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Autore Discussione: Aldo Cazzullo. Ora il macronismo è morto: il senso di una stagione alla fine.  (Letto 290 volte)
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« inserito:: Dicembre 07, 2024, 01:04:04 pm »

Caos Francia, ora il macronismo è morto: il senso di una stagione alla fine

di  Aldo Cazzullo
| 4 dicembre 2024

La mozione di censura che ha obbligato Barnier a dimettersi segna la fine del macronismo - nell'anno che, nella fantasia del suo fondatore, doveva essere quello della consacrazione. Avanzare al centro ha funzionato per due elezioni presidenziali, ora non più

Il macronismo è morto. Proprio nell’anno che, nella fantasia del suo fondatore, doveva essere quello della consacrazione. E anche una certa idea dell’Europa si sente poco bene. Perché ha vinto l’alleanza rosso-bruna tra i due opposti populismi.
Nel discorso di Capodanno, Emmanuel Macron disse che il 2024 sarebbe stato un grande anno per la Francia, scandito da tre appuntamenti.

Il primo era l’ottantesimo anniversario dello sbarco in Normandia, che in effetti ha portato sulle coste atlantiche i leader del mondo libero. Macron fece la cosa che gli riesce meglio: un bellissimo discorso. Due giorni dopo, alle elezioni europee, la sua lista si fermò al 14% e fu umiliata dai lepenisti, che superarono il 31. Il presidente sciolse l’Assemblea nazionale e indisse il voto anticipato.

Il secondo appuntamento era l’Olimpiade. Al di là di qualche errore organizzativo, i Giochi di Parigi sono stati un successo, che ha risvegliato l’orgoglio patriottico e acceso l’attenzione del mondo sulla Francia; peccato che il primo ministro, Gabriel Attal, fosse dimissionario, dopo che alle elezioni i macronisti avevano perso la maggioranza relativa in Parlamento, a vantaggio del Nuovo fronte popolare, il cartello di sinistra che unisce i radicali di Mélenchon ai socialisti.

Il terzo evento era la riapertura di Notre Dame, scampata miracolosamente al rogo del 15 aprile 2019 che distrusse la guglia e il tetto, e ricostruita più bella e solenne di prima. Stavolta gli Stati Uniti saranno rappresentati da Donald Trump, al suo primo viaggio estero dopo la rielezione. Macron farà un altro bellissimo discorso, ricorderà le radici cristiane della Francia «figlia primogenita della Chiesa», farà notare che Parigi è stata l’unica potenza europea a non aver mai combattuto una guerra contro gli Stati Uniti d’America. Ma a Notre Dame ci sarà un altro primo ministro indicato da Macron, Michel Barnier, fresco di dimissioni.

Alle elezioni del giugno scorso, il presidente aveva fermato l’avanzata di Marine Le Pen grazie a un’alleanza, non dichiarata ma evidente, con la sinistra. Poi però ha varato un governo appeso alla benevolenza di Marine Le Pen. Non poteva durare. E non è durato.

Barnier è caduto mercoledì. Era dal 1962 che il Parlamento non infliggeva al governo l’onta di un voto di censura. Allora i deputati si ribellarono all’elezione diretta del presidente della Repubblica; che si chiamava Charles de Gaulle, e avrebbe vinto la partita. Nelle elezioni del 1965 - per dire il livello della politica francese di allora - il suo sfidante fu François Mitterrand.

Stavolta la partita Macron l’ha persa e la perderà. Il macronismo è finito. L’idea di tagliare le ali e avanzare al centro ha funzionato per due elezioni presidenziali, ma è crollata di fronte alla crisi sociale e all’impopolarità del presidente. Per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, l’estrema sinistra e l’estrema destra hanno votato insieme.

Il governo Barnier non era certo il primo governo di minoranza. François Mitterrand resse il Paese per cinque anni, dal 1988 al 1993, senza la maggioranza assoluta in Parlamento. I comunisti però si guardavano dal votare le mozioni di censura presentate dalla destra gollista. Quanto ai lepenisti, in Parlamento non c’erano. Ora Marine Le Pen ha 126 deputati.

Adesso cosa succede? L’Assemblea per un anno non può essere sciolta. Macron esclude di dimettersi, Le Pen e Mélenchon insistono. Ardono dal desiderio di sfidarsi al ballottaggio per l’Eliseo. E Marine sa che la sua unica chance di vincere è affrontare al secondo turno un esponente della sinistra. Ma l’establishment francese ha un candidato pronto, un uomo come il Macron del 2017? O è rassegnato all’avvento dell’estrema destra?

Al presidente, in teoria, resta ancora una mossa: varare un governo con una maggioranza più larga, aperta ai socialisti. Il Nuovo fronte popolare non è un partito; è un cartello elettorale. I riformisti potrebbero avere la forza di sottrarsi all’egemonia di Mélenchon. Ma davvero sono pronti a sacrificare i propri interessi elettorali alla stabilità del Paese? Anche nel campo macronista ci sono le prime defezioni. I candidati all’Eliseo, a cominciare dall’ex primo ministro Eduard Philippe, ormai guardano al proprio tornaconto.

Il fallimento di Macron non è una buona notizia per l’Europa. Anche perché è speculare al fallimento del cancelliere Olaf Scholz. L’impotenza dei governi europeisti dei due più grandi Paesi dell’Ue conferma che il vento della storia tira nella direzione del sovranismo, o per meglio dire del neo-nazionalismo. Che può essere letto come una sorta di egoismo di massa, ma anche come una legittima reazione dei popoli, che chiedono allo Stato nazionale la protezione dallo strapotere del capitalismo globale. Eppure non saranno Le Pen e Mélenchon a risolvere il crollo del potere d’acquisto, l’indebolimento del ceto medio, l’irrilevanza dell’Europa nelle guerre alle sue frontiere orientali e meridionali.

Certo, il fallimento di Macron all’apparenza è una buona notizia per Giorgia Meloni, che con il presidente francese non ha mai legato. Ma se i Paesi dell’Ue, a cominciare dal nostro, pensano di affrontare Trump e le sue minacce – i dazi, il disimpegno dalla Nato, l’abbandono del continente a Putin – ognuno per proprio conto, preparano davvero il suicidio europeo.

4 dicembre 2024 ( modifica il 5 dicembre 2024 | 08:12)

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da - corriere Aldo Cazzullo
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