LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: FABIO MARTINI.  (Letto 35499 volte)
Arlecchino
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« Risposta #180 il: Giugno 13, 2017, 10:08:07 »

Ora a Renzi torna la tentazione del voto anticipato: a novembre
Si potrebbe puntare all'abbinamento con le Regionali siciliane per provare a evitare una possibile ripresa dei Cinque Stelle
Il segretario Pd è di nuovo tentato di chiudere il prima possibile la legislatura. In cuor suo Matteo Renzi non ha mai archiviato l’idea
Pubblicato il 12/06/2017 - Ultima modifica il 12/06/2017 alle ore 11:30

FABIO MARTINI
ROMA

Ora la tentazione del «contropiede», di chiudere il prima possibile la legislatura è destinata a tornare. In cuor suo Matteo Renzi non l’ha mai archiviata.
 
E nelle ultime ore la scomparsa dei Cinque Stelle dai ballottaggi in quasi tutte le città fa tornare l’appetito al leader del Pd in vista di una accelerazione verso le elezioni anticipate. Ieri sera Matteo Renzi è rimasto silenzioso, arrivato in tarda serata al Nazareno e, pur non escludendo esternazioni in Rete durante la notte, il primo commento arriverà oggi.
 
Certo, ma nelle prossime ore il leader del Pd potrà legittimamente cantar vittoria, anche se sarà complicato legare la buona performance delle coalizioni e dei candidati di centrosinistra ad un effetto-Renzi per la semplice ragione che l’ex presidente del Consiglio non soltanto non si è fatto vedere nelle principali città chiamate al voto, ma non ha mai richiamato il valore politico di queste amministrative. E quanto al risultato delle liste del Pd, i primissimi dati (da verificare al termine dello spoglio) indicano risultati inferiori a quelli sin qui raggiunti dai Democratici nelle amministrative, competizione sempre poco favorevole ai partiti nazionali. 
 
Subito dopo la trasmissione degli exit poll alle 23, Renzi ha preferito non commentare a caldo le prime proiezioni, ma chi ha parlato con lui in queste ore consiglia di non sottovalutare la sincerità delle sue assicurazioni sulla durata della legislatura - e dunque del governo Gentiloni - ma al tempo stesso suggerisce di considerare ancora attivo il «piano B», a parole archiviato.
 
Con un’idea in più rispetto a quella circolata nelle settimane scorse: se non si farà a tempo a votare il 24 settembre, la subordinata può diventare il 5 novembre, data nella quale sono state fissate le elezioni regionali siciliane. Un abbinamento, Politiche-Regionali, che consentirebbe al Pd di assorbire ed evitare un passaggio ritenuto ad altissimo rischio: la vittoria dei Cinque Stelle in Sicilia. Un risultato temuto da Renzi ogni ragionevole misura, perché una vittoria dei «grillini» nell’ultimo test elettorale importante prima delle Politiche potrebbe determinare un effetto-trascinamento sulle elezioni nazionali, a quel punto imminenti.
 
Certo, l’analisi sia pure sommaria dei primi risultati elettorali non è molto gratificante per il Pd. Nella città più importante nella quale si è votato, Genova, al ballottaggio va Gianni Crivello un personaggio più vicino alla ditta» (gli ex Pci-Ds) piuttosto che a Renzi e oltretutto dai primissimi risultati delle liste, quella del Pd sembra destinato ad attestarsi su percentuali che potrebbero relegare il partito al peggior risultato della sua storia. A Parma, in quella che un tempo era l’Emilia «rossa», il candidato del Pd è al secondo posto, con un distacco che pare incolmabile dal sindaco Pizzarotti. A Palermo il sindaco uscente, Leoluca Orlando, potrebbe essere eletto al primo turno ma il Pd è entrato nella coalizione (forse) vincente soltanto a condizione di rinunciare al proprio simbolo. Più promettenti le situazioni a Verona e Catanzaro dove il centrosinistra dovrebbe andare al ballottaggio ma in entrambi i casi il risultato delle liste del Pd (per quel che valgono in elezioni comunali) risulta su percentuali non rilevanti. Ieri sera il primo commento a caldo da parte del Pd è venuto da Matteo Ricci, responsabile Enti locali: «Il M5S, se i dati sono confermati, non arriva al ballottaggio in molte città ed è questo il dato politico».
 
Test difficilmente decrittabile per le formazioni alla sinistra del Pd, La formazione nata dalla scissione del Pd, l’Mdp, nel 64% dei capoluoghi di provincia era alleato col Pd, in alcune città (Lodi. Cuneo, Asti, La Spezia) non era presente e non aveva candidati sindaci in realtà importanti, mentre a Genova e l’Aquila c’erano liste vicine ad Articolo Uno. 
 
Il test dunque sarà soltanto sul voto di lista, disponibile solo a partire da oggi. Anche se in una delle città importanti nelle quali si è votato, Catanzaro, Mdp appoggiava il civico Nicola Fiorita che sembra messo meglio del candidato del Pd per andare al ballottaggio.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/06/12/italia/politica/ora-a-renzi-torna-la-tentazione-del-voto-anticipato-a-novembre-YDex4cJ8YWU0HKsZld4t0I/pagina.html
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« Risposta #181 il: Giugno 17, 2017, 11:21:02 »


Renzi vede Prodi e fa l’ulivista. Ma il Professore: “Troppi veti”
Il segretario del Pd chiede aiuto: “Serve una lista per superare il 40%”.
Romano incontra anche Pisapia: “Rischio stallo sul nome del premier”

Pubblicato il 16/06/2017
Ultima modifica il 16/06/2017 alle ore 07:21

Fabio Martini
Roma

La sequenza tra i viottoli del centro di Roma racconta il “nuovo” Prodi, l’uomo che a 77 anni è diventato il personaggio più ricercato dai leader progressisti, quasi che la sua benedizione sia diventata il viatico per la “salvezza” politica dei suoi interlocutori. Sono le sei del pomeriggio, siamo a piazza Sant’Eustachio, a due passi dal Senato: il Professore, appena uscito da un convegno sulla Cina, cammina, un gruppo di signore lo saluta con calore e una moto inchioda, un ragazzo si toglie il casco e urla: «Forza Romano!». Lui sorride e si siede a mangiare un toast dopo 48 ore condotte a passo di carica e segnate da due incontri politici che lo hanno riportato alla stagione di quando il capo era lui: due giorni fa Prodi ha incontrato Giuliano Pisapia e ieri si è visto con Matteo Renzi, che gli aveva sollecitato un incontro.

E ora, seduto ad un tavolino, il Professore tira le somme di questa inattesa sequenza: «Con Renzi è stato un incontro lungo e cordiale e idem con Pisapia. Bisogna lavorare per l’unità ma purtroppo c’è il rischio dello stallo totale se si continua nella logica per la quale uno immagina che comunque il presidente del Consiglio lo farà lui, mentre gli altri immaginano che Renzi mai e poi mai potrà assumere la guida del governo». E a chi gli chiede che effetto gli faccia essere diventato in pochi giorni l’”oggetto del desiderio” dei capi attuali del centrosinistra, il Professore sorride: «L’essere ricercato ha come madre la grande confusione esistente e come padre l’essere disinteressato e quindi non pericoloso!».

