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Autore Discussione: FEDERICO RAMPINI.  (Letto 87012 volte)
Arlecchino
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« Risposta #180 inserito:: Gennaio 11, 2021, 09:26:21 pm »


Outlook | Perché le Borse non hanno reagito all'assalto al Congresso?
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Federico Rampini - La Repubblica Annulla iscrizione
20:47 (36 minuti fa)
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Rep: Outlook di Federico Rampini

11 gennaio 2021

Bisogna sempre chiedersi perché “il cane non ha abbaiato”, come nel racconto di Arthur Conan Doyle. Tra le reazioni all’assalto del 6 gennaio contro il Congresso di Washington, il rumore assordante sui media e nel mondo politico rischia di nascondere alcune assenze di reazione e alcuni silenzi, almeno altrettanto significativi. Ho già osservato che non ci sono state grandi manifestazioni popolari della sinistra in difesa della democrazia (solo qualche sparuta protesta davanti alle Trump Tower, nulla di significativo). La Borsa va aggiunta alla schiera degli “indifferenti”. Il 6 gennaio è stato un non-evento per i mercati dei capitali. Come spiegarlo? Ci sono tante opzioni. Si può invocare il cinismo. I mercati azionari non assegnano un particolare valore alla democrazia, basta vedere la performance stellare delle Borse cinesi nel 2020. Si può invocare la saggezza: forse chi opera sui mercati dei capitali ha considerato l’aggressione a Capitol Hill come un evento grave ma sostanzialmente “folcloristico”, espressione di frange violente che sono sempre esistite ma che nel lungo periodo non incidono sul governo della nazione né sui destini dell’economia. Infine c’è l’interpretazione che privilegia il pragmatismo ed è quella che sceglie Rana Foroohar sul Financial Times. In questa lettura ci sono elementi positivi a fianco di elementi inquietanti. Il pragmatismo induce gli investitori a concentrare l’attenzione sui nuovi equilibri politici post-elettorali. Dopo il voto della Georgia di una settimana fa, l’esile maggioranza democratica nei due rami del Congresso può tradursi in nuove manovre di spesa pubblica a favore della ripresa, in aree importanti come la ricostruzione delle infrastrutture (un tema molto caro a Biden), la sanità, l’istruzione, gli aiuti alla finanza locale. Questi ultimi sono cruciali se Biden vuole vincere la sua sfida sulle vaccinazioni: 100 milioni di americani vaccinati nei primi 100 giorni del suo governo. Ho appena finito di ascoltare uno degli esperti che Biden ha riunito nella sua task force anti-covid, il medico Michael Osterholm. Secondo lui una spiegazione dietro l’attuale lentezza nelle vaccinazioni è proprio che i principali attori responsabili per la distribuzione sul territorio, cioè gli Stati, sono afflitti da una drammatica mancanza di fondi (ricordo che l’America sta facendo meglio dell’Europa avendo già vaccinato il 2,5% della popolazione; ma non basta).

Insomma, se le Borse guardano al sodo, la sostanza è che tra dieci giorni si apre una fase nuova nella politica economica americana. Ma quanto nuova? Ricordo che nella primavera-estate del 2020 l’Amministrazione Trump contribuì all’approvazione di tre maxi-manovre di spesa pubblica; l’iniezione di potere d’acquisto fu vigorosa. Bisogna dunque sperare che la squadra Biden azzecchi una composizione più efficiente, foriera di benefici superiori. E’ più azzardato scommettere sull’ipotesi che Biden riesca a varare manovre quantitativamente superiori a quelle dell’anno scorso. Bisogna ricordare che al Senato le leggi più importanti continuano ad essere soggette al “filibustering” (noi diremmo ostruzionismo), per cui l’approvazione richiede 60 voti, ovverosia almeno 9 repubblicani “collaborazionisti”. Può darsi che un effetto collaterale benefico dell’assalto al Congresso sia quello di attirare un’ala moderata del partito repubblicano verso una stagione di intese bipartisan. E’ tutto da verificare, però. Condivido la visione pessimista dello studioso Michael Lind, secondo cui l’orribile vicenda del 6 gennaio è la manifestazione di una larvata guerra civile a cui contribuiscono da decenni sia la destra che la sinistra. Da ambo le parti ci sono delle élite che si sono costruite una rendita di posizione – politica ed economica – sull’istigazione all’odio, la faziosità, la cultura tribale.

Tornando alle Borse, “il cane che non ha abbaiato” si spiega anche così: questo mercato dei capitali campa benissimo su una società sempre più dilaniata, afflitta da diseguaglianze che si sono allargate ulteriormente durante la pandemia. Non mi riferisco solo ai soliti sospetti come Jeff Bezos, quelli che in pochi mesi hanno aggiunto molte decine di miliardi al proprio patrimonio già cospicuo. Dietro le punte estreme dei Padroni della Rete, tutta la società americana è divisa tra vincitori e perdenti, lo si vede perfino sul mercato delle automobili: vanno benissimo le vendite dei modelli sopra 50mila dollari di prezzo, vanno male quelli sotto i 30mila. Le professioni privilegiate non hanno perso un centesimo di reddito grazie allo smart-working. Molti degli elettori di Trump appartengono a quell’America “senza laurea” dove si sono concentrati i danni economici dei lockdown.

Gli assalitori del Congresso sono dei ribelli marginali e impotenti di fronte a una macchina del denaro che si sta coalizzando in modo implacabile contro di loro: la censura di Twitter, Facebook, Google, Amazon contro i social della destra, è la conferma che agli occhi dei grandi capitalismo americano questi “disturbatori della quiete” sono dei bifolchi irrilevanti. Ciò che conta per i vincitori della pandemia è altro. Cito i recenti annunci delle banche di Wall Street che lanciano una nuova ondata di buyback, con l’obiettivo di ricomprarsi il 15% di azioni proprie in un biennio. E’ un altro potente sostegno alla Borsa, che viene ad aggiungersi a quello semi-onnipotente della banca centrale. La Federal Reserve mantiene la politica monetaria più espansiva della storia. Uno dei grandi saggi che analizzano i trend dei mercati, Jeremy Grantham, di recente ha scritto quanto segue: “Il lunghissimo Toro di Borsa che dura dal 2009 si è ormai trasformato, è maturato a tutti gli effetti, in una bolla di proporzioni epiche. Le sue caratteristiche sono sopravvalutazioni estreme, aumenti di prezzi esplosivi, frenesia di nuove emissioni di titoli, un comportamento degli investitori istericamente speculativo. Io credo che questo evento verrà ricordato come una delle più grandi bolle della storia finanziaria, a fianco del 1929”.

Rana Foroohar aggiunge che l’euforia delle Borse non ha alcuna ricaduta benefica sugli investimenti nell’economia reale. Il debito totale degli Stati Uniti – pubblico e privato – è cresciuto dal 142% del Pil nel 1980 al 254% nel 2019, alla vigilia del covid che ne ha provocato un ulteriore e poderoso aumento. Nello stesso arco di tempo gli investimenti produttivi in proporzione al Pil sono diminuiti, non aumentati. Tutto questo potrebbe preludere a un tracollo di Borsa, o per lo meno a un “aggiustamento”, termine pudico che indica un ribasso sostanziale? Biden se vuole finanziare le sue spese dovrà riuscire ad aumentare le tasse sulle imprese. E’ possibile che faccia rinascere anche un po’ d’inflazione e infatti da qualche giorno i tassi d’interesse su alcuni bond sono in risalita. Tutto questo converge a dipingere uno scenario in cui gli investitori azionari rimpiangeranno gli anni di Trump come l’ultima età dell’oro? Gli altri possono consolarsi così: la Borsa è talmente dissociata dall’economia reale, che un suo calo potrebbe essere perfino l’annuncio di tempi migliori per tanti americani.

