TITO BOERI. -
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26/6/2007
Taglio delle tasse addio
TITO BOERI
Con l'intesa raggiunta al Consiglio dei ministri di ieri gli italiani possono dire addio alla speranza di un taglio delle tasse in questa legislatura. L'extra gettito è stato tutto impegnato per finanziare nuove spese, molte delle quali sono destinate a durare nel corso del tempo. Anzi, se l'extra gettito dovesse poi rivelarsi un dono effimero, si dovranno nuovamente aumentare le tasse. Si rassegnino i più giovani: la montagna del debito pubblico non si abbassa.
Nonostante il contesto macroeconomico favorevole, che dovrebbe favorire una sensibile riduzione del debito pubblico, non ci sarà alcuna manovra nel 2008. E, a meno di sorprese nell'ultima fase della trattativa sulle pensioni, i lavoratori possono abituarsi fin d'ora all'idea che fra pochi mesi dovremo aprire un nuovo tavolo sulle pensioni per trattare dei veri problemi del nostro sistema previdenziale, una volta di più elusi, rinviati ai governi, politici e sindacalisti futuri.
La miopia della politica economica italiana sta diventando talmente forte da impedire di mettere a fuoco i numeri della calcolatrice. Il negoziato interno alla maggioranza, forse ancora più serrato che quello coi sindacati, si è sbloccato, a quanto pare, a partire dai risultati dell'autotassazione di giugno. Come se si stesse discutendo di come coprire le spese del prossimo mese e non invece di scelte che riguarderanno lo Stato sociale, dunque la lotta alla povertà e il futuro previdenziale nei prossimi 50 anni. In virtù di risultati dell'autotassazione migliori del previsto, il governo anziché abbassare l'obiettivo sul rapporto deficit/Pil per fine anno, ha deciso di alzarlo dal 2,1 al 2,5 per cento. Questo significa permettere di finanziare, con maggiore deficit pubblico, l'aumento delle pensioni minime, l'allungamento della durata dei sussidi di disoccupazione ordinari, il rifinanziamento delle ferrovie e dell'Anas. Il tutto per circa 6 miliardi di euro. Non c'è in tutte queste misure alcuna organicità. Se si voleva contrastare la povertà, ad esempio, si poteva varare una seria riforma degli ammortizzatori sociali che coprisse contro questo rischio a tutte le età. Sarebbe costata di meno di questa serie confusa di interventi. Avendo alzato il deficit per il 2007, il governo adesso cercherà di vendere a Bruxelles un obiettivo per il 2008 al 2,2%. Come dire che nel 2008 i saldi saranno peggiori di quelli su cui ci eravamo impegnati fino ad oggi per il 2007. Difficile che Bruxelles accetti questo artificio contabile perché infrange non una ma due regole al tempo stesso. Queste impongono, da una parte, che tutto l'extra gettito vada a riduzione del deficit e, dall'altra, che ogni anno si proceda ad un aggiustamento strutturale di almeno lo 0,5% fino all'azzeramento del deficit.
Sulle pensioni la partita è ancora aperta. La parola spetta ora ai sindacati. Nelle intenzioni del governo sembra che lo scalone verrà trasformato in due scalini. Nel 2008 si dovrebbe poter andare in pensione a 58 anni (anziché a 60 anni) e poi dal 2010 ci dovrebbe essere un inasprimento dei requisiti contributivi e anagrafici per avere una pensione piena. E' un nuovo scardinamento della riforma varata nel 1996 che prevedeva solo requisiti anagrafici (dai 57 ai 65 anni) per l'andata in pensione. Le quote sono complicate da capire, penalizzano le donne che hanno carriere contributive più brevi e portano a risparmi di spesa minimi. Non si sa ancora come verranno finanziati i costi della rimozione dello scalone. Soprattutto non sembra in vista un accordo riguardo ai cosiddetti coefficienti di trasformazione, quelli che serviranno a calcolare l'importo delle pensioni nel nuovo sistema contributivo. Il problema vero delle nostre pensioni è proprio quello di attribuire regole certe a chi inizia oggi a lavorare, mettendolo al riparo dal rischio politico di nuovi cambiamenti dei criteri di calcolo delle pensioni magari a ridosso dell'andata in pensione, quando si ha meno tempo per premunirsi. L'operazione che andava fatta, che doveva essere fatta fin dal 2005 per applicare la riforma Dini del 2006, era proprio la revisione dei coefficienti di trasformazione. Si annuncia solo l'ennesimo rinvio. Ciò significa che milioni di famiglie rimarranno in ansia. Il tormentone sulle pensioni non è affatto finito. Ci sarà solo la tradizionale pausa estiva.
