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Autore Topic: ENZO BIANCHI:  (Letto 14554 volte)
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« il: Febbraio 24, 2008, 11:28:01 »

24/2/2008 (7:26) - IMPEGNO CIVILE

I cristiani e la politica l’utopia di un partito afono
 
Nella società pluralista di oggi l’idea religiosa è un valore

ENZO BIANCHI


Vent'anni dopo la scomparsa del «partito dei cattolici» e l'inizio della loro diaspora in diversi spazi politici privi dell'esplicita denominazione di «cristiani», sembra oggi riemergere la domanda se non sia necessario in qualche misura - senza per questo ripetere vecchie architetture - che i cattolici si ritrovino collocati in una precisa formazione che abbia anche il coraggio di autodefinirsi in un nome e in un simbolo.

Oggi non è purtroppo il tempo, ma mi auguro che un giorno si possa fare una lettura pacata e consapevole della presenza dei cristiani, e dei cattolici in particolare, nella politica italiana, soprattutto nei decenni del dopoguerra, e nutrire fierezza per l'apporto che essi hanno dato all'idea e alla costruzione dell'Europa, allo sviluppo della democrazia nel nostro paese, all'affermarsi di principi legati alla difesa e alla promozione della persona umana, alla prassi di una laicità nella politica anche nell'Italia «cattolica» di quegli anni. Occorre tuttavia riconoscere come la nuova situazione, che vede la presenza di cattolici in partiti diversi, può essere colta positivamente per la vita ecclesiale e anche per quella sociale, ma resta vero che i cattolici non sono riusciti ad avere una voce capace di mostrare la loro «differenza» e la convergenza della loro ispirazione.

Va riaffermato che i cristiani vivono nel mondo come gli altri uomini, sono cittadini come gli altri, devono essere responsabili della costruzione della polis come tutti gli altri: non è loro concesso di disertare dalla città, né di fare una «fuga mundi» disinteressandosi dell'evoluzione del vivere civile, ma con creatività, intelligenza e competenza devono prendere parte alla realizzazione di una società in cui crescano l'umanizzazione e la qualità della convivenza.

I cristiani però - proprio perché il loro «Dio è un'idea politica», come ricorda il grande teologo J.B. Metz - possiedono una determinata visione del mondo e dell'essere umano, hanno delle convinzioni che non vanno assolutamente relegate nell'intimo o nel privato, ma che, in una società pluralista, devono essere presenti e ascoltabili nello spazio pubblico, sociale e politico. La fede cristiana che confessa un Dio che si è fatto uomo, storia degli uomini, non può accettare di non contribuire a plasmare la vita sociale e la cultura degli uomini: senza rivendicare una superiorità rispetto al contributo di altre componenti religiose, filosofiche o ideologiche, senza chiedere privilegi o ascolti discriminanti, i cristiani vogliono e devono poter esprimere le loro convinzioni nello spazio pubblico e politico e poter di conseguenza lavorare a servizio dell'umanità. Essi sono coscienti che ciò che viene chiesto dalla loro fede è sempre umanizzazione, difesa della dignità umana, promozione della giustizia, della pace e della riconciliazione.

Ma noi oggi assistiamo a grandi difficoltà e a grandi tensioni proprio su questa presenza: a differenza delle altre religioni monoteistiche, il cristianesimo ha progressivamente elaborato, pur con fatica e non senza contraddizioni storiche, una distinzione tra fede e politica, tra autorità politica e autorità spirituale, ritornando alle parole autoritative di Gesù riguardo al dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Sembrerebbe quindi che lo statuto della collocazione dei cristiani nella polis sia chiaro, ma in realtà oggi appare più confuso che mai: anche per questo forse qualcuno pensa all'ipotesi di un partito che raccolga i cattolici (anche se ormai non più presente in alcuna società occidentale) in modo da ridare eloquenza ed efficacia ai credenti impegnati nella politica.

Comunque il fenomeno della diaspora appare irreversibile e quindi ci chiediamo come possono i cattolici, senza l'inquadramento in un proprio partito, essere ciò che devono essere? Già all'epoca della fine del partito dei cattolici, consapevole delle difficoltà e dei vuoti che avrebbero potuto aprirsi, avanzai una proposta che però non venne presa in seria considerazione né tanto meno attuata. Non mi pare fuori luogo riproporla ora: si tratterebbe di istituire nello spazio ecclesiale, a livello regionale come a quello nazionale, un forum, un luogo in cui i semplici cristiani e i pastori - dunque le figure rappresentative della chiesa - potessero confrontarsi, riflettere, dibattere sui differenti temi che emergono nella società e sui quali diventa prima o poi necessario un intervento legislativo da parte dello stato. Sarebbe lo spazio per un convenire organico dei credenti, una assemblea in cui fare soprattutto opera di discernimento dei problemi, delle situazioni critiche, delle urgenze presenti nella polis, per verificarle alla luce del vangelo e per smascherare al contempo gli «idoli» che troppo facilmente seducono anche i cristiani.

Insomma, un'assemblea di credenti, ecclesiale nella sua natura e qualità, che insieme cercano, riflettono, discutono e cercano di giungere a una convergenza sulle esigenze dettate dal vangelo in un determinato luogo e tempo della storia degli uomini. Da lì potrebbe emergere ciò che un cristiano deve testimoniare e operare nel mondo, in conformità alla sua fede e alla «differenza cristiana». Ma, va ribadito con chiarezza, tutto questo percorso deve restare nell'ambito pre-politico e pre-economico, non deve cioè giungere a esprimere soluzioni tecniche. Amo definire questo spazio - difficile da creare e custodire, ma preziosissimo - come «profetico» perché in esso il linguaggio usato è quello della fede, l'autorità invocata è quella del vangelo e della grande tradizione, il magistero ascoltato in materia di fede e di morale è quello dei pastori della chiesa. «Spetta alle comunità cristiane - scriveva Paolo VI nella mai abbastanza ricordata Octogesima adveniens - analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del vangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell'insegnamento sociale della chiesa».

Da uno spazio di questo tipo ogni cristiano è rinviato alla sua responsabilità di cittadino e alla sua eventuale collocazione politica, affinché lì operi secondo l'ispirazione del vangelo: i modi e le soluzioni tecniche per tradurre queste ispirazioni stanno nell'ambito della politica, dell'economia, del diritto e, come tali, ricadono sotto la responsabilità del singolo credente-cittadino. Questi, allora, agirà non più nell'ambito profetico pre-politico, ma si impegnerà in prima persona in politica, liberando così, tra l'altro, le figure rappresentative della chiesa, i pastori, da accuse di ingerenze politiche nella società ed evitando di creare divisioni nella comunità cristiana. È in questo senso, credo, che il concilio, cui ci riferiamo sempre volentieri, diceva: «È di grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori» (Gaudium et spes 76,1).

Ritengo che in questo modo i cattolici non sarebbero afoni, né confusi o contraddittori nelle loro scelte, mostrerebbero la convergenza e la forza dell'ispirazione evangelica, ma anche la pluralità delle scelte politiche ed economiche di cui si assumerebbero la responsabilità senza coinvolgere le figure rappresentative ecclesiali che non hanno competenza in materia. Si andrebbe verso una chiara distinzione degli ambiti di operazione come dei soggetti operanti e, al contempo, verso una unità nell'ispirazione e quindi nella testimonianza della «differenza cristiana».

La chiesa non può lasciarsi chiudere nel particolarismo stretto dei movimenti politici che magari rivendicano un'impropria esclusiva. Così scriveva ancora Paolo VI: «Nelle situazioni concrete e tenendo conto delle solidarietà vissute da ciascuno, bisogna riconoscere una legittima varietà di opzioni possibili. Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi… ciò che unisce i fedeli è, in effetti, più forte di ciò che li separa». Sì, nessun partito può dire di essere l'unico depositario del messaggio cristiano in una società pluralista animata da progetti politici in concorrenza, i quali non potrebbero che trarre beneficio da un confronto serio con la «differenza cristiana» resa eloquente da cattolici responsabili e impegnati.

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« Risposta #1 il: Marzo 23, 2008, 12:03:40 »

23/3/2008 (10:33)

Pasqua, l'ultima parola d'amore
 
Il mistero della resurrezione tra follia e speranza

Enzo Bianchi


Milioni di cristiani oggi celebrano la festa più significativa per loro e più decisiva per la loro fede: la Pasqua, memoria della risurrezione da morte di Gesù di Nazaret. La fede cristiana deriva da questo evento che è stato detto, narrato, testimoniato a caro prezzo, fino alla persecuzione e alla morte, da quelli che sono stati i discepoli di quel rabbi di Galilea. Gesù fu arrestato in occasione della festa ebraica della Pasqua nell'anno 30 della nostra era e in un processo sommario fu condannato a morte: la condanna fu eseguita il giorno 7 aprile, vigilia della Pasqua. Esistono anche fonti non cristiane ma ebraiche che affermano questo dato storico. Ma il giorno terzo dalla morte, giorno dopo il sabato che in quell'anno era Pasqua, alcune donne che avevano seguito Gesù e poi alcuni discepoli vanno alla tomba per rendere onore al loro maestro, forse per praticare un'unzione funebre, ma trovano la tomba vuota. E anche questo dato appare storicamente irrefutabile, confermato da discepoli e nemici di Gesù. E' a questo punto che vi è lo stacco, l'indicibile, l'impensabile per gli uomini: i discepoli di Gesù sostengono di aver ricevuto una rivelazione da Dio che proclama che Gesù è risorto da morte, è vivente per sempre, chiamato a una vita eterna da Dio stesso, colui che Gesù chiamava Abba, papà. I nemici di Gesù dicono invece che la tomba è vuota perché i discepoli hanno portato via il cadavere, altri entusiasti dicono che in realtà Gesù non era morto ed era fuggito, ma i discepoli affermano anche di averlo incontrato vivo mentre erano riuniti insieme, di averlo visto mentre erano per strada, di averlo riconosciuto mentre spezzava il pane... Per i discepoli questa è la loro fede, una certezza attraversata sì da dubbi - come attestano gli stessi vangeli - ma fondata su un evento per testimoniare e narrare il quale sono disposti a essere osteggiati dal potere religioso dei giudei e dal potere imperiale. Da allora, proprio in virtù dell'evento della risurrezione, milioni di discepoli credono in Gesù come Cristo, cioè Messia, e Signore vivente. L'apostolo Paolo, all'inizio tra i più fieri oppositori dei discepoli di Gesù, dirà: «Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede e noi cristiani saremmo tra i più miserabili di tutta la terra». Sì, come Paolo, un numero sempre più grande di persone crede senza avere visto Gesù vivente, senza aver visto la tomba vuota, senza averlo incontrato per strada né riconosciuto allo spezzare del pane... E questo fino a oggi. Follia? Credenza in qualcosa di assurdo o irrazionale? No, perché è atteggiamento coerente con l'esperienza interiore che il credente fa: questi «sa» che Cristo è risorto, lo sente vivente e presente, è per lui destinatario di amore e di ascolto. Certo, chi non ha la fede, percepisce questo discorso, unitamente a quello della fine ignominiosa di Gesù sulla croce, come follia; molti uomini religiosi lo avvertono ancora oggi come scandalo, altri restano indifferenti e noi cristiani non ci stupiamo di chi non crede o non può credere, né ci sentiamo di giudicarli, anche perché condividiamo con i non credenti dubbi, ricerche, fatiche e incredulità che abitano le nostre profondità. Ma allora Pasqua non interessa i non cristiani? Non ha nulla da dire loro? Sovente i cristiani non sono neppure capaci di porsi questa domanda e dormono tranquilli. Ma in verità, se la Pasqua è «detta» solo come risurrezione di uomo dovuta al suo essere Figlio di Dio, allora è un messaggio così sbrigativo che anch'io ritengo possa non interessare molti al di fuori della cerchia dei suoi discepoli. Proviamo però ad ascoltarlo meglio. Al cuore dell'Antico Testamento c'è un libretto, il Cantico dei cantici, oggi letto con curiosità erotica, ma che è decisivo come parola di Dio, soprattutto per la sua frase finale: «Forte come la morte è l'amore!». Sì, la morte è il nostro nemico, è ciò che contraddice la nostra felicità e appare come l'ultima parola nella nostra vita perché nessuno è mai tornato in vita dopo essere morto. Ecco allora la «buona notizia» per tutti: Gesù - quest'uomo di Nazaret che ha sempre vissuto l'amore come servizio agli uomini, che ha amato fino all'estremo, fino a spendere la sua vita per gli altri, fino a morire senza difendersi e senza minacciare vendetta, ma anzi perdonando - è stato l'amore che non poteva essere preda della morte. In un duello straordinario l'amore ha vinto la morte: Eros e Thanatos, amore e morte, ogni essere umano sa che la vera lotta è quella... E in questo duello l'amore di Gesù ha vinto la sua morte: da allora sappiamo che l'amore ha l'ultima parola sulla morte, sulla paura, sull'inimicizia, sul male. Non è questo un messaggio che interessa ogni uomo? Davvero c'è un uomo, una donna che non sia interessato alla possibilità che l'amore sia più forte della morte? Ogni essere umano che vive una storia di amore e che, proprio perché ama, vuole che l'amore viva e non abbia fine, non si sentirà forse coinvolto da un tale annuncio? Sono convinto che molti non credenti possano avere questa sete, questa ricerca dell'amore: un anelito a volte più sentito di quello di molti cristiani che si professano tali ma poi non credono alla risurrezione di Gesù o lo fanno senza riporre la loro fede e la loro speranza nell'amore! Vi è oggi una ricerca di senso che non esclude di potersi concludere al di là dei limiti della vita terrena, in una realtà donata da Dio, ma quanti sono abitati da questa ricerca chiedono che il senso nasca proprio là dove l'uomo può esperirlo nel quotidiano, altrimenti smarrisce ogni significato. Si tratta allora, da parte dei cristiani, di saper parlare della risurrezione non come di qualcosa di esterno alla vita, ma con un linguaggio che accorda la fede al senso profondo racchiuso nella vita umana. >Sì, la specificità del cristianesimo - riaffermata nella celebrazione della Pasqua - consiste in questo annuncio che l'amore vince la morte, è buona notizia che i cristiani sono chiamati a decodificare e a tradurre qui e ora, nella storia e nella compagnia degli uomini… Il Dio dei cristiani è amore perché è stato narrato da Gesù, colui che ha vissuto l'amore più forte della morte: ecco perché lui è risorto e perché i suoi discepoli, trascinati dietro a lui nella sua vita umana, possono fare un cammino di ritorno al Padre, un cammino che si apre sulla vita eterna. La Pasqua allora è annuncio di una buona notizia, della buona notizia per tutti: l'ultima parola è l'amore.

