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Autore Topic: Notizie dal PAESE dei berluschini...  (Letto 17134 volte)
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« Risposta #15 il: Settembre 15, 2008, 09:49:36 »

Razzisti a Milano

Rinaldo Gianola


Abdul è stato sprangato a morte ieri mattina alle 6, vicino alla Stazione Centrale di Milano. I killer lo hanno aggredito in via Zuretti, una strada che corre parallela, vicinissima, alla famosa via Gluck cantata da Celentano. Una zona popolare dove la solidarietà e l´amicizia, un tempo, si misuravano sul ballatoio, attorno ai cortili e alle ringhiere delle vecchie case.

I bar dei ferrovieri, il mercato del pesce, il Naviglio della Martesana dove nel dopoguerra i ragazzi facevano i tuffi, l´oratorio con i platani in mezzo al campo di calcio erano il tessuto di una società di lavoro, fatica e di passione politica. C´era in quella Milano un welfare non istituzionalizzato alimentato da una vicinanza elementare, umile ma solida di famiglie di operai e di molti immigrati.

In quei prati, prima che la speculazione del boom economico realizzasse il suo disastro, abbiamo giocato da ragazzi, superato a fatica pregiudizi e divisioni, diventando amici tra i banchi di scuola e i campetti di calcio abusivi: noi figli dei proletari del Nord e i figli dei "terroni" immigrati, i diversi di allora. I nostri papà consumavano la vita alla Pirelli Bicocca o alla Breda e noi crescevamo rissosi e incavolati come conveniva in quegli anni. Assieme andavamo in via Zuretti dove c´era la sede di "Giovani", una rivista di musica alla moda, a caccia di foto e autografi. Pensavamo che Gianni Morandi e Laura Efrikian non si sarebbero mai lasciati. Poi, quando in tasca c´era qualche spicciolo, puntavamo sulla splendida gelateria di via Gluck per un cono, piccolo però. Quando Celentano cantò a San Remo «là dove c´era l´erba ora c´è una città...» noi ci sentimmo un po´ riscattati, sapevamo di cosa parlava.

Gli assassini hanno aspettato Abdul proprio qui, in questo nuovo incrocio dell´odio, nelle strade di una Milano che non c´è più e che ci manca. Dove sono finite la solidarietà e la pietà di una città una volta davvero riformista (ma non come si intende oggi...)? Dov´è quella Milano capace pure di obbligare i padroni del vapore a spalmare una parte dei loro profitti sulla comunità, che si sforzava di non lasciare soli gli ultimi, che arginava i rigurgiti fascisti invadendo le piazze? Scomparsa, tra una faticosa modernità e un´efficienza improbabile, mentre le banche e i profitti d´impresa scalano ovviamente le classifiche e siamo tutti diventati un grande ceto medio, mediamente inutili nelle nostre paure e gelosie.

Abdul è stato sprangato perchè non aveva pagato una "consumazione", un piccolo furto di biscotti probabilmente. Abdul è italiano, un nostro concittadino originario del Burkina Faso. Era andato a ballare in un locale, poi quando già albeggiava aveva deciso coi suoi amici di fare un salto al Centro sociale Leoncavallo. Non ci è arrivato. «Sporchi negri, vi ammazziamo» hanno gridato gli aggressori, due milanesi, mentre lo colpivano con le mazze, riferiscono i testimoni. Per un piccolo furto si consuma un omicidio tremendo, incredibile, ma oggi spiegabile con l´aria che tira, con il clima politico e, come dire?, culturale del Paese.

Se i leghisti vanno in giro con il ddt per spruzzare le prostitute nigeriane, se il governo prepara l´espulsione di massa di quella moltitudine diversa rappresentata dagli immigrati (ultimo annuncio ieri del ministro Maroni alla sceneggiata padana di Venezia), se i fascisti riscattano il passato, se il ministro milanese La Russa celebra la Repubblica razzista di Salò, perchè sorprendersi se poi un nero viene ammazzato? E il sindaco Moratti non può cavarsela semplicemente affermando che questa crudeltà «è estranea alla tolleranza dei milanesi». Troppo facile. Nella città dell´Expo 2015 gli amici del sindaco vanno in giro a bruciare i campi rom, a chiedere la distruzione dei tuguri dove si rifugiano gli ultimi immigrati e sono gli alleati della signora Moratti a organizzare le ronde contro le prostitute che deturpano l´arredo urbano e a consentire l´apertura dei circoli neonazisti di «Cuore Nero». In questa nostra città si respira un´aria xenofoba e fascista intollerabile. Così come non è tollerabile il tentativo, già in atto anche da parte della solerte Questura, di derubricare il delitto a sprangate come l´esito tragico di una rissa tra giovani scapestrati dopo un piccolo furto. Se anche gli aggrediti hanno cercato di difendersi allora è tutto meno grave, no?

Un ragazzo è stato ucciso a Milano dall´odio e dalla violenza razzista. Questo è il fatto. Se proprio non riuscite a trovare le parole giuste, cari signori almeno state zitti.



Pubblicato il: 15.09.08
Modificato il: 15.09.08 alle ore 10.43   
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« Risposta #16 il: Settembre 16, 2008, 03:48:04 »

All'associazione ebraica Keren Hayesod di Parigi

Berlusconi: «Attenzione costante alle follie di Ahmadinejad su Israele»

«Una volta c'era un signore che sembrava democratico, poi ha fatto quel che ha fatto»

 

PARIGI - Secondo Silvio Berlusconi, parlando all'associazione ebraica Keren Hayesod di Parigi che gli ha conferito il premio Personalità dell'anno, occorre dare il giusto peso alle dichiarazioni sulla distruzione di Israele del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, affermazioni che comunque meritano una costante attenzione visti i precedenti. «Credo che dovremo avere tutti la massima e assoluta attenzione nei confronti delle follie di chi addirittura arriva a dire, magari soltanto per ragioni politiche interne, che bisognerebbe cancellare Israele dalla carta geografica», ha affermato il presidente del Consiglio. «Queste sono cose a cui noi dobbiamo dare il senso che hanno e non crediamo siano reali. Però già una volta c'era un tal signore che all'inizio sembrava un democratico e che poi ha fatto quel che ha fatto e voi purtroppo sapete a chi mi riferisco».

«SEMPRE STATO AMICO DI ISRAELE» - Il premier si è rivolto alla platea ricordando che il secolo scorso è stato «insanguinato da due ideologie terribili: comunismo e nazismo. Ma ora tutto questo è alle nostre spalle». Berlusconi ha poi raccontato di «essere sempre stato naturalmente amico di Israele. Ho avuto nella mia infanzia compagni ebrei che ho amato, riamato, che mi hanno raccontato ciò che le loro famiglie avevano subito. Ho visitato il campo di sterminio di Auschwitz e da quel momento mi sono sentito anch'io israeliano. In tutto quel che ho fatto da privato cittadino e da capo di governo ho sempre capito l'importanza di essere dalla parte di Israele e dei suoi abitanti».

OLMERT: «COSTRETTO AD ANDARSENE PER DIFETTO DEMOCRAZIA» - Infine Berlusconi è entrato nella politica interna israeliana alla vigilia delle dimissioni del primo ministro Ehud Olmert. «Sono molto triste che Olmert viva il suo ultimo giorno da primo ministro perché è una persona capace, esperta e concretà. Sono arrivato al convincimento che lui fosse una delle migliori persone per trattare con i palestinesi e per questo spero che chi lo seguirà continui ad avvalersi della sua preziosa esperienza. La democrazia ha anche questi difetti». Olmert si dimetterà in quanto oggetto di diverse indagini per corruzione, accuse dalle quale si è sempre proclamato estraneo.
16 settembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #17 il: Settembre 16, 2008, 05:25:22 »

POLITICA         

Sondaggio Ipr: "Sicurezza, prostituzione e scuola accrescono la popolarità"

Il gradimento per il presidente del Consiglio al 60%, 5 punti in più che a luglio

L'estate porta consenso al governo in aumento la fiducia in Berlusconi

In caduta libera il centrosinistra: Pd (-4%) e Idv (-3%). Stabile l'Udc


di MARCO GRASSO


ROMA - Decreto antiprostituzione, giro di vite sulla sicurezza e riforma scolastica: sono questi i temi che spingono in alto la popolarità della maggioranza. Gli italiani hanno più fiducia nel governo, ma soprattutto nel presidente del Consiglio. Ad affermarlo è un sondaggio di Ipr Marketing per Repubblica.it. Due mesi senza attività parlamentare non scalfiscono il consenso di cui gode l'esecutivo, che aumenta del 2%. E segnano un aumento del gradimento per la figura di Silvio Berlusconi, che registra un incremento di cinque punti percentuali e tocca quota 60%. Sempre secondo l'istituto guidato da Antonio Noto, nello stesso periodo è calata la fiducia nei confronti del Partito Democratico e dell'Italia dei Valori, mentre rimane stabile l'Udc.

Maroni il più popolare. L'unico membro del governo a tenere il passo del premier è il titolare del Viminale Roberto Maroni, il più apprezzato tra i ministri. La sua popolarità è al 62%, due punti in più rispetto a sessanta giorni fa. Podio per Frattini e Tremonti, che nonostante una lieve flessione, sono al secondo e terzo posto con il 60 e il 58%. Chi ha registrato l'aumento più significativo è Mara Carfagna, il cui consenso passa dal 38 al 42%, forse in seguito alle nuovi leggi sulla prostituzione. In positivo anche il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, il cui apprezzamento è salito dal 35 al 38%. Perde e più di tutti il titolare del Welfare Maurizio Sacconi (-6%), forse per via della trattativa Alitalia.

Aumenta il consenso per Berlusconi. "Le maggiori oscillazioni - fa notare l'istituto di ricerca - Sono quelle che riguardano ministeri al centro del dibattito mediatico durante l'estate: Maroni per la sicurezza, Sacconi per l'Alitalia, Carfagna per la Legge sulla prostituzione e Gelmini per le riforme scolastiche". Ma se la popolarità del governo nel complesso ha conquistato due punti percentuali, il presidente del Consiglio aumenta il divario che lo separa dal suo esecutivo. Se a luglio il saldo era di +3 a favore del Presidente del Consiglio, a settembre risulta a +6.

Diminuisce la fiducia nel centrosinistra. Non naviga in buone acque l'opposizione. La perdita più pesante è quella del Pd, che dal 34% scende al 30%. Cala anche l'Idv, che dopo una crescita di due punti da giugno a luglio, nei due mesi successivi cala del 3%, dal 47 al 44%, un livello comunque alto. Rimane stabile invece l'Udc al 20%.

