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Autore Discussione: Il manifesto di Nicola Zingaretti per ricostruire il PD.  (Letto 155 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Novembre 03, 2022, 02:47:55 pm »


Emanuele Fiano

Io penso che non vada bene ciò che è uscito dall’ultima Direzione nazionale del PD, in merito al futuro Congresso nazionale.

Presupporre un “percorso” che finirà circa 6 mesi dopo le elezioni, nel mezzo di una crisi economico sociale quasi senza eguali, di forti tensioni sociali interne e drammatica guerra, con un importante appuntamento elettorale tra regionali e amministrative, un nuovo multipolarismo nel campo dell’opposizione e, soprattutto, una destra al governo che vuole incidere fortemente dal punto di vista culturale e identitario, è non solo sbagliato ma lunare. Un PD tutto rivolto verso se stesso e impegnato in liturgie più formali che sostanziali, un’opposizione parlamentare per adesso basata sulla reazione alle scelte del governo, guidato da un segretario e un gruppo dirigente sospeso nel limbo di “quasi dimissioni”, è esattamente tutto ciò che, penso, non vada fatto. Però, per me, il vero nostro problema strategico ed identitario si palesa con la definizione del percorso stesso, con la “e” di troppo nel documento approvato: una Direzione convocata al fine “ di definire tempi e modalità di svolgimento del percorso costituente per un “nuovo” PD e di celebrare il congresso per l’elezione della o del nuovo segretaria/o nazionale”; quindi due processi, del quale il secondo diventa una conferma di una costituente già svolta e peraltro gestita dall’attuale segreteria sconfitta dalle urne.
Cioè noi oggi non siamo in grado di dire chi stenderà il testo centrale dell’identità di questo Partito, o comunque, questo testo non sarà il frutto di un confronto tra tesi politiche che coincidono con la proposta di una candidatura, no, saranno due cose distinte. La guida del Partito sarà un qualcosa applicato dopo che qualcuno avrà scritto quale debba essere la nostra identità, a prescindere dai processi di rappresentanza.
Sinceramente, fossi stato presente, avrei fatto anch’io come Andrea Orlando, e diversi altri, e sarei uscito dalla sala senza votare la risoluzione.
Io penso che il modello che abbiamo conosciuto e per il quale abbiamo lavorato con passione dal 1996 ad oggi abbia mostrato tutti i suoi limiti alle ultime elezioni e debba profondamente essere ridiscusso. La capacità, cioè, di aggregare, grazie alle regole elettorali, un blocco sostanzialmente “contro qualcuno” non funziona più, dobbiamo dircelo senza remore. Il modernismo formale, primarie, agorà e piattaforme dove tutti sono compresi a prescindere, non riesce più ad essere la pezza che copre il buco di una “non identità” strutturale ormai insostenibile.
Serve una completa demolizione e ricostruzione del modello che abbiamo costruito e nel quale abbiamo creduto dal 1996 ad oggi, cominciando dalla definizione delle rappresentanze primarie e allargate, dalla messa nero su bianco di una cultura e un’identità riconducibili e riscontrabili quantomeno nel contesto europeo, cioè la socialdemocrazia, il labourismo e di una conseguente linea politica netta e riconoscibile.
Per far questo c’è una grande differenza tra un effettivo congresso “a tesi”, basato su una platea congressuale rappresentativa e certa, e uno a “mozioni” identificate su personalità che semplicemente “interpretano” soggettivamente una linea già stabilita.
Il primo significa sfidare il mare aperto, onestamente, attraverso visioni politiche e culturali, oltre che di azione, che mettono in primo piano la cosa piuttosto che il chi, il secondo, al contrario, reitera un concetto conservativo che bada più agli equilibri interni attraverso un unanimismo di facciata che non affronta i nodi, e non si pone il problema delle proprie rappresentanze sociali e alle idee per il presente e per il futuro. Non c’è bisogno di costituire “un nuovo PD” ma di fare finalmente il PD, partito del socialismo democratico europeo. E anche con l’attuale statuto questo sarà possibile se in primo piano si metteranno le idee e si avrà il coraggio di scelte chiare e decise

da Fb 2 novembre 2022
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« Risposta #1 inserito:: Novembre 05, 2022, 02:26:08 pm »

Arianna Finos è stata taggata.

