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Autore Discussione: Sull'abbaiare della NATO alle porte della Russia. Ma è vero?  (Letto 6821 volte)
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« inserito:: Maggio 17, 2022, 07:54:17 pm »

Massimiliano Bondanini

Sull'abbaiare della NATO alle porte della Russia. Ma è vero?

"In nessun Paese d’Europa centrale e orientale entrato nella Nato dopo la fine della guerra fredda sono stati installati missili balistici terra-terra (cioè atti a colpire obiettivi sul suolo nemico). Non solo.
In nessun Paese europeo sono installati oggi missili balistici della Nato, neanche nella parte occidentale del continente. Il solo Paese ad avere questa capacità è la Francia (anche degli M51 con una gittata fino a 8.000 chilometri, secondo il Center for International and Strategic Studies), ma essa è indipendente dalla catena di comando della Nato".  Segue articolo di Federico Fubini. Per la sua lunghezza viene ripreso nei commenti.

L’Ucraina era davvero vicina all’ingresso nella Nato? L’Alleanza Atlantica minaccia la Russia con i suoi missili? E ha provocato la Russia con le esercitazioni congiunte con Kiev?
Qualche giorno fa Volodymyr Zelensky si è lasciato sfuggire l’ammissione più esplicita di sempre di qualcosa che era nell’aria da mesi, se non da anni: «È inteso che l’Ucraina non è un Paese membro della Nato. Lo comprendiamo — ha detto il presidente assediato nel suo bunker di Kiev —. Per anni abbiamo sentito parlare delle cosiddette porte aperte. Ma adesso abbiamo sentito che non possiamo andare fino a lì».
In altri termini, Zelensky stava togliendo apertamente da tutti i tavoli negoziali anche solo l’ipotesi che fra un certo numero di anni l’Ucraina sarebbe potuta entrare nell’Alleanza atlantica accanto agli Stati Uniti, alla Polonia, all’Italia o alla Francia.

Se questa aspirazione fosse stata la causa della guerra, queste parole avrebbero dovuto essere abbastanza per far tacere le armi. Dopotutto nel suo discorso di undici pagine del 24 febbraio del sull’«operazione militare speciale» Vladimir Putin era stato chiaro: «Non intendiamo imporre niente su nessuno con la forza – aveva detto il presidente russo –. Gli eventi attuali non hanno niente a che fare con il desiderio di violare gli interessi dell’Ucraina e del popolo ucraino. Sono legati alla difesa della Russia da coloro che hanno preso l’Ucraina in ostaggio e cercano di usarla contro il nostro Paese e il nostro popolo». E ancora: «In quello che, devo notare è il nostro territorio storico (l’Ucraina, ndr), una “anti-Russia” ostile sta prendendo forma. Totalmente controllata dall’esterno, fa di tutto per attrarre forze armate della Nato e ottenere le armi più avanzate». In realtà nel suo lungo saggio storico del luglio scorso (22 pagine) intitolato «Russia e Ucraina sono un solo popolo», Putin aveva scritto che le due «fanno parte della stessa nazione» – parole del dittatore del Cremlino – «come Roma e Bergamo in Italia».

Se questo è vero, togliere l’adesione alla Nato dalla discussione – come aveva fatto Zelensky – sarebbe dovuto bastare almeno per l’inizio di una tregua. Avrebbe dovuto sospendere i crimini di guerra contro quello che, per Putin stesso, è una parte del suo stesso popolo. Ma non è andata così: nelle ore seguenti alla svolta di Zelensky, l’aggressione è proseguita su tutto il fronte. I soldati russi hanno sparato sulle persone in fila per il pane a Chernihiv. Un missile ha colpito un teatro di Mariupol, dove si erano rifugiati oltre mille fra anziani, donne, bambini.
Ma davvero è il progetto d’ingresso dell’Ucraina nella Nato che ha causato questa guerra? E tale ingresso avrebbe realmente posto un problema di sicurezza alla Russia? Questo articolo cerca di fornire elementi per rispondere a queste domande. E tutti i fatti disponibili mostrano risposte diverse da quanto si sente ossessivamente ripetere in queste settimane in Italia. Ma andiamo con ordine.