In Asia oggi voglio concentrarmi su un attore piccolo: Taiwan.
Taiwan è un osservatorio importante sulla Cina. Quando io cominciai a esplorare la Cina più di vent’anni fa, mi resi conto del ruolo strategico dei taiwanesi. Erano stati i primi a capire la svolta di Deng Xiaoping, a cogliere le opportunità d’investimento in un Paese che si apriva. Noncuranti delle tensioni politiche fra Pechino e Taipei, gli imprenditori taiwanesi facevano la spola, erano i pendolari della delocalizzazione, aprivano fabbriche nella madrepatria continentale, trapiantavano sulla terraferma capitali, tecnologie, cultura del marketing. Furono l’avanguardia dei grandi flussi globali di investimenti verso la Cina a cui si accodarono più tardi gli americani e gli europei. Solo giapponesi e coreani erano stato quasi altrettanto preveggenti e veloci, mai quanto i taiwanesi però: non foss’altro che per il fatto di parlare la stessa lingua, di appartenere alla stessa etnìa e civiltà, i taiwanesi hanno sempre avuto una marcia in più. Dagli anni Ottanta in poi lo stock complessivo di investimenti taiwanesi accumulati in Cina è dell’ordine di 200 miliardi di dollari. E’ di proprietà taiwanese la fabbrica che assembla i prodotti di Apple in Cina, la Foxconn con base a Shenzhen nel Guangdong. Grazie alla sua scelta di localizzare le sue fabbriche sul continente, la Foxconn ha avuto uno sviluppo strabiliante, dalla quotazione in Borsa del 1991 in un decennio il suo fatturato fu moltiplicato per 65. E’ diventata la più grande fabbrica di prodotti elettronici del mondo. Perciò oggi è significativo che proprio i taiwanesi abbiano intrapreso un cammino in senso inverso. Non è una fuga precipitosa dalla Cina, ma è un ridimensionamento, una smobilitazione. E’ già in corso da qualche anno questa ritirata dei taiwanesi dalla Cina, e vi ha contribuito il protezionismo di Trump, la barriera dei dazi sul made in China. Altri fattori erano pre-esistenti: il costo del lavoro sale da molti anni in Cina riducendo i vantaggi competitivi; il governo di Pechino ha smesso di offrire gli incentivi fiscali o i sussidi con cui un tempo attirava gli investitori stranieri. L’anno scorso, il flusso totale di investimenti da Taiwan alla Cina si è dimezzato. Molti spostano le attività verso altre nazioni asiatiche: dall’India al Bangladesh al Vietnam. Qualcuno la riporta in patria, nonostante i costi di produzione siano più elevati. E’ un segnale che le imprese di altri Paesi dovranno studiare, visto il ruolo di Taiwan come pesce-pilota.


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« Risposta #181 inserito:: Gennaio 20, 2021, 12:02:54 am »

Rep: Outlook di Federico Rampini

19 gennaio 2021

È il grafico che un italiano non vorrebbe mai vedere. È in prima pagina sul Wall Street Journal di oggi. Illustra la crescita economica nel 2020, per le 12 economie più ricche del pianeta. Annus Horribilis visto che il Pil mondiale è sceso del 4,4%. Però le performance delle varie economie divergono. E l’Italia è proprio l’ultima, 12esima su 12, dietro l’India. La Cina è prima ed è l’unica a finire col segno più, in crescita del 2,3%. È la vincitrice del 2020 e questo continua ad avere conseguenze economiche e geopolitiche rilevanti, sullo scenario della nuova guerra fredda tra le due superpotenze. Dietro la Cina, altre due nazioni dell’Estremo Oriente, Corea del Sud e Giappone figurano nel quintetto di testa, nel 2020 hanno avuto Pil negativi ma sono riuscite a contenere i danni. In parte lo devono alla loro efficienza sanitaria nel contenere il Covid, in parte alla loro integrazione con l’economia cinese. Gli Stati Uniti se la cavano meno peggio di tutte le altre economie occidentali, Canada incluso. Il Pil americano ha perso il 4,3% nel 2020, il che significa una performance di quasi 7 punti inferiore alla Cina. Però l’America è quarta in classifica e distanzia tutti gli europei. La Germania, prima della classe in Europa, ha avuto due punti di crescita in meno degli Stati Uniti.

Non vi è una ragione unica per cui l’America è riuscita a subire un danno meno pesante dell’Europa. L’economia Usa viene da un lungo periodo di maggiore dinamismo, seppe riprendersi prima e meglio dell’Europa dalla crisi del 2008; ha un ambiente fiscale e normativo più favorevole all’attività d’impresa e alla creazione di lavoro; ha una politica monetaria più aggressiva in favore della crescita. L’altro fattore che ha contribuito senza dubbio nel 2020 è stato il vigore delle manovre di spesa pubblica, concordate fra Donald Trump, la Camera a maggioranza democratica, il Senato a maggioranza repubblicana. Le stime quantitative sulle dimensioni precise di quelle manovre variano molto, a seconda di quello che si vuole considerare dentro o fuori, quello che si considera spesa d’emergenza o spesa ordinaria. Io in questa newsletter ho adottato una stima molto larga, fatta dal Congressional Budget Office, che arriva a 5.400 miliardi di dollari, pari al 25% del Pil. Altri considerano che le manovre di spesa veramente extra, anti-Covid e anti-recessione, sono state la metà. Resta un dato incontestabile, e cioè l’eredità sui conti pubblici: l’indebitamento complessivo (a cui ha contribuito anche il calo di gettito fiscale) è aumentato facendo salire l’ammontare di titoli del Tesoro di 7 trilioni, ovvero 7.000 miliardi di dollari in un anno. Lo stock di titoli del debito federale ha raggiunto 21,6 trilioni o 21.600 miliardi cioè il 100% del Pil. Non è un livello allarmante per un’economia come quella degli Stati Uniti, visto che Paesi come Italia e Giappone sono da molti anni ben al di sopra di quella soglia, e non hanno neppure l’appannaggio imperiale che ha l’America, cioè la facoltà di emettere titoli in una moneta universale, che il mondo intero considera la più liquida, la più sicura. E tuttavia il debito eguale al Pil per gli americani è una soglia politicamente significativa. In queste ore Janet Yellen, designata da Joe Biden come la futura segretaria al Tesoro, passa gli esami al Senato per la conferma della sua nomina. La stessa Yellen incarna nella sua persona una parabola ideologica molto emblematica. Quando fu la capa dei consiglieri economici della Casa Bianca, sotto Bill Clinton, lei era l’esponente tipica di una sinistra convertita al neoliberismo, favorevole ai trattati di libero scambio, e al rigore nei conti pubblici. Quando Barack Obama la nominò alla guida della Federal Reserve aveva già cominciato una correzione ideologica, un pentimento: riassorbire la disoccupazione creata dalla crisi del 2008 era diventata la priorità, il pareggio dei disavanzi e la lotta all’inflazione passavano in secondo piano. Adesso la Yellen si appresta a guidare il Tesoro in pieno revisionismo: al diavolo l’equilibrio delle finanze pubbliche, bisogna curare una depressione con ogni mezzo possibile. Delle tesi che ancora pochi anni fa erano sostenute solo dalle frange più radicali della sinistra, come Bernie Sanders e i fautori della Modern Monetary Theory, ora sono accettate da tanti democratici più moderati. Non necessariamente da tutti, però. E bisogna vedere quanti repubblicani continueranno a sostenere maxi-manovre di spesa anche ora che non c’è più Trump alla Casa Bianca. Il presidente uscente, infatti, dal punto di vista dell’ideologia economica era più vicino ai democratici che non ai conservatori tradizionali. Il 2021 si apre all’insegna di un “monocolore democratico” visto che il partito di Biden ha conquistato la Casa Bianca e di strettissima misura anche il Senato, oltre a conservare una risicata maggioranza alla Camera. Però per passare grandi manovre di spesa pubblica quelle maggioranze esili rischiano di non bastare. Sono vulnerabili alle defezioni di democratici moderati. E le procedure parlamentari, soprattutto al Senato, rendono molto più agevole l’approvazione di leggi di bilancio con una maggioranza qualificata di 60 senatori su 100. La Yellen dovrà allargare la platea dei convertiti alla bontà dei maxi-deficit.

