TITO BOERI. -

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IL COMMENTO

di TITO BOERI

Commissariati da "Merkozy"

DOVEVA ESSERE il week-end del salvataggio dell'euro e dell'intera costruzione europea. Lo ricorderemo invece per i sorrisi sarcastici di Sarkozy 1 alla conferenza stampa in chiusura del vertice europeo, quando gli è stato chiesto un giudizio sugli impegni presi dal nostro presidente del Consiglio. Lo ricorderemo per gli ammiccamenti fra il presidente francese e Angela Merkel.

Lo ricorderemo per il lungo silenzio di quest'ultima di fronte ai dubbi espressi in modo così evidente sulla credibilità di chi rappresenta il nostro Paese. Questo teatrino non solo è umiliante, ma anche ha dei costi per tutti noi: è difficile per chi guarda all'Italia dall'estero scindere le opinioni sul nostro presidente del Consiglio da quelle sulle nostre istituzioni.

Ieri il "duunvirato Merkozy" ha operato un netto distinguo tra, da una parte, Grecia e Italia e, dall'altra, gli altri paesi coinvolti nella crisi del debito. Si sono rivolti a Berlusconi e a Papandreou come se fossero loro il problema, come se avessero "la stessa faccia", e le nostre istituzioni fossero della "stessa razza" di quelle che in Grecia hanno per lungo tempo occultato
le vere dimensioni del deficit pubblico.

Spiace ritrovarsi accomunati a chi ha scatenato la crisi del debito, ed è per noi ingeneroso ogni parallelo fra le istituzioni che monitorano e certificano i conti pubblici nei due paesi. Ma è innegabile che portiamo grandi responsabilità se non nella genesi, quanto meno nell'escalation della crisi, per i pesanti ritardi con cui il nostro governo è intervenuto in questi mesi.

Ed è del tutto comprensibile che i contribuenti tedeschi e francesi che dovranno impegnarsi di più per tenere l'Euro in piedi si vogliano oggi tutelare contro il rischio che chi beneficia degli aiuti ne approfitti per rinviare ulteriormente scelte difficili quanto inevitabili.

A ben vedere il problema è tutto lì: non usciremo dalla crisi fin quando non solo i leader, ma anche l'opinione pubblica francese e dei paesi dell'ex area del marco si saranno convinte che gli strumenti di salvataggio che si vanno faticosamente approntando a livello europeo non sono un pozzo senza fondo.

Hanno non poche ragioni per temere atteggiamenti opportunistici. Se la Banca Centrale Europea non fosse intervenuta massicciamente a sostegno dei nostri titoli di stato negli ultimi tre mesi, non avremmo un governo che continua a procrastinare le misure per la crescita, dopo aver per lungo tempo cercato di rinviare ai posteri anche l'aggiustamento fiscale.

Eppure non usciremo dalla crisi senza un prestatore di ultima istanza di dimensioni sufficienti, come potrebbe esserlo la Bce. È questo in fin dei conti il problema affrontato in queste interminabili riunioni d'emergenza dei leader europei: come trovare consenso per interventi della dimensione richiesta dall'aggravarsi della crisi, rassicurando gli elettori del "cuore dell'Euro" sulla qualità del risanamento in atto nei paesi ad alto debito.

Vertice dopo vertice, gli interventi sulla carta messi a disposizione per sostenere i paesi in crisi del debito sono sempre più consistenti, per qualche giorno magari convincono anche i mercati, ma poi si rilevano ogni volta insufficienti per bloccare il contagio, la diffusione a macchia d'olio della crisi. Si potrebbe ironizzare sui tantissimi complicati schemi ideati in questi mesi per cercare di aumentare le risorse messe effettivamente in campo dai vari governi.

Sono riuscite a riportare in auge gli strumenti di finanza creativa ritenuti responsabili della crisi del 2008! Come nel caso dei vituperati CDOs, si impacchettano i "titoli tossici" dei paesi periferici con quelli di paesi che godono ancora della tripla A. Ma i mercati hanno imparato la lezione: non è un caso che lo spread fra i bund tedeschi e i titoli emessi dal fondo di salvataggio europeo si siano pericolosamente allargati negli ultimi giorni.

Il fatto è che finché si interverrà reagendo alla diffusione della crisi, anziché cercando di anticiparne gli sviluppi futuri, si sarà sempre in ritardo. Bisognerebbe invece sorprendere i mercati mettendo in campo un credibile prestatore di ultima istanza, in grado di intervenire ben oltre i limiti oggi imposti al fondo salva stati, impedendo il fallimento di altri stati dopo la Grecia. La Banca centrale europea ha tutte le caratteristiche per ricoprire questa funzione, peraltro svolta dalla Fed sull'altra sponda dell'Atlantico.

Ma giustamente la Bce non intende cimentarsi in questo compito fin quando non avrà ricevuto un chiaro mandato politico e legale dai governi della zona dell'Euro. Si è già spinta molto al di là dei compiti tradizionali di una banca centrale negli ultimi anni, diventando una specie di hedge fund, e non può diventare prestatore di ultima istanza dei governi, oltre che delle banche della zona euro, senza un preciso mandato. Altrimenti, oltre ad agire illegalmente, non sarebbe credibile perché i governi potrebbero un domani smettere di ricapitalizzarla, non dotandola di quelle risorse che le permettono effettivamente di fare prestiti ai paesi (e alle banche) in difficoltà.

La Bce non verrà mai messa in condizione di operare come la Fed, oppure di finanziare un fondo di salvataggio europeo, finché gli elettori ai due lati del Reno non si convinceranno del fatto che non c'è comportamento opportunistico nei paesi del Sud Europa. Per questo la Merkel e Sarkozy hanno ieri parlato come veri e propri commissari straordinari del nostro paese, sostenendo che d'ora in poi vigileranno passo dopo passo su ciò che farà Berlusconi, e si sono spinti fino a imporre un ultimatum di tre giorni e a dettare un'agenda di misure a un grande paese fondatore dell'Unione.