Le ultime notizie sulla guerra in Ucraina

Candidatura sospesa
Il primo punto da ricordare è che l’Ucraina, fino al 23 febbraio, alla vigilia della guerra, non stava per entrare nella Nato. Non era in corso alcuna accelerazione in questo senso e la prospettiva restava remota. Come tutti i Paesi, la Russia ha le proprie legittime preoccupazioni di sicurezza e ha tutto il diritto di esprimerle. Ma ancora per molti anni l’adesione all’Alleanza atlantica sarebbe rimasta per Kiev solo un’aspirazione e Mosca – in ogni eventualità – aveva davanti a sé spazio e tempo molto ampi per negoziare arrangiamenti che le avrebbe fornito le garanzie richieste. Non solo. Quand’anche l’Ucraina fosse entrata nella Nato, i fatti sul terreno suggeriscono che la probabilità di veder collocati sul suo territorio missili in grado di minacciare la Russia era tendente a zero. Su questo, la situazione di sicurezza vista da Mosca non sarebbe cambiata.
Per capire perché sia così, ricostruiamo gli eventi. Dal 1994 l’Ucraina fa parte della «Partnership for Peace» che la Nato offre a governi con i quali è in buoni rapporti e dal 1997 esiste la Nato-Ukraine Commission per far avanzare la «cooperazione» fra le parti.
Dal 2009 questa commissione cerca di far avanzare il processo d’integrazione e di recente a più riprese (nel 2017, nel 2019 e nel 2020) le autorità di Kiev hanno preso iniziative politiche per avanzare la propria candidatura all’ingresso nell’Alleanza atlantica. Avevano fretta di entrare sotto l’ombrello difensivo della Nato che stabilisce – con l’articolo 5 del Trattato – che un attacco a un Paese è un attacco a tutti e tutti dunque sono tenuti a rispondere. In altri termini, l’Ucraina aveva fretta di entrare nella Nato per proteggersi da quanto avvenuto in queste settimane: la Russia avrebbe esitato di più ad attaccare, se avesse saputo in anticipo che l’intera Alleanza sarebbe stata tenuta a difendere lo Stato aggredito. Questo è esattamente ciò che Zelensky voleva. La realtà però è che agli ultimi vertici della Nato nel 2021 all’Ucraina non era stata offerta neanche una cosiddetta «road map» o un «Membership Action Plan» in vista dell’adesione. In altri termini si riconosceva la candidatura, sì; ma si offriva a Kiev una strada o un calendario di azioni da compiere e misure da prendere – durano sempre svariati anni – per raggiungere l’obiettivo dell’adesione.
Francia e Germania si stavano opponendo al «Membership Action Plan» per l’Ucraina. Fra le ragioni inconfessate di questa resistenza c’erano l’occupazione della Crimea da parte di Putin e lo stato di guerra in Donbass, alimentato dal 2014 dalla Russia: in Europa non si voleva fra i membri della Nato uno Stato non ancora pacificato ai suoi confini orientali, che rischiava di obbligare gli alleati a un intervento. Gran parte della frenetica attività diplomatica delle settimane prima dell’attacco non riguardò dunque la scelta sull’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Il dubbio non era se Kiev dovesse aderire o no. Piuttosto, si incentrava su come comunicare agli elettori ucraini che Kiev – almeno per il tempo prevedibile – non sarebbe entrata. Di questo parlò il presidente francese Emmanuel Macron con Putin e Zelensky l’11 e 12 febbraio scorso, secondo varie ricostruzioni di diplomatici. Il presidente francese si scontrò con il collega ucraino perché il primo voleva che fosse Zelensky ad assumersi la responsabilità di rinunciare ufficialmente alla propria candidatura. Zelensky invece sfidava Macron e gli europei a chiudergli loro stessi la porta in faccia, perché non voleva essere lui a tradire il mandato ricevuto dai suoi elettori.
Olaf Scholz, in visita a Mosca nove giorni prima della guerra, trovò a suo modo la quadratura di questo cerchio. Disse il cancelliere tedesco della candidatura dell’Ucraina alla Nato, stando in piedi a fianco di Putin: «Questa non è una questione che probabilmente incontreremo finché siamo in carica. Non so quanto il presidente intenda stare in carica – aggiunse Scholz guardando l’uomo del Cremlino –. Ho l’impressione che sarà a lungo». In pratica, poiché Putin ha fatto cambiare la costituzione russa per restare al potere almeno fino al 2036, il cancelliere tedesco stava dicendo che di far entrare l’Ucraina nella Nato non si sarebbe parlato per almeno altri 14 anni. Non esattamente un buon motivo per colpire a freddo una nazione nel cuore dell’Europa, facendo strage di civili. Putin stesso dev’essersi reso conto della fragilità dell’argomento, perché nel discorso del 24 febbraio ricorre a una strana analogia con la Seconda guerra mondiale per giustificare l’attacco.