Prodi minimizza ma la sequenza delle ultime 48 ore è eloquente: Renzi e Pisapia, avviati a contendersi gli stessi elettori con due liste contrapposte, hanno chiesto lumi al Professore, che si è ritirato dalla politica attiva dieci anni fa. Il primo approccio tre sere fa. Pisapia, dopo aver registrato una trasmissione nella quale aveva detto che sarebbe bello se Prodi potesse federare il centrosinistra, ha capito quanto infelice fosse stata la battuta e ha telefonato al Professore, anticipandogli tutto. E Prodi, scherzando, gli ha detto: «Ma il capo sei tu!». Una battuta in privato, non un’investitura, perché Prodi - per quanto tirato da tutti - per il momento non intende parteggiare per nessuna delle parti in campo. 

E proprio questa era una delle curiosità più brucianti di Renzi: fino a che punto intende spingersi il Professore? E infatti è stato il segretario del Pd a chiedere a Prodi di vedersi. Il Professore ha acconsentito, ma chiedendo a Renzi di andare a trovarlo: all’hotel Santa Chiara dove alloggia durante i soggiorni romani. All’incontro era presente anche Arturo Parisi, l’ideologo del bipolarismo e dell’Ulivo, che vede a rischio-eutanasia il progetto di una vita e proprio per questo “puntella” quei brandelli di maggioritario che ancora si possono tenere in vita. E proprio su questo terreno si è trovato un punto di intesa. Ha detto Renzi: «Romano, a questo punto modificare in modo significativo la legge elettorale sarà difficile, ma dobbiamo costruire una lista che punti al 40 per cento e ci consenta al di prendere il premio di maggioranza e di governare da soli». Una soluzione “ulivista” che piace a Prodi ma una lista di quel tipo passa attraverso un cartello, altamente improbabile date le tensioni in campo, con Pisapia-Bersani. Ed è per questo che ieri sera, tornando a Bologna, Prodi vedeva il rischio dello «stallo totale». 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/06/16/italia/politica/renzi-vede-prodi-e-fa-lulivista-ma-il-professore-troppi-veti-jM15zYYfStb3VR88zzB8TM/pagina.html
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« Risposta #182 il: Giugno 25, 2017, 04:08:18 »


La strategia dei piccoli passi di Gentiloni: “Soddisfatti, ma ora serve una svolta”
Per la prima volta la Libia citata come Paese chiave nella lotta all'immigrazione.
Il premier: la Commissione e i Paesi membri devono investire in cooperazione

Pubblicato il 24/06/2017 - Ultima modifica il 24/06/2017 alle ore 07:27

Fabio Martini
Inviato a Bruxelles

In pochi mesi molto è cambiato nel rapporto tra Roma e Bruxelles. Due «istantanee» restituiscono la novità: alle 9 del mattino il presidente del Consiglio incontra le centinaia di funzionari, dirigenti e diplomatici italiani che lavorano a Bruxelles, consuetudine per molti capi di governo europei ma non per gli italiani. Sei ore più tardi la cancelliera Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron, nella loro conferenza stampa congiunta, riconoscono che male ha fatto l’Europa a non ascoltare il grido di dolore italiano sulla questione migranti e che ora si dovrà fare il possibile per fronteggiare un fenomeno che non rappresenta più una semplice emergenza. 

SVOLTA SUI MIGRANTI 
Una postura diversa dal passato da parte di Germania e Francia, ma non ancora un cambio di atteggiamento, che si è riflessa nel documento conclusivo del Consiglio Europeo: i flussi migratori nel Mediterraneo Centrale, e in particolare dalla Libia, sono una «sfida permanente» e quindi non è più un’emergenza, ma un grave problema cronico per il continente, che investe tutti, e quindi non solo i paesi in prima fila, Italia su tutti.

Progressi in gran parte semantici, Paolo Gentiloni lo sa bene, ed infatti è attento a non enfatizzare, a misurare pragmaticamente i risultati contenuti nelle Conclusioni del Consiglio. Col consueto understatement dice: «L’Italia può ritenersi soddisfatta». E rientrando a Roma spiega ai suoi: «Per noi è stato essenziale mantenere gli impegni anche sulla vicenda immigrazione. La Commissione ha apprezzato e ora anche se dobbiamo accontentarci delle partite che si svolgono giorno per giorno e in questi due giorni non si doveva risolvere il problema dei flussi ma affermare una serie di concetti, il lavoro da fare è ancora molto». 

IL NODO LIBIA 
In particolare, nelle Conclusioni. La Libia viene citata come il Paese-chiave, e infatti l’impegno della Ue è cresciuto molto, dall’operazione Sophia all’assistenza alla Guardia Costiera libica, che negli ultimi due mesi - come ricorda Gentiloni - ha effettuato 8600 salvataggi, ai quali si sommano i 6 mila rimpatri verso altri Paesi africani effettuati dallo Iom. 
Certo, assistere il governo di Tripoli è essenziale, anche se - riconosce il presidente del Consiglio - la sua affidabilità non è la stessa che garantisce il governo turco, che poco più di un anno fa con il maxi intervento di 3 miliardi ha bloccato i flussi da est. E infatti Gentiloni usa parole misurate: «Se qualcuno pensa che le autorità libiche e quelle turche siano paragonabili fa una piccola forzatura: è evidente che oggi stiamo aprendo una strada e cercando di ottenere il massimo, inducendo la Commissione europea e Paesi membri a fare un investimento in cooperazione. Dobbiamo fare due mestieri: lavorare per sostenerlo e lavorarci per affrontare la questione migratoria». E poi con humour: «Se oggi qualcuno dicesse “Diamo 3 miliardi di euro alla Libia” bisognerebbe chiamare qualcuno da fuori e dirgli: “Prendetelo”».

LE SFIDE FUTURE 
La novità che promette sviluppi futuri è il concetto di rafforzamento di cooperazione regionale nelle operazioni di «Search and Rescue», che potrebbe prevedere in prospettiva il principio di ampliamento degli approdi, «anche se sappiamo bene che i problemi con cui ci dobbiamo confrontare non si risolvono con le conclusioni di un documento del Consiglio europeo». Le partite europee sono fatte di piccoli passi, a volte impercettibili, ma nella filosofia «gentiloniana», l’importante è imboccare una direzione.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/06/24/esteri/la-strategia-dei-piccoli-passi-di-gentiloni-soddisfatti-ma-ora-serve-una-svolta-1Rx6weKBkpRM5v2Is5D6RJ/pagina.html
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« Risposta #183 il: Giugno 25, 2017, 04:10:00 »

La rete di Pisapia trova nuove adesioni e tenta pezzi di Pd
Oggi appuntamento a Napoli con Bersani e due prodiani doc
In campo Giuliano Pisapia parlerà oggi all'assemblea nazionale di Centro democratico dal titolo «Verso il nuovo centrosinistra» a Napoli

Pubblicato il 24/06/2017 - Ultima modifica il 24/06/2017 alle ore 07:08

Fabio Martini
Roma

Il crescente affollamento attorno al «treno» di Giuliano Pisapia sta decisamente accelerando la partenza dell’operazione politica imbastita dall’ex sindaco di Milano. Questa mattina, alla Stazione Marittima di Napoli, Giuliano Pisapia, Pier Luigi Bersani e Bruno Tabacci in qualche modo anticiperanno l’evento-clou, fissato il primo luglio a piazza Santi Apostoli a Roma, quando verrà battezzato il nuovo soggetto politico, «Insieme», voluto dall’ex sindaco. 