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« Risposta #2 il: Aprile 13, 2008, 02:30:34 »

13/4/2008 (8:43) - IL FENOMENO MIGRATORIO

La paura fa stranieri
 
Il timore dell'altro non va deriso ma preso sul serio per fronteggiarlo
 
Il sentimento accomuna sia chi accoglie sia chi viene da lontano

ENZO BIANCHI (priore della comunità di Bose).


Anche in Italia, come ormai in tutta l'Europa occidentale, ci troviamo di fronte a un consistente fenomeno immigratorio: milioni di uomini e donne appartenenti a mondi, etnie, culture, lingue, religioni diverse e fino a ieri di fatto estranee l'una all'altra si trovano a vivere fianco a fianco tra loro e in mezzo a un paese e una cultura «altri», che quanti lo abitano da più tempo chiamano «nostro». Fenomeno certo non nuovo quello della migrazione - basterebbe pensare all'emigrazione italiana da quando esiste lo stato unitario fino a pochi decenni or sono - ma nuova è la convergenza simultanea di diversi flussi migratori verso l'Europa. Una complessità di situazioni che desta interrogativi, dal primordiale «Perché vengono da noi? Non possono restarsene a casa loro?» al più preoccupato «Che ne sarà del nostro Paese, della nostra cultura, del nostro modo di vivere e di convivere?».

Le risposte al primo tipo di domanda appaiono più facili, anche se sovente tendiamo a rimuoverle: da sempre, infatti, non è il pane che si muove verso i poveri, ma sono i poveri ad accorrere verso il pane, da sempre quando gli uomini hanno speranza di trovare una vita migliore altrove sono pronti a tentare l'avventura della migrazione, anche a costi umani altissimi. Sofferenze sempre antiche e sempre nuove accentuano periodicamente questa pressione verso l'emigrazione ma oggi paiono convogliarla con particolare intensità verso l'Europa: miseria, carestie e conflitti che affliggono l'Africa, insicurezza e violenze che spingono minoranze osteggiate a cercare asilo altrove - si pensi ai cristiani del Medioriente - guerre e lotte entiche che generano profughi e rifugiati... A questo si aggiunga anche il sogno di un mondo ricco di beni e di consumi senza limiti che i mezzi di comunicazione alimentano a dismisura in popoli appena usciti da ristrettezze economiche e libertarie, come quelli dell'Europa «d'oltrecortina».

In un sapiente discorso al Parlamento europeo quattro anni fa, l'allora segretario generale dell'ONU Kofi Hannan attirò l'attenzione sul secondo tipo di problematiche suscitate dal fenomeno migratorio, quello legato alle modalità e alla qualità della futura convivenza nelle nostre società: «I migranti hanno bisogno dell'Europa - disse Hannan - ma l'Europa ha bisogno dei migranti: un'Europa ripiegata su se stessa diventerebbe più meschina, più povera, più debole, più vecchia anche. Un'Europa aperta, invece, sarà più giusta, più forte, più ricca, più giovane se voi saprete governare l'immigrazione. I migranti sono una parte della soluzione e non una parte del problema: essi non devono diventare i capri espiatori di diversi malesseri della nostra società».

Oggi sono ormai molti a riconoscere la verità di queste parole e del fatto che c'è bisogno degli stranieri per poter mantenere e aumentare il benessere, che c'è bisogno della loro presenza lavorativa e contributiva perché molti lavori non sono più assunti e svolti da noi; forse meno numerosi sono quanti vedono in questa necessità anche una opportunità di arricchimento culturale, di dilatazione della democrazia, della giustizia, della pace.

Ma oltre che interrogativi dalle risposte complesse, la presenza degli stranieri desta anche timori e paure, perché il diverso è veramente e radicalmente altro da me, perché era lontano e ora è vicino, perché era sconosciuto e ora si fa conoscere e vuole conoscere. È fisiologico che la presenza dello straniero ponga noi in questione: proprio perché manca un terreno comune su cui fondare un'intesa e la conoscenza del retroterra da cui proviene, ciò che nasce immediatamente e spontaneamente di fronte allo straniero è la paura. E la paura non va derisa né minimizzata, ma presa sul serio e fronteggiata per capirla e vincerla.

Ora, un dato fondamentale di cui tenere conto è che nell'incontro con lo straniero non va messa in conto solo la «mia» paura, la paura di chi accoglie, ma anche e forse soprattutto la «sua» paura, la paura di chi arriva in un mondo estraneo, dove non è di casa, un mondo di cui conosce poco o nulla, un mondo che non gli offre alcuna protezione. Sì, la prima sensazione nel rapporto tra residente che accoglie e immigrato che arriva è la paura, anzi sono due paure a confronto. E non basta invocare elementi ideologici, principi religiosi o etici per esorcizzare la paura: essa va affrontata come presa di consapevolezza della distanza, della diversità, della non conoscenza e, quindi, della non affidabilità. La paura dell'altro è una sensazione paralizzante che va superata non rimuovendola bensì assumendola. Due sono infatti i rischi nella nostra lotta contro la paura: negarne l'esistenza e quindi assolutizzare la differenza dell'altro, sacralizzare l'altro e rinunciare così alla propria cultura, oppure assolutizzare la propria identità intesa come esclusiva ed escludente, assumendo un atteggiamento difensivo dei propri valori fino a farne un presidio da difendere anche con la forza contro ogni minaccia reale o presunta all'identità culturale o religiosa.

In entrambi i casi si dimentica che l'identità a livello sia personale che comunitario e sociale si è formata storicamente e si rinnova quotidianamente nell'incontro, nel confronto, nella relazione con gli altri, i diversi, gli stranieri. L'identità infatti non è statica ma dinamica, in costante divenire, non è monolitica ma plurale: è un tessuto costituito di molti fili e molti colori che si sono intrecciati, spezzati, riannodati a più riprese nel corso della storia. Quando il fantasma dell'identità porta a ridurre le relazioni sociali alla materialità del dato etnico, dell'omogeneità del sangue, della lingua parlata o della religione praticata allora si apre la via a forme di politica totalitaria e intollerante. I risorgenti nazionalismi e le tendenze localistiche si accompagnano sempre a spinte xenofobe e razziste che tendono all'esclusione dell'altro e si risolvono in un autismo sociale: una mancanza di ossigeno vitale contrabbandata come nicchia dorata ma che in realtà diviene un sistema asfittico, in uno spazio in cui l'unica pianta in grado di crescere è la barbarie.Scriveva Lévinas: «Io sono nella sola misura in cui sono responsabile dell'altro». Ecco ciò che siamo chiamati a vivere nell'incontro con lo straniero al di là della paura e al cuore della nostra identità: incontrare l'altro non significa farsi un'immagine della sua situazione, ma assumersi una responsabilità senza attendersi reciprocità, fino all'ardua ma arricchente sfida di una relazione asimmetrica, disinteressata e gratuita. Solo così la vicenda dell'incontro con lo straniero si fa occasione di umanità per tutti.

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« Risposta #3 il: Luglio 10, 2008, 09:59:19 »

9/7/2008
 
Sette monaci nel cuore della tempesta
 
 
 
 
ENZO BIANCHI
 
Domenica scorsa Valerio Pellizzari su queste pagine ha proseguito la sua inchiesta, avviata con un’intervista a p. Armand Veilleux il 1° giugno, sulle circostanze ancora non chiarite dell’uccisione di sette monaci trappisti in Algeria, avvenuta più di dodici anni or sono. Il suo accurato lavoro fornisce un quadro abbastanza coerente e verosimile a una serie di notizie, ipotesi, dubbi e perplessità emerse a più riprese in questi anni in cui ben poco è stato fatto per giungere a una ricostruzione attendibile di quanto realmente accaduto. Anche all’interno della chiesa e tra quanti sono stati più vicini ai monaci uccisi vi sono due distinti atteggiamenti, entrambi comprensibili: da un lato il desiderio che anche la tragica morte dei monaci fosse vissuta in continuità con la loro testimonianza di vita: il dialogo con tutti, la vicinanza a quanti più hanno sofferto tra il popolo negli anni della sanguinosa guerra tra i «fratelli della pianura» (i militari e le forze di sicurezza agli ordini del governo algerino) e i «fratelli della montagna» (i militanti dei gruppi islamici armati), la preghiera e la mitezza per osare l’impossibile, il disarmo e la riappacificazione.

È la linea scelta dalla chiesa d’Algeria, dall’ordine trappista e da quasi tutti i familiari delle vittime. D’altro lato i parenti di un monaco e p. Armand Veilleux - che all’epoca aveva seguito in prima persona la vicenda come procuratore generale dei cistercensi e aveva preteso e ottenuto di riconoscere i cadaveri prima della sepoltura, scoprendo che nelle bare erano state deposte solo le teste - che cinque anni fa hanno presentato una denuncia al Tribunale di Parigi affinché fosse fatta luce e giustizia sull’accaduto. Anche in loro nessuna volontà di vendetta, ma un unico desiderio, espresso lapidariamente da p. Veilleux: «Voglio perdonare, ma prima voglio sapere chi devo perdonare».