Si rivolgevano soprattutto agli elettori tedeschi e francesi. Il nostro Presidente del Consiglio ha reagito annunciando una riunione d'emergenza del Consiglio dei Ministri e misure su pensioni e vendita di immobili pubblici. Avremmo evitato tutto questo se il nostro governo avesse agito per tempo senza dover subire alcun ultimatum dall'Europa. Non è solo una questione di orgoglio nazionale. Abbiamo bisogno di riforme che affrontino i nodi strutturali, specifici del nostro paese. Bene, dunque, che le riforme per la crescita siano decise da noi, invece che essere imposte dall'esterno.
 

(24 ottobre 2011) © Riproduzione riservata
da - http://www.repubblica.it/politica/2011/10/24/news/commissariati_da_merkozy-23747183/?ref=HREA-1

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L'analisi

I cinque nodi dell'equità

di TITO BOERI


La prima manovra del Governo Monti deve passare nel Paese prima ancora che in Parlamento. Solo in questo modo il nuovo esecutivo avrà il tempo di occuparsi davvero delle misure per la crescita, di cui sin qui non si ha traccia o quasi.

Sono fondamentali per portarci fuori dal baratro perché con questa manovra, la pressione fiscale salirà ben oltre il 46 per cento e il peso delle entrate sul totale del reddito generato in Italia supererà il 50 per cento. Roba da uccidere un canguro di media stazza. Figuriamoci una lumaca come è stato il nostro paese in questi anni.

Perché la manovra sia accettata dagli italiani deve apparire equa, deve richiedere sacrifici ben distribuiti. Diverse critiche mosse alla manovra in nome dell'equità non sono affatto eque, nel senso che sono sbagliate o superficiali il che distoglie dal trovare correttivi adeguati. Ma è indubbio che l'equità della manovra può essere molto migliorata nel passaggio parlamentare. Cominciamo dalle tre aree fondamentali su cui si gioca la distribuzione dei sacrifici  -  casa, pensioni ed evasione fiscale  -  per poi passare a tasse sul lusso, costi della politica e frequenze del digitale terrestre.

La parte del leone nella manovra (un terzo del totale) è rappresentata dalla tassa sulla prima casa, la nuova Ici, chiamata Imu per non dare un dispiacere a chi l'aveva inopinatamente abolita. Si è scritto che colpirebbe soprattutto i cittadini più poveri. Non è così. Stime
preliminari svolte su un modello di microsimulazione costruito sull'indagine sulle famiglie della Banca d'Italia suggeriscono che quasi la metà del gettito della tassa verrà raccolto tra il venti per cento più ricco della popolazione. La tassa ridurrebbe ancora di più le disuguaglianze nella distribuzione dei patrimoni se i valori catastali fossero allineati a quelli di mercato.

Da anni si parla di rivalutare gli estimi catastali, ma nessun governo ha avuto la forza politica di farlo. Oggi sono magari gli stessi politici che hanno permesso a molti ricchi di pagare un nonnulla per immobili di grande valore ad accusare il governo Monti di inquità. A quanto pare, non c'è limite all'ipocrisia in politica. Per rimediare a questo problema si possono utilizzare i dati dell'Agenzia del Territorio che rilevano sistematicamente le transazioni immobiliari per tipologie di immobili in ogni quartiere ottenendo così valori di riferimento più vicini a quelli effettivi, in attesa del completamento della rivalutazione degli estimi. È un metodo senz'altro preferibile all'aumento proporzionale di tutti i valori catastali contemplato dalla manovra.

La mancata indicizzazione delle pensioni al di sopra di un certo importo (la soglia dovrebbe essere alzata a 1400 euro dopo la presa di posizione della Commissione Bilancio della Camera) è certamente iniqua, ma per ragioni molto diverse da quelle lamentate dai sindacati. I pensionati sono l'unica categoria il cui reddito disponibile non è diminuito durante la Grande Recessione, quando per l'italiano medio la perdita è stata dell'ordine dell'1,5%, con punte del 6% per giovani e famiglie con figli. Quindi può essere equo chiedere anche ai pensionati un contributo di fronte ad una crisi così grave. Stime preliminari di Massimo Baldini, basate su modelli di microsimulazione, (presto su lavoce. info i risultati) dicono che anche in questo caso più del 50% dei tagli colpirebbe il 30% di famiglie italiane più ricche.

Ma ci sono due problemi. Primo, non pochi pensionati, soprattutto quelli più anziani, non sono in condizione di rispondere a questa riduzione permanente delle loro prestazioni pensionistiche mettendosi a fare lavoretti per compensare le perdite. Per fortuna sono relativamente pochi a trovarsi in questa situazione: guardando i dati Inps ci si accorge che i pensionati con più di 70 anni hanno mediamente pensioni tra i 500 e i 600 euro, dunque inferiori a qualunque soglia di esenzione sin qui contemplata. Questo spiega anche la relativa esiguità dei risparmi ottenuti col blocco delle indicizzazioni (meno di due miliardi a regime). Si potrebbe concentrare l'intervento su chi ha preso la pensione di anzianità negli ultimi dieci anni ottenendo pensioni fino a tre volte quelle medie di vecchiaia e ottenendo rendimenti dai propri contributi nettamente superiori non solo a chi andrà col contributivo, ma anche a chi ha avuto accesso alla sola pensione di vecchiaia col retributivo. Sarà come un contributo ritardato al regalo che hanno ricevuto in tutti questi anni.

Secondo, nello stabilire le soglie si continua a ragionare come se contassero le prestazioni individuali, quando in realtà due terzi dei pensionati riceve più di una prestazione. E non pochi hanno altre fonti di reddito. Quindi alzare le soglie non necessariamente rende la misura più equa perché ci possono essere persone che ricevono una pluralità di prestazioni tutte al di sotto della soglia, totalizzando un reddito pensionistico superiore a questo livello. Bisognerebbe allora sommare tutte le prestazioni pensionistiche ricevute dallo stesso individuo e possibilmente tutte le sue fonti di reddito, esentando solo chi ha redditi al di sotto di un reddito minimo.

