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Autore Discussione: La crisi del governo di “unità nazionale”, ... (parole nuove per essere contro")  (Letto 44 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Agosto 05, 2022, 11:41:01 pm »

Di caos in caos

di Michele Castaldo

Il caos
La crisi del governo di “unità nazionale”, diretto dall’uomo della provvidenza, il banchiere Draghi, in piena estate, mostra non il fallimento della politica come vogliono sostenere la gran parte dei commentatori e degli intellettuali. No, è la crisi di un modo di produzione in crisi, ovvero di interessi di più classi in contrasto fra loro e in ognuna di esse, perché si vanno sempre più riducendo i margini del mercato.

All’orizzonte: il costo delle materie prime che determinano addirittura le alleanze storiche internazionali; la necessità di far fronte dando un impulso alle grandi aziende per renderle competitive e le ricadute di questo processo sui settori destinati perciò ad essere falcidiati: i taxisti per la Uber, le 50.000 imprese a rischio di chiusura, la revisione dei contratti dei beni demaniali. Si tratta di interessi economici che stridono fra loro e ne fanno le spese i partiti che si candidano a rappresentarli. Si provi solo a immaginare quale somma occorrerebbe per 50.000 mila imprese sull’orlo del fallimento, che Giuseppe Conte, per un verso, e Salvini per il versante del nord, vorrebbero salvare. E sotto accusa cosa è se non il reddito di cittadinanza?

All’interno dell’attuale caos dei partiti e dei vari raggruppamenti politici si segnala, in controtendenza, una crescita continua del partito di estrema destra della signora Giorgia Meloni, che viene visto come il fumo negli occhi dai democratici e dalla sinistra. E proprio coll’approssimarsi del centenario della Marcia su Roma del 28 ottobre del 1922, il partito Fratelli d’Italia, il partito dei patrioti, come lo definisce la Meloni, potrebbe festeggiare quel centenario con la nomina se non addirittura il giuramento di un nuovo governo della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza. Insomma la Storia, quella vera, gioca sempre brutti scherzi agli uomini che pensano di dirigerla.

Quali sono le ragioni vere, cioè le necessità di quali strati sociali, che spingono verso una destra nazionalista seppure atlantista? A nostro parere si tratta di quel frastagliato e composito mondo del ceto medio che dalla piccola e media impresa, dall’artigianato al piccolo commercio, dal mondo del professionismo è sotto pressione della grande finanza, della grande industria e della grande distribuzione. Si tratta di un agglomerato, come detto, composito, e perciò privo di nerbo che in una fase di crisi come quella attuale non può in nessun modo ottenere il sostegno e l’appoggio dei grandi poteri, cioè dell’establishment, e si affida a chi mostra di sostenerlo. Così facendo si vanno a incastrare in gangli complicati di giochi internazionali e di alleanze politico-militari.

Fratelli d’Italia come il Partito Nazionale Fascista cento anni dopo? Non scherziamo, solo i cretini possono credere alla storia che si ripete meccanicisticamente. Il fascismo era la risposta nazionale di più classi alla sfida lanciata dall’Internazionalismo della sinistra in una fase di espansione del modo di produzione capitalistico. Il ceto medio, nel quale i contadini e i reduci dalla guerra, svolgevano il ruolo delle truppe d’assalto e non solo di violenta manovalanza. Ma l’aspetto centrale era costituito dall’appoggio della grande industria e dall’apertura di una fase di enorme sviluppo economico del quale quelle categorie intendevano essere protagoniste in patria e fuori.

Oggi la Meloni e i personaggi di Fratelli d’Italia difendono l’indifendibile, cioè un ceto medio falcidiato dalla crisi e privo di prospettiva, come ad esempio i tassisti o i gestori delle aree demaniali come i lidi attrezzati che per decenni hanno fatto la fortuna dei loro gestori. Difendono la piccola impresa che è divenuta nei fatti anacronistica, checché ne pensi il professor Prodi, rispetto ai colossi della concorrenza asiatica contro cui devono battersi i grandi gruppi occidentali. Insomma, un nuovo nazionalismo non può poggiare per nessuna ragione sulla riduzione fiscale per le piccole imprese e il favoreggiamento del ceto medio. La guerra è guerra e si chiama in questo modo proprio perché è senza esclusione di colpi.