Ma, per non ridurre questo sequestro trasformatosi in massacro in uno dei tanti gialli d’estate la cui soluzione sembra l’esito di un macabro gioco, dovremmo chiederci se le circostanze precise del rapimento e della morte dei monaci - prelevati da integralisti o da settori deviati dei servizi segreti; sgozzati dai loro carcerieri oppure uccisi più o meno deliberatamente dai militari che avrebbero dovuto liberarli - cambiano qualcosa al significato profondo del loro martirio, cioè alla testimonianza fino al sangue resa con tutta la loro vita. In realtà i sette trappisti francesi non hanno vissuto il loro martirio come impresa eroica, come gesto di uomini valorosi, bensì come evolversi di una vita interamente donata e che, come tale, non si arresta di fronte al dono finale.

Avevo incontrato e conosciuto personalmente alcuni di loro e credo di poter affermare quello che del resto emerge con chiarezza dai loro scritti degli ultimi anni (usciti anche in Italia nel volume Più forti dell’odio): il martirio non lo hanno cercato e nemmeno desiderato; a più riprese, al rinnovarsi di minacce più o meno esplicite, si erano interrogati se restare o partire, e avevano deciso insieme, nella libertà e per amore, di continuare a vivere lì dove la volontà del loro Signore li aveva posti, per non rinnegare con il gesto di un momento un’intera storia di vicinanza a un popolo, a uomini e donne precise che contavano su di loro per avere protezione, aiuto, sostegno e conforto in una delle stagioni più buie della storia algerina. Un martirio non desiderato, dunque, eppure accettato, accolto come un ospite che da tempo si vedeva profilarsi all’orizzonte, come una presenza con cui da tempo ci si era familiarizzati per averla vista all’opera presso amici e persone care: prima di loro, nello spazio di pochi anni, una dozzina di religiosi e religiose avevano pagato con la vita la propria presenza di uomini e donne di preghiera e di solidarietà al cuore della tempesta.

Nel suo testamento, scritto all’indomani di un’incursione armata di un gruppo di «fratelli della montagna», il priore del monastero, fr. Christian si augurava di poter avere, nel momento della morte violenta «quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità e, nello stesso tempo, di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito». Gli eventi, al di là di tutti gli aspetti tuttora oscuri, hanno fatto sì che questo «attimo» di lucidità si dilatasse per quasi due mesi, il tempo intercorso tra il rapimento e la morte. Non sappiamo nulla di certo e preciso circa i luoghi in cui hanno vissuto questo tempo, non sappiamo nemmeno chi fossero davvero i loro rapitori, poi i loro carcerieri e infine i loro assassini; d’altro canto il pudore, il rispetto per il segreto del cuore umano, per l’inviolabile intimità del rapporto di ogni essere umano con il suo Creatore ci vietano di chiederci come i sette monaci hanno vissuto il tempo della loro prigionia. Ma tutto nella loro vita ci consente di affermare che non sono morti diversamente da come sono vissuti: in un incessante cammino di conversione, in un rinnovato dono di sé e della propria vita, in una quotidiana testimonianza che solo la ragione che sostiene la nostra vita consente anche di affrontarne l’esito estremo, la morte. Sì, noi abbiamo forse bisogno di sapere chi perdonare per poterlo fare in verità - e ben venga ogni ulteriore elemento di chiarezza in questa vicenda - ma non dimentichiamo che i sette monaci di Tibhirine hanno saputo chi ha dato loro la morte, e tutta la loro esistenza ci fa ritenere che lo hanno perdonato.
 
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« Risposta #4 il: Agosto 24, 2008, 06:24:16 »

24/8/2008
 
Per chi suona la campana del Papa
 
 
 
ENZO BIANCHI
 
Quando un appello particolarmente accorato si leva da persone cui è riconosciuta un’autorevolezza di respiro universale, due tentazioni contrapposte si presentano ai destinatari immediati del messaggio e, più in generale, a chiunque lo ascolti. Da un lato la reazione anestetica di chi si chiama fuori con la convinzione, o più facilmente con l’opportunismo, di non essere tra i destinatari dell’appello: la questione sollevata può essere davvero drammatica, ma «io non c’entro... si riferiva ad altri e, poi, cosa potrei mai fare?». D’altro lato la tentazione di ridurre la portata universale del messaggio a uno strumento da usare contro gli avversari nel proprio angusto orticello, cedendo a un meschino provincialismo partigiano: è il classico «tirare per la giacca» chi gode di un’autorità morale o istituzionale. Questo purtroppo ha l’unico effetto di svilire la portata dell’appello: se infatti si riduce un intervento di alto valore etico a semplice opinione di parte non solo se ne mina l’efficacia pratica, ma si rischia di screditare la fonte stessa anche in prospettiva futura.

Un esempio significativo lo abbiamo avuto nei giorni scorsi in Italia, a seguito del discorso di papa Benedetto XVI sul «superamento del razzismo», «una delle grandi conquiste dell’umanità», e sul fatto che di questo male endemico «si registrano in diversi Paesi nuove manifestazioni preoccupanti». Nel nostro Paese non sono bastati trent’anni di presenza di un non italiano sulla sede del successore di Pietro a vescovo di Roma per far prendere consapevolezza che quando il Papa sente il dovere di lanciare un appello su un tema che riguarda «scelte rispettose della dignità di ogni essere umano» non lo fa guardando semplicemente al di là del Tevere, come fosse affetto da miopia prospettica. E questo respiro universale si nutre di due elementi, connessi tra loro anche se uno riveste una connotazione più geopolitica e l’altro una dimensione più rivelativa e spirituale.

Innanzitutto, la diffusione del cattolicesimo in tutto il mondo fa sì che l’orizzonte che ha di fronte il Papa nel suo ministero di comunione abbraccia Paesi e realtà estremamente diversi, con problematiche sociali e pastorali variegate in cui si intrecciano attese e sofferenze che non conoscono frontiere. A questa sensibilità globale ma attenta al particolare offre un contributo fondamentale anche la rete di contatti con le singole Chiese locali: un tessuto vitale fatto non solo e non tanto di rappresentanze diplomatiche, ma di presenza sul terreno, di relazioni personali con vescovi e clero locale, missionari, religiose, laici impegnati giorno dopo giorno a rendere testimonianza a Gesù Cristo e al suo Vangelo nel concreto di un tessuto sociale, economico e politico preciso.

L’altro elemento universalistico, forse ancor più fondamentale, è costituito dall’essere il cristianesimo una fede che riguarda l’essere umano nella sua interezza e complessità, nella sua specificità e nelle sue relazioni: riguarda ogni uomo e tutto l’uomo. Al cristiano sta a cuore il bene profondo, il ben-essere della persona e della società, sta a cuore che venga difesa e salvaguardata l’immagine di Dio impressa in ogni creatura umana, che niente e nessuno attenti alla dignità cui ciascuno ha diritto per il solo fatto di essere venuto al mondo con un corpo e un’interiorità uniche e irripetibili. È quella «universalità della missione della Chiesa, costituita da popoli di ogni razza e cultura» cui si riferiva domenica scorsa papa Benedetto XVI nel suo messaggio all’Angelus, una universalità dalla quale «proviene la grande responsabilità della comunità ecclesiale, chiamata a essere casa ospitale per tutti, segno e strumento di comunione per l’intera famiglia umana».

Non si tratta allora di scandagliare se ciò che ha spinto Benedetto XVI a metter in guardia contro il rinascere del razzismo siano state determinate politiche anti-immigratorie o episodi di disordini razziali o la discriminazione di minoranze etniche in questo o quel Paese. È molto più importante che ciascuno - quale che sia il posto che occupa nella società, e anche a prescindere dall’essere o no cristiano - si interroghi sul proprio atteggiamento mentale e sul conseguente comportamento concreto verso lo straniero, l’altro, il diverso, specie quando questi è in una situazione di maggior debolezza e vulnerabilità. In gioco non c’è infatti l’affermarsi di una dottrina particolare, né il successo di una parte politica su un’altra, ma la qualità della vita umana e della convivenza, la dignità di ogni persona, la vivibilità della nostra terra.

Di questo si fanno carico i pastori della Chiesa nel loro ministero e nella loro sollecitudine che sa dilatare lo sguardo oltre i confini dell’appartenenza a un determinato popolo, nazione, cultura o religione. Spetterà poi ai laici cristiani quotidianamente impegnati in campo sociale e politico cercare e trovare - nel dialogo e nel confronto dialettico con chi non condivide le stesse scelte di fede - le soluzioni più indicate per tradurre in gesti, progetti, legislazioni concrete il comune assillo per una vita comune nella giustizia e nella pace. Nessuno, quindi, ha il diritto di chiamarsi fuori da questo esame approfondito sui moti del proprio cuore e sui comportamenti quotidiani nei confronti dei propri simili: se una voce come quella del Papa ha suonato la campana per allertarci sul pericolo di un ritorno del razzismo, non dobbiamo chiederci «per chi suona la campana?». La campana suona anche per noi, per ciascuno di noi.

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« Risposta #5 il: Settembre 14, 2008, 10:15:58 »

14/9/2008
 
Laicità come libertà
 
 
 
 
 
ENZO BIANCHI
 
Il viaggio apostolico del Papa in Francia che continua anche oggi e domani a Lourdes, cuore orante della Chiesa francese, ha riservato non pochi spunti fecondi nella sua tappa parigina, dedicata all’incontro con i rappresentanti della nazione francese e il mondo della cultura. Molti si attendevano una riflessione sul rapporto tra fede e laicità, e questa non è mancata. Benedetto XVI ha ricordato che «la Chiesa in Francia gode attualmente di un regime di libertà» e che «la diffidenza del passato si è trasformata in un dialogo sereno e positivo».

Il Papa ha poi voluto riprendere l’espressione di «laicità positiva» utilizzata dal presidente Sarkozy per riaffermare quanto sia «fondamentale, da una parte, insistere sulla distinzione tra l’ambito politico e quello religioso al fine di tutelare sia la libertà religiosa dei cittadini sia la responsabilità dello Stato verso di essi e, dall’altra parte, prendere una più chiara coscienza della funzione insostituibile della religione per la formazione delle coscienze e del contributo che essa può apportare, insieme ad altre istanze, alla creazione di un consenso etico di fondo nella società».

Che questo fosse il taglio di fondo pensato per l’incontro con la nazione europea «laica» per eccellenza, dove è chiamata a dare la sua testimonianza la «figlia primogenita della Chiesa», lo si era capito già da alcune battute scambiate in aereo con i giornalisti: «Tra laicità e fede non esiste contrasto. La religione non è identificabile con lo Stato». Del resto, anche il cardinale Segretario di Stato in un’intervista nell’imminenza del viaggio aveva sottolineato con notevole chiarezza che «laicità e fede non si contrappongono» e aveva ricordato gli sforzi compiuti dalla Chiesa francese per «far capire che essa non parla né agisce al modo di una lobby che cerca di promuovere i propri interessi, ma che vuole contribuire alla ricerca del bene comune». La «positività» della laicità allora consiste proprio nel suo sapersi porre non come avversario della religione, non come negazione di ogni istanza spirituale, ma come spazio vigile di libertà affinché tutti, indipendentemente dalla fede professata o dal non professarne alcuna, possano operare per il bene della collettività e perseguire la propria piena umanizzazione.

Analoga attesa circondava il discorso al mondo della cultura. Anzi, per certi versi, era proprio su quell’appuntamento che vertevano molte attese per parole capaci di varcare i confini ecclesiali e proporre una visione cristiana sulla società e la cultura di oggi e di domani, soprattutto nell’Europa ormai secolarizzata e tentata di dimenticare le proprie radici. Ebbene, l’approccio di Benedetto XVI ha saputo andare con sapienza a queste radici e trarne un insegnamento attualissimo e davvero universale, e lo ha fatto soffermandosi su un aspetto particolare della storia e della presenza della Chiesa nel nostro continente, un aspetto oggi apparentemente marginale, poco significativo e non a caso sfuggito a molti commentatori: il monachesimo. Prendendo lo spunto dal luogo in cui parlava - il Collège des Bernardins, edificato dai monaci «figli» di san Bernardo di Chiaravalle come luogo di studio e di formazione, recentemente restaurato per essere dedicato al «dialogo tra la sapienza cristiana e le correnti culturali intellettuali e artistiche dell’attuale società» - il Papa si è addentrato in una lettura «delle origini della teologia occidentale e delle radici della cultura europea», identificandole con il monachesimo medievale, animato dalla complementarietà tra «desiderio di Dio» e «amore per la parole»: il quaerere Deum e le lettere, la cultura umanistica.