Terzo, bisognerebbe comunque dare ai pensionati una chance di recuperare ciò che verrà loro tolto in questi due anni. Un modo per farlo è legare la parte di prestazione eccedente il reddito minimo all'andamento dell'economia italiana: se torneremo a crescere a tassi sostenuti, i pensionati potranno recuperare quanto è stato loro tolto con questa manovra. Servirebbe anche a creare quella constituency a favore della crescita che oggi manca nel nostro Paese.

Ciò che ha eroso il sostegno alle politiche di risanamento in Grecia è il mancato contrasto dell'evasione fiscale che ha permesso a molti di farla franca. Per evitare questo rischio la manovra doveva assolutamente aumentare gli strumenti di deterrenza all'evasione fiscale, a partire dall'incrocio delle fonti statistiche già disponibili sui patrimoni degli italiani. Non lo ha fatto, mettendosi in linea di continuità col governo precedente. È invece fondamentale cambiare rotta. Scoraggiando in partenza i comportamenti illeciti, anziché limitarsi ad accertarli una volta che sono stati compiuti, si riesce tra l'altro ad avere benefici immediati dalla lotta all'evasione senza aspettare i tempi lunghi del contenzioso. Non si capisce neanche perché il Governo Monti non intenda sottoscrivere un accordo con la Svizzera sui capitali esportati analogo a quello siglato da Germania e Regno Unito.

Nelle percezioni di equità contano anche i simboli. Il governo ha voluto puntare sulle cosiddette tasse sul lusso, che dovrebbero fruttare complessivamente non più di 300 milioni. Scelta discutibile perché si rischiano di colpire anche i lavoratori di industrie in cui il nostro Paese è all'avanguardia. Ma se proprio si vuole seguire questa strada bisogna farlo con perizia. La tassa sulle automobili di lusso prende come riferimento la potenza del motore, colpendo allo stesso modo chi ha auto usate con valori commerciali vicini allo zero e chi ha una Mercedes nuova di zecca, del valore di 150.000 euro. Il fatto è che le autovetture si deprezzano molto rapidamente. Perché non tassare allora in base al valore commerciale delle autovetture?

Per risultare più equi agli occhi degli italiani, il governo poteva portare i compensi dei parlamentari allo stesso livello dei politici in altri paesi europei. Può ancora farlo. Non c'è bisogno di una legge ad hoc. Basta decurtare il bilancio della Camera e del Senato obbligando così i due rami del Parlamento a tagliare drasticamente le componenti accessorie della retribuzione di deputati e senatori. Ad esempio, gli uffici di presidenza di Camera e Senato potrebbero decidere che i rimborsi vengono concessi solo a fronte di ricevute di spese effettivamente sostenute o che i collaboratori dei politici devono essere pagati direttamente dalle due Camere e non dagli stessi parlamentari  - il che permetterebbe tra l'altro di regolarizzare la posizione contributiva di molti "portaborse" che oggi (sic!) lavorano in nero.

Infine equità significa smettere di regalare il patrimonio pubblico. Lo abbiamo chiesto al Ministro Passera fin dal giorno del suo giuramento: bisogna porre fine all'assegnazione gratuita dei canali sul digitale terrestre agli operatori televisivi. Se non è più possibile intervenire sulle procedure d'asta, bene almeno tassare gli operatori televisivi in base all'utilizzo delle frequenze. Se poi questi non vogliono pagare, dovrebbero restituire le frequenze allo Stato che potrà rimetterle a gara. E destinare i proventi di questa vendita alla riduzione del debito pubblico.

(09 dicembre 2011) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2011/12/09/news/i_cinque_nodi_dell_equit-26317817/?ref=HRER1-1

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I PROSSIMI CENTO GIORNI DEL GOVERNO MONTI

di Tito Boeri 28.02.2012


Il giudizio più importante sull'operato del governo Monti nei suoi primi cento giorni è quello dei mercati. E ci dice che lo spread tra Italia e Germania sui titoli decennali è sceso del 30 per cento mentre si è dimezzato quello fra Italia e Spagna. Ora l'azione deve passare dalla gestione dell'emergenza alle scelte davvero importanti che rilancino la crescita economica del nostro paese. A partire dai due terreni sin qui prescelti: mercato del lavoro e liberalizzazioni. Con riforme che eliminino la dualità del primo ed estendano le seconde ad altri comparti, come banche e assicurazioni.

Abbondano i bilanci sui primi cento giorni del governo Monti. Molti giornali pubblicano pagelle del governo e dei singoli ministri. Noi siamo abituati a utilizzare i voti per le cose serie, per valutare i nostri studenti nel quadro di esami ben più approfonditi di quelli che ci capita di leggere in questi giorni un po’ dappertutto.

IL VOTO DEI MERCATI E DELLE FAMIGLIE

Peraltro, il voto più importante sull’operato del governo sin qui è quello offerto dai mercati. Ci dice che lo spread Italia-Germania sui titoli decennali è sceso del 30 per cento, da 519 punti a 359 punti base e quello fra Italia e Spagna si è quasi dimezzato, passando da 59 a 32 punti base.
 
Da quando la Banca centrale europea ha smesso di intervenire massicciamente a sostegno dei nostri titoli pubblici, l’andamento dello spread è legato soprattutto a scelte di portafoglio di investitori esteri e banche italiane. È un voto straniero anche perché le banche tornano a comprare i nostri titoli di stato grazie alla lending facility istituita dalla Bce, che verrà presumibilmente potenziata ulteriormente.
Le imprese e le famiglie italiane stanno esprimendo il loro giudizio sul governo negli indici di fiducia. In entrambi i casi sono in rialzo, ma significativamente solo quelli legati alla situazione economica generale del paese, piuttosto che quelli legati alla loro condizione individuale. L’impressione è che si tiri un respiro di sollievo nel notare di avere finalmente un governo che, tra l’altro, gode di reputazione internazionale ed è in grado di reagire a eventi esterni. Non siamo più disarmati di fronte alla crisi. Allo stesso tempo, non si reputa che l’iniziativa dell’esecutivo sia in grado di scongiurare la recessione in corso nel nostro paese e, almeno secondo le stime della Commissione Europea, alle porte per la zona euro nel suo insieme.