L’altra superpotenza guarda il mondo intero dall’alto in basso, ma non può ignorare i propri problemi interni. Dietro l’ottima crescita del 2020 affiora una debolezza strutturale pre-esistente, la bassa produttività dell’economia cinese in generale. E quest’ultima si è aggravata via via che Xi Jinping ha aumentato il peso delle grandi imprese pubbliche. I dati che cito sono in un rapporto del Fondo monetario internazionale, secondo cui la produttività media dell’economia cinese è solo il 30% di quella delle altre grandi economie mondiali, cioè Stati Uniti, Giappone e Germania. Certo, in questo dislivello enorme si vede la traccia della storia: la Cina è ancora in parte un’economia emergente, il che significa che alcuni pezzi del suo settore produttivo ereditano arretratezze, capitali insufficienti, macchinari e metodi di produzione basati sulla disponibilità di manodopera a buon mercato. L’agricoltura ha ancora un peso superiore a quello di Paesi di più antica industrializzazione. Ma l’altra causa del notevole ritardo della Cina in termini di produttività è legata al suo modello di sviluppo che Xi ha ulteriormente rafforzato: il ruolo enorme delle grandi imprese di Stato. I calcoli del Fmi dicono che questi conglomerati pubblici in media hanno una produttività che è solo l’80% di quella delle imprese private cinesi. Negli ultimi anni la Cina ha addirittura rallentato i suoi progressi in termini di efficienza aziendale, la crescita della produttività era stata del 3,5% annuo dal 2008 al 2012 ed è calata allo 0,6% dal 2012 al 2017. Questo è legato al fatto che con Xi Jinping – al timone proprio dal 2012 – le grandi aziende di Stato sono tornate al centro delle attenzioni del governo, e il loro peso sull'economia è aumentato. Nel 2018 gli attivi totali delle aziende di Stato valevano il 194% del Pil, più di quanto valessero vent’anni prima e molto più che in qualsiasi altra economia sviluppata. Il modello di “capitalismo politico” che caratterizza la Cina – primato della politica sull’economia, dirigismo, forte ruolo dello Stato – non è solo criticabile dal punto di vista occidentale perché esercita una concorrenza sleale. Per la stessa ragione per cui un’impresa italiana o americana si sente svantaggiata a competere con un’azienda cinese che ha accesso a sussidi pubblici e credito agevolato, anche un’impresa privata cinese subisce la stessa concorrenza sleale. È all’interno della stessa Cina che si svolge una competizione ad armi impari, fra chi gode della benevolenza governativa e chi no.


Washington, 19 gennaio 2021         


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« Risposta #182 inserito:: Marzo 02, 2021, 09:02:12 pm »

Outlook | Un mondo a tre velocità
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Federico Rampini - La Repubblica Annulla iscrizione

ven 5 feb, 17:10
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C’è chi cresce troppo poco, e chi cresce troppo. In Cina molte grandi fabbriche stanno offrendo premi salariali speciali alla manodopera perché accetti di rinunciare alle vacanze del Capodanno Lunare. Il boom dell’export è tale che grandi stabilimenti come quelli della Foxconn, Pegatron e Luxshare che assemblano prodotti Apple non riescono a star dietro agli ordinativi.


Accelerano i tempi della nuova manovra anti-crisi a Washington, forse sarà varata stasera stessa. È la prima manovra di bilancio dell’era Biden. Vale 1.900 miliardi di dollari e interviene su tre fronti principali: aiuti diretti ai cittadini, nuovi fondi alla campagna vaccinazioni e trasferimenti dal Tesoro federale nelle casse degli Stati che hanno sopportato spese-extra e caduta di gettito fiscale. La svolta è venuta con la decisione di non cercare consensi repubblicani e usare il voto di Kamala Harris per avere la maggioranza al Senato. Questo consente di varare la manovra di spesa pubblica nella sua dimensione più elevata. La Camera potrebbe votare l'approvazione definitiva sul testo approvato stamattina al Senato. L’accelerazione giunge insieme a un dato sul mercato del lavoro: creati solo 49.000 nuovi posti (assunzioni aggiuntive al netto dei licenziamenti) nel mese di gennaio: la ripresa si conferma ma resta ancora troppo lenta rispetto alle necessità, rallentata dai lockdown che paralizzano tante attività di servizio. Nella manovra Biden il pezzo forte è un nuovo trasferimento diretto sul modello di quelli effettuati nel 2020 e ancora all’inizio del 2021 (manovra di Natale): tutti gli americani sotto i 50.000 dollari di reddito annuo riceveranno un altro bonifico bancario o assegno da 1.400 dollari, ovvero 2.800 dollari per le coppie sotto i centomila di reddito annuo. Al di sopra di quelle soglie di reddito ci saranno aiuti decrescenti fino a scomparire. Si stima che il 70% degli americani riceverà questo sussidio pieno e il 17% lo riceverà in misura ridotta.


E tre. La Johnson&Johnson vuole seguire il percorso-turbo che ha già consentito a Pfizer e Moderna di offrire il vaccino in tempi record. La terza multinazionale americana che è pronta a tagliare il traguardo chiede lo stesso trattamento: la “procedura di emergenza”, cioè la corsia superveloce per l’esame finale e l’approvazione da parte dell’authority americana dei farmaci, la Food and Drugs Administration (Fda). Se l’operazione scorciatoia si ripete per la terza volta, la Johnson&Johnson è già pronta ad avviare la produzione industriale su larga scala. Sarebbe un risultato prezioso per l’Amministrazione Biden: dalle due fabbriche situate a Baltimora e in Olanda, la J&J potrebbe fornire 30 milioni di dosi già ad aprile e 100 milioni entro la fine di giugno. Poiché il vaccino J&J è mono-dose, ai fini della popolazione da inoculare “vale il doppio” rispetto ai quantitativi dei vaccini Pfizer e Moderna, che richiedono due dosi. Il prodotto J&J inoltre facilita la distribuzione perché non richiede la conservazione a temperature così basse come i due concorrenti che lo hanno preceduto. È meno efficace, però: nei test risulta efficace al 72% sui pazienti statunitensi (contro un'efficacia leggermente superiore al 90% per Pfizer e Moderna), e solo al 57% per la variante sudafricana del Covid. L’avvicinarsi del terzo vaccino giunge in una fase in cui la campagna delle immunizzazioni accelera negli Stati Uniti. Gli americani che hanno già ricevuto almeno una dose sono 36,7 milioni, pari all’8,7% della popolazione. L’America continua ad allargare il divario rispetto all’Europa, la sua percentuale di popolazione inoculata è più del triplo di quella europea. Il ritmo delle vaccinazioni Usa ormai supera 1,3 milioni al giorno e quindi si sta avvicinando all’obiettivo fissato da Biden che è 1,5 milioni. Al tempo stesso si accentua la competizione geo-sanitaria fra quattro superpotenze: Cina, Russia e India continuano ad allargare l’offerta dei loro vaccini ad altri paesi. La Cina e l’India avanzano in Asia Africa e Sudamerica; la Russia ha fatto breccia anche in Europa dopo la disponibilità della Germania ad acquistare il suo vaccino Sputnik. Il ritardo dell’Europa si riflette pesantemente nelle performance economiche: il Fondo monetario internazionale vede nel 2021 un mondo a tre velocità, con la Cina che guida la ripresa più vigorosa trainando alcuni paesi asiatici, in un secondo gruppo c’è l’America, mentre ultima arriva l’Eurozona che sta rischiando di scivolare verso una seconda recessione.


New York, 5 febbraio 2021


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« Risposta #183 inserito:: Marzo 07, 2021, 07:10:53 pm »


Outlook | Gli Usa, tra prove tecniche di normalità e il fantasma dell'inflazione

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Federico Rampini - La Repubblica Annulla iscrizione
ven 5 mar, 19:46 (2 giorni fa)
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Rep: Outlook di Federico Rampini
5 marzo 2021