Da parte sua Pisapia, proprio per dare nuovo lievito all’operazione, sta definendo sempre più chiaramente l’identità del nuovo soggetto, ora parla di «una sinistra che sappia assumersi la responsabilità di governare», avversaria della «demagogia e del populismo». Un profilo che esclude derive radicali, taglia i ponti con la Sinistra del No e traccia l’identità di un soggetto riformista, chiamato a diventare il principale concorrente del Pd di Renzi. Sul suo stesso terreno. Contendendosi gli stessi elettori.

Proprio per questo motivo dietro le quinte tanti personaggi del centrosinistra, per ora riservatamente, stanno prendendo contatti con Pisapia, ma anche con Romano Prodi, per capire la consistenza dell’operazione. Non è detto che alla fine siano della partita, ma nei giorni e nelle settimane scorsi interessamenti sono arrivati da personalità provenienti da mondi molti diversi: ex Ds come Antonio Bassolino, i governatori del Lazio Nicola Zingaretti e del Piemonte Sergio Chiamparino. Ma anche esponenti cattolico-democratici come Leoluca Orlando, il vicepresidente del Parlamento europeo David Sassoli, l’ex presidente della Provincia di Trento Lorenzo Dellai. E tanti altri contatti, che per ora restano riservatissimi.

Ma il secondo effetto a breve determinato dall’operazione-Pisapia potrebbe determinarsi già a partire da domani. Nel Pd la fronda nei confronti di Matteo Renzi si sta ingrossando e, nel caso il risultato delle amministrative fosse sotto le aspettative, «nel partito si aprirà una discussione vera anche nel mondo degli ex popolari», confida uno dei personaggi più influenti di quella tradizione, che ha il proprio capofila in Dario Franceschini. Mentre fuori dal Pd, per tutto questo mondo, il «garante» è tornato ad essere Romano Prodi.

E un primo segnale verrà oggi da Napoli, con la convention di scioglimento del Centro democratico, guidato da Bruno Tabacci, già presidente (Dc) della Regione Lombardia, personaggio stimatissimo da Pisapia, che infatti lo volle al suo fianco come assessore al Bilancio. Oltre a Tabacci, che chiuderà, interverranno due prodiani doc come Sandra Zampa e Franco Monaco, mentre gli interventi clou saranno quelli di Pier Luigi Bersani e di Giuliano Pisapia, in questo sottolineando la doppia leadership del soggetto che sta per nascere. 

Dunque, sta per partire l’operazione-erosione del Pd? Dice Tabacci: «Il nostro ruolo in questo fenomeno è indiretto. Dentro il Pd i personaggi di peso o se ne sono andati o sono critici. Dai contatti che abbiamo, posso immaginare che da noi presto arriveranno, non dico troppi, ma tanti…». Nello stop and go che segna tutti i movimenti allo stato nascente, molto dipende da eventi simbolici. Romano Prodi, come aveva spiegato riservatamente a Renzi, non sarà il primo luglio in piazza Santi Apostoli dove verrà battezzato il nuovo soggetto di Pisapia. Ma non è escluso che all’ultimo momento il Professore possa mandare un messaggio. 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/06/24/italia/politica/la-rete-di-pisapia-trova-nuove-adesioni-e-tenta-pezzi-di-pd-3QWXhoBL18E4j8Af0Vf3SK/pagina.html
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« Risposta #184 il: Giugno 28, 2017, 12:15:26 »


La rottura dopo l’invito a Matteo a non correre per Palazzo Chigi
L’idea di Prodi: Letta candidato premier

Pubblicato il 28/06/2017

Fabio Martini
Roma

Si è fatta sera, Romano Prodi è appena tornato nella sua casa bolognese di via Gerusalemme, inseguito dai tanti – politici, giornalisti, amici - che da ore lo cercano per una interpretazione “più autentica” della nota che lui stesso ha diffuso qualche ora prima, con quella metafora della tenda che si allontana dai territori del Pd. Il Professore sorride: «Non parlo, non parlo, non parlo! Parla la nota. E ora mi ritiro in pace…». Una pace relativa. Da un mese Romano Prodi sta vivendo una seconda giovinezza: alle presentazioni del suo ultimo libro, la gente si mette in fila per ottenerne un autografo e quando compare in pubblico si alzano standing ovation che neppure quando era il leader dell’Ulivo... Ma il fenomeno più sorprendente che riguarda Prodi è quello dei politici ancora in campo che si sono messi in “fila” per ottenerne la laica “benedizione”: Matteo Renzi, Giuliano Pisapia, Enrico Letta. O che chiedono consigli: come Laura Boldrini o Carlo Calenda.

Lui finora ha ascoltato, si è limitato a dare suggerimenti e aveva deciso di soprassedere davanti alle inesattezze contenute in tanti articoli. Ma ieri mattina, oltre ad uno dei tanti “retroscena” che attribuivano al leader del Pd una rinnovata vocazione alla rottamazione, il Professore è rimasto infastidito dalla lettura del voto data da Renzi in un colloquio con il direttore del “Quotidiano Nazionale” Andrea Cangini, nella quale si sosteneva che «i migliori amici del Berlusca sono i suoi nemici, che invocano coalizioni più larghe…». In altre parole Renzi spiegava il netto, generalizzato calo del Pd con la strategia unitaria invocata da Prodi, una lettura che al Professore è apparsa una paradossale “chiamata”, un rovesciamento della realtà, una provocazione difficile da lasciar correre soprattutto da parte di chi sta provando a trovare un minimo comun denominatore in uno schieramento che, come dice Prodi, «è paralizzato dai veti».

Dunque, è stata una forte irritazione ad ispirare la nota del Professore con la metafora della tenda che si allontana dal Pd. «Io – dice Prodi – mi limito ad osservare che, in assenza di divergenze strategiche, nel centrosinistra se si continua sulle divisioni personali, si rischia lo stallo totale. Io non faccio il tifo per nessuna delle parti in gioco».

Ecco perché nel loro incontro riservatissimo di metà giugno all’hotel Santa Chiara Matteo Renzi, Romano Prodi e Arturo Parisi avevano cercato una possibile intesa sul futuro. E avevano esplorato una strada, che finora è rimasta inedita. Prodi, ma a sorpresa anche Renzi, avevano convenuto sul fatto che il leader del Pd al momento resta un elemento divisivo: con lui candidato a palazzo Chigi le due aree del centrosinistra sono destinate a guerreggiarsi.

Partendo da questa premessa Prodi aveva sostenuto – ma l’altro aveva annuito – che la cosa migliore è che Renzi si dedichi a potenziare e irrobustire il partito, mentre come candidato per palazzo Chigi si dovrebbe trovare un candidato che metta d’accordo tutte le aree del centro-sinistra. Per esempio Enrico Letta. Renzi non ha opposto, sul momento, resistenze a questa via d’uscita. Anche se in quelle ore era parso interessato soprattutto a capire se il Professore avesse intenzione di partecipare alla manifestazione di Pisapia-Bersani il primo luglio a Santi Apostoli. Prodi aveva spiegato a Renzi che lui intende svolgere un ruolo da collante, «sono una specie di Vinavil» e dunque non era sua intenzione essere in piazza.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/06/28/italia/politica/la-rottura-dopo-linvito-a-matteo-a-non-correre-per-palazzo-chigi-dppaW7jVU9JbAjxxFIcX2N/pagina.html
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« Risposta #185 il: Luglio 11, 2017, 10:04:16 »

Renzi: “Pisapia era contro Prodi”. Ma la storia è andata diversamente

Pubblicato il 09/07/2017 - Ultima modifica il 09/07/2017 alle ore 11:42

FABIO MARTINI

Tra le anticipazioni del suo nuovo libro, «Avanti», distribuite in queste ore ai vari giornali, è compreso un attacco all’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, annoverato (assieme a Massimo D’Alema) tra i nemici dell’Ulivo e di Romano Prodi.

