LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: Adriana CERRETELLI  (Letto 5577 volte)
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« Risposta #30 il: Settembre 20, 2017, 10:29:30 »

La politica industriale che serve all’Europa

Di Adriana Cerretelli 
20 settembre 2017

Dieci anni fa gli addetti ai lavori ci ridevano sopra: l’idea di un treno carico di container che partiva dalla Cina per scaricare, 11mila km dopo, merci in Europa sembrava uno scherzo, l’iperbole della fantasia e anche dell’irrazionalità.

L’anno scorso sulla nuova via della seta, come la chiamano i cinesi, sono transitate 500mila tonnellate di manufatti destinati all’Unione. Nel primo semestre di quest’anno la cifra è già cresciuta più del 140% rispetto allo stesso periodo 2016. Per i vantaggi nel confronto con il tradizionale trasporto via porti e aeroporti: in quanto meno costosa e più accessibile a tutti, la rotaia apre il mercato europeo anche alla concorrenza delle aree più povere della Cina, quelle finora tagliate fuori dalla grande corsa all’Ovest.

Ma i cinesi sono noti per il puntiglio con cui elaborano le strategie di lungo termine: la ferrovia di Marco Polo è il corollario logico del programma Made in China 2025 con i suoi colossali investimenti per far compiere all’industria manifatturiera il balzo in avanti verso l’innovazione tecnologica più spinta, il viaggio verso il 4.0 e il G5 per conquistare nuovi primati globali nella robotica e intelligenza artificiale applicata, passando per l’industria militare.

Nasce da qui, dalla grande paura di ritrovarsi nel giro di qualche anno completamente schiacciati dalla concorrenza di Pechino, l’improvvisa conversione dell’Europa all’idea di una politica industriale ambiziosa e strutturata, che le permetta di tener testa all’avanzata del “bulldozer” in parte ricalcandone lo schema di battaglia.

La settimana scorsa, nel discorso sullo Stato dell’Unione, ci ha pensato il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker a sdoganarla ufficialmente. Muovendosi peraltro nel solco aperto da Antonio Tajani , quando era commissario Ue all’Industria e anche ora da presidente dell’europarlamento.

L’Europa ha una base industriale forte che, con i suoi 32 milioni di addetti, sta uscendo dal buio della grande crisi: il suo valore aggiunto lordo è cresciuto del 6,4% tra il 2009 e il 2016, quello del manifatturiero del 25% in termini reali tanto che la sua quota nel Pil Ue è passata dal 15,5 % al 17,1%. Nello stesso periodo la produttività del lavoro è salita in media del 2,7% contro lo 0,7% degli Stati Uniti e il 3,4% del Giappone. Anche la tendenza alla riduzione dei posti di lavoro si è rovesciata: ne sono stati persi 1,8 milioni tra il 2009 e il 2013 ma dal 2013 ne sono stati creati 1,5 milioni di nuovi. Gli investimenti tornano a crescere anche se restano bassi quelli nell’innovazione del futuro, il tessuto della nuova rivoluzione industriale globale che avanza a passi rapidissimi.

Di qui l’estrema precarietà dell’attuale pedigree europeo, se l’Unione non si mette quanto prima al passo con gli enormi cambiamenti in atto: scelta obbligata perché, in quanto volano di produttività e crescita, cioè di prosperità condivisa, l’industria non è un patrimonio fungibile ma irrinunciabile.

In piena sintonia con l’approccio italo-franco-tedesco, la dottrina Juncker punta a sostenere vecchie e nuove leadership industriali europee, portando al 20% entro il 2020 la quota del manifatturiero nel Pil, puntando su innovazione, decarbonizzazione e digitalizzazione a tappeto, perché oggi nell’Ue solo un quinto delle imprese è sufficientemente digitalizzato ed è urgente il passaggio alla nuova generazione di connettività 5G, la chiave dell’intelligenza artificiale applicata alla produzione.

Se questo è l’obiettivo, i mezzi per raggiungerlo sono: completamento del mercato unico, unione bancaria e unione dei mercato dei capitali per facilitare la raccolta degli enormi capitali necessari a vincere la sfida, investimenti massicci in istruzione e formazione continua, un fondo per stimolare la cooperazione militare europea, una riforma della politica di concorrenza in quanto a sua volta motore di innovazione e investimenti tramite la spinta alla produttività. Infine una politica commerciale che, ribadendo il credo negli scambi aperti ne pretende anche equità e sostenibilità attraverso il rafforzamento degli strumenti di difesa commerciale e un nuovo sistema di valutazione degli investimenti extra-Ue nei settori industriali strategici (tecnologie di punta, infrastrutture, difesa).