da lastampa.it
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21/1/2008
Camicia di forza
TITO BOERI
Dopo nove mesi e otto giorni di estenuanti trattative, con sei mesi di ritardo rispetto alla scadenza naturale del contratto, i lavoratori metalmeccanici hanno ieri finalmente trovato un accordo. Questa volta hanno firmato tutti, anche la Fiom. E’ un bene che si ponga fine a un conflitto sociale che poteva degenerare in una fase delicata, di crescente instabilità politica.
È un bene anche porre fine a manifestazioni di piazza e blocchi stradali, che avevano già arrecato non pochi disturbi ai cittadini. Ma non ci sono lezioni né di merito, né di metodo da imparare da questo contratto. L’accordo è figlio di quegli assetti centralizzati della contrattazione, con un forte coinvolgimento dell'esecutivo e con un forte appiattimento retributivo, che hanno portato all'esplosione della cosiddetta questione salariale.
La presenza di un accordo nazionale inderogabile, con un ulteriore incremento salariale uniforme per tutte le imprese che non fanno contrattazione di secondo livello, impone incrementi salariali uguali su tutto il territorio nazionale, a dispetto di differenze consistenti nel costo della vita. Lo impone a un insieme di imprese molto diverse, che vanno dalla Fiat alle aziende che producono software, da quelle della componentistica elettronica a quelle artigianali della lavorazione dei metalli, dagli odontotecnici agli orafi. Non si rendono possibili quelle innovazioni nella struttura retributiva che possono favorire un recupero della produttività e, con essa, un più forte incremento dei salari. Non si riesce, una volta di più, a innovare l'organizzazione del lavoro: la sua disciplina, peraltro molto dettagliata, nel contratto dei metalmeccanici rimane ancora la stessa di 35 anni fa. E il coinvolgimento diretto del governo nella contrattazione salariale lo espone a pressioni che non dovrebbe subire: il salario nel settore privato non è materia di sua competenza.
Da domani, c'è da scommetterlo, torneremo ad assistere alla questua per spartirsi il nuovo tesoretto sotto la minaccia di uno sciopero generale, già indetto per il 15 febbraio. Non passa giorno senza che arrivino nuove richieste per spartirsi la torta, da chi sin d'ora è stato escluso dal negoziato. Prima Confindustria ha chiesto di ridurre di 5 punti il cuneo fiscale sul lavoro, proponendo, bontà sua, di destinare questa volta 3 punti ai lavoratori e 2 ai datori di lavoro. Poi sono arrivate le richieste delle sigle destinate normalmente alle briciole, ai posti in seconda fila ai tavoli della concertazione. E poi c'è una concertazione in atto all'interno della stessa maggioranza. Si discute su a chi dare e a chi togliere. Non stupisce che i sindacati reclamino sconti fiscali per i loro iscritti; né che l'associazione degli imprenditori li reclami, questi sgravi, per i propri aderenti. Sorprende invece che il governo non abbia sin qui avuto la capacità di arginare queste richieste sempre più pressanti indirizzandole a una strategia di politica economica che miri a risolvere i due problemi di fondo del paese: la bassa crescita strutturale e gli oneri imposti dalla montagna di debito pubblico. Il malessere che i lavoratori lamentano trae origine proprio dalla combinazione di questi due problemi. In una economia che non cresce non vi sono risorse da redistribuire, non ve ne sono per migliorare le condizioni di vita, non ve ne sono per investire nel proprio futuro. In un'economia oberata dal debito pubblico, il peso della tassazione lascia poche risorse disponibili ai consumatori limitandone la capacità di spesa.