Ma la storia è andata diversamente, anzi in modo capovolto, e almeno su questo punto, il libro sembra scritto frettolosamente. Nel 1998 quando Rifondazione comunista decise di votare la sfiducia al governo dell’Ulivo, Pisapia (eletto come indipendente nelle liste di Rrc) si dissociò e votò a favore dell’esecutivo Prodi, che però cadde. Pisapia votò dunque come i deputati degli scissionisti dal Prc, guidati da Cossutta, ma non per questo divenne «cossuttiano». 
 
Pisapia, per coerenza col mandato elettorale, si dimise da presidente della Commissione Giustizia (nonostante due volte i commissari avessero respinto le dimissioni) e si iscrisse al Gruppo Misto. Ma davanti alla novità del governo D’Alema, nato in contrapposizione a quello Prodi, Pisapia rientrò nel gruppo di Rifondazione per esercitare la sua opposizione ai nuovi esecutivi, nati in discontinuità con l’Ulivo. Tanto è vero che votò contro la guerra in Kosovo e contro la riforma dell’articolo quinto. Nel 2006, quando Prodi tornò a palazzo Chigi avrebbe voluto Pisapia come ministro di Grazia e Giustizia, ma per una serie di incastri, l’operazione non fu completata.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/07/09/italia/politica/renzi-pisapia-era-contro-prodi-ma-la-storia-andata-diversamente-x7rD1goyWdomn3jXHY6cdL/pagina.html
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« Risposta #186 il: Luglio 11, 2017, 10:29:29 »

Renzi ha deciso il “tesseramento balneare”: chi si vuole iscrivere al Pd potrà farlo solo d’estate

Pubblicato il 05/07/2017 - Ultima modifica il 05/07/2017 alle ore 20:26

Fabio Martini

Matteo Renzi ha preso una decisione senza precedenti: chi si vorrà iscrivere al Pd nel 2017 dovrà farlo in un tempo brevissimo, probabilmente il più breve nella storia di un partito italiano. La finestra per tesserarsi resterà aperta tra il 17 di luglio e il 25 settembre, perché ad ottobre si terranno i congressi provinciali e quelli per il rinnovo degli organi dirigenti di base, i Circoli. Un tesseramento bruciante, della durata di 70 giorni, che si riducono a tre, quattro settimane se si escludono metà luglio e agosto.

Una procedura molto originale per almeno due motivi: mai – in un partito democratico - si era determinato un tesseramento “balneare”, limitato ai soli mesi estivi; mai si era ristretto il tempo in modo così drastico. Sulle ragioni della svolta per il momento circolano soltanto processi alle intenzioni: a caldo la meno benevola parla di Renzi che ha oramai deciso di andare “alla guerra” e che punta su un tesseramento “chi c’è, c’è”. Ma per ora si tratta di illazioni. L’unico effetto prevedibile di questa procedura è quello di circoscrivere drasticamente il bacino degli iscritti “spontanei”.
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Da - http://www.lastampa.it/2017/07/05/italia/politica/renzi-ha-deciso-il-tesseramento-balneare-chi-si-vuole-iscrivere-al-pd-potr-farlo-solo-destate-W47hRGZFC6eot8rXifK0vM/pagina.html
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« Risposta #187 il: Luglio 30, 2017, 05:42:26 »

Lo stop di Pisapia: “Serve una formazione riformista”, non un fronte del No
L’ex sindaco di Milano, irritato per la delegittimazione imbastita da Mdp per l’abbraccio alla Boschi alla festa dell’Unità, ha rinviato l’incontro con i bersaniani: «Meglio riflettere che litigare».
La preoccupazione di fare una formazione che «parli» alla sinistra ma anche a Prodi e Letta


Pubblicato il 25/07/2017 - Ultima modifica il 25/07/2017 alle ore 17:05

FABIO MARTINI
ROMA
A questo punto la decisione finale – fare o no un soggetto riformista alternativo al Pd – è rinviata a settembre, ma Giuliano Pisapia confessa di sentirsi sollevato dopo l’annullamento del previsto incontro con Mdp: «Se ci fossimo incontrati in queste ore avremmo rischiato di litigare, invece così possiamo riflettere sul da farsi…». Ma l’annullamento dell’incontro con Roberto Speranza, lo ha deciso proprio Pisapia e dunque non è affatto detto che nelle prossime settimane tutto si risolva in un abbraccio tra le due anime di quest’area, quella con una vocazione di governo che fa capo all’ex sindaco di Milano e quella da “Rifondazione-Ds” che fa capo a Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema ed Enrico Rossi.

Uomo mite, ma non buonista, Pisapia stavolta è molto irritato, più del solito con chi ha provato a delegittimarlo per l’ormai celeberrimo abbraccio con Maria Elena Boschi alla festa dell’Unità. Chi lo conosce, ricorda la fermezza con la quale reagì alle insinuazioni di Letizia Moratti durante la campagna elettorale di Milano, una reazione che contribuì alla sua inattesa vittoria nel duello con l’allora sindaco.
 
E anche stavolta Pisapia non transige: dal suo punto di vista confondere un gesto gentile con una cedevolezza politica è un’insinuazione che l’ex sindaco comprende in qualche militante sul web, ma non nel gruppo dirigente di una formazione diretta da leader maturi e che conoscono le sue intenzione: «Voglio dar vita ad un’area alternativa all’attuale Pd».
 
Nella valutazione di Pisapia l’incontro fissato per oggi con Speranza si sarebbe risolto in un nulla di fatto, mentre invece dal suo punto di vista meritano riflessione ulteriore almeno tre punti: il profilo della nuova area, che Pisapia vuole riformista e con vocazione governativa, capace di intercettare anche gli elettori che guardano a Prodi e a Letta; il rapporto con l’esecutivo Gentiloni, escludendo colpi di mano, che avrebbero l’effetto di qualificare la nuova formazione come “crisaiola” e “sfascista”; il profilo organizzativo, che è difficile immaginare come incardinato sulle sole tessere. 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/07/25/italia/politica/lo-stop-di-pisapia-serve-una-formazione-riformista-non-un-fronte-del-no-vwxSxUnLlvSeCDXYxqY7YK/pagina.html
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« Risposta #188 il: Agosto 03, 2017, 05:34:03 »

Boccia: “Il patriottismo economico fa male alla salute dell’Ue”
Il presidente di Confindustria: la competizione deve essere tra Europa e resto del mondo. Sì a un patto tra associazioni di imprese di Italia, Francia e Germania
Fincantieri ha chiuso i primi sei mesi del 2017 con un risultato positivo per 11 milioni, in aumento di 6 milioni rispetto al risultato del primo semestre 2016 in Borsa

Pubblicato il 31/07/2017

FABIO MARTINI
ROMA

Anche se le imprese dei grandi Paesi europei - spesso e fisiologicamente - entrano in conflitto tra loro, le organizzazioni imprenditoriali di Italia, Germania e Francia stanno provando ad imbastire una linea comune, sulla quale in particolare sta investendo il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia: «La regola che invocano i francesi nei confronti dell’Italia sulla questione-Fincantieri in realtà andrebbe utilizzata dall’Europa nei confronti del mondo esterno. Perché dobbiamo convincerci che la competizione non è tra i Paesi dell’Unione ma tra questi e il resto del mondo. Se la competizione è questa, allora possiamo combattere ad armi pari: costruendo campioni europei». 

