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Autore Topic: ENZO BIANCHI:  (Letto 14473 volte)
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« Risposta #15 il: Dicembre 24, 2009, 09:51:01 »

24/12/2009

Il futuro colorato di speranza
   
ENZO BIANCHI


Il bilancio che ciascuno di noi fa sui dodici mesi trascorsi è sempre condizionato dalle aspettative che aveva nutrito nell'anno precedente e, specularmente, orienta le speranze per l'anno a venire, soprattutto quando ci veniamo a trovare alla fine di un decennio: allora attese e disillusioni si fanno più forti, quasi che il misurare il tempo in cifre tonde e simboliche - gli anni «zero» del terzo millennio - sia percepito con maggiore intensità e che le svolte impresse al corso della storia debbano assumere un carattere più marcato. Così, il dover constatare anche alla chiusura di quest'anno che ben poco è stato fatto per sanare situazioni negative nella convivenza umana, in ambito nazionale come a livello planetario, risulta fonte di particolare amarezza.

Non solo, sembra quasi che il protrarsi indefinito di profonde ferite inferte all'umanità e al creato finiscano per trasformarsi in ineluttabili calamità, cui si è fatta l'abitudine e che si derubricano a problemi cronici, non più degni di attenzione e di impegno. È il caso delle guerre e delle patenti violazioni dei diritti umani in certe aree del globo: i conflitti vengono dimenticati, le vittime ignorate, le sofferenze banalizzate, come se si trattasse di ciclici eventi naturali, analoghi all'alternarsi delle stagioni.

La crisi economica, per esempio, ha solo superficialmente scalfito la fiducia nell'autoregolamentazione del mercato globale, suggerendo al massimo alcuni accorgimenti per una maggiore vigilanza, mentre le ingiustizie di fondo che pervadono i rapporti produttivi e commerciali non sono state considerate degne di seria attenzione. Anche la mancanza di legalità o l'irrisione dello stato di diritto, il non rispetto delle minoranze e dei più deboli e indifesi, il diradarsi delle strutture di solidarietà e di integrazione sociale paiono ormai atteggiamenti passivamente acquisiti, la cui disumanità non interpella più le coscienze. A poco a poco ci si assuefa alla barbarie quotidiana, si rinuncia alla sana indignazione contro gli attentati portati alla dignità di ogni essere umano, si considera scontata l'impossibilità del dialogo civile, ci si rassegna a una sorda lotta di tutti contro tutti.

Eppure l'animo umano fatica a rinunciare alle aspettative di miglioramento, è portato a «sperare contro ogni speranza», soprattutto là dove percepisce che non è in gioco solo il mero interesse personale, ma il futuro delle generazioni che si affacciano oggi all'esistenza e di fronte alle quali saremo considerati responsabili: il desiderio di riconsegnare la società civile in condizioni migliori di quelle nelle quali ci è stata affidata da quanti ci hanno preceduto anima il cuore e l'intelligenza di ogni essere umano degno di tal nome. Per i cristiani, in particolare, cittadini come gli altri e solidali con loro nelle vicende quotidiane, questo desiderio assume anche i tratti dell'annuncio di verità in cui si crede: non dogmi astratti, ma convinzioni che muovono il pensare e l'operare. Allora non è utopia sperare che l'annuncio evangelico delle beatitudini, il disarmo di ogni inimicizia, il prendersi cura di chi è nel bisogno, il perdono per le offese ricevute possano trovare fecondo terreno di crescita non solo nei cuori dei singoli, ma nel tessuto stesso dalla convivenza civile: queste speranze non sono il non-luogo dei nostri sogni, ma l'anelito insopprimibile che rende sopportabile anche un presente intristito nel suo ripiegarsi su se stesso.

Cesserà l'imbarbarimento dei rapporti quotidiani? Rinascerà la solidarietà tra le generazioni e le popolazioni della terra? Si concretizzerà la cura e la custodia per un creato affidato alla mano sapiente dell'uomo? I più deboli troveranno nei più forti sostegno e non oppressione? Le carestie, le guerre e le pandemie finiranno di essere considerate ineluttabili e verranno contrastate nelle loro cause e nei loro effetti? La pace ritroverà nel concreto della storia il suo significato di vita piena e ricca di senso? E ancora, crescerà il dialogo franco e autentico all'interno della chiesa e tra le chiese? Ci si aprirà all'ascolto dell'altro, al rispetto delle sue convinzioni, al discernimento delle sue attese, indipendentemente dal suo credere o meno? A questo dovremmo pensare quando ci scambiamo gli auguri: non a un gesto formale e scaramantico, ma a una promessa di impegno e a un'assunzione di responsabilità. Perché lo sguardo critico e sereno sul grigiore del passato è già apertura a un futuro colorato di speranza.

da lastampa.it
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« Risposta #16 il: Gennaio 10, 2010, 10:41:55 »

10/1/2010

Il diritto di essere una minoranza
   
ENZO BIANCHI


Proprio quando i cristiani celebrano la venuta nel mondo di Gesù, il farsi uomo di Dio, il suo assumere una condizione di fragilità e debolezza estreme, l’Agenzia Fides pubblica il rapporto sugli operatori pastorali uccisi in tutto il mondo nei 12 mesi precedenti. Ed è proprio all’uscita della liturgia eucaristica della notte di Natale che la comunità cristiana copta di Nagaa Hamadi è stata attaccata a colpi d’arma da fuoco e ha visto morire una decina di suoi fedeli. È drammaticamente significativo che ci ritroviamo così a fare i conti con la persecuzione dei cristiani proprio nei giorni in cui le Chiese d’Oriente e d’Occidente fanno memoria dell’incarnazione, dell’inizio della vicenda umana di colui che confessano come Signore che è nato come tutti i mortali, ha vissuto testimoniando l’amore, è morto da giusto condannato ingiustamente ed è risorto per annunciare efficacemente che la vita è più forte della morte.

Anche se noi cristiani d’Occidente usiamo a volte a sproposito la terminologia della persecuzione per parlare del confronto difficile e anche aspro che la fede cristiana incontra nella società contemporanea, esistono luoghi e chiese in cui «persecuzione» indica ancora ostilità violenta, prigione, torture, morte, e in cui «martirio» vuol dire testimonianza fino al sangue alla fede che si professa. Ce ne accorgiamo raramente, qui in Occidente: solo quando il numero delle vittime scuote la stanca abitudine con cui seguiamo certi eventi. Il rapporto dell’Agenzia Fides conta 37 operatori pastorali uccisi nel 2009, che sono solo la punta di un iceberg. Si tratta, infatti, solo dei missionari e solo di confessione cattolica. Le intere comunità cristiane osteggiate, perseguitate, costrette ad abbandonare il loro paese sfuggono al nostro sguardo e al nostro cuore: i cristiani dei villaggi e delle città dell’Iraq e dell’Iran, del Pakistan, dell’Orissa in India, del Sudan e dell’Alto Egitto, della Nigeria, dell’

Indonesia o della Malesia, del Vietnam, della Cina o della Corea del Nord, della penisola arabica o dell’Algeria fanno notizia solo quando sono vittime di violenze brutali.

La tragica quotidianità di queste vicende dovrebbe interrogare anche il nostro vivere giorno dopo giorno la presenza della fede religiosa nella società civile. Dovremmo interrogarci sul reale rispetto dei diritti, anche religiosi, delle minoranze: riconoscere, salvaguardare, promuovere la dignità di ogni persona e la possibilità di vivere e testimoniare anche comunitariamente e nello spazio pubblico la propria fede è compito non solo degli organismi internazionali, degli Stati e delle loro legislazioni, ma anche di ogni cittadino che con il suo comportamento può favorire oppure contrastare questa civile convivenza quotidiana. Recentemente, i patriarchi cattolici del Medioriente hanno ribadito che «cristiani e musulmani attingiamo a un’eredità unica di cultura e civiltà... Noi vogliamo salvaguardarla, farla evolvere, riattivarla in modo che sia fondamento della nostra convivialità e della nostra solidarietà fraterna. I cristiani d’Oriente sono una parte inseparabile dell’identità culturale dei musulmani e i musulmani sono una parte inseparabile dell’identità culturale dei cristiani. Così siamo tutti responsabili gli uni degli altri e di fronte alla storia». Parole sapienti e chiare che tuttavia non riescono a impedire che la crescente pressione del fondamentalismo islamico induca i cristiani del Medioriente alla fuga o li costringa a vivere in condizioni di ostilità, diffidenza, ghettizzazione.

Dal canto nostro, non dovremmo nemmeno dimenticare che la reciprocità che sovente si sente invocare come pretesto per limitare alcuni diritti fondamentali non è e non può essere l’altro nome della ritorsione e della vendetta: una società è civile non quando concede alle sue minoranze solo quello che anche gli altri Stati concedono a quelle presenti nel loro territorio, ma quando riconosce fattivamente che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» e che a ogni individuo spettano gli stessi diritti e le stesse libertà, «senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione».

Orrendi massacri come quello della chiesa di Nagaa Hamadi ci interpellano anche sulla risposta che possono suscitare in noi: non spetta a noi giudicare la capacità di rinunciare alla vendetta da parte delle vittime, non possiamo pesare noi la misura della loro sopportazione, non riusciamo a fare nostre le loro attese o disillusioni circa il rispetto delle leggi e il ristabilimento della giustizia, né ha senso indagare quasi morbosamente sulla pronta disponibilità al perdono: nessuno, fino a quando non è provato in prima persona, può sapere e valutare come reagirebbe se trovasse se stesso o i suoi cari in determinate situazioni. Certo, abbiamo avuto anche in anni recenti luminosi esempi di cristiani capaci di amare i loro nemici e di perdonare i persecutori. In ogni caso, possiamo e dobbiamo invece chiederci quali principi animano la nostra convivenza quotidiana, quale prezzo siamo disposti a pagare per testimoniare ciò in cui crediamo, quali sacrifici accettiamo di compiere nella nostra vita perché vengano salvaguardate la libertà e i diritti di tutti. Se i cristiani devono essere consapevoli che il sangue versato dai loro fratelli ai quattro angoli del mondo è seme fecondo di testimonianza, così come quello delle prime generazioni di discepoli di Cristo, spetta a tutti noi come cittadini non dimenticare che le condizioni di libertà e di democrazia di cui godiamo nei nostri paesi sono il frutto di un lento e faticoso cammino.

da lastampa.it
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« Risposta #17 il: Gennaio 17, 2010, 10:31:49 »

Com’è difficile dialogare

di Enzo Bianchi

Da anni vado ripetendo che con la fine della cristianità e lo sviluppo di una società civile sempre più consapevole della propria laicità e della molteplicità di culture e religioni che si incontrano e intrecciano nel quotidiano, la capacità di dialogo e di ascolto reciproco diventano condizioni indispensabili non solo per una crescita in umanità ma, in prospettiva, per la stessa sopravvivenza di una convivenza civile degna di tale nome. Ma accanto a questa convinzione se ne riafferma in me anche un’altra: nonostante i numerosi sforzi che da più parti si compiono in questo senso, restiamo ancora “all’età della pietra” per quello che concerne il dialogo, tuttora balbettanti nel definire e soprattutto nell’assumere una autentica “deontologia del dialogo”.

Ne ho avuto un’amara conferma nei giorni scorsi quando il mio ultimo libro, Per un’etica condivisa, è stato fin troppo benevolmente recensito dal “laico” Corrado Augias su queste pagine. Man mano che procedevo nella lettura, mentre riconoscevo le mie affermazioni – sempre correttamente virgolettate – le vedevo interpolate con considerazioni a me estranee e con precisazioni che ne snaturavano le intenzioni. Augias, gli va dato atto, non mi attribuiva frasi da me mai scritte, ma le sue chiose, quasi sempre laudative, allontanavano il lettore dall’humus in cui le mie affermazioni erano nate e ne facevano un’applicazione a soggetti ecclesiastici secondo i suoi giudizi e non secondo le mie intenzioni, intenzioni che una lettura maggiormente disposta all’ascolto non frammentario o preconcetto avrebbe potuto cogliere facilmente.