Gli occupati americani fanno segnare un +379.000 a febbraio, il dollaro si rafforza e i mercati vedono una ripresa americana sempre più robusta. Ottima notizia per un presidente in carica da poco più di un mese, che viene baciato dalla congiuntura economica e potrà appropriarsi il merito di una crescita che riduce la disoccupazione (anche se la ripresa era già in atto da molti mesi). Tuttavia questo pone anche un problema a Joe Biden, che vorrebbe incassare durante il weekend l’approvazione definitiva del Congresso per la sua maxi-manovra di spesa pubblica da 1.900 miliardi di dollari. Era nata come una manovra anti-recessione, quando lui la annunciò in campagna elettorale, ma la recessione è un ricordo del 2020. Attaccata da più parti come eccessiva, la manovra ha già perso alcuni pezzi e questo attira un coro crescente di critiche contro Biden. Prima il Presidente ha dovuto rinunciare a inserire in quel disegno di legge il raddoppio del salario minimo federale da 7,25 a 15 dollari orari, facendo infuriare l’ala sinistra del suo partito. Poi ha accettato che i versamenti diretti dal Tesoro ai cittadini, pari a 1.400 dollari, siano meno generosi sulle fasce di reddito medie. Nella nuova versione il versamento pieno di 1.400 dollari spetta solo a chi guadagna meno di 75.000 dollari annui, o alle coppie fino a 150.000 dollari (che ricevono il doppio, cioè 2.800 dollari). Sopra quella soglia di reddito l’aiuto decresce rapidamente e si esaurisce per il single che guadagna 100.000 annui o la coppia che ha un reddito di 200.000. In una versione precedente la platea era ancora più vasta. Però anche in questa nuova versione ridotta gli aiuti arriveranno comunque a tre quarti della popolazione americana. E questo nonostante a gennaio il reddito delle famiglie sia aumentato del 10%. Non stupisce che stia crescendo il coro dei critici – dall’economista democratico Larry Summers fino alla totalità del partito repubblicano – che accusa Biden di regalare aiuti non più necessari, col rischio di far esplodere il deficit federale e di rilanciare l’inflazione. E’ significativo che a questo coro di critici si sia aggiunto uno dei massimi responsabili della politica monetaria cinese. Da Pechino Guo Shuqing, capo della vigilanza bancaria, e uno dei massimi dirigenti della Banca Centrale, ha messo in guardia contro i pericoli insiti in un mix troppo espansivo tra politica di bilancio e politica monetaria della Federal Reserve. La Cina teme un contagio, stavolta di natura finanziaria, se l’euforia per la ripresa americana dovesse lasciare il posto a un’instabilità dei mercati. In effetti gli investitori americani continuano a credere che l’inflazione sia dietro l’angolo, questo spiega la non-reazione alle parole di ieri di Jerome Powell. Il presidente della Federal Reserve ha assicurato che la politica monetaria non cambia, continuano sia i tassi zero sia gli acquisti di bond sul mercato (al ritmo di 120 miliardi al mese). Nonostante queste rassicurazioni i rendimenti di mercato continuano a salire: è un segnale di fiducia nella crescita, ma anche di scetticismo sulle parole di Powell. Da parte loro sia la Fed, che il Tesoro,  ribadiscono che il mercato del lavoro avrà ancora una lunga convalescenza davanti a sé, perché c’è tanta disoccupazione nascosta, tanta sottoccupazione creata dalla crisi dell’anno scorso. Ma la manovra Biden ha anche un’altra motivazione, tutta politica. Dopo essersi appropriato del sovranismo di Trump, con lo slogan Buy American, ora Biden si appropria anche del populismo. Distribuire soldi a tre quarti della popolazione americana significa mantenere l’ultima promessa di Trump, che voleva erogare le stesse somme nell’ultima manovra natalizia, e non ci riuscì. Mancano solo venti mesi alla prossima tornata elettorale, le legislative di mid-term in cui si rinnova tutta la Camera e un terzo del Senato. Viste le maggioranze risicate di cui gode nei due rami del Congresso, Biden rischia di esaurire presto il suo capitale politico. Il ciclo elettorale, non quello economico, sta diventando la motivazione principale di questa manovra. L’ala sinistra del suo partito può attaccarlo quanto vuole, il vecchio Joe sta facendo quel che può per non diventare un presidente di minoranza come accadde a Barack Obama appena due anni dopo la sua elezione nel 2008.


Oggi riaprono i cinema a New York, e ci andrò subito. E' un passo simbolico ma anche importante, tra un mese tocca a teatri e concerti; finalmente l'industria culturale rinasce. Insieme con la netta accelerazione nella distribuzione dei vaccini (25% della popolazione inoculata, il ritmo supera i 2 milioni al giorno, ed è in costante aumento), il ritorno alla normalità dell'America sta cambiando la vita della nazione. Come si addice al sistema federale, ogni Stato ha i suoi calendari, ci sono le "fughe in avanti" come quella del Texas dove quasi tutto è già riaperto e il governatore toglie perfino l'obbligo di mascherina (però molte aziende private lo mantengono per dipendenti e clienti). Non mancano le polemiche come quella di Biden contro il "pensiero di Neanderthal" del governatore texano. Malgrado i dubbi degli esperti e le inevitabili controversie, la direzione di marcia è chiara, verso l'uscita dalle restrizioni. Altro dato interessante: New York per i viaggiatori vaccinati abolisce l'obbligo di test e quarantena. È un embrione di passaporto sanitario. Se tutto dovesse andare per il meglio, da una parte e dall'altra dell'Atlantico, quel che sta accadendo qui potrebbe essere una "roadmap" che prefigura il lieto fine anche per l'Europa, quando i ritardi nei vaccini saranno superati.

 

Nonostante le riserve di molti esperti non siamo di fronte a un bis di altre riaperture fallite nel 2020. Anzitutto perché c’è la grossa novità dei vaccini, che offrono un’immunità come alternativa concreta al lockdown. Poi perché il tasso di ideologia sta diminuendo. Lo scontro fra Biden e il governatore del Texas fa parte del “teatro Kabuki” della politica americana, ma la mappa delle riaperture non segue la divaricazione tra Stati democratici e Stati repubblicani. La California, roccaforte della sinistra, dopo avere avuto i lockdown più severi d’America adesso sta riaprendo molto rapidamente: il governatore Gavin Newsom vuole tutti i bambini a scuola dal primo aprile, e sta allentando molte altre regole. Il Connecticut governato dai democratici (e dove abitano molti pendolari che lavorano a New York), pur mantenendo l’obbligo delle mascherine, per il resto ha deciso una riapertura di tipo texano: quasi tutto torna alla normalità, anche i parchi divertimento, le competizioni sportive, feste e festival. Il governatore democratico del Connecticut toglie le restrizioni anche sulla quantità di clienti ammessi nei ristoranti e negozi. Se Texas e Florida hanno fatto da apripista con largo anticipo, altri Stati cominciano a imitarlo anche perché i dati non supportano la tesi che i lockdown più duri, stile California, abbiano portato a un divario sostanziale nei contagi, nei ricoveri, nei decessi. Inoltre la liberalizzazione del Texas può aver contribuito a rafforzare l’esodo di aziende, manodopera e famiglie dalla California: attirate da un clima più favorevole all’attività economica, oltre che dalla pressione fiscale inferiore. Comunque la differenza texana non è così estrema come sembra dai proclami politici sulle mascherine. L’obbligo di indossare maschere, benché abolito dal governatore repubblicano, viene mantenuto dalle sale cinematografiche multiplex Amc, dagli alberghi Hyatt, dai caffè Starbucks, dai supermercati Target, dalle catene di farmacie drugstore Cvs.

 

Il comportamento del settore privato sarà cruciale anche su un altro fronte: il ritorno dei dipendenti negli uffici. Al momento si stima che solo il 25% della forza lavoro impiegatizia stia andando regolarmente in ufficio, con punte di oltre un terzo in Texas, e dei minimo sotto il 20% a New York, San Francisco, Chicago. Quante aziende vorranno rinunciare rapidamente allo smart working e richiamare i dipendenti in massa negli uffici? Le risposte saranno molto varie da un settore all’altro. Già si segnalano casi di aziende che offrono premi e incentivi ai dipendenti che si fanno vaccinare.

 

In questo clima di ritorno alla normalità, si segnala il disaccordo di molti esperti. La principale autorità sanitaria federale, i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), ammonisce che si stanno levando le restrizioni troppo presto. Dal Cdc arriva un allarme perché il forte calo dei contagi, dei ricoveri e dei decessi, che era in corso da un paio di mesi, sembra dare segni di stallo e forse preannuncia un’inversione di tendenza. Potrebbe essere in arrivo la quarta ondata, insomma, nel qual caso la fine dei lockdown sarebbe un errore. Però non siamo più nell’era di Donald Trump, quando questo tipo di pareri della comunità scientifica diventavano armi da usare nello scontro politico. Con i governatori democratici decisi a togliere le restrizioni, quasi quanto i repubblicani, l’equilibrio politico è cambiato. E soprattutto c’è la novità della campagna vaccinazioni, che continua ad accelerare con l’apertura di nuovi centri.

 

In Asia tutti gli occhi sono puntati sul grande raduno politico di Pechino, ma non bisogna sottovalutare quel che sta accadendo in India. Il premier Narendra Modi ha presentato un vasto piano di privatizzazioni e di incentivi alla creazione di nuove imprese. Si aggiunge a una politica fortemente protezionista, a base di dazi. Il messaggio alle imprese straniere è questo: la seconda maggiore nazione del mondo è un vasto mercato, destinato a diventare più aperto alla competizione privata, ma per chi viene a produrre sul territorio indiano. E’ un tentativo di candidare l’India a catturare investimenti da parte di aziende che vogliono diventare meno dipendenti dalla Cina. 

New York, 5 marzo 2021.

