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Autore Topic: FABIO MARTINI.  (Letto 39391 volte)
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« il: Gennaio 05, 2008, 06:51:36 »

5/1/2008 (7:21)

- RETROSCENA, LE STRATEGIE DEL SEGRETARIO E DI MASSIMO

D'Alema lancia Bersani come l'anti-Walter Veltroni
 
Il vicepremier preferisce un centro (la Cosa Bianca) con cui trattare. Ma Veltroni punta a forza maggioritaria

FABIO MARTINI
ROMA


Erano i giorni tra Natale e Capodanno, quelli con la pancia piena, quelli nei quali anche i politici «staccano» dalle loro ossessioni, ma non il febbrile Walter Veltroni. Il sindaco convocò a sé i suoi politologi di fiducia - Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti - e gli chiese di elaborare tre nuovi modellini di sistema elettorale - tra cui un «francese all’italiana» - preparati per dimostrare la disponibilità del Pd a discutere di tutti i sistemi diversi dal proporzionale puro. Informato dei fatti, qualche giorno dopo Dario Franceschini, il vice di Veltroni, rilanciò - in un’intervista - proprio il «francese». Non che ci credesse il giovane Dario, ma il suo era un messaggio trasversale per far capire che lui e Veltroni non ne vogliono sapere del sistema «tedesco», architrave di tutte le strategie di Massimo D’Alema. Tanto è vero che sempre via stampa, il ministro degli Esteri rispose per le rime al vice e al suo capo: «Se è un fuoco d’artificio, non vale niente, ma se è una cosa seria, ha un effetto devastante anche per il governo. Poiché Walter è un politico accorto, che calcola le sue mosse, qualcosa mi sfugge...».

Un duello corroborato da parole forti, in realtà molto critpico e che, tra l’altro, dimostra come oramai nel partito democratico si discuta soltanto per mezzo stampa: è sui giornali che si annunciano decisioni e contestazioni, è sui mass media che si stanno formando gli embrioni delle correnti del nuovo partito, molto diverse da quelle del passato. In un Pd nel quale gli organismi dirigenti sono provvisori e si riuniscono saltuariamente (dopo l’incoronazione di Veltroni l’Assemblea Costituente non è stata più convocata e la Direzione si è riunita una volta sola in tre mesi) il leader del partito finora è riuscito a imporre un modello leaderistico nel quale i portatori di tessere e di delegati sembrano destinati a pesare sempre meno. Ne sanno qualcosa i seguaci di Franco Marini, gli ex dc abituati per una vita a pesarsi a suon di tessere e ora talmente spaesati da essersi eclissati persino dal dibattito su laicità e aborto. Ne sa qualcosa Enrico Letta che dopo tante sfide rinviate nella sua giovane carriera, nell’autunno del 2007 si è candidato alle Primarie del Pd, ha avuto 389.271 voti veri (più di quanti ne avesse presi Piero Fassino nell’ultima rielezione a segretario dei Ds), ma da allora non è riuscito a far pesare il suo 11 per cento, una percentuale con la quale, nella Dc, Giulio Andreotti ma anche Carlo Donat Cattin facevano bello e cattivo tempo. E persino la battagliera Rosy Bindi (13 per cento alle Primarie) giorni fa si è prodotta in una richiesta formale molto impegnativa («Sulle riforme si convochi subito la Costituente e si decida assieme»), senza che nessuno le rispondesse.