Finalmente l’Europa s’è desta. O almeno sembra. Tutti i suoi Stati membri, Italia in testa con il secondo manifatturiero dell’Unione dopo la Germania, dovranno comunque fare molto seriamente la propria parte per poter vincere ciascuno la scommessa della sopravvivenza. La Cina è sempre più vicina, perché ha saputo cavalcare le libere frontiere della globalizzazione economica prima e meglio dei suoi concorrenti europei. Anche se l’Europa siamo noi, soltanto ora, in ritardo e purtroppo dopo i cinesi, cominciamo a scoprire e sfruttare le grandi potenzialità del suo ricco mercato e della sua massa critica. Vietati i ripensamenti e le solite logiche dell’ognun per sé. Questa volta sarebbero letali per tutti.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-09-19/la-politica-industriale-che-serve-all-europa-220940.shtml?uuid=AETxp4VC
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« Risposta #31 il: Marzo 15, 2018, 10:11:27 »

In cerca di un nuovo ordine

Di Adriana Cerretelli

Più crescita mondiale dice l’Ocse, 3,9% quest’anno e il prossimo, a patto che non esploda il protezionismo. Ma i venti di guerre commerciali e gli altolà agli investimenti cinesi in Occidente, la cronaca di questi giorni, sono solo protezionismo nudo e crudo o non invece il grimaldello di un sommovimento culturale?

Un sommovimento che fa i conti con il sistema del dopoguerra in frantumi e i contraccolpi della globalizzazione a ruota libera per ricostruire un nuovo ordine mondiale fatto di più equilibrio e meno Far West. L'interrogativo non ha una risposta immediata: arriverà solo quando la polvere delle attuali tensioni si sarà posata e se ne potranno misurare gli effetti concreti. Per ora colpisce un fatto paradossale: dietro i violenti scontri euro-americani si intravede una singolare ma sommersa unità di intenti. Che di fatto anima la comune politica di containment della Cina.

Tra Stati Uniti ed Europa oggi gli attriti appaiono insanabili. Impegnato nella campagna elettorale in Pennsylvania, Donald Trump sembra giocare a spararle sempre più grosse: non solo dazi imminenti sull'import di acciaio e alluminio da Ue, Canada e Giappone ma balzelli anche sulle auto tedesche, che pure sono ampiamente prodotte anche negli Stati Uniti.

L'Europa si prepara a rispondere prendendo in ostaggio quasi 3 miliardi di export Usa. Però prima di procedere aspetta le misure americane e continua a negoziare per ottenere sconti e ridurre i danni alla propria industria.

I segnali dalla Casa Bianca sono tanti e confusi: gli europei devono abbassare i dazi, agricoli in testa, aumentare i contributi alle spese militari in sede Nato, fare di più nei negoziati con la Cina per ridurne le enormi sovraccapacità produttive, prima di tutto nella siderurgia. Sono tutti i Leitmotiv dell'America First, dove però la supremazia suona più difensiva che offensiva, ansiosa di correzioni di squilibri mondiali consolidati più che di nuovi spazi di potenza da riempire. In fondo suona più europea che “gringa”.

Il parallelismo di interessi tra le sue sponde dell'Atlantico diventa più evidente se si guarda alle reazioni di Washington e Berlino di fronte alle scalate cinesi di imprese strategiche, il cui controllo rientra nella difesa della sicurezza nazionale.

Proprio perché avrebbe permesso alla Cina il sorpasso degli Stati Uniti nella tecnologia 5G, anticamera dell'intelligenza artificiale, Trump ha bloccato la scalata ostile di Broadcom al concorrente Qualcomm, n.2 americano nei semiconduttori, come aveva già fatto nel 2017 con Lattice e prima di lui il presidente Barak Obama con Aixtron. Per le stesse ragioni il Congresso rafforzerà controlli e raggio di azione della potente commissione sugli investimenti esteri.