DALL’URGENTE ALL’IMPORTANTE

È proprio questo il nodo cruciale su cui dovrà essere valutata la compagine di Monti. Dovrà sapere passare dalla gestione dell’emergenza al governo di ciò che è davvero importante, vale a dire alla capacità di decidere su ciò che può aumentare il tasso di crescita economica del nostro paese. Ha un’opportunità unica di fare alcune riforme fondamentali per agire sull’offerta in un momento in cui non ci si può certo basare su stimoli dal lato della domanda per tornare a crescere. Come nel 1992-3, l’emergenza economica e la crisi dei partiti hanno aperto uno spiraglio che non bisogna farsi sfuggire per riforme davvero incisive. Si può intervenire sugli ingranaggi che ci hanno relegato in uno “stato stagnazionario” (stazionario nella stagnazione) da ormai troppo tempo. A partire dai due terreni sin qui prescelti dal governo per rilanciare la crescita: la riforma del mercato del lavoro e le liberalizzazioni. La prima dovrà forzatamente affrontare i percorsi di ingresso nel mercato del lavoro a tutte le età, dato che il dualismo è ciò che oggi frena maggiormente la crescita della produttività del lavoro. Le liberalizzazioni non devono essere assolutamente diluite, come sembra purtroppo stia avvenendo, nel passaggio parlamentare. Al contrario, vanno potenziate ed estese ad altri comparti, a partire da banche e assicurazioni, seppur con modalità diverse, dato che in questo caso la mancanza di concorrenza è soprattutto legata alla struttura proprietaria, anziché alle regolamentazioni.

LE BANCHE E IL GOVERNO DEI BANCHIERI

Una crisi finanziaria non può che essere affrontata sul suo terreno, riducendo la stretta creditizia che oggi strangola molte imprese. Sin qui il governo non è intervenuto sul problema, se non indirettamente, attraverso gli effetti positivi sul costo del denaro e sul clima di fiducia associati alla riduzione dello spread. Ben altra decisione ci vorrà d’ora in poi.
È anche una questione di credibilità per il “governo dei banchieri”. Sarebbe paradossale, che dopo aver ridato credibilità internazionale al nostro Paese, perdesse credibilità in Italia su questo aspetto, rinunciando ad affrontare alla radice l’anomalia delle fondazioni bancarie e senza trovare correttivi alla stretta creditizia.
Per questo valuteremo senza dare voti, ma se possibile con ancora maggiore attenzione i prossimi cento giorni di questo governo. Lo incalzeremo come sempre abbiamo fatto per vedere se e in che misura riforma il mercato del lavoro, difende le liberalizzazioni che ha varato e ne estende la portata. Non smetteremo di proporre anche altri interventi sin qui del tutto estranei all’agenda di governo, come la riduzione della tassazione sul lavoro, a parità di gettito. E gli chiederemo di rispettare le scadenze che si è già dato e che vogliamo cominciare a ricordargli qui sotto.