Allora, ha detto, «il Paese non era pronto a contrastare l’invasione della Germania nazista che attaccò la nostra Madre patria il 22 giugno 1941» e «i tentativi di assecondare l’aggressore prima della Grande Guerra Patriottica si dimostrarono un errore che il nostro popolo pagò a caro prezzo». Conclude Putin: «Non faremo questo errore la seconda volta. Non ne abbiamo il diritto». Anche se – in verità – paragonare l’America di Joe Biden o la Germania di Scholz in tempo di pace alla Germania di Hitler in tempo di guerra sembra un doppio salto mortale della fantasia.

Minaccia missilistica?
La dichiarazione sull’«operazione militare speciale» fa comunque continui riferimenti alla minaccia che la Nato presenta per la Russia in Europa, che andrebbe respinta sul suolo ucraino. Ma è davvero così? Pierluigi Barberini del Centro studi internazionali di Roma, presenta un quadro dal quale si possono trarre conclusioni diverse. Del resto, è lo stesso quadro che emerge dalla banca dati sui missili schierati nel mondo tenuta da Center for International and Strategic Studies di Washington.
In nessun Paese d’Europa centrale e orientale entrato nella Nato dopo la fine della guerra fredda sono stati installati missili balistici terra-terra (cioè atti a colpire obiettivi sul suolo nemico). Non solo.
In nessun Paese europeo sono installati oggi missili balistici della Nato, neanche nella parte occidentale del continente.

Il solo Paese ad avere questa capacità è la Francia (anche degli M51 con una gittata fino a 8.000 chilometri, secondo il Center for International and Strategic Studies), ma essa è indipendente dalla catena di comando della Nato. I soli missili dell’Alleanza installati in Europa sono quelli del programma Aegis Ashore a Deveselu in Romania e, dalla fine di quest’anno o nel 2023, in una seconda sede in Polonia. Ma in questo caso si tratta di missili con scopi esclusivamente difensivi. «Sono intercettori terra-aria senza carica esplosiva, disegnati per distruggere in volo missili o aerei nemici che invadono il territorio – spiega Barberini del Cesi –. Per come sono concepiti non possono essere diretti per distruggere bersagli sul suolo nemico».

Del resto la Nato ha buone ragioni per volersi difendere, perché invece la Russia ha migliaia di missili a corto raggio, raggio medio, intermedio e intercontinentale che possono raggiungere l’Europa in qualunque momento. Solo sull’Ucraina nei primi venti giorni di guerra sono stati lanciati dal suolo russo circa 900 Iskander, missili di precisione di 92 centimetri di diametro e 7,3 metri di lunghezza che volano per 500 chilometri con una carica di 480-700 chili di esplosivo. Dall’enclave russa di Kaliningrad, gli Iskander tengono sotto tiro tutti i Paesi baltici, metà della Polonia, una parte dello Schleswig-Holstein tedesco e parte della Scandinavia. Per non parlare di altri 18 modelli di missili anche a gittata di decine di migliaia di chilometri, in grado di trasportare le 1.500-1.800 testate nucleari russe.
Naturalmente anche la Nato ha testate nucleari sul suolo europeo ma – si stima – non più di un centinaio. Sono messe a disposizione dagli Stati Uniti, ma sono utilizzabili solo su aerei militari di Italia, Turchia, Germania, Belgio e Olanda. Tutto questo porta a concludere che un eventuale ingresso dell’Ucraina nella Nato – benché oggi sempre più irrealistico – non cambierebbe niente nel teatro europeo da punto di vista della minaccia missilistica nei confronti della Russia. Le esercitazioni (di tutti con tutti)

Si è detto che tre esercitazioni dell’Ucraina con la Nato o alcuni dei suoi Paesi membri nel 2021 avrebbero provocato la reazione di Putin. Ma anche questo argomento, al quale il dittatore fa cenno nel suo discorso del 24 febbraio, appare fuorviante.
Non solo perché la più grande esercitazione militare mai svolta negli ultimi 40 anni in Europa («Zapad 21») è stata eseguita dalla Russia con la Bielorussia a ridosso dei confini ucraino e polacco a settembre scorso.
E la sola esercitazione di dimensioni significative della Nato in Ucraina è avvenuta solo in seguito, forse come segnale di sostegno al Paese. Ma soprattutto, perché fra eserciti tutti si esercitano regolarmente con tutti. Alleati e no. (segue nel primo commento)
Da Fb del 8 maggio 2022