“Guàrdati dal criticare meschinamente e con amarezza, senza amore, la chiesa … Nella chiesa non amare un’astrazione o una visione troppo personale, ma la comunità vivente in cui Dio attende il tuo impegno e il tuo ministero. Se devi criticare, fallo senza ferire le persone, con l’audacia evangelica, con la forza della parola di Dio, l’umiltà di chi critica per fare un servizio di purificazione nei confronti di sua madre. Altrimenti è meglio tacere”. Così recita la Regola di Bose, e a questi principi ho sempre cercato di attenermi nel mio prendere la parola in pubblico, a voce o per iscritto. D’altronde è questo un tipo di disagio per me non nuovo – lo dico con rincrescimento – nel leggere Corrado Augias, uno dei più prolifici interpreti del dialogo tra pensiero laico e mondo cattolico. L’impressione che avevo ricevuto dai suoi due titoli precedenti – Inchiesta su Gesù, con Mauro Pesce, e Inchiesta sul cristianesimo, con Remo Cacitti – si è rinnovata in me alla lettura di Disputa su Dio e dintorni, scritto con Vito Mancuso e in libreria in questi giorni: la sensazione di vedere gli interlocutori liberi di formulare e articolare le proprie tesi, ma sempre incalzati e come invischiati in un intreccio dove i concetti e i preconcetti ostili alla fede cristiana hanno il sopravvento non per una maggiore consistenza oggettiva ma per la costante forzatura di affermazioni e la frequente parzialità con cui molti aspetti del dibattito vengono affrontati. Certo, anche Disputa su Dio e dintorni, come i ravvicinatissimi volumi precedenti, vuole mantenere un tono divulgativo, in cui discussioni sui massimi sistemi si intrecciano ora a riflessioni su fatti registratisi nella storia cristiana, ora su casi scottanti dell’attualità politica e sociale italiana; certo, il linguaggio vuole essere comprensibile al grande pubblico, ma ci si potrebbe comunque aspettare un più accurato rigore storico anche da parte della voce laica. Le caricature – il Dio dei cristiani tratteggiato come “un vecchio con la barba bianca e un triangolo dietro la testa che giudica ogni nostra azione e tenacemente impegnato a dividere i cattivi dai buoni” – e le affermazioni ad effetto sono sempre pericolose, quando non totalmente fuorvianti: come si fa, per esempio, a dire che “in una democrazia non esistono principi non negoziabili”? Come dobbiamo considerare allora la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo?

Quanto a Mancuso, teologo che ama definirsi eterodosso, occorre riconoscere che le domande che pone nei suoi scritti sono urgenti e necessitano una risposta da parte delle teologia cattolica e della chiesa, ma a mio giudizio le risoluzioni che propone Mancuso si collocano nello spazio della gnosi in cui la storia è di per sé storia di salvezza e in cui non c’è da parte di Dio né rivelazione né grazia. È vero che qua e là nella discussione con Augias affiorano alcune affermazioni che correggono la “gnosi” presente nel precedente libro di Mancuso, Sull’anima e il suo destino, ma restano deboli. No, “il regno dei cieli” non è l’equivalente del “regno delle idee” di Platone o del “regno dei fini” di Kant come afferma il nostro teologo.Il libro appare così una disputa con a volte i toni della chiacchierata tra un cristiano “che ha idee difformi rispetto a certe dottrine stabilite” e un ateo che con eccessiva disinvoltura annovera “tra i misteri della religione cattolica la famosa incongruenza di un Dio che è nello stesso tempo uno e trino” e afferma che “il cristianesimo nel IV secolo cambiò pelle e cessò di essere una fede per diventare una religione”, che legge l’eucarestia cattolica come “un residuo di antropofagia sacra”… Sì, lo dico con molto rispetto ma con tristezza: in un approccio simile c’è veramente poco ascolto dei cristiani e della loro fede.

Queste mie osservazioni non vogliono esprimere ingratitudine verso chi ha cercato e cerca di interloquire su tematiche etiche che stanno a cuore a molti oggi, dentro e fuori la chiesa, ma soltanto testimoniare il rincrescimento per un’altra occasione sfumata di dialogo autentico, in cui l’ascolto in profondità dell’altro resta più importante di qualsiasi riaffermazione delle proprie convinzioni. Sì, dobbiamo ancora percorrere molta strada per imparare a capirci e a farci capire perché non solo usiamo linguaggi a volte sfasati, quasi “non-contemporanei”, ma più spesso ancora travisiamo il “senso” di quanto l’altro dice: non il tanto significato, ma l’origine, la direzione, l’intenzione cui mira, lo scopo del suo pensare e parlare.

Famiglia cristiana del 19 aprile 2009

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Cosa vuol dire la salvezza al di fuori della Chiesa

di Vito Mancuso

Proprio quando arriva in libreria una raccolta di saggi di Benedetto XVI dal titolo L’Elogio della coscienza, è interessante chiedersi quale sia oggi la situazione della coscienza cattolica. Lo spunto mi è dato dall’accusa mossami da Enzo Bianchi di essere gnostico, un’accusa teologicamente infondata che scambia per eresia gnostica l’esercizio della libertà di coscienza a livello teologico. Dietro l’accusa di gnosi verso la mia teologia basata sul primato della coscienza, c’è lo statuto attuale della verità dottrinale cattolica basata sulla tradizione e l’autorità. Ovvero: è così perché è stato stabilito che è così, e chi l’ha stabilito è più importante di te e tu devi obbedire. Insegnava Ignazio di Loyola al termine degli Esercizi spirituali: «Dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica». Ancora oggi la forma della verità cattolica continua a essere basata sul passato (la tradizione) e sulla forza (l’autorità)e per questo motivo si accusa di gnosi chi al primo posto nel suo rapporto con la verità non pone l’autorità ma la coscienza personale, e in fedeltà alla coscienza dichiara bianco ciò che vede bianco.

Un anno fa fu Bruno Forte sull’ Osservatore Romano a definire il mio pensiero “una gnosi di ritorno”. Ora Enzo Bianchi su Famiglia cristiana scrive : “Quanto a Mancuso , teologo che ama definirsi eterodosso, occorre riconoscere che le domande che pone nei suoi scritti sono urgenti e necessitano di una risposta da parte della teologia cattolica e della Chiesa, ma, a mio giudizio, le risoluzioni che propone Mancuso si collocano nello spazio della gnosi, in cui la storia è di per sé storia di salvezza e in cui non c’è da parte di Dio, né rivelazione, né grazia”. Bianchi continua dicendo che nel mio ultimo libro ( Disputa su Dio e dintorni, insieme a Corrado Augias) vi sono affermazioni che “correggono la gnosi presente nel precedente” ( L’anima e il suo destino) che però “restano deboli”. E conclude: “Il regno dei cieli non è l’equivalente del regno delle idee di Platone o del regno dei fini di Kant, come afferma il nostro teologo”. Quanto al fatto che amerei definirmi eterodosso, dico semplicemente che ciò che amo è la trasparenza, e siccome so che certi miei pensieri non sono allineati alla dottrina ufficiale, lo dichiaro io per primo, per onestà ai lettori.

Tutto qui. Vorrei però precisare che se talora metto in discussione la dottrina ufficiale è per amore della coerenza e della logica, perché condivido la prospettiva secondo cui nel cristianesimo il posto d’onore spetta all’affermazione “in principio era il logos”, e laddove non vedo rispettato il primato del logos, esercito la mia coscienza perché lo sia.

Quanto all’accusa di gnosi, ripeto a Bianchi ciò che replicai a Forte, cioè che non ha fondamento. Lo gnosticismo infatti si basa su tre principi fondamentali: 1) è la conoscenza che salva; 2) questa conoscenza è rivelata a pochi da un inviato divino rivelatore e redentore; 3) il contenuto della conoscenza è la distanza del mondo da Dio all’insegna della più acuta contrapposizione materia-spirito. Al contrario io sostengo che: 1) è la giustizia che salva; 2) la giustizia può essere attuata da ogni uomo, dentro o fuori la Chiesa, essendo legata alla logica della creazione; 3) la creazione è il cardine teologico decisivo e tra materia e spirito non c’è alcuna contrapposizione. Mentre la gnosi è una dottrina segreta riservata a pochi dalla cui conoscenza dipende la salvezza, io all’opposto lego la salvezza alla pratica della giustizia, come sostiene Gesù in Matteo 25 e in numerosi altri passi. Mentre la gnosi consiste in una totale svalutazione della natura, attribuita a un Dio minore e malvagio, io all’opposto faccio della creazione il trattato teologico decisivo e dell’adesione alla sua logica il principio salvifico. Bianchi però dice che sono gnostico. Perché un tale abbaglio? Perché scambia per gnosi l’esercizio della libertà di coscienza a livello teologico. Ma nel richiamo di Bianchi alla “storia della salvezza” è in gioco soprattutto lo statuto della salvezza. Per secoli si è creduto che solo il cattolicesimo offrisse la salvezza agli uomini e che tutti i non cattolici ne sarebbero stati esclusi all’insegna dell’assioma “extra ecclesiam nulla salus” (fuori della Chiesa non c’è salvezza). So bene che Bianchi non condivide questa angusta prospettiva, lui che iniziò il suo impegno sul fronte dell’ecumenismo quando io ancora giocavo all’oratorio, e del resto quasi nessuno nella Chiesa di oggi la condivide.

Mi permetto però di ricordargli questo passo di Simone Weil: “La credenza che un uomo possa essere salvato fuori della Chiesa visibile esige che tutti gli elementi della fede siano ripensati daccapo, pena l’incoerenza completa. Perché l’intero edificio è costruito attorno all’affermazione contraria, che oggi quasi nessuno oserebbe sostenere. Eppure non si vuole ancora riconoscere la necessità di una simile revisione. Ci si sottrae ad essa con miserabili artifizi. Si mascherano le sconnessioni con saldature fittizie, con salti logici clamorosi”. Bianchi non me ne voglia, ma non posso fare a meno di inserire tra i salti logici clamorosi anche l’attribuzione di gnosticismo a un pensiero come il mio che ne è il più convinto avversario. Il punto è esattamente il nesso salvezza-storia. Per la visione cristiana tradizionale (derivante da san Paolo e difesa da Bianchi) la salvezza è legata all’evento storico di duemila anni, è storia della salvezza, ed è quindi inevitabile che tutti coloro che a quel singolo evento storico non partecipano (cioè la gran parte dell’umanità visto che la specie Homo sapiens ha origine 160.000 anni fa) ne vengano esclusi. Da qui extra ecclesiam nulla salus. Non erano cattivi i padri della Chiesa, gli scolastici, i papi e i monaci che per secoli sostenevano questo assioma. Erano semplicemente coerenti con l’impostazione che lega la salvezza a una storia particolare. Se infatti la salvezza viene da una storia particolare, o si partecipa a quella storia (partecipazione garantita dalla Chiesa e dai suoi sacramenti) o non si è salvi. La sal vezza pensata in dipendenza da un evento storico produce necessariamente la teologia dell’ extra ecclesiam nulla salus.

Oggi si rifiuta questa teologia angusta e si ritiene che la salvezza non sia riservata ai soli cattolici. Perfetto. Ma allora come continuare a sostenere la dipendenza della salvezza da una storia particolare? Lo si può fare solo a prezzo di “miserabili artifizi”, “saldature fittizie”, “salti logici clamorosi”. In realtà, se si vuole parlare con fondamento della salvezza (cioè della partecipazione all’eternità divina), occorre superare la superstizione della cronologia e comprendere l’insegnamento di Gesù: “Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità” ( Giovanni 4,24). Vale a dire: ogni essere umano che nella sua coscienza e nel suo cuore vive nello spirito della verità (la cui esperienza più alta si chiama pratica del bene e della giustizia) entra nella dimensione peculiare del divino e quindi è salvo, si tratti di un uomo dell’età della pietra, di un antico egizio, di un ebreo o di un indù di oggi.