Daniele Vicari è con Vanessa Roghi e  altri 9

IL POTERE DELLA COMUNICAZIONE
LA COMUNICAZIONE DEL POTERE

In questi primi giorni abbiamo avuto un assaggio di come si fa comunicazione politica stando al governo.
Infatti il governo non è ancora completamente composto e noi tutti ci stiamo già accapigliando sulla interpretazione di fatti, dichiarazioni intenzioni che ci preparano al decisionismo meloniano, alla “donna con gli attributi”, alla “donna con i pantaloni”, che mette in riga i maschi e sta un passo davanti a loro:. madre di famiglia, con la testa sulle spalle, che tiene i cordoni della borsa e decide matripatriarcalmente chi comanda “in questa casa”.
Abbiamo parlato convulsamente del maschile e del femminile per giorni, poi ieri mattina il Governo ha gettato in pasto all’opinione pubblica una nota ufficiale con la quale si indica ai pubblici uffici di utilizzare la formula “Signor Presidente” e a sera Il Signor presidente in persona ha dichiarato: «chiamatemi come vi pare».
Questo passaggio non deve sfuggire, serve per “avvicinare” la Meloni all’elettore, la nota ufficiale crea dibattito e conflitto e mette un paletto tra il PDC e “Gli uffici pubblici” poi, tempestivamente, la saggezza del “capo con i pantaloni” riporta la calma e trasmette l’idea della vicinanza con l’elettore. Giorgia sarà inflessibile con i “pubblici uffici” e sarà materna e accogliente con il fragile e sperduto elettore, anche con quello che si oppone, che non condivide ma in fin dei conti “ammira”.
Così all’istante i sondaggi registreranno una crescita della popolarità del PDC, si dice sia già al 30%. Si dice che se Salvini e Berlusconi faranno i birichini lei vincerà da sola le elezioni, lei comanda gli altri chiacchierano. Si dice che sia già pronto il soccorso di Renzi e Calenda, alla bisogna.
I social in questo passaggio, con la loro emotività, svolgono il ruolo dell’acqua che bolle nella pentola chiusa dal coperchio. Giorgia è la pentola ed il coperchio insieme, lei “accoglie” e “comprime”, lei è il dominus.
Ecco che la fiaba della “fanciulla abbandonata” costruita con dovizia di particolari da libri autobiografici, talk show, articoli ammiccanti di donne che ammirano lei “che ce l’ha fatta da sola”, mica come le donne della sinistra che vengono nominate dei loro mariti, dai loro capi, Lui-Lei (la transgender linguistica per eccellenza), la donna che si fa inseguire dagli uomini, che li domina, Lui-Lei sì che è un modello.
E noi tutti cooperiamo a questa narrazione, anche con i nostri pregiudizi di classe. Qui, sotto scacco è la classe dirigente della “sinistra” che più borghese di così non è mai stata. La classe dirigente che vive nei Parioli, a Roma Nord, in Collina a Torino, al Vomero a Napoli come a Piazza Duomo a Milano. Classe dirigente che penosamente “va verso il popolo”. Invece lui-lei, il presidente di tutti, che viene dal popolo, è “il popolo”, non ha bisogno di fare sforzi o falsi movimenti. E in quanto popolo lei sarà “il potere” ormai maschiofemmina per definizione ufficiale, altro che “gender”, anzi oltre il “gender”. È accaduto anche in passato, la destra interpreta al meglio “l’avanguardia” portandola al potere. Ecco che Vincenzo Rabito, «l’inafabeto», ha anticipato di nuovo tutti con il suo neologismo «madrepadre» in sostituzione della madre patria che lo mandò a stuprare le donne del nemico al fronte nel 15/18.
Questa che sto scrivendo non è “la verità”, è “la storia” che ci stiamo raccontando, e che la accorta comunicazione politica ci sta raccontando.