Proprio per questo non si possono risolvere i problemi del nostro paese con una semplice redistribuzione delle risorse. L'unico risultato sarebbe quello di avere l'anno successivo un'altra categoria pronta a porgere il cappello perché è venuto il suo turno. Il reddito disponibile del settore privato nel suo complesso non cambierebbe e, con esso, in modo significativo la domanda di beni. Gli squilibri della finanza pubblica rimarrebbero gli stessi di prima o peggiorerebbero. Questo modo di procedere ci condanna, in prospettiva, a una guerra fra poveri, destinandoci a perdere sempre più posizioni nella gerarchia internazionale dei paesi per reddito pro capite. Dopo la signora Ruiz sarà il signor Stavrakis a superarci.
Per cercare una via d'uscita ai problemi del paese e al malessere degli italiani bisogna che la politica economica e, con questa, la contrattazione tra le parti, tornino a guardare in avanti anziché indietro. La questua di queste settimane guarda solo all'indietro, vuole ridistribuire l'extragettito del 2007, dando per scontato il fatto che si ripeterà nel 2008. Il governo prende tempo aspettando di conoscere i consuntivi dell'anno scorso. Mentre la contrattazione salariale interviene in costante e crescente ritardo per rimediare a posteriori alla perdita di potere d'acquisto dei salari. Tutto questo non può incentivare, stimolare comportamenti che facciano crescere il paese, la produttività del lavoro e l'occupazione, quantità e qualità dell'impiego al tempo stesso.
Ecco un impegno che il governo e l'opposizione potrebbero prendere nei confronti degli italiani. Il prelievo fiscale sul lavoro diminuirà quando e dove si riuscirà a far crescere produttività e occupazione al tempo stesso. Le parti sociali saranno così stimolate a rafforzare il legame fra salario e produttività in ciascuna impresa. Forse penseranno di più a come rendere più produttivi e stabili i tanti nuovi posti creati in questi anni tra i giovani e gli immigrati, ignorati una volta di più dal contratto dei metalmeccanici (che pone un tetto di quasi 4 anni al lavoro temporaneo, un’eternità). E sarà chiaro a tutti che è la crescita a rendere possibile il taglio delle tasse anziché il contrario.
da lastampa.it
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Una missione per la politica
di TITO BOERI
Sono in molti in Italia ad avere issato lo spinnaker sperando di gonfiarlo col ponente teso che spira dopo la vittoria di Barack Obama. Ma non basta usare vele con nomi anglosassoni e agitare le bandiere di "chi può" per tornare a essere politicamente competitivi. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti ha di fronte a sé un'agenda obbligata e margini di manovra molto ristretti. Ha vinto con un programma meno radicale di quello di Hillary Clinton. Né si intravedono sin qui quei grandi cambiamenti nelle coalizioni di governo, i cosiddetti "political realignments", che preludono alle grandi svolte nella politica americana. I ripetuti messaggi di continuità con l'amministrazione Bush lanciati nella prima conferenza stampa da presidente degli Stati Uniti in pectore sono indicativi.
Investire sul futuro di Obama è perciò un'impresa ad alto rischio. Molto meglio investire sul passato di Obama, sulla sua incredibile campagna elettorale, fatta di primarie vere, dall'esito spesso imprevedibile perché molto più partecipate che in passato, e di internet, come strumento di comunicazione e di finanziamento. Abbiamo molto da imparare dal candidato Obama nel migliorare i processi di selezione della classe politica all'interno del nostro paese.
Il suo "yes, we can" è soprattutto un riconoscimento alla democrazia di internet, alla sua capacità di moltiplicare il potere delle idee, al di là, se non contro, i grandi mezzi di comunicazione. Ma internet non sarebbe bastato se non ci fossero state regole che permettono una vera competizione all'interno dei partiti, aperta anche a chi sta fuori dall'establishment.