In questa prospettiva, contrariamente alla gnosi e al cristianesimo paolino che sostengono la necessità per la salvezza di una rivelazione particolare, io sostengo (come Bianchi rileva esattamente, ma sbagliando nel dire che si tratta di gnosi perché ne è l’esatto contrario) che ogni momento della storia è capace di salvezza. E quindi, a differenza di chi lega la salvezza “Ogni uomo che vive nello spirito della verità entra nel divino ed è salvo” a una storia particolare, io posso rifiutare in perfetta coerenza la teologia dell’ extra ecclesiam nulla salus in quanto nemica degli uomini e incapace di comprendere la paternità universale di Dio.

Ringrazio infine Enzo Bianchi (illustre collega all’Università San Raffaele nonché amico da lunga data) per aver riconosciuto che sollevo domande “urgenti che necessitano di una risposta da parte della teologia cattolica e della Chiesa”, ma sarebbe interessante capire come fa lui a tenere insieme una salvezza universale con una storia particolare. Perché una cosa deve essere chiara: dire che “il regno dei cieli non è l’equivalente del regno delle idee di Platone o del regno dei fini di Kant” significa riproporre in versione aggiornata la medesima pretesa ecclesiastica dell’ extra ecclesiam nulla salus.

La Repubblica 28 aprile 2009
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« Risposta #18 il: Febbraio 07, 2010, 06:40:14 »

7/2/2010

C'è bisogno di cattolici in politica
   
ENZO BIANCHI

Nella sua prolusione al recente Consiglio permanente della Cei il cardinale Bagnasco, rivolgendosi ai suoi confratelli nell’episcopato, evocava «un sogno, di quelli che si fanno ad occhi aperti, e che dicono una direzione verso cui preme andare. Mentre incoraggiamo i cattolici impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani, vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici.

I quali, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni». Parole urgenti e decisive per la polis: nessuna intrusione nella politica, ma la richiesta ai fedeli cattolici a ripensare il loro impegno politico come un servizio, superando l’attuale fase di profonda disaffezione.

Almeno dalla nascita della repubblica, la politica nel nostro Paese ha conosciuto la presenza attiva di cittadini cattolici che, ispirati dalla loro fede e accompagnati dalla dottrina sociale della chiesa, hanno saputo offrire un contributo determinante alla costruzione della democrazia. L’idea di un’Europa unita, la difesa dei diritti della persona, la lotta per la libertà, l’affermarsi della solidarietà sociale hanno avuto tra i loro ispiratori e propulsori convinti i laici cristiani. Soprattutto i cattolici italiani avevano la consapevolezza che la politica potesse essere «l’espressione più alta della carità», secondo la parola di Pio XI e che, quindi, fare politica fosse per loro non solo un diritto, ma soprattutto un dovere. Una consapevolezza, questa, che nasceva dall’essere cittadini, appartenenti alla societas, intesa soprattutto come communitas: in questa ottica la politica appare per il cristiano una vocazione che esclude evasioni dalla storia e propugna uno sforzo arduo e costante per calarsi sul terreno delle realtà concrete e compiere azioni che siano nello stesso tempo, come ricordava Zaccagnini, «coerenti con le ispirazioni e gli ideali e compatibili con la realtà». Forte di questa appartenenza alla polis e distinguendo tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, il cristiano opera nella società assieme agli altri cittadini, non imponendo la propria fede, ma animato e guidato da essa.

All’origine dell’impegno sociale deve essere presente un autentico interesse per la persona e la comunità, in modo che siano armonizzate autorità e libertà, iniziativa personale e solidarietà di tutto il corpo sociale, la necessaria convergenza e la feconda diversità. «Merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto», ha scritto Dag Hammarskjöld, un cristiano divenuto segretario generale dell’Onu. In questo senso, la politica per un cristiano è innanzitutto servizio alla giustizia e alla collettività: è questa la parola più eloquente per indicare il rapporto del cristiano con gli altri, a livello personale come a livello sociale. Servizio, cioè rinuncia al dominio, all’oppressione, per un atteggiamento che sa vivere il rispetto della persona e l’affermazione dei suoi diritti inalienabili fino a volere, scegliere e operare per il bene dell’altro e della comunità. Per un cristiano in politica vale il monito rivolto da Gesù ai suoi discepoli nel metterli in guardia dal comportarsi come «i dominatori delle nazioni»: «Non sic in vobis! Non così tra voi!». Rinuncia, quindi, a comportamenti mondani che schiacciano gli altri, li strumentalizzano e in nome di una egolatria che genera solo alienazioni e schiavitù.

Ma oggi, occorre riconoscerlo con franchezza, i «cattolici» in politica - a parte qualcuno che resiste in una solitudine non sempre riconosciuta - sembrano afoni, incapaci di mostrare la loro ispirazione e di avere la fede e il vangelo come motivazione profonda del loro operare, mentre assistiamo addirittura al fenomeno di non credenti che urlano a nome dei cattolici. Gli ultimi due decenni, soprattutto, hanno visto una sempre minor influenza dei cristiani e una crescita dell’afasia fino quasi all’irrilevanza di quanti, pur presenti nei vari partiti, non sanno farsi ascoltare. Si tratta di una perdita per tutta la società: mancando il contributo dei cattolici si rischia di leggere la politica, anche dopo la fine delle ideologie e a prescindere da qualsiasi degenerazione, soltanto come amministrazione tecnico-economica.

Come procedere in questo difficile frangente? Negli anni passati non sono mancati tentativi di creare scuole di educazione e iniziazione politica in molte chiese locali, ma queste non si sono rivelate feconde come auspicato. Da parte mia oso riproporre quanto suggerii già una ventina d’anni fa, all’inizio della diaspora politica dei cattolici con la fine del partito che li aveva a lungo rappresentati. Penso a un forum da attivarsi nelle chiese locali, a dimensione regionale, teso a favorire il formarsi e l’emergere dell’ispirazione cristiana della politica: uno spazio assembleare in cui i laici cattolici possano trovarsi per confrontarsi regolarmente, dibattere e cercare il principio evangelico da affermare nelle diverse circostanze e nei diversi momenti in cui è richiesta una decisione politica.

Un luogo di ascolto reciproco e di dibattito a livello pre-politico e pre-economico: non una lobby di pressione, ma una ricerca condivisa di ciò che è principio irrinunciabile per il credente, pronta a lasciare alla responsabilità del singolo la traduzione in opzioni politiche ed economiche di queste istanze cristiane. Questa successiva operazione, il cristiano impegnato in politica la farà assieme agli altri cittadini, indipendentemente dalla loro fede, all’interno del partito in cui si trova, sempre restando fedele al principio condiviso ed emerso in ambito ecclesiale. Questo preserverebbe chi nella Chiesa ha responsabilità pastorali di comunione dall’ingerirsi in ambiti che non gli competono, salvaguarderebbe la possibilità per i laici cristiani di essere presenti in formazioni politiche diverse, secondo le sensibilità e gli orientamenti di ciascuno, e nel contempo assicurerebbe anche la visibilità e l’autorevolezza di una convergenza sui principi ispiratori ai quali un cristiano non può rinunciare.

Sì, il sogno del cardinal Bagnasco è condiviso da molti: si avverte l’urgenza di avere cristiani che nella polis sappiano dire una parola efficace ispirata dalla fede e tesa al bene comune. Perché, se la polis è una comunità, allora occorre discernere un orizzonte condiviso e intraprendere un’azione responsabile conseguente perché siano praticabili cammini di umanizzazione. Ispirati dalla loro fede, a questo nobile compito - e non all’afonia o alla maldicenza - i cristiani sono chiamati, cittadini tra i cittadini.

da lastampa.it
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« Risposta #19 il: Aprile 04, 2010, 11:24:09 »

4/4/2010

L'amore più forte della morte

ENZO BIANCHI

La Pasqua cristiana ha un messaggio che può interessare anche chi cristiano non è o non crede in nessun Dio? «Quando sentirono Paolo parlare di risurrezione, alcuni lo deridevano, altri dissero: “Ti sentiremo su questo un’altra volta”». Il primo confronto tra il messaggio fondante la fede cristiana e il pensiero filosofico e religioso a lei contemporaneo non è stato dei più felici.

E oggi, a quasi duemila anni da quel primo scacco della predicazione sulla risurrezione, che senso può avere per il mondo la celebrazione della Pasqua da parte dei cristiani? Quest’anno, per una rara coincidenza di calendari, tutte le chiese - in Oriente come in Occidente, in situazione di persecuzione o di conflitto come in realtà di maggioranza, di integrazione o di tolleranza - festeggiano nello stesso giorno l’evento centrale della loro fede: la risurrezione di Gesù dai morti. Ma quale verità celebrano i cristiani nella notte di Pasqua, qual è la «buona notizia» che dalle loro liturgie si dovrebbe diffondere anche verso quanti non condividono la loro fede? Nella sua essenza è un messaggio che parla di vittoria dell’amore sulla morte, questo segno per eccellenza della fragilità umana.

Ogni essere umano porta dentro di sé «il senso dell’eterno», come ricorda il saggio Qohelet, l’ansia di eternità, e tuttavia è costretto a constatare l’inesorabile presenza della morte come ciò che contrasta fortemente la sua vita. Con uno sguardo naturalistico, si può anche ammettere che la finitezza umana sia in qualche modo una necessità biologica, come lo è per ogni creatura; ma tale giustificazione non spegne dentro di noi il sentimento che la morte, proprio perché non permette che qualcosa di noi rimanga per sempre, minaccia fortemente il senso della nostra vita: la morte è la somma ingiustizia! Noi troviamo senso nella misura in cui sappiamo vivere gesti che restano nel tempo: ma se tutto passa, se tutto finisce con la morte, che senso ha la nostra esistenza?

È qui che entra in gioco la riflessione umanissima che ogni uomo e ogni donna fanno sotto il cielo, da sempre e in tutte le culture: vivere è amare. Tutti gli esseri umani percepiscono che la realtà indegna della morte per eccellenza è l’amore; quando infatti giungiamo a dire a qualcuno: «Ti amo», ciò equivale ad affermare: «Io voglio che tu viva per sempre». Sembrerà banale ripeterlo e tuttavia resta vero: la vita trova senso solo nell’esperienza dell’amare e dell’essere amati, e tutti siamo alla ricerca di un amore con i tratti di eternità.
Ora, la grazia di un libro come il Cantico dei cantici posto al cuore della Bibbia consiste proprio nel fatto che in esso si parla dall’inizio alla fine di amore umano. A conclusione del Cantico si legge un’affermazione straordinaria. L’amata dice all’amato: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio / perché forte come la morte è l’amore / tenace come l’inferno è lo slancio amoroso. / Le sue vampe sono fiamme di fuoco / una fiamma del Signore» \.

Qui si raggiunge una consapevolezza presente in numerose culture, che sempre hanno percepito un legame tra amore e morte, tra éros e thánatos. La Bibbia, dal canto suo, ci illustra che amore e morte sono i due nemici per eccellenza: non la vita e la morte, ma l’amore e la morte! E la morte, che tutto divora, che vince anche la vita, trova nell’amore un nemico capace di resisterle, fino a sconfiggerla.

Con questo orizzonte in mente, riflettere sul senso della Pasqua significa allora porsi una domanda chiave: perché Gesù è risorto da morte? Una lettura intelligente dei Vangeli e di tutto il Nuovo Testamento ci porta a concludere che egli è risorto perché la sua vita è stata amore vissuto per gli uomini e per Dio fino all’estremo: «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» come ricorda Giovanni nel suo Vangelo. Gesù è stato risuscitato da Dio in risposta alla vita che aveva vissuto, al suo modo di vivere nell’amore fino all’estremo: potremmo dire che è stato il suo amore più forte della morte - quell’amore insegnato ai discepoli lungo tutto la sua vita e con tutte le sue forze, quell’amore divenuto così il comandamento nuovo: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» - a causare la decisione del Padre di richiamarlo dalla morte alla vita piena.

