolo non cessa di gridare: con più si cerca di soffocarla e con più la brace coperta dalle ceneri lascia sprigionare l’ardore di chi sa di battersi per una causa giusta.

E per la medesima causa si battono anche i tantissimi giovani che, senza arrivare all’immolazione finale, non cessano di ingrossare le fila dei monasteri buddhisti in Tibet. Cosa li spinge, per un periodo di tempo o per la vita intera, in luoghi sorvegliati come prigioni e in condizioni di vita durissime? Cosa anima la loro ricerca interiore, cosa la tiene in comunione profonda con l’anelito di un popolo? Il desiderio di vivere secondo il sentiero buddhista, una via «monastica» nella sua essenza e struttura, sognando la sopravvivenza e la rinascita di una società dove tutti dovrebbero poter incontrare sul proprio cammino i monaci che, in silenzio, nella fiducia e nell’abbandono alla generosità dell’altro, chiedono quotidianamente per strada una ciotola di riso, nutrimento per loro sì, ma soprattutto occasione per il donatore di perseguire la rettitudine della propria vita. Anche quando questo rapporto con il popolo è coartato e reso impossibile, in realtà la relazione si mantiene viva: i tibetani sanno di poter contare sui monaci, sulla loro capacità di soffrire anche per gli altri, di tener desta una lingua e una cultura, di gridare con voce più forte del silenzio loro imposto, di dare la vita per gli altri fino alle estreme conseguenze.

Per questo i monaci incutono sempre timore ai potenti di turno; per questo sono controllati, osteggiati, oppressi; per questo si fan sparire le tracce del loro sacrificio, si nega al monastero di appartenenza o ai parenti il corpo di chi si è immolato, si cerca in ogni modo di spezzare il legame di solidarietà tra monaci e popolazione della regione. Il monachesimo, non solo quello buddhista, è da sempre, per sua natura elemento che si colloca ai margini e al cuore della società in cui vive: separato nei luoghi e nei modi di vivere, ma unito a tutti nella tensione spirituale, nella ricerca di senso, nella lotta al dolore, nella libertà di porsi al servizio dell’altro.

Noi, storditi più che distratti da interessi economici e politici, vorremmo che calasse il buio sul martirio del popolo tibetano, che nessuno disturbasse i manovratori, che non troppa luce illuminasse la negazione dei diritti umani. Il silenzio orante dei monasteri e le grida in fiamme delle torce umane squarciano questo buio, disturbano i nostri affari, illuminano la nostra meschinità. Ancora una volta chi più appare fuori dal mondo ce ne narra la realtà più scomoda.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9947
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« Risposta #38 il: Aprile 08, 2012, 05:20:40 »

8/4/2012

Il giorno che celebra la vittoria dell'amore

ENZO BIANCHI

In questi giorni di Pasqua emerge con forza la singolarità del cristianesimo tra tutte le religioni, ma emerge con forza anche ciò che nella fede cristiana appare uno «scandalo» e una «follia» per gli uomini religiosi e per quelli che si ritengono autosufficienti nel loro pensare.
Va riconosciuto: le altre feste cristiane, con la loro aura poetica, sono vissute più o meno da tutti, ma la Pasqua appare una memoria e una festa irriducibile alla mentalità e al sentire comune. Che cosa rivivono i cristiani? Innanzitutto leggono e rileggono una storia di passione e di morte. Quella di Gesù di Nazaret, un uomo che - ci dicono quelli che sono stati coinvolti nella sua vita, che hanno vissuto e mangiato con lui - passava per le città e i villaggi della terra di Israele facendo il bene, curando, guarendo, consolando tutti quelli che incontrava.

Gesù parlava anche di un Dio che appariva «altro» per gli uomini religiosi del suo tempo, rendeva «vangelo», buona notizia, quel Dio al quale gli uomini avevano finito per dare immagini perverse proiettandovi i loro desideri mondani. Egli annunciava un Dio il cui amore non deve essere mai meritato, un Dio che ci ama sempre e gratuitamente, un Dio che non castiga ma perdona quelli che cadono nel male, un Dio che chiede riconciliazione e amore reciproco tra gli uomini, un Dio che vuole riconoscimento e culto come mezzi in vista dell'amore, perché egli stesso è amore. Gesù, inoltre, aveva parole durissime per i detentori del potere religioso, sacerdoti e dottori della legge, perché costoro si rendevano esenti dai pesi che facevano portare agli altri, perché cercavano di apparire esemplari senza mai tentare di esserlo realmente.

Gesù era scomodo, e per questo ebbe nemici, calunniatori che lo chiamavano falso profeta e indemoniato. Questi nemici riuscirono, mediante un illegale processo-farsa, a condannarlo come bestemmiatore di Dio e convinsero il potere politico che Gesù era anche un pericolo per l'autorità di Cesare. E così il potere religioso e quello politico, concordi tra loro, lo condannarono alla morte in croce, sentenza eseguita il 7 aprile dell'anno 30 della nostra era. Quel giorno Gesù in croce appariva come un maledetto da Dio e dagli uomini per i credenti giudei, come un uomo nocivo per l'impero agli occhi dei romani: nudo, nella vergogna, morì senza difendersi, senza rispondere alla violenza, amando e perdonando «fino alla fine», come aveva vissuto. La morte di Gesù è scandalosa, ignominiosa. Come si può credere a un uomo che fa questa fine, a un uomo condannato dai legittimi poteri religioso e civile? Come si può credere che un tale uomo sia stato inviato da Dio? Che Dio è quello che invia un uomo che si dice suo Figlio e poi fa quella fine? Non è credibile! Ecco «lo scandalo della croce», come lo definisce l'apostolo Paolo. E si badi bene: anche alcuni cristiani hanno fatto fatica ad accettare questa fine.