L’unico che, per il momento, sembra aver preso le misure con le modalità e col linguaggio del nuovo partito è Massimo D’Alema. Che senza dichiararlo apertamente sta spostando sé stesso e l’embrione della sua area sul versante di sinistra del nuovo partito. Una virata e una collocazione davvero originali per un leader proverbialmente «centrista»”. Con progressivi aggiustamenti, il ministro degli Esteri sta disegnando un partito contropposto a quello immaginato da Veltroni. Se il segretario eletto dal popolo teorizza un «Grande Pd» autosufficiente, laico-cattolico con sguardo al centro e «fluido», l’eterno duellante Massimo lavora ad un Pd che sia l’«ala sinistra» di un nuovo centro-sinistra, un Pd laico, un Pd «radicato nel territorio», alieno da fluidità plebiscitarie «alla Berlusconi». Insomma, un partito che punti a rivincere le elezioni alleandosi a una «Cosa bianca» (l’ipotetico partito Casini-Montezemolo-Pezzotta-Di Pietro), che D’Alema immagina di far lievitare con il sistema tedesco e che Veltroni immagina di uccidere in culla con un sistema maggioritario.

Ecco perché il Pd di «sinistra» non ha l’ossessione dei cattolici. Non è un caso: gli amici di D’Alema sono stati i più severi censori della teodem Paola Binetti. E Pierluigi Bersani, leader in pectore di un’area di sinistra (da vedersi se «benedetta» da D’Alema), liquida i dubbi di coscienza della senatrice cattolica con parole aspre: «Il parlamentare non è pagato per interpellare ogni mattina la sua coscienza, ma per decidere tenendo conto della coscienza di tutti». Per dirla con l’ex direttore dell’«Unità» Peppino Caldarola, uno che conosce a memoria sia Massimo che Walter, «stavolta lo scontro tra i due è e sarà molto duro, con un elemento di rottura rispetto al passato da parte di D’Alema, visto che il laicismo non è mai stata un’ideologia forte nel Pci ma neanche nel Psi. Ma con questo approccio si prefigura un Pd nel quale lo spazio pubblico per i cattolici all’interno del partito si stringe, mentre finisce per allargarsi quello all’esterno, in altre foze politiche». Certo, per ora nessuno ha il coraggio di farsi dare del retrogrado, mettendo su correnti organizzate. Ma prima di Natale, senza dare nell’occhio, si sono riuniti gli amici di Fassino e gli amici di Massimo D’Alema. In due riunioncine distinte.

da lastampa.it
« Ultima modifica: Febbraio 23, 2010, 10:51:11 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Gennaio 28, 2008, 12:03:02 »

28/1/2008 (7:15) - RETROSCENA, SEPARAZIONE CONSENSUALE CON LA COSA ROSSA

Lo strappo a sinistra è la scommessa del Pd

«Il partito può essere il più forte d'Italia e preparare la rivincita»

FABIO MARTINI
ROMA


Per ora fanno finta di niente, ma lo show-down è soltanto una questione di giorni. Martedì mattina i capigruppo di Camera e Senato decideranno la data per la discussione del decreto sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, ma in quel momento fisseranno anche un appuntamento destinato a cambiare la storia della politica italiana: sul decreto infatti Partito democratico e Rifondazione comunista voteranno in modo diverso e da quel momento quella contrapposizione si irradierà nella sempre più probabile campagna elettorale. Naturalmente Pd e Prc non rompono per l’Afghanistan, ma quella votazione renderà chiara anche all’opinione pubblica la scelta strategica maturata nelle ultime settimane dai leader dei due partiti. Perché la traduzione in italiano del veltroniano «corriamo da soli» è proprio questa: la rottura politica tra Pd e Rifondazione comunista. In altre parole, meglio soli che male accompagnati.

Una separazione "consensuale", preparata in un incontro di fine anno tra Walter Veltroni e Fausto Bertinotti. Il primo, deciso a rompere con una sinistra troppo radicale, aveva trovato indirettamente d’accordo il capo di Rifondazione, che aveva fatto capire che, dalle sue parti, una legislatura di opposizione viene vista come una panacea. E dentro il Pd? I notabili che hanno appoggiato Veltroni nella sua ascesa al vertice del partito - Massimo D’Alema, Franco Marini, Piero Fassino, Francesco Rutelli - conoscono il rischio della vocazione autarchica: sconfitta quasi certa, ma soprattutto gruppi parlamentari e partito più "veltroniani" che mai. Ma ben dieci giorni fa Massimo D’Alema, in un incontro a quattr’occhi col segretario, ha dato il via libera alla scommessa: sì ad un Pd programmaticamente a mani libere, che si presenti con un profilo nitido, senza i vincoli di un’alleanza vasta che ha mostrato i suoi limiti. «In questo modo - queste le parole di D’Alema - siamo in grado di cambiare il mercato elettorale».