Ne è scaturito un discorso che, lungi dal restare confinato nell’angusto spazio della clausura monastica, ha affrontato con sguardo autenticamente contemplativo ed «escatologico» - proprio di chi «dietro le cose provvisorie cerca il definitivo» - tematiche quanto mai universali, aprendo vasti orizzonti di senso. Così si è potuto cogliere come «la cultura della parola», prezioso patrimonio europeo, grazie al monachesimo si sia sviluppata a partire dalla ricerca di Dio, e come questo «cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui oggi non è meno necessario che in tempi passati». Così è emersa la necessità di un approccio interpretativo della Scrittura alla luce della Scrittura stessa, che rifugga da qualsiasi fondamentalismo nella lettura della Bibbia perché «la parola di Dio stesso non è mai presente già nella semplice letteralità del testo». Così è stata evocata con forza la «misura interiore» della libertà, la sua dimensione spirituale che «pone un chiaro limite all’arbitrio e alla soggettività» istituendo «un legame superiore a quello della lettera: il legame dell’intelletto e dell’amore».

Accanto a questa sottolineatura di una lettura orante della Scrittura e della sua dimensione liberante, accanto alla dimensione della preghiera che si dilata fino a diventare lettura della storia e lievito di cultura, il Papa ha voluto ricordare pure come il monachesimo benedettino - e molti si erano forse già dimenticati di una delle ragioni della scelta del nome da parte del cardinal Ratzinger eletto Papa - abbia saputo dare dignità al lavoro umano, anche manuale, in un’epoca in cui «il saggio, l’uomo veramente libero si dedicava unicamente alle cose spirituali» e chi saggio magari non era ma possedeva la terra o il potere si arricchiva con il lavoro degli altri. Così il cristianesimo non sarà estraneo alla nascita della «cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione nel mondo sono impensabili».

Sì, la rilettura del fenomeno monastico compiuta da Benedetto XVI ha voluto mostrare in quello spazio pubblico condiviso che è lo Stato laico come «ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarlo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura». E i cristiani anche oggi, se sono fedeli al Vangelo e alla loro grande tradizione, sono capaci di dare un contributo prezioso per la costruzione di una polis segnata da giustizia, pace, libertà e qualità della convivenza.

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« Ultima modifica: Gennaio 17, 2009, 03:42:30 da Admin » Loggato
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« Risposta #6 il: Dicembre 31, 2008, 12:13:51 »

31/12/2008 (7:49) - MANUALE DI SOPRAVVIVENZA

Il pane di domani
 
DOSSIER 2009, manuale di sopravvivenza 
 
 
ENZO BIANCHI


Con cosa possiamo impastare il pane di domani? Quali ingredienti ci lasciano e quali ci consigliano gli eventi dell’anno che si conclude? C’è un lievito cui possiamo affidarci per il cibo solido che nutrirà i giorni dell’anno che viene? Sono domande spontanee a ogni volgere di calendario, ma forse ancor più cogenti al termine di un anno che pare identificarsi con il termine crisi, non solo in campo economico. Per il nostro impasto potremmo cominciare da un sano ripensamento sugli errori commessi.

Bush ha ammesso che la guerra in Iraq è stata un errore: del resto non è quello che si dice dopo ogni guerra? La si intraprende sempre facendola apparire come il male minore, il ristabilimento di un diritto infranto, la via per giungere a un nuovo equilibrio più giusto. Poi, una volta avviata, è la logica stessa della guerra a prevalere su ogni altra logica.

Il diritto, la giustizia, la solidarietà, la libertà, tutto viene messo tra parentesi, soffocato in attesa della fine delle ostilità. Ma dalle macerie fumanti sale solo nuovo odio, nuova violenza, nuovi pretesti per ricominciare un’altra guerra, anch’essa «giusta», naturalmente. Ora, tra i potenti che hanno dato fuoco alla polveriera in Iraq vi è chi ha chiesto scusa, chi ha affermato di essere stato ingannato, eppure nessuno di quanti nel nostro paese avevano sostenuto a spada tratta la giustezza di quell’errore si è sentito in dovere di riconoscerlo come tale. Senza riconoscimento degli errori come possiamo pensare che il futuro non ce ne riservi di analoghi e di più gravi?

Anche in campo economico non emerge con chiarezza un riconoscimento degli errori: sembra anzi che si preferisca rincarare la dose di anfetamine invece di trarre lezione dall’abuso di mercato senza regole. Invitare al consumo anche se non se ne hanno i mezzi né tanto meno la necessità, spingere verso un tenore di vita costantemente superiore alle proprie possibilità, oltre a condurre verso un precipizio ancor più profondo, cancella ogni senso del limite, eccita e inebria con il mito della crescita inarrestabile infinita, come fosse un diritto acquisito. Non è solo questione di ritrovare una certa sobrietà nel vivere e una maggiore solidarietà nel condividere bensì, a un livello ancor più radicale, di aderire alla realtà, di prendere coscienza che noi stessi, la nostra terra, abbiamo dei limiti: il tenerne conto non significa tarparci le ali ma, al contrario, irrobustirci per affrontare le sfide che il futuro ci riserva.

Ecco allora un ingrediente fondamentale per il pane quotidiano di domani: ridestare nella società, a cominciare dai giovani, la cultura dei valori. Anche qui dobbiamo interrogarci su cosa siamo stati e siamo capaci di trasmettere, quali modelli culturali veicoliamo con i nostri comportamenti e le nostre scelte, quali miti dominanti, quali aspirazioni sollecitiamo nelle nuove generazioni. A cosa aneliamo, in cosa crediamo, c’è qualcosa per cui vale la pena spendere ed eventualmente dare la vita? Se non siamo capaci di narrarlo con le nostre vite, se lasciamo che sia percepito come «reale» quanto di più artificiale si può creare nei «laboratori» di ogni tipo, non possiamo poi stupirci se la «connessione» sociale si rivela fragile quanto un segnale digitale. Ripartire da alcuni principi fondamentali che le generazioni che ci hanno preceduto hanno saputo trasmetterci - anche grazie alla loro capacità di ripensare agli orrori di due guerre mondiali - è condizione indispensabile per ridare futuro al nostro presente. La Carta universale dei Diritti dell’uomo, i principi fondamentali della nostra Costituzione, le regole basilari della convivenza civile devono diventare elementi «vitali» delle nostre società: elementi cioè capaci di ridare vita perché vissuti nel quotidiano.

Sì, occorre una grande consapevolezza degli errori commessi, ma anche delle enormi potenzialità nascoste nel cuore e nell’agire di ciascuno. Occorre per domani il lievito della fiducia nell’umanità: credere nell’uomo, nella sua grandezza, credere che possiamo umanizzare e rendere migliore la nostra convivenza, se solo accettiamo di guardare oltre il nostro interesse immediato, di tendere lo sguardo verso un orizzonte comune, verso una speranza che è tale solo se giunge a essere condivisa. Il pane di domani sarà allora ancor più gustoso perché intriso del sapore di ieri.

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« Risposta #7 il: Gennaio 17, 2009, 03:42:58 »

17/1/2009
 
Cristiani ed ebrei fratelli divisi
 
ENZO BIANCHI
 

Oggi, 17 gennaio, vigilia della settimana di preghiera per l'unità visibile di tutte le confessioni cristiane, ebrei e cristiani avrebbero dovuto celebrare insieme la giornata dedicata al dialogo religioso tra loro. Questa iniziativa, voluta e perseguita da quel gruppetto sparuto che a partire dal Concilio Vaticano II si era particolarmente impegnato nell’incontro, nella conoscenza e nel confronto con gli ebrei (il Sae, la Comunità di Bose e il sottoscritto, altri pionieri del dialogo ecumenico...), trovò poi nel 1990 un’istituzione precisa e fissa grazie allo stimolo di mons. Alberto Ablondi, vescovo incaricato per l’ecumenismo di parte cattolica in Italia. Un’iniziativa «italiana», che fu più tardi assunta da altre Chiese europee, un’iniziativa convinta: nel dialogo tra le Chiese cristiane non si poteva dimenticare il dialogo con gli ebrei, i nostri fratelli (l’aggiunta dell’aggettivo «maggiori» ha solo un senso affettivo), perché noi e loro siamo stati generati sulla radice santa dell’Israele che è in alleanza eterna e mai revocata con il Dio uno, vivente e vero. Sappiamo che il dialogo tra ebrei e cristiani è asimmetrico.

Noi cristiani abbiamo bisogno di dialogare con loro e di guardarli come popolo di Dio nella storia, mentre gli ebrei a livello teologico non hanno un eguale bisogno di noi; infatti, terminato il tempo della teologia del disprezzo nei loro confronti, noi abbiamo iniziato ad abbozzare una teologia dell’ebraismo, mentre sappiamo di non poter pretendere un cammino speculare da parte loro. Per noi cristiani «l’Israele di Dio» (Gal 6,16), cioè gli ebrei credenti e confessanti Dio (e solo Dio li conosce in verità), ci sta accanto in attesa del compimento delle promesse di Dio, che possiamo accelerare solo attraverso la preghiera.

Non bisogna d’altra parte dimenticare che, dopo lo «scisma» tra ebrei e cristiani alla fine del I secolo e fino all’ora del Concilio Vaticano II, noi abbiamo pregato inoculando nelle nostre preghiere sovente disprezzo e a volte vero e proprio odio nei confronti degli ebrei. Basterebbe ricordare che il Venerdì Santo pregavamo «per i perfidi giudei» e per loro non ci inginocchiavamo, ma addirittura facevamo baccano con le raganelle, strumento sinistro in uso solo nei giorni santi. Poi venne la fine del disprezzo, soprattutto grazie a Giovanni XXIII, che tolse dalla liturgia l’aggettivo «perfidi» e chiese che si pregasse solo «per i giudei». Da allora è stato fatto un cammino impensabile anche per noi addetti ai lavori e, in un certo senso, impegnati nel dialogo ecumenico: lo dimostrano i testi del Vaticano II (in particolare la dichiarazione Nostra Aetate), la riforma liturgica, le parole sull’«alleanza mai revocata» pronunciate da Giovanni Paolo II nella sua visita del 1980 alla sinagoga di Magonza, la preghiera comune fatta nel 1986 nella sinagoga di Roma, fino ai recenti incontri di Benedetto XVI con gli ebrei. Va riconosciuto: è stato un cammino imprevedibile e molto più rapido dello stesso cammino ecumenico tra cristiani!

E tuttavia oggi questa giornata di dialogo non sarà celebrata congiuntamente perché gli ebrei italiani ne hanno chiesto una «sospensione», in quanto la preghiera per gli ebrei formulata in sostituzione di quella presente nel Messale Romano promulgato da Giovanni XXIII (1962) è stata letta come offensiva da parte di alcuni rabbini e di gruppi di ebrei italiani. Cerchiamo dunque di comprendere con molta semplicità i problemi in gioco. Nella preghiera per gli ebrei contenuta nell’antico Messale Romano, sulla quale era già intervenuto Giovanni XXIII togliendo l’aggettivo «perfidi», rimanevano formulazioni non soddisfacenti: «Preghiamo per i giudei, affinché il Signore nostro Dio tolga dai loro cuori il velo, e anch’essi riconoscano Gesù Cristo nostro Signore... Dio onnipotente, che non rigetti dalla tua misericordia neppure i giudei, esaudisci le preghiere che ti rivolgiamo per questo popolo accecato affinché, riconoscendo la luce della tua verità che è Cristo, siano strappati alle loro tenebre». È vero che queste espressioni sono eco di parole e di pensieri presenti nelle Scritture, ma lo è altrettanto che il giudizio in esse formulato sugli ebrei può essere da loro recepito come offensivo. Occorre però ricordare - e per ora nessuno l’ha fatto - che queste osservazioni valgono anche per altri testi delle preghiere cristiane. Anche per i non cristiani si pregava (e si continua a pregare, secondo il Messale di Pio V) «affinché Dio onnipotente tolga l’iniquità dai loro cuori in modo che, abbandonati i loro idoli, si convertano al Dio vivente e vero». E in molte altre formule di preghiera della liturgia delle Ore si trovano parole simili; senza contare che, se uno conoscesse le preghiere della liturgia ortodossa, sarebbe ancora più imbarazzato di fronte all’antigiudaismo in esse ancora oggi presente.