Chi vuole raccogliere la bandiera di Obama deve accettare queste regole, deve permettere una vera competizione nel mercato del lavoro dei politici. Ne abbiamo disperato bisogno. I problemi del nostro paese sono in gran parte problemi di inadeguatezza della nostra classe dirigente, a partire dalla classe politica.
Nel passaggio dalla Prima alla seconda Repubblica il processo di selezione della nostra classe politica è solo peggiorato. Una volta esistevano i partiti di massa che svolgevano al loro interno la selezione. Contavano le decisioni dei vertici, ma anche i militanti potevano dire la loro. Difficile essere candidato senza il gradimento della base, anche in un collegio elettorale sicuro. Poi i partiti di massa si sono sgonfiati, il rapporto fra militanti ed elettori è crollato, e sono rimasti quasi solo i capi partito a selezionare la classe politica.
Il loro potere è sopravvissuto alla crisi dei partiti, in alcuni casi si è addirittura rafforzato grazie alla crisi dei partiti, come dimostrano i tanti one-man party che sono fioriti negli ultimi anni.
Cosa ha dato a questi comandanti senza esercito tanto potere? Sicuramente il finanziamento pubblico dei partiti che ha messo ingenti risorse a disposizione delle segreterie. Ma anche regole elettorali, come le liste bloccate, che hanno reso autocratica la selezione dei politici. Come è stato usato tutto questo potere dai segretari dei partiti? Male, molto male, almeno dal nostro punto di vista. Abbiamo avuto parlamentari sempre più vecchi e sempre meno istruiti, come documentano i dati raccolti da un gruppo di ricercatori coordinati da Antonio Merlo dell'Università della Pennsylvania (www. frdb. org). La quota femminile è rimasta più o meno la stessa. Sono, invece, aumentate le cooptazioni all'interno della classe dirigente: la quota di manager tra i nuovi parlamentari, ad esempio, è costantemente cresciuta fino a toccare il record nelle ultime elezioni, con un manager ogni quattro nuovi eletti.
La candidatura di qualcuno dell'establishment rientra spesso in uno scambio di favori. Meglio se il candidato è inesperto e non intende fare carriera in politica. Anche a costo di sguarnire le commissioni parlamentari, è bene tarpare le ali a potenziali concorrenti. Fatto sta che in Italia c'è una fortissima rotazione nei parlamentari: un deputato su tre rimane in carica per un solo mandato, contro, ad esempio, uno su cinque negli Stati Uniti. E' un bene? Niente affatto. La politica è una professione impegnativa, si impara facendo.
Oggi l'Italia è dominata da un gruppo ristretto di politici a vita che danno l'illusione del ricambio permettendo a innocui "volti nuovi" di entrare a Montecitorio o a Palazzo Madama. Non si investe in nuovi parlamentari. Né i nuovi parlamentari investono in una carriera tra gli scranni: semmai il Parlamento diventa un parcheggio, una pausa in cui coltivare reti di relazioni utili per il dopo.
Il tutto avviene, ovviamente, a carico dei contribuenti. Ed è un carico elevato dato che gli stipendi dei parlamentari sono aumentati a tassi da boom economico (+4% l'anno) dal 1980 ad oggi, mentre il Paese entrava progressivamente in una lunga fase di stagnazione. La nostra ben pagata pattuglia al Parlamento Europeo è storicamente quella coi tassi di rotazione più alti dell'Unione: addirittura un parlamentare su tre lascia prima della fine del suo mandato. E' un mestiere complicato quello del parlamentare europeo. Quando si comincia a imparare qualcosa, si sono già fatte le valige, meglio i bauli, del rimpatrio.
I cappellini pro-Barack sono "one size fits most", una taglia va bene per molti, ma non per tutti. Chi vuole metterseli in testa deve accettare di cambiare le regole di selezione della classe politica. Basta col finanziamento pubblico dei partiti. Basta con le liste bloccate. Meno parlamentari e, quei pochi, scelti con cura dalla base dei partiti nell'ambito di primarie vere, il cui esito non è precostituito dalle segreterie. C'è qualcuno lassù disposto a raccogliere questa sfida?