In Germania come in Europa le vulnerabilità sono maggiori perché le salvaguardie sono tradizionalmente minori. Anche se ora il modello americano sta diventando sempre più quello da imitare. Dopo aver digerito due anni fa lo shock della conquista di Kuka, il suo campione nella robotica, da parte della cinese Midea, Berlino ha subito in febbraio un colpo ancora più duro quando Geely è diventata con poco meno del 10% il maggior azionista di Daimler che controlla Mercedes-Benz, all'avanguardia nelle batterie per l'auto elettrica. Anche il n.1 nel capitale di Deutsche Bank è diventato cinese.

Per questo da liberista incrollabile la Germania ha cambiato verso: non solo si sta armando di difese più efficaci contro investimenti esteri ostili ma con Francia e Italia invoca una cintura di sicurezza anche europea. I timori dell'Unione vanno ormai oltre quelli della sistematica rapina delle sue supertecnologie destinate a foraggiare il Made in China 2025, il programma industriale per fare della Cina il numero 1 del mondo nel manifatturiero di punta. Passano per le intrusioni in casa propria che dividono e condizionano i partner Ue sommersi e comprati dagli investimenti a pioggia per costruire le infrastrutture della nuova Via della Seta, dai vertici annuali del gruppo 16+1 che lega a doppio filo Pechino con i paesi dell'Est e dei Balcani, di cui 11 Ue. Il tutto mentre da anni Bruxelles tenta invano di strappare a Pechino un accordo sugli investimenti che ne abbatta le troppe barriere.

Tutto protezionismo? Certo, la spirale di ritorsioni e contro-ritorsioni è dietro l'angolo. Per tutti. Ed è molto stretto e accidentato il sentiero per rifare un ordine mondiale più equo ed equilibrato per tutti. Ma è un rischio da correre. Se Stati Uniti ed Europa si stanno ricredendo sui benefici illimitati del liberismo incontrollato non è per sconfessione ideologica ma perché sono stufi di vederlo strumentalizzato da concorrenti spregiudicati che lo usano per giocare con le carte truccate.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-03-13/in-cerca-un-nuovo-ordine-215301.shtml?uuid=AEXFCTGE
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« Risposta #32 il: Giugno 24, 2018, 11:41:28 »

Debolezze altrui e spazi per l’Italia

Adriana Cerretelli

L’atteggiamento dell’Italia in Europa è sempre stato quello del buon soldato, spesso insubordinato ma fedele e mai seriamente ribelle: coscienza della propria fragilità nazionale, ricerca di un asilo sicuro e anche di un senso di direzione. Dopo aver distribuito molti dividendi ma non sanato i ritardi di modernizzazione del paese, il famoso vincolo esterno, euro compreso, ha finito per creare intolleranze: troppo intrusivo, troppo rigore e norme economiche eccessive e sbagliate. Il consenso è saltato, i partiti nazional-populisti hanno vinto.

E così, per la prima volta nella storia comunitaria, l’Italia del Governo Conte si è messa di traverso. Con decisione e apparentemente senza paura. Ma fa paura, perché un partner tradizionalmente malleabile che all’improvviso diventa insolente, esigente e ostinato, evocando l’oltranzismo strumentale della Gran Bretagna thatcheriana, la burbanza dei veti ricattatori di Grecia e Spagna agli esordi europei, è un oggetto sconosciuto, pericoloso da maneggiare. Soprattutto nell’Europa divisa di oggi, a differenza di quella di ieri.

Realisticamente quali margini di manovra ha oggi l’Italia?
Di sicuro ha quelli delle debolezze altrui, che sono molte, ben distribuite e fatte anche delle diffuse idiosincrasie anti-Ue. Investono lo stesso direttorio franco-tedesco, usurato residuo del passato più che vivace motore del presente. E soprattutto, altro fatto inedito e sorprendente, assediano la Germania, dove il Governo Merkel rischia la caduta dopo tre mesi di vita.