A fronte di un governo che dice: Io decido, l’opposizione risponde: io farò un congresso…
…un gol a porta vuota, quello meloniano. Il gol di chi, stando all’opposizione, ha studiato, si è preparato alla battaglia, non fa e non farà prigionieri.

da FB 31 ottobre 2022
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« Risposta #2 inserito:: Novembre 06, 2022, 06:24:28 pm »

La battaglia dell’opposizione: il manifesto di Nicola Zingaretti per ricostruire il Pd
Un contributo in esclusiva dell’ex segretario del Pd: dal programma alle alleanza, degli errori del passato alle scelte per il futuro, sino alla necessità di coinvolgere il popolo della sinistra nella ricostruzione del Partito Democratico.


A cura di Redazione

Abbiamo ricevuto e pubblichiamo in esclusiva un contributo di Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio e segretario del Partito Democratico dal 2019 al 2021, a proposito della ricostruzione del Pd e dell'area di centrosinistra. Da questo contributo speriamo nasca un dibattito e invitiamo sin da ora altri esponenti politici, o semplici militanti ed elettori, a mandarci le loro riflessioni in merito

Il 25 settembre abbiamo subito una grave sconfitta, che però ci consegna un ruolo e ci dà una responsabilità chiara: lottare dall’opposizione per i valori democratici di cui siamo portatori, proposte serie per la vita delle persone e preparare l’alternativa.

Il voto non ha decretato la fine del Pd o indicato i motivi del suo scioglimento. Il tipo di dibattito interno che si è aperto dopo rischia di farlo. Il pericolo viene da lì, perché ritorna la percezione drammatica non tanto dello scontro – anche duro – tra idee diverse, che sono sempre un bene, ma le fragilità nella volontà di ricerca comune e individuazione di un bene e di un lavoro collettivo. Emerge la debolezza di una cultura politica solidale e unitaria, e questo porta alla pratica dannosa di affermare ciascuno solo il proprio punto di vista, quasi ci trovassimo in presenza solo di un insieme di destini individuali che si uniscono per un patto di potere.


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Anche per questo, la normale dialettica politica rischia di degenerare in polemiche quotidiane, come accadde già ai tempi delle mie dimissioni da segretario, un anno e mezzo fa. Allora lanciai una forte denuncia e una richiesta di maggiore responsabilità. Responsabilità non significa silenzio. Ma la chiarezza che è necessaria produce risultati e forza se si esplicita dentro una cultura politica unitaria e di rispetto e ascolto altrimenti c’è la diaspora.

Il tema anche oggi, come è ovvio, non è negare il diritto al pluralismo o alla libertà di pensiero. Al contrario, se apriamo una fase costituente è proprio per aumentare il contributo di idee. Ma dobbiamo cambiare, ritrovare una missione comune, aprirci e costruire forme di organizzazione diverse per un pluralismo nuovo. Le regole che ci siamo dati non hanno prodotto ricchezza, fermento di idee, apertura e coinvolgimento nel dibattito, ma piuttosto separatezza ed esclusione. Ciò è successo perché le degenerazioni del correntismo cristallizzano le idee dentro gruppi e allontanano le persone. Questo non va bene, perché le filiere dei “simili” creano un’illusione di partecipazione dal basso, ma in realtà tolgono potere agli iscritti ai militanti per consegnarlo ai capi.

Eppure, il terreno di ricerca comune a me sembra evidente: come organizzare l’opposizione nei quartieri, nelle strade, nelle piazze, nel Parlamento. O meglio come, di fronte a un Governo guidato dalla destra populista e a condizioni di vita drammatiche per milioni di italiani, sia necessario mettere in campo tutta la nostra forza e impegnarci per rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione della persona umana, come ci indica la Costituzione, a partire dal principio dell’uguaglianza nel campo dei diritti, del lavoro, dell’accesso ai servizi pubblici. C’è qui uno spazio enorme di azione politica. Non limitarsi alla testimonianza di idee. Solo la coerenza nel perseguire questo obiettivo riaprirà una fase diversa e positiva.