(11 novembre 2008)
da repubblica.it
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ECONOMIA LE RISORSE ANTICRISI
Come trovare più soldi per le famiglie
di TITO BOERI
IL GOVERNO ieri sera ha presentato un piano di circa quattro miliardi di euro per contrastare la recessione. Sono troppo pochi e vengono dispersi, come al solito, in mille rivoli. Quindi saranno del tutto inefficaci. È possibile invece attuare interventi più ambiziosi senza mettere a rischio i nostri conti pubblici. Per farlo però ci vogliono due condizioni. La prima è saper scegliere le priorità, le cose da fare e quelle da non fare. Solo pochi interventi mirati, consistenti e duraturi sono in grado di avere un impatto sul comportamento di famiglie e imprese riducendo la durata della crisi, contribuendo in questo modo a migliorare i nostri conti pubblici. La seconda condizione è saper approfittare della recessione per rimettere la casa in ordine, come stanno facendo tutte le famiglie e le imprese italiane.
È possibile avviare fin da subito un processo di ristrutturazione della spesa pubblica che porti a risparmi consistenti quando saremo usciti dalla crisi. Nessuno ci chiede di ridurre il nostro indebitamento oggi, nel mezzo della crisi. Possiamo permetterci di agire su due tempi: oggi stimolare l'economia, preparando le condizioni per riduzioni di spesa che si materializzeranno domani, completando il risanamento dei nostri conti pubblici.
I veri vincoli sono politici
L'impressione è che i veri vincoli contro i quali oggi si scontra l'azione di governo siano politici. Da settimane si succedono gli annunci di grandi piani a sostegno di banche, imprese e famiglie o per grandi infrastrutture. Poi tutti questi piani faraonici il giorno prima di essere varati vengono rinviati o derubricati. Il fatto è che non si è trovata una sintesi. I costi di queste indecisioni sono altissimi. In un periodo in cui grande è solo l'incertezza, con le famiglie italiane terrorizzate dalla crisi, questi continui rinvii alimentano il sospetto che alla fine tutti questi annunci si risolveranno nel nulla. Così le banche continuano a disfarsi di attività e a stringere il credito, le imprese a tagliare costi e personale e le famiglie a stringere la cinghia.
Quali priorità nel contrastare la recessione?
La riforma degli ammortizzatori sociali, come ormai riconosciuto da tutti (incluso il Fondo Monetario Internazionale) è la priorità numero uno per il nostro paese. Ma non per il ministro del Welfare. Secondo Sacconi (intervista a Repubblica di venerdì scorso) ci sono al massimo le risorse per ampliare i cosiddetti "fondi in deroga" e per concedere una copertura una-tantum "di emergenza" ai lavoratori del parasubordinato. Chi propone una riforma definitiva degli ammortizzatori sociali, sempre secondo il ministro, "non si confronta con i numeri di finanza pubblica".
Vediamoli allora questi numeri. Nel 2009 scadranno titoli di stato per un quinto del nostro debito. La crisi ha fatto scendere il loro rendimento di circa uno-due punti, a seconda delle scadenze. Come stimano Angelo Baglioni e Luca Colombo su lavoce questo significa risparmi dell'ordine di 3,8 miliardi di euro di spesa per interessi sul debito. Sommando a questi le risorse che si risparmierebbero abrogando l'anacronistica detassazione degli straordinari, che sta contribuendo a distruggere posti di lavoro, vorrebbe dire avere a disposizione più di 4 miliardi di euro per riformare gli ammortizzatori.
Bastano e avanzano per introdurre un sussidio unico di disoccupazione allargato ai lavoratori parasubordinati (costo nella recessione di 2 miliardi e mezzo) e per allungare i sussidi forniti ai lavoratori delle piccole imprese (circa un altro miliardo e mezzo di euro). A regime queste risorse potranno essere reperite razionalizzando la spesa per le cosiddette politiche attive, molto costose e di dubbia efficacia, specie in periodi di recessione. Quindi la riforma degli ammortizzatori si può fare senza aumentare le spese rispetto a quanto previsto a settembre. Se non la si fa è per pura scelta politica.
Ci sono risorse per altri interventi?