Commenti: 39
Paolo Migliaro
Paolo Scaroni ex Eni appena intervistato dalla Palombelli ha detto che l’Ucraina è il cortile di casa della Russia e che la Russia sbagliando si è comportata così per impedire che entrasse nella NATO. Ma suvvia, allora bastava che Putin avesse fatto un negoziato onesto e chiaro con Zekenskyj e mettendo di fronte il fatto dell’Operazione Speciale agli ucraini. Invece Putin ha mentito sino alla fine. È stato un pretesto. I fatti conosciuti, esercitazioni in comune e ufficio NATO a Mosca testimoniano che è una balla. Putin poteva allora negoziare la neutralità. La NATO non voleva che l’Ucraina vi entrasse, era troppo rischioso per la pace. Invece la verità è che Putin si voleva pappare l’Ucraina con i pretesti che lui stesso ha fomentato da anni. Ed ecco il denazificare e il deucrainizzare. E la questione NATO in ultimo piano. Forse anche Scaroni ha qualcosa da temere?
Rispondi3
Massimiliano Bondanini


ALTRA INTERVISTA A KARAGANOV.

I GOVERNI FILORUSSI ERANO PAGATI DA NOI

Stavolta del 2016, Der Spiegel.
Stavolta non la pubblico e non la traduco dal Tedesco (troppa fatica), metto solo il link nel primo commento.
Sostanzialmente, dice le stesse cose di quella del Corriere. Conferma i tempi di Kissinger sugli avvisi della Russia "o fate quello che diciamo noi o attacchiamo". Ribadisce che sia l'annessione della Crimea che l'attacco alla Georgia, sono azioni di difesa avanzata. Insomma, tutti quegli stati non possono scegliere di essere difesi. Se si fanno difendere dalla NATO, la Russia la prenderà come un'aggressione. La Russia ignora il fatto che questi Stati, immediatamente dopo la caduta dell'URSS, sono corsi a cercare l'ombrello protettivo NATO. Erano così felici di essere protetti dall'URSS (o di farne parte)...
Ma la cosa importante di questa intervista sono altre due.

1: «E noi vogliamo lo status di un grande potere. Sfortunatamente, non possiamo rifiutarlo: questo status negli ultimi anni 300 è diventato parte del nostro genoma. Vogliamo diventare il centro di una grande Eurasia, una zona di pace e cooperazione. Anche l'Europa del subcontinente farà parte di questa Eurasia.» [originale nei commenti]
Mi sembra non serva commento.

2: «Negli ultimi anni non abbiamo avuto una strategia politica nei confronti dei nostri vicini, le altre ex repubbliche sovietiche. Non capivamo cosa stesse realmente accadendo lì. Tutto ciò che abbiamo fatto è stato sovvenzionare questi paesi e corrompere le loro élite con denaro che è stato poi rubato, presumibilmente insieme [gemeinsam ossia rubato da loro e da noi, è la parola per "in comunella"].» [originale nei commenti]

C'è la serafica ammissione del metodo di politica estera. I governi filorussi erano comprati. Colpo di stato un paio di ciufoli. Amen. Karaganov, non delude.

(LUCA SCHIEPPATI)

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« Risposta #1 inserito:: Maggio 20, 2022, 06:46:04 pm »

Gianni Cuperlo

Stamane questa conversazione con Umberto De Giovannangeli (che ringrazio) sul Riformista.
Un abbraccio

Sostiene Donatella Di Cesare in un articolo per Il Riformista: “Non era mai avvenuto che il popolo di sinistra si sentisse così tradito nei propri più alti ideali da coloro che hanno promosso una politica militarista. Prima hanno deciso l’invio delle armi, poi hanno votato l’aumento delle spese militari, ora sponsorizzano un’economia di guerra”.  Siamo a questo punto?

