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« inserito:: Ottobre 21, 2022, 03:28:04 pm »

L’Intervista/ Matteo Ricci: la mia ricetta per rilanciare il Pd

di Matteo Iovane
scritto il 30 Settembre 2022

Il sindaco di Pesaro è considerato uno dei possibili successori di Letta alla segreteria del Partito democratico.

 Al Settimanale racconta sconfitta e ripartenza.

di Mattia Ivovane

Ricci, qual è la sua analisi del voto?
Una brutta sconfitta e una vittoria netta della destra. In bocca al lupo a Giorgia Meloni, nell’interesse del Paese, perché ne abbiamo davvero bisogno. L’errore più grosso è stata la divisione delle probabili coalizioni. La destra non solo ha fatto cadere il governo, ma si è messa insieme per un accordo di potere interpretando al meglio la legge elettorale che c’è. Il fronte democratico si è diviso in tre. Il problema è stato quello di non aver fatto il campo largo. La divisione è stata la causa principale della sconfitta. La conseguenza è che la destra ora è maggioranza in Parlamento ma non è maggioranza nel Paese.
Cosa ha sbagliato Enrico Letta?
È facile adesso buttare la croce su Enrico Letta. Sicuramente sono stati fatti degli errori, non solo suoi, ma collettivi, di tutti. Di certo non siamo riusciti a ribaltare la sindrome della sconfitta annunciata, anzi, forse l’abbiamo amplificata e questo ha demoralizzato la nostra gente in campagna elettorale e ovviamente è difficile vincere le elezioni quando hai un elettorato depresso. Questo è stato uno degli errori più grandi che abbiamo fatto. Ma, ripeto, non solo di Letta. Anzi, dobbiamo essere solidali con chi ha guidato il partito in questi mesi così difficili.
Cosa ne pensa del fallito campo largo? Del resto, lei è stato il primo a nominare in giunta un pentastellato…
Penso che con questa legge elettorale senza il campo largo non si vinca, nemmeno alle elezioni regionali che ci saranno nei prossimi mesi. Si voterà nel Lazio, in Lombardia, nel Molise. A Pesaro abbiamo dimostrato che si può fare. I Cinquestelle di certo non mi volevano bene, nel 2018 si sono candidati contro di me e hanno preso circa l’11%, mentre io ho vinto al primo turno. Quando poi è nato il governo giallorosso abbiamo avviato un dialogo che ha portato all’ingresso dei Cinquestelle nella mia giunta. Sono due anni che lavoriamo insieme e abbiamo lavorato benissimo.
Lo scorso anno nel centrosinistra era forte l’idea di Giuseppe Conte come federatore e punto di riferimento del campo progressista, poi cosa è successo?
Conte ha delle responsabilità storiche evidenti, perché facendo cadere Draghi ha aperto la strada alla destra. Credo anche che la rimonta dei Cinquestelle, che venivano dati per morti, dimostri forse che l’esperienza giallorossa, quella che io chiamo Conte-Gualtieri, sia stata un errore farla terminare, perché avrebbe potuto dare una prospettiva politica anche a noi. Gli errori commessi negli ultimi anni sono stati molti, e il risultato è che adesso ci saranno tre opposizioni: il Pd e il Centrosinistra, i Cinquestelle e il Terzo Polo.
Quindi pensa ad un’unica opposizione?
L’unità delle opposizioni la rende più forte, se invece sono divise il governo avrà sicuramente vita molto più semplice.
Dal voto sono usciti sconfitti i partiti che hanno sostenuto l’agenda Draghi, gli elettori cosa non hanno apprezzato?
Il problema è che non c’è un’agenda Draghi senza Draghi. Questo è stato uno dei principali errori fatti da alcuni partiti in campagna elettorale. Se Draghi fosse stato in campo con una sua lista, sarebbe stata una campagna elettorale completamente diversa, perché i cittadini scelgono le forze politiche e le leadership. Ci sono alcuni partiti che hanno raccolto consenso intorno alle leadership e quindi il tema dei leader rimane centrale nella politica italiana. Per questo è stato sbagliato tirare in ballo Draghi in campagna elettorale. È una partita che non si è giocata, quindi impossibile trarne le conclusioni.
Cosa non ha funzionato nel Pd?
A quindici anni dalla nascita del Pd, è arrivato il momento che dobbiamo ripensare a questo modello e probabilmente andare oltre. In questi anni è successo di tutto, crisi economica, pandemia, guerre, e noi abbiamo bisogno di ripensare il nostro partito dal profondo, sui contenuti, sul linguaggio e anche sulle organizzazioni. Soprattutto dobbiamo chiederci perché non siamo percepiti come una forza che si batte per il riscatto sociale, per diminuire le disuguaglianze. Questo è il punto. Mentre a livello locale riusciamo ad essere una forza popolare che intercetta i bisogni.
Molti amministratori del Pd le chiedono di candidarsi alla segreteria, ci sta pensando?
La sinistra di prossimità è una grande carta che abbiamo per ricostruire la sinistra riformista italiana. Di certo i sindaci non si possono sottrarre. Ho l’onore di presiedere il comitato dei sindaci del Pd da alcuni anni, che assicuro sarà della partita per la prossima segreteria e proverà a dare il suo contributo in prima linea. Poi arriverà il tempo dei nomi, adesso se ne stanno facendo tanti, per il momento darò il mio contributo poi quando ci saremmo confrontati sulle idee si arriverà anche ai nomi in grado di guidare il partito.
Che tipo di opposizione farete?
Un’opposizione dura e netta. Sui binari internazionali soprattutto. L’atlantismo, l’europeismo. Ora dobbiamo vedere come si comporterà il governo sulle emergenze del Paese. Le bollette, il caro vita, il tetto al prezzo del gas, quindi dobbiamo essere pronti per restituire subito la speranza ad un popolo. Poiché è tutto così veloce occorre ripartire presto per un nuovo Pd, per una stagione completamente nuova.
Negli ultimi anni, da Renzi in poi, nel Pd c’è stato un forte attivismo a livello nazionale degli amministratori locali, penso a Zingaretti, Bonaccini, Decaro. La politica territoriale è più efficace riportata sul piano nazionale? Crede sia più vicina agli elettori?
Renzi ha rappresentato una stagione nuova, di rottamazione, aveva aperto grandi aspettative, molte delle quali non si sono realizzate. Poi si è chiuso in un personalismo che lo ha portato a scissioni. Di certo gli amministratori locali hanno una grande forza nei territori che può essere messa a disposizione a livello nazionale. I Sindaci sono davvero la politica della porta accanto, che quotidianamente interpreta i valori attraverso azioni concrete, ma è una politica che ha anche la capacità di parlare a tutti. Ora è arrivato il momento di dare voce anche alla provincia italiana, perché l’Italia non è fatta solo di grandi città, serve un coinvolgimento anche da protagonisti della provincia italiana.
Qual è la sua idea di Partito Democratico?
Ci sarà tempo per discutere di quale nuovo Pd serve. Vorrei una sinistra più veloce, che sorride, in grado di ristabilire un rapporto con il popolo attraverso la speranza. E una sinistra concreta che riesce a tramutare idealità in azioni costanti e concrete, la sinistra dei sindaci.
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