I nostri conti pubblici sono fortemente peggiorati nel 2008. Il rapporto deficit-pil è quasi raddoppiato dal 2007 (1,6%) al 2008 (dovrebbe attestarsi al 2,7-2,8%). Non è solo colpa della congiuntura. Nel 2008 le entrate fiscali sono cresciute meno che in passato in rapporto all'andamento dell'economia e dei prezzi. Soprattutto le entrate dell'Iva sono state deludenti. Il Governo ha abolito una serie di misure antievasione introdotte nella passata legislatura (dall'obbligo di tenere l'elenco clienti fornitori alla tracciabilità dei compensi, dall'innalzamento del tetto per i trasferimenti in contante all'eliminazione dell'invio telematico dei corrispettivi). Il messaggio di lassismo fiscale è stato forte e chiaro, anche alla luce della performance dell'attuale ministro dell'Economia nel quinquennio 2001-6.
L'aumento dell'evasione finisce anche oggi per concentrare il prelievo fiscale sul lavoro dipendente, la cui quota sulle entrate tributarie dovrebbe quest'anno raggiungere il massimo assoluto (26,5%, più di un euro su quattro). Quindi le minori entrate non riducono la necessità di riduzioni del carico fiscale del lavoro dipendente, che finirebbero per beneficiare subito le famiglie e, gradualmente, anche le imprese. Ad esempio, un incremento permanente di 500 euro delle detrazioni fiscali a favore di lavoratori dipendenti e parasubordinati costerebbe circa 6 miliardi. Sarebbe di gran lunga più efficace di interventi estemporanei, che essendo percepiti come tali, finirebbero per alimentare soprattutto i risparmi delle famiglie. L'aumento delle detrazioni beneficerà soprattutto chi ha redditi più bassi, stimolando maggiormente i consumi.
Come finanziare queste riduzioni del prelievo sul lavoro?
Sia la Commissione Europea che il Fondo Monetario Internazionale ci chiedono di rinviare l'aggiustamento a dopo il 2009. Si potranno trovare le coperture dopo. Ma questo non significa non cercare subito di procurarsele. Al contrario, bene approfittare della crisi per avviare un processo di ristrutturazione della spesa pubblica che può portare a consistenti risparmi e a un miglioramento dei servizi forniti ai cittadini. Si tratta qui di entrare nei dettagli, capitolo di spesa per capitolo. Non sono possibili generalizzazioni. Solo il metodo è lo stesso. Occorre individuare i tagli di spesa fatti bene, che permettano riduzioni di tasse migliorando la qualità dei servizi resi ai cittadini, rimuovendo i vincoli legislativi e agendo sugli incentivi delle amministrazioni e sul controllo sociale che viene esercitato su di loro dalle famiglie.
Nelle prossime settimane cominceremo a fare questa ricognizione, prendendo in considerazione una varietà di voci. Partiremo da scuola ed edilizia scolastica (il 9% del bilancio dello Stato) per occuparci poi di giustizia (1,6%), trasporti (1,7%), infrastrutture (0,8%), ordine pubblico e sicurezza (2%) previdenza (14,7%) e, infine, rapporti con le autonomie locali (22,6%). In tutto copriremo così più del 50 per cento del bilancio pubblico, addirittura due terzi di quello al netto degli oneri sul debito.
(Questo articolo esce oggi anche sul sito lavoce)
(25 novembre 2008)
da repubblica.it
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ECONOMIA LA POLEMICA
Se Gheddafi spazza le norme anti-Opa
di TITO BOERI
La prima della Scala è stata trasmessa in mondovisione sugli schermi di mezzo pianeta, ma non in Italia.
I nostri telespettatori non sono così balzati sulla sedia accorgendosi che un tenore americano era stato affiancato all'ultimo minuto alla soprano.
Ma hanno avuto anche loro una sorpresa: il corposo ingresso nell'Eni di un fondo sovrano, di dubbio candore, nella prima delle nuove norme sulle Opa.
Ricordiamo i passi salienti di questa vicenda, purtroppo meno avvincente dell'opera verdiana. Nelle pieghe del decreto anti-crisi approvato dieci giorni fa dal governo vi sono alcune norme che rendono più difficile scalzare il management di un'impresa mal gestita.