 
Su questo siete d’accordo con le organizzazioni “sorelle” degli altri partner europei? Dopo aver intensificato i rapporti con Confindustria tedesca e con quella francese si può immaginare una pressione sui governi per evitare conflittualità dannose o addirittura una iniziativa comune? 
«Stiamo lavorando in questa direzione. Abbiamo condiviso con la Bdi tedesca la centralità della questione industriale in Europa, l’importanza della quarta rivoluzione industriale, la necessità di affrontare la questione bancaria partendo dalla garanzia comune dei depositi bancari. E con il presidente della Medef francese, che abbiamo incontrato nei giorni scorsi a Parigi, stiamo sulla stessa linea di pensiero. A partire dai principali Paesi manifatturieri – Germania, Italia, Francia –, cui si aggiungeranno presto anche altri. Stiamo ponendo la questione industriale a livello europeo: un’Europa industriale con una visione economica comune. Per il 29 agosto i francesi di Medef hanno invitato le Confindustrie italiana e tedesca ad un loro importante convegno». 
 
L’improvvisa tensione tra i governi di Italia e Francia non va in una direzione diversa? 
«Non va nella direzione dell’Europa che immaginiamo. La competizione non è tra i Paesi dell’Unione ma tra tutta l’Unione e il resto del mondo. Tra l’altro, l’operazione Fincantieri va nella direzione dell’impresa europea che dobbiamo imparare a costruire anche per i benefici effetti strategici che comporta».
 
In Francia ha ripreso vigore il “patriottismo economico” anche perché ora c’è un governo forte e da noi meno? 
«Non sapremmo dire se la decisione di nazionalizzare Stx sia frutto di un governo forte. Ci sembra, piuttosto, di un esecutivo in cerca di consenso. La decisione assunta in precedenza con Fincantieri era quella giusta. Un governo davvero forte non la cambia per compiacere gli umori interni del Paese. Vorremmo che Macron dimostrasse anche in questo caso l’europeismo che ha messo nel programma che gli ha fatto vincere così bene le elezioni determinando un effetto positivo nell’intera Unione».
 
L’ iniziativa, ancora embrionale, delle associazioni imprenditoriali è sospinta anche da una serpeggiante tentazione al protezionismo e al ritorno alla presenza dello Stato dell’economia anche in Paesi di cultura liberista? 
«Dobbiamo assolutamente evitare che per ragioni di opportunità interna e mancanza di visione si vada verso pratiche di protezionismo perché al protezionismo degli uni si aggiungerebbe quello degli altri, con conseguenze assai negative sulle economie di tutti. Proprio in occasione del B7, che riunisce i principali Paesi industriali del mondo, tutte le Confindustrie partecipanti, compresa quella degli Stati Uniti, si sono espresse a favore del libero scambio e contro i protezionismi. Uno dei padri dell’Europa, il francese Jean Monnet, diceva: “I miei obiettivi sono politici, le mie spiegazioni sono economiche”. Se l’obiettivo politico è realizzare una grande stagione riformista europea a partire dall’economia non si può agire come la Francia vorrebbe con i cantieri Stx».
 
Nel comunicato del recente G7, su iniziativa americana e francese, si è fatto riferimento ad un mercato “giusto”, oltreché “libero”, che è la definizione tradizionale. Gli Stati si riprendono spazi in settori strategici? 
«Siamo convinti che il mercato debba essere aperto e libero, quindi siamo contro ogni forma di protezionismo, ma anche corretto, nel senso che bisogna combattere ogni forma di concorrenza sleale».
 
G li altri fanno i loro interessi, ma da noi i progressi dell’economia reale le pare che preannuncino una svolta? 
«In Italia non sappiamo raccontarci. Abbiamo approvato la migliore riforma delle pensioni, il Jobs Act, l’impianto di Industria 4.0 mentre altri Paesi, come la stessa Francia, sono indietro con le riforme. È vero, abbiamo molti problemi da fronteggiare, ma l’aumento dell’export, degli investimenti e finanche dell’occupazione sono fatti dei quali dover tener conto. Con l’alibi della politica debole perdiamo di vista i nostri punti di forza ed esaltiamo soltanto i punti di debolezza. I comportamenti dei ceti dirigenti del paese si riflettono sui nostri giornali e dobbiamo comprendere che all’estero ci leggono e ci conoscono anche per come ci rappresentiamo noi stessi. Se corriamo un rischio serio è smantellare le riforme prim’ancora che abbiano raggiunto gli effetti previsti. Ma perché questo non accada occorre vigilare».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/07/31/economia/il-patriottismo-economico-fa-male-alla-salute-dellue-abrViOAQpLKUUwgZII0xMI/pagina.html
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« Risposta #189 il: Agosto 27, 2017, 09:03:01 »

Gentiloni sposa la linea Minniti: “Non si accoglie senza legalità”
Il premier era stato informato dal Viminale del piano sugli sgomberi.
Pd in fermento.
Orfini: «Blitz inadeguato, non è un caso di ordine pubblico»
Pubblicato il 26/08/2017 - Ultima modifica il 26/08/2017 alle ore 11:15

FABIO MARTINI
ROMA

Nelle ultime settimane il profilo del governo sta cambiando. Il principio della legalità - dalle Ong agli sgomberi degli abusivi a Roma - sta corroborando l’immagine di “forza tranquilla” espressa sinora dalla figura del presidente del Consiglio: Paolo Gentiloni sta assecondando questa correzione e il silenzio-assenso sugli scontri di piazza a Roma lo conferma. Nessuna dichiarazione pubblica su una vicenda che, alla resa dei conti si è conclusa con qualche contuso e molte polemiche, ma l’appoggio alla linea Minniti da parte di Paolo Gentiloni (espressa personalmente al ministro), si riassume in due sostantivi: «L’accoglienza non può essere disgiunta dalla legalità». 

In altre parole soltanto governando i flussi si può garantire un’accoglienza umana per i migranti. Sia alle frontiere che nelle città, dove va salvaguardato il principio della legalità. Per Gentiloni questa deve essere - e deve restare - la linea di una sinistra di governo e infatti in queste ore il presidente del Consiglio insiste su una espressione che riassume “l’ideologia” del governo nei prossimi mesi: «Serve una conclusione ordinata della legislatura» su tutti i dossier, dalla politica per i migranti alla legge di Stabilità. 
 