Donatella Di Cesare è una filosofa che ha affrontato domande di fondo sulla modernità. Le domande aiutano a pensare, le risposte sono necessarie per agire.
Oggi dissento da quella sua critica perché mi pare rimuova proprio la domanda su cosa si è consumato negli oltre cinquanta giorni che ci separano dall’invasione dell’Ucraina. Se aggiriamo questo interrogativo può accadere che le risposte, anche quelle in capo alla politica o al Pd, vengano lette per ciò che non sono. Per capirci, io non penso che abbiamo “promosso una politica militarista”. Dinanzi a un paese sovrano con un governo legittimo invaso militarmente da un esercito straniero abbiamo riconosciuto quel “diritto naturale” alla difesa che è scolpito nella Carta delle Nazioni Unite. In questo senso non credo neppure che abbiamo “tradito” il popolo di sinistra nei “suoi più alti ideali”. Penso che sostenere una lotta di libertà che resiste alla sopraffazione di chi vuole annettersi un paese negando la sua stessa natura (“l’Ucraina non esiste”) corrisponda alla difesa di quei valori che distinguono la sinistra da concezioni autoritarie.
Sull’invio di armi si è discusso e si discuterà. Ascolto e ho rispetto per chi teorizza e soprattutto pratica un pacifismo integrale. Il punto è che nei crocevia della storia la politica è chiamata a prendere delle decisioni salvo che non si scelga a priori di chiedere agli ucraini di prendere atto della sproporzione di forze e in conseguenza di arrendersi, ma quella per me sarebbe la sconfitta dei valori costitutivi di uno stato di diritto e della democrazia. Detto ciò, inviare armi alla resistenza ucraina non può avere come scopo una vittoria militare “in battaglia” per citare le parole, a mio avviso sbagliate, dell’Alto Commissario per la politica estera, Josep Borrell. L’idea che questo conflitto si prolunghi sino a sancire un vincitore e uno sconfitto può solo generare una tragedia maggiore e una carneficina. Per questo anche il sostegno militare al pari delle sanzioni a Mosca, degli aiuti umanitari e dell’accoglienza di milioni di profughi aveva e ha l’obiettivo di indurre Putin a recedere dalla strategia sciagurata che ha seguito sino qui.

Resta il capitolo delle spese militari come prospettiva a medio e lungo termine.

Su quel punto bisogna fare chiarezza, l’Italia ha sottoscritto un impegno al vertice dell’Alleanza Atlantica nel 2014 in Galles, da quel momento tutti i governi lo hanno confermato. Parliamo dell’obiettivo del 2% della spesa militare sul Pil entro il 2024 ora spostato al 2028. Ma il punto di sostanza è a cosa debbono servire quelle risorse. Di un sistema comune di difesa e sicurezza si parla dai primi anni Cinquanta e allora furono i francesi a bloccare tutto. Oggi sommiamo 27 eserciti, 23 aviazioni e 21 forze navali. Chiarire a quale modello di difesa tendiamo implica razionalizzare una spesa che, sommando i bilanci dei 27 paesi dell’Unione, è oggi tre volte e mezza l’analoga voce di bilancio della Federazione Russa. La via non è spendere di più in armi sempre più potenti, ma spendere meno e meglio razionalizzando gli investimenti in essere.

Resta il fatto che il variegato mondo pacifista, in tutte le sue articolazioni cattoliche, progressiste, di sinistra, ha fortemente criticato l’aumento delle spese miliari deciso dal Governo e votato a larghissima maggioranza dal Parlamento. Le chiedo: decidere di sostenere, anche con armamenti, la resistenza dell’Ucraina all’invasione russa comportava in automatico il portare, sia pure diluito nel tempo, al 2% del Pil le spese militari?

Rispondo di no e aggiungo che il voto sulle spese militari avverrà in autunno e c’è tutto il tempo e il dovere di parlarne con serietà. Il punto però, insisto, è mettersi d’accordo su quale modello integrato di sicurezza vogliamo. Per questo trovo sbagliata la logica tedesca del riarmo “solitario” in una forma della deterrenza del tipo Guerra Fredda con un balzo nel vecchio secolo. Credo che la strada sia un’altra, quella di una nuova Helsinki che riesca a non spezzare del tutto il rapporto con la Russia anche se non sappiamo quali saranno i suoi equilibri una volta chiusa questa pagina. C’è poi il tema del merito che spesso rimane sullo sfondo o viene del tutto ignorato, la spesa militare si articola in tre voci fondamentali: quella per il personale, quella per addestramento e manutenzione e quella per i sistemi d’arma. Come ho detto, nella logica di una difesa comune è possibile razionalizzare gli investimenti in una economia di scala. Anche per questo credo vada respinta una certa pulsione bellicista che pare riemergere e che vede nell’incremento della spesa un’occasione da non perdere per l’industria militare.
Un solo F35, cacciabombardiere di quinta generazione prodotto dall’americana Locked Martin, costa 110 milioni di euro. La domanda è se pensiamo di investire sulla protezione dei territori e delle popolazioni – la pandemia qualcosa ha insegnato – o la strategia è riarmare e riarmarsi fuori da una visione del mondo del dopo. Non lascerei solo papa Francesco a ragionare di questo anche perché risorse aggiuntive serviranno per fronteggiare i nodi sociali in casa nostra e la carenza di cibo e la fame di intere popolazioni nell’Africa mediterranea e non solo.