Troppi compromessi
Il limite di questi anni a mio giudizio è evidente. Il Partito Democratico ha scelto di governare facendo compromessi enormi, per troppo tempo senza passare per la vittoria e un chiaro mandato elettorale. Non è un’accusa, ma un dato storico. Sicuramente è servito al Paese, molte cose buone sono state realizzate e forse andava anche rivendicato di più. C’è un ruolo svolto a difesa della democrazia che rimane un patrimonio. Al tempo stesso, non siamo riusciti a impedire un impoverimento di massa di milioni di persone. Il nostro sradicamento sociale nasce da qui: negli ultimi 14 anni abbiamo governato per 10 anni, legittimamente in una Repubblica parlamentare, ma avendo perso le elezioni abbiamo partecipato a 6 governi. Ebbene, in questo stesso lasso di tempo, nel Paese si è prodotto il più grande incremento delle disuguaglianze dal dopoguerra. Ripeto non è stata una storia di errori.

Io manifestai molti dubbi nell’agosto 2019 e, successivamente, segnalai nel 2021 la necessità di affiancare a un fortissimo e autorevole Presidente del Consiglio una maggioranza politica. Una maggioranza che partendo dall’alleanza a sostegno del nostro Governo, Conte2, poteva ulteriormente aprirsi ad altre forze sul modello europeo di Ursula Von der Leyen. Bisognava accompagnare l’azione di Governo per rendere più forte l’indirizzo politico e il Governo stesso. Si è preferita un’altra strada e si è ceduto all’ennesima iniziativa di rimozione di una parte della nostra storia. Una storia di governo, segnata come sempre da luci e ombre, ma come formula politica sicuramente in grado di fermare la vittoria delle destre. Comunque, malgrado la nostra debolezza numerica in Parlamento, sono state fatte, anche grazie a noi tante scelte utili a salvare l’Italia su fronti importantissimi.

Ovviamente, mi assumo tutte le mie responsabilità nelle decisioni che hanno segnato questi passaggi cruciali della legislatura appena conclusa. Fatemi dire, però, che appare ipocrita la fuga di tanti che, in questi mesi, fanno finta di dimenticare che tutto si è deciso insieme all’unanimità, tra applausi e standing ovation, prima all’annuncio dell’accordo politico e programmatico per il Conte 2 e poi sulla nostra partecipazione al Governo Draghi.

Al di là delle dinamiche politiche e parlamentari, tuttavia, quello che ha pesato in negativo è stata un’incapacità di capire i cambiamenti profondi che stavano avvenendo attorno a noi e le ragioni di un malessere montante di milioni di persone: abbiamo sottovalutato l’impatto dei processi della globalizzazione e della rivoluzione digitale nei modelli sociali, nel lavoro e, quindi, sulla vita delle persone. Non ci siamo accorti di quanto fosse necessario orientare lo sviluppo partendo dalla centralità della persona e per la salvaguardia del pianeta e di come, sotto la patina luccicante dello sviluppo tecnologico, si stessero scavando anche nuove colossali sacche di disuguaglianze, con una vertiginosa concentrazione della ricchezza, spesso a scapito della qualità del lavoro.
A dire il vero, io credo che siamo stati vittime di una drammatica subalternità, perché in molti hanno scambiato come “positivo” tutto ciò che coincideva con il “nuovo”. Inoltre, cosa ancora più grave, questo sguardo passivo sul “moderno” non ci ha fatto concentrare sulle immense opportunità e possibilità che un’innovazione ancorata a valori chiari avrebbe potuto produrre su capitoli fondamentali per la democrazia, come l’accesso e la qualità dei servizi pubblici, la tutela del pianeta, la stessa lotta alle disuguaglianze. Paradossalmente il Covid è stato uno spartiacque anche per noi. È stata la pandemia a riproporre l’importanza delle politiche pubbliche, la centralità che deve avere la tutela della salute e la dignità della persona