Se Gesù è stato l’amore, come poteva essere contenuto nella tomba? È questa la domanda che si cela dietro le parole pronunciate da Pietro nel giorno di Pentecoste: «Dio ha risuscitato Gesù, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere»... Com’era possibile che l’amore restasse preda degli inferi? La resurrezione di Gesù è il sigillo che Dio ha posto sulla sua vita: resuscitandolo dai morti, Dio ha dichiarato che Gesù era veramente il suo racconto e ha manifestato che nell’amore vissuto da quell’uomo era stato detto tutto ciò che è essenziale per conoscere lui.

È in quest’ottica che possiamo comprendere anche il cammino storico compiuto dai discepoli per giungere alla fede in Gesù Risorto e Signore. Cosa è successo nell’alba di quel «primo giorno dopo il sabato»? Alcune donne e alcuni uomini discepoli di Gesù si sono recati al sepolcro e l’hanno trovato vuoto: mentre erano ancora turbati da questa inaudita novità hanno avuto un incontro nella fede con Gesù Risorto, presso la tomba, sulla strada tra Gerusalemme ed Emmaus, ai bordi del lago di Tiberiade... Gesù non è apparso loro sfolgorante di luce, ma si è presentato con tratti umanissimi: un giardiniere, un viandante, un pescatore. Si è manifestato nella forma con cui lungo la sua esistenza aveva narrato la possibilità dell’amore. Per questo Maria di Magdala, sentendosi chiamata per nome con amore, risponde subito: «Rabbunì, mio maestro!»; i discepoli di Emmaus riconoscono Gesù nello spezzare del pane, cioè nel segno riassuntivo di una vita offerta per tutti; è il discepolo amato che lo riconosce presente sulla riva del lago di Tiberiade e grida a Pietro: «È il Signore!»... Davvero la vita di Gesù è stata riconosciuta come un amore trasparente, pieno e quelli che lo avevano visto vivere e morire in quel modo hanno dovuto credere alla forza dell’amore più forte della morte, fino a confessare che con la sua vita egli aveva davvero raccontato che «Dio è amore», altrimenti «non è»!

Forse è su questa speranza che gli eredi di Paolo e dei suoi interlocutori all’Aeropago di Atene, che cristiani e non cristiani possono ancora oggi ritrovarsi per «sentirsi un’altra volta», per confrontarsi in nome di quel desiderio di amore più forte della morte che abita il cuore di ciascuno.

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« Risposta #20 il: Aprile 09, 2010, 04:36:04 »

9/4/2010

Enzo Bianchi: basta mea culpa

Il priore della comunità di Bose difende Benedetto XVI e padre Cantalamessa: «ma che cosa ha detto di male? Voleva solo fare un esempio, banalmente ed avidamente strumentalizzato, siamo seri»

MARCO TOSATTI

Davanti agli attacchi mediatici contro Benedetto XVI occorre «seguire la linea del Papa: prudenza e silenzio. Se nessuno replica alle critiche, queste da sole decadono e il gioco finisce, i provocatori si stancano. Ma non si deve chiedere perdono per colpe che non si hanno». Lo afferma il priore di Bose, Enzo Bianchi, per il quale «la Chiesa di ’mea culpà ne ha fatti fin troppi e forse - spiega sul sito Pontifex - oggi siamo perseguitati proprio a causa di un eccesso di trasparenza scambiata per debolezza o senso di colpa». «La Chiesa Cattolica - ricorda - non è responsabile collettivamente delle colpe di qualche ministro o figlio infedele che, del resto, esiste dappertutto e in ogni categoria». Enzo Bianchi ritiene che «i cattolici abbiano già troppe volte chiesto scusa. Ora - dice il pensatore cattolico - spero che lo facciano anche gli altri». Quanto alle parole di padre Cantalamessa il venerdì santo, Bianchi si chiede: «ma che cosa ha detto di male?». «Voleva - conclude - solo fare un esempio, banalmente ed avidamente strumentalizzato, siamo seri».

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« Risposta #21 il: Aprile 25, 2010, 05:58:55 »

25/4/2010

Giovani la notte della fede

ENZO BIANCHI

Chi vive a contatto quotidiano con la realtà giovanile se ne era accorto da tempo, anche se sovente le sue osservazioni venivano zittite con affermazioni perentorie, ma ora i dati che emergono da un’indagine nazionale su «I giovani di fronte al futuro e alla vita, con e senza fede» mostrano uno scenario preoccupante, non solo in un’ottica ecclesiale. La ricerca condotta dall’Istituto Iard di Milanosu un campione di un migliaio di giovani italiani tra i 18 e i 29 anni offre un’istantanea del rapporto tra le nuove generazioni e la fede che suscita più di un interrogativo.

Praticamente tutti i dati, raffrontati con un’indagine analoga svolta nel 2004, mostrano un trend in negativo: meno giovani che si definiscono cattolici (ormai superano di poco il 50%), meno credibilità delle figure religiose istituzionali, meno disponibilità ad accettare il ruolo «politico» della Chiesa, minor senso di appartenenza a una comunità ecclesiale specifica, meno osservanza delle indicazioni etiche e comportamentali indicate dalla Chiesa, minore frequenza della pratica, anche per le grandi solennità di Natale e Pasqua...

Gli stessi dati in crescita non sono esenti da ombre e ambiguità: se aumenta in termini proporzionali - ma diminuisce in valori assoluti - la partecipazione saltuaria a «eventi e iniziative promosse da enti religiosi», questo sembra significare infatti un’accentuazione dell’opzione per una religione fai-da-te che accoglie solo le proposte già in sintonia con un percorso individualistico. Così come la radicalizzazione di alcune scelte di campo - la «tifizzazione», secondo l’espressione di Grassi che vi scorge analogie con le passioni sportive - porta sempre più giovani a schierarsi pro o contro determinate indicazioni della Chiesa «a prescindere» da ogni valutazione sul merito delle questioni in discussione.

Siamo davvero di fronte a quella che Armando Matteo, assistente nazionale della Fuci, ha definito «la prima generazione incredula»? Difficile non dare un’amara risposta affermativa. Del resto la fede, come la vita, la si trasmette da persona credibile a persona aperta alla possibilità di credere e non si può pensare che strategie o escamotage possano sostituirsi ai rapporti interpersonali che si creano e si alimentano all’interno di concrete comunità di vita, dalla famiglia al quartiere, alla parrocchia, all’associazionismo organizzato. Forse negli ultimi decenni molti si sono illusi che il ricorso ai grandi eventi, l’utilizzo delle nuove tecnologie, l’adeguamento ai modelli vincenti di creazione del consenso potessero funzionare anche a livello ecclesiale. Puntare sull’emozione dell’«esserci» ed essere in tanti a eccezionali raduni nazionali o internazionali, focalizzare le energie verso iniziative «drogate» dal numero e dalla visibilità mediatica ha finito col creare una sorta di assuefazione allo straordinario e al conseguente disinteresse, alla noia, se non al disgusto, per la quotidianità del vissuto.

È invece proprio nel tessuto dell’esistenza di ogni giorno che i giovani si trovano a fronteggiare sofferenze e ferite, a cercare un senso alle loro vite, a interrogarsi sulle motivazioni che orientano ogni scelta, a sperare in un futuro ancora da costruire insieme e non già prefabbricato o, peggio ancora, negato: è nell’ordinario di una vita normalissima che ci si trova ad attraversare «il senso di notte e la notte di senso» - secondo l’espressione di Matteo - che paralizzano e portano a cercare surrogati artificiali. Non si tratta di constatare amaramente che «i giovani non sono più quelli di una volta» - per nessuna generazione questo è mai stato vero -, né di illudersi con appelli generici ai giovani «futuro della Chiesa o della società», ma piuttosto di prendere atto che i ventenni di oggi sono già una parte del presente della società e che si trovano confrontati con una lancinante mancanza di speranza per il futuro. Nella faticosa ricerca di senso per le loro vite sovente e precocemente attraversate da contraddizioni, lacerazioni familiari, disillusioni lavorative, i giovani non ambiscono tanto a «essere» il futuro di una determinata realtà sociale o ecclesiale, quanto ad «avere» già ora un futuro verso cui tendere, un’attesa capace di riempire di significato il loro presente.

In questo senso i dati che emergono dall’inchiesta mi paiono preoccupanti non solo per la Chiesa qui e ora, non solo per l’avvenire che attende l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo, ma anche per la stessa salute della società: la scomparsa di ideali condivisi, il rarefarsi di luogo di incontro e di confronto, la focalizzazione sui conflitti finiscono col rendere insopportabile quella contraddizione che ogni generazione deve affrontare e superare per passare all’età adulta e responsabile: la non coincidenza tra la teoria e la prassi, tra le belle idee e la dura realtà, tra lo sperato e il vissuto. Spetta agli adulti ritrovare in se stessi i principi che si vorrebbero presenti nei giovani, spetta alla società nel suo insieme offrire segni di un passato verso il quale ci si volge con memoria grata, testimoniare un presente dagli orizzonti aperti, progettare un futuro che valga la pena di essere vissuto, non nello straordinario di rari momenti ma nel quotidiano di una vita armonicamente condivisa.

da lastampa.it
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« Risposta #22 il: Luglio 04, 2010, 06:23:17 »

4/7/2010

Per i cristiani è l'ora dell'umiliazione
   
ENZO BIANCHI

Per i cattolici e per la loro Chiesa questa è un’ora segnata da fatica e sofferenza. Se negli anni del postconcilio era sembrato che tra Chiesa e mondo non cristiano - nella sua pluralità di espressioni religiose, filosofiche, ideologiche ed etiche - fosse finalmente sbocciato il dialogo e fosse possibile un ascolto reciproco nel rispetto e nell’accoglienza, ora invece dobbiamo costatare la contrapposizione, spesso la sordità e a volte l'inimicizia.

Molti non credenti, che sembravano aver accettato un dialogo franco con i cattolici, ora delegittimano la Chiesa non riconoscendole neppure la capacità di stare nello spazio democratico delle nostre società. Ormai nelle librerie non è raro incontrare un'apposita sezione dedicata a libri anticlericali e più spesso anticristiani: testi dove viene negata e a volte ridicolizzata la vicenda storica di Gesù di Nazareth, in cui il cristianesimo viene letto storicamente come una presenza intollerante e aggressiva in Occidente e invasiva nelle altre terre. È in questo clima di «attacco» e di «polemica» che la vicenda degli scandali di pedofilia ha ulteriormente aggravato la situazione, giungendo a una «umiliazione» della Chiesa.

Basterebbe l'immagine della polizia che presidia la sede dell'arcivescovado di Malines-Bruxelles tenendo in situazione di fermo per una giornata l'intera conferenza episcopale belga per chiedersi con sgomento come questo sia stato possibile, in particolare in una nazione come il Belgio. Sì, com'è possibile che in Belgio - una nazione che fino a quarant'anni fa ha dato alla Chiesa universale il maggior numero di missionari, monaci e religiose; una nazione dove la Chiesa ha avuto una forte connessione con la corona regale e ha accompagnato tutta la storia coloniale del Paese - venga misconosciuta la funzione educativa, caritativa e culturale svolta dalla Chiesa e questa sia trattata come una qualsiasi associazione per delinquere, senza che questo desti reazioni nell'opinione pubblica? Una Chiesa, quella belga, che è stata tra le protagoniste della stagione di dialogo e di apertura conciliare e che ora vede le tombe dei suoi primati trattate alla stregua di nascondigli per corpi di reato...

Bisogna riconoscere che in Occidente la Chiesa è diventata una minoranza, davvero esigua in alcuni Paesi: la Chiesa è diventata debole perché ha perduto - anzi, a volte ha liberamente rinunciato - la posizione che occupava nell'epoca della cristianità. Non solo, ha anche mostrato di non essere irreprensibile, come molti si erano illusi che fosse, ha mostrato che il male, il peccato la abita come abita il mondo. E tuttavia si deve constatare che c'è a volte anche cattiveria nel dare notizia delle colpe, quasi una rivalsa che si nutre di accuse enfatizzate e che giunge fino alla delegittimazione della Chiesa in quanto tale. Del resto le polemiche sono anche state stimolate da quanti, senza l'esercizio di una prudenza minima, hanno esternato accuse o sono intervenuti con poco buon senso, ottenendo l'effetto di scatenare altre polemiche. Né ci dobbiamo stupire se molti di quelli che erano soliti osannare Giovanni Paolo II ora lo contrappongono a Benedetto XVI, giungendo fino a denigrarlo: uno spettacolo davvero poco cristiano e poco umano!

