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Autore Discussione: La Germania si è fermata. I punti cardinali dell'economia  (Letto 580 volte)
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« inserito:: Maggio 22, 2023, 10:43:09 am »

La Germania si è fermata

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Affari&Finanza - La Repubblica
Affari & Finanza - I punti cardinali dell'economia
22 maggio 2023

Buongiorno e ben trovati.
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Grazie, buona lettura e buona settimana.

 L'AGO DELLA BUSSOLA

 La Germania si è fermata...
... e l'Europa trema. Non soltanto per una questione di dimensioni (quello tedesco è ovviamente il sistema economico più grande d'Europa) ma soprattutto perché dal benessere dell'apparato produttivo tedesco dipende quello delle migliaia di aziende che, anche negli altri Paesi europei (primo fra tutti l'Italia) lavorano in filiera con i grandi gruppi industriali, dell'auto, della meccanica, della chimica e di numerosi altri settori della manifattura. Ecco perché gli imprenditori scrutano con preoccupazione i dati congiunturali tedeschi e le previsioni degli istituti di ricerca. Il Pil della Germania, nel primo quarto del 2023, è desolatamente piatto. Per l'intero anno, il Fondo monetario prevede un dato sotto lo zero, anche se di pochissimo, mentre la Commissione europea, che ha rilasciato le sue previsioni nei giorni scorsi, stima una crescita appena dello 0,2%, dunque quasi nulla. Una crescita all'italiana, se non fosse che l'Italia, secondo Bruxelles, nel 2023 crescerà dell'1,2%, addirittura un decimale in più della crescita media del continente.
La stagnazione tedesca è ormai certificata. Ma, come spiega nella sua inchiesta di copertina (su A&F e a questo link) la corrispondente di Repubblica a Berlino, Tonia Mastrobuoni, la stagnazione di questi mesi molto difficilmente si trasformerà in una recessione duratura. Il peggio della crisi energetica - per la Germania, totalmente dipendente dal gas russo, parecchio pesante - è anzi ormai alle spalle. E anche i crolli della produzione industriale, soprattutto del suo settore più importante, quello dell'auto, sembrano legati più a fattori contingenti che a una reale, strutturale debolezza. Eppure, la gran parte degli osservatori sono non soltanto prudenti ma proprio preoccupati per il futuro dell'economia tedesca.

Sono tre i fattori sui quali si concentrano le attenzioni. Il primo, la demografia: la Germania invecchia, come molti altri Paesi europei, e questo fattore rischia di condizionare pesantemente le prospettive di crescita. Per gli economisti del Kiel Institute for the World Economy la crescita potenziale media nei prossimi anni sarà sotto lo 0,5%, sotto lo 0,7% per l'agenzia di rating Scope.
Il secondo fattore: l'energia, che per l'industria tedesca resterà più cara che negli altri Paesi occidentali. Tanto che qualche analista parla senza mezzi termini di rischio-deindustrializzazione. Infine, il terzo fattore: la dipendenza dalla Cina, soprattutto sotto il profilo delle esportazioni.
"Sulla Germania si è scatenata negli ultimi anni una tempesta perfetta - commenta l'economista Paul de Grauwe, della London School of Economics, nell'intervista raccolta da Eugenio Occorsio - ma gli errori del governo di Berlino hanno aggravato la situazione". Primo fra tutti, la tradizionale ritrosia tedesca a impegnare soldi pubblici, in nome del freno al debito. Malgrado i 200 miliardi di sostegni e incentivi varati da Scholz nei mesi scorsi per affrontare il caro-bollette, la Germania continua a soffrire di un deficit di attenzioni e investimenti soprattutto sul fronte delle infrastrutture. E poi anche nella partita dell'energia in molti hanno giudicato un errore la decisione di Scholz di fermare definitivamente gli ultimi tre reattori nucleari attivi in Germania: affrontare l'impresa della decarbonizzazione potendo sfruttare anche la carta dell'energia nucleare avrebbe aiutato a tenere sotto controllo i costi. "I problemi ci sono - scrive Carlo Bastasin nel suo commento per A&F - ma la Germania, pur tra allarmismi eccessivi e lentezze, ha già dimostrato di saper cambiare, di poter ridisegnare un modello economico capace di assicurare crescita e stabilità".