Nel dibattito congressuale del 2019, che riunì tante e tanti in quel processo che si definì “Piazza grande”, ricordo a volte addirittura il fastidio che in alcuni provocava aver indicato come obiettivo della ricostruzione di una nostra identità la “riduzione della distanza tra chi ha e chi non ha”. È lì, nella parte più dolente dell’Italia, che volevamo ancorare il nostro pensiero, il nostro agire politico e costruire un radicamento nel corpo vivo del Paese.

Non ce l’abbiamo fatta. Per dirla tutta, anche perché quel processo politico era inviso a un pezzo di classe dirigente. Forse spaventato da una parola come “riequilibrio”. Che invece trovo attualissima. Riequilibrio tra nord e sud, tra ZTL e periferie, tra piccoli centri e realtà metropolitane, tra fasce sociali, tra uomini e donne, tra generazioni. Tutte queste fratture sono ancora lì, davanti ai nostri occhi. Ecco, i dati ci dicono che i limiti e le difficoltà del modello di sviluppo italiano, e insieme la nostra perdita di senso, affondano proprio qui le loro radici. Come ha evidenziato anche l’ultimo rapporto Caritas, uscito proprio in questi giorni, in Italia ci sono 5,6 milioni di persone in condizione di povertà assoluta! Quasi una persona su dieci, un valore triplicato rispetto al 2007 e che colpisce soprattutto i minori, uno su sette vive in povertà assoluta. Abbiamo il record storico di lavoratori precari, e il tasso di occupazione femminile, unico Paese Ue insieme alla Grecia, è ancora sotto il 50%. Una situazione drammatica nel Mezzogiorno dove lavora solo una donna su tre, un valore quasi uguale a quello di 15 anni fa. Siamo il Paese dell’Unione Europea con la più alta percentuale di giovani tra i 15 e i 34 anni che non studiano ne lavorano: il 24,4%.

Il grande dilemma
Questa condizione di fragilità e incertezza così diffusa ormai è una minaccia per la stessa democrazia, perché crea paure e spinge milioni di persone verso la disillusione e la rabbia spesso nei confronti dello Stato stesso e dei suoi valori fondativi. C’è un nesso tra crescita delle disuguaglianze, declino della sinistra e rischi per la democrazia.

Paghiamo care le nostre difficoltà e timidezze nell’affermare un altro modello di sviluppo nello scommettere senza reticenze su un’opzione di tutela della terra nelle nostre politiche. Non è avvenuto perché siamo stati bloccati in un dilemma. Se si ferma la crescita, si determina un disastro sociale che fa morire la speranza e la democrazia. Senza però considerare che se va avanti “questo” sviluppo muore il pianeta. Affrontare e sciogliere questo “dilemma” ci avrebbe indicato un orizzonte e un campo d’azione.

L’unica salvezza che abbiamo è imboccare vie nuove per realizzare un nuovo modello di sviluppo in cui sostenibilità ambientale e sociale vadano di pari passo. Indicare questa opzione spetta a noi, anche perché la destra populista si disinteressa dell’ambiente e rimuove il tema delle diseguaglianze. La proposta pericolosa della Flat tax, che penalizza ancora una volta i più fragili e aumenta ancora le diseguaglianze, lo dimostra.

Il congresso e la battaglia
Si decideranno tempi, temi e appuntamenti di un processo che abbiamo voluto chiamare Costituente. Io credo che la nostra unica salvezza è fare in modo che questo periodo di elaborazione sia intrecciato ad una forte battaglia politica e popolare nel Parlamento e nei territori. Solo questo renderà il Pd la forza dell’alternativa. Quindi contenuti chiari e spirito unitario e aperto nella capacità di coinvolgere le persone.