Ma quale atteggiamento possono assumere i cristiani in questa situazione? Quanti tentano seriamente di essere cristiani non dovrebbero meravigliarsi di questo «incendio» che si è manifestato in mezzo a loro e tra loro e il mondo. È l'apostolo Pietro a scrivere così ai primi cristiani in diaspora: «Non siate sorpresi dell'ostilità, della persecuzione... non avete ancora subito persecuzioni fino al sangue!». Il cristiano sa, deve sapere, che la sua missione e il suo messaggio non sono facilmente riconosciuti: in un mondo «ingiusto», qualunque messaggio sulla «giustizia», qualunque iniziativa di giustizia desta reazioni anche violente. È una necessitas umana, storica, che il vangelo cerca di raccontare nella vicenda di Gesù di Nazareth: una vicenda innanzitutto umana.

Quindi il cristiano deve accettare in questo momento l'umiliazione, sapendo che solo quando si è umiliati si inizia a conoscere l'autentica umiltà, che altrimenti resterebbe una virtù troppo soggetta all'astrazione e all'ipocrisia. Questa è un'ora di purificazione per la Chiesa: non solo purificazione della memoria come volle profeticamente Giovanni Paolo II con la confessione dei peccati dei cristiani in occasione del Giubileo, ma anche purificazione nel presente, nel qui e ora della storia. Da questa contrizione, da questa sofferenza può scaturire una «riforma» della Chiesa, perché questa è semper reformanda, non è infatti il regno dei cieli stabilito sulla terra, ma ne è solo segno e inizio.

Occorre inoltre reagire a questo «incendio» rinunciando ad assumere posizioni di arroccamento in una cittadella che recrimina e risponde attaccando, per l'angoscia e l'ansia incombenti. Le ostilità che vengono dall'esterno sono solo occasioni perché i cristiani siano più obbedienti al vangelo, occasioni per realizzare a caro prezzo l'insegnamento di Gesù. Ciò che come cristiani dobbiamo temere non viene da eventuali nemici esterni: l'attentato più forte al vangelo può venire invece da noi cristiani, dall'interno della comunità dei credenti. Benedetto XVI lo ribadisce con regolare frequenza, indicando così la lettura più decisiva per la vita ecclesiale oggi.

Infine è necessario riconoscere che forse dobbiamo cercare anche nuovi modi di essere Chiesa e di fare Chiesa: meno conflittuali all'interno, più sinodali nel discernere i cammini percorsi e quelli da intraprendere, più sapienti e nutriti di buon senso umano ed evangelico nel dirimere le questioni e i problemi. Oggi vi sono persone tentate di lasciare la Chiesa, di proseguire per la propria strada, ma questa non è una via praticabile per chi è veramente discepolo di Gesù e sa di vivere in una solidarietà di peccatori chiamata nella conversione e divenire una comunione autentica. Sì, è l'ora di scegliere il silenzio per discernere la parola, è ora di ricominciare con la grammatica della pazienza, è l'ora di accettare offese e tradimenti senza cessare di credere agli uomini, è l'ora di temere senza avere paura...

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« Risposta #23 il: Luglio 25, 2010, 12:22:21 »

25/7/2010

L'orizzonte condiviso di un amore

ENZO BIANCHI

In una lettera inviata dal carcere in cui attendeva la morte che il regime nazista gli avrebbe inflitto, il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer scriveva: «La perdita della memoria morale non è forse il motivo dello sfaldarsi di tutti i legami, dell’amore, del matrimonio, dell’amicizia, della fedeltà? Niente si radica, niente mette radici: tutto è a breve termine, tutto ha breve respiro. Ma beni come la giustizia, la verità, la bellezza e in generale tutte le grandi opere richiedono tempo, stabilità, memoria; altrimenti degenerano». Parole profetiche, che leggono bene il tempo presente, contrassegnato da provvisorietà e instabilità in tutti i rapporti.

I dati forniti dall’Istat riguardanti i matrimoni tra il 1995 e il 2008 registrano un raddoppio del numero di separazioni e divorzi, mentre la durata media del matrimonio scende fino a soli quindici anni. Sono statistiche che ci confermano quanto anche noi verifichiamo nel nostro tessuto quotidiano: nella cerchia di familiari e conoscenti abbiamo quasi tutti coppie separate e anche all’interno di legami «ecclesiali» constatiamo l’aumento di quanti si «separano» o dalla loro vita presbiterale o dalla comunità religiosa di appartenenza. Ormai, quando riceviamo la notizia di una coppia che si sposa, non ci è più estranea la domanda inconscia «fino a quando durerà?», così come nell’interrogarci sul futuro delle forme di vita che prevedono impegni o voti di celibato, non vi è più solo la preoccupazione per il numero calante di nuove vocazioni, ma anche quella per la perseveranza di quanti già hanno abbracciato questo itinerario religioso.

Anche chi ha assunto impegni, chi ha celebrato l’alleanza con fratelli o sorelle nella vita religiosa contraddice la scelta compiuta - anche se in percentuale minore rispetto al matrimonio - viene meno alla parola data, alla promessa esplicitata e pensa di cambiare vita, anche in età ormai matura, a cinquanta o sessant’anni, esattamente come avviene tra gli sposati. Persone ormai invecchiate e quindi obbligate a contare gli anni che restano loro da vivere, smentiscono un intero itinerario di vita già percorso e si dicono addio, nel sogno di poter trascorrere l’ultima parte della vita - la cui aspettativa si è sempre più allungata - nella libertà, senza dover più «fare i conti» con qualcun altro.

È l’epifania dell’egoismo anzi, dell’egolatria celebrata secondo le proprie possibilità, è il non voler più riconoscere che l’amore esige anche sacrificio, rinunce: se infatti il cammino è condiviso con altri, allora occorre riconoscere l’altro che ci sta accanto nella sua differenza, assumendo che ci siano assieme ai giorni di gioia e di piacere condivisi anche quelli in cui il rapporto si fa difficile, in cui si è chiamati a perdonare l’altro, in cui far uso di sapienza, a volte accettando perfino di restare nel «buio», attaccati alla promessa fatta, alla parola data. Nessuno nega che la vita comune nel matrimonio o nella convivenza possa diventare un inferno: il problema è discernere come uscire dall’inferno, se fuggendo la relazione o tentandone insieme un riscatto.

D’altronde, conosciamo bene gli esiti di separazioni, divorzi, rotture di fedeltà: sono cammini in cui c’è molta sofferenza e fatica, vicende dove a volte il tradimento e la menzogna appaiono in tutta la loro capacità di fare del male. Senza dimenticare che, per chi è nato dall’incontro di due persone e dal loro amore, la separazione è un dolore ancor più lacerante perché avvertito come non dipendente dalla propria responsabilità: significa sentire che le proprie radici si sono separate, aver paura di perdere le radici - l’una o l’altra o entrambe - perché trapiantate su nuovi percorsi separati e sovente in guerra tra loro. Chi nasce ha diritto all’amore dei suoi genitori anzi, a un unico amore: lo hanno generato insieme, insieme lo devono amare.

Certo, con ragione si dice che non si deve restare insieme per convenienza sociale, che non è bene essere ipocriti, che non è sano vivere nella doppiezza di vite sentimentali o sessuali. Ma occorrerebbe anche domandarsi se sovente si è giunti al matrimonio con sufficiente maturità, con la consapevolezza di quello che si celebra. Molti matrimoni, indipendentemente dall’essere celebrati in chiesa o meno, non hanno conosciuto le fasi necessarie a costruire un progetto da realizzare insieme, per dare avvio a una «storia d’amore» e non semplicemente a un’avventura sull’onda delle emozioni di un momento, in preda alla sensazione del «mi piace», «mi sento di...». In realtà, diventare soggetti di «storia», capaci di amore, maturi al punto di fare promesse non è che un cammino di umanizzazione perché la vita sia un’arte.

Ma chi oggi insegna o perlomeno aiuta, avverte di questa esigenza le nuove generazioni che si affacciano ad assumere impegni duraturi nel tempo? In questo senso oggi una nuova famiglia nasce più fragile rispetto a solo pochi decenni fa, soprattutto a causa di una carenza di riferimenti saldi: i genitori non hanno trasmesso valori come la capacità di sacrificio, la perseveranza di fronte alle difficoltà, la responsabilità verso le persone cui si è data una parola, la cura costante per il legame affettivo, la consapevolezza del prezzo da pagare per le proprie scelte.

Resto tuttavia convinto che quello che manca maggiormente oggi è una capacità di fede: non fede in Dio, innanzitutto, ma capacità di fare fiducia, di credere nell’essere umano, negli altri, nel domani. Credere è un atto umanissimo essenziale per ognuno di noi a partire dal momento stesso in cui viene al mondo: cresciamo solo se troviamo qualcuno di cui fidarci. Oggi c’è una crisi di fede, un crollo della fiducia e così la storia del matrimonio come di ogni vicenda legata a una promessa di fedeltà è fortemente minacciata. Non è un caso che un tempo, quando due innamorati decidevano di «fare storia insieme», si chiamavano «fidanzati» - cioè legati da fiducia: persone che mettono fiducia l’uno nell’altra - e al momento del matrimonio si scambiavano l’anello cui era dato il nome di «fede»... Sapienza di un tempo che non c’è più e che è inutile rimpiangere, ma sapienza di umanizzazione che dovrebbe intrigarci ancora oggi.

Senza fiducia, quest’atto essenziale a ogni essere umano, non vi è spazio nemmeno per la fede in Dio: se non si è capaci di fede negli altri, in chi si vede e si ama, come si può essere capaci di credere in Dio, che nessuno ha mai visto? Quanti si lamentano di mancanza di fede in Dio dovrebbero prima di tutto piangere per questa crisi di fede nell’uomo, nella possibilità di una storia d’amore: si tratta di «credere nell’amore» perché senza questo atto non è possibile fare della vita un’opera d'arte, non è possibile la speranza che è sempre un desiderare insieme, un attendere insieme. Credere è il modo di vivere la relazione con l’altro: non c’è cammino di umanizzazione senza gli altri, perché vivere è sempre esistere con e attraverso l’altro.

È davvero triste sentire certe spiegazioni date al sempre più precoce e frequente fallimento di unioni matrimoniali: il benessere, la liberazione della donna e la parità tra i coniugi, l’allungamento della vita... come se l’essere umano anziché trovare una promozione nella migliore qualità di vita raggiunta, si fosse infilato in una situazione che lo depaupera proprio nella sua identità umana. Oppure, all’inverso, vi è chi legge le cause dell’instabilità dei legami nella crisi economica, nell’incapacità dei figli a uscire di casa, nella precarietà del futuro occupazionale... Ma ci ricordiamo delle difficoltà che le generazioni precedenti incontravano quando decidevano di «mettere su» famiglia? E la decisione di non fare figli, non è forse un segno che non si crede al nuovo che può irrompere?

Più in profondità, dire che «vivere più a lungo rende difficile sopportare sempre le stesse persone» significa negare all’essere umano la capacità di amare anche in situazioni nuove. Se si vive più a lungo e meglio, occorre allora imparare a umanizzarci anche in una stagione della vita fino a ieri non facilmente ipotizzabile: l’anzianità e la vecchiaia, oggi più «attive» di un tempo, dovrebbero diventare anche uno spazio nuovo in cui imparare a proseguire con modalità diverse l’incessante opera di umanizzazione, nostra e di chi ci sta accanto. Davvero oggi è più necessaria che mai una grammatica della storia d'amore, del vivere insieme con un orizzonte condiviso.