A Palazzo Chigi nei giorni scorsi sono stati informati sulla decisione delle forze di polizia di intervenire e nessuna obiezione è stata opposta alla attuazione della direttiva del Viminale che prevede il progressivo svuotamento di tutte le occupazioni abusive. Naturalmente la gestione concreta degli interventi spetta a prefetto, questore e forze sul campo e su questo aspetto eventuali obiezioni e critiche non cambiano - nell’ottica del governo - l’opportunità dell’intervento. Dunque, il silenzio di queste ore del presidente del Consiglio è da intendersi come un silenzio-assenso alla linea della legalità interpretata dal ministro dell’Interno. 
 
Una linea che, dal punto di vista comunicativo, si traduce in un approccio sobrio, riassunto nel concetto: “parlino i fatti”. Un approccio molto evidente sulla vicenda degli sbarchi. Da metà luglio, come è noto, gli arrivi di migranti si sono drasticamente ridotti, con un calo del 72 per cento nel mese di agosto, ma Gentiloni e Minniti - con una differenza abissale rispetto al precedente governo - hanno omesso di sottolineare un dato così eclatante. Un omissis naturalmente a tempo, nella speranza che il dato si consolidi e diventi in modo inoppugnabile la conseguenza oggettiva delle scelte del governo. Una sordina che presidente del Consiglio e ministro dell’Interno hanno deciso di concerto.
 
Una “coppia”, quella Gentiloni-Minniti, che comincia a fare ombra alle altre “filiere” del Pd, quelle che si preparano a contendersi la gestione della campagna elettorale. Sotto questo punto di vista si può leggere la sortita fortemente critica da parte del presidente del Pd Matteo Orfini: «Quello che è accaduto a Roma in questi giorni non è normale. E non lo deve diventare. Non si può continuare a pensare che un dramma sociale possa essere ridotto a questione di ordine pubblico». E ancora: «A essere inadeguata è stata anche la gestione da parte delle forze dell’ordine. Non si esegue uno sgombero con quelle modalità e non lo si fa senza una adeguata soluzione alternativa. Soprattutto, non si risponde alla povertà con le cariche e con gli idranti».
 
Una posizione fortemente critica con la quale Orfini, da una parte si candida a “leader” della sinistra Pd, in coppia col ministro Maurizio Martina e dall’altra “prenota” un posto al sole nella battaglia interna, che si preannuncia durissima, per la conquista di uno spazio politico in campagna elettorale al fianco del leader Matteo Renzi. In vista di quell’appuntamento le varie aree - Orfini-Martina, Franceschini, Delrio - contenderanno lo spazio di visibilità al tandem che finora ha mostrato qualità politica e crescente consenso tra l’opinione pubblica: la coppia Gentiloni-Minniti.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/08/26/italia/politica/gentiloni-sposa-la-linea-minniti-non-si-accoglie-senza-legalit-OwbALsmwuTIKiggyaF5m9M/pagina.html
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« Risposta #190 il: Settembre 01, 2017, 05:48:26 »

Web tax e trattato di Dublino. Alla cena in libertà all’Eliseo nasce l’avanguardia europea
Dopo il summit sui migranti, l’intesa fra i leader su alcuni temi cruciali dell’agenda comunitaria
Pubblicato il 30/08/2017

FABIO MARTINI
ROMA

Si era fatta sera, ma nel salone poco climatizzato dell’Eliseo, continuava a fare un caldo bestiale. A quel punto i cerimonieri della Presidenza della Repubblica hanno proposto ad Emmanuel Macron un cambio di programma per la cena: prepariamo fuori? Dopo il via libera presidenziale, i quattro capi di governo europei – il padrone di casa, la cancelliera Angela Merkel, Paolo Gentiloni e Mariano Rajoy – reduci dal vertice sui migranti con tre capi di governo africani, si sono accomodati nei giardini dell’Eliseo e si sono messi in «libertà». In tutti i sensi. Nell’abbigliamento (via le giacche), ma soprattutto con la mente: libera dagli schemi di un vertice formale. 
 
E dopo due ore di chiacchierate senza rete, lunedì sera, è affiorata un’ipotesi di lavoro, qualcosa in più di una suggestione: in vista del Consiglio europeo straordinario di Tallinn sul digitale fissato per il 28 settembre perché non mettere assieme le idee - e probabilmente anche un documento comune - sulla web tax? E perché non provare a sperimentare lo stesso metodo sulla controversissima, futuribile ma necessaria revisione del Trattato di Dublino sui migranti?
 
Sul far della notte i quattro leader hanno ripreso la via di casa, lasciando all’Eliseo l’embrione di qualcosa che non è un formale Direttorio a quattro, ma che potrebbe diventare un’avanguardia. Un’avanguardia che allunga il passo. 
 
Un (possibile) motore per l’Europa, un motore formato dai Paesi che preferiscono procedere ad una velocità più sostenuta. Un gruppo di testa - ecco il punto - pronto ad intensificare le cooperazione rafforzate e cioè la possibilità di realizzare una più forte collaborazione tra alcuni Stati su alcune materie, anche strategiche. Come la Difesa comune. 
 
Nel giro di cinque mesi è la seconda volta che i leader dei quattro Paesi si incontrano - la prima era stata a Parigi a marzo - e l’altra notte hanno deciso di rivedersi ancora con lo stesso formato: a Madrid a novembre. E d’altra parte la doppia velocità non è una novità, come dimostrano l’eurozona o il Trattato di Schengen, anche se si tratta di due cooperazioni rafforzate in senso lato. Naturalmente l’altra notte all’Eliseo non è stata assunta una decisione formale dei quattro Paesi e non si è neppure immaginata un’«ora X» dalla quale partire. Ma sin dalle prossime settimane gli sherpa sperimenteranno le possibili convergenze sulle questioni dove è possibile enucleare un’intesa. A cominciare dal digitale e dalla web tax.
 
Un metodo di lavoro che piace al presidente del Consiglio. Certo, il formato a quattro - Germania, Francia, Italia e Spagna - è stato caldeggiato in particolare da Angela Merkel che in questi anni ha costantemente appoggiato Rajoy, suo sodale nel Ppe. Ma la spinta a formare un gruppo di testa più largo nasce da Matteo Renzi, col suo vertice di un anno fa a Ventotene (in quel caso a tre) e d’altra parte l’ambizione di avere un posto al sole negli ultimi sei anni l’Italia se l’è guadagnato sul campo: con i «compiti a casa», con le riforme (pensioni e Jobs act), con un piano come il Migration compact, con il «pacchetto Minniti» sui migranti. E quanto a Paolo Gentiloni, quando ha ereditato la celebrazione del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma nel marzo scorso, tutta l’energia diplomatica è stata spesa per inserire nel comunicato finale proprio un riferimento all’«attualità» delle cooperazioni rafforzate.
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/08/30/esteri/web-tax-e-trattato-di-dublino-alla-cena-in-libert-alleliseo-nasce-lavanguardia-europea-OD4SoGedi0TGET79HPlRZI/pagina.html
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« Risposta #191 il: Ottobre 01, 2017, 11:03:15 »

Stx, a Fincantieri il controllo ai francesi il diritto di veto
Con l’accordo gli italiani avranno il 50% più un voto, oltre alla guida operativa della società A Parigi il potere di blocco attraverso l’Ape. Oggi al vertice di Lione anche il nodo Tim
Pubblicato il 27/09/2017 - Ultima modifica il 27/09/2017 alle ore 16:18

FABIO MARTINI
INVIATO A LIONE

Scherzosamente (ma riservatamente) la chiamano “clausola salva-facce”. È l’escamotage che francesi e italiani hanno studiato per garantire una governance a Stx che consenta a entrambe le parti di cantar vittoria, soprattutto dopo aver mostrato i muscoli, gli uni e gli altri nelle settimane scorse. Escamotage complicato, che richiede ricami lessicali, ingegnerie azionarie, anche se la cosa che servirebbe di più a questo punto sarebbe garantire operatività e nuovi imput alla società contesa.