È infatti più facile accettare un Dio che vince, trionfa, regna, piuttosto che un Figlio di Dio che muore in croce. Sicché alcune chiese ammettevano che Gesù fosse Figlio di Dio ma non che potesse fare quella fine, e per questo costruirono teologie secondo le quali un altro era stato crocifisso al posto di Gesù, perché egli non poteva morire in quel modo... Di queste credenze si trovano tracce nel Corano, là dove sta scritto: «Non l'hanno ammazzato, non l'hanno crocifisso, perché Gesù fu sostituito da uno che gli rassomigliava» (Sura IV,157).

Eppure i cristiani confessano la loro fede nel Crocifisso, e per questo la croce è il segno di Cristo, al quale essi guardano sapendo che, se la negano, non sono più cristiani. Ecco perché il Crocifisso non può essere ridotto a un simbolo culturale, come propone qualcuno che non sa cosa sia il cristianesimo né conosce le lettere di Paolo. Ma quest'uomo Gesù, morto in croce e sepolto in una tomba al tramonto di quel giorno vigilia della Pasqua, «non poteva restare preda della morte» (At 2,24), dice Pietro.

E infatti quando le sue discepole e i suoi discepoli si recano alla tomba all'alba del primo giorno della settimana non trovano più il cadavere di Gesù: la tomba è vuota! Fin qui giunge la storia, che nessuno può negare. Ma di fronte alla tomba vuota sorgono delle domande: il corpo morto di Gesù era stato rubato da qualcuno? Gesù non era veramente morto ed era fuggito? Dio era intervenuto per dire la sua parola definitiva su Gesù? Domande che ci sono testimoniate dagli stessi vangeli, i quali danno anche una risposta. I vangeli attestano che quelli che erano stati con Gesù alcuni anni, i suoi discepoli e testimoni, hanno cominciato a dire che Gesù era vivente, che il Padre, Dio, lo aveva richiamato dai morti, che essi l'avevano visto accanto e in mezzo a loro nella vita quotidiana. L'avevano visto con altri tratti fisici, con un altro corpo, ma i gesti da lui compiuti erano gli stessi: accompagnava i viandanti, consolava chi piangeva, spezzava il pane, offriva da mangiare, dava fiducia e perdono anche a chi l'aveva rinnegato e abbandonato nell'ora della tenebra e della passione.

Ecco, i cristiani ricordano, rivivono, si ridicono l'un l'altro semplicemente questo: l'amore vissuto da Gesù ha vinto la morte, il suo amore ha vinto l'odio e l'inimicizia. Sì, «Dio nessuno l'ha mai visto» - e nella cultura odierna Dio non gode di buona fama - «ma Gesù ce lo ha raccontato» (Gv 1,18). Gesù era umanissimo e ciò che aveva di eccezionale non era di ordine religioso ma umano. È con la sua umanità che egli, il Figlio di Dio e la Parola diventata uomo come noi, ci ha portato a Dio. Dopo la vita, morte e resurrezione di Gesù per un cristiano augurare «buona Pasqua» significa dunque affermare: «Vorrei dirti che l'amore vince la morte. Sia così per te, nella tua vita».

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9974
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« Risposta #39 il: Aprile 29, 2012, 11:33:07 »

29/4/2012

Perchè serve un giorno di festa

ENZO BIANCHI

Le recenti polemiche sull’apertura di negozi e centri commerciali alla domenica e nelle festività civili come il 25 aprile o il 1° maggio ci porta a riflettere su una delle grandi conquiste registratesi in occidente, grazie soprattutto all’ebraismo e al cristianesimo: l’affermazione di un giorno settimanale - il sabato per gli ebrei, il giorno dopo, la domenica, per i cristiani - come giorno di riposo per tutti, tempo di festa condivisa e anche di assemblea per i credenti, che insieme confessano la loro fede e celebrano il culto al Signore nel quale mettono la loro speranza. Un giorno di tregua al neg-otium, al tempo che «nega l’ozio», per dedicarsi appunto all’ otium che non è il «far niente» della pigrizia, ma una presa di distanza dalla propria opera, un antidoto all’alienazione possibile anche nel lavoro.
Per secoli la domenica, nei Paesi segnati dalla cristianità, era quasi per tutti il giorno dell’astensione dal lavoro, giorno di festa in cui era possibile incontrarsi, rinnovare e approfondire le relazioni, permettersi un po’ di svago e di divertimento.

Sappiamo bene come, soprattutto nella cultura contadina ma anche in quella di tanti quartieri cittadini, fino a pochi decenni or sono la domenica era la domenica, un giorno diverso atteso da tutti. Da parecchi anni invece - oltre al moltiplicarsi di attività che richiedono la presenza al lavoro di quanti si dedicano a mansioni che permettono la vita sociale e fronteggiano le emergenze (trasporti, spettacoli, giornali, ospedali e presidi medici, servizi sociali...) - è emersa sempre più la tendenza a lavorare anche di domenica, dapprima per non diminuire la produttività degli impianti e, ultimamente, per garantire l’apertura generalizzata di negozi e grandi magazzini.

Sentiamo ripetere con enfasi le ragioni economiche di tali scelte: occorre dinamizzare l’economia, incentivare i consumi, ottimizzare l’utilizzo delle strutture... Né possiamo ignorare che nell’economia odierna si sono instaurate condizioni di lavoro diverse, che richiedono risparmio del tempo necessario alla produzione, orari flessibili, differenziati e intermittenti... Così il lavoro non è più sentito come uno dei valori fondanti nella vita di un individuo o della società - ricordate la «repubblica fondata sul lavoro» della nostra Costituzione? - e quindi può e deve sottostare alla mobilità, alla precarietà, inducendo nuovi assetti della vita umana e innescando nuovi comportamenti antropologici. Infatti, se il lavoro è precario, perché non dovrebbe essere precaria anche la forma, lo stile di vita di una persona? Perché non dovrebbero essere precarie le storie d’amore e le convivenze, incapaci perciò di assumere il volto della famiglia? Esito di questa tendenza è una società liquida, frammentaria, in cui è difficile instaurare relazioni e coltivarle con legami duraturi.