Dunque innanzitutto occorrerebbe una vera revisione di tutte le preghiere cristiane indirizzate a Dio per gli uomini non cristiani, appartenenti ad altre religioni, non credenti... La preghiera dev’essere sempre piena di rispetto, di amore, non deve mai esprimere giudizi di condanna degli uomini. Sì, occorre da parte di tutte le Chiese una revisione affinché le formule di preghiera obbediscano realmente all’adagio tradizionale «lex orandi lex credendi», siano conformi al Vangelo, al messaggio cristiano, siano preghiere che lo Spirito Santo possa assumere nella verità di un Dio che è carità.

Una volta ricordata questa esigenza, occorre anche essere chiari sulla fede dei cristiani: quando essi pregano, pregano il Dio vivente sempre attraverso Gesù Cristo e in comunione con lo Spirito Santo. Questo significa che pregano non come gli ebrei, pur indirizzando la preghiera al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ma lo fanno con Gesù, da loro confessato Signore, Cristo e Salvatore del mondo; lo fanno credendo che Gesù è la realizzazione delle promesse fatte ai padri, credendo che egli verrà presto nella gloria, e il suo giorno sarà «il giorno di Adonaj». Di conseguenza, i cristiani nella loro preghiera intercedono per tutti gli uomini, chiedono che «tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4); e poiché essi amano con tutto il cuore Gesù Cristo loro speranza, desiderano che la loro beatitudine nel sentirsi discepoli, fratelli di Gesù e figli di Dio in lui Figlio di Dio, sia condivisa dagli altri uomini. Non possono fare altrimenti, se non vogliono aprirsi a una schizofrenia nella fede, mettendo tale fede tra parentesi ogni volta che pregano per gli ebrei.

E allora? Le preghiere che sono state proposte lo scorso anno in sostituzione di quelle pre-conciliari e che sono state rifiutate da alcuni ebrei suonano così: «Preghiamo per gli ebrei. Il Signore Dio nostro illumini i loro cuori affinché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini... Dio onnipotente ed eterno, tu che “vuoi che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4), concedi propizio che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvato (cf. Rm 11,25-27)». Ora, questa formulazione non è intitolata «Per la conversione degli ebrei» (come quella del 1962), non contiene nessun giudizio, nessuna offesa contro Israele, contro il popolo di Dio, il popolo delle alleanze e delle benedizioni; inoltre - occorre dirlo onestamente - non chiede agli ebrei la conversione come passaggio dall’ebraismo alla Chiesa cristiana. Le espressioni della preghiera sono bibliche, come abbiamo segnalato attraverso le citazioni poste tra parentesi, e fanno parte della fede cristiana. I cristiani sperano, desiderano e quindi pregano perché tutti gli uomini giungano alla conoscenza della verità, perché tutti siano salvati, e sperano che, al momento escatologico dell’ingresso di tutte le genti nella pienezza (pleroma), tutto Israele sia salvato. Una parte di Israele ha accolto Cristo (i giudei cristiani tra i quali gli apostoli, i discepoli, lo stesso Paolo ieri, e altri giudei cristiani oggi), un’altra parte non l’ha accolto, ma la speranza è che tutto Israele conosca la salvezza, come e quando vuole Dio. Dunque questa preghiera non chiede né una missione, né tanto meno un proselitismo verso gli ebrei. E se c’è una preghiera perché gli ebrei siano salvati e giungano a riconoscere colui che noi cristiani crediamo il Cristo, il Messia promesso a loro prima che a noi, non si pensi a un'imposizione né tanto meno a una strategia per la loro conversione. Quando preghiamo, ogni nostro desiderio è sempre sottomesso al: «Sia fatta, o Dio, la tua volontà», quindi non la nostra!

E infine vorrei ricordare che in ogni caso gli ebrei stessi pregano come preghiamo noi, con gli stessi Salmi, perché gli idolatri conoscano il vero Dio, perché tutte le genti della Terra riconoscano il Dio di Israele, perché - come dice il profeta Isaia - tutti i popoli della Terra vengano in pellegrinaggio ad adorare il Dio unico a Gerusalemme. Di più, anche gli ebrei nella preghiera delle «Diciotto benedizioni», ed esattamente nella dodicesima, la cosiddetta benedizione «contro gli eretici (minim)», secondo la volontà di rabban Gamaliel (90 d. C.), che ha introdotto il termine minim in riferimento ai cristiani, pregano: «Non ci sia speranza per gli eretici»...

Non si esageri dunque la decisione della sospensione di questa giornata, nessuno si offenda; si prenda però atto che per ora è difficile comunicare la nostra fede e le nostre intenzioni, e che secoli di diffidenza non sono ancora cancellati del tutto. Agli amati fratelli ebrei - ai quali ci uniscono l’invocazione di Dio, le sante Scritture contenenti la parola di Dio e soprattutto il Salterio pregato e cantato ogni giorno nelle loro sinagoghe e nei nostri monasteri, cioè ci unisce la speranza che «il Signore mandi colui che ha destinato come Messia» (At 3,20) - noi dobbiamo dire tutto il nostro amore, dobbiamo saper rinnovare la richiesta di perdono per l’ostilità che abbiamo nutrito nei loro confronti, ma chiediamo anche di capire la nostra fede: il loro desiderio-amore per il Dio loro rivelato è lo stesso desiderio-amore nostro nel confessare che «Gesù ha narrato Dio» (cf. Gv 1,18) definitivamente e che per noi egli è Messia, Signore e Salvatore. Come gli ebrei desiderano che la loro fede sia condivisa dalle genti, così anche noi desideriamo che lo sia la nostra fede, ma rispettiamo le vie diverse, non imponiamo nulla né chiediamo agli altri di fare la volontà di Dio nel modo che spetta a noi attuare. Tutto questo senza però mai dimenticare il vincolo indistruttibile che ci lega: cristiani ed ebrei siamo entrambi figli dell’alleanza perenne con Dio, figli dell’Israele dell’alleanza al Sinai, dell’alleanza con David... Sì, siamo fratelli - potremmo dire - «gemelli», perché abbiamo gli stessi padri, e siamo chiamati a vivere la speranza che ci unisce nella differenza che ci separa, fino al tempo escatologico, quando Dio darà compimento a tutte le sue promesse.

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« Risposta #8 il: Febbraio 25, 2009, 11:27:29 »

Enzo Bianchi

Vita e morte secondo il vangelo

da “La Stampa” del 15 febbraio 2009

 

C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare» ammoniva Qohelet, così come «c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per uccidere e un tempo per guarire...».  Veniamo da settimane in cui questa antica sapienza umana - prima ancora che biblica - è parsa dimenticata.

Anche tra i pochi che parlavano per invocare il silenzio v’era chi sembrava mosso più che altro dal desiderio di far tacere quanti la pensavano diversamente da lui. Da parte mia confesso che, anche se il direttore di questo giornale mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio, anzi, soffrire in silenzio aspettando l’ora in cui fosse forse possibile - ma non è certo - dire una parola udibile.

Attorno all’agonia lunga 17 anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida - «assassini», «boia», «lasciatela a noi»... - senza pensare a Gesù che quando gli hanno portato una donna gridando «adultera» ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: «Donna \ neppure io ti condanno: va’ e non peccare più»; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla «ladro, assassino!» al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?  Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la strumentalizzazione politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio - offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili - e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.  È avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella polis e, va detto, anche nella Chiesa.  Da questi «giorni cattivi» usciamo più divisi. Da un lato il fondamentalismo religioso che cresce, dall’altro un nichilismo che rigetta ogni etica condivisa fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla barbarie.

Sì, ci sono state anche voci di compassione, ma nel clamore generale sono passate quasi inascoltate.  L’Osservatore Romano ha coraggiosamente chiesto - tramite le parole del suo direttore, il tono e la frequenza degli interventi - di evitare strumentalizzazioni da ogni parte, di scongiurare lo scontro ideologico, di richiamare al rispetto della morte stessa. Ma molti mass media in realtà sono apparsi ostaggio di una battaglia frontale in cui nessuno dei contendenti si è risparmiato mezzi ingiustificabili dal fine. Eppure, di vita e di morte si trattava, realtà intimamente unite e pertanto non attribuibili in esclusiva a un campo o all’altro, a una cultura o a un’altra. La morte resta un enigma per tutti, diviene mistero per i credenti: un evento che non deve essere rimosso, ma che dà alla nostra vita il suo limite e fornisce le ragioni della responsabilità personale e sociale; un evento che tutti ci minaccia e tutti ci attende come esito finale della vita e, quindi, parte della vita stessa, un evento da viversi perciò soprattutto nell’amore: amore per chi resta e accettazione dell’amore che si riceve. Sì, questa è la sola verità che dovremmo cercare di vivere nella morte e accanto a chi muore, anche quando questo risulta difficile e faticoso. Infatti la morte non è sempre quella di un uomo o una donna che, sazi di giorni, si spengono quasi naturalmente come candela, circondati dagli affetti più cari. No, a volte è «agonia», lotta dolorosa, perfino abbrutente a causa della sofferenza fisica; oggi è sempre più spesso consegnata alla scienza medica, alla tecnica, alle strutture e ai macchinari...

Che dire a questo proposito? La vita è un dono e non una preda: nessuno si dà la vita da se stesso né può conquistarla con la forza. Nello spazio della fede i credenti, accanto alla speranza nella vita in Dio oltre la morte, hanno la consapevolezza che questo dono viene da Dio: ricevuta da lui, a lui va ridata con un atto puntuale di obbedienza, cercando, a volte anche a fatica, di ringraziare Dio: «Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato...». Ma il credente sa che molti cristiani di fronte a quell’incontro finale con Dio hanno deciso di pronunciare un «sì» che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato.
Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il «lascia andare, o Signore, il tuo servo» come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato... In anni più vicini a noi, pensiamo al patriarca Athenagoras I e a papa Giovanni Paolo II: due cristiani, due vescovi, due capi di Chiese che hanno voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al loro Signore.  Testimonianze come queste sono il patrimonio prezioso che la Chiesa può offrire anche a chi non crede, come segno grande di un anticipo della vittoria sull’ultimo nemico del genere umano, la morte. Voci come queste avremmo voluto che accompagnassero il silenzio di rispetto e compassione in questi giorni cattivi assordati da un vociare indegno. La Chiesa cattolica e tutte le Chiese cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale, essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.

Allora, da una millenaria tradizione di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella risurrezione possono nascere parole in grado di rispondere agli inediti interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono al limitare in cui vita e morte si incontrano. Così le riassumeva la lettera pontificale di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: «Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile?
In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l’ora ineluttabile e sacra dell’incontro dell’anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita».

Ecco, questo è il contributo che con rispetto e semplicità i Cristiani possono offrire a quanti non condividono la loro fede, affinché la società ritrovi un’etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell’amore e nella libertà.

