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Autore Discussione: Il più grande rischio per la finanza globale è uno: parola di Buffett e Musk  (Letto 1015 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Maggio 18, 2023, 11:32:40 pm »

Un mondo nuovo è in costruzione
Una seconda occasione che il mondo non deve mancare

di Francesco Cappello

 I BRICS crescono mattone su mattone
La gran parte del mondo si sta riorganizzando. L’obiettivo è la collaborazione, su molti diversi piani, tra Paesi/Civiltà sovrane che intendono emanciparsi dalla tossica dipendenza imposta al mondo, sin dall’ultimo dopoguerra, dal dominio egemonico statunitense.
Cinque Stati arabi, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Algeria, l’Egitto, il Bahrein e i persiani dell’Iran, sono tra le 19 nazioni in procinto di unirsi ai BRICS i quali stanno, tra l’altro, lavorando allo sviluppo di una nuova valuta internazionale secondo il modello proposto a Bretton Woods da J.L.M. Keynes. Una valuta internazionale non emessa da un paese che permetterà l’abbandono del paradigma economico della “liquidità” fondato sul dollaro a favore di quello fondato sul “Clearing” o compensazione. Una vera e propria rivoluzione.

 Non solo BRICS
Nel corso dello scorso anno Pechino ha dato vita a nuove iniziative politiche, in particolare la Global Development Initiative (GDI) e la Global Security Initiative (GSI). L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) condivide con i BRICS tre membri fondatori – Russia, Cina e India – tutti ispiratori di iniziative multilaterali. Sono esempi inediti, di respiro planetario, di diplomazia multipolare, volti a promuovere approcci collettivi sviluppati congiuntamente agli affari economici su scala mondiale. La SCO rappresenta uno degli elementi chiave dell’emergente sistema multipolare, insieme ai BRICS+ e all’EAEU (Unione economica eurasiatica).
C’è un multilateralismo emergente su scala planetaria. Abbiamo assistito al vertice Russia Africa con i rappresentanti di 40 paesi africani a San Pietroburgo. Si pensi poi al ruolo della Comunità degli Stai Indipendenti (CSI) o alla collaborazione tra Argentina e Brasile nella attivazione del “Sur” (Sud) una moneta comune, alternativa al dollaro, per l’interscambio di prodotti e servizi nell’area sudamericana. Molto facilmente i successivi G20 vedranno questi Paesi esprimere posizioni comuni diverse da quelle europee o nord-americane.

 Un po’ più di un pugno di dollari
L’imposizione al mondo del dollaro, una moneta nazionale facente le veci di una valuta internazionale, ha permesso agli USA «il meraviglioso segreto di un deficit senza lacrime, che permette di donare senza prendere, di prestare senza indebitarsi e di comprare senza pagare». A pronunciare queste parole il già ministro delle finanze francese e consulente di de Gaulle J. Rueff (1). Gli USA, da “vincitori” del secondo conflitto mondiale, imposero al mondo la loro moneta ma soprattutto un sistema di pagamenti reiterante il paradigma della liquidità rigettando quello fondato sulla compensazione (clearing) proposto da J.L.M. Keynes.
 