(16 settembre 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #18 il: Settembre 18, 2008, 03:45:14 »

Pavia: «Alemanno non si lava la coscienza andando ad Auschwitz»


Mariagrazia Gerina


Il peso della storia. «Certo che i ragazzi delle scuole vadano a vedere Auschwitz insieme ai testimoni è la cosa più importante...», ragiona ad alta voce Aldo Pavia, presidente dell’associazione nazionale ex deportati di Roma, che da anni accompagna le scuole romane nei campi di sterminio. Per spiegare perché però questa volta proprio non se la sente di fare insieme al sindaco di Roma che ora è Alemanno quel viaggio della memoria inaugurato da Veltroni sei anni fa, Aldo Pavia parte da sè: «Tutto il ramo paterno della mia famiglia è stato deportato a Birkenau, sono stati presi dai fascisti al confine con la Svizzera e portati nelle carceri di Varese, da lì a San Vittore e poi tutti a Birkenau: nessuno è più tornato... Ecco con la mia storia accompagnare ad Auschwitz Alemanno che alle spalle ha tutt’altra vicenda e ancora oggi si mette a fare distinguo sul fascismo è piuttosto difficile...».

Quindi ha già deciso: non andrà ad Auschwitz?

«Come presidente dell’Aned rimetterò la mia decisione al consiglio direttivo che si riunirà tra dieci giorni, ma d’istinto la mia reazione è questa: Alemanno, non ti lavi la coscienza con un viaggio ad Auschwitz».

Dice che è questo l’obiettivo politico del viaggio che Alemanno ha già confermato per novembre?

«Sarò maligno, ma penso di sì».

Quindi chi va ad Auschwitz con lui rischia di farsi strumentalizzare?

«Io avverto questo pericolo, ma se sbaglio sarò lieto di sbagliarmi. Il fatto è che certe conversioni sulla via di Damasco proprio non mi convincono».

Anche Fini però è andato Auschwitz...

«Io credo che Fini abbia fatto un percorso e una apertura di credito bisogna dargliela, Alemanno no altrimenti non parlerebbe ancora di male assoluto per le leggi razziali come se il resto fosse un male minore. Ad Alemanno vorrei dire che oltre agli ebrei italiani sterminati ci sono trentaduemila italiani non ebrei morti nei campi di sterminio e molti sono stati denunciati o catturati o venduti dai fascisti ai nazisti per riscuotere la taglia: cinquemila lire per ogni maschio adulto, meglio se ebreo ma se è partigiano va bene lo stesso. Nei campi ci sono finiti i sacerdoti che andavano a dire messa nelle formazioni partigiane, gli operai, il direttore dei cantiri di Monfalcone e persino alcuni fascisti. Il male assoluto se proprio vogliamo usare questa categoria (che non mi piace) è tutto il fascismo: l’uccisione di Matteotti, i condannati a morte del Tribunale speciale, i gas usati nelle colonie italiane. Troppo comodo dire che le leggi razziali sono state il male assoluto, questo ormai lo sappiamo tutti. Non puoi dicendo così pensare di assolvere il fascismo, liquidando tutto il resto come un fenomeno complesso. Per questo non me la sento di condividere il viaggio ad Auschwitz con lui».

Ma il programma in sè rispetto agli anni scorsi resta lo stesso?

«Questo ancora non lo so, ma il viaggio faceva parte di un progetto con le scuole, “Noi ricordiamo”, che durava tutto l’anno ed era dedicato alla memoria della Shoah. Da quest’anno si chiama “Le tragedie del Novecento”. Vogliono che parliamo anche delle foibe? Benissimo, noi sono trent’anni che accompagnamo la gente a vederle. Ma se vogliono fare esclusivamente il martirologio delle popolazioni giuliano-dalmate perseguitate da Tito, senza raccontare la fascistizzazione delle popolazioni slave dell’Istria, se lo facciano. La storia per noi va raccontata tutta, altrimenti l’orrore rischia di diventare solo una strumentalizzazione».

Pubblicato il: 18.09.08
Modificato il: 18.09.08 alle ore 8.50   
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« Risposta #19 il: Settembre 18, 2008, 03:56:42 »

18/9/2008
 
La leghista avvocato a Napoli
 
Carolina Lussana ha appena sostenuto nel capoluogo campano gli scritti dell'esame per l'esercizio della professione
 
 
FLAVIA AMABILE
 


Entro la prossima settimana si saprà se Carolina Lussana avrà superato gli esami scritti per diventare avvocato. Carolina Lussana è un’onorevole della Lega Nord, 37 anni a novembre, bergamasca, bionda, molto ma molto in alto nelle classifiche di bellezza parlamentari.

Laureata in Giurisprudenza, è vicepresidente della commissione Giustizia della Camera. Quest’anno, dopo diversi anni dalla laurea, ha deciso di tentare anche l’esame di abilitazione alla professione. Come sede invece dei luoghi dove abitualmente vive, Roma e Bergamo, ha scelto Napoli.

Nel capoluogo partenopeo quest’anno la percentuale di promossi alle prove scritte in base alle prime indiscrezioni dovrebbe aggirarsi intorno al 30%, gli esami sono stati corretti da una commissione che ha sede a Roma. Agli orali la commissione invece è napoletana e da anni la percentuale di promossi si aggira intorno all’80-90%.

Onorevole, avrà seguito le polemiche nate quando si è saputo che il ministro Gelmini da Brescia si era trasferita a Reggio Calabria per sostenere l’esame.
«Sì, ma nel mio caso non c’è da fare polemiche. Quando ministro della Giusizia era Roberto Castelli abbiamo cambiato le regole. Abbiamo introdotto il sorteggio della sede che correggerà i compiti e quindi non importa dove si sostiene l’esame. Non è più possibile andare alla ricerca di esami facili».

Durante la preparazione della legge lei ha sempre dichiarato di essere contro gli esami facili.
«E coerentemente con quanto ho sempre sostenuto, anche se potevo darlo prima, ho preferito aspettare».

Così come è strutturato l’esame non da’ adito a trucchi.
«Penso che si debba fare un’ulteriore passo avanti e capire se è adeguato a selezionare chi dovrà svolgere la professione. Si parla anche di adottare sistemi diversi».

Da vicepresidente della commmissione Giustizia e praticante avrà modo di constatare che cosa non va.
«Non ho bisogno di fare l’esame per capire che cosa non va. Comunque se ne discuterà».

Onorevole, mi perdoni, ma lei dove abita?
«A Roma e a Bergamo»

E perché ha scelto di dare l’esame a Napoli, allora?
«Non avrei potuto frequentare a Bergamo perché vivo tra Roma e Bergamo e allora faccio pratica da un avvocato che ha lo studio a Roma e a Napoli. Ma gliel’ho detto: con me non c’è da fare polemiche».

E  la pratica lei la fa a Roma o a Napoli?
«A Napoli».

E perché se abita a Roma e a Bergamo?
«Perché mi è stata data la possibilità di frequentare uno studio a Napoli. Mi era venuto comodo così».

L’onorevole chiude con fare brusco la telefonata. C’era ancora una domanda da farle: se ha cambiato residenza come prevede la legge.
 
da lastampa.it
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« Risposta #20 il: Settembre 21, 2008, 11:35:32 »

Nuova crociata di Brunetta: lotta ai graffitari

Poi annuncia: «Dimezzerò i distacchi sindacali»

E Sgarbi critica il ministro: «Cosa c'entra lui con i writers?»

 
CORTINA D'AMPEZZO (20 settembre) - Renato Brunetta, il ministro della Funzione Pubblica, lancia una nuova crociata contro i graffitari. Intervenendo a
un convegno di Forza Italia di Cortina d'Ampezzo svela poi il "segreto del suo successo": l'aver saputo dire di no ai sindacati. Quindi ribadisce il suo impegno contro i «chirurghi macellai» e se la prende con certi «cattivi professori» e la «cattiva borghesia» dell'68.

«I sindacati sono diventati una burocrazia». Brunetta ha spiegato che il suo successo è iniziato quando «ho incominciato a dire basta al sindacato che difende i fannulloni. Non è accettabile». Il ministro ha poi fatto cenno alle dichiarazioni del segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, il quale «mi ha dato dello showman e in parallelo ha detto "Brunetta fa lo showman, perché si arroga il diritto di parlare con la gente". Se un politico non parla con la gente con chi deve parlare - si è chiesto Brunetta -. Ma poi Bonanni ha detto un'altra cosa che nascondeva la verità. Ha detto: "Dobbiamo ricominciare a parlare con la gente, perché abbiamo perso il contatto". Bravo Bonanni, perché hai capito veramente il problema. Il sindacato ha perso il contatto con la gente. Siete diventati una burocrazia, dei cogestori che assieme alla politica avete prodotto dei mostri, come Alitalia e la pubblica amministrazione».

«Dimezzeremo i distacchi sindacali». E ancora, sul tema dei sindacati, Brunetta ha detto: «Conto di dimezzare nel corso di tre anni i distacchi sindacali nel pubblico impiego, e lo faccio. Con o senza l'accordo dei sindacati stessi». «L'abuso di distacchi sindacali - ha aggiunto - è elemento insopportabile di costo e di caduta di competitività. Quindi occorre una giusta quota. Ho una delega che mi è stata data dal decreto 112». Per Brunetta, in ogni caso, «il distacco sindacale è fondamentale per la democrazia industriale. Ma altra cosa è l'abuso». «Il costo del lavoro di un pilota - ha citato come esempio - è di 400mila euro l'anno. Se ne distacchi 30 quanto costa?». Brunetta ha annunciato inoltre che interverrà anche sulla legge 104 che consente un permesso di tre giorni al mese ai familiari delle persone disabili. Per il ministro «l'inganno» è che questa norma è stata adoperata spesso da parenti «con grado di parentela molto, molto lontano».

«Attenzione ai chirurghi macellai». «Stiamo attentissimi a yogurt e succhi di frutta, ma andiamo in ospedale e ci facciamo operare dal primo venuto, senza sapere se è bravo o è un macellaio. E noi sappiamo che negli ospedali i macellai non sono pochi». Così il ministro è tornato sul tema della sanità in Italia. «Dal prossimo anno - ha ribadito - voglio pubblicare i curricula e gli score dei chirurghi. Quando l'ho detto, alcuni giorni fa, mi hanno insultato tutti, mi hanno detto che ho usato un linguaggio truculento». «La verità - ha proseguito - è che i macellai possono ancora operare perché i concorsi per i primari negli ospedali, nella stragrande maggioranza, non sono trasparenti e non premiano i migliori. Sfido chiunque a dire che non è vero».

«Mai più graffiti». Brunetta ha poi lanciato la crociata contro i graffiti, gli imbrattamenti degli edifici pubblici e delle scuole: «Mai più graffiti», ha sentenziato. «Ci siamo abituati - ha detto - a vivere in città non solo sporche e maleodoranti, ma imbrattate, violentate nei luoghi della nostra vita comune. Ma che razza di Paese, che razza di insegnanti, di famiglie, di alunni che tollerano che la loro scuola per decenni sia tutta istoriata, imbrattata di fuori e di dentro? Non è - ha spiegato - solo un fatto estetico, ma anche un fatto morale. Siccome Berlusconi è un pragmatico, e io pure, abbiamo pensato a una strategia per tenere sotto controllo, per prevenire ed educare, per tenere belle e pulite e decorose le nostre città».