Le principali scadenze del governo Monti
Scadenza    Oggetto    Articolo
30/04/2012    Decreto del Ministro dell'Economia e delle finanze - Dipartimento del Tesoro in cui si elencano gli investimenti finanziari che i tesorieri o i cassieri degli enti ed organismi pubblici devono smobilitare (ad eccezione di quelli in titoli di Stato italiani), entro il 30 giugno 2012. Le relative risorse andranno versate sulle contabilità speciali aperte presso la tesoreria statale.     Art. 35
(Misure per la tempestività dei pagamenti per l’estinzione dei debiti pregressi delle
amministrazioni statali nonché disposizioni in materia di tesoreria unica)
01/06/2012    Definizione di nuove regole per abbassare i prezzi dei conti correnti e dei pagamenti per via telematica.    Art. 27
(Promozione della concorrenza in materia di conto corrente o di conto di pagamento
di base)
30/06/2012    Emanazione del decreto del MSE sul fondo per la razionalizzazione della rete di distribuzione dei carburanti.    Art. 20
(Fondo per la razionalizzazione della rete di distribuzione dei carburanti)
30/06/2012    Definizione di nuovi bacini per i servizi pubblici locali, non inferiori al territorio provinciale    Art. 25
(Promozione della concorrenza nei servizi pubblici locali)
30/06/2012    Emanazione del Patto di Stabilità interno    Art. 25
(Promozione della concorrenza nei servizi pubblici locali)
30/06/2012    Smobilizzazione degli eventuali investimenti finanziari individuati con decreto del Ministro dell’Economia e delle finanze – Dipartimento del Tesoro da emanare entro il 30 aprile
2012, ad eccezione di quelli in titoli di Stato italiani, entro il 30 giugno 2012 e le relative risorse versate sulle contabilità speciali aperte presso la tesoreria statale.    Art. 35
(Misure per la tempestività dei pagamenti per l’estinzione dei debiti pregressi delle
amministrazioni statali nonché disposizioni in materia di tesoreria unica)
30/06/2012    Da questa data l’Autorità dell’energia si occupa anche dei trasporti.    Art. 36
(Regolazione indipendente in materia di trasporti)
01/09/2012    Applicazione delle nuove regole per abbassare i prezzi dei conti correnti e dei pagamenti per via telematica.    Art. 27
(Promozione della concorrenza in materia di conto corrente o di conto di pagamento
di base)
31/12/2012    Adozione di "uno o più regolamenti"…"per individuare le attività per le quali permane l'atto preventivo di assenso dell'amministrazione e disciplinare i requisiti per l’esercizio delle attività economiche, nonché i termini e le modalità per l’esercizio dei poteri di controllo dell’amministrazione, individuando le disposizioni di legge e regolamentari dello
Stato che ... vengono abrogate a decorrere dalla data di entrata in vigore dei regolamenti stessi.    Art. 1
(Liberalizzazione delle attività economiche e riduzione degli oneri amministrativi
sulle imprese)
31/12/2012    Espletamento delle procedure del concorso per complessivi 550 nuovi posti da notaio.     Art. 12
(Incremento del numero dei notai e concorrenza nei distretti)
31/12/2013    Bando per un concorso pubblico per la nomina fino a 500 posti di notaio.    Art. 12
(Incremento del numero dei notai e concorrenza nei distretti)
31/12/2014    Bando per  un ulteriore concorso pubblico per la nomina fino a 500 posti di notaio.    Art. 12
(Incremento del numero dei notai e concorrenza nei distretti)
entro 120 giorni dall'entrata in vigore    Emanazione di indirizzi e modifiche della disciplina attuativa delle dispozioni per contenere i costi e garantire la sicurezza e la qualità delle forniture di energia elettrica, nel rispetto dei criteri e dei principi di mercato.    Art. 21
(Disposizioni per accrescere la sicurezza, l’efficienza e la concorrenza nel mercato
dell’energia elettrica)
entro 150 giorni dall'entrata in vigore    
Al fine di ridurre i tempi e i costi nella realizzazione delle operazioni di smantellamento degli impianti nucleari e di garantire nel modo più efficace la radioprotezione nei siti interessati il Ministero dello sviluppo economico convoca la conferenza di servizi.    Art. 24
(Accelerazione delle attività di disattivazione e smantellamento dei siti nucleari)
entro 3 mesi dall'entrata in vigore    Istituzione di una specifica autorità indipendente di regolazione dei trasporti, per la quale il Governo presenta entro 3 mesi dalla conversione del presente decretro un apposito disegno di legge.    Art.36(Regolazione indipendente in materia di trasporti)
entro 3 mesi dall'entrata in vigore    Individuazione dei requisiti minimi necessari ad un razionale e corretto sviluppo del mercato degli intermediari del sistema di vendita della stampa quotidiana e periodica.    Art. 39
(Liberalizzazione del sistema di vendita della stampa quotidiana e periodica)
entro 6 mesi dall'entrata in vigore    Annuncio delle modalità di costituzione e di gestione del patrimonio degli enti locali destinato a garantire le obbligazioni per il finanziamento delle opere pubbliche.    Art.54 (Emissione di obbligazioni di scopo da parte degli enti locali garantite da beni immobili
patrimoniali ai fini della realizzazione di opere pubbliche)
entro 60 giorni dall'entrata in vigore    Il ministro dell'Economia e delle Finanze e il ministro della Giustizia devono "tipizzare" lo statuto standard delle Società Semplificata a rsponsabilità limitata e individuare i criteri di accertamento delle qualità soggettive dei soci    Art. 3(Accesso dei giovani alla costituzione di società a responsabilità limitata)
entro due mesi dall'entrata in vigore    Definizione tramite decreto della nuova metodologia di calcolo del prezzo medio del lunedì da comunicare al Ministero dello sviluppo economico per il relativo invio alla Commissione Europea, basata sul prezzo offerto al pubblico con la modalità di rifornimento senza servizio per ciascuna
tipologia di carburante per autotrazione.    Art. 19
(Miglioramento delle informazioni al consumatore sui prezzi dei carburanti)
entro due mesi dall'entrata in vigore    5. La componente tariffaria di cui all’articolo 25, comma 3, del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31, e successive modifiche e integrazioni, è quella di cui all’articolo 1, comma 1, lettera a), del decreto legge 18 febbraio 2003, n. 25, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 aprile 2003, n. 83. Le disponibilità correlate a detta componente tariffaria, sono impiegate, per il finanziamento della realizzazione e gestione del Deposito Nazionale e delle strutture tecnologiche di supporto e correlate limitatamente alle attività funzionali allo smantellamento delle centrali elettronucleari e degli impianti nucleari dismessi, alla chiusura del ciclo del combustibile nucleare ed alle attività connesse e conseguenti e alle altre attività previste a legislazione vigente che devono essere individuate con apposito decreto del Ministero dello sviluppo economico entro 60 giorni dall’entrata in vigore del presente decreto.    Art. 24 (accellerazione delle attività di disattivazione e smantellamento dei siti nucleari ) 
entro il 30 giugno di ogni anno     Emanazione di decreto di natura non regolamentare che individui i terreni agricoli e a vocazione agricola, non utilizzabili per altre finalità istituzionali, di proprietà dello Stato non ricompresi negli elenchi predisposti, nonché di proprietà degli enti pubblici nazionali, da alienare.    Art 66
(Dismissione di terreni demaniali agricoli e a vocazione agricola)
entro sei mesi dall’entrata in vigore    Emanazione del decreto relativo alla partecipazione
azionaria attualmente detenuta in Snam S.p.A.    Art. 15
(Disposizioni in materia di separazione proprietaria )
entro sei mesi dall'entrata in vigore    Definizione delle modalità per la progressiva dematerializzazione dei contrassegni, prevedendo la loro sostituzione o integrazione con sistemi elettronici o telematici, anche in collegamento con banche dati, e prevedendo l’utilizzo, ai fini dei relativi controlli, dei dispositivi o mezzi tecnici di controllo e rilevamento a distanza delle violazioni delle norme del codice della strada.    Art. 31
(Contrasto della contraffazione dei contrassegni relativi ai contratti di
assicurazione per la responsabilità civile verso i terzi per i danni derivanti dalla
circolazione dei veicoli a motore su strada)
entro sei mesi dall'entrata in vigore    Definizione delle modalità attuative della disposizione relative alla cartellonistica di pubblicizzazione dei prezzi presso ogni punto vendita di carburanti.    Art. 19
(Miglioramento delle informazioni al consumatore sui prezzi dei carburanti)
entro sei mesi dall'entrata in vigore    Annuncio delle modalità per individuare le effettive maggiori entrate e le modalità di destinazione di una quota di tali maggiori entrate per lo sviluppo di progetti infrastrutturali e occupazionali di crescita dei territori di insediamento degli impianti produttivi e dei territori limitrofi.    Art. 16
(sviluppo di risorse energetiche e minerarie nazionali strategiche)