Fine del dominio del dollaro. Dedollarizzazione
Gran parte del mondo si sta emancipando dall’uso del dollaro abbassandone la richiesta e quindi il valore rispetto al paniere delle altre valute. Stanno imparando a non doverne dipendere. La Banca centrale statunitense come è noto, si è vista costretta a tenere alto il valore del dollaro artificiosamente lanciandosi in una serie repentina di successivi rialzi del tasso di interesse [da marzo 2022 a oggi si è registrato un aumento del 5,25%] puntualmente verificatesi (vedi grafico dollar Index), pur di attrarre capitali esteri che comprano obbligazioni, titoli di Stato in dollari ecc. facendo salire la richiesta di dollari e di conseguenza il suo valore. La FED lo sta facendo a discapito della tenuta del suo sistema bancario e in un momento delicatissimo per la stabilità economica degli USA, con un’incertezza ormai cronica del mercato azionario da una parte e dall’altra un nuovo superamento del tetto del debito pubblico che richiederà un accordo bipartisan entro il prossimo primo giugno – nel bel mezzo del confronto elettorale ormai in corso – del congresso per poterlo elevare. Per inciso rileviamo l’esplosione dei credit default swap (assicurazioni/derivati/scommesse sul fallimento di un debito) sui titoli americani. In questo momento grandi investitori (speculatori) stanno scommettendo finanziariamente contro il dollaro (2). In parole povere guadagneranno se davvero si realizzerà una perdita del valore del dollaro rispetto ad altre valute. La giustificazione ufficiale della FED che si appresta ad ulteriori insostenibili aumenti dei tassi sino a rischiare la recessione economica ormai incipiente è la lotta all’inflazione ossia la perdita del potere di acquisto del dollaro. Qualora la recessione economica si verificasse la FED si vedrebbe costretta ad abbassare i tassi rischiando piuttosto di accelerare il declino del valore del dollaro.
Inutile sottolineare, tra l’altro, la contraddizione evidente nel fatto che la necessità di intervenire per salvare le banche costringe a immettere ulteriore moneta di banca centrale nel sistema che non può che retroagire sui tassi di inflazione provocandone l’aumento piuttosto che la diminuzione. Si tratta di un vero e proprio circolo vizioso da cui è assai difficile uscire adottando le ormai troppo spuntate strategie finanziarie. Si spera che la exit strategy degli USA non si riduca al prolungamento della guerra e all’escalation bellica. In ogni caso anche su questo fronte il cambiamento in atto è radicale; se da una parte, infatti, il vero sottostante del dollaro è l’esercito USA, ossia l’esercito più finanziato al mondo con più di 800 basi sparse per il mondo, dall’altra il collasso del dollaro qualora si verifichi impedirà il sostegno finanziario militare per la continuità del complesso militare industriale statunitense.
Russia e Cina stanno lavorando di concerto in vista della creazione di una moneta internazionale il cui valore sia fondato sulle materie prime
Il 23 marzo del 2009, Zhou Xiaochuan, Governatore della Banca Popolare Cinese pubblicò un breve saggio (4) contenente una proposta di riforma del sistema monetario internazionale sul modello della proposta di Keynes che ipotizzava una moneta internazionale il cui valore fosse ancorato a un paniere di materie prime: «Già negli anni Quaranta Keynes aveva proposto di introdurre un’unità monetaria internazionale denominata “Bancor”, basata sul valore di 30 materie prime rappresentative». «Una valuta di riserva super-sovrana non solo elimina i rischi intrinseci delle valute sovrane basate sul credito ma permette anche di gestire la liquidità globale. La moneta super-sovrana gestita da un’istituzione globale potrebbe essere utilizzata per creare e controllare la liquidità globale. E quando la valuta di un Paese non sarà più utilizzata come metro di paragone per il commercio globale e come parametro di riferimento per le altre valute, la politica dei tassi di cambio del Paese sarà molto più efficace nel regolare gli squilibri economici. Ciò ridurrà significativamente i rischi di una crisi futura E migliorerà la capacità di gestione delle crisi». Nell’ambito del primo summit formale dei BRICs a Ekaterinburg il 16 giugno del 2009 la proposta fu ben accolta dalla Federazione Russa insieme a India e Brasile.
La Nuova Banca di Sviluppo e l’Accordo di Riserve di Contingenza (una sorta di fondo di stabilizzazione dei cambi) sono una realtà ormai consolidata ed operante nel contesto dei paesi BRICS. L’allargamento in atto dei BRICS sta portando questi paesi a costituire un blocco assai più importante a livello politico ed economico rispetto ai G7 (dai G8 fu espulsa la Federazione Russa nel marzo del 2014 con il pretesto della presunta annessione della Crimea). Al BRICS Business Forum (2022), Putin ha dichiarato che: “Il sistema di messaggistica finanziaria russa è aperto per la connessione con le banche, proiettando così la necessità di una valuta di riserva BRICS. Il sistema di pagamento MIR russo sta ampliando la sua presenza. Stiamo esplorando la possibilità di creare una valuta di riserva internazionale basata sul paniere di valute dei Paesi BRICS”. La Nuova Banca di Sviluppo (New Development Bank), la banca dei BRICS, che finanzia attivamente importanti progetti di sviluppo ha incluso tra i suoi membri l’Egitto, il Bangladesh, gli Emirati Arabi Uniti e l’Uruguay.
Il Professor Michael Hudson presso l’Università del Missouri e autore di The Destiny of Civilization intervistato da Pepe Escobar su The Cradle interrogato su come potrebbe essere implementata una valuta comune dai BRICS + risponde:
Qualsiasi idea di una valuta comune deve iniziare con un accordo di scambio di valuta tra i paesi membri esistenti. La maggior parte degli scambi avverrà nelle proprie valute. Ma per risolvere gli inevitabili squilibri (avanzi e deficit della bilancia dei pagamenti), una nuova Banca Centrale creerà una moneta artificiale.(…) l’accordo sarà molto più simile al ‘bancor’ proposto da John Maynard Keynes nel 1944. I paesi in deficit potrebbero prelevare una quota specifica di bancor, la cui valutazione sarebbe fissata da una selezione comune di prezzi e tassi di cambio. I bancor (e la loro moneta) verrebbero usati per pagare i paesi in eccedenza.(…) Keynes propose un principio secondo il quale se un paese (all’epoca pensava agli Stati Uniti) registrasse eccedenze croniche, ciò sarebbe un segno del suo protezionismo o rifiuto di sostenere un’economia reciprocamente resiliente, e le sue pretese inizierebbero a estinguersi, insieme ai debiti bancor di paesi le cui economie hanno impedito la loro capacità di bilanciare i loro pagamenti internazionali e sostenere la loro valuta.(…) La dottrina economica promuoverebbe l’autosufficienza nel cibo e nei beni di prima necessità, e promuoverebbe la formazione tangibile di capitale agricolo e industriale, non la finanziarizzazione.
 