Gli errori del '68. Secondo il ministro della Funzione pubblica, la causa di molti problemi dell'Italia è che «ci sono stati cattivi maestri che, sulla base di buone intenzioni, hanno declinato cattivi comportamenti, per cui lo Stato e il poliziotto erano il nemico, perché altri erano i valori». «La cattiva interpretazione del '68, le tossine del '68, i cattivi protagonisti del '68, hanno prodotto tutto questo. Il '68 - ha aggiunto - non è stata una storia di popolo, ma una storia minoritaria di una cattiva borghesia viziata, dei figli di una borghesia». Secondo Brunetta, la cattiva borghesia minoritaria del Paese, dopo il boom economico, «ha pensato di impadronirsi della cultura, della scuola, delle istituzioni che hanno portato al proliferare della cattiva politica e del cattivo sindacato, che hanno prodotto lo strangolamento per debiti di questo nostro Paese. Hanno prodotto il proliferare della spesa pubblica e l'inefficienza. Dobbiamo, come dice Troisi, ricominciare da tre: dall'impresa, dal vitalismo di questo Paese, dal vitalismo di chi rischia tutti i giorni. Basta con le rendite come quella della Fiat, dei burocrati, dei piloti e delle hostess di Alitalia».

«Criminalità è parte dello Stato». Commentando l'eccidio di Casal di Principe, il ministro ha detto che la criminalità organizzata è «diventata parte dello Stato, repubblica dentro la repubblica, la repubblica criminale». Dopo aver sentenziato come il Paese sia «caduto così in basso», Brunetta ha sottolineato che «non dobbiamo lasciare spazio né culturale, né ideologico, né organizzativo a questa cattiva Italia». Quello che è successo a Casal di Principe, secondo il ministro, «è la punta di un iceberg, di una deriva che vive il Paese ormai usato in tanti modi e quello è il più feroce».

«La gente si ammala di meno...». Brunetta ha voluto sottolineare, poi, i risultati della sua crociata anti-fannulloni, ricordando che «in luglio si è avuta una caduta dell'assenteismo per malattia di quasi il 40%, in agosto, rispetto all'agosto 2007, le stime vanno dal 40 al 50%. Non oso pensare quello che sarà settembre». «La gente si ammala di meno - ha aggiunto - e ne sono felice. Abbiamo aumentato la salute del popolo dei dipendenti pubblici».

Sgarbi: «Cosa c'entra Brunetta con i writers?». Da assessore alla Cultura a Milano, difese i graffitari del Leoncavallo, inaugurando una lunga serie di polemiche con il sindaco Moratti. Ora Vittorio Sgarbi se la prende col ministro Brunetta, che oggi ha dichiarato guerra a chi imbratta i muri. «I graffiti - dice Sgarbi - sono tutti illegali, ma alcuni sono belli, sono opere d'arte. Chi si prende la responsabilità di cancellarli? E soprattutto, cosa c'entra Brunetta con i writers?». «Brunetta è cittadino di Salemi, devo trattarlo bene - sorride Sgarbi, che è sindaco del piccolo comune siciliano -, però il ruolo di ministro lo porta a espandersi un po' troppo. Parla di argomenti che non conosce». Sgarbi non è contrario a una «stretta» legalitaria sui writers, ma con eccezioni: «A volte, come nel caso del Leoncavallo a Milano, l'illegalità genera bellezza, e migliora l'orrore urbano». «Far rispettare la legge - aggiunge il critico d'arte - vuol dire cancellare tutti i graffiti, che sono sempre illegali. Ma vuol dire anche distruggere potenziali capolavori. Se sorprendiamo Leonardo a dipingere un muro di periferia, cancelliamo tutto?» Sgarbi ammette che è un problema stabilire cosa è arte e cosa non lo è. «Ma si potrebbe cercare un compromesso, vietando di dipingere solo sugli edifici che hanno più di 55 anni. Mentre dopo il '60, l'orrore edilizio è tale che qualsiasi graffito lo migliora. Anche sulla teca dell'Ara Pacis, uno schifo voluto da Rutelli e Veltroni, un bel murales starebbe bene».


da ilmessaggero.it
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« Risposta #21 il: Settembre 24, 2008, 12:05:37 »

«Maledizioni» e messaggi di odio su Forzaitalia.it. Furio Colombo: si fa un piacere al premier

Sul sito azzurro gli insulti a Silvio

Palmieri, responsabile della comunicazione elettorale: Berlusconi conosca violenza verbale che lo circonda

 
 
ROMA - Messaggi apocalittici: «Il vostro padrone sarà concime per i vermi e voi sparirete dalla faccia della terra». Previsivi: «Tra breve si aprirà un nuovo fronte giudiziario, e allora...». Recriminatori: «La colpa è di Togliatti, vi doveva uccidere tutti quando ne aveva l'opportunità» (firmato: Volante Rossa). Minacciosi: «Fatti processare o ti veniamo a prendere». Soprattutto: molti, moltissimi. Pubblicati non da oppositori, ma dal sito ufficiale di Forza Italia, nell'apposito spazio «Sinistra tolleranza». Unica avvertenza, i messaggi «banalmente offensivi» vengono censurati. Ciò non toglie che il campionario di insulti e minacce sia vasto. Ma la gran parte sono auspici sulla fine del Cavaliere.

I mittenti non si fanno illusioni sulla possibilità di sconfiggerlo politicamente. Però, scrive Nicola, «per fortuna il duce che ci opprime è vecchio». Nando specifica: «Ha i giorni contati». Un anonimo che si firma «Mi fate schifo» chiosa: «Me lo sento, morirà presto». Un omonimo che si firma «Silvio Berlusconi»: «Finirà come Mussolini». Bruno: «In effetti impiccarlo per i piedi sarebbe il massimo». «Democratica»: «Un impegno concreto/ Silvio a Piazzale Loreto!». Ivo: «Non auguro al vostro capo di morire subito, ma di prendere un ictus e restare paralizzato senza potersi muovere né parlare». Segue una serie di interventi sul tema dell'ictus e varie malattie. Alcuni, più esigenti: «Bruciarlo vivo». Altri, più specifici: «Bruciarlo vivo lentamente ». Ennio: «Prego Bin Laden e Al Qaeda che ce ne liberi». Max corregge: «Voglio vederlo in catene supplicare pietà». «Contribuente »: «Silvio fai un gesto di patriottismo, sparati!». Gino: «Preparatevi ad andare al suo funerale. Noi stiamo mettendo le bottiglie in fresco». Renato: «E voi dopo cosa farete? Chi vi manterrà? Ahaha!». Giovanni Benedetto, ieratico: «Pregherò tutti i giorni affinché gli arrivi la morte». L'architetto Lorenzo D'Albo: «Desiderare la morte di Berlusconi è un dovere civile». Ancora Ennio: «Bin, ti prego!». La scelta di pubblicare (quasi) tutto è rivendicata da un uomo chiave del berlusconismo, sia pure dietro le quinte.

Antonio Palmieri cura il sito di Forza Italia sin dalla fondazione, nel '95. Parlamentare alla terza legislatura, come responsabile della comunicazione elettorale si è occupato di tutte le campagne azzurre dal '98 a oggi. Alcuni messaggi si rivolgono direttamente a lui, indicato come «servizievolissimo paggio», «nato per servire», «essere larvato senza spina dorsale», «servo senza dignità»... «Mi assumo la responsabilità di rendere pubblici questi interventi - dice Palmieri -. Ignoro se Berlusconi vada a leggerseli. Di certo, lui sa. Troviamo giusto che si conosca non solo l'amore, ma anche l'odio che lo circonda. È vero che Internet allenta i freni inibitori; però la violenza verbale dell'antiberlusconismo è impressionante». Non che il Cavaliere la dissimuli. Anzi, la esibisce. Berlusconi ti odio si intitola la raccolta di critiche e offese pubblicata tre anni fa da Mondadori, a cura di Luca D'Alessandro, capufficio stampa di Forza Italia. Per mesi il Cavaliere è andato in giro con una collezione di articoli dell'Unità sottobraccio, in cui per sbaglio erano finiti anche articoli del Giornale («Mi chiamano mascalzone bavoso!»; ma era Paolo Guzzanti che scriveva di Prodi). Direttore dell'Unità era allora Furio Colombo. «Ma non abbiamo mai pubblicato un solo insulto personale - dice -. Il vittimismo è una delle corde preferite del premier. Non dubito che quel materiale sia autentico: anch'io, che non sono un leader, ricevo "hate mail", cattive, minacciose, volgarissime. Mandare quei messaggi al sito berlusconiano è palesemente un errore: gli si fa un piacere. Così come è un grave errore che loro, anziché lasciarli cadere provocandone la scomparsa, li pubblichino».

I ministri compaiono di sfuggita: Scajola, ribattezzato «il Boia di Genova»; la Gelmini — «al rogo!» —; Brunetta— «c'è Biancaneve che ti aspetta!» —; e ovviamente la Carfagna, su cui si preferisce non infierire. Ma il protagonista è lui: il nano, nanetto, nanottolo, nanerottolo, nano di Stato, nano trapiantato, nano pappone, solo per restare alla statura. Alcuni si firmano con nome e cognome; ricorrente un certo Walter. Un anonimo «Genetista» vorrebbe «sterilizzare i maschi forzidioti» ma anche «innestare su di loro i geni Rom, molto più onesti e utili al paese». Dario: «Neppure il presidente romeno gli crede!». Altro anonimo che si firma «Tutta Italia»: «Guai a voi se toccate Travaglio; sarebbe l'inizio di una fase pericolosa per la democrazia». Dalla Sicilia «Pagamento in ritardo» fa sapere di attendere da anni cento euro promessi da Cuffaro. «Vergogna»: «Vi ricordate quando ha comperato tutte le copie del film con Montesano in cui Veronica diventava lesbica?». Attilio Greco, dolente: «Avete rubato il nostro futuro e quello dei nostri figli». Ancora «Genetista»: «Il Dna forzaitaliota evidenzia una dominanza del gene 51, che deprime i processi cognitivi e attiva il comportamento innato da servo della gleba...».

Aldo Cazzullo
24 settembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #22 il: Settembre 24, 2008, 12:21:26 »

CORRUZIONE: ITALIA PEGGIORA, IN UE BULGARIA LA PIU' CORROTTA

 
L'Italia non migliora la sua immagine nel mondo e, piu' di altri paesi Ue, perde posti nella classifica mondiale della trasparenza.

Secondo la classifica di Transparency International, l'organizzazione non governativa che ogni anno pubblica la classifica della corruzione, il Belpaese perde posti e dal 44esimo dello scorso anno passa al 55esimo, superato in mancanza di trasparenza in Europa solo da Grecia (57), Polonia (58), Croazia (62), Romania (70) e Bulgaria (72).
 