Macron ci ha provato ma il suo europeismo modernista non sfonda né trova una spalla convinta nel cancelliere di una Germania mutante che non è più la sua. Merkel, fino a un anno fa abile demiurgo e pontiere di un’Unione spaccata, oggi ne è diventata ostaggio: debole e condizionata da un paese che non la segue, sbanda a destra, sempre più nazionalista e introverso, ostile all’Europa che costa, se per trasferimenti finanziari o migratori conta poco. Il fronte del Nord, Olanda, Scandinavia, Austria e Baltici, vive le stesse introversioni. Perfino il cautissimo europeismo della Merkel appare sempre più solo, disarmato e controcorrente. Merkel però non vuole perdere la cancelleria. E Macron non vuole perdere lei perché sa che chi venisse dopo sarebbe un interlocutore più duro. Però Macron da solo non può salvarla. E questo apre uno spazio all’Italia per giocare la sua partita a scacchi, provando a rompere il monopolio franco-tedesco. Anche con la sponda degli altri scontenti. L’occasione saranno i vertici di Bruxelles di domenica sui migranti e 4 giorni dopo sulle riforme europee. Finora Francia e Germania hanno provato a metterla in trappola, l’Italia, sul fronte migranti come sulla riforma di unione bancaria e eurozona. Nel primo caso non per cattiveria ma per la tradizionale remissività nazionale coniugata con una geografia ostile che finora ha fatto del nostro paese la vittima naturale degli altrui interessi europei. Nel secondo caso perché imprevedibilità e sbandate sull’euro dell’attuale governo insieme alla potenziale instabilità economico-finanziaria, complici iper-debito, banche fragili, scarsa produttività e competitività di sistema, crescita sotto la media Ue, rappresentano un pericolo reale per la tenuta dell’euro. Di qui il tentativo di imbrigliarla in una disciplina più stringente: riforma dell’eurozona con tetti massimi per le sofferenze, requisiti patrimoniali più esigenti per le banche, incalzante sorveglianza sul debito, prestiti ESM e aiuti Ue solo se condizionati al rispetto di nuove e vecchie regole. Tutte misure di salvaguardia per prevenire il rischio Italia e tranquillizzare i mercati: anche dopo la fine del QE di Mario Draghi, il governo dell’euro farà whatever it takes per impedire all’Italia di nuocere a sé stessa e agli altri membri del club. Di paternalismi più o meno benevoli ma prevalentemente interessati la nuova Italia non è disposta ad accettarne più. Vuole co-negoziare in prima persona le misure che la riguardano e non subirle. In alternativa, per affermare le sue ragioni, potrebbe anche usare l’arma del veto: sulla riforma del Trattato Esm, sul nuovo bilancio Ue multi-annuale 2021-27. Potrebbe, come ha già fatto, minacciare di bloccare il suo contributo ai fondi per la Turchia e per l’Africa. Potrebbe decidere di applicare la convenzione di Dublino solo alle frontiere di terra in attesa di modifiche. E non accettare i rifugiati respinti dalla Germania se non nell’ambito di un’intesa più generale.

Sono molte le carte da giocare, con realismo. L’Italia non può uscire dall’euro ma nemmeno l’euro dall'Italia. Le migrazioni vanno regolate e i migranti che ci sono vanno gestiti senza provare a scaricarli sul vicino. Per diventare migliore, l’Europa ha bisogno di pompieri intelligenti, non di guastatori e ipocriti opportunisti.

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Adriana Cerretelli

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« Risposta #33 il: Giugno 30, 2018, 04:43:58 »


Vertice Ue, un compromesso di facciata ha evitato il peggio

Di Adriana Cerretelli 30 giugno 2018

Hanno cantato tutti vittoria dopo un vertice che ha sfiorato il disastro, si è ripreso in una notturna al calor bianco e ha partorito un accordo di facciata più che di sostanza.

Era il meglio che si poteva fare su una materia, la politica migratoria, che divide le scene politiche interne e non può unire quella europea. La quale, in assenza di leader solidi e lungimiranti, non può che esprimere la somma di troppe risse nazionali e relativi partiti popolar-nazionalisti in ascesa. Questa volta la posta era molto più alta dell’oggetto in contesa: non a caso tutti l’hanno strumentalizzata con gli occhi puntati in casa.

La posta era la tenuta dell’Europa, di Schengen, la libera circolazione delle persone, pilastro delle quattro libertà del mercato unico. Caduto un mattone, avrebbe potuto crollare l’intero castello, euro compreso. In gioco era anche la sopravvivenza politica di Angela Merkel: senza la calma olimpica delle mediazioni del cancelliere nella convinzione degli interessi europei della Germania, il governo dei vari nazionalismi Ue sarebbe diventato ancora più difficile e forse impossibile. Il peggio è stato evitato. Il vertice però non ha prodotto il meglio ma il solito: un accordo di facciata che non risolve quasi niente ma rimanda problemi e rese dei conti. Come nel caso della riforma di eurozona e banche.