Quale è la giusta moneta internazionale in grado di facilitare la collaborazione e prevenire i conflitti su scala globale?
Immaginiamo una moneta che, per sua natura, renda impossibile la sua accumulazione a dismisura, come oggi avviene, nelle mani di pochi. Una moneta che strutturalmente impedisca la diseguaglianza socioeconomica tra i membri della comunità internazionale in cui essa viene usata; che non generi deficit e surplus patologici, che non sia sorgente di conflitti, anche militari. Una moneta con la quale risultino impossibili le speculazioni finanziarie e che estingua alla radice quel mercato abusivo del denaro che si conduce quotidianamente su scala globale. Una moneta strutturalmente in grado di evitare inflazione o deflazione, che non sia mai né troppa né mancante rispetto alle esigenze dell’economia reale perché generata in stretta proporzione al volume degli scambi, creandosi e distruggendosi all’occorrenza. Una moneta che faciliti l’incontro tra debiti e crediti convergendo immancabilmente verso il pareggio di bilancio tra il dare e l’avere (equilibrio nelle bilance commerciale e dei pagamenti). Che sia piuttosto il riflesso di una ricchezza reale, non fittizia, frutto unicamente del lavoro di tutti i membri della società (la manifattura tornerà a trainare l’economia piuttosto che la finanza. Solo una finanza sana può fare da supporto all’economia reale e non quella speculativa dei ricchi); una moneta impossibile da trasformare in strumento di dominio (potere su) che sia piuttosto strumento di crescita collettiva per ciascuno dei suoi fruitori (potere di) ossia una moneta con la quale si è, viceversa, indotti strutturalmente a una collaborazione umana attiva in grado di impedire la tentazione mercantilista che porta a formare grandi patologici surplus da una parte ed enormi debiti dall’altra.
Una tale moneta internazionale, meglio dire un’architettura finanziaria in grado di garantire le qualità sopra elencate l’aveva proposta J.L.M. Keynes a Bretton Woods 79 anni fa, nel 1944. Essa era fondata sul paradigma del clearing (compensazione) piuttosto che su quello della liquidità. Gli USA, però, imposero al mondo insieme ai cambi fissi la loro moneta nazionale quale valuta internazionale, avente quale sottostante l’oro (moneta merce), almeno sino al 1971 quando l’insostenibilità di tale scelta la sganciò dal metallo prezioso, trasformandola in valuta FIAT con annessa libertà ai cambi di fluttuare (sino al 1979).
Non solo il mondo ha dimenticato la grandezza della proposta di J.L. M. Keynes ma sono in tantissimi a misconoscerla e a pensare che Banca mondiale e FMI siano nati su sua proposta. Niente di più falso.
 