Va infatti quest'anno a Sofia la palma della peggiore di Europa, mentre i migliori restano la Danimarca e la Finlandia (al primo posto), la Finlandia e la Svizzera (5) e l'Olanda al settimo posto. La corruzione, ha spiegato la presidente dell'organizzazione, Huguette Labelle, rischia di provocare un disastro umanitario" soprattutto sul fronte della lotta alla poverta' non piu' sostenuta da governi credibili. Secondo lo studio infatti il 'costo' della corruzione si aggira sui 50 miliardi, quasi la meta' dell'ammontare degli aiuti mondiali.

In fondo alla lista dei paesi piu' corrotti, la Somalia, preceduta dal Myanmar, dall'Iraq e da Haiti.


(AGI) - Roma, 23 settembre
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« Risposta #23 il: Settembre 25, 2008, 03:11:38 »

25/9/2008 - L'INTERVENTO
 
Perché multo chi "fuma"
 
 
LETIZIA MORATTI

 
Caro direttore,
ci sta a cuore la nostra città, ci sta a cuore la serenità dei milanesi e di chi ogni giorno vive Milano per lavoro, studio, turismo. Le ordinanze che stiamo definendo in questi giorni sono uno strumento perché Milano diventi più vivibile, a misura di chi più è esposto ai pericoli - le donne, i bambini, gli anziani -, capace però anche di offrire un’alternativa concreta a chi imbocca la strada sbagliata, a chi è nell'illegalità. Stiamo ancora lavorando, in accordo con la Prefettura, per la messa a punto delle ordinanze.

Sono provvedimenti previsti dai nuovi poteri ai Sindaci concessi dal decreto Maroni «per prevenire e contrastare le situazioni urbane di degrado o di isolamento».

Situazioni «che favoriscono l’insorgere di fenomeni criminosi, come lo spaccio, lo sfruttamento della prostituzione, l’accattonaggio e l’abuso di alcol».

Queste misure per la sicurezza dovranno essere integrate da un rafforzamento delle politiche per il sociale. Questo è necessario per prevenire i fenomeni di disagio ed emarginazione, per dare sostegno a coloro che intendono seguire percorsi di recupero e reinserimento sociale. Le ordinanze saranno dunque emesse solo contestualmente a iniziative di sostegno e recupero.

Contrasto all’illegalità e sostegno per chi vuole reinserirsi nella società: è questa la via che seguiamo. Di fronte ad alcuni commenti che leggono solo la parte delle regole non si tratta di essere «trasgressivi».

I milanesi non vogliono una Milano da bere o, peggio, da fumare. Milano è una città di persone normali, che lavorano, che hanno la responsabilità di una famiglia, che desiderano poter vivere serenamente tutti gli spazi della Città, e che non desiderano vedere qualcuno che si droga sotto casa o ai giardinetti magari davanti ai bambini.

Sono i milanesi che mi chiedono di intervenire concretamente e che, nello stesso tempo, si raccomandano di non abbandonare le famiglie che hanno un ragazzo drogato in casa, che devono vivere questa tragedia nella solitudine del loro privato.

Ecco il significato più profondo delle nostre politiche, che si compongono anche di ordinanze pensate per riportare nella nostra Città condizioni di vita «normali». Condizioni tali per cui ciascuno si possa sentire «a casa».

Misure severe e iniziative di solidarietà concreta: è questa l’anima profonda di Milano, la città del fare e, insieme, la città che aiuta, che aggrega, che tende una mano. Se dimentichiamo quest’anima, se dimentichiamo questo amore, allora vuol dire che c’è stato un corto circuito, che siamo diventati superficiali ed egoisti. Ma non è così. La maggioranza dei milanesi sono persone abituate a confrontarsi con la realtà, una realtà anche dura, fatta di sacrifici, ma questo non li ha inariditi, sono persone aperte, positive. Chi sostiene il contrario non conosce né frequenta questa città, pensa che siamo rimasti a trent'anni fa, mentre il mondo cammina, cambia, si evolve.

Qui non c’è una amministrazione più o meno rigida, solo un sindaco che ha un mandato a governare, che deve amministrare la città 365 giorni l'anno per i propri cittadini.

Ascoltando tutti i bisogni veri e dando risposte vere.

*Sindaco di Milano
 
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« Risposta #24 il: Settembre 25, 2008, 04:57:58 »

Cassibile, tra i profughi in balia dei caporali

Domenico Valter Rizzo


Bisogna contare 500 passi sulle traversine di legno che tengono insieme i binari e camminare velocemente, attraverso un passaggio angusto, che vede la linea ferrata scorrere tra due pareti di roccia bianca. Se ti sorprende il treno non puoi scappare. Puoi solo appiattirti contro la recinzione, tenerti stretto fino a farti sanguinare le mani, e pregare che il convoglio non ti risucchi. Fino ad oggi è andata bene. Nessuno si è fatto male. Nessuno dei "fantasmi" che, ogni giorno, su questo corto passaggio si giocano la vita per fare le cose più semplici, come andare a riempire un bidone d’acqua in paese o cercare qualcosa che assomiglia ad un lavoro per sopravvivere.

I 500 passi si contano dalla piccola stazione di Cassibile. Per arrivare in un luogo che non è un luogo. Non è un accampamento, né una bidonville. È qualcosa che non ha nome, un nulla. Un agglomerato di brandine sgangherate, materassi, coperte arrotolate, lenzuola bianche che coprono i corpi. Una piana triste, che si estende su alcune centinaia di metri quadrati, tra olivi, ogliastri e carrubi. Al centro c’è un carrubo gigantesco con i rami che si piegano fino al terreno e delimitano un’area circolare. In questa sorta di tenda naturale c’è la cucina: alcune pietre a formare un circolo dentro il quale si accende un fuoco di legna. Un po’ più in là, tra le pentole lerce, le provviste: pasta, confezioni di formaggio, rese molli e unte dal caldo, latte a lunga conservazione, scatole di tonno. È l’unico posto dove il sole non batte, ma anche sotto il carrubo la temperatura supera i 30 gradi. Sono 40 i ragazzi che vivono in questo posto assurdo. Giovanissimi, vengono dalla Somalia e fino a qualche settimana fa stavano nel centro di accoglienza di Cassibile. Un Centro pagato dallo Stato, attorno al quale ogni anno gira un fatturato di 3 milioni di euro.

Nessuno dei quaranta giovani africani è un clandestino. Tutti hanno in tasca un permesso di soggiorno per asilo politico. Con la concessione dell’asilo politico i ragazzi devono lasciare il Centro, ma senza che nessuno abbia dato loro la minima informazione, abbia spiegato cosa devono fare per ottenere quel che loro spetta. Pochissimi finiscono negli Sprar, i centri di seconda accoglienza, che hanno solo 2500 posti in tutta Italia contro le circa 7/8 mila richieste. La maggior parte viene accompagnata al cancello, se va bene con in tasca pochi euro o un biglietto per una città del centro nord. Da quel momento diventano fantasmi e vagano attorno al Centro. «Non sapevo dove andare, nessuno mi ha detto nulla, così sono rimasto qui attorno - racconta Ahmed, 21 anni che in Somalia faceva il muratore ed è scappato dalla guerra civile, dopo aver visto ammazzare suo padre - Ho visto altri che andavano verso la ferrovia e li ho seguiti. Ora la situazione è molto buona, prima era peggio: dormivamo per terra, ora invece abbiamo brandine e materassi». Cosa aspetti? «Non lo so cosa aspetto… non aspetto niente».

Alla stazione di Cassibile arriviamo al mattino, insieme ad Antonio De Carlo, un volontario della parrocchia di Bosco Minniti a Siracusa che ha scoperto questo inferno e oggi, insieme agli altri volontari della comunità, si danna per dare un minimo di assistenza a chi vive in questo luogo folle. Cassibile è un villaggio polveroso: una doppia fila di case lungo due chilometri di strada. Qui si campa di agricoltura e ci crogiola nell’orgoglio di vivere sul luogo dove, il 3 settembre del ’43, alleati e italiani firmarono l’armistizio. Qui se parli di "Oro nero" non pensi al petrolio, pensi agli immigrati. Oro per chi gestisce i centri, oro per i piccoli padroncini e per i caporali di Cassibile che li sfruttano mentre la gente vorrebbe vederli sparire al tramonto, per vederli ricomparire, come macchine, solo all’alba quando si ricomincia a lavorare. La regola è semplice: si lavora di continuo, niente pause, si mangia un boccone in fretta e furia. Poi di nuovo al lavoro e guai a alzare la schiena, se lo fai la prima volta ti becchi una lavata di capo, alla seconda ti cacciano. Cinquanta euro al giorno, per lavorare da «sole a sole» come si usava con i braccianti siciliani. Quindici euro finiscono però nelle tasche dei caporali, in gran parte maghrebbini integrati o italiani. Una pattuglia di caporali stranieri alcune settimane fa è finita in una retata dei carabinieri.

Antonio De Carlo a Cassibile non può più venirci da solo. Deve avere un po’ di gente al seguito. Una scorta? «Macché scorta, io non amo le sceneggiate. Prendo solo le mie precauzioni. Se denunci il caporalato dai fastidio a molti, magari qualcuno pensa che è meglio convincerti ad occuparti dei fatti tuoi». A Siracusa nella Parrocchia di Bosco Minniti, diretta da padre Carlo D’Antoni, c’è una task force per garantire un minimo di assistenza ai richiedenti asilo, che non sanno nulla delle procedure. Le richieste - spiegano i volontari - raramente vengono fatte nei tempi previsti dalla legge perché quasi nessuno, fuori di qui, spiega a questi ragazzi cosa fare. Ma anche quando le richieste vengono fatte accadono fatti strani. Mohamed ha 22 anni, è lungo come una pertica e viene dalla Guinea. «Al mio paese ero un giocatore di basket, un pivot, ed ero bravo, molto bravo, poi mi hanno arrestato ed è finito tutto». È arrabbiato Mohamed, arrabbiatissimo. Alza la maglietta bianca e mostra i segni delle torture che gli hanno fatto in carcere gli aguzzini del regime. «Mi hanno arrestato con tutto il mio gruppo politico e mi hanno torturato per due giorni. Poi mi hanno fatto uscire e sono riuscito a scappare. Allora se la sono presa con la mia famiglia. I paramilitari sono andati a casa mia ed hanno ucciso mia madre. Bene, ho chiesto asilo politico in Italia e me lo hanno negato senza spiegazione. Eppure ho addosso i segni di quello che ho passato».

Mohamed ha presentato ricorso, grazie ai legali della parrocchia di Bosco Minniti. «La sua storia è emblematica - dice Antonio De Carlo - La commissione a Siracusa ha un atteggiamento burocratico. C’è una sorta di esame preventivo. Se sei somalo, eritreo o etiope passano la pratica senza quasi guardarla, ci sono indicazioni superiori. Per gli altri è un calvario: interrogatori assurdi, rinvii continui, insomma un percorso ad ostacoli fatto di moduli, burocrazia, tempi strettissimi per ragazzi che quasi sempre non parlano una parola di italiano». Ne sa qualcosa Ahyuba che dopo tre mesi aspetta l’esito della sua domanda di asilo. Era un membro del Ufc, la forza di opposizione che nel Togo si batte contro Faure Gnassingbe e i militari. Lo hanno arrestato durante una manifestazione. «A me è toccata solo la prigione e le torture, mio fratello è morto (un particolare che nel verbale di interrogatorio della commissione non viene riportato). Sono riuscito a scappare. In Italia nessuno mi ha dato aiuto.