(dal decreto Cresci Italia)
 
DA - http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002899.html

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La riforma del gattopardo

di Tito Boeri e Pietro Garibaldi,

da Repubblica, 22 marzo 2012

La riforma del lavoro che si va delineando ha due pregi e molti difetti. Il primo pregio è nel metodo. Sancisce, almeno sulla carta, la fine del diritto di veto delle parti sociali, che è cosa diversa dalla concertazione. Il lungo negoziato si concluderà senza firma delle parti sociali ma con un verbale in cui si annotano le differenti posizioni. E poi il governo procederà comunque. Staremo a vedere se il Parlamento permetterà all'esecutivo di intervenire senza il consenso delle parti sociali. Sembra, infatti, che si procederà non per decreto – come sin qui previsto nel caso di accordo – ma per legge delega e sappiamo quanto lungo, tortuoso e spesso inconcludente sia il processo di attuazione delle leggi delega. Ad ogni modo la novità è importante e positiva: le parti sociali non possono porre il veto su materie di portata così generale.

Il secondo pregio è nell'ampiezza della riforma. I problemi da affrontare erano quattro 1) l'entrata nel mercato del lavoro 2) la cosiddetta “flessibilità in uscita” 3) il riordino degli ammortizzatori sociali e 4) il dualismo fra lavoratori precari e lavoratori assunti con i contratti di lavoro a tempo indeterminato. La riforma indubbiamente affronta tutti questi temi.
Purtroppo questa ampiezza avviene a scapito della profondità e si ha come l'impressione di un intervento voluto dal Principe di Salina, “affinché tutto cambi perché nulla cambi”, per accontentare gli investitori esteri con il tabù infranto dell'articolo 18 e l'opposizione ricercata della Cgil (segnale del fatto che “è una riforma vera”), ma volendo di fatto conservare lo status quo. Vediamo perché, iniziando dalla flessibilità in uscita, dall'articolo 18.

La riforma dell'articolo 18 non riduce l'incertezza per le imprese dal partecipare alla roulette russa del licenziamento. La nuova norma – stando a quanto dichiarato dal ministro Fornero e ai testi circolati sino ad oggi – lascia in vigore il fronte esistente tra licenziamento giuridicamente legittimo e illegittimo, ma apre un nuovo fronte che sin qui non c'era: quello della distinzione fra licenziamenti economici individuali e licenziamenti disciplinari. Fino ad oggi il lavoratore licenziato in maniera illegittima non aveva interesse a chiedere di far valere la distinzione fra licenziamento disciplinare e licenziamento economico. Con la nuova riforma questa distinzione diventa cruciale. Col licenziamento disciplinare, infatti, il lavoratore è maggiormente compensato e, giudice permettendo, può essere reintegrato. La distinzione fra licenziamento economico e disciplinare è nella pratica molto labile. Chi è davvero in grado di stabilire se un lavoratore è poco produttivo perché lavora male (licenziamento disciplinare) o perché inserito in un'unità in crisi in cui non può “dare di più” (licenziamento economico)? In verità tutte e due le ragioni sono sempre vere, altrimenti l'azienda non lo avrebbe licenziato. Per questo il contenzioso inevitabilmente finirà per riguardare anche la qualifica, economica o disciplinare, del licenziamento.

Insomma, con la riforma si trasferisce un potere enorme ai giudici che, d'ora in poi, dovranno prendere le seguenti decisioni. Se il licenziamento è legittimo o illegittimo. Nel caso in cui fosse illegittimo, se è discriminatorio o non discriminatorio. Nel caso in cui non sia legittimo e non discriminatorio, se il licenziamento è economico o disciplinare. Nel caso in cui il licenziamento sia disciplinare, se si deve imporre la reintegrazione o solo il risarcimento del lavoratore.
Si aumenta così l'incertezza del procedimento e molto probabilmente la sua lunghezza. Chi guadagnerà veramente da questa riforma non saranno nè le imprese, nè i lavoratori, bensì gli avvocati specializzati in cause di lavoro.

Sugli ammortizzatori sociali non c'è allargamento nella platea dei potenziali beneficiari, estesa dalla riforma ai soli apprendisti e artisti-dipendenti, meno di 250.000 persone in tutto. I lavoratori a progetto e i precari continueranno ad essere esclusi dagli ammortizzatori. Non c'è neanche il promesso riordino degli strumenti esistenti. Non verrà abolita la cassa integrazione straordinaria, né di fatto verrà soppressa la cassa integrazione in deroga, destinata a trasformarsi in un ampio numero di fondi di solidarietà, presumibilmente uno per settore produttivo. Non viene abolito il sussidio di disoccupazione a requisiti ridotti e l'indennità speciale per i lavoratori agricoli e nell'edilizia, che servono oggi per lo più a integrare i salari di chi già lavora, piuttosto che ad aiutare chi ha perso il lavoro e ne sta cercando un altro. La recessione non è comunque il momento migliore per avviare queste riforme. Si rischia, infatti, di far decollare nuovi strumenti che sono strutturalmente in passivo e che richiederanno, ben oltre la recessione e la “paccata di soldi” data oggi, trasferimenti dalla fiscalità generale.

La riforma ridurrà in parte le differenze tra lavori precari e non. I lavori precari costeranno di più in termini di contributi, sia nel caso di contratti a tempo determinato che di lavori a progetto. Questa avviene aumentando il cuneo fiscale, la differenza tra costo del lavoro pagato dalle imprese e reddito netto percepito dal lavoratore. Nel caso di un vero riordino degli ammortizzatori, l'aumento dei contributi sarebbe potuto apparire ai lavoratori come un premio assicurativo piuttosto che una tassa. Così il legame fra contributi e prestazioni sarà tutt'altro che evidente.