Di contro c’è una corsa a voler rappresentare i grandi interessi dell’Italia in crisi – la famosa corsa verso il centro liberista – sotto l’ombrello protettore Usa/Nato come estremo tentativo di sopravvivenza e non più come il faro che illumina nella nebbia, proprio mentre al di là dell’Atlantico c’è un paese in preda a una crisi di nervi, attaccato dall’esterno dalla grande forza produttiva della Cina e dall’insorgenza di tanti paesi di nuovo capitalismo sempre più agguerriti nella concorrenza e che non vogliono sottostare al dominio yankee. «In Africa la tenuta è agli sgoccioli», dice Moises Naim, per non dire della Russia che ormai è entrata a gamba tesa nel cosiddetto gioco della geopolitica.

È stato un caso che il governo Draghi è caduto proprio mentre erano in piazza i tassisti difesi tanto da Salvini quanto dalla Meloni? Mentre Giuseppe Conte faceva il pesce in barile? Bene, proprio in quei giorni Aldo Cazzullo pubblicava sul Corriere della sera, il giornale dell’establishment, l’intervista notturna con un taxista di Milano che a fine turno aveva incassato 332 euro. Si, ci sarà anche il notturno a gonfiare le corse, ma è una categoria certamente non operaia. E un Marco Rizzo del fantomatico Partito comunista ci fa la figura del cretino quando si presenta alla manifestazione dei tassisti arringandoli: « Voi state combattendo perché le multinazionali non vengano in questo Paeseeeee! » mentre i tassisti replicavano in coro « Bravooo! ». Il poveretto non sapendo più a quale santo votarsi va ad imitare Salvini in nome del “comunismo”. Che dire?

Nella spietata guerra della concorrenza le figure come quelle del tassista vecchio tipo o dei padroncini di camion, o dei subsub appalti nella Logistica, sono anacronistiche, e Draghi rappresentava e rappresenta tuttora la parte contrapposta, ovvero la grande finanza e le grandi corporazioni dell’industria e della distribuzione. Ecco perché la stessa Lega non può essere contemporaneamente di Salvini e di Giorgetti, ovvero di lotta e di governo, con la Nato e con la Russia, perché gli spazi si sono ridotti: deve sopravvivere l’una, la grande impresa, a scapito dell’altro, il ceto medio. E che si tratti di una vera e propria guerra lo hanno dimostrato le mobilitazioni dei giorni caldi di luglio proprio dei tassisti.

A quali condizioni Lega e Forza Italia avrebbero continuato a sostenere il governo retto da Draghi? Cacciando dal governo il M5S. Che significato aveva l’espressione di Draghi: « non c’è alternativa a un governo con il M5S »? Diciamola tutta e sino in fondo: per il grande banchiere che interpreta le necessità della finanza e dei grandi gruppi, nonché fervido sostenitore dell’invio di armi all’Ucraina, un sussidio minimo a disoccupati e precari che lavorano a nero deve continuare ad essere elargito per due motivi: a) alimentare i consumi, e b) tenere buona la piazza. Sicché l’arrivista Di Maio s’è dimostrato essere, come tutti i meschini, più realista del re. A quel punto il centrodestra s’è fatto bene i calcoli e pensando di avere la vittoria in tasca ha deciso di mandare a casa Draghi, che ha accettato perché non c’è soluzione di sorta. Dunque, al di là di manovre “filoputiniane”, il governo Draghi è stato mandato a casa dall’intemperante comportamento del ceto medio rappresentato tanto da Salvini quanto da Conte.
Chi rappresenta il proletariato?
Bando alle chiacchiere: il proletariato non ha una rappresentanza politica, e non solo parlamentare, perché è totalmente assente dalla scena, non è in campo in quanto tale. Mentre il ceto medio in modo confuso e scoordinato si mostra e cerca di difendersi, fino al punto da tentare di spostare equilibri internazionali di alleanze, la stessa cosa non sta succedendo con il proletariato. Dire, ad esempio, che il proletariato, la nostra classe di riferimento, « vive un momento di difficoltà » vuol dire darsi coraggio, non guardare la realtà per quella che realmente è. Dovremmo ricordare, tra le altre cose, che alle ultime elezioni europee del 2019, le organizzazioni sindacali più rappresentative – dunque i rappresentanti dei lavoratori seppure sul piano sindacale – firmarono un documento congiunto con la Confindustria per invitare a votare per i partiti europeisti. Sicché non ci sarebbe da scandalizzarsi se ci fosse un atteggiamento simile anche in questa tornata elettorale contro i partiti apertamente di destra, come quello della Meloni. Insomma una classe trainata verso l’ipotesi di una non vittoria del centrodestra tale da prefigurare un nuovo governo Draghi o comunque draghiano.