IL NUMERO
30% e 15%
Due numeri, tanto per introdurre un argomento dove i numeri contano moltissimo. Il più 31,5% messo a segno dal titolo Apple a Wall Street ha inciso per il 30% sulla prestazione dell’intero indice S&P 500, in teoria il più rappresentativo della Borsa americana. Attraversiamo l’Atlantico e la situazione cambia poco. Il più 28,3% di cui si è reso protagonista il titolo del colosso del lusso Lvmh, sempre da inizio anno, ha determinato il 15% della performance dell’intero Eurostoxx, un indice a composizione variabile che fotografa l’andamento delle trecento più importanti società dell’Eurozona.
I dati sono stati elaborati da Mario Montagnani, senior investment manager della società svizzera di gestione Vontobel per illustrare un fenomeno che nel numero di oggi di Affari&Finanza abbiamo chiamato delle “ultra-corporation”: l’andamento delle Borse è sempre più determinato da un ristretto numero di titoli a larghissima capitalizzazione, che finiscono per lasciare indietro – anche in termini di valutazioni, oltre che di considerazione da parte degli investitori – la quasi totalità delle società che compongono i listini. Sempre da inizio anno (i dati sono stati rilevati al 17 maggio), il 40% dell’andamento dell’Eurostoxx è stato determinato dai titoli di un solo settore presenti fra i 25 a più larga capitalizzazione - i beni di consumo (che includono anche il lusso). A Wall Street l’impatto dei tecnologici – non tutti, ma anche in questo caso solo quelli presenti fra i primi 25 per capitalizzazione – sono invece responsabili del 90% della performance dello S&P 500.

I titoli che da inizio 2023 hanno contribuito di più alla performance dell'indice Eurostox
Anche oggi le valutazioni in termini di multipli di mercato sembrerebbero porre le basi per delle brusche correzioni, perché ci sono alcuni grandi titoli che sulla carta appaiono largamente sopravvalutati rispetto ad altri quasi misconosciuti. Montagnani sottolinea però alcuni fattori che giocano a favore delle ultra-corporation, e che si possono leggere nell’articolo. Qui solo una considerazione: le Borse oggi sembrano sempre più un gioco per pochissimi giganti, con tanti nanetti da giardino che se ne stanno ai margini a fare da spettatori. Non è detto che sia un bene, non solo per gli investitori.

Cosa c'è da leggere

La guerra in Ucraina sembra ancora lontana dal suo epilogo. Eppure già si ragiona sulla enorme opera di ricostruzione necessaria per rimettere in piedi il Paese. Secondo le stime, raccolte da Giovanni Pons e Luca Pagni nei loro servizi per A&F (qui il link), un primo conteggio arriva a un totale compreso tra 400 e 1.000 miliardi di lavori per ricostruire infrastrutture, linee ferroviarie, edifici, stabilimenti industriali. Le autorità locali e i leader dei maggiori gruppi industriali del Paese sono già al lavoro sui progetti, che naturalmente costituiscono una grande opportunità per le aziende di tutto il continente, comprese quelle italiane.
Partirà il 5 giugno il collocamento dei Btp Valore: su Affari&Finanza Vittoria Puledda ne spiega le caratteristiche e fa un confronto con gli altri titoli di Stato riservati agli investitori retail.
"Tra Wellbeing e Welfare, a che punto siamo?”. Questo è il titolo dell'evento di A&F Live che andrà in scena lunedì 29 maggio
alla Fondazione Feltrinelli (viale Pasubio, 5 Milano. Per partecipare basta registrarsi a questo link). Dopo il Covid, la crisi dell'energia e con l'inflazione che divora i redditi degli italiani, c'è sempre più bisogno di un fattore di riequilibrio e di sostegno - pubblico e privato - non solo sotto il profilo economico ma anche come tutela della qualità della vita e del lavoro.
Nella sua newsletter sul New York Times il premio Nobel Paul Krugman se la prende con le industrie farmaceutiche, accusandole di evasione fiscale. Il 2022 è stato un anno eccezionalmente redditizio per queste società, ma lo schema - grandi entrate nel mercato statunitense, con profitti dichiarati molto bassi - è stato costante nel tempo. Come fanno i giganti farmaceutici a metterlo in atto? Principalmente assegnando brevetti e altre forme di proprietà intellettuale a filiali estere situate in giurisdizioni a bassa tassazione. Le loro operazioni negli Stati Uniti pagano quindi ingenti commissioni a queste filiali estere per l'uso della proprietà intellettuale, facendo magicamente scomparire i profitti qui e per farli riapparire dove sono in gran parte non tassati.
Dopo aver raccontato a lungo i miliardari di tutto il mondo Forbes sembra infine averne trovato uno tutto suo: Austin Russell, il ventottenne ceo dello sviluppatore di tecnologia per auto a guida autonoma Luminar Technologies. Russell, scrive un articolo dell'Observer, è a capo di un gruppo che comprende investitori stranieri che acquisiranno lo storico magazine in un accordo del valore di 800 milioni di dollari.
Chi è Linda Yaccarino, la manager scelta da Elon Musk per riaccendere la luce in Twitter? Su A&F il ritratto firmato da Claudia de Lillo di una donna pronta a "gettarsi nelle fauci del leone". 
 Anche per questa settimana è tutto. Grazie per averci seguito. Se hai idee, critiche o suggerimenti puoi scrivere a r.rho@repubblica.it o l.piana@repubblica.it. La newsletter di Affari&Finanza tornerà, direttamente nella tua casella e-mail, lunedì 29 maggio, alla stessa ora.

Buon lavoro e a presto.
Luca Piana - Roberto Rho
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