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« Risposta #24 il: Ottobre 24, 2010, 10:36:02 »

24/10/2010

Il fascino quotidiano del bene
   
ENZO BIANCHI

Lo straordinario successo che sta avendo il film di Xavier Beauvois sui monaci di Tibhirine merita forse qualche considerazione che scavi un po’ in profondità sulle ragioni di un’accoglienza così favorevole. Come mai la critica è rimasta subito colpita e ora gli spettatori - artefici di un passaparola che dilata gli echi positivi che si rincorrono ovunque, a partire dalla laicissima Francia, avamposto delle proiezioni per il grande pubblico - paiono commossi e affascinati?

Penso che un elemento tutt’altro che secondario sia stata la capacità del regista di mostrare che una vocazione rara e particolare come quella monastica - vissuta da una esigua porzione dei credenti che professano una fede a sua volta non più maggioritaria - sia in realtà una scelta umanissima, fatta di gesti quotidiani, di limiti e di paure, di ritmi e vicende addirittura quasi banali, di non apparizione, di quotidianità ripetitiva.

E sia una scelta operata da persone normalissime, magari profondamente diverse tra loro per cultura, formazione, sensibilità, ceto sociale: persone nelle quali ciascuno si può riconoscere, a prescindere dalla condivisione della medesima fede.

Il monachesimo, nelle sue espressioni più genuine, è sempre stato una scelta di controcultura, di volontaria e libera marginalità: non nel senso di un’opzione elitaria, di un consesso esclusivo di puri e duri, ma nel suo voler cercare il senso di ciò che si vive, nell’anelare a tradurre in scelte quotidiane nella loro ordinarietà le convinzioni più profonde che lo animano, nel non lasciarsi condizionare dai comportamenti della maggioranza quando questi si discostassero dalle esigenze evangeliche. Un fenomeno marginale, dunque, sovente periferico persino rispetto alla chiesa stessa - non si dimentichi la sua natura fondamentalmente non clericale - ma non autoescludentesi: un modo «altro» per essere al cuore dell’umanità, là dove pulsano le energie vitali di ogni convivenza.

Oggi, in una società in cui dimensioni come il silenzio, l’interiorità, la discrezione, la condivisione, l’obbedienza a istanze etiche, la ricerca della pace e della solidarietà paiono ignorate se non addirittura irrise, la semplice vita quotidiana di un pugno di uomini può destare nei cuori di chi li incontra - anche solo attraverso lo strumento della finzione cinematografica - una spontanea «simpatia», può richiamare alla memoria desideri sopiti, aneliti a una vita più umana e pacata. Nel devastante dominio dell’apparire, della ricerca ossessiva dell’interesse personale a scapito degli altri e della collettività, della soddisfazione degli impulsi più incontrollati può suonare come una salutare boccata d’aria fresca la semplice testimonianza di chi liberamente decide di tener conto degli altri nel proprio comportamento, di chi accetta di condividere i doni - materiali come intellettuali e spirituali - che possiede, di chi affronta la sofferenza, il dolore e la morte come parti integranti di una vita che vale la pena di essere vissuta.

Sovente nasce così una paradossale «simpatia» verso chi si comporta in modo tanto diverso da noi: il suo semplice restare lì, fedele nel poco, fa sorgere una nostalgia profonda per i piccoli gesti quotidiani, il ricordo di come a volte basta uno sguardo, un tocco delicato, una parola sommessa, un pasto preparato con cura per farci riscoprire la grandezza delle nostre vite, l’umile bellezza di vivere non solo gli uni accanto agli altri, ma gli uni con gli altri, solidali nel condividere la comune umanità. Non abbiamo forse bisogno - oggi come sempre, e forse più che mai - di riscoprire l’antico senso della fedeltà alla parola data, dell’onorare gli impegni assunti, dell’alimentare incessantemente di senso i gesti più banali che compiamo ogni giorno per sottrarli all’asfissiante monotonia della routine?

Apparentemente saldezza e perseveranza non godono oggi di molto credito eppure, se ci interroghiamo in sincerità, cos’altro ci attendiamo dalle persone che ci stanno accanto? Cos’altro desideriamo se non che le persone amate restino fedeli a se stesse e a noi nel mutare di eventi e stagioni? Forse ci manca la consapevolezza che affinché questo sia possibile è necessaria una dinamica molto più profonda della volubilità cui siamo abituati, dell’affannoso rincorrere nuove prospettive, dell’infantile inseguire l’ultima emozione di un momento: la fedeltà infatti esige una capacità di mutare atteggiamento, di adattarsi alle situazioni che cambiano, di adeguarsi all’altro che accanto a me cresce, cambia, lavora, riposa, soffre, si rallegra, invecchia, muore, in una parola: vive.

Credo sia proprio questo uno dei messaggi più eloquenti di «Uomini di Dio», un messaggio non riservato ai monaci né ai cristiani o ai credenti: aver saputo mostrare la quotidianità del bene, le normali umanissime potenzialità che ciascuno di noi porta in sé, la capacità di amare e di essere amati senza calcoli, la possibilità di vivere con dignità anche nell’angoscia e nella paura, il faticoso discernimento su come affrontare situazioni drammatiche, cercando non come venirne fuori a tutti i costi, ma piuttosto come poterle attraversare tutti insieme

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« Risposta #25 il: Gennaio 06, 2011, 05:26:18 »

6/1/2011

I cristiani colpiti nelle chiese

ENZO BIANCHI

In questi stessi giorni, un anno fa, un attentato che aveva provocato una decina di morti tra i fedeli copti che uscivano dalla chiesa di Nagaa Hamadi in Egitto, ci aveva portato a riflettere, sempre sulle colonne di questo giornale, sulla persecuzione che i cristiani subiscono in varie parti del mondo, in contesti socio-culturali diversi e in situazione di minoranza religiosa che diviene, come in Medio Oriente, sempre più precaria. Il sanguinoso attentato di Alessandria d’Egitto, che ha colpito ancora una volta la chiesa copta, ha riportato l’attenzione dei media mondiali su un tragico fenomeno che non ha cessato di ripresentarsi in tutta la sua brutalità e che ancora poche settimane fa aveva fatto la sua irruzione in una chiesa di Baghdad: in molti Paesi si paga con la vita il semplice fatto di essere discepoli di Gesù di Nazareth e di testimoniare la propria fede nella vita quotidiana.

Purtroppo una strage ci scuote dal torpore dell’assuefazione solo quando la sua efferatezza coinvolge un Paese geograficamente, storicamente o culturalmente più vicino a noi. Allora ci si incammina in pericolose generalizzazioni: i musulmani nel loro insieme e l’islam come religione vengono identificati con l’integralismo dei suoi estremismi, dimenticando le vittime che il fondamentalismo religioso miete in tutti i campi; allora le analisi superficiali e liberatorie si sprecano: si colorano conflitti sociali o etnici con le tinte sanguinarie del fondamentalismo religioso, si dimentica il peso della storia e degli errori commessi ancora ai nostri giorni nel mescolare politica e religione, si chiudono al dialogo porte che non si sono mai volute davvero aprire. In controtendenza va sottolineato il gesto di grande sapienza e profezia con cui papa Benedetto XVI ha voluto unire alla condanna del crimine assassino e all’appello a un’autentica libertà religiosa l’invito rivolto «ai fratelli cristiani delle diverse confessioni, agli esponenti delle tradizioni religiose del mondo e, idealmente, a tutti gli uomini di buona volontà», per ritrovarsi insieme ad Assisi a «rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace»: un incontro in quello spirito di dialogo che Giovanni Paolo II seppe destare venticinque anni or sono nella città di san Francesco. Chi in questi anni è stato sovente criticato dentro e fuori la chiesa per questo «spirito di Assisi» oggi riceve gli elogi da quanti devono constatare che la fiaccola del dialogo e dell’ascolto reciproco è stata tenuta accesa nonostante il vento tirasse in altra direzione: penso a tanti che nella chiesa perseguono il dialogo interreligioso con spirito cristiano, senza fare politica né perseguire vantaggi personali. Assisi non sarà un incontro delle religioni «contro» chi religioso non è, ma un confronto per riaffermare la coerenza delle religioni con la pace e il dialogo, per mostrare la volontà di porsi a servizio dell’umanità e delle culture.

Quello ad Assisi potrà essere davvero un’opportunità forte perché ogni religione esprima accanto alle altre il cuore del proprio messaggio. E qui vorrei sottolineare un dato che emerge dalle più recenti stragi di cristiani, a Baghdad come ad Alessandria, come in tanti altri luoghi: le vittime vengono colpite mentre sono riunite in preghiera nelle assemblee domenicali, mentre celebrano il mistero cruciale della loro fede. Se da parte dei terroristi può essere solo un calcolo assassino per mietere un maggior numero di vittime, non dobbiamo trascurarne la valenza simbolica e la sua centralità nel discorso della libertà religiosa. Garantire a ogni cittadino la libertà di professare in privato e in pubblico la propria fede è ciò di cui ogni Stato di diritto dovrebbe farsi carico, ma per i cristiani l’eucarestia domenicale è ben di più di un gesto «pubblico»: è l’evento comunitario per eccellenza, è il luogo e il tempo che costituisce come tale una comunità cristiana. Non si tratta di avere uno spazio in cui potersi riunire o manifestare, un luogo e un giorno che potrebbero quindi variare di volta in volta per ragioni di sicurezza, ma di ritrovarsi nel «giorno del Signore» per celebrare la «cena del Signore», per riconoscersi comunità convocata dalla parola di Dio e chiamata a formare un corpo e un’anima sola. Per questo i cristiani, anche minacciati di morte, non rinunciano a ritrovarsi in chiesa come assemblea di credenti, come hanno ribadito i cristiani in Egitto e in Iraq in questi giorni. Non a caso già negli «Atti dei martiri» dei primi secoli troviamo testimonianze limpidissime in questo senso. Durante la persecuzione di Diocleziano (304 d. C.), al proconsole di Abitene - nell’odierna Tunisia - che lo accusava di aver ospitato nella sua casa assemblee domenicali cristiane contro l’editto dell’imperatore, il martire Emerito rispose: «Non potevo proibire loro di entrare in casa, perché senza l’eucaristia domenicale non possiamo esistere».

È su questa consapevolezza del profondo legame tra fede personale ed espressione comunitaria del culto che si radica il cristianesimo: non su identità culturali reali o immaginarie, non su astratte convergenze di idee, ma sul vissuto quotidiano nella comunità dei credenti, sulla trasparenza di una testimonianza di fratellanza e di amore universale. Questo non va dimenticato da chi vive in Paesi fino a ieri considerati cattolici, come il Belgio o il Canada, e nei quali assistiamo a un anticristianesimo culturale che - pur non esprimendosi assolutamente in termini persecutori - mostra una crescente diffidenza con ricadute anche nella vita della polis e negli stessi orientamenti politici. Sanno oggi le chiese discernere la diversità di queste situazioni e leggerle come segni dei tempi che chiedono una risposta trasparente, evangelica, magari anche scandalosa per il pensiero omologato di tante nostre società? Sì, questi tempi sono decisivi per il modo di stare nel mondo delle chiese, per delineare il futuro del cristianesimo nel tessuto delle nazioni e dei popoli della Terra. E in questo discernimento, a noi tranquilli cristiani d’Occidente giunge, drammatico ma saldo nella fede, l’insegnamento dei nostri fratelli e delle nostre sorelle vittime di violenze e di persecuzioni.

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« Risposta #26 il: Gennaio 19, 2011, 12:12:18 »

19/1/2011

La tristezza della lussuria

ENZO BIANCHI

La sapienza dei padri della Chiesa fin dai primi secoli ha saputo distinguere tra alcuni peccati gravissimi - passibili di «scomunica» e di una lunga penitenza pubblica prima della riammissione nella comunità cristiana: apostasia, adulterio, omicidio, aborto... - ma legati a un singolo gesto e altri peccati o vizi «capitali» che sono invece espressione di una patologia spirituale molto più profonda.

Comportamenti generati da «pensieri malvagi» che in certo senso minano la personalità stessa di chi li commette, facendolo finire in una spirale di depravazione sempre più disumana: autentici «vizi dell’anima», che nascono dal cuore e che a partire dal cuore vanno contrastati. Tra questi la lussuria, il rapporto deformato con il sesso, una passione che porta a ricercare il piacere per se stesso, il godimento fisico avulso dallo scopo al quale è legato.

