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Autore Topic: MARCO FOLLINI  (Letto 1139 volte)
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« il: Febbraio 15, 2008, 09:19:58 »

Follini: il Pdl è di destra.

L’Udc doveva rompere nel 2006

Federica Fantozzi


«Il Pd deve correre da solo e non si doveva fare eccezione per Di Pietro». È l’opinione di Marco Follini, responsabile Informazione del Pd. E su Casini che corre da solo: «Doveva farlo due anni fa».

Il Pd ha appena chiuso l’accordo con IdV . Perché lei era contrario?

«Fatico a vedere l’affinità. Ho espresso la mia contrarietà perché penso che la nostra libertà risieda nella nostra solitudine: fissata la regola, avrei voluto che non ci fossero eccezioni. Prendo atto che si è deciso diversamente».

Veltroni non l’ha convinta?

«Non ho cambiato idea. Ma tutti noi abbiamo caricato su Veltroni il peso dell’ultima parola. E non voglio aggiungerne un’altra».

Non è possibile un apparentamento con i Radicali? Non crede che ci sia bisogno dell’apporto della loro cultura laica e liberale?

«Dobbiamo contare soprattutto sulle nostre forze. Il Pd è un partito ad ampio spettro, pluralistico, rappresentativo di diverse culture e opinioni. Le deve contenere in sé, non per integralismo ma per l’interpretazione che diamo di noi e del sistema politico».

È anche il motivo del no ai Socialisti?

«Una volta calato il sipario su alleanze troppo complicate e frammentarie dobbiamo essere conseguenti».

Come valuta l’avvio di campagna elettorale di Veltroni?

«Non sono tipo da complimenti ma mi sembra sia partito con il piede giusto. Vedo una forte efficacia politica prima che comunicativa. Siamo riusciti a dare un’impronta spostando l’asse dalla ripetizione all’innovazione e dalla rissa al rispetto. In due parole: novità e civiltà».

Questo fair play tra sfidanti durerà?

«Non c’è dubbio che i toni siano cambiati rispetto al passato. Dobbiamo tenere questo registro anche in una campagna elettorale vivace, e per ora ci stiamo riuscendo».

Se durasse, dopo il voto la cortesia potrebbe trasformarsi in larghe intese?

«Io sono tra quanti non si scandalizzano affatto all’idea di grande coalizione. Mi ero avventurato a proporla qualche anno fa. Ma se dovessi scommettere, non prevedo questo scenario dopo il 14 aprile».

Perché i margini di vittoria saranno netti?

«Perché il confronto Pd-PdL è una sfida vera che ognuno punta a vincere, non pareggiare».

Però da entrambe le parti si pensa di offrire la presidenza di una Camera all’opposizione.

«Si tratta di essere generosi verso le istituzioni, non verso gli avversari. Non solo le presidenze dei rami del Parlamento ma anche il sistema delle regole (istituzionali, elettorali) deve essere condiviso».

In tv Berlusconi l’ha evocata...

«C’è ancora il mio fantasma che turba i sonni di parte del centrodestra. Ma sono cambiate molte cose. Credo di averli liberati: se il granello di sabbia che inceppava il loro ingranaggio ero io, non è più così. Se vincono, non saranno disturbati nella loro azione politica».

Ritiene credibile che Berlusconi voglia annettere l’Udc per colpa dei suoi distinguo da segretario?

«Sono ingombrante, ma non così tanto. Forse anche il Pdl deve superare la sindrome dei 5 anni berlusconiani. Invece di recriminare sul passato, è ora di pensare al futuro. Si è aperta una fase nuova ed io non partecipo alla discussione sul come eravamo».

Il PdL è una novità o un escamotage elettorale?

«È un’operazione con cui Berlusconi si è fatto più “nuovo” da un lato e più “a destra” dall’altro. La novità è innegabile, la radicalizzazione altrettanto. Il PdL è un po’ più a destra della CdL».

Lo dice anche Casini: il centro siamo noi... Avrà successo la corsa solitaria dell’Udc?

«Trovo giusta la linea dell’Udc di andare da sola. Ma ha due zone d’ombra, due grandi limiti. Uno: doveva farlo 2 anni fa, ora arriva tardi. Due: la scelta sembra più figlia di Berlusconi che dell’Udc. Se coltivare il centro diventa un ripiego piuttosto che una convinzione è ovvio che è molto, molto più debole».