Vediamo schematicamente come funzionerebbe
Nella proposta di Keynes la International Clearing Union (ICU) sarebbe stata una banca funzionante quale camera di compensazione tra posizioni debitorie (importazioni) e posizioni creditorie (esportazioni). Una banca internazionale col compito di registrare debiti e crediti generati dai rapporti di scambio (import-export) tra Paesi.
Una camera di compensazione, in estrema sintesi, permette ai paesi che la adottano di scambiarsi merci e servizi pagando gli import dai paesi aderenti con i propri export. Si tratta di scambi (baratto) multilaterali in compensazione. Il debito nei confronti del paese da cui ho acquistato posso risarcirlo vendendo (esportando) verso qualsiasi altro paese aderente al circuito. Il bancor sarebbe stata la moneta internazionale usata, ridotta a semplice unità di conto ovvero unità di misura del valore delle merci e dei servizi scambiati. Ciascun paese per partecipare agli scambi internazionali avrebbe dovuto preliminarmente “comprare“ bancor secondo il tasso di cambio opportunamente deciso dalla ICU. La moneta comune, ridotta alla sua essenza di unità di misura universalmente riconosciuto del valore delle merci e dei servizi scambiati tra paesi, è creata all’occorrenza e praticamente sparisce dopo aver svolto il suo compito di facilitatore delle transazioni. Una moneta perciò non usabile per accumulare ricchezza in quanto opportunamente privata della funzione di riserva di valore. Scrive Keynes (3): «Il valore del Bancor in termini d’oro è fissato, ma non in maniera inalterabile. Nessuno stato membro avrebbe facoltà di richiedere oro alla Clearing Union in cambio del proprio saldo in bancor; quest’ultimo, infatti, è utilizzabile soltanto per trasferimenti interni all’Unione. Fra oro e bancor, dunque, vi sarebbe una convertibilità a senso unico, analoga a quella che vigeva prima della guerra per le vaute nazionali che avevano adottato il cosiddetto “gold exchange standard”».
La possibilità di regolazione del cambio tra monete nazionali e bancor, funzionante quest’ultima quale moneta comune, avrebbe permesso di poter aggiustare il cambio con le singole monete nazionali secondo necessità: rivalutando la moneta del paese che eccedesse in surplus e svalutando quella del paese in eccessivo deficit in modo tale da facilitare le importazioni dei primi e scoraggiarne nel contempo le ulteriori esportazioni e viceversa con i secondi, ai fini del raggiungimento dell’equilibrio (di pace e sviluppo reciproco) tra export ed import.
Un tale sistema dei pagamenti internazionale rende non necessari i movimenti di capitale. Fa a meno dei mercati finanziari come li conosciamo oggi! I movimenti di capitale di portafoglio (non gli investimenti diretti) sono disincentivati; il fatto che il surplus della bilancia dei pagamenti tedesca consenta alla Germania di acquistare obbligazioni di banche italiane è dovuto al fatto che la Grecia, la Spagna o il Portogallo hanno bisogno di prestiti perché in deficit… Nella misura in cui si riducesse strutturalmente la possibilità di generare surplus e deficit diminuirebbe proporzionalmente la necessità di questi finanziamenti mediati dal mercato finanziario. La condizione ideale essendo quella per cui non ho bisogno di chiederti soldi in prestito e tu, comunque, non avresti soldi da prestarmi. Si ridurrebbe così, strutturalmente, la necessità della esistenza di un mercato del denaro! Se tutti siamo a zero non ho bisogno di avere soldi in prestito e tu non li hai per finanziarmi ma ci siamo egualmente finanziati a vicenda facendoci reciprocamente credito all’interno di quel circuito di credito commerciale, reso possibile dalla Clearing Union, in cui la fiducia sarebbe organizzata in modo strutturale, in modo da incoraggiare e “obbligare“ a rapporti collaborativi tra paesi verificandone ad ogni passo i vantaggi reciproci, ossia, di sistema. Se tutti siamo a zero io non ho bisogno di avere soldi in prestito e tu non li hai per finanziarmi ma ci siamo egualmente finanziati a vicenda facendoci reciprocamente credito (credendo l’uno nell’altro). Se tutti convergono verso l’equilibrio (situazione di sostanziale parità tra importazioni ed esportazioni) non ci sono deficit da finanziare e non ci sono surplus in grado di finanziarli perché i soldi li ho spesi comprando e ho comprato perché ho venduto.
La moneta, come unità di conto (scritturale), una volta svolto il suo ruolo di mediazione degli scambi sparisce (non può essere accumulata). Ecco perché non è più utilizzabile quale riserva di valore.
La fiducia tra paesi sarebbe organizzata in modo strutturale in modo da facilitare ed incoraggiare la crescita di rapporti virtuosi tra gli attori economici. In definitiva un sistema di pagamenti internazionale in grado di ridurre drasticamente la necessità di un mercato dei capitali e che ottimizza quello delle merci e dei servizi scambiati, in una logica di vantaggi comparati.