I centri commerciali dovrebbero essere i nuovi spazi sociali, grazie ai servizi che offrono, ma quanto sperimentiamo ogni giorno contraddice questa attesa: essi sono piuttosto non-luoghi in cui animazione, ristorazione, divertimento sono supporto del consumo individuale, in una vertigine della smania di consumare che nutre diverse derive. Così il denaro e il lusso appaiono come uniche e vere condizioni di felicità, il divertissement l’unico antidoto allo stress e alla fatica, mentre invidia e rancore crescono di fronte all’ostentazione di chi ha di più.

Avere un giorno di festa condiviso non risponde solo al bisogno di riposo (tra l’altro funzionale alla stessa produttività del lavoratore...), ma alla necessità umana di riconoscere e sottolineare motivi comuni per fare festa insieme: ricorrenze religiose, certo, ma anche festività civili, memorie di eventi che hanno segnato la storia di una società. Se viene a mancare il giorno di festa per tutti, la stessa coesione civile ne è intaccata, le leggi commerciali diventano più forti delle dimensioni conviviali e relazionali, delle famiglie, delle amicizie, delle esigenze spirituali non solo dei credenti, ma di quanti pensano e cercano vie di umanizzazione: la società è sempre più atomizzata. Certo, ognuno può scegliere di non partecipare al «negozio domenicale», ma se manca un elemento oggettivo, inscritto nel tempo come la domenica, allora la dimensione sociale della vita di ciascuno è in balia dell’instabilità delle motivazioni private. Anche le tante iniziative che ancora ci ricordano come l’uomo non abbia perso il senso della festa - «notti bianche», eventi spettacolari, raduni musicali, festival culturali, manifestazioni sportive... - necessitano di un ritmo comunitario del tempo libero.

Il tempo libero, infatti, è la pausa che permette di respirare, ma anche di realizzarsi, di salvare la propria vita, trovando un senso e un fine al proprio vivere. Se non c’è un giorno in cui «insieme» tralasciamo il lavoro, gli obblighi che ci competono come membri della società, e quindi non abbiamo più tempo per quello che decidiamo noi, «tempo libero» o, meglio, tempo per sperimentare la libertà, come possiamo consolidare i nostri cammini di umanizzazione? Costruire se stessi, aver cura di se stessi e di quanti ci sono cari, vivere la propria storia d’amore facendo cose insieme, vedendo cose insieme, scrutando insieme orizzonti nuovi e antichi è assolutamente necessario: ne va della qualità della vita. E se non ci fosse questo simultaneo prendere le distanze dal lavoro e dedicarsi ai legami, come si potrebbe combattere l’isolamento, l’abbandono, la solitudine disperata delle persone più fragili, a cominciare dai vecchi e dai malati? Pensiamo forse che gli intrattenimenti massmediatici e virtuali possano sostituire le relazioni personali e proteggerle dall’impoverimento umano?

Davvero la festività condivisa è strumento per l’umanizzazione di ciascuno, credente o no. E qui i cristiani dovrebbero farsi capire meglio: la difesa del giorno della domenica non è motivata solo dal fatto che questo è il giorno della loro assemblea e della celebrazione della loro fede, ma anche dal servizio che può rendere a ogni essere umano. I cristiani potrebbero trovare sostegno e convergenza in quanti combattono idolatrie e alienazioni, indipendentemente dalla fede professata. È in gioco, infatti, l’uomo, la cultura, la qualità della convivenza. Se i cristiani ripetono le parole degli antichi martiri: «Senza domenica non possiamo vivere!», assieme agli altri uomini possono affermare: «Senza riposo e senza un giorno di festa per tutti non possiamo vivere!».

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10044
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« Risposta #40 il: Agosto 26, 2012, 05:19:57 »

26/8/2012

Il sapore della sobrietà

ENZO BIANCHI

I temporali che in questi giorni stanno spezzando l’afa opprimente delle ultime settimane simbolicamente chiudono anche la cosiddetta «stagione delle vacanze». Ormai ci siamo infatti abituati ad associare il mese di agosto con le ferie, il tempo libero, lo stacco dall’attività quotidiana. Poco importa che quest’anno si sia mossa da casa – e per periodi sempre più brevi.

E con destinazioni ravvicinate – solo metà degli italiani, poco importa che un numero sempre maggiore di persone, in particolare giovani, non abbiano ferie semplicemente perché non hanno neanche lavoro, poco importa che per gli abitanti delle zone terremotate le fatiche della ricostruzione e della permanenza in sistemazioni di fortuna si siano aggiunte alla normale attività lavorativa o che per gli addetti alla protezione civile e alla salvaguardia del patrimonio boschivo ci siano state settimane di incessante lotta alla fiamme... Siamo in agosto e bisogna comunque parlare di vacanze! Ma allora approfittiamo dell’attuale congiuntura, legata alla gravità e alla vastità della crisi sociale ed economica che stiamo attraversando, per fare dell’ormai logora consuetudine di discorrere di vacanze in agosto un’occasione di riflessione sulla qualità della nostra vita e sul nostro atteggiamento verso il tempo, il lavoro, il creato, gli altri. Cosa cerchiamo nelle vacanze, vissute o sognate o rimpiante? Quale parte di noi e delle nostre attività «va in vacanza»? Cosa significa essere se stessi anche quando non si svolgono le mansioni abituali o quando si trascorre del tempo libero e si intrecciano rapporti interpersonali gratuiti, slegati da interessi economici o pratici?