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« Risposta #184 inserito:: Marzo 20, 2021, 12:08:24 pm »

Outlook | "Help Is Here" - ripetizione corretta

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Federico Rampini - La Repubblica
lun 15 mar, 22:59 (5 giorni fa)
a me

Rep: Outlook di Federico Rampini
15 marzo 2021

In perfetta controtendenza con gli Stati Uniti, in Cina ha inizio l’austerity. E’ difficile trovare un altro periodo recente in cui le politiche economiche delle due superpotenze siano state così divergenti. Il governo di Pechino ha deciso che è il momento di ridurre il sostegno – già modesto – che la spesa pubblica fornì alla ripresa economica nel 2020. L’obiettivo ufficiale è tornato ad essere quello del risanamento del deficit pubblico, che il governo di Xi Jinping intende ridurre dal 3,6% del Pil (dato 2020) al 3,2% alla fine di quest’anno. Fra le preoccupazioni della squadra di governo guidata dal premier Li Keqiang c’è la bolla speculativa del mercato immobiliare, favorita dalle facilitazioni creditizie offerte nel 2020. Ma complessivamente le manovre di spesa pubblica decise l’anno scorso dalla Cina non arrivarono all’equivalente di mille miliardi di dollari, contro i 4.000 miliardi degli Stati Uniti, i 2.200 del Giappone, i 1.500 della Germania (i dati omogenei sono del Fondo monetario internazionale). La divergenza con gli Stati Uniti diventa ancora più macroscopica dopo il varo della manovra Biden da 1.900 miliardi la scorsa settimana. Nel 2020 la Cina aveva stanziato solo il 6% del suo Pil per manovre di spesa a sostegno della ripresa, contro il 19% del Pil Usa della manovre varate da Donald Trump. Con la prima manovra dell’era Biden il sostegno alla crescita dal deficit spending americano raggiungerà almeno il 27% del Pil. La divergenza Usa-Cina può essere motivata solo in parte dalla sfasatura ciclica: è vero che la recessione cinese è durata pochissimo e la crescita è ripartita già nell’estate scorsa. Però anche la crescita americana era ripartita presto, nell’autunno, e ciò non ha impedito di prolungare politiche di bilancio molto espansive.

Image
Bandiera della Repubblica Popolare Cinese (REUTERS)

“Help Is Here”, l’aiuto è arrivato: Joe Biden lancia il nuovo slogan, il tema della sua prima tournée “in carne ed ossa” tra gli americani dopo la sua elezione. “Help Is Here”, letteralmente è vero: nel weekend molte famiglie hanno già ricevuto i primi versamenti da 1.400 dollari pro capite. Nel caso di una famiglia di quattro persone, con due figli minori a carico, il bonifico o l’assegno è quadruplicato e raggiunge 5.600 dollari. I versamenti raggiungono tutti coloro che hanno meno di 75.000 dollari di reddito annuo (il doppio per le coppie), decrescono fino a 80.000 e vengono a cessare sopra quella soglia di reddito. In più arriveranno i 300 dollari settimanali di aggiunta alle indennità di disoccupazione già fornite dai singoli Stati, e molti altri aiuti ad personam (crediti fiscali, assegni familiari, sgravi sui debiti studenteschi), senza contare i finanziamenti per sanità, scuola, enti locali. I versamenti già accreditati dal Tesoro sui conti bancari nel weekend sono quindi il primo assaggio della manovra di spesa pubblica da 1.900 miliardi approvata dal Congresso e firmata da Biden. Come il presidente spiegherà nei suoi incontri con i cittadini, questa pioggia di trasferimenti è molto più di un aiuto per superare i danni della pandemia. Biden è deciso a realizzare quel che lui e Obama non riuscirono a fare nel 2009: "usare" una crisi per risolvere problemi strutturali antecedenti. Quella attuale è una grande operazione redistributiva, per invertire decenni di peggioramento delle diseguaglianze. Non aiuta solo i poveri ma anche il ceto medio: la soglia di reddito per avere diritto ai versamenti è quasi il quadruplo della soglia di povertà, perciò ben tre quarti della popolazione riceveranno aiuti immediati. Da oggi lui e Kamala Harris faranno una tournée di Stati che furono tra quelli decisivi nell'elezione di novembre, Georgia Pennsylvania e Nevada, per "vendere" il grande piano. Che arriva in una fase in cui già l’economia americana era in forte crescita, anche grazie al sostegno della spesa pubblica nel 2020. Per effetto delle manovre di spesa precedenti, quelle varate nel 2020 sotto l’Amministrazione Trump, a fronte di una perdita di redditi pari a 490 miliardi di dollari le famiglie americane avevano ricevuto trasferimenti pubblici per 1.300 miliardi. C’era stata quindi una sovra-compensazione del danno e paradossalmente molti americani si sono scoperti un po’ più ricchi per effetto della pandemia. A questo ora viene ad aggiungersi il pacchetto di aiuti da 1.900 miliardi che è prevalentemente indirizzato agli individui, a differenza delle manovre Trump dove c’erano anche molti aiuti alle imprese. Si calcola che alla fine di marzo le famiglie americane avranno accumulato 2.100 miliardi di risparmi. Questa è la ragione per cui i repubblicani – più qualche autorevole economista democratico – hanno considerato eccessivo il “deficit spending” di Biden. La critica è fondata solo se si continua a considerarla una spesa pubblica in funzione anti-crisi, il classico intervento keynesiano anti-ciclico. Ma Biden non nasconde che il suo è un piano ben  più ambizioso per cambiare la distribuzione dei redditi.


Joe Biden (REUTERS)

Il Wall Street Journal parla di una “scommessa audace quanto quella di Ronald Reagan nel 1981”, ma di segno opposto. Reagan lanciò la sua rivoluzione neoliberista con una massiccia riduzione della pressione fiscale e un parallelo boom della spesa militare per il riarmo contro l’Unione sovietica. Biden vuole capovolgere il segno fiscale della rivoluzione reaganiana, che influenzò quasi tutti i presidenti successivi incluso il democratico Bill Clinton autore di tagli drastici al Welfare. Biden ha riflettuto a lungo sugli errori commessi da lui e Barack Obama nel 2009, quando furono troppo timidi sia nell’entità delle manovre anti-crisi proposte al Congresso, sia nel “venderle” all’opinione pubblica. Il presidente spera che questa elargizione di denaro pubblico a pioggia lo aiuterà anche a consolidare la fragile maggioranza democratica al Congresso nelle elezioni legislative di mid-term che si tengono fra meno di 20 mesi. E vuole rispondere con i fatti alla sfida politica lanciata dalla Cina: dimostrare che la democrazia può essere più efficace di un sistema autoritario.

E la fase due? Biden non rinuncia al secondo piano di spesa: dopo l’assistenza, gli investimenti. E’ il progetto da duemila miliardi con cui intende ammodernare le infrastrutture, e conquistare una leadership nelle energie rinnovabili. Per questa seconda manovra, anziché fare deficit-spending i democratici stanno pensando a una copertura tramite nuove tasse redistributive. Due le idee più visibili in questo momento. Da una parte la segretaria al Tesoro Janet Yellen lancia la proposta di una “global minimum tax” per ridurre l’elusione fiscale delle multinazionali, recuperare gettito sul fronte delle imprese, e rovesciare la politica di Trump che abbassò il prelievo sugli utili societari dal 35% al 21%. D’altro lato tra i democratici al Congresso sono in discussione proposte di imposte patrimoniali sui ricchi, come quella della senatrice Elizabeth Warren che vorrebbe un prelievo del 2% sui patrimoni oltre i 50 milioni, più un’addizionale dell’1% sui patrimoni oltre il miliardo. Secondo alcune stime che circolano in campo democratico – forse un po’ ottimiste – questa patrimoniale da sola sarebbe più che sufficiente a finanziare il piano d’investimenti in infrastrutture ed energie rinnovabili, poiché potrebbe fruttare un gettito di 3.000 miliardi di dollari.

New York, 15 marzo 2021


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« Risposta #185 inserito:: Maggio 21, 2022, 09:07:56 pm »

21 MAGGIO 2022   Versione web

Benvenuti alla newsletter che è il nostro appuntamento settimanale, ogni sabato mattina. Vi prometto una lettura molto personale di alcuni eventi globali che selezionerò come "la chiave" per dare un senso alla settimana. Con una particolare attenzione alle mie due sedi di lavoro, attuale e recente: New York e Pechino. "The place to be, and the place to look at"...  Non esitate a scrivermi: commenti o domande, contestazioni e proposte. E in questa puntata (che scrivo in viaggio verso Torino dove sarò al Salone del Libro) vi ricordo che è disponibile l'undicesimo volume dei testi di geopolitica venduti in edicola con il Corriere, il mio best-seller "L'impero di Cindia". Dove raccontavo già 16 anni fa lo spostamento del baricentro della storia nell'Indo-Pacifico: lì dove si trova in queste ore Joe Biden per ribadire ai governi di Seul e Tokyo che la guerra in Ucraina non lo distoglie dalle vere priorità.