Ma correre per perdere non fa piacere a nessuno. Per capire come stiano le cose, sia pure a fette grosse e a bocce ferme, Veltroni si è fatto preparare un sondaggio dalla Swg di Trieste. E il risultato è stato incoraggiante: fuori dell’Unione, il Pd potenzialmente può «pescare» 10 punti percentuali in più. E con un risultato del 35%, pur perdendo le elezioni, «saremmo il primo partito italiano, potremmo sfiorare il 40% dei seggi almeno al Senato». Anche se la vera scommessa di Veltroni, una di quei pensieri inconfessabili in pubblico, è un’ altra: «Se la Cdl dovesse vincere, governerebbe in un quadro instabile: una maggioranza non ampia, una coalizione eterogenea, un referendum da domare, una opposizione che non farà sconti. E’ molto probabile che il quadro non tenga e nel giro di uno, due anni si torni a votare. E a quel punto noi saremmo pronti per una vittoria vera e duratura, gli unici ad esserci rinnovati». E ieri, dopo Berlusconi, anche Veltroni ha aperto a Firenze la sua campagna elettorale. Racconta Ermete Realacci, dell’Esecutivo Pd: «C’era un mare di gente, ma quel che conta è stata la reazione convinta ai passaggi che riguardano la decisione del partito di correre da solo.

La sensazione è che la nostra gente condivida l’orgoglio di poter avere qualcosa da dire al Paese. Se si voterà, la chiave della nostra campagna elettorale sarà proprio questa: il Pd racconterà il suo Paese, con una proposta sincera, nuova. Mentre di là si ripresenteranno con lo stesso capo e la stessa formazione - da Mastella fino a Storace - del 1994». Ma la scelta autarchica del Pd, comporta un rischio serio, finora sottaciuto. Dice un personaggio di esperienza come Pierluigi Castagnetti: «Ma con la decisione di correre separati dal resto dell’Unione, cosa accadrà in periferia? Se l’alleanza è sciolta quante "rappresaglie" dovremo attenderci negli enti locali? E’ una questione da esaminare serenamente ma con attenzione». A cominciare da Roma. Anche nella capitale potrebbero esserci elezioni anticipate. E se il centrodestra dovesse davvero candidare Gianfranco Fini, a quel punto l’unico candidato in grado di fronteggiarlo sarebbe Francesco Rutelli. Ma l’ex sindaco, a prescindere da Fini, se la sente di fare il «grande ritorno»? Per ora, a chi glielo ha chiesto, ha dato risposte interlocutorie, ma anche per lui il giorno della scelta si avvicina.

da lastampa.it
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« Risposta #2 il: Novembre 22, 2008, 12:25:39 »