Se ci ponessimo seriamente almeno alcune di queste domande, potremmo fare davvero della crisi attuale un’opportunità, non per cercare un’utopica via d’uscita sognando nuove «magnifiche sorti e progressive», non per inseguire collettivamente il motto olimpico «più veloce, più alto, più forte», ma per addentrarci in quell’atteggiamento verso la realtà circostante che una mente lucida del secolo scorso aveva caratterizzato come «più lento, più profondo, più soave». E in questo senso mi pare di intravedere almeno due ambiti nei quali la vacanza affrontata sapientemente potrebbe essere maestra di vita. Il primo è quello legato al rapporto con se stessi: avere del tempo libero e gestirlo senza l’angoscia di doverlo riempire di gesti ed eventi diversi ma speculari a quelli quotidiani, ci può condurre a porci domande essenziali - Chi sono? Da dove vengo? Dove desidero andare? Cosa mi fa essere quello che sono? - e, magari anche a trovare abbozzi di risposte sempre più sensate. Non è indispensabile per questo frequentare monasteri, conventi, santuari, luoghi di spiritualità: è ben più importante fare spazio al silenzio interiore ed esteriore, ricorrere a letture non superficiali e di ampio respiro, fermarsi a «leggere» i propri moti interiori, a discernere ciò che ci fa star bene o star male, a riconoscere i propri limiti e le proprie potenzialità. In questa non facile operazione, lo stacco dall’attività in cui finiamo per identificarci quotidianamente è di grosso aiuto: sovente infatti il lavoro - e paradossalmente anche la sua forzata assenza - funziona come alibi per non pensare a se stessi o come anestetico per attutire il dolore che l’esistenza ci riserva. Certo, anche lo svago, il divertimento può avere questa funzione di stordimento, di negazione della riflessione, ma in questo senso le restrizioni che la crisi ha prodotto nelle possibilità di vacanza spensierata possono essere un aiuto a recuperare in profondità e autenticità tesori ormai irraggiungibili in termini di tempo e mezzi a disposizione.

Il secondo ambito in cui la crisi e le sue ricadute sulle vacanze possono funzionare da stimolo arricchente per la nostra umanizzazione è quello del rapporto con gli altri e con l’ambiente: la sobrietà che percepiamo come imposta dalle circostanze avverse ha solo risvolti negativi? È un impoverimento del nostro essere uomini e donne degni di tal nome? Che ne faccio dell’altro che mi sta accanto, dei membri della mia famiglia, degli amici, dei colleghi di lavoro, delle persone che incrocio quotidianamente? Quali incontri e quali rapporti voglio davvero coltivare? Che rispetto ho per la dignità di ogni essere umano? Quali responsabilità sono pronto ad assumermi nei confronti di chi frequento abitualmente o di coloro verso i quali ho assunto impegni precisi? Che tipo di solidarietà riesco a esprimere e a vivere nei confronti dei più deboli, delle vittime di ingiustizie e violenze, dei dimenticati dalla storia? Domande che troppo facilmente evitiamo di porci quando siamo assillati dalle cose da fare, dai guadagni da conseguire, dalle lotte da combattere, dalle concorrenze da vincere. Domande che però attendono risposte se non vogliamo smarrire la nostra qualità umana, unica e irripetibile per ciascuno.

Infine, collegata alla qualità dei rapporti con gli altri, c’è la dimensione del rapporto con le cose, con la creazione, con l’ambiente e, di conseguenza, con le generazioni future: che immagine ho del mondo, della terra su cui viviamo e di cui ci nutriamo? Che cura ho delle risorse naturali ricevute in eredità da chi ci ha preceduto e destinate a essere condivise anche con quanti verranno dopo di noi? Il mio approccio è di sfruttamento ottimale per i miei pretesi bisogni o è di sollecitudine verso un’armonia creazionale che genera benefici per tutti? In sostanza, che mondo voglio lasciare dopo il mio passaggio? Certo, «vacanze» di questo tipo possono apparire impegnative, troppo esigenti, contrarie alla nostra voglia di staccare la spina, ma se vissute con consapevolezza e responsabilità, si rivelano autenticamente liberanti, capaci di rigenerarci alla nostra condizione più vera: quella di esseri umani custodi dell’altro e del creato

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« Risposta #41 il: Settembre 02, 2012, 11:15:09 »

1/9/2012

La scrittura e la parola

ENZO BIANCHI

Se n’è andato accompagnato dalla preghiera di tutta la diocesi, dei suoi confratelli gesuiti, di quanti lo hanno amato e gli sono stati vicini durante il suo ministero pastorale e gli ultimi anni segnati dalla malattia e dal progressivo affievolirsi della voce e delle forze.
Se n’è andato accompagnato anche dal pensiero grato – forse anche dalla preghiera – di tanti che cristiani non sono e nemmeno credenti, ma che hanno trovato in lui un pastore, un padre, un amico, un confidente. Ci ha lasciato da un letto di malattia, luogo dove aveva voluto chiudere il suo ministero di vescovo a Milano: negli ultimi mesi del suo episcopato si recava ogni giorno, nel silenzio e nella discrezione, a salutare uno per uno i suoi presbiteri ammalati, andandoli a trovare nelle loro case, negli ospedali, nei luoghi di cura... Del resto, proprio dagli ammalati aveva voluto iniziare la sua missione a Milano: la prima parrocchia da lui visitata fu quella della Madonna di Lourdes, in occasione della giornata del malato: segno tangibile della sua consapevolezza di essere pastore in quanto discepolo fedele del Signore venuto come medico per i malati e non per i sani, sollecito verso i peccatori più che verso i giusti.