Non sottovalutiamo la crisi cinese: ci riguarda.
Se la Cina va in crisi il mondo trema?
Tanto tempo fa si diceva: se l’America si prende il raffreddore, l’Europa rischia la polmonite. Era prima della pandemia e questa metafora veniva maneggiata con disinvoltura per parlare di economia. Il peso degli Stati Uniti era tale che il contagio era assicurato, nel bene e nel male: traino di crescita quando gli Usa facevano da locomotiva, oppure focolaio originario di recessione. L’ultimo esempio drammatico fu il 2008. Oggi però dobbiamo adattare le metafore a un mondo in cui l’economia cinese è diventata quasi grande quanto quella americana. E malgrado tutti i discorsi sulla de-globalizzazione, decoupling, divorzio, siamo ancora tutti enormemente interconnessi con la Cina. La quale sta rallentando di brutto. La cosa non può lasciarci indifferente, oggi la frenata cinese si ripercuote nel mondo intero. L'Amministrazione Biden dà risalto a un'analisi dell'agenzia Bloomberg secondo cui quest'anno la crescita americana potrebbe sorpassare quella cinese per la prima volta dal 1976. Ma è un sorpasso in frenata per tutt'e due visto che Bloomberg taglia al 2% la sua previsione di crescita del Pil cinese e al 2,8% quello americano.

Giù consumi, produzione, tassi d'interesse
L’ultimo segnale che a Pechino le cose vanno male viene dagli indicatori del governo, e dalle mosse della banca centrale. Le statistiche ufficiali (quelle che di solito tendono ad attenuare le brutte notizie) dicono che ad aprile le vendite al consumo in Cina sono scese dell’11% sullo stesso mese dell’anno prima, un calo in buona parte dovuto ai nuovi lockdown. La produzione industriale è scesa del 2,9%.
La paura di una crisi seria costringe Xi Jinping a cambiare drasticamente il segno della sua politica economica. Ancora pochi mesi fa l’obiettivo principale era la riduzione del debito – sia pubblico che privato – per sgonfiare bolle speculative disseminate in tutta l’economia e in particolare nel settore immobiliare. Per ridurre i debiti la politica monetaria aveva un segno moderatamente restrittivo.

Contrordine compagni, viva i debiti
Ora viene capovolta, con una inattesa riduzione del costo del denaro, che si aggiunge ad altre misure volte a dare liquidità alle banche e alle imprese. Si ritorna a una politica del credito facile, e tra i primi beneficiari c’è il mercato immobiliare ormai in forte difficoltà. Però per adesso non siamo ancora tornati a una manovra espansiva (moneta+spesa pubblica) paragonabile a quella che fu adottata all'inizio della pandemia nel 2020.

Svalutazione competitiva del renminbi e fuga di capitali
La sterzata della politica monetaria cinese accentua la svalutazione del renminbi, e questo aiuta l’economia in un altro modo: riduce i prezzi delle merci made in China sui mercati mondiali. Torna quindi l’antica ricetta che consiste nello spingere la crescita cinese facendola trainare dal resto del mondo attraverso le esportazioni.
Il gioco della svalutazione competitiva però oggi affronta nuove incognite e nuovi rischi. Un renminbi che si indebolisce agevola gli esportatori, però spaventa gli investitori, che ritirano capitali dalla Cina. E’ quel che accade già da mesi. Nel primo trimestre di quest’anno le fughe di capitali finanziari, sia dal mercato dei bond che dalle Borse cinesi, hanno raggiunto i 43 miliardi di dollari. Per aprile e maggio non ci sono ancora dati definitivi ma sembra che la fuga di capitali stia continuando e forse accelerando. Va ricordato che Pechino ha un regime ibrido sui movimenti di capitali, il renminbi non è una moneta pienamente convertibile, però i mercati dei capitali sono semi-aperti e quindi reagiscono alle oscillazioni della fiducia degli investitori.

Sua maestà il dollaro, non ancora deposta
Pechino si ritrova alle prese con il dilemma del dollaro. Per quanto sia in relativo declino, la moneta americana continua ad avere una centralità ineguagliata sui mercati mondiali. Poiché la Federal Reserve aumenta i tassi e i rendimenti del dollaro salgono, la moneta Usa torna a svolgere un ruolo di bene rifugio, accentuato dalle turbolenze geopolitiche legate alla guerra in Ucraina. I capitali che fuggono dalla Cina vanno a investirsi soprattutto negli Stati Uniti. Le riserve ufficiali della banca centrale cinese si riducono. I margini di manovra di Pechino non sono infiniti. Più usa la politica monetaria per sostenere una crescita che langue, più riduce l’appetibilità degli investimenti in Cina e fa fuggire capitali all’estero. E’ un sentiero molto stretto quello che la People’s Bank of China deve percorrere.

Stop ai conti esteri per i dirigenti comunisti
A margine di questo scenario è interessante la notizia che Xi Jinping (foto) sta torchiando quei dirigenti del partito comunista che hanno capitali all’estero. La repressione colpisce i gerarchi che hanno conti bancari e titoli in Occidente, magari giustificandoli con il fatto che hanno figli iscritti a qualche università americana. (Da notare che anni fa lo stesso Xi mandò sua figlia a studiare a Harvard).
Ora Xi li costringe a liquidare gli investimenti esteri, minacciando pene pesanti. Alcuni sono già stati sanzionati. La nuova campagna per disciplinare i funzionari di partito sarebbe stata lanciata a marzo ma è trapelata ora. Gli obiettivi sembrano molteplici. Xi vuole evitare che in un peggioramento dei rapporti con gli Stati Uniti la sua nomenclatura possa essere vulnerabile a delle sanzioni “ad personam” come quelle che colpiscono gli oligarchi russi. Un altro obiettivo è quello classico che ha accompagnato altre campagne anticorruzione: questo genere di controlli sui patrimoni privati rendono i dirigenti del partito ricattabili, diffondono paura; quindi, facilitano il compito di Xi che da qui al congresso di ottobre vuole incassare nomine di fedelissimi per rendere ancora più stringente il suo controllo su tutto l’apparato. L'appuntamento di ottobre è quello in cui Xi vuole il terzo mandato, di fatto una investitura a vita (con un ripristino di status imperiale che ha un solo precedente nella RPC: Mao).

Infine, è un piccolo segnale che anche la Cina si prepara a una de-globalizzazione, o a una nuova geografia della globalizzazione per blocchi contrapposti in cui conviene minimizzare le relazioni economiche con l’avversario. E’ il senso della “circolazione duale”, lo slogan con cui Xi descrive il futuro dell’economia cinese affidato a due motori: da una parte il tradizionale traino delle esportazioni, dall’altra un ruolo crescente per il motore della domanda interna. Quest’ultima però l’ha rallentata proprio lui con le politiche “zero covid”.

Wall Street non chiude al capitalismo cinese (e viceversa)
Infine, sempre a proposito del divorzio finanziario Cina-Usa, in controtendenza le autorità di Pechino e Washington stanno tentando di salvare la quotazione di grandi società cinesi sulle Borse americane. Il rischio di espulsione dal mercato Usa è legato al fatto che queste grandi aziende, soprattutto pubbliche, si fanno certificare i bilanci “in casa”, cioè da revisori dei conti cinesi di cui le autorità Usa non si fidano. Una legge ha messo le aziende cinesi di fronte a un aut-aut, o si fanno certificare i bilanci da società di audit occidentali, oppure devono lasciare le Borse Usa. Per Pechino questo sarebbe un “cavallo di Troia” con cui gli americani cercherebbero di ottenere informazioni riservate. Più probabilmente la mancanza di trasparenza può nascondere problemi reali di gestione e correttezza dei bilanci. I negoziati sono in corso per trovare un compromesso. I divorzi sono spesso dolorosi e faticosi per entrambe le parti e questo non fa eccezione. Le grandi imprese cinesi non vogliono rinunciare all’accesso al più grande e liquido mercato dei capitali del mondo (per questo non si rassegnano a quotarsi solo a Shanghai e Hong Kong), le Borse americane non si rassegnano alla perdita di clienti così grossi. Come ho raccontato nel mio libro “Fermare Pechino”, esiste una lobby filo-cinese nel capitalismo americano ed una filo-americana nel capitalismo cinese, che cercano di contrastare la separazione dei beni.
 