Teniamo per ora, come chiedono in molti sullo sfondo il tema delle alleanze, ma per essere franchi è una rimozione. Con il 19% dei voti, in un Paese che elegge il Parlamento, i Comuni le Regioni con sistemi elettorali di tipo maggioritario continuare a demonizzare questo tema lo trovo un limite. Oltre a contenuti, scelte e politiche chiare, non possiamo alle elezioni non avanzare una credibile proposta di Governo che parli al Paese. Senza una proposta che dia gambe alle nostre idee si afferma un’idea distorta di riformismo, come se fosse semplicemente “fare leggi”, e non piuttosto cambiare la società attraverso riforme che portino a una società più giusta ed equilibrata.

Senza questa proposta si afferma una cultura massimalista che propone il “massimo possibile”, senza poi cambiare nulla. È il massimalismo di chi divide nel nome di Mario Draghi, ma in realtà spiana la strada a Giorgia Meloni.  Anche l’opposizione per essere più efficace nella battaglia parlamentare dovrebbe almeno coordinarsi su alcune grandi questioni da individuare insieme. Non è credibile denunciare ogni ora i “pericoli della destra al Governo” e continuare a tenere congelate le divisioni nelle opposizioni.

La destra populista presenterà il suo volto rassicurante e corporativo, ma io credo alla fine mostrerà i sui limiti. A parte le forme “gentili” e rassicuranti, nelle scelte già compiute, emerge una tendenza all’estremismo. Emergerà grande capacità di rappresentare problemi, ma grande difficoltà a trovare soluzioni a quei problemi e quando le soluzioni le troveranno, tendenzialmente saranno la difesa dei più forti. Le prime avvisaglie si vedono nei silenzi e nelle allusioni su come si affronterà il Covid o ancora di più nella Flat tax.

Organizzare l’opposizione
Ripeto, c’è un nostro cammino possibile, lo indica la democrazia: organizzare l’opposizione, nei quartieri e nel Paese. Molti non ci hanno votato, non per il programma, ma accusandoci di non essere credibili perché troppe volte incoerenti. Il recupero di credibilità ora passa anche per la coerenza dei nostri comportamenti.

Dobbiamo batterci con durezza e con passione per far vivere e affermare l’impianto del nostro programma, le nostre idee e rilanciare politiche popolari e gli impegni che ci siamo presi: sul lavoro di qualità, sui salari, sulla scuola e la sanità pubblica, sul digitale, sull’energia, sulla parità di genere, sul cambiamento climatico. Favorire la crescita delle nostre imprese accompagnandole nella transizione green e digitale e sostenendone gli investimenti in ricerca e innovazione, rendere facile la loro vita e quella di tutti i cittadini, semplificando, combattendo la cattiva burocrazia. E insieme vigilare con intransigenza sui diritti che la destra minaccia di abbattere.

Questi capitoli devono diventare “l’agenda del Pd”, da far vivere nelle strade, nelle piazze, e da promuovere con tutta la nostra forza in Parlamento, perché solo contenuti, uniti a coerenza e visione, creano le condizioni per ricostruire un nostro radicamento sociale. Non possiamo lavorare da soli, ma dobbiamo farlo rendendo protagonisti e “decisore” un popolo diffuso e spesso organizzato nella società responsabile, nei comitati, associazioni, nella cultura, nel terzo settore spesso con tanti amministratori. Questo popolo aveva risposto all’appello di “Piazza Grande”, è stato il protagonista delle vittorie alle amministrative e alle europee, ma poi io stesso non sono riuscito a farlo contare abbastanza nelle dinamiche interne.   Per questo il processo politico, popolare, sociale e culturale, fatto tra e con le persone, in piazze grandi dei nostri Comuni “è”, secondo me, il processo costituente di cui abbiamo bisogno. Ma dobbiamo muoverci. Non possiamo fare errori.

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