Poniamoci questa domanda: perché il proletariato è totalmente assente come classe sociale con interessi distinti? Dovremmo avere la forza e il coraggio di affrontare questo tema senza nasconderci dietro un dito, ma guardando negli occhi la realtà. Mentre continua lo stillicidio dei morti sul lavoro e aumenta la precarietà ci si sta mettendo pure l’inflazione che vuol dire riduzione salariale indiretta, e tutto tace. Mentre scoppiano rivolte popolari improvvise in paesi di giovane capitalismo.

Negli ultimi 10 anni un pugno di lavoratori, per lo più immigrati e schiavizzati oltremodo, nella Logistica, hanno subito minacce e repressioni addirittura con morti durante gli scioperi, con denunce infamanti pur di cancellarne l’identità e non s’è mai mosso un dito in loro difesa da parte del proletariato storicamente detto. Come mai, perché? Non possiamo continuare a tacere su questo e men che meno pensare che i lavoratori siano tenuti a bada dalle loro organizzazioni sindacali, perché è esattamente vero il contrario. Mentre nella Logistica i lavoratori presi dalla disperazione si sono attivati alla ricerca di chi li potesse organizzare, il restante del proletariato è fermo ai box e perciò degnamente rappresentato dalle attuali organizzazioni come CGIL-CISL-UIL in Italia, CGT- CFDT in Francia, o l’AFL-Cio negli Usa, per citare alcuni esempi. Con la scesa in campo del proletariato asiatico, come agguerrito concorrente, si è avuto un arretramento e con esso uno scoraggiamento e un disorientamento dell’insieme del proletariato occidentale.

Ultima trovata in ordine di tempo: «A sinistra servirebbe Landini, il leader Cgil ha titolo, storia e competenza per riunire tutta l’area», dice il filosofo napoletano Roberto Esposito. Siamo alle solite: l’individuo che diviene la «leva per sollevare il mondo». Povera filosofia in che mani sei finita!

Se negli ambienti che contano, come riferisce Stefano Lepri su La Stampa, «La parola “unrest”, disordini, compare ben sette volte in un testo di diciotto pagine fitto di tecnicismi economici», vuol dire che c’è la percezione, seppure attenuata, del senso di marcia che ha imboccato la crisi.

Come si attrezza chi si muove per una critica radicale al modo di produzione capitalistico oggi? La parola d’ordine internazionalista del Manifesto: «Proletari di tutto il mondo unitevi! », può acquisire valore non in quanto tale, cioè per la capacità ricettiva del soggetto, e perciò come espressione di un’idea da lanciare ai lavoratori, ma solo in presenza di una generale crisi del modo di produzione capitalistico – verso cui è diretto – e perché costretto a non poter più continuare a vivere come espressione complementare di un sistema coesivo e monista. Detto in modo brutale: c’è una differenza di fondo tra gli anni ’20 del secolo scorso e la crisi attuale: allora il ceto medio era in espansione, e fu usato dal modo di produzione verso una ipotesi nazionalista contro il proletariato, che veniva illuso di una ipotesi internazionalista adombrata dopo la grande Rivoluzione in Russia. Oggi il proletariato rischia di essere passivamente compattato dal nazionalismo democratico ai danni del ceto medio, che privo di prospettiva è divenuto una variabile impazzita alla cui testa si candida il cosiddetto populismo più o meno nazionalista di destra, mentre su quello di “sinistra”, che si candida ugualmente a rappresentare, stendiamo un velo pietoso. Sicché i democratici si preoccupano perché intravedono nella crescita dei populismi un senso di irresponsabilità che può accelerare la corsa verso la crisi generale dell’insieme del sistema sociale attuale.