Il piacere sessuale è il più intenso piacere fisico, un piacere complesso che investe il corpo e la psiche, un piacere inerente all’atto sessuale, di cui tuttavia costituisce solo un aspetto. Ora, se il piacere è cercato nella «quantità», nella compulsione, nell’eccedenza,
l’incontro sessuale viene ridotto alla sola genitalità, al piacere fisico e all’orgasmo, l’interesse si focalizza sull’organo specificamente implicato in esso e lì si rinchiude, senza aperture ad alcuna finalità. L’unico scopo diventa possedere l’altro per farlo strumento del proprio piacere: l’altro è ridotto al suo corpo, alle sue parti erotiche e desiderabili, diventa un oggetto, addirittura un elemento feticistico... Ma l’energia sessuale è unificante quando è rivolta all’amore, alla comunicazione, alla relazione, cioè a una «storia»
d’amore; ridotta all’erotismo, invece, essa frammenta, divide, dissipa il soggetto.

Chi è preda della lussuria assolutizza la propria pulsione e nega la relazione con l’altro, compiendo così una scissione della propria personalità e riducendo l’altro a una «cosa», prima ancora che a una merce. Le pulsioni erotiche, non più ordinate e armonizzate nella totalità del sé, sfogano la propria natura caotica e selvaggia, fino a sommergere l’altro, indotto nella fantasia o nella realtà - quasi sempre con prepotenza - all’atto sessuale: la lussuria si manifesta là dove il piacere sessuale è incapace di sottostare alle elementari regole della dignità propria e altrui.

Eppure questa passione nasce nello spazio della sessualità, dimensione umana positiva tesa alla comunione tra uomo e donna: la complessità del piacere sessuale non riguarda solo la genitalità e l'orgasmo, ma coinvolge la persona intera, con tutti i suoi sensi.
Linguaggio d'amore, manifestazione del dono di sé all’altro, il piacere sessuale è coronamento dell’unione e, come tale, resta inscritto nella storia di un uomo o di una donna: appare nella pubertà ed è accompagnato dalla fecondità, per poi conoscere una stagione di sterilità, fino alla sua estinzione. La lussuria, per contro, consiste nell’intendere il piacere come realtà scissa dai soggetti, dalla loro storia d’amore, ed è perciò una ferita inferta a se stessi e all’altro. Quando si separa il corpo dalla persona, allora l’esercizio della sessualità è sfigurato, degenera, sfocia in aridità, diventa ripetizione ossessiva, obbedisce all’aggressività e alla violenza.

L’amore, che è dono di sé e accoglienza dell’altro, è smentito radicalmente dalla lussuria, che vuole il possesso dell’altro; e così il rapporto sessuale, che dovrebbe essere un linguaggio «altro», sempre accompagnato dalla parola ma anche eccedente la parola stessa, diventa la morte del linguaggio, della comunicazione, impedendo di fatto ogni comunione. Viviamo in un contesto culturale, costruito ad arte da molti mass media e sfruttato dalla pubblicità, in cui l’unica realtà non oscena è quella dell’erotismo: è ormai inevitabile imbattersi in immagini erotiche, che si imprimono nella mente per riemergere in seguito e stimolare fantasie perverse. Per reagire a tale clima ammorbante dovremmo acquisire la consapevolezza che la lussuria toglie la libertà: chi ne è schiavo finisce per asservirsi all’idolo del piacere sessuale, un idolo ossessionante che innesca una pericolosa dipendenza. Chi è preda della lussuria è come malato di bulimia dell’altro, lo cosifica in modo reale nella prestazione sessuale o in modo virtuale nell’immaginazione. La vera perversione in atto nella lussuria è infatti quella che induce a concepire l’altro come semplice possibilità di incontro sessuale, come mera occasione di piacere erotico.
Come non notare oggi il fenomeno della senescenza precoce dell’esercizio sessuale nelle nuove generazioni? Come ignorare l’esercizio di un eros virtuale, la pornodipendenza da internet? Per questa strada ci si incammina verso il baratro di un libidogramma piatto, si uccide l’eros per sempre.

Una gestione sana del piacere sessuale comporta che la presa di coscienza di un corpo sessuato si accompagni alla volontà di incontrare
l’altro nella differenza e nel rispetto dell’alterità: si tratta di integrare la sessualità nella persona, attraverso l’unità interiore della persona nel suo essere corpo e spirito. Certo, richiede una padronanza di sé, ma questa è pedagogia alla vera libertà umana: o
l’essere umano domina le proprie passioni oppure si lascia da esse alienare e ne diventa schiavo. Il lussurioso riceve come salario del proprio vizio una tristezza e una solitudine più pesanti, alle quali pensa di riparare entrando nella spirale lussuriosa per nuove esperienze, nuovi incontri, nuovi piaceri: sì, una spirale «dia-bolica» che separa sempre di più piacere da relazione e fecondità.

Per questo la disciplina interiore, anche nello spazio della sessualità, è sempre opera di libertà e, quindi, di ordine e di bellezza: è uno sforzo di umanizzazione capace di trasformare anche l’esercizio della sessualità in un’opera d’arte, in un capolavoro che corona una storia d’amore.

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« Risposta #27 il: Marzo 06, 2011, 11:36:53 »

6/3/2011

Il cristianesimo semplice del pakistano Bhatti

ENZO BIANCHI

Di fronte a eventi tragicamente ordinari - come un omicidio politico in un Paese ad alta tensione terroristica - le reazioni possono essere fondamentalmente di due tipi: o si lascia che l'emozione di un momento scivoli via in un'amara assuefazione oppure si accetta che la vicenda scombini tanti luoghi comuni del nostro pensare e interpretare le situazioni attorno a noi e nel mondo più vasto.

Un elemento che molti considerano assodato per un Paese di antica cristianità come il nostro è, per esempio, il fatto che il cristianesimo, nella sua declinazione cattolica, abbia una dimensione "popolare", sia in un certo senso quasi connaturale all'Italia. Una compenetrazione che un tempo si misurava sul numero dei «praticanti» e la percentuale di battesimi e di matrimoni in chiesa e che ora trova parametri più aggiornati nel numero degli «avvalentisi» dell'insegnamento della religione cattolica, dei firmatari dell'otto per mille a favore della chiesa cattolica oppure nella disponibilità a seguire gli insegnamenti del magistero sulle tematiche eticamente più sensibili.

Questo, ci viene detto, è il cristianesimo reale, concreto, quotidiano, così armonico rispetto al comune sentire, così poco differente rispetto all'opinione della maggioranza, così tranquillo nell'assumere comportamenti e tradizioni divenuti scontati per i più. Chi non si ritrova in questa accezione della popolarità del cristianesimo e magari constata il venir meno di una "differenza cristiana", la perdita di sapore del «sale della terra», la confusione tra il radicare il proprio comportamento nel vangelo e l'appellarsi a radici di alberi che hanno smesso di dare frutti corrispondenti, viene facilmente tacciato di elitarismo, additato come sostenitore di una mitica cerchia di «puri e duri«, come sognatore di un'utopica realtà fatta di persone coerenti: reazione sintomatica di un'implicita tendenza di comodo a contrapporre rarissime «virtù eroiche» a diffusissime abitudini dalla matrice cristiana un po' sbiadita.
Ma a volte gli eventi ci portano a conoscere da vicino la vicenda straordinaria di qualcuno che ha preso sul serio la propria fede cristiana e di scoprire che questa figura «eroica» è in realtà un uomo, una donna normalissima, simile a tanti suoi contemporanei, una persona del popolo, uno di quei «piccoli» a cui Gesù dice che sono state rivelate le cose nascoste ai sapienti e agli intellettuali.

Lo abbiamo visto nella vicenda umanissima dei monaci di Tibhirine in Algeria: uomini semplici, in buona parte di umile estrazione, legati nel quotidiano a un popolo altrettanto semplice; lo ritroviamo nelle lettere e negli scritti dal carcere di Franz Jägerstätter, un contadino austriaco che accetta la condanna capitale per non servire nell’esercito di Hitler e resta fermo nel suo spontaneo, naturale rifiuto nonostante molti, anche tra i pastori della sua chiesa, cerchino di dissuaderlo da un gesto tanto audace; lo scopriamo nelle parole pacate di Shahbaz Bhatti, ministro cristiano nel Pakistan musulmano, brutalmente assassinato - come del resto un suo collega musulmano di orientamento «laico» - per non aver desistito dal difendere gli indifesi, cioè dal fare il suo dovere di ministro (che significa "servitore") delle minoranze religiose. Costoro non sono eccezioni, sono piuttosto l'emergere alla visibilità di una moltitudine di oscuri testimoni della speranza di cui nessuno si ricorda, costituiscono la realtà portante dell'autentico «popolo di Dio» cui il Vaticano II ha ridato consapevolezza e responsabilità, rimettendogli fra le mani quella parola di Dio che, come la pioggia, non scende dal cielo senza irrigare, fecondare e far germogliare la terra.

«Voglio servire Gesù da uomo comune»: così inizia una testimonianza di Bhatti risalente ad alcuni anni fa e che andrebbe riletta per intero per cogliere in essa tutta la straordinaria quotidianità di un cristiano semplice e proprio per questo così eccezionale per il nostro mondo. Un mondo, una società e a volte persino una chiesa che faticano sempre più a coniugare vita cristiana e profezia, a cogliere quello che il teologo von Balthasar chiamava «il caso serio»: la capacità di rendere testimonianza a Cristo nel quotidiano di un'esistenza, anche a costo di perdere la vita.

«Non voglio posizioni di potere, voglio solo un posto ai piedi di Gesù... Quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro». Il fatto che espressioni simili suonino insolite ai nostri orecchi, quasi fossero visioni di un mistico fuori dal mondo - mentre invece provengono da un cristiano nato in una famiglia semplice, in una paese dove i cristiani non sono nemmeno l'uno per cento degli abitanti, un uomo divenuto ministro proprio per quel suo desiderio di difendere «i bisognosi, gli affamati, gli assetati» - la dice lunga sull'idea dominate che abbiamo, qui e ora, dei cristiani nella storia.

Se potessimo chiedere a persone come Bhatti dove hanno trovato la forza e il coraggio per andare avanti in mezzo a tanti rischi e ostilità, chi gliel'ha fatto fare di esporsi a tal punto, come hanno potuto sfidare anche la morte per amore della vita e del prossimo, forse li vedremmo restare un attimo silenziosi, stupiti di fronte alla nostra domanda, per poi risponderci con disarmante semplicità: «Perché, tu cosa avresti fatto?». Già, cosa faremmo se davvero fossimo convinti della nostra fede? Forse balbetteremmo parole come quelle di Bhatti che invece ci sembrano stonate nel nostro mondo pur così permeato di riferimenti cristiani: «Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo». Sì, seguire Gesù Cristo con la propria vita: in fondo, la semplice popolarità del cristianesimo, la fede dei piccoli è tutta qui

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« Risposta #28 il: Aprile 25, 2011, 12:09:12 »

24/4/2011

Pasqua, bisogna credere l'incredibile

ENZO BIANCHI

Oggi i cristiani di tutte le confessioni celebrano il mistero fondante la loro fede: la risurrezione di Gesù Cristo dai morti. Per una rara coincidenza di calendario lo celebrano nello stesso giorno, ma non «insieme», perché lo scandalo della divisione tra i cristiani continua a offuscare la luminosità della loro testimonianza. Ma questa celebrazione concomitante dà maggior visibilità al segno di speranza che essa rappresenta soprattutto per i cristiani più provati nel vivere la fede: è balsamo per le loro sofferenze. Pensiamo alle minuscole comunità cristiane in Libia, all’esigua minoranza pakistana ferita dall’assassinio del ministro cattolico che la difendeva, alle ostilità che patiscono molte comunità in Cina e in Vietnam, alle violenze sociali che non risparmiano i cristiani in Costa d'Avorio e in Nigeria, o ancora ai discepoli di Cristo in Iraq, minacciati e tentati all'esilio, o a quei pochi presenti in Giappone, accanto ai loro concittadini provati da morte e distruzione. Ma ci sono anche comunità che trovano nella Pasqua il fondamento di fede alla loro attesa di riscatto umano e sociale, come i cristiani del Sud-Sudan che affrontano l'inedita sfida di costruire da zero uno stato dopo decenni di guerra.