Dopo l’uscita dal centro di Pian del Lago avevo solo un foglio di carta che mi diceva di aspettare la convocazione della commissione per l’asilo politico a Siracusa. Ma dove dovevo andare? Dove dovevo ricevere la convocazione? Io dormivo alla stazione, o nei parchi. Un inferno. Poi per fortuna ho saputo di questo centro e adesso ho qualche speranza». Uno dei paradossi della procedura è nelle comunicazioni. «Non si presentano - spiega De Carlo - perché non hanno un indirizzo dove gli può esser notificata la convocazione. Noi abbiamo creato un sistema che permette ai richiedenti asilo di eleggere come loro domicilio temporaneo la parrocchia. Ma per molti il problema resta».
Eppure l’ostilità del quartiere è forte, la parrocchia è sotto assedio. «Lanci di pietre, uova, bottiglie. La gente del quartiere mostra fastidio per la presenza di questi ragazzi e si allontanano dalla parrocchia - dice don Carlo - Un fastidio che a volte si traduce in razzismo, grazie anche a una campagna dei media che crea un clima di paura.

Come meravigliarsi se poi ci lanciano le pietre? Gli immigrati in Italia sono visti solo come schiavi da sfruttare».


Pubblicato il: 25.09.08
Modificato il: 25.09.08 alle ore 14.26   
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« Risposta #25 il: Settembre 27, 2008, 11:58:12 »

27/9/2008 (8:Figo - RETROSCENA

Chi uccise Borsellino?
 
Da Ciancimino jr nuovi scenari sulla strage di via D’Amelio e sulla cattura di Riina

ALFIO CARUSO


PALERMO

Le dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino alla procura di Palermo gettano una nuova luce sulla trattativa segreta sviluppatasi fra lo Stato e l’Antistato nella primavera-estate del 1992. E già: finora la versione ufficiale raccontava che soltanto all’indomani della strage di via D’Amelio (19 luglio, massacro di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Claudio Traina) i carabinieri contattarono Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo già condannato per reati di mafia. L’allora colonnello del Ros Mario Mori ha sempre affermato di aver incontrato Ciancimino ai primi di agosto nella sua abitazione romana di via San Sebastianello.

Massimo Ciancimino è stato un testimone molto attento di quel periodo: era diventato l’ombra del padre, l’esecutore di alcuni suoi disegni al punto che nel 2007 è stato condannato a oltre cinque anni di galera per averne riciclato il tesoro con la complicità d’insospettabili professionisti. Gli investigatori lo ritengono assai attendibile e per di più niente di quanto ha affermato è servito ad alleggerire la sua posizione processuale o ad allontanare la condanna a morte pronunciata sedici anni addietro da Riina. Ebbene Ciancimino ha messo a verbale che gli incontri con il capitano De Donno, il tramite iniziale, e il colonnello Mori incominciarono all’inizio di giugno e ben tre avvennero prima della mattanza di Borsellino e della scorta. Ma sono numerosi gli episodi rievocati da Ciancimino e ciascuno di essi contraddice quanto affermato fin qui dai rappresentanti delle istituzioni.

Il primo appuntamento
Ai primi di giugno del 1992, sul volo Palermo-Roma, Ciancimino jr s’imbatte nel capitano De Donno, conosciuto durante gli interrogatori di Falcone al genitore. Ottenuti dalla hostess due posti contigui, De Donno domanda a Massimo se al padre può interessare una chiacchierata con lui. Il vecchio Ciancimino chiede di conoscerne in anticipo il contenuto. De Donno rivela a Massimo che si punta alla cattura dei boss latitanti: naturalmente, avrebbe aggiunto il capitano, se tuo padre ci aiuta, noi vedremo di fargli trarre qualche beneficio.

Appreso di che cosa si tratta, Vito Ciancimino rientra di corsa a Palermo. Contatta qualcuno? Cerca un'autorizzazione? Massimo informa De Donno che l’aspetta a Roma. Lo Stato e l’Antistato s’incontrano nel salone dell’appartamento di via San Sebastianello seguendo una prassi battezzata nel 1950 allorché bisognò ingabbiare Salvatore Giuliano. Massimo viene relegato in un’altra stanza e convocato dopo un’ora e mezzo per accompagnare il capitano alla porta.

Tre giorni più tardi, intorno alla fine di giugno, De Donno si presenta con il colonnello Mori. Stavolta il colloquio dura un paio di ore. Alla fine Mori raccomanda a Massimo di essere prudente nei suoi spostamenti siciliani, mentre il padre gli svela che il colonnello ha chiesto la cattura dei superlatitanti. Si può fare, è il suo giudizio lapidario. E il pensiero corre a Totò Riina, con il quale Ciancimino mai si è inteso, non certo a Provenzano, di cui è il principale consigliere politico. Un’amicizia cominciata a Corleone quando Vito impartiva lezioni di matematica al piccolo Binnu con l’aggiunta dello scappellotto in caso di errori o disattenzioni.

Ciancimino torna a Palermo e nella casa sulla curva di Monte Pellegrino riceve una persona distinta, coperta da omissis, che gli consegna la busta contenente il foglio con le dodici richieste di Cosa Nostra per non compiere più attentati. È il famoso papello scritto a penna. Leggendolo, a Ciancimino sfugge un’imprecazione: è il solito testa di minchia, riferendosi all’autore. Secondo Massimo il padre aveva subito riconosciuto che si trattava di Riina. Davanti alle insistenze dei sostituti procuratori, Massimo chiarisce che al padre bastava leggere una frase per capire se l’aveva scritta Riina o Provenzano.

Ciancimino spiega al figlio che di quelle dodici richieste, tre-quattro sono trattabili, ma le altre proprio no. Anzi, sospetta che siano state inserite per mandare a gambe all’aria ogni possibilità d’intesa. Comunque spiega di dover avvisare Mori, benché preveda di essere spedito a quel paese.

Dodici richieste
Con il papello in tasca Ciancimino risale a Roma. Massimo convoca di nuovo De Donno, che spunta assieme a Mori. Al colonnello viene mostrato il foglio con le dodici richieste, circostanza sempre negata da Mori, il quale avrebbe ribattuto domandando la consegna di Riina. A questo punto si conclude la prima parte della trattativa, la quale riparte dopo il macello di via D’Amelio. Alla ripresa avviene però un cambiamento importante: esce di scena il dottor Nino Cinà - indicato con il nome in codice di dottor Iolanda, il neurologo al servizio della mafia costretto a barcamenarsi fra l’incudine (Provenzano) e il martello (Riina) - e vi subentra Binnu in persona. Massimo spiega che con l’eliminazione di Borsellino suo padre e Provenzano avevano capito che Riina andava neutralizzato. Addirittura Massimo sostiene che Provenzano abbandoni il rifugio sicuro in Germania e ricompaia in Sicilia.

Cambia anche la finalità della trattativa: anziché la resa di Cosa Nostra con la consegna dei superlatitanti, la cattura di Totò Riina.

Ciancimino riceve da Provenzano diversi pizzini scritti a penna: dopo averli letti li strappa minuziosamente. Allora si fa consegnare da De Donno alcune piantine topografiche gialle e verdi di Palermo e su una di queste segna la zona dov'è nascosto Totò u' curtu. Ciancimino jr dice ai magistrati che il padre raccolse quest’informazione in ventiquattr’ore prima di consegnare la mappa a De Donno nell’ultimo incontro in casa. Il 19 dicembre è arrestato Ciancimino, il 15 gennaio 1993 tocca a Riina. Ufficialmente grazie a Balduccio Di Maggio, che riconosce moglie e figlia del capo dei capi nelle riprese filmate di nascosto dai carabinieri del capitano Ultimo.

Quanto fin qui dichiarato da Massimo Ciancimino s’incastona alla perfezione con un vecchio verbale di Nino Giuffrè, boss di Cacciamo, uno dei bracci sinistri di Provenzano ammanettato nel 2002 e immediatamente divenuto collaboratore di giustizia. Giuffrè rammentò che nel gennaio ’93 zu Binnu gli aveva detto di non preoccuparsi delle confidenze di Ciancimino ai carabinieri: era in missione per conto di Cosa Nostra. E sulla cattura di Riina pronunciò frasi che oggi assumono un valore particolare: Provenzano aveva le spalle coperte da una divinità e ogni tanto a questa divinità doveva offrire sacrifici umani. Nelle parole di Giuffrè pure la mancata perquisizione della villa di via Bernini faceva parte dell’accordo: acchiapparono Totò in strada - è la sua tesi - per lasciare il tempo a noi altri di far sparire dalla casa documenti, lettere, bigliettini.

Così Provenzano, garante di una mafia che non sfiderà più lo Stato, s'incammina verso il potere assoluto. All’interno delle famiglie si diffonde la voce che sia un confidente degli sbirri cu’ giummu (i carabinieri), lui mostra di riderci sopra. Cadono Bagarella e Brusca, gli ultimi alleati di Riina; Messina Denaro s’isola nel suo feudo trapanese; Provenzano assicura gli accoliti che in dieci anni la situazione cambierà, promette di trovare nuovi interlocutori nella politica. Fa sua la famosa battuta di Badalamenti: Cosa Nostra per prosperare dev’essere governativa come la Fiat.

Ma le rievocazioni di Ciancimino jr riaprono anche il lato oscuro dell’assassinio di Borsellino. Dopo sedici anni sono ancora ignoti il movente preciso, l’esecutore, il luogo da dove fu azionato il timer. E se Borsellino avesse avuto sentore della trattativa in corso fra lo Stato e l’Antistato?

E se l’Antistato avesse deciso di eliminare un ostacolo a questa trattativa?

da lastampa.it
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« Risposta #26 il: Settembre 27, 2008, 05:33:44 »

La scomparsa del Parlamento


Pietro Spataro


La legge salva-premier è incostituzionale? La domanda da ieri ha lasciato i litigiosi corridoi del dibattito politico ed è approdata nelle austere stanze della Corte Costituzionale. La decisione dei giudici di Milano apre nuovi interrogativi sul modo di legiferare seguito dalla maggioranza.

Vedremo ora cosa dirà la Consulta. Ma intanto questo nuovo capitolo della saga berlusconiana, che pure riguarda una delle rare leggi approvate dalle Camere, suona come una conferma della preoccupazione espressa dall’insospettabile Famiglia Cristiana: in Italia si sta imponendo una semi-democrazia. È in atto, ha spiegato il settimanale dei Paolini, un "processo degenerativo che svuota il Parlamento sulla scia della Russia di Putin o del Venezuela di Chavez".