C’è spazio per la Rosa Bianca dei suoi ex compagni Tabacci e Baccini?

«È un’idea che apprezzo e con cui ho qualche punto di contatto. Ma la mia scommessa è un’altra: un Pd centrale proprio in virtù della sua vocazione maggioritaria. Detto questo, fioriscono tanti fiori e non tutti nel nostro recinto...»

Ferrara vuole una lista anti-aborto. Trova opportuno che questi temi diventino materia di campagna elettorale?

«Credo alla forza dell’argomento di Ferrara, non alla sua traduzione elettorale. Il tema oggi è come ricostruire partiti generalisti con un respiro largo. Non come piantare ognuno la propria bandierina, anche se giusta».

La battaglia di Ferrara è giusta?

«Io penso sempre che la giustezza delle cause sia nella loro misura. Il tema del diritto alla vita esiste e non riguarda solo i cattolici. Quanto alla Legge 194, ha funzionato, ha ridotto gli aborti: dal punto di vista della vita è una buona legge. Sono per non cambiarla».

In gioco c’è anche il clima che si crea. Come a Napoli.

«In questa vicenda mi spaventa il fondamentalismo. Non c’è dubbio che a Napoli la vittima sia stata quella signora. Non spetta a me giudicare i magistrati ma considero quell’ irruzione in ospedale una pagina drammaticamente negativa».

Pubblicato il: 15.02.08
Modificato il: 15.02.08 alle ore 14.41   
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« Ultima modifica: Marzo 29, 2009, 11:27:23 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Febbraio 24, 2009, 11:37:45 »

24/2/2009 - CALCIO E POLITICA
 
Cartellino arancione, torna la Dc
 
MARCO FOLLINI
 

Intermedio tra il rosso e il giallo, forse ci sarà anche il cartellino arancione. Via di mezzo o terza via a disposizione degli arbitri di calcio che vorranno essere meno indulgenti di quando ammoniscono e meno severi di quando espellono.

Da profano dello sport non so dire se è una buona idea. Ma dal punto di vista politico mi viene di pensare che è un’idea ottima. Trattasi infatti di misura tipicamente «centrista», di quelle che un democristiano come me saluta con una certa intima soddisfazione. Intanto perché consente all’arbitro di evitare il troppo brutale dilemma bipolare (espello o a m m o n i - sco?). E poi perché sembra introdurre anche nel nostro sport nazionale un certo pluralismo, una sorta di «varieganza», come la chiamerebbe Bonolis.

I democristiani, ex o post che siano, sono coscienti che purtroppo lo sport è tipicamente bipolare. Si vince o si perde, il pareggio è negletto. E alla fine del campionato c’è lo scudetto o magari la retrocessione. La competizione è così, aspra e dura, e non sopporta la morbidezza delle forme politiche tipiche del centro. La rotondità della palla stride un po’ con la linearità dei risultati. E il «quasi gol» di Nicolò Carosio resta per così dire un miraggio politico e uno sproposito sportivo.

In politica, in compenso, il cartellino arancione esiste già. I nostri destini sono i più vari.

Capita assai raramente di venire espulsi. Più spesso succede di lasciare il campo per qualche minuto per farvi rientro al più presto. Segno di un costume pubblico che tende a non escludere del tutto, a non colpire mai troppo duramente.

Ma soprattutto la politica, tutta la politica, si nutre di sfumature e chiaroscuri, predilige le mediazioni, costruisce geometrie sempre più complicate di quelle che racconta. I grandi leader usano verso i loro seguaci cartellini di ogni colore, forse non solo quei tre che verranno adottati di qui a poco nei nostri stadi. Ogni legge riflette una gamma vasta di orientamenti. E quando non è così molti si preoccupano giustamente che ritornino storici steccati e barriere insormontabili.

C’è un’affinità crescente tra calcio e politica. Con questa che si fa un po’ troppo antagonistica. E quello che in compenso si fa assai più complicato.

E del resto, cos’è un cartellino arancione se non un cartellino giallo «ma anche» rosso?
 
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