In assenza di un salario minimo, nel caso di lavoratori a progetto e altri lavoratori parasubordinati, il maggiore carico contributivo potrà facilmente essere fatto pagare al dipendente sotto forma di salari più bassi. I lavoratori parasubordinati stanno già ricevendo lettere dai datori di lavorano in cui si annunciano riduzioni del loro compenso nel caso di riforme che aggravino i costi delle imprese.

Il meccanismo di entrata principale sarà quello dell'apprendistato. è un contratto che offre poche protezioni durante il periodo formativo, perché può essere interrotto al termine del periodo di apprendistato senza alcun indennizzo. Inoltre si applica soltanto ai giovani fino a 29 anni, mentre oggi più del 50 per cento dei lavoratori precari ha più di 35 anni. Inoltre le parti sociali si aspettano un alleggerimento fiscale per l'apprendistato. Quello di aver aperto il portafoglio è stato forse il maggiore errore negoziale fatto del governo, poiché non è servito nemmeno a “comprare” il consenso delle parti sociali. E avrà effetti negativi sul deficit di bilancio.

In conclusione, gli interventi sul dualismo possono peggiorare la condizione dei lavoratori duali e aggravano i costi delle imprese senza offrire una vera e propria nuova modalità contrattuale in ingresso. Tutto questo rischia di ridurre fortemente la domanda di lavoro. La vera sconfitta e il vero paradosso sarebbe proprio quello, che la grande riforma non solo cambi tutto per non cambiare nulla, ma addirittura riduca il numero dei lavoratori occupati.

(22 marzo 2012)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-riforma-del-gattopardo/

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LA RIFORMA DEL PRINCIPE DI SALINA

di Tito Boeri e Pietro Garibaldi

22.03.2012

La riforma del lavoro ha due pregi e molti difetti. I pregi consistono nell'aver messo fine al potere di veto delle parti sociali e nell'ampiezza dei temi affrontati. Sull'articolo 18, le nuove norme danno più potere ai giudici e aumentano l'incertezza. Non si allarga la platea dei potenziali beneficiari degli ammortizzatori sociali. Gli interventi sul dualismo possono peggiorare la condizione dei lavoratori e aggravano i costi delle imprese senza offrire una vera nuova modalità contrattuale in ingresso. Con il rischio che tutto questo riduca fortemente la domanda di lavoro.

La riforma del lavoro che si va delineando ha due pregi e molti difetti.
Il primo pregio è nel metodo. Sancisce, almeno sulla carta, la fine del diritto di veto delle parti sociali. Il lungo negoziato si concluderà senza firme, ma con un verbale in cui si annotano le differenti posizioni. E poi il governo procederà comunque. Staremo a vedere se il Parlamento permetterà all’esecutivo di intervenire senza il consenso delle parti sociali. Sembra, infatti, che si procederà non per decreto - come sin qui previsto nel caso di accordo - ma per legge delega e sappiamo quanto lungo, tortuoso e spesso inconcludente sia il loro processo di attuazione . Ad ogni modo, la novità è importante e positiva: le parti sociali non possono porre il veto su materie di portata così generale.
Il secondo pregio è nell’ampiezza della riforma. I problemi da affrontare erano quattro: 1) l’entrata nel mercato del lavoro 2) la cosiddetta “flessibilità in uscita” 3) il riordino degli ammortizzatori sociali e 4) il dualismo fra lavoratori precari e lavoratori assunti con i contratti di lavoro a tempo indeterminato. La riforma indubbiamente affronta tutti questi temi.
Purtroppo questa ampiezza avviene a scapito della profondità e si ha come l’impressione di un intervento voluto dal principe di Salina, “affinché tutto cambi perché nulla cambi”, per accontentare gli investitori esteri con il tabù infranto dell’articolo 18 e l’opposizione ricercata della Cgil (segnale del fatto che “è una riforma vera”), ma volendo di fatto conservare lo status quo. Vediamo perché, iniziando dalla flessibilità in uscita, dall’articolo 18.

L’ARTICOLO 18 E LE NUOVE REGOLE DELLA ROULETTE

La riforma dell’articolo 18 non riduce l'incertezza per le imprese dal partecipare alla roulette russa del licenziamento. La nuova norma, stando a quanto dichiarato dal ministro Fornero e ai testi circolati sino a oggi, lascia in vigore il fronte esistente tra licenziamento giuridicamente legittimo e illegittimo, ma ne apre uno nuovo: quello della distinzione fra licenziamenti economici individuali e licenziamenti disciplinari. Fino a oggi, il lavoratore licenziato in maniera illegittima non aveva interesse a chiedere di far valere la distinzione fra licenziamento disciplinare e licenziamento economico. Con la nuova norma, la distinzione diventa cruciale. Col licenziamento disciplinare, infatti, il lavoratore è maggiormente compensato e, giudice permettendo, può essere reintegrato. La distinzione fra licenziamento economico e disciplinare è nella pratica molto labile. Chi è davvero in grado di stabilire se un lavoratore è poco produttivo perché lavora male (licenziamento disciplinare) o perché inserito in un’unità in crisi in cui non può “dare di più” (licenziamento economico)? In verità, tutte e due le ragioni sono sempre vere, altrimenti l’azienda non lo avrebbe licenziato. Per questo il contenzioso inevitabilmente finirà per riguardare anche la qualifica, economica o disciplinare, del licenziamento.
Insomma, con la riforma si trasferisce un potere enorme ai giudici che, d’ora in poi, dovranno prendere le seguenti decisioni:

    Se il licenziamento è legittimo o illegittimo.
    Nel caso in cui fosse illegittimo, se è discriminatorio o non discriminatorio.
    Nel caso in cui non sia legittimo e non discriminatorio, se il licenziamento è economico o disciplinare.
    Nel caso in cui il licenziamento sia disciplinare, se si deve imporre la reintegrazione o solo il risarcimento del lavoratore.