Esempi, questi, che ovviamente non lasciano tranquille le persone per bene.

Stiamo per caso assistendo, in Italia, alla scomparsa del Parlamento? I dati che vengono forniti dalle due Camere non sono per nulla confortanti. In quattro mesi di governo Berlusconi sono stati emanati 17 decreti legge, in media più di quattro al mese, nettamente superiori ai 3,72 registrati durante il precedente governo del Cavaliere. Prodi nella scorsa legislatura si era tenuto molto più basso: 1,99.

Il problema diventa ancora più serio se si dà un’occhiata ai temi oggetto della decretazione, che spesso hanno labili presupposti di necessità e di urgenza. Con decreto infatti è stata approvata una manovra finanziaria triennale, si è esclusa la responsabilità civile e penale per le società («affaire Alitalia») e sono state introdotte norme penali di limitazione della libertà personale nel capitolo delicatissimo della sicurezza. Se a questo quadro, già di per sé allarmante, si aggiunge che il governo ha già posto la fiducia sulla Finanziaria o che addirittura la riforma del processo civile viene inserita artificiosamente nella Manovra, il fenomeno della esautorazione del Parlamento diventa consistente. Una delle poche leggi che ha seguito il normale iter parlamentare, pensate un po’, è stata proprio il Lodo Alfano. Con quali risultati si è visto ieri.

La prevalenza del governo, se non è bilanciata, è un fattore di rischio per qualsiasi sistema democratico. In Italia sta diventando troppo alto: le nostre istituzioni sembrano ormai rispondere ad una sorta di «legge di Arcore» secondo la quale si decide in villa, si comunica al Consiglio dei Ministri, si approva il decreto legge e poi si costringe il Parlamento alla semplice ratifica. Tutto questo avviene, inoltre, in un sistema politico in cui la vita interna di molti partiti non risponde a criteri di trasparenza e democrazia. E nel quale, soprattutto a destra, i partiti vengono ormai considerati come esclusiva «cosa del leader».

È un problema talmente grave che lo stesso Presidente della Repubblica Napolitano è stato costretto a intervenire più volte. L’ultima, prima dell’estate, per dire che l’«abuso della decretazione di urgenza deve essere preso in seria considerazione». Ma alla ripresa la situazione come s’è visto è ricominciata tale e quale. Al punto che ormai il Parlamento è scomparso dalle cronache politiche e deputati e senatori si aggirano, spesso spaesati, come strani personaggi in cerca d’autore. Speriamo che questo pericoloso declino non sia inarrestabile. E dunque: i presidenti delle due Camere, che vengono dalla stessa coalizione del premier, non hanno nulla da dire? E l’opposizione, non crede che anche questo sia un tema di inflessibile battaglia politica?

«Ritengo empio e odioso il principio secondo il quale in materia di governo la maggioranza di un popolo ha il diritto di fare tutto», ha scritto quasi due secoli fa Alexis de Tocqueville in quel caposaldo del pensiero moderno che è La democrazia in America. Non vorremmo che l’Italia diventasse un’altra drammatica eccezione. La giornata di ieri non lascia ben sperare.

pspataro@unita.it

Pubblicato il: 27.09.08
Modificato il: 27.09.08 alle ore 10.18   
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« Risposta #27 il: Settembre 28, 2008, 12:06:22 »

28/9/2008 (7:28) - IL REPORTAGE

Catania in bancarotta si consola con le miss
 
L'ex sindaco di Catania Umberto Scapagnini
 
Sessanta indagati per un crac senza precedenti: 700 milioni

ALFIO CARUSO


CATANIA

Anche l’odore della notte è cambiato a piazza Umberto. In realtà da quasi novant’anni si chiama piazza Vittorio Emanuele III, ma il giorno dopo l’inaugurazione i catanesi cominciarono a indicarla con il nome della strada sulla quale si affaccia e pazienza per sua maestà, che aveva persino spedito un telegramma di ringraziamenti. Negli anni della spensieratezza c’era l’odore del gelsomino d’Arabia, con il quale erano addobbati i due chioschi, c’era l’odore degli sciroppi, c’era l’odore della menta che tendeva a sopraffare gli altri. D’estate, su tavolini improvvisati, fiorivano le sfide a briscola in cinque e a zecchinetta, al cui confronto lo chemin de fer è un passatempo da monaci di clausura. Ogni vittoria procurava un giro di orzate, di champagnino, di completo (limone, orzata, gocce di anice, seltz) per gli amici e per i picciotti; quelli deboli di stomaco si accontentavano del tamarindo, che a metà bicchiere dava diritto all’aggiunta di bicarbonato in aiuto alla digestione.

In questa sera di fine settembre, con l’infida arietta subentrata alla calura del giorno, si respirano sentori di marcio e di bruciato. I primi provengono dalla spazzatura in continuo accumulo sui marciapiedi, i secondi dalle graticole di rosticcerie e di ristoranti, che in barba a permessi e divieti si sono impadroniti delle stradine laterali. Inseguendo il ricordo della brezza marina, nell’alternarsi di strade buie e di altre fiocamente illuminate, s’imbocca corso Italia, l’unica via ad aver conservato una parvenza di eleganza e di benessere, ma non si sfocia più nella piazza con la vista mozzafiato dell’insenatura punteggiata dalle lampare dei pescatori, il respiro del mare ad accarezzare lo scorrere delle ore. Piazza Europa continua a esserci, ma la sciagurata decisione della giunta Scapagnini di trasformarla in un enorme parcheggio l’ha stravolta. Da oltre un anno appare un campo di battaglia. L’intervento della magistratura per bloccare due centri commerciali assenti nel progetto iniziale ha stoppato i lavori e non è prevista una data per la ripresa. Così Catania è priva sia del velleitario megaricovero di auto, utile soltanto ai suoi costruttori, sia dell’affascinante colpo d’occhio che apriva la riviera dei Ciclopi. Fortunatamente la città ha altro con cui baloccarsi: la squadra quarta in classifica e soprattutto le due stangone arrivate prima e seconda al concorso di miss Italia. Miriam Leone e Marianna Di Martino impazzano sulle pagine de «La Sicilia» e in ogni manifestazione pubblica con contorno di onorevoli e di consiglieri comunali in cerca di foto e di luce riflessa.

“Catania capitale della bellezza” inorgoglisce i suoi abitanti e mette in secondo piano le bollette non pagate all’Enel, le cooperative addette ai servizi sociali senza stipendio da gennaio, il rifiuto dei dipendenti del cimitero di seppellire i defunti, l’incubo di una raccolta dell’immondizia sempre in bilico, gli impiegati comunali che l’altro giorno hanno manifestato in piazza Duomo preoccupati per il proprio futuro e inferociti per i 2 milioni 130 mila euro distribuiti ad agosto ai dirigenti. Figurano quale premio per i risultati conseguiti nel 2006 quando il deficit toccò i 700 milioni di euro. E fanno il paio con la famosa indennità «cenere dell’Etna» elargita dall’allora sindaco Scapagnini agli oltre quattromila stipendiati del Comune per favorire la propria rielezione nel 2005. A causa di tale regalo fatto con i nostri soldi l’alchimista delle pozioni magiche, caro al cuore, e non solo, di Berlusconi, è già stato condannato in primo grado.


Dopo esser stato riverito e lisciato per sette anni, ora Scapagnini rappresenta l’oggetto di qualsiasi critica. Eppure non è l’unico responsabile dello sfascio. Era soprattutto un elegante incompetente, l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, capace di definire il «mio Tremonti» l’assessore al Bilancio D’Asero, accusato da tre indagini della Corte dei Conti e da una del ministero delle Finanze di aver presentato nel 2003 e nel 2004 bilanci non veritieri: risultavano in pareggio, viceversa nascondevano deficit di 40,6 e di 42,7 milioni di euro. E’ stato l’inizio del crac. Ma alle spalle del vanesio sindaco, attento a sfoggiare una mise diversa in ogni cerimonia, ha campeggiato fino all’ultimo il malinconico, ma tosto Lombardo, prima vicesindaco, poi azionista di riferimento della maggioranza politica, da tre mesi anche presidente regionale.

Lombardo esercita un potere assoluto. Dalla sua benevolenza dipendono i posti di lavoro, lontano dal suo impressionante riporto non c’è luce e soprattutto non c’è stipendio. Prendete l’avvocato Gaetano Tafuri, ex assessore al bilancio, trombato alle regionali, ma con fama di fedelissimo: è stato appena ripescato quale commissario della Ferrovia circumetnea.
La capillare occupazione del territorio ha coinvolto anche gli ultimi ridotti sfuggiti per sessant’anni alle designazioni dei partiti, lo Stabile e il Teatro Massimo. Qui è stato insediato l’avvocato Antonio Fiumefreddo, reduce da diverse cambi di campo. Con assoluto sprezzo del ridicolo il sovrintendente ha dedicato il Massimo alla Madonna, la qualcosa comporterebbe la cancellazione di metà delle opere liriche, visto il loro spregiudicato contenuto. La ricerca di notorietà l’ha pure indotto ad annunciare che un suo assistito era stato violentato in galera, però il garante dei carcerati l’ha contraddetto; e che cento allievi delle scuole di danze avevano disertato per ordine dei genitori una manifestazione contro Cosa Nostra, tuttavia anche in questo caso sono piovute precisazioni e smentite.

Eppure i catanesi, ancora esultanti per i sessanta fra assessori, dirigenti e sindaco della vecchia giunta indagati con l’accusa di associazione a delinquere, falso ideologico aggravato e falso in bilancio, nelle elezioni di giugno hanno scelto quale successore di Scapagnini un’altra propaggine di Lombardo, il senatore Stancanelli. Formalmente sarebbe un rappresentante del Popolo della Libertà in quota An, nella sostanza è l’uomo di fiducia di Lombardo. E dire che all’interno dello stesso centrodestra - della sinistra oramai si ha notizia soltanto il 2 novembre, giorno dei morti – esisteva l’alternativa dell’ex europarlamentare con fama di persona dabbene, Nello Musumeci. Ma nella prima città d’Italia a riaprire nel ’44 le logge massoniche, da allora camera di compensazione di tutti i fatti e misfatti, nessuno ha avuto cuore di rifilare simile sgarbo a Lombardo. Lui non perdona: in ogni critica vede un affronto personale; dietro ogni articolo contrario legge, parole sue, “un complotto dei proprietari delle raffinerie”, che però stanno altrove, “un’azione di killeraggio meritevole di risposta giudiziaria”.

Accogliendo il grido di dolore degli sconsolati parrocchiani Berlusconi ha anticipato 100 milioni a Stancanelli per evitare il fallimento. Riusciranno a sperperare pure questi?