La International Clearing Union, proposta da Keynes a BW impedirebbe strutturalmente il formarsi di avanzi e disavanzi delle bilance commerciali (se ho un surplus ti condanno al deficit, se ho un deficit ti condanno al surplus) e scoraggerebbe quelli esistenti, applicando ai primi tassi negativi, in modo da indurre i loro detentori a mobilitarli, spendendoli, ossia facendoli circolare in forma di investimenti sociali e per l’ambiente. Non si tratta di «aiutare» i paesi in deficit a «sostenere» i loro debiti con trasferimenti dai ricchi ai poveri ma di mettere in opera una organizzazione in cui ciascun aderente sia strutturalmente “costretto“ alla collaborazione attiva con vantaggio reciproco di tutti. I paesi in surplus sarebbero indotti a spendere acquistando di più all’estero (in tal modo consentendo ai paesi in deficit di rientrare dai loro passivi) ma anche e contemporaneamente al proprio interno, alzando salari e stipendi, tornando a fare investimenti pubblici non più rinviabili, tornando, in altre parole, ad incentivare finalmente la domanda interna, ponendo termine alla tragica stagione imposta al mondo intero da liberismo e mercantilismo.
La liquidità con moneta a debito sta alla cronicizzazione della guerra come la Pace e la serenità collaborativa tra gli stati/civiltà del mondo sta alla reciproca compensazione multilaterale.
«La preferenza statunitense per la liquidità riflette non tanto la preoccupazione, più o meno reprensibile o più o meno giustificabile, dell’amministrazione americana per le rendite delle lobby finanziarie dominanti, quanto, più profondamente un assenso preventivo incondizionato alla potenza. Un assenso che, espresso in questi termini, non è né colpevole né innocente, ma sta letteralmente al di qua del bene e del male. L’assenso alla potenza che regge le decisioni di Bretton Woods è tale da riflettere la necessità, inaggirabile per ogni politica di potenza, di non separare il finanziamento del commercio dal finanziamento della guerra posto che, mentre nei giorni di Bretton Woods inizia a finire una guerra calda, all’orizzonte si sta profilando una nuova guerra fredda sì, ma finanziariamente impegnativa contro l’altro candidato a sostenere l’imperativo della potenza, ossia la «superpotenza» sovietica. Una guerra che, forse ancora più di quella che sta finendo, implica l’esigenza di una liquidità incondizionatamente disponibile, e creabile a volontà. E tuttavia, questa incondizionata opzione a favore di una liquidità potenzialmente illimitata non appare per ciò che è, ma, anzi, come un modo del tutto ragionevole di organizzare i rapporti economici e politici all’interno dell’Occidente, in vista della libertà e della crescita.»
Da Il fine della finanza di M. Amato e L. Fantacci
Uscire dall’economia di puro debito, dal sistema iperliberista e dal paradigma della liquidità fondato sul dominio del dollaro è ormai questione di sopravvivenza dell’umanità e di rinascita/rivoluzione del mondo e dei rapporti tra i popoli a nuova vita.
Ne erano assai consapevoli i nostri costituenti, con alle spalle le grandi crisi economiche provocate da quegli stessi sistemi economici liberisti/mercantilisti, che hanno ripreso il sopravvento a partire dalla seconda metà degli anni ’70, e che allora portarono ai totalitarismi e alle grandi guerre globali. La Costituzione dichiararono di scriverla in modo tale che non accadesse mai più. Dai verbali della Costituente:
«Se si lascia libero sfogo alla legge della libera concorrenza e alla libera iniziativa animata solo dal fine del profitto personale, si arriva pur sempre al super capitalismo e così a quelle conseguenze fra le quali primeggia la guerra tremenda che fu la rovina di tanti popoli» (Gustavo Ghidini, 1947)
«è effettivamente insostenibile la concezione liberale in materia economica, in quanto vi è necessità di un controllo in funzione dell’ordinamento più completo dell’economia mondiale, anche e soprattutto per raggiungere il maggiore benessere possibile. Quando si dice controllo della economia, non si intende però che lo Stato debba essere gestore di tutte le attività economiche, ma ci si riferisce allo Stato nella complessità dei suoi poteri e quindi in gran parte allo Stato che non esclude le iniziative individuali, ma le coordina, le disciplina e le orienta» (Aldo Moro, 1947)
________________________________________
Note
(1) Rueff. Le péche monétaire de l’Occident. p. 24
(2) Druckenmiller takes aim at dollar in sole conviction trade: https://www.ft.com/content/b74b0563-ee34-4cc6-b31e-c95f1598eecc
(3) J.L.M. Keynes Proposte per un International Clearing Union – Aprile 1943