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« Risposta #9 il: Marzo 03, 2009, 05:12:36 »

3/3/2009
 
Senza sms e tv, le nuove penitenze
 
 
ENZO BIANCHI
 
Per il Venerdì Santo il Centro di animazione e formazione missionaria della diocesi di Modena suggerisce ai fedeli un nuovo tipo di astinenza: quello dagli sms dei telefonini. La mia generazione, cresciuta in un’epoca ancora di cristianità, era educata umanamente e cristianamente a «fare sacrifici». Si era invitati sovente, soprattutto dalla Chiesa, a privarsi di qualcosa, a sacrificare qualcosa, a «fare fioretti», come si diceva. Negli anni del dopoguerra, in cui molti vivevano in condizione di fame e miseria, «fare sacrifici» non era per costoro un’opzione, ma semplicemente la condizione toccata loro in sorte. Ma quell’invito ossessionante alla privazione, sovente svuotato di ogni motivazione e slegato dalla possibilità di vederne i frutti, creò di fatto una reazione di rigetto: nessuno volle più sentir parlare di sacrifici, né tanto meno continuare a farli, soprattutto nell’ora del boom economico.

La Chiesa in Occidente, così precisa nel prescrivere astinenza dalle carni e digiuni - al venerdì, durante la quaresima ma anche alla vigilia delle grandi feste - si adeguò ai nuovi tempi, così che oggi il digiuno è rimasto come precetto per i cattolici solo per l’inizio della Quaresima - il Mercoledì delle Ceneri - e per la sua fine, il Venerdì Santo, giorno della memoria della passione e morte di Gesù Cristo. Sì, la mia generazione è di fatto responsabile della mancata trasmissione alle nuove generazioni del valore del sacrificio. Ora, se non siamo capaci di comunicare la serietà del valore del sacrificio, ci ritroveremo con nuove generazioni incapaci di intravedere un orizzonte di bene comune e di speranza, vedremo rarefarsi gli uomini e le donne pronti a dedicare tempo, mezzi, energie, beni per una maggiore umanizzazione, per la crescita di una convivenza pacifica, per l’affermarsi di valori e principi degni dell’uomo. Mancanza grave, in verità, perché il sacrificio è una cosa seria: è il privarsi di un bene, l’astenersi da una possibilità in vista di un bene più grande. Spendere le proprie energie, fino al gesto estremo di sacrificare la vita stessa è possibile e doveroso se con quel sacrificio si ottiene giustizia, pace, libertà. Non dimentichiamo, ad esempio, che se noi oggi godiamo della libertà e della democrazia è grazie a quanti hanno sacrificato la propria vita per conquistarle e difenderle.

Il significato del digiuno
Così, quando la Chiesa chiede di digiunare il Venerdì Santo non lo fa per alimentare una sterile «mortificazione», ma perché sa che il rapporto che ogni essere umano ha con il cibo è qualcosa di decisivo, sa che l’oralità va disciplinata, che la voracità favorisce l’aggressività e il narcisistico soddisfacimento dei proprio istinti. È opera di umanizzazione far sì che l’istinto - che ci accomuna alle bestie - sia trasfigurato in desiderio, in un anelito che tiene conto degli altri ed è consapevole dell’esigenza della condivisione di quanto ci fa vivere, a cominciare dal pane e dal cibo. Occorrerebbe far capire questo significato profondo del digiuno in un’epoca in cui si è perso il senso stesso del mangiare come atto di comunione, di condivisione. Si capirebbe così anche la dimensione sociale del digiuno, rimarcata con forza già dai profeti: «Questo è il digiuno che voglio, dice il Signore: sciogliere le catene inique, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo... dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo...» (Isaia 58,6-7).

Solidarietà con chi soffre
Quando oggi si viene invitati all’astinenza, sarebbe bene viverla anche da tante realtà che ci condizionano e che ci distraggono dal vedere il bisogno dell’altro e dalla solidarietà con chi soffre: perché non pensare a un sano digiuno dal troppo parlare, dalla dissipazione del non fermarsi mai a pensare, dall’invadenza pervasiva della televisione, magari anche dall’ottundimento del comunicare il nulla con una miriade di messaggini - come suggerito un po’ sbrigativamente da qualche ufficio di pastorale giovanile... Certo, chi fa inviti in questo senso deve anche saper motivare i sacrifici richiesti, deve farne emergere le ricadute positive su chi li vive e sugli altri, altrimenti si ottiene ancora una volta l’effetto contrario: si dissolve il significato autentico del sacrificio banalizzandolo a una pratica estemporanea e curiosa.

Il vissuto comunitario
Non si dimentichi infine che quando la Chiesa chiede il digiuno in determinati giorni, invita i cristiani a viverlo simultaneamente e tutti insieme, invita cioè ad assumere personalmente un sacrificio carico di un’oggettività che gli viene da un vissuto comunitario. Se ciascuno assecondasse le proprie bizzarrie e stravaganze nello scegliere il «sacrificio», sostituendo una prassi condivisa con quanto lui trova più facile o attraente, si ricadrebbe ancora una volta nella logica del «fai da te» che tanto danno sta procurando alla nostra società odierna e ai suoi valori un tempo condivisi.

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« Risposta #10 il: Aprile 11, 2009, 04:03:51 »

11/4/2009
 
La passione dell'uomo
 
 
 
 
 
ENZO BIANCHI
 
Il Venerdì santo, memoria della passione e morte del Signore Gesù, per la Chiesa cattolica è giorno «aliturgico», ossia è l’unico giorno dell’anno in cui non viene celebrata la messa né alcun altro sacramento.

L’eccezionalità assoluta dell’eucaristia al cuore del rito funebre per le vittime del terremoto ci aiuta allora a cogliere la dimensione profonda di quanto i cristiani vivono nei giorni della settimana santa: l’emblematicità che la passione di Gesù rappresenta per la sofferenza e la morte di ogni essere umano.

«Ecce homo», aveva esclamato Pilato nel momento della condanna di quel rabbi di Nazaret, predicatore e taumaturgo salito a Gerusalemme per celebrare la pasqua assieme ai suoi discepoli, in piena comunione con il popolo ebraico cui apparteneva. «Ecco l’uomo», l’umanità nella sua finitezza e nella sua sofferenza; ecco il volto segnato dal dolore e dall’enigma della morte; ecco il corpo, luogo della comunione vissuta, tradita, infranta; ecco la passione di ogni essere umano che viene assunta nella passione del Figlio di Dio. È questo il mistero sconvolgente che la Chiesa ci invita a meditare ogni Venerdì santo: il mistero di un uomo sfigurato, disumanizzato dalla sofferenza, un giusto condannato come maledetto da Dio e dagli uomini, un servo che si carica del peso delle iniquità umane, un innocente chiamato a bere il calice dell’amarezza fino a morirne.

Ed è a questo mistero che ci ha ricondotto il dolore composto, la muta dignità dei familiari delle vittime del terremoto attorno a quelle bare in cui erano rinchiuse le loro speranze. In modo misterioso, i veri celebranti del rito funebre sono proprio i morti: sono le loro vite infrante, la comunione che hanno saputo creare attorno a sé, l’amore di cui sono stati capaci a convocare, radunare, tenere per mano quanti li hanno amati e quanti hanno tragicamente scoperto la fragilità di ogni esistenza, la solidarietà nella comune debolezza umana. Sì, noi non abbiamo parole all’altezza di certi eventi: ciò che spetta a noi tutti è assumere, nei limiti che sono nostri, la responsabilità di farsi prossimo con umiltà e nella compassione.

Ma proprio l’aver legato la cerimonia funebre al Venerdì santo significa anche, per i credenti, averla collocata già nella luce della risurrezione, aver immesso i sommersi e i salvati nella comunione con il Signore, nell’attesa di quel giorno in cui sarà manifesta per tutti la potenza dell’amore e in cui «non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21,4) e solo l’amore resterà, quell’amore che avremo saputo testimoniare nonostante e attraverso il dolore.

Per quanti non sono credenti in Dio resta l’enigma del male, come resta per chi crede, ma il vedere la volontà di un amore reciproco tra gli uomini può dare senso anche a loro e può far balenare in loro una speranza più forte della morte. E questo, anche se i cristiani non sempre sanno farsi capire, è il messaggio della Pasqua di Cristo risorto: siccome Gesù ha amato fino all’estremo e per amore ha speso la vita fino ad accettare una morte violenta è risorto. Sì, perché l’amore vince la morte.
 
 
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« Risposta #11 il: Maggio 10, 2009, 11:32:40 »

10/5/2009
 
Benedetto XVI sul crinale del Monte Nebo
 

 
ENZO BIANCHI
 
Sul Monte Nebo - là dove «Mosè, servo del Signore, morì sulla bocca del Signore» dopo aver contemplato la terra tanto attesa e aver sperimentato al contempo l’impossibilità a procedere oltre - è simbolicamente iniziato il pellegrinaggio di papa Benedetto XVI in Terrasanta. Un monte che è crinale tra la possibilità di intravedere ciò che si spera e la consapevolezza che saranno altri a godere del futuro per il quale tanto si è lavorato. Un crinale rivelatosi tale per Mosè, ma emblematico per ogni generazione: a ciascuno nella propria vita è dato di giungere a un punto in cui coglie l’aprirsi di un nuovo futuro - promesso, atteso, ricercato, invocato, progettato - e constata che questo orizzonte è più grande, è «oltre» il cammino che ogni uomo può compiere. «Sappiamo - ha sottolineato il Papa - che, come Mosè, non vedremo il pieno compimento del piano di Dio nell’arco della nostra vita. Eppure abbiamo fiducia che, facendo la nostra piccola parte, nella fedeltà alla vocazione che ciascuno ha ricevuto, contribuiremo a rendere diritte le vie del Signore e a salutare l’alba del suo Regno».

In questa ottica il Papa ha voluto collocare il suo viaggio su tre livelli, in stretta connessione tra loro e con la ricerca della pace: tre dimensioni che non coincidono con le tre religioni professate in quei luoghi, ma che in esse trovano radici e si intersecano. La dimensione della preghiera, innanzitutto, con la sua capacità di incidere sulla storia, di provocare ciò che invoca e, quindi, di affrettare e illuminare il cammino verso la giustizia e la pace. Poi il fare appello alla coscienza, il saper educare, «condurre fuori» il meglio che ciascun essere umano ha dentro di sé, così da favorire la ricerca della verità e l’edificazione della comunità umana. La terza dimensione consiste infine nel «parlare alla ragione» e nel favorire così il discernimento di ciò che è bene per sé e per gli altri, condizione indispensabile per costruire la pace.

Ma se questi sono gli assi portanti del viaggio di Benedetto XVI in Giordania e Israele, il discorso tenuto ieri all’uscita della moschea al-Hussein bin-Talal di Amman era atteso da molti come un passo ulteriore nella comprensione reciproca dopo il discorso all’università di Regensburg. In realtà l’intera storia del rapporto tra cristiani e musulmani è stata «spesso segnata da incomprensioni», ma anche i casi più recenti hanno mostrato come sia possibile uscirne se si è «memori della comune origine e dignità di ogni persona umana». Ed è questo esercizio di memoria sapiente che ha generato l’approfondimento della discussione con il documento Una parola comune, riflessione di autorevoli esponenti del mondo musulmano sul tema nodale dell’amore di Dio e del prossimo, e le successive occasioni di confronto franco e cordiale rinnovate da Benedetto XVI a mostrare come per lui e per la Chiesa cattolica siano decisivi il dialogo interreligioso e la ricerca di cammini condivisi di umanizzazione. Così il Papa ad

Amman ha potuto riprendere i due poli del dibattito con l’islam: da un lato l’incompatibilità tra religione autentica e violenza - «la religione viene sfigurata quando è costretta a servire il disprezzo, la violenza e l’abuso» - e, d’altro lato, la ragionevolezza dell’aderire a una religione rivelata che «protegge la società civile dagli eccessi di un ego ingovernabile, che tende ad assolutizzare il finito e ad eclissare l’infinito; fa sì che la libertà sia esercitata in sinergia con la verità, ed arricchisce la cultura con la conoscenza di ciò che riguarda tutto ciò che è vero, buono e bello». Quando invece, in contrasto con la sua autentica essenza, la religione viene «costretta a servire l’ignoranza e il pregiudizio», allora essa si rivela «corrotta» e incapace di rendere la testimonianza che tutti gli esseri umani sono in diritto di attendersi dai credenti. Sì, il richiamo alla ragione umana, mai in contrasto con la fede ma capace di salvaguardare la religione da eccessi e fanatismi, è un punto fermo del magistero di questo Papa.