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« Risposta #28 il: Settembre 30, 2008, 12:01:27 »

Il premier festeggia auguri all’Italia

Marcella Ciarnelli


Settantadue anni. Silvio Berlusconi li compie oggi. Per non dimostrarli si è concesso una “full immersion” in un lussuoso centro benessere nella campagna umbra che fornisce la dimostrazione convincente che pagando si può raggiungere rapidamente l’obbiettivo della “remise en forme”. Il privato che vince. A caro prezzo. Forse il Cavaliere ogni volta che vuole privatizzare qualcosa, la scuola, la sanità, i trasporti, fa i conti con le proprie tasche che non sono esattamente all’asciutto come quelle della gran parte degli italiani.
La festa, la prima senza mamma Rosa, si svolgerà con i familiari al completo, moglie, figli di primo e secondo letto, nipotini tra cui l’ultimo che è stato fatto nascere lo stesso giorno del nonno e ne porta anche il nome, ma non si terrà nella prediletta villa in Sardegna. Non si svolgerà vista cactus e piante rare il brindisi beneaugurante per cento di questi giorni. O anche di più visto che il professor Scapagnini, medico e sodale, in tempi non recenti già testimoniò della possibile immortalità del festeggiato. A far da fondale sarà la nuova residenza appena acquistata sulle rive del lago Maggiore. Non lontana da Milano ma per ogni evenienza attrezzata con una pista per elicotteri.
E’ la tredicesima dimora di famiglia. E c’è da scommetterci che non finirà qui. La festa sarà scandita dal consueto copione. Il pranzo preparato dal cuoco Michele che compie gli anni anche lui, i figli riuniti intorno a papà, a chiacchierare di affari e studi. I nipotini, la moglie Veronica che nelle scadenze istituzionali non manca. Colonna sonora garantita da Mariano Apicella, il collega cantautore che sta scrivendo con il premier le canzoni del loro prossimo cd, in uscita per Natale.
Da domani di nuovo al lavoro. Per esorcizzare la sindrome della panchina c’è un lungo elenco: vincere le prossime elezioni, ammodernare la pubblica amministrazione, combattere l’evasione fiscale con il federalismo, cambiare la scuola, riformare la giustizia e la sanità, provvedre all’ordine e al decoro nelle città. Un programma fitto. Vedremo. Intanto ci sono le candeline da spegnere.

Il regalo che i Rom
vorrebbero farle. In rima
Io non posso leggerLe la mano ma prevedo ancora tanti compleanni. È fortunato, non tutti ce la fanno: solo 3 Rom su 100 arrivano a 60 anni, c’è chi muore lavorando da mane a sera,e chi perde la vita per la sua pelle nera. Lei, l’Unto del Signore, festeggerà con gli dei; cosa possiamo regalare noi poveri zingari a Lei?
A Lei che ha tutto, tante aziende e tante ville, noi che nulla abbiamo una baracchina regaliamo. Per avere la quale non deve neanche firmare, come noi, noti ladri e criminali,il patto di legalità che ci rende meno uguali.In cambio una cosa sola Le chiediamo: i nostri tentativi sono stati tutti vani, spieghi Lei a Maroni ANCHE I ROM SONO ESSERI UMANI!
Dijana Pavlovic

Che fortuna festeggiare
sulle note dell’Equipe 84
29 settembre. Basta dirlo e irrompono nella mente inquiete melodie dell’adolescenza. Già, grazie all’Equipe 84 e a Lucio Battisti la data del Suo compleanno, gentile Presidente, ha qualcosa di simbolico. In fondo è una prova della Sua fortuna potere festeggiare gli anni in un giorno che, grazie a una canzone, sa di poesia e di gioventù per molte generazioni. Però qualcuno ricorda settembre per altre ragioni. Per esempio: lo sa, Presidente, quante persone sono state uccise in settembre dalla mafia?
Sarò disordinato e colpevolmente incompleto: il giudice Rosario Livatino, il giudice Cesare Terranova, il maresciallo Lenin Mancuso, padre Pino Puglisi, il sociologo-giornalista Mauro Rostagno, il giudice Antonino Saetta e suo figlio Stefano, il giudice Alberto Giacomelli, il sottufficiale dei carabinieri Vito Jevolella, il giornalista Mauro De Mauro, il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa (che compiva gli anni il 27 settembre).
Vede quante intense ragioni per ricordare settembre, il mese della festa… Da qui l’idea che Le regalo. Perché non fa un bellissimo dono agli italiani, anzi, perché non lo fa anzitutto a se stesso per il Suo compleanno? Perché, ora che può tutto, non si prende la libertà rivoluzionaria, l’orgoglio civile di dire finalmente che Vittorio Mangano era un assassino?
Perché, insomma, andando oltre il Suo sogno di eterna giovinezza, non festeggia questo compleanno nascendo a nuova vita?
Nando Dalla Chiesa

E ora si trasformi in Papa
e cambi anche nome
Cosa augurare a un arzillo vecchietto che ha già tutto? L’unica cosa che potrebbe fargli piacere è la garanzia del mantenimento del suo immenso potere, se possibile rafforzato e amplificato. E dunque non si può che augurare a Silvio Berlusconi, alla festa del suo settantaduesimo compleanno, di diventare Papa, assumendo il nome di Pio (Pijo Tutto).
Vediamo i vantaggi: enorme copertura mediatica in tutto il mondo. Totale immunità di fronte alla legge italiana (ce l’ha già), il dono dell’infallibilità (crede di averla già), immensi finanziamenti dallo Stato italiano, ubbidienza totale dei suoi sottoposti (ce l’ha già), e Fede (ha già pure quello). Ma se diventasse papa, avrebbe dalla sua anche Vespa (ce l’ha già). Auguri. Soprattutto a noi, ne abbiamo bisogno.
Silvia Ballestra

Benito volava
Silvio non ancora
Mussolini aveva 5 figli, Berlusconi ha 5 figli.
M. giocava a tennis, B. ha fatto jogging (alle Bermude).
M. suonava il violino, B. suona il pianoforte.
M. parlava il francese, B. canta in francese.
M. era pieno di donne, B. (omissis, intercettazioni secretate).
M. chiuse il Parlamento, B. ci prova.
M. trebbiava il grano a petto nudo, Berlusconi: «Non vale. Lo fa già Di Pietro».
M. pilotava gli aerei... Dottor Colaninno, faccia prendere un brevetto CAI a Berlusconi, altrimenti muore di invidia.
Vittorio Emiliani

Un dono anche a noi:
rispetti la memoria
Caro Presidente,
il suo potere e la sua intelligenza le possono consentire interventi cruciali per il destino del paese e per la sua gloria personale: perché allora non impone a certi suoi alleati a rispettare la storia e la memoria di questo paese, di coloro che in tempi passati hanno combattuto e sofferti per la sua unità, di quelli che hanno fatto grande la sua cultura?
Lei, che in fondo è anche il maggiore editore italiano, può essere in grado di arginare il becerume culturale che ha invaso l’Italia e che lei, purtroppo (forse contro voglia?), ha finora troppo disinvoltamente promosso. Come regalo a se stesso e ai suoi concittadini potrebbe allora mettere fine a certi volgarissimi e costosissimi programmi di RAI e Mediaset e destinare i relativi budget a quella povera scuola e a quella afflitta università che i tagli del suo governo rendono più misere di quanto già fossero.
Giulio Ferroni

Deve durare all’infinito
per evitarci il post Silvio
Gli auguro di durare, durare, durare... 72, poi 82, poi 92, poi 102, per sempre. E così all’infinito rinviare l’incubo del Cavaliere postumo: intestazione di piazze, inaugurazione di monumenti, discorsi davanti a lapidi sul "piu’ grande statista degli ultimi due secoli" (Bondi o Ferrara? O Fini? ). E riflessioni! Peggio dei suoi peggiori ministri, peggio della legge Gasparri, peggio delle telefonate a Saccà sarebbe il tormento dei "meditati bilanci", le ore e ore di «Porta a Porta» e «La storia siamo noi» dedicate ai confronti Berlusconi-Cavour-Garibaldi.
E poi fiumi di editoriali, sofisticati approfondimenti ideologici di PG Battista sul tema "la televisione non contava, era grande politica" e poi le autocritiche sofferte di sinceri riformisti con la lista sterminata delle cose che "lui aveva capito e la sinistra no".
Lunga, eterna vita dunque a Silvio Berlusconi, politico in salute.
Giancarlo Bosetti

Nudo tra di noi
come nel film di Pisolini
Gentile Dio,
c’è da fare un regalo di compleanno a tale Berlusconi, uno che ha già tutto, così mi rivolgo direttamente alla Sua onnipotenza, al Suo catalogo. Qui da noi in Italia non c’è ormai traccia d’opposizione, mentre il festeggiato, come forse saprà, è terribilmente gagliardo, quindi non si batte chiodo in tema di democrazia e di vera legalità, per non parlare del solito conflitto d’interessi. Mi piacerebbe dunque che il diretto (appunto) interessato ricevesse una certa folgorazione a domicilio. Ricorda quel film di Pier Paolo Pasolini del 1970 intitolato "Teorema"?
Lì c’è l’industriale che regala tutte le sue fabbrica agli operai, e intanto si spoglia nudo alla stazione centrale di Milano. Si potrebbe combinare la stessa cosa al nostro amico? Non Le chiedo nulla di trascendentale, semmai un miracolo. Silvio stesso non aspetta altro. Accludo supplica più vaglia. Grazie.
Fulvio Abbate

Una cabina telefonica
piazzata in Parlamento
Non c’è dubbio che Berlusconi sia un uomo di pace: affinché lo diventi sempre di più gli auguro di saper trasformare il suo attivismo diplomatico smettendola di far telefonate a destra e a manca, oggi a Putin ieri a Bush, domani — chi sa — a McCain, credendo di sistemare la politica mondiale a colpi di telefono. Non so se con Obama funzionerebbe. E con la Palin? Non è con il telefono-amico che si risolvono i problemi. Insieme agli auguri, gli farei presente che la politica internazionale è una cosa seria e che i ministri degli Esteri li hanno inventati per occuparsene. Ma se pensa a tutto lui e non ci racconta nulla, a che cosa serve un bel Parlamento, solitamente vuoto, nel quale non appare quasi mai? Come regalo, potremmo fargli installare una comoda cabina telefonica...
Luigi Bonanate

Basta coi lifting: pensi
agli anziani come lei
Caro Silvio,
le auguro un compleanno di riflessione: nonostante l’invidiabile effetto lifting del potere e del denaro, lei è un uomo anziano. Perché non si concentra sulla sua età e, partendo da sé come ha fatto tanto spesso (penso a tutte le leggi che ha voluto e ottenuto per risolvere problemi suoi), non fa qualcosa per migliorare la condizione di milioni di over-settanta che soffrono solitudine e povertà nel Paese che lei governa?
Lidia Ravera