Proprio la gioia genuina di quei cristiani che vivono nella prova la loro fede ci aiuta a comprendere come Pasqua resti una celebrazione difficile da assumere come «festa» da chi cristiano non è: con i suoi tragici eventi di passione e di morte, questa memoria è aliena agli schemi mentali più consolidati. Eppure questa è la festa propria della fede cristiana e se questa risurrezione di Cristo non fosse realtà - ricorda san Paolo - allora la fede sarebbe «vana», vuota, incapace di dare consistenza alla vita del credente. Davvero i cristiani si sentirebbero come i più miserabili di tutta l’umanità, degli autoillusi da compiangersi… Sì, perché al cuore della fede cristiana vi è questo credere a un «incredibile»: come credere che quel cadavere è risorto? E che quella risurrezione di Gesù di Nazaret possa manifestare i suoi effetti vivificanti su altri esseri umani e ancora oggi? I Vangeli, ben consapevoli di questa difficoltà, testimoniano concordemente la fatica di quanti avevano seguito Gesù sulle strade di Galilea e di Giudea, fino a Gerusalemme, a pervenire alla fede nella risurrezione.

Scandalosa era già la morte violenta, ignominiosa di un Messia, ma ancor più scandalosa è la risurrezione del Messia morto in croce. Non solo, ma questo paradosso della fede cristiana suona ancor più incomprensibile per il fatto che la fede nella risurrezione è altra cosa dalla convinzione dell’immortalità. Credere alla risurrezione, infatti, implica il credere alla morte, il prendere sul serio la concretezza del cadavere di Gesù deposto nel sepolcro, ma anche l’assumere la propria morte, la morte di ciascuno e leggerla non come ultima, bensì come penultima parola su cui si erge vittorioso l’amore, cioè il Cristo risorto.

Quali elementi della fede cristiana possono interessare il non cristiano, chi non ha la fede in Dio e in Gesù Cristo? Il cristiano infatti crede che Gesù è stato risuscitato da Dio, ma perché? Perché Gesù era suo figlio, certo, ma più in profondità ancora perché Gesù ha saputo come uomo, in una condizione umanissima, vivere l’amore fino all’estremo, fino a «raccontare il Dio che è amore». Quell’amore vissuto concretamente e quotidianamente da Gesù con tutti quelli che incontrava - amici e nemici, giusti e peccatori, intelligenti e insipienti - quell’amore che è rimasto intatto anche nella sofferenza, nella persecuzione, nella prova, quell’amore che non si fermava davanti all’avversario e all’omicida, quell’amore non poteva andare perduto. Il duello, sempre presente nelle nostre vite, tra morte e amore, nella vita di Gesù è stato un duello in cui l’amore ha vinto la morte e il male.

Per questo Gesù è risorto, perché neanche l’oceano del male e della morte può spegnere l’amore vissuto. Un messaggio così, come può non interessare anche chi non crede in Gesù? L’amore riguarda tutti gli esseri umani! Ma questo messaggio così forte e liberante è affidato alla povertà dei cristiani. Vi è un passaggio nel racconto della passione fatto dall’evangelista Giovanni che ci rimanda alla responsabilità decisiva che i discepoli di Gesù hanno nell’annunciare la «buona notizia» dell’amore più forte dell’odio. Di fronte al sommo sacerdote che lo interroga «riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina», Gesù risponde di aver sempre «parlato al mondo apertamente» e conclude: «Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno ascoltato ciò che ho detto loro. Ecco, essi sanno le cose che ho detto». Ancora oggi quanti non condividono la fede cristiana hanno una via maestra per conoscerla: interrogare i discepoli di Gesù. E questi ultimi hanno la responsabilità di una testimonianza credibile di quanto hanno visto e udito nelle proprie vite.

Per il cristiano allora, soprattutto nel momento in cui celebra la Pasqua del suo Signore, non vi è spazio per fughe, evasioni o spiritualismi, ma l’esigenza di vivere la risurrezione nell’esistenza, nell’oggi della storia, facendo sì che la fede pasquale diventi manifesta ed efficace già ora e qui. Sì, i credenti devono mostrare che la vita è più forte della morte, e devono farlo nel costruire comunità in cui il «noi» si fa carico di ciascuno e l’«io» rinuncia a prevaricare, nel perdonare senza chiedere il contraccambio, nella gioia profonda che permane anche nelle situazioni di sofferenza e di persecuzione, nella compassione per ogni creatura, soprattutto per gli ultimi e i sofferenti, nella giustizia che porta a operare la liberazione dalle situazioni di morte in cui giacciono tanti esseri umani, nell’accettare di spendere la propria vita per gli altri, nel dare la vita liberamente e per amore, fino a pregare per gli stessi assassini, come tanti testimoni hanno fatto, ancora ai nostri giorni.

Paradosso, certo, la risurrezione. Ma, proprio per questo, può essere narrato in modo credibile solo da altri paradossi, da quell’amore folle che arriva ad abbracciare perfino il nemico. Il cuore della fede cristiana è esattamente questo: credere l’incredibile, amare chi non è amabile, sperare contro ogni speranza. Sì, fede, speranza e carità sono possibili in ogni condizione, anche la più sofferta, se si crede alla risurrezione.

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« Risposta #29 il: Luglio 03, 2011, 11:43:11 »

3/7/2011

La sobrietà che ci fa crescere

ENZO BIANCHI

Il P.I.L. misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Può dirci tutto sul nostro Paese, ma non se possiamo essere orgogliosi di esserne cittadini».
Mi viene spontaneo tornare al discorso che Robert Kennedy pronunciò all’Università del Kansas nel marzo 1968 - solo tre mesi prima di essere assassinato - ogni volta che sento parlare di manovre fiscali, crescita economica, sviluppo sostenibile, deficit pubblico... Sì, perché credo che siano argomenti che non riguardano solo politici ed economisti.

Ma argomenti che dovrebbero aprire la riflessione alla qualità della nostra vita quotidiana e della convivenza nella società civile. E tematiche di questo genere dovrebbero essere affrontate con uno sguardo più ampio, non limitato a facili contrapposizioni tra economia di mercato e stato sociale o improbabili alternative secche tra crescita dei consumi e povertà incombente.

In particolare, varrebbe la pena di riscoprire la valenza di uno stile di vita e un atteggiamento nei confronti dei beni materiali e del loro uso che - come ha osservato il cardinale Tettamanzi - è «segno di giustizia prima ancora che di virtù»: la sobrietà. Ben più di un semplice accontentarsi di quanto si ha o della capacità di non sprecare, la sobrietà ha una dimensione interiore, abbraccia un modo di vedere la realtà circostante che discerne i bisogni autentici, evita gli eccessi, sa dare il giusto peso alle cose e alle persone.

Sobrietà a livello personale significa riconoscimento e accettazione del limite, consapevolezza che non tutto ciò che ho la possibilità tecnica o economica di ottenere deve forzatamente entrare in mio possesso: la capacità di rinuncia volontaria a qualcosa in nome di un principio eticamente più alto obbliga a interrogarsi sulla scala di valori in base alla quale giudichiamo le nostre e le altrui azioni.

La moderazione non è la tiepidezza di chi è indifferente a ogni cosa e si crogiola in un preteso «giusto mezzo», ma la forza d’animo di chi sa subordinare alcuni desideri per valorizzarne altri, di chi sa riconoscere il valore di ogni cosa e non solo il suo prezzo, di chi orienta la propria esistenza verso prospettive non ossessionate da un incessante «di più», di chi sa dire con convinzione «non tutto, non subito, non sempre di più!». Sobrietà è la forza interiore di chi sa distogliere lo sguardo dal proprio interesse particolare e allarga il cuore e il respiro a una dimensione più ampia.

La «crisi» che viviamo dal 2008 in realtà era già operante da tempo: chi osservava la situazione ecologica, chi non era cieco di fronte alle crisi alimentari, poteva forse prevedere la crisi finanziaria, quindi monetaria ed economica. Ma chi aveva e ha occhi capaci di discernimento poteva però rilevare una «crisi» ben più profonda, una crisi spirituale, una crisi dell’umanizzazione, un avanzare della barbarie.

Dopo la caduta del muro di Berlino c’è stato un abbaglio, una fiducia smisurata nel mercato che sembrava garantire quello stile di vita consumistico cui ci eravamo abituati da qualche decennio... Ora non si tratta di ritornare indietro, ma di tornare al centro sì, all’asse che permette alla politica di rendere possibile ciò che è giusto, ciò che è doveroso, ciò che è necessario al «ben-essere» autentico, di tornare all’asse su cui economia di mercato e solidarietà, competitività e coesione sociale possono interagire ed essere coerenti con la ricerca della qualità della vita umana e della convivenza sociale.

Solo tenendo conto di queste istanze si può uscire dall’attuale mancanza di visione sull’avvenire ed elaborare e realizzare un progetto di società a dimensione umana, altrimenti si continuerà a inoculare germi di sfiducia soprattutto nelle nuove generazioni, che intuiscono la necessità di non ridurre l’uomo a produttore-consumatore ma che tuttavia percepiscono la loro impotenza.

In questa ricerca, giustizia e solidarietà sono elementi che trovano nella sobrietà stimolo e sostegno. E questo, se era vero in una società rurale e dotata di scarsi mezzi, lo è paradossalmente ancora di più in un mondo e in un’economia globalizzati. Infatti, la sobrietà non è solo misura nei propri comportamenti ma anche consapevolezza del nostro legame profondo e ineliminabile con le generazioni che ci hanno preceduto, con quelle che verranno dopo di noi e con quanti, nostri contemporanei, abitano assieme a noi il pianeta.

Nell’usare dei beni di cui dispongo e nell’ambire ad altri, non posso ignorare la necessità di un’equa distribuzione delle risorse: accaparrarsi beni, sfruttare il pianeta, disinteressarsi delle conseguenze immediate e future del proprio agire significa alimentare ingiustizie che, anche se non si ritorcessero contro chi le compie, sfigurano l’umanità e offendono il creato stesso.

Solo una sobrietà così concepita può tracciare un cammino sicuro per la solidarietà umana o, per usare una terminologia cristiana, per una «comunione universale». E questa solidarietà non è tanto il serrare le file da parte di un gruppo sociale per difendersi da un nemico comune o da un’avversità condivisa, non è solo la reazione spontanea e generosa davanti a una sciagura, ma è - a monte di queste cose - la percezione che nostri sodali nell’avventura umana sono quanti ci hanno preceduto e hanno lavorato e lottato per consegnarci condizioni di vita meno precarie, sono coloro che verranno dopo di noi e ai quali riconsegneremo un patrimonio eroso dallo sfruttamento e sono anche, ben più presenti ai nostri occhi, quanti oggi stesso vicini a noi o lontani, non dispongono di beni essenziali per una vita degna e anzi pagano sulla loro pelle i privilegi di cui noi godiamo e che pretendiamo di accrescere continuamente.

Se non dimenticassimo questa solidarietà generazionale e mondiale, la sobrietà ci apparirebbe allora come l’unico stile di vita capace di restituire, a noi stessi per primi, dignità umana e senso dell’esistenza. In questo senso sobrietà e sviluppo non sono antitetici, se per sviluppo non intendiamo la crescita ininterrotta e l’accumulo incessante ma il pieno dispiegarsi delle potenzialità dell’essere umano, un fiorire delle risorse nascoste in ciascuno di noi che la stessa «decrescita» alimenta con la sua ricerca dell’essenziale. Davvero, la sobrietà ci fornisce gli strumenti per misurare noi stessi e il nostro rapporto con «ciò che rende la vita degna di essere vissuta».

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