da - https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/25538-francesco-cappello-un-mondo-nuovo-e-in-costruzione.html
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« Risposta #1 inserito:: Maggio 20, 2023, 05:16:43 pm »

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Economia internazionale

Il più grande rischio per la finanza globale è uno: parola di Buffett e Musk
Violetta Silvestri
20 Maggio 2023 - 10:45
C’è un rischio più allarmante di tutti gli altri, in grado si sconvolgere l’economia e la finanza nel mondo: l’allerta è di leader negli affari come Warren Buffett ed Elon Musk.
Il più grande rischio per la finanza globale è uno: parola di Buffett e Musk
Se c’è un pericolo per la stabilità finanziaria e politica, questo è il deteriorarsi delle relazioni Usa-Cina soprattutto per la questione di Taiwan. A dirlo sono due leader degli investimenti e degli affari: Warren Buffett ed Elon Musk.
Il deterioramento delle relazioni tra le due potenze e le crescenti tensioni su Taiwan sta spingendo sempre di più illustri leader del mondo degli affari a lanciare un “allarme invasione”, che impatterebbe su tutto: finanza, economia, relazioni geopolitiche e sulla stessa campagna elettorale statunitense per le elezioni presidenziali del 2024.
La Cina è da anni in cima all’agenda degli Stati Uniti, mentre il presidente Xi Jinping spinge per espandere il potere della sua nazione. La politica della Cina nei confronti di Taiwan, leader mondiale nell’industria dei semiconduttori, potrebbe finire per rendere il dragone un tema politico prioritario e ossessivo per il voto dell’anno prossimo.
Non solo, la questione di una potenziale guerra per Taiwan sta già condizionando le scelte di investimento, come dimostrano le ultime mosse e dichiarazioni di Buffett e Musk.
Non c’è dubbio che Xi Jinping abbia fatto della “riunificazione” di Taiwan un punto focale della sua agenda e che Pechino abbia intensificato le ostilità contro l’isola, puntando i riflettori sulla sua importanza per l’economia globale ed evocando i timori di un grande conflitto internazionale che potrebbe eclissare la devastante guerra della Russia in Ucraina.
Della stessa evidenza è la determinazione degli Usa a difendere l’integrità e la sovrana indipendenza dell’isola, in una strategia anti-Pechino che ormai si fa ogni giorno più forte.

Questo contesto conflittuale sta avendo ripercussioni sul mondo degli affari.
“La politica ufficiale della Cina è che Taiwan dovrebbe essere integrata. Quindi penso che c’è una certa inevitabilità nella situazione”, ha affermato Elon Musk, aggiungendo che questa escalation sarebbe un male per “qualsiasi azienda al mondo”.



Tesla proprio il mese scorso ha annunciato l’intenzione di aprire una nuova fabbrica a Shanghai che costruirà batterie “Megapack”. Un conflitto tra Usa e Cina sarebbe dannoso e imbarazzante per i piani di sviluppo dell’azienda.

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Taiwan si prepara alla possibile invasione della Cina: bluff o rischio concreto?