È il suo momento:
scriva un’autobiografia
Caro Presidente,
più che gli auguri un augurio. Sarebbe bello, in occasione di questo compleanno, che lei avviasse il progetto di una sua autobiografia. Che può superare le 10mila pagine, e non può essere scritta di suo pugno. So bene che questo progetto ambizioso richiede un impegno totale, tutto il giorno per buona parte dei suoi giorni futuri, e che in una delle sue tante ville principesche potrà trovare l’ambiente e la concentrazione giusta. Riguardo alla politica, la vedrà lontana, una piccola cosa, perfino fastidiosa. Leggeremo le sue memorie, la vedremo molto meno. Sarà una soddisfazione per lei. E un sollievo per noi.
Roberto Cotroneo

L’intervista imprevista
firmata da Bruno Vespa
Il miglior augurio che si possa fare ad un settantaduenne, per quanto immortale (Scapagnini dixit, prima di togliere la vita a Catania), è quello di ricevere un regalo a sorpresa: ergo, auguro a Silvio un’intervista scomoda a Porta a Porta, o un servizio critico su di lui del Tg5 (del Tg4 no: un conto è un augurio, un altro è la fantascienza), o un pezzo del Tg1 che rammenti di quando, a marzo, lisciava il pelo a sindacati e piloti contrari ad Air France (che evidentemente, all’epoca, non erano né irresponsabili né privilegiati). Sarebbe davvero una sorpresa. Inattesa (dal festeggiato) e gradita (da me).
Enzo Costa

La propaganda aleggia
anche sulle candeline
Signor Silvio Berlusconi buon compleanno. Approfitto della fausta
ricorrenza del suo genetliaco per farle una piccola richiesta. La prossima volta che visiterà un campo di sterminio nazista invece di dire che si sente israeliano dica più opportunamente che si sente: ebreo, zingaro, antifascista, omosessuale, soldato italiano che si rifiutò di servire la barbarie repubblichina, menomato, slavo, testimone di Geova, pacifista e oppositore del nazifascismo a vario titolo. Questi furono infatti le donne e gli uomini deportati, internati, torturati e quindi gasati e passati per i camini. A queste categorie umane appartengono i sopravissuti allo sterminio che oggi ricevono gli sputi i n faccia delle sue improvvide dichiarazioni di propaganda.
Moni Ovadia

Dimentichi
il Milan
Caro Presidente,
tanti auguri per il suo compleanno, ma se permette colgo la felice occasione per porle una domanda. Lei ha rilevato il Milan che stava male e ha costruito una grande società e una grande squadra. Ha preso l’Italia che non stava bene e la sta facendo a pezzi. Quando pensa di ritornare ad occuparsi del Milan a tempo pieno?
Renzo Ulivieri

Auguri di grande felicità
ma lontano da qui
Dottor Silvio Berlusconi,
le faccio i miei più sentiti auguri di buon compleanno. E le auguro, dunque, di vivere altri 100 anni felice, ricco, in buona salute. E in un altro Paese.
Carlo Lucarelli

Scelga il delfino del Pdl
tra Fini e Tremonti
Tanti auguri e una domanda. Questa: se Bossi è incerto tra suo figlio e Maroni come successore alla guida della Lega, chi sceglierà Berlusconi tra Fini e Tremonti per guidare il Pdl?
Piero Ignazi




Pubblicato il: 29.09.08
Modificato il: 29.09.08 alle ore 8.24   
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« Risposta #29 il: Ottobre 01, 2008, 05:21:08 »

Il Paese dell’odio

Clara Sereni


Ieri è successo a Parma, a Emmanuel Bonsu, picchiato da sette vigili urbani per un sospetto, e nel verbale invece del suo nome hanno scritto «negro». È successo nei giorni scorsi a Milano, a Castelvolturno, a Monza, a Cosenza, ancora a Parma, e in tanti luoghi di cui non abbiamo notizia. È successo che gli invisibili - disabili, negri, prostitute, lavoratori in nero di ogni etnia - li vediamo in cronaca, picchiati espulsi uccisi. Ma questo non è un Paese razzista, ci dicono e ci diciamo.

Proviamo a partire da lontano, forse può aiutarci a capire. Nei campi di sterminio nazi-fascisti furono soppressi circa 13 milioni (milioni!) di persone.

Tredici milioni vuol dire un pezzo non irrilevante di popolazione mondiale: ci vogliono Austria e Danimarca sommate insieme, per arrivare a questo numero, o due terzi dei cittadini australiani. Sei milioni circa erano ebrei. Sette milioni circa erano antifascisti e antinazisti, zingari e disabili, omosessuali e comunisti, e perfino coppie di gemelli, un’eccezione della natura particolarmente cara a Mengele, il mostruoso dottor Morte. Tredici milioni di “diversi” per scelta o per destino, accomunati dall’essere considerati meno di niente, un agglomerato di rifiuti, un’immondizia da eliminare, in quanto tali da riciclare per le loro parti preziose: l’oro delle protesi dentarie per farne lingotti, o i grassi umani per farne sapone, tanto per fare qualche esempio. Come le lattine d’alluminio, come il vetro, come la carta. Intorno a quei 13 milioni, un numero così grande da essere quasi inconcepibile, un’Europa cieca e muta.

Ad oggi, e malgrado ogni negazionismo, il nucleo più integrale di razzismo è questo: le persone diventano meno di niente. I diversi prima diventano invisibili, inesistenti, privi di diritti, e solo dopo vengono in un modo o nell’altro (ce ne sono tanti!) eliminati, in un sogno folle ma frequente di omogeneità sociale.

Sono partita da lontano, ma tutto questo ci riguarda: oggi, e non solo per la memoria che qualcuno di noi ancora ne porta. Per alcuni (pochi) decenni l’integrazione delle e fra le diversità è stata il leit-motiv dei movimenti più avanzati: dalla scuola alla psichiatria, dalla religiosità più avanzata all’emigrazione italiana all’estero. Numeri solo un po’ meno milionari anche qui, ma sembrava normale, ed era possibile. «Diverso è bello», si diceva, pur con la coscienza delle difficoltà. Si diceva “integrazione” per significare che senza questo o quel pezzo, questa o quella diversità, il corpo sociale non è intero, è deprivato.

Mi chiedo dove i saperi legati a tutte queste esperienze siano andati a finire. Certo negli insegnanti di sostegno disperati e disperate che (come nella lettera a Cancrini pubblicata di recente su queste pagine) vedono svanire il lavoro di tanti anni grazie alla sbrigativa ministra Gelmini. Certo nei timori di tanti psichiatri, utenti, famigliari, cooperative e associazioni che aspettano con grande preoccupazione i provvedimenti annunciati da Berlusconi nel programma elettorale in tema di trattamenti sanitari obbligatori, questione che porta con sé idee sulla riforma della 180 che non possono che spaventare, tanto più se in coppia con la privatizzazione della salute minacciata in questi giorni. Certo non dimenticano gli appartenenti a tante confessioni, che ancora e ostinatamente cercano l’incontro e il dialogo con l’Altro ma sono ridotti in piccoli gruppi, la cui voce è difficile far sentire. Né dimenticano molteplici strutture della Chiesa cattolica, che su più fronti ha dato conto delle proprie ansie e preoccupazioni. Non dimenticano le operatrici e gli operatori di strada, siano quelli coinvolti nella prostituzione, siano quelli che provano a portare a scuola chi è risucchiato dalle mafie.

Ma il Paese, l’Italia nel suo complesso, ciascuno di noi “normali”, cosa ricorda? E, soprattutto, cosa “vede”? Da ogni parte arrivano richieste perché chi è scomodo diventi anche invisibile: le prostitute non devono più farsi vedere per strada, i disabili se non vanno a scuola è meglio, i matti risultano pericolosi come i magistrati e viceversa, i migranti hanno il dovere di farci vivere meglio e non il diritto di affacciarsi ai diritti, le preghiere dei musulmani vanno bene purché non ingombrino, e via cancellando.

Tutto questo, tutto insieme, è razzismo. E alberga in ciascuno di noi, anche se ci piacerebbe credere che non è così. Ogni volta in cui ci sembra che il singolo problema - disabilità o Islam, colore della pelle o follia - non ci riguardi, e che dunque possiamo tacere, non opporci, non scendere in strada, rinunciare, quella che avanza è l’idea che si possano tagliar via singoli pezzi di società senza che questo sia una perdita per tutti. Il silenzio uccide l’integrazione, uccide gli invisibili, e ci uccide anche dentro.

Così come, quando c’è un vuoto, qualcosa interviene sempre a riempirlo, così nel vuoto di gesti e di parole maturano altri gesti, altre parole. Qualche anno fa, ho studiato gli archivi dell’ufficio per la difesa della razza istituito dal fascismo. Era in gran parte un tremendo elenco di piccole denunce: il tale aveva, in spregio della legge allora vigente, una domestica non ebrea, un altro aveva una radio, strumento anch’esso proibito. Piccole cose, nel piccolo mondo ottuso che dava vita e vigore al fascismo. Piccole e grandi invidie, piccole e grandi paure, piccole e grandi delazioni, il frutto velenoso di egoismi ristretti ha aperto la strada allo sterminio, maturato grazie ad una irresponsabilità e ad un silenzio collettivi. Irresponsabilità e silenzio più gravi in altre parti d’Europa ma che hanno largamente riguardato anche degli italiani, con troppa facilità e continuità messisi al sicuro sotto la coperta calda degli “italiani brava gente”.

Credo che gli italiani siano tuttora, in larga misura, brava gente. Gente con il cuore in mano, soprattutto se il portafoglio è ben custodito. Ma la smemoratezza diffusa a larghe mani, il portafoglio mai come ora in pericolo, i rischi reali e quelli artatamente innescati, il disfacimento progressivo dei legami di solidarietà, la precarietà di una politica incapace di tenere insieme tutti i fili senza farli aggrovigliare, mi fa temere che sempre più siamo e saremo come le famose tre scimmiette: non vedere, non sentire, non parlare, lasciando che qualcun altro se ne occupi, e che gli invisibili affondino nel loro mare (e non solo in senso figurato, come sappiamo). Convinti di salvarci aggrappandoci a privilegi che ci sembrano garantiti e ci fanno sentire al riparo: la cittadinanza, il colore della pelle, la cultura, le disponibilità economiche. Ma nessuno è garantito per sempre, quando i pezzi vanno via senza posa: nel silenzio sempre più cupo alla fine - come scriveva Brecht - entrerò fra gli invisibili anche io, anche tu, e non ci sarà più nessuno a gridare.

Per ricominciare a vedere gli invisibili con occhio partecipe, fuori dal silenzio, per non essere razzisti nel nostro fondo, c’è bisogno di un grande salto culturale, di quelli difficili. C’è bisogno che ciascuno riparta da sé, dalle proprie personali scimmiette. Perché, come diceva don Milani, “mi riguarda” è il contrario di “me ne frego”: concetto da tenere a mente, in questi tempi di fascismo rinascente. Quando si tende a dimenticare che i problemi li abbiamo tutti, ma uscirne ciascuno per proprio conto è egoismo sterile, mentre uscirne tutte e tutti insieme è Politica. Quella con la P maiuscola.


Pubblicato il: 01.10.08
Modificato il: 01.10.08 alle ore 11.10   
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