Così, dal Monte Nebo alla moschea di Amman, viene dal Papa un invito a non lasciare che le menti si restringano in una visione angusta di se stessi e del rapporto con gli altri: l’approfondimento della propria fede e l’ascolto delle convinzioni sincere dell’altro non possono che ampliare «gli orizzonti della comprensione umana». Se poi a questo futuro promesso di pace e di giustizia sia concesso di accedere anche a noi o se invece, come Mosè, dobbiamo accontentarci di contemplarlo da lontano, resterà comunque nel cuore del credente la consapevolezza non solo di averlo intravisto, ma anche di aver condotto i propri passi e aver aiutato quelli degli altri fino al crinale di un presente aperto su un futuro di speranza. Su quelle terre così segnate da violenze e ostilità, Benedetto XVI appare come un pellegrino saldo non solo nella fede ma anche nella speranza, come chi vede l’invisibile.
 
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« Risposta #12 il: Maggio 18, 2009, 05:00:18 »

18/5/2009
 
Un papa, un rabbino e un imam
 
ENZO BIANCHI
 
Sono rare e preziose le circostanze in cui è dato di cogliere quasi fisicamente il significato di certe parole. Il viaggio di Benedetto XVI in Israele e Giordania ci ha dato la possibilità di cogliere in pienezza la portata di uno dei titoli attribuiti al papa: «Pontefice», ideatore e costruttore di ponti. Compito non facile perché, restando nella metafora, bisogna conoscere bene il terreno sulle due sponde che si vogliono congiungere, i materiali da usare, le persone da impiegare; bisogna saper attendere e osare, costruire sostegni provvisori e rimediare a difficoltà impreviste. Tutti problemi che possono solo aumentare quando, come in Medioriente, le sponde non sono solo due ma tre e quando sono da secoli, se non in conflitto, almeno in costante attrito.

È stata proprio questa missione di «pontefice» a innervare le giornate, gli incontri, le parole e i gesti di Benedetto XVI in Terrasanta. Conoscenza dei problemi, ascolto attento delle realtà concrete, consapevolezza della difficoltà della missione uniti a una sapiente fermezza hanno fatto sì che il Papa non abbia ceduto a nessuna pressione politica e si sia mostrato in ogni momento autentico fautore di pace: l’agenda degli appuntamenti e le parole dei discorsi non erano dettate da pressioni esterne, anche perché il successore di Pietro non dimentica che, qualora alcune sue parole dispiacessero a qualcuno, restano sempre di consolazione le parole di Gesù: «Beati voi quando diranno male di voi!». Anche stavolta non sono mancate critiche e rimproveri nei suoi confronti, ma paiono debitrici soprattutto di un clima ormai instauratosi di incomprensioni e diffidenze che impedisce a molti di riconoscere la sincera volontà di pacificazione e riconciliazione che anima il Papa.

In realtà, parole forti del Papa sui dolorosi problemi che affliggono quella regione della Terra non erano certo mancate in questi anni, ma anche le parole hanno un peso diverso a seconda del luogo e del tempo in cui vengono pronunciate. Così, il «senso tragico» di un muro lo si coglie in pienezza quando ce lo si trova di fronte, costruzione che si erge plasticamente antitetica a qualsiasi ponte, a qualsiasi strada che mette in comunicazione un uomo con il proprio fratello in umanità. E se davanti al Muro occidentale il silenzio del Papa si è fatto preghiera in solidarietà con l’Israele orante di tutti i tempi, davanti al muro eretto da mani d’uomo contro altri uomini le sue parole sono state un grido di dolore.

Anche la memoria della Shoah si scolpisce indelebilmente nelle menti e nei cuori quando - come nel museo Yad Vashem - è accompagnata dalla presenza dei «nomi» che evocano le persone: «Concederò nella mia casa e dentro le mie mura - dice il Signore - un memoriale e un nome (yad vashem)... darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato» (Isaia 56,5). Lì, con un discorso di altro tono rispetto a quello del suo predecessore Giovanni Paolo II, ma con altrettanta chiarezza e parresia ha fatto memoria di un’immane tragedia inclusiva ricordando, assieme ai «sei milioni di ebrei brutalmente sterminati», tutte le vittime della storia, «da Abele il giusto» fino all’ultimo anonimo essere umano perseguitato, torturato e ucciso. Per tutti ha fatto risuonare la consolante parola della Scrittura: «Le misericordie di Dio non sono finite, né esaurite».

Ma la terra cara ai tre monoteismi è custode di una cultura millenaria che non scinde mai le parole dai gesti, dalla concretezza di un vissuto che può a sua volta essere narrato, raccontato, spiegato da una parola nuova, rivisitata e inverata dall’agire. E anche di questi gesti è stato intessuto il viaggio di Benedetto XVI, come la salita al Monte Nebo per contemplare come Mosè una terra «altra», sempre promessa e mai pienamente posseduta; o come il raccoglimento nella moschea di Amman, rispettoso di uno spazio di preghiera che non è possibile condividere ma che si può accogliere nel cuore. Anche la sosta di raccoglimento e di preghiera di fronte al Muro occidentale e a Yad Vashem sono gesti forti, ormai assunti dalla Chiesa cattolica come «luoghi» di un dialogo nella carità.

Ma il gesto che forse resterà come pietra angolare del ponte gettato in questo pellegrinaggio viene ancora una volta dall’inatteso, dalla capacità di cogliere i segni di un tempo propizio e di trasformarlo in evento che si imprime negli occhi e nel cuore. Il Papa, un rabbino e un imam che si alzano in piedi, si prendono per mano e uniscono le loro voci nell’invocazione che sale a Dio da tutta l’assemblea - «Pax, Shalom, Salam!» - dice ben di più dei confronti intellettuali sui temi religiosi, dei giusti distinguo sui pericoli del sincretismo, di ogni ragionamento sul permanere di alterità inconciliabili... Ormai «la Chiesa cattolica è impegnata in modo irreversibile sul cammino scelto dal Vaticano II per una riconciliazione autentica e duratura tra cristiani ed ebrei», così come è auspicabile che si creino «luoghi, oasi di pace e di meditazione in cui la voce di Dio possa nuovamente essere ascoltata, in cui la verità possa essere scoperta al cuore della ragione universale». Anche la necessità del dialogo interreligioso è stata riaffermata in quel tenersi per mano al canto di invocazione della pace: «Cristiani e musulmani - ha affermato il Papa - devono proclamare insieme che Dio esiste, che si può conoscerlo, che la Terra è la sua creazione». Un dialogo convinto che si spinge fino a ricercare una dimensione «trilaterale», coinvolgendo ebrei, cristiani e musulmani e che diviene decisivo per perseguire la pace e permettere a ogni persona di vivere la propria fede e a ogni comunità di credenti di testimoniare la pertinenza della fede in un mondo indifferente alla presenza di un Dio creatore e salvatore: così si impedirà anche che le differenze religiose siano strumentalizzate da integralismi sempre possibili.

Conversando con i giornalisti nel volo di ritorno, Benedetto XVI ha ribadito «l’impressione che in tutti gli ambienti - ebrei, cristiani e musulmani - ci sia una decisa volontà di dialogo interreligioso: non una collaborazione per motivi politici, ma dettata dalla fede. Credere che questo Dio ci vuole famiglia implica questo incontro del dialogo e della collaborazione come esigenza della fede stessa». Sì, il viaggio è apparso davvero come pellegrinaggio di fede incarnata nell’oggi della storia e la costruzione di ponti, il dialogo ne rimane la chiave interpretativa più feconda.
 
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« Risposta #13 il: Novembre 09, 2009, 03:02:50 »

Cristiani e no: mai gli uni senza gli altri
     
La Stampa, 22 gennaio 2006


Quella sfida nutrita di spirito di inimicizia che temevamo tra cattolici e laici nel nostro paese sembra ormai essere diventata una realtà, sicché per molti aspetti quello scontro di civiltà che si cerca di scongiurare a livello planetario pare invece consumarsi all’interno stesso delle culture occidentali con i connotati di uno scontro tra etica religiosa ed etiche presenti in modo plurimo nelle odierne società.

Ormai occorre riconoscerlo: abbiamo da un lato una chiesa quasi quotidianamente sotto accusa nei media da parte di un rigurgito di laicismo e di anticlericalismo e d’altro lato, in modo simmetrico, la ripresa di un atteggiamento antagonistico della chiesa verso la società e la modernità, con un susseguirsi martellante di accuse. C’è il rischio di aprire la strada a una chiesa che si sente assediata e, quindi, costretta a esprimersi in modo difensivo, apologetico: una chiesa non più capace di sostenere nel pacifico confronto la sua collocazione nella compagnia degli uomini.

Se in Europa, soprattutto in Francia, è il cristianesimo a essere sovente sotto accusa, in Italia invece è per ora la chiesa. La polemica si è accresciuta notevolmente nell’ultimo anno, ma la storia ci insegna che facilmente l’anticlericalismo finisce anche per delinearsi come avversione e ostilità al cristianesimo stesso, soprattutto là dove quest’ultimo si presenta sotto una sola forma confessionale, privo di fatto del confronto con altre forme di cristianesimo. Che questo sia un reale pericolo lo hanno evidenziato recentemente sia De Rosa su la Civiltà cattolica che Campanini su Avvenire. Entrambi, di fronte alla rinascita dell’anticlericalismo e al disagio di molti per una chiesa di nuovo troppo presenzialista nella società italiana con il suo privilegiare tematiche e linguaggi di scontro, chiedono ai cattolici di riflettere se l’anticlericalismo non si nutra di clericalismo e di riconoscere il rischio di trovarsi ben presto in gravi difficoltà nel dialogo e nel confronto con i non cristiani che abitano la nostra polis: ne patirebbe la stessa evangelizzazione.

Va riconosciuto che il dialogo non è favorito dalle difficoltà che i cristiani incontrano nel presentare le loro “ragioni”, soprattutto in campo etico. Viviamo in una società che si nutre di un nuovo ordine libertario, peraltro pieno di contraddizioni soprattutto nel definire la propria etica: ciascuno è invitato a vivere secondo il proprio desiderio, e ogni desiderio, se le risorse tecniche e scientifiche lo consentono, va realizzato; poi però si condannano gli esiti estremi di alcuni di questi desideri e si resta sconcertati di fronte agli abusi sui minori o agli stupri individuali o di gruppo. Così, si chiede una doverosa custodia della terra e delle sue risorse, a volte in nome di un ecologismo militante, ma non sempre la stessa convinzione e risolutezza è spesa in favore della custodia della vita umana.

Sì, il discorso libertario permea la società e assume i tratti di un nuovo conformismo e i cristiani restano critici di fronte a questa come ad altre forme di alienazione: una libertà che non conosce limiti finisce per attuare lo sfruttamento dell’altro, la sua cosificazione. Ma questo è l’inferno, non un’assunzione di libertà! Purtroppo, in questa loro fermezza critica, i cristiani non sempre riescono a farsi ascoltare e capire: appaiono dogmatici, fondamentalisti e non solo a causa dell’incapacità di ascolto dei loro interlocutori. È questione, infatti, di un linguaggio che sia capace di manifestare come il cristianesimo sia, in campo morale, un umanesimo, come l’etica cristiana sia un servizio alla libertà, alla dignità dell’uomo e alla qualità della vita nella società, come sia la ragione umana a essere sempre esercitata nell’elaborazione di un ethos per l’oggi.

I cristiani sono convinti che, per vivere insieme, gli abitanti della polis, i “cittadini” devono elaborare un ethos comune, mai dissociando natura, humanitas e ragione; i cristiani pensano che ci deve essere una norma che fonda i diritti che competono a qualsiasi uomo di fronte a qualsiasi legge, pensano che in ogni essere umano, cristiano o no, c’è una legge, un ethos non rivelato, non scritto, non codificato, ma veramente presente ed eloquente. Se così non fosse, in cosa consisterebbe l’universalità dell’umano, che cosa accomunerebbe gli uomini di tutti i tempi e di tutte le culture, quale identità avrebbe “l’umano”? La chiesa mostri di essere un presidio di autentico umanesimo: fuori di essa non c’è solo barbarie e vuoto di principi.