Uomo della Scrittura, tra i più autorevoli studiosi del Nuovo Testamento, è stato uomo della Parola nel senso più profondo del termine: letta, studiata, meditata, pregata, amata, la parola di Dio per Martini era «lampada per i suoi passi, luce per il cammino» ed era anche, e proprio per questo, chiave di lettura del proprio e dell’altrui agire, luogo di ascolto, di discernimento, di visione profetica. La sua prima lettera pastorale volle dedicarla a «La dimensione contemplativa della vita», a quella ricerca dell’essenziale attraverso uno sguardo lungimirante, desideroso di assumere la visione stessa di Dio sulle persone e sugli eventi, uno sguardo che solo l’assiduità con la parola di Dio arriva ad affinare. E uomo, cristiano, vescovo della Parola, Martini lo è stato anche per la sua grande capacità di ascolto: incontrarlo era sperimentare di persona cosa è un orecchio attento e un cuore accogliente, cosa significa pensare e pregare prima di formulare una risposta, cogliere il non detto a partire dalle poche parole proferite dall’interlocutore, capirne i silenzi. Dall’ascolto attento, della Parola e dell’altro, nasceva nel card. Martini la capacità di gesti profetici, la sollecitudine per la chiesa e per la sua unità, la vicinanza ai poveri, il farsi prossimo ai lontani, il dialogo con i non credenti fino a considerarli propri maestri cui affidare cattedre per la ricerca del senso delle cose e della dignità delle persone. E questa docilità alla Parola ha fatto di lui uno dei rari ecclesiastici in cui non si trovavano né tattiche, né strategie, né calcoli di governo, ma la parresia evangelica di chi si affida al Signore.

Tra i numerosi incontri avuti con lui nel corso di una lunga amicizia – nata nell’inverno del 1977, quando entrambi sostavamo a Gerusalemme – vorrei in questo momento ricordare l’ultima sua visita a Bose, quando le forze già cominciavano ad abbandonarlo senza minimamente intaccare la sua lucidità e la sua passione per il Vangelo e per la «corsa della Parola» tra gli uomini e le donne del nostro tempo. «Vedo ormai davanti a me la vita eterna – ci disse con grande semplicità e forza – sono venuto per darvi il mio ultimo saluto, il mio grazie al Signore per questa lunga amicizia nel Suo nome: conto sulla vostra preghiera e sul vostro affetto». E così, come un padre pieno di sollecitudine, ci parlò della morte e del morire, della risurrezione e della vita: «Si muore soli! Tuttavia, come Gesù, chi muore in Dio si sa accolto dalle braccia del Padre che, nello Spirito, colma l’abisso della distanza e fa nascere l’eterna comunione della vita. Nella luce della risurrezione di Gesù possiamo intuire qualcosa di ciò che sarà la risurrezione della carne. L’anticipazione vigilante della risurrezione finale è in ogni bellezza, in ogni letizia, in ogni profondità della gioia che raggiunge anche il corpo e le cose».

Sì, aver conosciuto e amato il card. Martini, aver avuto il grande dono della sua amicizia è stata occasione di questa letizia e gioia profonda, ha significato comprendere perché i padri della chiesa era soliti dire che i discepoli autentici del Signore sono sequentiae sancti Evangelii, brani del Vangelo, narrazioni dell’amore di Dio per l’umanità tutta. Per questo il sentimento di gratitudine al Signore per il dono che è stato padre Carlo Maria Martini, come semplicemente si faceva chiamare in questi ultimi anni, abita i cuori di tanti, ben al di là dei confini della diocesi ambrosiana.

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« Risposta #42 il: Ottobre 14, 2012, 04:14:26 »

Editoriali
14/10/2012

Il fuoco del Concilio arde ancora

Enzo Bianchi

Gli eventi strettamente legati al Concilio Vaticano II – e simbolicamente rappresentativi dell’insieme dei lavori, di tutto il travaglio precedente e della sua portata universale – occupano un periodo di tempo di sette anni, dall’annuncio ad opera di papa Giovanni il 25 gennaio 1959, alla solenne apertura l’11 ottobre 1962, fino alla conclusione presieduta da Paolo VI l’8 dicembre 1965. Questo fa sì che gli anniversari significativi si moltiplichino e, con essi, le occasioni per fare memoria di quell’evento ecclesiale definito da Giovanni Paolo II «La più grande grazia del XX secolo», con ciascuna ricorrenza contrassegnata da una propria specificità. Allora, nel 50° dell’apertura del concilio che ricordiamo in questi giorni, varrebbe la pena soffermarsi maggiormente sulle attese e le speranze suscitate da quell’assise, lasciando la riflessione sui documenti conciliari in sé e la loro interpretazione e ricezione ad altri anniversari più appropriati. 

 

Come ha vissuto la Chiesa nei quasi quattro anni tra l’annuncio del Concilio e la sua apertura? E come il mondo – la società, le nazioni, le culture, la altre confessioni cristiane, le diverse religioni... – ha percepito la gestazione di quell’evento? Non si tratta di intraprendere qui una pur doverosa analisi storica di quel periodo, ma di cercare di discernere i “segni” di quei tempi, di una stagione ecclesiale e mondiale contrassegnata dalla speranza, dalla volontà di non ripiombare più nelle paure e negli orrori di due guerre mondiali, dal desiderio di uscire dalla stretta di un mondo bipolare impegnato nella guerra fredda. 