In particolare, si è rimossa la passivity rule, la norma che impedisce agli amministratori della società bersaglio di intraprendere azioni per ostacolare il successo di un'offerta pubblica d'acquisto (Opa) di azioni della società. È una scelta paradossale in un pacchetto anti-crisi perché deprime ulteriormente i corsi delle azioni delle società quotate a Piazza Affari e, dunque, i risparmi di milioni di piccoli risparmiatori che già hanno subito ingenti perdite in conto capitale negli ultimi 12 mesi. Il nostro presidente del Consiglio aveva preannunciato questo provvedimento fin da metà ottobre come una misura necessaria "per evitare che aziende italiane sottovalutate per le attuali condizioni di mercato fossero oggetto di Opa da parte di fondi sovrani".
Aveva anche aggiunto di avere avuto notizia di fondi sovrani, soprattutto "di paesi produttori di petrolio", intenzionati a "investire massicciamente sui nostri mercati".
Da allora ci siamo chiesti, anche su queste colonne, perché per ostacolare l'intervento di fondi sovrani nel capitale delle nostre imprese si dovessero irrigidire le nostre norme sulle Opa, internazionalmente riconosciute come equilibrate e trasparenti.
Ammesso e non concesso che i fondi sovrani fossero davvero una minaccia per le nostre imprese, non sarebbe stato meglio regolare l'ingresso di fondi sovrani nel capitale delle nostre imprese strategiche anziché irrigidire le norme sulle Opa? E a quali temibili fondi sovrani di paesi produttori di petrolio faceva riferimento il nostro presidente del Consiglio?
In questi giorni abbiamo avuto la risposta alla seconda domanda, ma non alla prima. Un comunicato della Presidenza del consiglio dei ministri ci ha informato che il governo libico ? attraverso il suo fondo sovrano (il Lybian Energy Fund, Lef) ? entrerà nel capitale azionario della maggiore azienda energetica italiana, l'Eni, con una quota fino al 10 per cento, una partecipazione più alta di quella oggi detenuta dalla Cassa Depositi e Prestiti, ormai trasformata in banca governativa. Il Lybian Energy Fund, come secondo azionista, potrà nominare un proprio rappresentante nel consiglio d'amministrazione dell'Eni, una compagnia di cui lo Stato ha voluto mantenere il controllo proprio in virtù della sua natura strategica.
Sebbene un tempestivo editoriale del Sole24ore, quotidiano di proprietà di Confindustria, che a sua volta riceve un'importante quota associativa dall'Eni, ci abbia prontamente rassicurato sul vero significato di questa operazione ("una nuova pagina nei rapporti fra Italia e paesi emergenti"), è legittimo pensare che tra i temibili fondi sovrani cui faceva riferimento il nostro presidente del Consiglio ci fosse anche il Lef. Del resto, Sergio Romano ha ieri svelato sul Corriere della Sera che i reggenti dei paesi alle porte di casa nostra si erano sentiti direttamente chiamati in causa dalle parole del nostro presidente del Consiglio.
Cerchiamo allora di capire. Il nostro governo vara norme che rendono meno contendibili le nostre imprese in nome della protezione delle nostre imprese strategiche dai fondi sovrani dei paesi produttori di petrolio. Al tempo stesso accoglie a braccia aperte un fondo sovrano libico in un'impresa strategica per i nostri approvvigionamenti di energia. Torniamo perciò alla domanda inevasa. A cosa servono veramente le nuove norme sulle Opa? Forse a proteggere la struttura di controllo delle nostre imprese, anche quelle meno strategiche, da qualunque investitore intenzionato a fare meglio del management attuale?
E in cambio di cosa si concede protezione a questo management, che in diversi casi ha contribuito attivamente al declino economico del nostro paese? Confidiamo questa volta in delle risposte vere. Perché la foglia di fico messa sulle nuove norme anti-Opa è volata via con il libeccio di questo lungo weekend.
(9 dicembre 2008)
da repubblica.it
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