Si aumenta così l’incertezza del procedimento e molto probabilmente la sua lunghezza anche perché interverrà obbligatoriamente un tentativo di conciliazione. Chi guadagnerà veramente dalla  riforma non saranno né le imprese, né i lavoratori, bensì gli avvocati specializzati in cause di lavoro.
Rimane l’incentivo per le imprese a procedere a licenziamenti collettivi anziché individuali. I primi costano molto di meno dei secondi. È paradossale che la legge incoraggi le imprese a decidere licenziamenti in massa anziché a graduarli nel corso del tempo onde ridurre gli effetti negativi sul mercato del lavoro locale. Infine, nulla cambia per le piccole imprese, quelle con meno di 15 addetti, a dispetto da quanto dichiarato dal ministro Fornero. I licenziamenti discriminatori erano nulli per queste imprese già prima della riforma.

IL MANCATO RIORDINO DEGLI AMMORTIZZATORI

Non c’è allargamento nella platea dei potenziali beneficiari degli ammortizzatori sociali, estesa dalla riforma ai soli apprendisti e artisti-dipendenti, meno di 300mila persone in tutto. I lavoratori a progetto e i precari continueranno a essere esclusi. Non c’è riordino degli strumenti esistenti. Ad esempio, non verrà abolita la cassa integrazione straordinaria, né di fatto la cassa integrazione in deroga, che è destinata a trasformarsi in un ampio numero di fondi di solidarietà, presumibilmente uno per settore produttivo. Né viene soppresso il sussidio di disoccupazione a requisiti ridotti e l’indennità speciale per i lavoratori agricoli e nell’edilizia, che servono oggi per lo più a integrare i salari di chi già lavora, piuttosto che ad aiutare chi ha perso il lavoro e ne sta cercando un altro. Vero è che la riforma si propone di dare i sussidi solo a chi è disoccupato, ma non è chiaro come si raggiungerà questo obiettivo tenendo in vita strumenti (e amministrazioni che li gestiscono) che sin qui hanno operato in modo molto diverso.
L’obiettivo essenziale di una riforma degli ammortizzatori deve essere quello di costruire pilastri assicurativi che siano in grado di reggersi sui contributi degli assicurati, lavoratori e imprese. L’equilibrio finanziario degli strumenti non deve necessariamente valere anno per anno, ma nell’ambito di un intero ciclo economico. Un buon sistema dovrebbe accumulare dei surplus durante i periodi di crescita, se necessario aumentando i contributi di lavoratori e imprese quando l’economia tira, e usare i surplus per pagare i sussidi e ridurre i contributi di lavoratori e imprese durante le recessioni. Il tutto senza richiedere l’intervento della fiscalità generale. Questa deve servire solo per finanziare l’assistenza sociale di base, quella riservata a chi ha esaurito il periodo di fruizione massima delle assicurazioni sociali, schemi a orario ridotto e sussidi di disoccupazione, e altrimenti cadrebbe in condizione di povertà.
Avevamo già sostenuto che la recessione non è il momento migliore per avviare queste riforme. Si rischia, infatti, di far decollare nuovi strumenti che sono strutturalmente in passivo e che richiederanno, ben oltre la recessione, trasferimenti dalla fiscalità generale. Siamo sicuri che nell’ambito della trattativa sono state svolte simulazioni dei costi dei nuovi strumenti e delle entrate contributive che verranno loro destinate. Sarebbe opportuno rendere edotti di queste stime tutti i contribuenti, dato che rischiano di doverci mettere altro, non preventivato, di tasca loro.

IL DUALISMO PRECARI NON PRECARI E IL “PARADOSSO” DEL COSTO DEL LAVORO

La riforma ridurrà in parte le differenze tra lavori precari e non. I lavori precari costeranno di più in termini di contributi, sia nel caso di contratti a tempo determinato che di lavori a progetto. Ciò avviene aumentando il cuneo fiscale, la differenza tra costo del lavoro pagato dalle imprese e reddito netto percepito dal lavoratore. Nel caso di un vero riordino degli ammortizzatori, l’aumento dei contributi avrebbe potuto apparire ai lavoratori come un premio assicurativo piuttosto che una tassa. Così il legame fra contributi e prestazioni sarà tutt’altro che evidente.
In assenza di un salario minimo, nel caso di lavoratori a progetto e altri lavoratori parasubordinati, il maggiore carico contributivo potrà facilmente essere fatto pagare al dipendente sotto forma di salari più bassi. I lavoratori parasubordinati stanno già ricevendo lettere dai datori di lavoro in cui si annunciano riduzioni del loro compenso nel caso di riforme che aggravino i costi delle imprese.

I MECCANISMI DI ENTRATA

Il meccanismo principale di entrata sarà quello dell'apprendistato. È un contratto che offre poche protezioni durante il periodo formativo, perché può essere interrotto al termine del periodo di apprendistato senza alcun indennizzo. Inoltre si applica soltanto ai giovani fino a 29 anni, mentre oggi più del 50 per cento dei lavoratori precari ha più di 35 anni. Le parti sociali si aspettano anche un alleggerimento fiscale per l’apprendistato. Quello di aver aperto il portafoglio è stato forse il maggiore errore negoziale fatto del governo, poiché non è servito nemmeno a “comprare” il consenso delle parti sociali. E avrà effetti negativi sul deficit di bilancio. Non c’è neanche il gradualismo nelle tutele, il loro incremento progressivo con l’anzianità di servizio che avrebbe incoraggiato i datori di lavoro a offrire fin da subito contratti a tempo indeterminato.
In conclusione, gli interventi sul dualismo possono peggiorare la condizione dei lavoratori duali e aggravano i costi delle imprese senza offrire una vera e propria nuova modalità contrattuale in ingresso. Tutto questo rischia di ridurre fortemente la domanda di lavoro.
La vera sconfitta e il vero paradosso sarebbe proprio quello che la grande riforma non solo cambi tutto per non cambiare nulla, ma addirittura riduca il numero dei lavoratori occupati.

da - http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002956.html

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