Il segretario del Pd, Enrico Letta ha sostenuto che per Putin “conquistare la Francia” vale assai di più dell’Ucraina. Il riferimento è alle presidenziali francesi con Marine Le Pen, che non ha mai nascosto simpatie putiniane, che al ballottaggio del 24 aprile contende l’Eliseo a Emmanuel Macron. Lei come la vede?

Spero che il ballottaggio veda prevalere Macron e non perché rappresenti per me il modello di una politica di sinistra, ma perché l’alternativa oggi è incarnata da una destra che Marine Le Pen sta tentando di “europeizzare” anche se di europeo contiene ben poco. La combinazione Orban-Le Pen segnerebbe un arretramento di lunga durata per quei principi di libertà, tolleranza, laicità dello Stato, cooperazione, che sono l’anima del processo di integrazione. E questo al netto dei debiti di riconoscenza che entrambi, Orban e Le Pen, hanno nei confronti di Putin. Detto ciò la parabola deprimente dei socialisti francesi è monito a non rimuovere una verità: la sinistra che non si occupa del dramma sociale del popolo che si candida a rappresentare è destinata non solo a perdere, ma a estinguersi. Il risultato di Mélenchon sta lì a dimostrarlo e credo debba interrogare anche noi, il che non significa condividerne tutte le risposte, ma – torno ancora lì – non ignorare le domande che provengono dalla parte più ferita e offesa della società.
Dopo avergli dato del “macellaio”, Biden ha accusato apertamente Putin di essere il mandante di un “genocidio” suscitando la presa di distanze di Macron. Non è che le uscite del presidente americano siano indice di una idea politica di gestione della guerra che alla lunga rischia di confliggere con gli interessi dell’Europa?
Noi siamo alleati degli Stati Uniti. Abbiamo nei loro confronti un debito di riconoscenza storico e anche un debito politico per non avere riprodotto dopo il 1945 lo schema delle riparazioni di guerra decise a Versailles e che alimentarono in Germania un sentimento di rancore e di isteria nazionalista. Detto ciò è utile che Italia ed Europa mantengano una loro autonomia in rapporto a interessi strategici che possono divergere anche alla luce del fatto che non tutti gli inquilini della Casa Bianca la pensano allo stesso modo e praticano la stessa politica. Oggi l’Europa dovrebbe ricomporre un modello di convivenza e cooperazione in un continente segnato dalla crisi, dalla pandemia e dalla guerra. Leggo che Biden ha in mente le elezioni di mid-term e spera di presentarsi come il presidente che ha imposto a Mosca il suo Afghanistan magari risolvendo una volta per tutte il “problema” Putin: spero che per perseguire quel risultato non metta in conto una prosecuzione della guerra. L’Europa non ha alcun interesse a coltivare lo stesso calcolo.
Per tornare a casa nostra. In che modo il tema della guerra ridefinisce l’orizzonte politico e culturale della sinistra e del Partito democratico in particolare?

Questa guerra civile nel cuore dell’Europa impone a tutti, non solo a noi, di indossare nuove lenti per guardare al futuro del continente e dobbiamo farlo dentro equilibri di potenza destinati a mutare. Peserà il ruolo della Cina che, al di là delle dichiarazioni scontate di amicizia con Mosca, non sembra vivere con favore quanto sta avvenendo, e peserà la funzione degli Stati Uniti dopo la fuga indecente da Kabul e nel pieno di una competizione che vira il loro baricentro nell’indo-pacifico. Quindi mai come adesso l’Europa è chiamata a decidere del proprio destino e in questo senso torna preziosa la profezia di Jean Monnet quando diceva che l’Europa si sarebbe fatta nelle crisi e sarebbe stata la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi. Facciamo in modo di non dimenticarlo.

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