 

Così parla di quegli anni papa Giovanni nella sua allocuzione Gaudet mater ecclesia: dopo l’annuncio del concilio «Si accese in tutto il mondo un enorme interesse, e tutti gli uomini cominciarono ad attendere con impazienza la celebrazione del Concilio. In questi tre anni è stato svolto un lavoro intenso per preparare il Concilio, con il programma di indagare più accuratamente ed ampiamente quale fosse in questa nostra epoca la condizione della fede, della pratica religiosa, dell’incidenza della comunità cristiana e soprattutto cattolica. Non a torto questo tempo speso nel preparare il Concilio Ci sembra sia stato quasi un primo segno e dono della grazia celeste». È a partire da queste reazioni e dall’aver visto all’opera anche vescovi, teologi, pensatori fino ad allora tenuti ai margini se non osteggiati all’interno della Chiesa, che il papa poté rassicurare tutti sull’errata visione dei «profeti di sventura che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo».

 

Illusioni di un papa visionario? Entusiasmo eccessivo verso i tempi moderni e le loro potenzialità? Se, come dicevo, ci atteniamo a quegli anni, non si può negare che queste speranze, queste attese erano quelle di tantissimi uomini e donne di tutto il mondo e di molti cristiani e cattolici di ogni età: era come se il papa avesse dato voce a desideri inespressi, avesse rattizzato il fuoco del Vangelo che covava sotto la cenere, avesse fatto soffiare il vento dello Spirito capace di rimuovere nebbie e nuvole: come non ripensare a quella magica, emblematica notte dell’11 ottobre 1962, quando anche la luna si liberò della nuvola che la nascondeva e sorrise all’immensa folla che con le fiaccole accese ascoltava l’inattesa parola di una padre buono che si prende cura dei suoi figli fino ad accarezzarli nella loro infanzia?

 

Era convinzione di papa Giovanni che «illuminata dalla luce di questo Concilio, la Chiesa si accrescerà, come speriamo, di ricchezze spirituali e, attingendovi il vigore di nuove energie, guarderà con sicurezza ai tempi futuri. Infatti, introducendo opportuni emendamenti ed avviando saggiamente un impegno di reciproco aiuto, la Chiesa otterrà che gli uomini, le famiglie, le nazioni rivolgano davvero le menti alle realtà soprannaturali». C’è in queste parole la costante attenzione per un annuncio rinvigorito e credibile della “buona novella”, custodita dalla Chiesa non come patrimonio geloso, ma come dono per l’umanità. E, accanto a questo, la particolare attenzione per i “fratelli separati” (come venivano chiamati allora i cristiani di altre confessioni) e per quel mondo ebraico di cui papa Roncalli aveva saputo ascoltare il grido e che aveva aiutato nell’ora della prova più tragica: l’istituzione di un apposito “Segretariato per l’unità dei cristiani”, l’apertura dell’assemblea sinodale a osservatori di altre confessioni, la cura assidua a non pensare mai senza gli altri o, peggio ancora, contro gli altri fecero sì che le attese del popolo cattolico si intrecciassero con quelle di credenti e non credenti di ogni latitudine, in un’epoca in cui della globalizzazione non esisteva nemmeno il termine.

 

Oggi, a cinquant’anni dall’apertura di quell’evento di Chiesa, si può constatare che restano ancora molti problemi urgenti, nuovi o antichi, e non è venuta meno la necessità di una parola ecclesiale fedele alla tradizione ma capace di essere compresa e vissuta oggi. C’è e ci sarà sempre bisogno di dialogo, di confronto tra Chiese situate in contesti socio-politici differenti e tributarie di culture paradossalmente sempre più “meticce” e al contempo globalizzate. In questo senso, oggi come allora, è necessaria una Chiesa comunionale nella quale la sinodalità – cioè la capacità e la volontà di camminare insieme, di fare “syn-odos”, Sinodo – si riveli la modalità quotidiana per cui tutti sono soggetti responsabili, secondo l’antico principio ecclesiale: «Su ciò che riguarda tutti, tutti devono essere ascoltati». Si potrà dire che resta ancora molto da attuare del Concilio: è inevitabile, dato che quell’assise volle farsi eco del Vangelo e che il Vangelo è sempre ben lungi dall’essere attuato pienamente, ma ciò che cinquant’anni fa è stato acceso come fuoco nel cuore dei credenti per ora arde e non pare in procinto di spegnersi. 


da - http://lastampa.it/2012/10/14/cultura/opinioni/editoriali/il-fuoco-del-concilio-arde-ancora-yoyvS7Imj1fuXi71J8AgBJ/pagina.html
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« Risposta #43 il: Ottobre 28, 2012, 10:40:45 »

Editoriali
28/10/2012

La speranza che arriva dal sinodo

Enzo Bianchi


Si conclude oggi il sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica per una evangelizzazione rinnovata nel mondo contemporaneo, un mondo che muta rapidamente e che richiede ai cristiani un «aggiornamento», per usare l’espressione coniata dal Papa del Concilio, Giovanni XXIII. 

Sono passati ormai cinquant’anni da quell’evento atteso, preparato e vissuto come una nuova pentecoste: da allora, più volte la Chiesa cattolica ha fatto ricorso allo strumento del sinodo per mettere a fuoco nuove problematiche e delineare scelte concrete per la vita dei cattolici. 

 

Così, per tre settimane, circa duecentocinquanta vescovi, provenienti dalle diverse terre in cui vivono i cristiani, si sono ascoltati, hanno ricercato insieme, hanno discusso e dialogato. Chiamato da Benedetto XVI a partecipare al sinodo in qualità di «esperto», ho potuto essere testimone di questa assemblea di respiro mondiale e imparare ad assumere uno sguardo più informato e più attento sulle situazioni diverse e sui differenti problemi che attraversano la Chiesa. 