Nel comunicato finale dedicato al capitolo migranti, gli ottimisti vedono il principio di una svolta nella politica comune di asilo e gestione dei flussi: l’idea di una responsabilità condivisa, che potrebbe cominciare a farsi strada, come spera l’Italia, l’impegno a rafforzare il controllo delle frontiere e a lanciare una coerente politica di sviluppo e sinergie diffuse con l’Africa e la fascia dei Paesi del Mediterraneo che potrebbero accogliere “piattaforme di sbarco” per scoraggiare partenze e negrieri e smistare gli arrivi.

I realisti vedono alcuni auspici, più o meno ipocriti, e tanto status quo, nessuna voglia di politica migratoria comune. Per confermarlo, i 28 non hanno avuto nemmeno il buon gusto di attendere la fine del vertice. I Paesi di Visegrad, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, hanno inneggiato al loro «successo»: protezione rafforzata delle frontiere, redistribuzione dei rifugiati solo volontaria e mai obbligatoria, riforma di Dublino per consenso, cioè di fatto impossibile. Francia e Spagna hanno detto subito no a “centri chiusi” sul loro territorio e alla disponibilità ad accogliere migranti salvati in mare. Anche l’Italia, ha però detto il premier Conte, rifiuta i centri chiusi e non ha fatto accordi con la Merkel per riprendersi i rifugiati approdati in Germania.

Dopo il vertice sarà la volontarietà dei singoli a muovere la politica migratoria europea. Insieme agli accordi bilaterali. Il cancelliere tedesco ieri ne ha annunciati con Francia, Spagna e Grecia, disposti a riprendere i rifugiati approdati in Germania dai rispettivi Paesi per favorire la vittoria di Merkel nel duello con la Baviera. Però volontarismo e bilateralismo in un’Europa sempre più intergovernativa e sempre meno comunitaria ne postulano la frammentazione. Promettono un quadro di divisioni e steccati.

Se si aggiunge che da domenica alla guida dell’Unione ci sarà l’Austria con il suo duro programma di muri, prevale il timore che nell’impossibilità di organizzarne una gestione europea, come il vertice ha confermato, la sfida migratoria resti una bomba ad orologeria. In questo scenario i rischi per l’Italia sono destinati ad aumentare: la sua geografia non può cambiare come non cambierà Dublino che ne fa un Paese di prima accoglienza, gli ammortizzatori solidaristici europei restano una promessa evanescente come il controllo degli sbarchi. In compenso il mancato accordo con Merkel, ieri irritata con l’Italia ma prodiga di comprensione per Spagna e Grecia, potrebbe rivelarsi un atto di pericolosa miopia politica nell’Europa dove contano i rapporti di forza e si dovranno presto decidere le riforme di banche e Eurozona. E lo spettro di una mini-Schengen non è fugato.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-06-29/vertice-ue-compromesso-facciata-ha-evitato-peggio-220600.shtml?uuid=AEaL5rEF
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« Risposta #34 il: Luglio 04, 2018, 12:42:11 »