Un lettore scrive su Occidente, valori, religione. Io risponderò oggi alle 13.45 al Salone del Libro di Torino (Auditorium).
Scrive il lettore Claudio Nardi:
Alcune osservazioni sul suo articolo in cui afferma che in realtà è l’Occidente (cioè Stati Uniti ed Europa) ad essere isolato dal resto del mondo. In realtà si può essere isolati in due modi, dato che, per definizione, il grosso non è mai isolato, cioè si può essere o all’avanguardia o alla retroguardia (in latino sarebbe un aut aut dato che non si può essere contemporaneamente in due posizioni diverse), quindi mi viene spontanea la domanda: l’Occidente è all’avanguardia o alla retroguardia del mondo? La mia risposta istintiva è di dire che l’Occidente è all’avanguardia, ma vorrei analizzare un po’ più a fondo questa risposta. Se guardiamo solo il PIL mondiale l’Occidente sarebbe certamente all’avanguardia, ma, dato che non si vive di solo pane, il PIL può essere un indicatore fasullo, e si possono cercare altri indicatori che, forse, sono più significativi. In particolare l’Occidente deve i suoi valori liberali (anche se ormai si tende a negarlo) alla sua tradizione giudaico-cristiana, che viene costantemente negata dagli stati che si richiamano alla “laicità” cioè all’indipendenza dello stato da qualsiasi religione, che mi appare come un grosso torto a tutta la storia Occidentale, fatta anche di guerre di religione, che, pur essendo state devastanti (basta pensare alla Guerra dei Trent’Anni) tuttavia hanno permesso all’Europa di sviluppare una filosofia che ha portato allo stato liberale ed alla Rivoluzione Francese del 1789. Conosco l’obiezione al fatto che queste evoluzioni sono avvenute “nonostante” la religione e quindi non siano legate ad essa, tuttavia l’evoluzione del pensiero occidentale, almeno fino all’Illuminismo, è avvenuta con uno stretto collegamento con la religione.
 F.R. : oggi al Salone del Libro di Torino (ore 13.45, Auditorium) in parte risponderò anche a lei. Presentando il mio libro "Suicidio occidentale" parlerò anche della guerra in corso sui modelli culturali e sui valori, che ha preceduto e preparato la guerra vera e propria.

 DA IERI È IN VENDITA IN EDICOLA CON IL CORRIERE L'UNDICESIMO VOLUME DELLA SERIE DI GEOPOLITICA CHE CURO: "L'IMPERO DI CINDIA".
In viaggio da New York a Torino, 21 maggio 2022.   
Federico Rampini

Sul Corriere ho parlato anche di...
L’America di Biden, gendarme riluttante
Non solo Cina: quel mondo che tifa per Putin (e odia l’America)
Putin, le reazioni di un leader che sente vacillare il potere
Perché l’Occidente è arrivato impreparato all’invasione di Putin?
Il piano B degli oligarchi russi: tutti nel paradiso Dubai. Qui Putin è ancora influente
Ora le illusioni sono cadute: la svolta della difesa europea
L'America cerca l’intesa con la Cina per isolare Mosca
 
Video commento
Come Putin può sopravvivere alle sanzioni?
Editoriale
I calcoli di Pechino e i tormenti di Xi Jinping
Gli Usa traggono vantaggio dalla guerra in Ucraina? Gli «equivoci pacifisti» sull’America
Il mondo diviso di nuovo in due blocchi (su Putin)
La globalizzazione «solo tra amici», rischi e opportunità per la nuova era
Ombre americane: c’è un fronte anti-Ucraina
Gli errori cinesi
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« Risposta #186 inserito:: Maggio 22, 2022, 12:08:40 am »

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L'America si spacca, una buona notizia per Mosca e Pechino
Posta in arrivo
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7 mag 2022, 07:06 (1 giorno fa)
a me
 
07 MAGGIO 2022   Versione web

Benvenuti alla newsletter che è il nostro appuntamento settimanale, ogni sabato mattina. Vi prometto una lettura molto personale di alcuni eventi globali che selezionerò come "la chiave" per dare un senso alla settimana. Con una particolare attenzione alle mie due sedi di lavoro, attuale e recente: New York e Pechino. "The place to be, and the place to look at"...  Non esitate a scrivermi: commenti o domande, contestazioni e proposte. E in questa puntata vi ricordo che è disponibile il nono volume dei testi di geopolitica venduti in edicola con il Corriere, "I cantieri della storia - Ripartire, ricostruire, rinascere", ovvero alcune ispirazioni dal passato su come progettare un futuro migliore quando ci si trova nel mezzo di una tragedia.
 
L'America si spacca, una buona notizia per Mosca e Pechino
L'aborto pesa più dell'Ucraina
Da tre giorni l’aborto ha quasi superato l’Ucraina nell’attenzione degli americani, o per lo meno nella visibilità sui media. Il tema è importante perché può condizionare le elezioni di metà mandato (novembre), la forza di Joe Biden, quindi indirettamente anche la continuità della politica estera americana nel medio-lungo termine.
Ricapitolando l’accaduto, una fuga di notizie ha rivelato ciò che era già nell’aria: la Corte suprema (foto), che ha una maggioranza di giudici conservatori, si appresterebbe a revocare il diritto costituzionale all’aborto. Questo non significa vietare l’aborto. La maggioranza dei giudici si limiterebbe a sostenere che quel diritto non ha basi nella Costituzione, va regolato per legge.
Limiti all'interruzione di gravidanza
Questo significa che sulla materia devono legiferare il Congresso federale o i singoli Stati. Se questa sentenza verrà confermata sarà una vittoria per la lunga battaglia degli anti-abortisti. Il movimento “pro-life” (“diritto alla vita”) si batte da quasi mezzo secolo per rovesciare la sentenza “Roe vs Wade” che nel 1973 affermò il diritto costituzionale all’interruzione di gravidanza. Diversi Stati Usa hanno già legiferato o sono pronti a farlo per limitare il periodo in cui è consentito l’aborto alle prime settimane di gravidanza; Texas e Florida hanno spianato la strada.

 

Quali le conseguenze elettorali
Quali effetti sugli equilibri elettorali? I democratici sperano che l’attacco al diritto di abortire mobiliti la loro base, facendo salire l’affluenza alle urne, in particolare fra le donne. In una elezione di mid-term tradizionalmente il partito del presidente è il meno motivato, l’affluenza dei suoi è bassa, e le perdite di seggi sono frequenti. Prima della fuga di notizie dalla Corte, un sondaggio Fox News attribuiva un “forte interesse” per le elezioni di metà mandato fra il 52% dei repubblicani contro il 41% dei democratici. L’aborto potrebbe cambiare le cose arroventando l’atmosfera a sinistra.
I repubblicani sono convinti del contrario. Pensano che la sentenza della corte semmai galvanizzerà la loro base elettorale dove la componente religiosa è più forte: dai cattolici conservatori ai protestanti evangelici. Inoltre, pensano che a novembre l’elettorato avrà altre ragioni per bocciare i democratici: l’inflazione in aumento, il rincaro del costo del denaro provocato dai rialzi dei tassi, l'immigrazione illegale, l’insicurezza e l’aumento della criminalità legati anche alla delegittimazione delle forze dell’ordine, le controversie sull’indottrinamento “politicamente corretto” nelle scuole.

Perché il Congresso non legifera
Un paradosso nella diatriba dell’aborto, è che la strada maestra per risolverla sarebbe una legge approvata dal Congresso. I giudici conservatori infatti non potrebbero opporsi, loro si limitano a sostenere che il diritto all’interruzione di gravidanza non ha appigli dentro la Costituzione, ma è materia su cui devono decidere i legislatori. I democratici sottolineano che l’opinione pubblica è favorevole all’aborto con percentuali fra il 60% e il 70% a seconda dei sondaggi. Eppure non esiste una maggioranza parlamentare per legiferare in tal senso, anche perché alcuni senatori e deputati democratici sono sensibili agli argomenti del fronte anti-abortista. Inoltre i sondaggi danno risultati diversi se gli elettori e le elettrici vengono interrogati sulle norme che limitano l’aborto alle prime 15 settimane di gravidanza: qui esiste una maggioranza relativa a favore.

Una conferma per gli autocrati
In qualunque senso l’aborto possa influire, la campagna elettorale da qui a novembre darà ancora una volta l’immagine di una società americana dilaniata da contese esistenziali, valoriali. Uno “scontro di civiltà” che si estende a questioni morali di fondo. Benché esista un centro moderato, che anche sull’aborto è disponibile a soluzioni di compromesso, i social media amplificheranno le scomuniche incrociate, la demonizzazione dell’avversario. I regimi autoritari ne ricaveranno conferma della loro tesi secondo cui l’America è una nazione decadente, in guerra contro se stessa. Mosca e Pechino si augureranno che questa divisione finisca per indebolire anche la politica estera.   