 

Sì, per la Chiesa cattolica e per le chiese cristiane questo tempo sta sotto il segno della crisi: nelle terre di antica cristianità la trasmissione della fede conosce fatiche e intoppi, la Chiesa registra una diminuzione di membri e di vocazioni al suo interno e, in una società segnata dalla secolarizzazione, appare a volte minoritaria, periferica, marginale. Inoltre, la cultura instauratasi come dominante è sì per molti versi ancora ispirata al cristianesimo, ma sovente i valori che appaiono emergenti e performativi – valori che privilegiano l’individualismo e la negazione di ogni forma di solidarietà e di vincolo comunitario – non sono certo di supporto alla vita cristiana. In Occidente il cristianesimo è ormai una via religiosa tra le altre e l’indifferentismo della società consumistica mette in affanno i cristiani che vorrebbero aiutare il cammino di umanizzazione attraverso l’annuncio stesso del Vangelo. D’altro canto, in continenti come il Sud America, l’Africa e l’Asia, la Chiesa cattolica, oltre al confronto con le altre religioni «storiche», conosce anche la concorrenza di sette cristiane, di spiritualità esoteriche e di fenomeni legati alla magia. Così, se il mondo è ancora «incantato», potremmo dire «religioso», tuttavia le chiese tradizionali sembrano incapaci di eloquenza. 

 

È indubbio che oggi in Africa, in Medioriente, in Asia e ora anche nei Paesi dell’Occidente a causa dell’immigrazione, l’Islam con le sue diverse componenti costituisce una presenza che interroga: i padri sinodali provenienti dalle Chiese più direttamente implicate in questa non facile convivenza, hanno cercato di far conoscere con molto rispetto i loro problemi, le difficoltà che la dimensione missionaria incontra a causa della mancanza di libertà religiosa, il rischio che i cristiani - pur abitando da secoli, prima che l’Islam apparisse, le terre ora a maggioranza musulmana - siano percepiti come «Occidente», quasi degli intrusi nel loro stesso Paese, e siano spinti a emigrare. Proprio per questo ho trovato straordinario poter ascoltare le voci di questi vescovi, tutte testimoni di un impegno nel dialogo, prive di accenti aggressivi o toni da crociata. La Chiesa è veramente mutata in questi ultimi cinquant’anni: non più ostilità verso gli «infedeli», ma dialogo, comune responsabilità per il bene della società, ricerca di pace tra le religioni, libertà di coscienza, affermazione della necessaria «ragione umana» in ogni dottrina religiosa...

 

La Chiesa non vuole promuovere un proselitismo che imponga il Vangelo o seduca gli uomini, ma vuole che la Buona Notizia possa essere ascoltata da tutti, perché ogni essere umano ne ha il diritto. Per questo si impegna a evangelizzare innanzitutto se stessa e quindi a offrire una vita che abbia senso, un messaggio che affermi che l’amore vissuto può vincere la morte. Ma la Chiesa nella sua opera evangelizzatrice è consapevole che il mondo non è un deserto, un vuoto senza bene e senza valori, bensì un mondo in attesa di risposte adeguate, un mondo ogni giorno abitato e plasmato dall’uomo che è sempre un figlio di Dio, una creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, dunque capace del bene, anche se a volte il male la ferisce e la rende disumana. Per annunciare il Vangelo, i cristiani devono allora ascoltare il mondo, conoscerlo, leggerne le gioie e le sofferenze e, soprattutto, discernere in esso i «poveri», gli ultimi, le vittime del potere e di quanti dispongono della ricchezza e non si curano degli altri. Se Gesù ha dichiarato di essere venuto a portare la buona notizia del Vangelo ai poveri, la Chiesa non può fare altrimenti perché, al seguito del suo Signore, è chiamata a essere innanzitutto Chiesa povera e di poveri.

 

Se qualcuno si attendeva dal sinodo parole di speranza e di bontà per le quotidiane storie di amore che oggi appaiono faticose, contraddette e non sempre adeguate all’ideale di fedeltà e di unione proposto dal Vangelo, queste parole sono state dette e ascoltate: si è ribadito a più riprese che l’amore del Signore resta fedele anche quando ci sono situazioni di infedeltà, perché la Chiesa è casa di tutti i battezzati, anche di quelli che vivono situazioni di contraddizione al Vangelo. Sì, l’evento del sinodo, ormai «ordinario» nella vita della Chiesa cattolica, ha dato un messaggio di speranza ai fedeli, ma ha anche indicato a quanti non appartengono alla Chiesa e se ne proclamano estranei che i cristiani che vivono in mezzo a loro partecipano senza esenzioni alla costruzione di una convivenza più umanizzata e sanno di dover essere portatori di fiducia e di speranza. La Chiesa è impegnata più che mai nel dialogo con la post-modernità, nella consapevolezza che ciò che le risulta faticoso - ma che costituisce la sua opera più propria - è vivere il Vangelo: questo il mandato ricevuto da Gesù. Realizzare il Vangelo è compito sempre arduo, a volte appare persino impossibile, eppure ai cristiani questo solo è richiesto se vogliono assolvere l’unico vero debito che hanno verso tutti.

da - http://lastampa.it/2012/10/28/cultura/opinioni/editoriali/la-speranza-che-arriva-dal-sinodo-SKjhXIUqIhUWdksVhciOAO/pagina.html
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« Risposta #44 il: Febbraio 12, 2013, 06:37:59 »

Editoriali
12/02/2013

Benedetto XVI, ora più che mai è il successore di Pietro

Enzo Bianchi

Per quasi tutti è stata una sorpresa, per chi lo conosceva anche solo un poco, come me, no. Perché Benedetto XVI è innanzitutto un uomo coerente tra il suo dire e l’operare. Aveva detto più volte, e lasciato pubblicare nel libro-intervista con Peter Seewald «Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi», che avrebbe potuto dimettersi. 