 Ma la politica ha la sua liturgia, compresa la massima riservatezza sui dettagli dell’intesa, che verrà resa nota oggi nel vertice Francia-Italia, anche se l’ultima indiscrezione segnala una novità rispetto a quanto trapelato sinora. Agli italiani andrebbe il 50 più uno nella plancia di comando e ai francesi il diritto di veto su diverse questioni strategiche, compreso gli assetti occupazionali. In altre parole la guida operativa sarebbe italiana, ma ai francesi spetterebbe un potere di blocco che sarebbe esercitato dall’Ape, l’Agence des partecipations de l’Etat. 
 
Non è detto che finisca così – anche ieri sera non si trovavano conferme ufficiali a questa soluzione – ma finalmente oggi nella Prefettura di Lione il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni scopriranno le carte al termine del vertice bilaterale, al quale parteciperanno diversi ministri.
 
Il vertice infatti è stato preceduto da trattative serrate su diverse questioni, visto che il “contenzioso” tra i due Paesi annovera diverse nodi da sciogliere. Oltre alla questione Stx, ci sono diversi dossier strategici in ballo. La questione Telecom-Vivendi, quella della Tav Torino-Lione, ma anche diversi altri capitoli. E proprio sulla vicenda Tim ieri si è consumato un passaggio importante: il governo era atteso a una decisione su una questione delicatissima: se esistano le condizioni per esercitare il golden power su quella parte della rete Telecom che riguarda le informazioni più sensibili. Da quel che trapela da palazzo Chigi l’opinione dell’apposito gruppo di coordinamento e soprattutto dei massimi esperti interpellati in via informale è quasi univoca: il governo può porre il veto. E se così fosse il governo potrebbe chiedere a Telecom di cedere almeno Sparkle.
 
Ma è stato il presidente del Consiglio a suggerire uno slittamento del parere: se fosse stato espresso ieri, avrebbe rappresentato uno spettacolare pugno nello stomaco per i francesi proprio in contemporanea col vertice di Lione. Per questo la decisione è stata posticipata. Ma quasi certamente l’orientamento sul sì verrà confermato. In questo modo confermando l’approccio pragmatico che il presidente del Consiglio ha voluto imprimere ai due dossier: niente dichiarazioni di guerra, profilo basso ma massima attenzione ai risultati: una gestione paritaria della vicenda Stx, che un mese fa sembrava molto difficile e una rivendicazione del diritto di veto su una rete che investe interessi sensibili per l’Italia.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/09/27/economia/stx-a-fincantieri-il-controllo-ai-francesi-il-diritto-di-veto-uwsGUP1Dp86677NvzEWWmN/pagina.html
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« Risposta #192 il: Ottobre 05, 2017, 11:19:53 »

La nuova alleanza Roma-Parigi. Sarà il “Trattato del Quirinale”
La proposta di Macron: “Un patto come con Bonn nel 1963”.
Gentiloni soddisfatto: “Il rilancio dell’Europa riparte oggi da qui”

Pubblicato il 28/09/2017 - Ultima modifica il 28/09/2017 alle ore 07:12

FABIO MARTINI
INVIATO A LIONE

La pomposa Prefettura di Lione non è attrezzata per le cerimonie di Stato, Emmanuel Macron e Paolo Gentiloni passano in rassegna il picchetto camminando tra la ghiaia, ma il polveroso preliminare non inficia quel che accadrà nelle due ore successive: nel loro trentaquattresimo vertice Francia-Italia puntellano e consolidano un’amicizia a parole sempre fraterna, ma che era stata opacizzata in poche settimane dalle virate nazionalistiche di Macron su «migranti economici» e Libia e anche dalla repentina nazionalizzazione di Stx. I due presidenti, parlando in conferenza stampa, hanno molto valorizzato i due grandi dossier sbloccati – Stx e Lione-Torino – ma entrambi avevano concordato tra di loro un messaggio comune: declamare una forte spinta europeista a pochi giorni dal voto tedesco, che invece rischia di trasformarsi in un prolungato “ralenti”, persino in una gelata storica. 

E infatti Emmanuel Macron, riprendendo l’essenza del discorso “alto” pronunciato due giorni fa alla Sorbona, ha rilanciato un termine, con l’intenzione di “battezzarlo” e di farlo diventare proverbiale: «La rifondazione dell’Europa», sarà da edificare con la spinta di «un gruppo di Paesi amici» e questo processo che oggi appare in forse, per il presidente francese può essere innescato da «due Paesi ambiziosi come i nostri». A questo punto Paolo Gentiloni, con l’humour che ogni tanto gli affiora sulle labbra, ha aggiunto: «In Italia rifondazione ha un significato particolare…», alludendo (per chi poteva capire) al partito della Rifondazione comunista, per anni decisivo nella caduta dei governi progressisti. Ma poi il presidente del Consiglio ha abbracciato la spinta di Macron: «Ora è il momento dell’ambizione perché non avremo molte altre occasioni per questa rifondazione e ora invece le abbiamo: qualche vuoto geopolitico, Brexit, la sconfitta delle forze populiste in alcuni Paesi, una domanda di Europa che aumenta, una crescita di tutta l’eurozona». 
 
E a quel punto della chiacchierata pubblica tra i due Macron ha calato una proposta che sul momento è parsa estemporanea ma potrebbe non esserlo: ipotizzare tra Francia e Italia, un trattato strategico sull’esempio di quello fondamentale tra Parigi e Bonn, che venne sottoscritto nel 1963 all’Eliseo. Ha detto testualmente Macron: «Si può immaginare un Trattato del Quirinale, come quello dell’Eliseo!». Un patto a due che – laddove si concretizzi – potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto più forte di una cooperazione rafforzata. E, a chiudere un duetto apparentemente casuale, Gentiloni ha chiosato: «Il rilancio europeo si fonda sulla forza dei rapporti bilaterali». A Roma prendono atto con soddisfazione della proposta, che tuttavia dovrà essere riempita di contenuti. E le prossime settimane, spiegano nel governo, serviranno a valutare quanto sia concreta e destinata ad avere seguito. 
 
Certo, la vigorosa spinta europeista espressa, anzi esibita, dai due Presidenti è un modo per esorcizzare la gelata tedesca, ma la comunione di intenti espressa in modo così stentoreo, fa dire a Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari europei e grande amico di Macron: «Sì, senza enfasi possiamo dirlo: la spinta europea riparte da Lione». Certo, un Macron bifronte: alato europeista e liberista nei discorsi “accademici”, protezionista e nazionalista nei fatti. Ma è anche un Macron che – in attesa degli orientamenti del nuovo governo tedesco – prova a diventare il motore della possibile “nuova” Europa. E i due Presidenti provano a valorizzare il lavoro comune già svolto: in particolare l’intesa – molto di intenti ma pionieristica – che è stata impostata nel summit di fine agosto a Parigi con alcuni Paesi africani, più Francia, Italia, Germania e Spagna. E infatti Paolo Gentiloni ha più volte accennato a quanto importante sarebbe sviluppare quelle intese che comunque già oggi «dimostrano la capacità dell’Europa di essere forza di stabilizzazione e di pace». Parole ascoltate, oltreché da Macron, dai dieci ministri dei due Paesi, confluiti a Lione e tra questi Marco Minniti, artefice primo della “svolta africana” dell’Italia. 
 