Le osservazioni di Musk sono arrivate un giorno dopo che Warren Buffett ha rivelato in una dichiarazione di aver completamente abbandonato la sua partecipazione recentemente acquisita in Taiwan Semiconductor Manufacturing Co, che valeva più di $4 miliardi. Il più grande produttore di chip al mondo, con sede a Hsinchu, Taiwan, produce la maggior parte dei semiconduttori avanzati utilizzati dalle migliori aziende tecnologiche come Apple, Amazon, Google, Qualcomm.
L’anziano miliardario ha affermato che il conflitto geopolitico su Taiwan è stato “certamente una considerazione” nella sua decisione di scaricare le azioni negli ultimi due trimestri fiscali. E ha aggiunto che mentre la società era “meravigliosa”, aveva “rivalutato” la sua posizione “alla luce di certe cose che stavano accadendo”.
Nel frattempo, Ray Dalio, fondatore del titano di hedge fund Bridgewater Associates, alla fine di aprile ha avvertito che gli Stati Uniti e la Cina erano sull’orlo della guerra, anche se ha specificato che ciò potrebbe significare una guerra di sanzioni piuttosto che potenza militare.
Dewardric McNeal, senior policy analyst di Longview Global, ha sottolineato che l’allarme sulla conflittualità Cina-Usa è stato lanciato da anni, mettendo in guardia il mondo degli affari mettere in “contro l’eccessiva dipendenza dalla Cina come fonte per la vendita di prodotti [e] la produzione di prodotti”.
Ha anche notato che comunque Buffett detiene ancora azioni di BYD, un produttore di auto elettriche con sede a Shenzhen, in Cina, anche se ha venduto più della metà della partecipazione lo scorso anno. “Francamente, è vantaggioso per la Cina spaventare gli investitori e allontanarli da Taiwan e danneggiare o contaminare quell’economia, perché questo è uno degli scenari [in cui] potrebbero portare Taiwan all’obbedienza senza un intervento armato”, ha detto McNeal.


Nella questione Cina-Usa e nei timori di un conflitto c’è anche la delicata ma cruciale questione del ruolo giocato da Taiwan per il settore semiconduttori. Ecco perché la sfida delle due superpotenze può destabilizzare economia e finanza globali.
“Quasi nessuno si rende conto che l’economia cinese e il resto dell’economia globale sono come gemelle siamesi. Sarebbe come cercare di separare i gemelli siamesi”, ha detto Musk alla CNBC. “Questa è la gravità della situazione. E in realtà è peggio per molte altre aziende che per Tesla. Voglio dire, non sono sicuro di dove prenderai un iPhone, per esempio”.


Alcuni amministratori delegati delle più grandi banche americane hanno affermato che avrebbero ritirato i loro affari dalla Cina se gli fosse stato chiesto di farlo in seguito a un’invasione di Taiwan. Ma la valutazione di Musk dell’economia globale intricata non è un’esagerazione e gran parte dell’attenzione è caduta su TSMC.
“Se Taiwan venisse eliminata, sarebbe come recidere il nostro cervello, perché l’economia mondiale non funzionerà senza [TSMC] e i chip che escono oggi da Taiwan”, ha detto John Rutledge, chief investment strategist di Safanad.
David Sacks, un ricercatore presso il Council on Foreign Relations, ha dichiarato che Apple si trova in una “posizione molto difficile” perché i chip più avanzati di cui ha bisogno sono realizzati in un unico edificio nel campus di TSMC a Taiwan.
Il vantaggio tecnologico dell’azienda nella produzione di semiconduttori, che sono utilizzati in tutti i tipi di prodotti, dalle automobili alle lavatrici, l’ha portata a diventare un potenziale “single point of failure” [fattore di fallimento] per molte aziende, ha affermato McNeal.
Tuttavia, proprio la dipendenza globale da TSMC, che vale anche per la Cina, che secondo quanto riferito dipende dalla società per fornire circa il 70% dei chip necessari per alimentare la sua industria elettronica, potrebbe agire come una sorta di baluardo contro un’invasione.
Un documento dello Stimson Center ha evidenziato: “Senza dubbio, la prima bomba o razzo cinese che dovesse cadere sull’isola farebbe sembrare l’impatto sulla catena di approvvigionamento della pandemia di COVID come un un semplice singhiozzo in confronto”.
In sintesi, un pericolo dalla tensione Usa-Cina sulla questione Taiwan esiste. Lo hanno detto Buffett e Musk, allertando su come può precipitare tutto.


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