Dunque, per la nostra prospettiva, di un compattamento del proletariato sul piano internazionale, si preparano tempi complicati, ma meno bui di quelli che difendono il modo di produzione capitalistico, ai quali comincia veramente a mancare la terra sotto i piedi.

da https://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/23572-michele-castaldo-di-caos-in-caos.html
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« Risposta #1 inserito:: Agosto 05, 2022, 11:49:39 pm »

Mario Corti

Davide Cavaliere

Carlo Rovelli,
a forza di passare le sue giornate sospeso tra atomi e buchi neri, si è dimenticato di aprire i libri di storia.
Il suo ultimo articolo apparso sul Corriere della Sera è un'ammutolente esibizione di demagogia e ignoranza. Il più sopravvalutato dei fisici è contro la guerra, come tutte le persone ragionevoli, d’altronde, peccato che lui la veda fare solo agli Occidentali, Stati Uniti in testa. Nella sua crassa e compiaciuta incompetenza sul tema, scrive:
«Mi unirei al coro contro il riconoscimento del Donbass che ha innescato la guerra ucraina, se aggiungessimo che ci siamo sbagliati riconoscendo Slovenia e Croazia, innescando la guerra civile Iugoslava».

Forse, non è ignoranza, ma proprio malafede. La responsabilità della guerra civile jugoslava ricade sul nazional-comunista Miloševic, che era deciso a riaffermare il ruolo egemone dei serbi in una Jugoslavia unita. Rovelli piagnucola per i bombardamenti della NATO sulla Serbia, senza mai ricordare la criminale aggressione della pacifica Bosnia, i brutali assedi di Mostar e Sarajevo, la carneficina di Srebrenica, la pulizia etnica delle città lungo la Drina, l'istituzionalizzazione dello stupro come atto politico, la profanazione dei siti culturali bosniaci, il bombardamento della Vijećnica, l'oppressione sistematica di due milioni di kosovari.

La macchina del pacifismo può funzionare solo così, occultando gli orrori delle presunte «vittime» della protervia occidentale. Rovelli ricorda le bombe su Hiroshima e Nagasaki, ma non i massacri di Nanchino, dove l'esercito del Sol Levante, tra stupri e uccisioni, spedì all'altro mondo dai 300.000 ai 500.000 civili in un mese; scrive con coscienza pulita che l'Iraq non aveva mai attaccato nessuno, nascondendo il genocidio dell'Anfal; piange sui «vietnamiti massacrati dal napalm» ma non su quelli assassinati dal regime di Ho Chi Minh.

Il suo pacifismo è parziale, ideologico e imbevuto di quel senso di colpa gioioso caratteristico dei benpensanti.
La sua cecità gli impedisce di vedere i nemici del presente. Persino davanti all'emergere di una potenza totalitaria e imperiale, Rovelli incolpa solo l'Occidente, che secondo lui «si sente inquieto perché la Cina sta diventando ricca. La provoca, la accusa con pretesti (ce ne sono: scagli la prima pietra chi è senza colpe). Cerca lo scontro. Vorrebbe umiliarla militarmente prima che cresca troppo. La classe dominante occidentale ci sta portando verso la terza guerra mondiale». Affermazioni sconclusionate, che però rivelano la visione meramente economicista del suo autore («la Cina sta diventando ricca»), residuo di un marxismo giovanile mai del tutto espulso.

Qualcuno fermi Rovelli, prima che venga totalmente assorbito dal buco nero della sua idiozia.

da Fb del 2 agosto 2022

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