Nell’affermare queste convinzioni non c’è nessun integralismo o fondamentalismo, ma è innegabile che i cristiani oggi non sempre sanno farsi capire. In questo senso mi paiono emergere alcune urgenze e preoccupazioni. Innanzitutto i cristiani devono sempre far trasparire la loro accettazione della laicità, devono mostrare di accettare la società nella sua realtà plurale in cui diverse sono le fedi, diverse le culture e diverse le etiche. La laicità è il nome plurale della libertà, perché permette di vivere insieme, ma laicità significa anche autonomia del potere politico da ogni religione che quindi non può pretendere né di appropriarsi di quel potere, né di esercitare una reggenza nei suoi confronti, né di accostarvisi in modo parallelo come potere alternativo. Il potere politico ha la sua legittimità solo nel popolo, a prescindere da qualsiasi riferimento alla religione, e le leggi, con tutti i loro limiti, non devono mai essere dettate dalla religione: che è peccato e può essere diverso da ciò che è reato. Non si dimentichi che per Gesù è peccato anche “guardare con concupiscenza del cuore una donna”, ma questo in una società democratica non potrà mai diventare reato perseguibile dalla legge! Laicità significa dunque che i cristiani nel pluralismo attuale della società accettano il confronto con gli altri abitanti della polis e, qualora anche non condividano gli esiti dei processi legislativi democratici, li rispettano senza mai demonizzare i fautori di tali esiti.

Ma oltre al riconoscimento della laicità, i cristiani nel far sentire la loro voce e nel fornire il loro contributo all’edificazione della polis non devono dimenticare che lo “stile” dei loro interventi non è solo importante, ma decisivo. Se prevale l’antagonismo, l’accusa dell’avversario che sconfina nel disprezzo, se il linguaggio è astioso e avversativo, allora l’intervento finirà per apparire prevaricazione e chi dissente assumerà i tratti del nemico. Sì, su questo punto mi sembra che negli ultimi decenni i cristiani abbiano sovente offeso quella “forma” che è essenziale per la comunicazione del messaggio: la “buona notizia” se veicolata da una cattiva comunicazione, diventa cattiva notizia! E fa parte dello “stile” anche la scelta degli interlocutori, le diverse alleanza che i cristiani paiono voler stringere: privilegiare interlocutori che hanno propensione per l’adulazione o accondiscendere a frequentare botteghe in cui le relazioni sono strumentalizzate dalla politica e dal potere, significa di fatto lanciare un ulteriore messaggio. Mi chiedo sovente se questo comportamento sia frutto di ingenuità oppure di calcolo di tattiche vincenti a breve termine ma incuranti dello spirito del vangelo.

Sì, oggi ai cristiani è chiesto quell’atteggiamento positivo, rappacificato descritto nella lettera “A Diogneto” nel II secolo: non rinneghino nulla del vangelo, ma restino in mezzo agli altri uomini con simpatia, senza separarsi da loro, solidali, tesi a costruire una città più umana. Cristiani che sappiano vivere come amici di tutti gli uomini, senza cadere preda dell’angoscia o della paura di essere minoranza, vero sale e lievito nella pasta del mondo: così, di fronte a chi cristiano non è, entrambi potranno esclamare “mai l’uno senza l’altro”.

Enzo Bianchi
da www.monasterodibose.it
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« Risposta #14 il: Novembre 09, 2009, 03:04:02 »

Chi minaccia il cristianesimo      


La Stampa, 23 luglio 2005


“Questo è un tempo triste per chi non possiede la verità e crede nel dialogo e nella libertà”, così si esprimeva recentemente Gustavo Zagrebelsky.
E io aggiungerei che è un tempo triste anche per molti cattolici che certo non pensano di possedere la verità ma, pur mettendo la loro fede in Dio e in Gesù Cristo che lo ha narrato, sanno che la verità precede sempre i credenti: questi la ricercano con una conoscenza sempre limitata, relativa, provvisoria, in attesa che si manifesti pienamente con la Venuta del Signore. Sì, è un tempo triste perché il cristianesimo appare minacciato nel suo specifico, e minacciato non da chi lo avversa o addirittura lo perseguita bensì, come sovente accade nella storia, dai credenti stessi. Perché?

Innanzitutto perché sta emergendo – e trova chi gli conferisce pieni diritti e legittimazione – un cristianesimo finora inedito (lo si può forse definire post-cristiano) che non ha più come fondamento e ispirazione la parola di Dio contenuta nelle Scritture, un cristianesimo che non vuole più essere giudicato sul suo essere o meno “evangelo”, un cristianesimo che preferisce essere declinato come “religione civile”, capace di fornire un’anima alla società, una coesione a identità politiche, diventando così quella morale comune che oggi sembra deducibile solo a partire dalle religioni. In quest’ottica pare che l’unico interesse sia che la chiesa rappresenti un elemento centrale della vita della società, e poco importa se questo significa che il vangelo perda il suo primato, che non ci sia più possibilità di profezia, che finiscano per prevalere logiche di potere... Se è possibile un uso religioso della politica e un uso politico della religione attraverso una libera contrattazione, perché rifiutarlo? Se la chiesa è una riserva di etica, perché non lasciare che altri vi attingano? E se la religione appare l’unico legame della tradizione nazionale, perché non usarla? Se l’imperatore invita a palazzo e si mostra riconoscente verso il servizio apprestato alla società dai cristiani, perché disertare il palazzo? E se queste scelte appaiono vincenti, perché mai averne paura? Sì, non più la testimonianza dell’amore di Dio per gli uomini, non più la sua parola sono criterio di autenticità e comunione, ma un progetto politico riguardante la presenza e il peso della chiesa nella società. La fede è così mondanizzata e la chiesa politicizzata, a tal punto da essere ferita nella sua qualità comunionale.

Son passati quasi quarant’anni da quando accogliemmo con gioia la pubblicazione di un piccolo libro che chiedeva di guardare alla crisi del cattolicesimo di allora – dovuta soprattutto al misconoscimento del primato della fede attraverso una ideologizzazione politica – come al “caso serio” (questo il titolo dello scritto di Hans Urs von Balthasar): oggi la situazione pare ribaltata, ma avremmo bisogno che risuonasse nuovamente questo grido di allarme, questo forte appello alla vigilanza in una situazione che pare caratterizzata da torpore e afasia da parte di molti cristiani. Sì, emerge ormai un cristianesimo senza fede intesa come quella adesione a Gesù Cristo che si traduce in una sequela, in una vita totalmente coinvolta nella sua vita fino, diciamolo chiaramente, alla croce. Ciò che invece conta ed è determinante non è più la sequela – questa faticosa, esigente, perseverante condotta di vita che si vuole secondo il vangelo – bensì il riconoscimento della civiltà cristiana, il saperne leggere e difendere l’eredità storica e culturale, l’esaltazione e la posta in rilievo dei suoi simboli. Non importa più la coerenza tra quel che si vive, personalmente e comunitariamente, e le esigenze poste da Cristo ai suoi discepoli in materia di sessualità, di matrimonio, di capacità di condivisione, di giustizia, di riconciliazione e di pace... in una parola: non si guarda più se in una persona sono presenti quelle “obbedienze” al vangelo che “fanno” il cristiano, nonostante e al di là delle fragilità umane che sempre lo accompagneranno; si guarda invece alla capacità di assumere il cristianesimo come identità culturale, come istanza religiosa nel pluralismo delle fedi, come possibilità di coesione in un mondo frammentario e diviso.

Accanto a questo cristianesimo di cristiani che difettano di sensus fideie di sensus ecclesiae, (di senso della fede cristiana e di senso della chiesa), c’è poi la presenza di altri che si dicono atei, non credenti in Dio, che non hanno mai avuto interesse per la vita ecclesiale, che sovente hanno addirittura deriso e disprezzato la fede cristiana, ma che oggi si presentano come “nuovi alleati”, capaci di convergere con visioni cattoliche in materia di etica, provvidenziali difensori dei valori e delle tradizioni cristiane. Costoro, individuati alcuni anni fa come intellettuali o politici cui i cattolici potevano fare riferimento per un dialogo fruttuoso, sono stati poi giudicati “vicini alla chiesa” per le posizioni politiche assunte e ora paiono divenuti quasi gli unici partners del dialogo che i cattolici dovrebbero tessere con i non credenti, più affidabili di quegli autentici cristiani che, con faticosa e fedele perseveranza, cercano di tradurre il vangelo nella loro vita quotidiana e nella compagnia degli uomini.

Così si costringe la chiesa ad assumere, nei criteri di intervento e nei metodi, la logica della lobby, del gruppo di pressione, e si rischia di offuscare la sua forza profetica e la sua trasparenza di serva del vangelo. È un pericolo che molti paiono ignorare, ma che altri non solo sembrano assecondare, ma giudicare un’occasione provvidenziale da sfruttare assumendo la logica aggressiva dell’adunata e della battaglia. È forse questa la via del dialogo che la chiesa ha scelto come irreversibile con il concilio Vaticano II?

No, su questa strada il dialogo con i laici, i non cristiani, diventa una debole possibilità e, di fatto, si costruiscono nuovi muri e si rischia il ritorno a una situazione già conosciuta e che credevamo alle spalle per sempre: quella della contrapposizione tra clericali e anticlericali, tra una parte dei credenti tentati dall’arroganza e quei non credenti che si nutrono di logiche laiciste. Abbiamo bisogno, oggi più che mai, per evitare uno scontro che si consumerebbe non tra grandi religioni ma al loro interno e, nella stessa area culturale, tra quanti credono e quanti non credono, di una laicità dello stato riconosciuta e confermata da tutti. Il cardinale Ratzinger ha scritto che qualora si tentasse “una teologizzazione della politica, allora ci sarebbe una ideologizzazione della fede ... e la politica non si desume dalla fede ma dalla ragione. In questo senso lo stato dev’essere uno stato laico, profano nel senso positivo”.

Sì, lo stato deve essere laico e deve sapere che la società civile, invece, laica non è: per questo lo stato deve difendere la libertà di coscienza e vigilare su una coesistenza pacifica tra tutte le componenti della società, opponendosi a ogni forma di violenza utilizzata per promuovere convinzioni religiose e morali. Tuttavia, senza fare della sua laicità un’ideologia laicista, lo stato deve promuovere quella laicità che Ricoeur chiamava “laicità di confronto”, una laicità capace di rispetto per le religioni, le loro manifestazioni pubbliche e le loro convinzioni, proposte anche alla società nella dialettica democratica: lo stato deve cioè svolgere un ruolo attivo ispirato a una sua neutralità positiva, capace di garantire il pluralismo e di tutelare i diritti delle minoranze.

I laici, rinunciando a una laicità che sia ideologia statale, sapranno praticare un dialogo con i credenti, accogliendo il confronto democratico con le loro istanze espresse in termini etico-antropologici senza definirle fondamentaliste, ma cogliendone invece la possibile qualità di servizio all’uomo? Sono disponibili ad accettare che le esperienze religiose forniscano liberamente un contributo specifico alla società e alla democrazia? E i cattolici sono oggi in grado di assumere questa laicità, di non temerla ma, anzi, di saperla difendere? Io sono convinto che molti tra i credenti e i laici possano addirittura farsi sentinelle di questo compito: sono tutti coloro che cercano insieme agli altri uomini vie di pace, di giustizia e di qualità della convivenza, sono tanti uomini e donne mossi dalla “com-passione”, cioè dalla solidarietà attiva con chi soffre, dal farsi carico anche delle fatiche degli altri, dal condividere l’affascinante e laboriosa ricerca di un mondo maggiormente a misura d’uomo, che significa sostenibile dai più deboli, dagli ultimi.

Enzo Bianchi
da www.monasterodibose.it
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