NUOVE CORTINE DI FERRO

 Adriana Cerretelli

SE nazionalismi E MURI smontano l’Europa

La caduta del muro di Berlino, la riunificazione tedesca prima ed europea poi l’avevano disintegrata, si sperava per sempre. Invece, quasi 30 anni dopo, una nuova cortina di ferro rischia di calare sull’Unione. I brillanti autori però non sono i nostalgici della defunta Urss o la Russia dello zar Putin.
Oggi ci pensano gli europei da soli, alzando steccati in casa propria, da Nord a Sud più che da Est a Ovest come allora, perché il Mediterraneo come le Alpi, il Brennero e i Balcani stanno tutti a Sud. E non li ferma la prospettiva di far saltare Schengen, la libera circolazione delle persone, il mercato unico e poi forse l’euro e tutto il domino europeo. Migrazioni e migranti sono la molla della furia autodistruttrice che consuma l’Unione, proprio quando l’emergenza flussi si è placata: sono 45.000 i salvati in mare nei primi sei mesi dell’anno e sono 20 alla settimana i casi trattati alla frontiera tedesca, ha ricordato ieri il deputato tedesco Udo Bullmann, presidente degli euro-socialisti.
In realtà la crisi è politica, per questo è una trappola mortale che erode la stabilità e i margini di manovra delle democrazie. Già il recente vertice Ue prometteva molto poco di buono: nell’immediato centri chiusi di detenzione solo su base volontaria e sullo sfondo di accordi bilaterali tra Stati Ue. Più protezione alle frontiere esterne, più aiuti e outsourcing del problema in Africa per domani e dopo. L’accordo doveva salvare il Governo Merkel ma il suo ministro degli Interni l’ha bocciato: insufficiente per ricompattare l’alleanza Cdu-Csu.
E così il cancelliere, fino a ieri l’indiscusso campione globale dell’Europa aperta e liberale, paladino del multilateralismo e dei valori umanitari, nemico giurato di tutti i protezionismi, insomma l’anti-Trump incarnato, ha siglato la propria resa. Ora attende il via libera dell’Spd, altro partner di coalizione. Già nel 2016 sponsorizzando l’accordo con la Turchia autoritaria di Erdogan per fermare i flussi incontrollati provocati da una sua decisione unilaterale, aveva dato prova di cinismo spregiudicato. Ora la sua capitolazione, con l’assenso ai centri di detenzione alle frontiere tedesche dove convogliare i rifugiati già registrati in altri paesi Ue in attesa di rimandarveli. Di fatto Angela Merkel ha accettato di comportarsi come l’esecrato Trump al confine messicano.
Molto peggio, ha abiurato al proprio credo per piegarsi alle sirene del neo-nazionalismo tedesco e dell’estrema-destra, che non sono molto diversi da quelli che proliferano in Austria, Italia, Francia, Olanda, Scandinavia, Polonia e Ungheria: li chiamano populismi per spregiarli, come se bastasse a fermarli. A non mettere in croce l’Europa.
Nessun paese però è in grado di influenzare il corso della storia europea come la Germania. Nel bene e nel male. Non a caso ieri a Strasburgo Sebastian Kurz, cancelliere austriaco e nuovo presidente dell’Ue, ha chiarito che se Berlino chiuderà le frontiere, Vienna seguirà blindando i confini a Sud, con Slovenia (già chiusi) e Italia. Inevitabilmente, ha detto, altri seguiranno e sarà la fine di Schengen, si dice temporanea.
Altrettanto inevitabilmente vittime designate del neo-nazionalismo tedesco diventeranno anche le riforme dell’eurozona e dell’unione bancaria, il bilancio pluriennale europeo: tutto quel che richiede solidarietà ma non quello che implica disciplina, rigore e la cosiddetta responsabilità, che per definizione non apparterrebbe ai paesi mediterranei. Ma la sbandata a destra di Merkel finirà anche per cambiare faccia e politiche dei popolari europei, primo gruppo (Ppe) dell’europarlamento, dove si potrebbero presto scoprire insospettate sintonie con Viktor Orban, l’autoritario premier ungherese che molti oggi vorrebbero mettere alla porta. Dove l’Opa della Lega europea, vagheggiata da Matteo Salvini con gli occhi puntati sulle europee del 2019, potrebbe apparire meno delirio politico e molto più progetto concreto e fattibile.
Nessuno però in Italia si deve illudere troppo. Anche se, guardando ai sempre più diffusi e condivisi malumori europei, il nostro isolamento potrebbe apparire più geografico che politico e in parte lo è, nella realtà paradossalmente l’assunto non funziona. Il primo test è venuto dal recente vertice Ue: pur conclamando, Merkel in testa, comprensione per il gran fardello migratorio di cui si è fatta e si fa carico l’Italia, poi ha pensato più alla ricollocazione dei rifugiati illegali tedeschi che alla responsabilità condivisa dei migranti che sbarcano in Italia, ai centri di detenzione “volontari” ma sempre in Italia. Se ci sarà crisi al Brennero, nessuno muoverà un dito: per Bruxelles le misure tedesche in linea con le regole Ue. Se ci saranno, le riforme di euro e banche punteranno prima di tutto a imbrigliarci per impedirci di nuocere agli altri. In breve, populisti di lotta o di Governo poco importa: per l’Europa che si sfalda inseguendo i più vari nazionalismi, restano sempre italiani. Le radicate e spesso gratuite diffidenze dei partner si vincono però solo dimostrando nei fatti che sono infondate.

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Adriana Cerretelli
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