Tra i due presidenti, Macron e Gentiloni, sembra essersi cementato un feeling. In particolare Macron ha pubblicamente ammesso di aver “copiato” da Matteo Renzi il bonus per i diciottenni e Gentiloni se ne è detto «orgoglioso».
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/09/28/economia/la-nuova-alleanza-romaparigi-sar-il-trattato-del-quirinale-O0rchcLJdJUfje1l0uc1ZK/pagina.html
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« Risposta #193 il: Ottobre 18, 2017, 07:02:13 »


Tutti contro Padoan per abbassare l’età della pensione
No di Pd e Forza Italia al tetto di 67 anni voluto dal ministro
Isolato: il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan si è impegnato in Europa per far scattare l’età pensionabile a 67 anni a partire dal 2019. Ma Pd, Lega e Forza Italia sono contrari a questa misura

Pubblicato il 18/10/2017 - Ultima modifica il 18/10/2017 alle ore 07:31

Fabio Martini
Roma

Alla fine Pier Carlo Padoan ha dovuto mettere la questione di «fiducia». Sull’età pensionabile a 67 anni, lunedì pomeriggio si è svolta in Consiglio dei ministri una discussione non trapelata all’esterno ma nel corso della quale due ministri e il presidente del Consiglio ci hanno messo, come si suol dire, la faccia. È stato Giuliano Poletti, ministro del Welfare, a proporre una revisione dell’automatismo che, a partire dal 2019 farà scattare il tetto dell’età pensionabile a 67 anni, ad un livello cioè che collocherebbe l’Italia “all’ avanguardia” in Europa. Il presidente del Consiglio ha detto la sua, tenendo sul non-intervento, ma lasciando uno spiraglio ad eventuali correzioni, ma a tagliare (momentaneamente) la questione, ha provveduto il ministro dell’Economia Padoan, che davanti ai colleghi ha spiegato senza sfumature che l’Italia si è impegnata su questo piano con Bruxelles, che lui personalmente si è esposto, che un passo indietro non sarebbe tollerabile. 

Eppure - ecco la novità - nei prossimi giorni potrebbe maturare un’iniziativa a livello parlamentare, incardinata sull’intesa tra due proverbiali duellanti - Cesare Damiano del Pd, già ministro dell’ultimo governo Prodi e Maurizio Sacconi, anche lui ex ministro ma dell’ultimo governo Berlusconi. Quanto alla Lega, Matteo Salvini, si è espresso con parole lapidarie: «Pensione a 67 anni? Una follia». Un’iniziativa «bipartisan» potrebbe rapidamente concretizzarsi, oltretutto sostenuta in modo compatto dai tre sindacati confederali che ieri sera hanno spedito un telegramma al presidente del Consiglio per chiedere un incontro urgente sulla legge di Bilancio, incontro che avrà come richiesta qualificante la modifica del tetto dell’età pensionabile.
 
E così, se Matteo Renzi darà via libera, si potrebbe concretizzare una norma che vada ad intaccare l’automatismo introdotto dalla legge Fornero, che a suo tempo previde per tutti i lavoratori un rapporto diretto tra adeguamento dell’età pensionabile e speranza di vita. Se sale l’aspettativa per tutti gli italiani, proporzionalmente sale anche l’età delle pensione. La revisione di questo parametro va fatta ogni tre anni sulla base dei dati Istat e il prossimo step è atteso per il 2019. La decisione deve essere formalizzata però entro fine novembre con un decreto direttoriale, un atto del ministero del Lavoro che non deve essere approvato dal Parlamento. 

Ma un rinvio è possibile, a condizione che lo preveda o una leggina o emendamento parlamentare, non “gratuito” alla legge di Bilancio. La via più percorribile è una norma-ponte che consenta di rinviare ogni decisione alla prossima primavera, quando dovrebbe essere in carica il primo governo della futura legislatura. Ma un’altra strada l’hanno indicata a suo tempo Damiano e Sacconi ed è una linea che è sostenuta anche dalla leader della Cisl Annamaria Furlan: «Non chiediamo la cancellazione dell’aspettativa di vita ma di rivederne il meccanismo a partire da quei lavoratori che hanno svolto mestieri più gravosi e per il quali l’aspettativa di vita è un po’ più bassa rispetto a quanto previsto dalle statistiche. Oltretutto Il meccanismo è tale che se l’aspettativa di vita sale, sale l’età pensionabile, ma se l’aspettativa scende, non diminuisce l’età pensionabile». Se l’iniziativa parlamentare dovesse concretizzarsi, al momento la linea di palazzo Chigi al momento è netta: in aula il governo esprimerà parere contrario. Perché l’innalzamento, come ha detto ieri sera Padoan, «è un obbligo di legge».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/18/economia/tutti-contro-padoan-per-abbassare-let-della-pensione-OhOvXn2vtQw1ca9IggXwTO/pagina.html
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« Risposta #194 il: Novembre 12, 2017, 12:14:24 »

La scelta di Pisapia: una Lista Progressista autonoma, né con Renzi né con D’Alema
La Convention del Movimento fondato dall’ex sindaco si prepara a dare il via libera ad una offerta elettorale assieme ai Radicali di Emma Bonino e ad un arcipelago di forze civiche
Pubblicato il 11/11/2017 - Ultima modifica il 11/11/2017 alle ore 08:31

FABIO MARTINI
Con l’approssimarsi dello scioglimento delle Camere, si definisce sempre meglio l’offerta elettorale e si accelera la definizione di nuove Liste. 

Dopo la svolta nello schieramento di estrema sinistra, con la decisione di unire sotto la guida di Pietro Grasso tre spezzoni (Mdp, Sinistra italiana, Montanari&Falcone), domani a Roma anche il Campo progressista di Giuliano Pisapia definirà quel che è stato deciso oramai da una decina di giorni: la disponibilità a formare una Lista progressista, per dirla con le parole dell’ex sindaco di Milano, <autonoma sia dal Pd che dall’Mdp>. Destinati a confluire in questa Lista i Radicali italiani di Emma Bonino, i Verdi, personalità del mondo prodiano come Giulio Santagata, probabilmente il Psi di Riccardo Nencini, alcuni sindaci, una parte dell’associazionismo “civico”.
 
Una volta consolidata la scelta, che era presa da tempo a dispetto delle ricostruzioni giornalistiche che ipotizzavano un Pisapia “attratto” da Grasso, in quest’area resta da definire un punto: la nuova Lista autonoma dagli altri soggetti, dovrà spingersi fino a rifiutare alleanze tecniche col Pd nei collegi? Su questo punto le posizioni dei vari soggetti della Lista in formazione restano diverse: nessuno si fida di Renzi, ma la possibilità di offrire agli elettori delusi dal Pd un voto “utile” nei collegi, resta un’opzione non scartata.

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