 Lockdown e appoggio a Putin, Xi fa paura
La Cina sta allontanando da sé l’Occidente? Due segnali degli ultimi giorni riguardano gli effetti controproducenti dei lockdown da una parte, dell’appoggio a Putin dall’altra. Sul primo fronte, la politica “zero Covid” sembra scatenare un ripensamento delle imprese europee sull’opportunità d’investire in Cina. Una recente indagine della Camera di commercio europea a Pechino, fra 372 aziende associate, rivela che i lockdown duri hanno reso queste imprese pessimiste sul proprio futuro nella Repubblica Popolare. Il 92% degli imprenditori e manager europei che hanno risposto all’indagine si sono detti danneggiati nelle catene produttive e logistiche, per effetto dei lockdown.
Una maggioranza di loro ha la base principale di attività in Cina nella regione di Shanghai, colpita pesantemente dall’ultima ondata di restrizioni (foto). Il presidente della Camera di commercio europea ha dichiarato che le autorità cinesi sono “prigioniere della propria narrazione”, credono alla loro stessa propaganda sull’efficacia della politica “zero Covid”.

La Germania si gira verso il Giappone
L’altro segnale è stata la recente visita del cancelliere tedesco Olaf Scholze a Tokyo, senza tappa a Pechino. Ai tempi di Angela Merkel la Cina era l’interlocutore privilegiato della Germania in Asia. Il fatto che Scholze abbia preferito puntare su un asse con il Giappone è la diretta conseguenza della scelta fatta da Xi Jinping di appoggiare l’aggressione russa all’Ucraina. La ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock ha lanciato un implicito attacco alle Nuove Vie della Seta (Belt and Road Initiative) di Xi Jinping, quando ha ammonito l’Europa con queste parole: “Nel XXI secolo la vulnerabilità può consistere nel fatto che regimi autoritari investono miliardi di euro in autostrade europee, reti elettriche e porti”. Questo tipo di linguaggio un tempo lo usavano gli americani per dissuadere la Merkel dalla sua politica estera mercantilista che aveva intensificato i rapporti con Pechino. Anche la comunità industriale tedesca – per anni beneficiaria dell’interscambio con la Cina – sembra avere dei ripensamenti: secondo un’indagine dell’istituto Ifo di Monaco il 45% delle imprese manifatturiere tedesche e il 55% delle aziende nella distribuzione puntano a ridurre le loro importazioni dalla Cina. Le scelte di Xi sembrano quindi spingere perfino i tedeschi a considerare quello scenario di “divorzio” verso il quale erano i più refrattari.

Ma divorziare dal solare made in China è impossibile?
Passare dalle intenzioni ai fatti però può rivelarsi molto difficile. Un esempio lo offrono gli Stati Uniti con una crisi che colpisce l’energia solare. Tutto il settore delle centrali fotovoltaiche è sconvolto. All’origine, c’è la denuncia presentata da alcuni produttori locali di pannelli solari al ministero del Commercio. La sostanza del procedimento è questa: già ai tempi di Barack Obama (quindi prima dei dazi di Trump), gli Stati Uniti avevano introdotto tasse doganali contro i pannelli solari o i loro componenti made in China per castigare la concorrenza sleale delle aziende cinesi. Sussidi pubblici e vari tipi di aiuti statali, avevano consentito alle aziende cinesi di vendere sottocosto, in dumping, e di far fallire concorrenti americane. Da allora le importazioni di pannelli fotovoltaici o componentistica dalla Cina agli Stati Uniti si sono ridotte. Però sono state sostituite con le importazioni da Malesia, Thailandia, Vietnam e Cambogia, che in realtà fanno capo ad aziende cinesi. Quei paesi, secondo la denuncia, vedono transitare prodotti cinesi di cui viene mascherata la vera provenienza. Nel momento in cui le autorità americane hanno aperto l’indagine, le importazioni si sono bloccate. E gran parte delle aziende americane dell’energia solare sono semi-paralizzate, perché non riescono a produrre senza i componenti cinesi. Il “friend-shoring” o “ri-localizzazione fra amici” di cui parla l’Amministrazione Biden, e di cui mi ero occupato in questa newsletter, ha parecchi ostacoli da superare.

Dialogo con i lettori su Russia e Cina, i colonialismi altrui. E l'importanza dei "Cantieri della storia"
Scrive Enrico Lugli:
Lavrov  & C. accusano l'Occidente di "colonialismo". Ribattetegli per favore a titoli cubitali che l'unica potenza "colonialista" ad oggi rimane la Russia. Infatti, cos'altro sono se non colonie tutti quei territori abitati da etnie diverse dai russi bianchi (Cecenia, ecc....)?, territori conquistati dagli zar nel 7/800 e non mollati dall' URSS ?
Non si vede perché non c'è il mare di mezzo, ma di fatto sono colonie. Illuminante mi fu a suo tempo il libretto "Riuscirà l'Unione Sovietica a sopravvivere al 1984?" del dissidente ebreo-russo Andrej Amalrick: profetico.
Sassolino: sempre perché loro non sono razzisti e sono buoni, a fare i cattivi contro gli Ucraini biondi con gli occhi azzurri mandano gli asiatici della Siberia  e i musulmani ceceni, i quali son ben contenti di fare i cattivi contro bianchi biondi con gli occhi azzurri e cristiani, specie quando glielo ordina/permette un bianco biondo con gli occhi azzurri e cristiano. È lecito pensare che quegli asiatici e quei ceceni disprezzano sia gli ucraini che i russi....
(Mi permetto di aggiungere che anche la Cina è un impero coloniale: un terzo del suo territorio è fatto di nazioni/civiltà straniere, soggiogate e occupate: Tibet, Xinjiang, Mongolia Interiore. FR).

Scrive Anvilon
1. Cina e d'intorno.
È beneaugurante il massimo ridimensionamento dell'economia cinese, i cui containers - pieni di roba abbastanza inutile se non superflua - sono fermi da mesi; così finalmente - loro che pensano diversamente - proveranno "sì come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.” Scale che per nostro comodo abbiamo reso mobili. La "roba" che serve ha altre strade a scorrimento veloce.
2. Costo Ucraina.
Gli Usa (e, questa volta, non getta) stanno facendo il più grande investimento politico-economico della loro storia riposizionando sulla scacchiera del mondo (che stava diventando quella per il "GO") i due pezzi strategici: Cavallo e Alfiere. A parte il riciclo dell'enorme magazzino militare ... la cui quantificazione sfugge agli analisti che pensano di conoscere il tutto sul visibile.

(L'ultimo dato sul deficit commerciale degli Stati Uniti, in forte aumento, rivela però che l'emancipazione dal made in China è ancora un'aspirazione, un progetto, non una realtà. In quanto all'industria degli armamenti, non esiste solo quella americana. Così fan tutti: insieme agli Stati Uniti i maggiori esportatori sono Cina e Russia, seguiti da tutti i paesi europei Italia inclusa. FR)

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Nella mia prefazione al libro "I cantieri della storia" scrivo:
Qui troverete tante storie di rinascite, ricostruzioni, ripartenze: esempi dal passato a cui attingere per avere speranza nel futuro. Dall’antichità all’era contemporanea, dall’Europa all’America all’Asia, questi incoraggianti precedenti ci ricordano che la specie umana ha una straordinaria capacità di risollevarsi. Un giorno dovremo aggiungere dei capitoli nuovi scrivendoli con i fatti, con i nostri comportamenti. Tra i cantieri da aprire in futuro vorrei includere un’Europa meno ingenua, capace di garantire la sicurezza dei propri popoli; la ricostruzione dell’Ucraina; la rifondazione della Russia su basi sane, che ispirino fiducia ai suoi vicini. Mentre scrivo infuria la guerra e quindi l’elenco di questi progetti sembra prematuro, perfino velleitario.
Ma i dopo-guerra si preparano mentre ancora infuriano i combattimenti. Il presidente Franklin Roosevelt e la classe dirigente americana cominciarono a disegnare il nuovo ordine mondiale alla conferenza di Bretton Woods, nell’anno 1944, quando ancora non erano affatto sicuri di vincere la guerra contro Hitler, l’imperatore Hirohito e Mussolini. Spingere lo sguardo verso l’orizzonte più lontano può aiutarci anche a sopportare le tragedie del presente. F.R.

DA IERI E' IN VENDITA IN EDICOLA CON IL CORRIERE IL NONO VOLUME DELLA SERIE DI GEOPOLITICA CHE CURO: "I CANTIERI DELLA STORIA".

New York, 6 maggio 2022.   
Federico Rampini

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