 

Qualora fosse giunto «alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico» di successore di Pietro. E così ha fatto, quando davanti a Dio ha esaminato la propria coscienza. Un gesto compiuto anche nella consapevolezza che nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti, occorre il vigore di chi è più giovane, «sia nel corpo sia nell’animo». Così si è dimesso, ma preparando con cura questo giorno. Aveva celebrato un concistoro in novembre, per dare un volto maggiormente universale al collegio cardinalizio, aveva terminato la sua fatica di fede e di testimonianza nello stendere una lettura di Gesù morto e risorto, vissuto realmente negli anni della nostra storia, approfondendone i vangeli dell’infanzia. E speriamo che prima del 28 febbraio consegni - quasi come suo testamento - l’enciclica sulla fede, dopo le due luminose sull’amore e sulla speranza. Noi attendiamo ancora questo dono da lui. 

 

Non è questo il momento di tracciare un bilancio, ammesso che si possa fare, sui quasi otto anni del suo ministero petrino: un pontificato che ha attraversato la nostra storia non facile, non semplice e a volte anche enigmatica, una storia piena di mutamenti globali nel mondo occidentale (l’aggravarsi di una crisi culturale e una crisi economica mai conosciuta nei tempi recenti) e di rivoluzioni nel mondo arabo che giudichiamo «primavere» ma che vediamo attraversate da gelate repentine; un tempo di incertezze e di mutamenti nell’etica, soprattutto nelle culture un tempo cristiane. Sono stati anni in cui Benedetto XVI ha continuato ad ammonire la Chiesa, accettandone la condizione minoritaria, chiedendole di essere minoranza significativa, capace di esprimere la differenza cristiana in un mondo indifferente e nel contempo segnato dalla presenza simultanea di molte religioni nello stesso luogo.

 

Lo si è definito più volte un papa conservatore, ma questo gesto lo mostra come innovatore: rompe, infatti, una tradizione di duemila anni in cui tutti i vescovi di Roma sono morti di morte violenta o di malattia o di vecchiaia (papa Celestino V dimissionò, ma costretto da chi sarebbe diventato il suo successore). Così il cattolico è invitato a guardare più al ministero petrino che non alla persona del Papa: questo è certamente un fatto rivoluzionario e, ritengo, anche più evangelico. Chi esercita l’episcopato o un servizio di presidenza nella Chiesa, lo fa in comunione con Cristo Signore in misura del grado in cui è stato posto, ma una volta cessato l’esercizio del ministero, un altro può continuarlo e la persona che lo ha esercitato in precedenza scompare, diminuisce, si ritira. 

 

La domanda che già sentiamo risuonare - come sarà con due papi viventi? - in realtà non sussiste, perché uno solo sarà il Papa. Benedetto XVI tornerà a essere il cardinal Ratzinger e non possederà più quella grazia e quell’autorevolezza dello Spirito santo che saranno possedute da chi sarà eletto nuovo Papa dal legittimo collegio cardinalizio. Su questo la dottrina cattolica è chiara e non permette che una persona sia più determinante del ministero che gli è stato affidato. In ogni caso, conoscendo l’umiltà di Benedetto XVI, siamo certi che egli - come promette nel messaggio rivolto ieri ai cardinali - si dedicherà alla preghiera e anche lui pregherà con la Chiesa intera per Pietro, per il nuovo Papa, ben sapendo di non esserlo più: avverrà per il vescovo di Roma, come per i vescovi emeriti delle altre diocesi.

 

Papa Benedetto ha compiuto un grande gesto, evangelico innanzitutto, e poi umano. In uno stupendo commento ai salmi, sant’Agostino - un padre della chiesa tra i più amati da Benedetto XVI - leggiamo: «Si dice che quando i cervi migrano in gruppo o si dirigono verso nuove terre, appoggiano il peso delle loro teste scambievolmente gli uni sugli altri, in modo che uno va avanti e quello che segue appoggia su di esso la sua testa... quello che sta in testa sopporta da solo il peso di un altro, quando poi è stanco passa in coda, giacché al suo posto va un altro a portare il peso che prima portava lui e così si riposa dalla sua stanchezza, poggiando la sua testa come la poggiano gli altri” (Commento al Salmo 41).

 

Così la presenza di Ratzinger nella Chiesa non si conclude. Sarà un presenza altra e non meno significativa: una presenza di intercessione. Si metterà cioè tra Dio e gli uomini, non per compaginarli nella comunione cattolica - questo non sarà più il suo compito - ma per chiedere che Dio continui a inviare le energie dello Spirito santo sulla Chiesa e i suoi doni sull’umanità. Molti oggi vorrebbero dire a papa Benedetto XVI: «Grazie, santo Padre!» per il suo disinteresse, per la sua sollecitudine affinché anche il Papa sia decentrato rispetto a colui che dà il nome di cristiani a molti uomini e donne che hanno fede solo in lui: Gesù Cristo! Si diceva che questo Papa ha grandi parole ed è incapace di gesti: il più bel gesto ce lo lascia ora, come Pietro che ormai anziano - dice in Nuovo Testamento - «se ne andò verso un altro luogo» continuando però a seguire il Signore. Benedetto XVI appare successore di Pietro più che mai, anche nel suo esodo.

da - http://lastampa.it/2013/02/12/cultura/opinioni/editoriali/ora-piu-che-mai-e-il-successore-di-pietro-zTsX45hvoR8DU3gmfbOvDN/pagina.html
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