Cresce la tensione con i dalemiani

FABIO MARTINI
Roma


Nella stanza del segretario è iniziata una processione, nella laica speranza di poter esorcizzare il “diavolo coi baffi”. Goffredo Bettini, il berlingueriano: «Walter, non possiamo mica farci logorare da D’Alema aspettando le Europee di giugno: anticipiamo il congresso». Giorgio Tonini, il “fucino”: «Walter, ma lo vedi? Ogni volta che facciamo un gol, c’è qualcun altro che si organizza per fare autogol. Facciamolo per il Pd: facciamo il congresso». Enrico Morando, il migliorista: «Walter, il dibattito sta procedendo in modo confuso e opaco, facciamo un congresso il prima possibile». Walter Veltroni ascolta tutti, ne capisce le ragioni, ma alla fine scuote la testa: «Nei sondaggi da un mese siamo in crescita e il governo è in calo, ora il Pd c’è e perciò l’autolesionismo di qualcuno dei nostri mi fa rabbia. Ma questo partito è troppo giovane per sopportare un duro scontro congressuale. No, non possiamo consentirci una resa conta interna, non possiamo dare agli italiani la sensazione di un partito tutto ripiegato su sé stesso». Certo, Veltroni è rimasto colpito dalle ultime mosse della “fronda” dalemiana e lo ha insospettito non poco un articolo del “Riformista”, vicino a quegli ambienti, che attribuisce a D’Alema la volontà di far scaldare subito i suoi “cavalli” - Gianni Cuperlo, Pierluigi Bersani ma soprattutto Enrico Letta - in vista di una imminente successione alla guida del Pd. Ma per ora Veltroni non si lascia tentare dalla suggestione di un congresso, da anticipare dal novembre al marzo 2009 e in questa scelta prudente è confortato dal suo vice, Dario Franceschini, che assieme a Beppe Fioroni guida quel che resta dell’apparato ex Ppi. Ma rinunciare, per ora, all’arma (a doppio taglio) del congresso per Veltroni non significa giocare in difesa.

Ad un convegno di partito, il leader democratico, pur senza nominarlo, ha attaccato Massimo D’Alema: «Il Pd è l’unica alternativa a questa maggioranza: se invece qualcuno pensa di tornare ai vecchi partiti e poi fare una bella alleanza, si sbaglia». Come dire, senza dirlo: D’Alema non sgradirebbe una separazione consensuale tra ex Ds e ex Margherita per favorire la nascita di un Centro moderato al quale il residuo Pd dovrebbe allearsi, in una rinnovata coalizione “Red and White”. Alchimie partitocratiche, certo. Convulsioni spesso dilatate dai mass media, cosa di cui è convinto Veltroni: «I giornali oggi hanno dato eguale spazio alla crisi mondiale e alla crisi del Pd. C’è un mondo reale e uno virtuale». Ma le ultime scosse telluriche dentro il Pd, potrebbero aver effettivamente fatto «saltare il tappo», per dirla con l’ ex direttore dell’”Unità” Peppino Caldarola. E Pierluigi Bersani rende l’idea, quando chiede di farla finita col «tirarsi le pietre». I due schieramenti interni sono effettivamente tornati a guardarsi in cagnesco, in un clima da “guerra civile” senza precedenti nei 13 mesi di vita del Pd. Da una parte c’è la difficoltà di Veltroni a chiudere una volta per tutta la lunga vicenda della Vigilanza Rai, dall’altra la fronda dei dalemiani è venuta allo scoperto, rafforzando negli amici del segretario del Pd che oramai ci sia «un partito nel partito». Non solo per la “prova tv” che inchioda il dalemiano Nicola Latorre al suo “pizzino”, ma anche per l’ostruzionismo sordo ma potente a Veltroni in sede parlamentare.

La proposta della maggioranza di dare un riconoscimento formale al Governo-Ombra curiosamente è osteggiata da Anna Finocchiaro e dai dalemiani e un organico progetto di riforma federalista elaborato dallo “Shadow Cabinet” finora è rimasto bloccato per la sordina “suggerita” da Bersani. Una boccata d’ossigeno per Veltroni potrebbe venire dalla vicenda-Villari. Voci arrivate in casa Pd dicono che Berlusconi si starebbe impegnando per convincere Riccardo Villari a dimettersi dalla Vigilanza, allo scopo di «salvare l’onore» di Gianni Letta, uno degli artefici dell’intesa bipartisan che aveva portato alla candidatura di Sergio Zavoli.

da lastampa.it
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« Risposta #3 il: Dicembre 01, 2008, 03:11:21 »

Pse, Veltroni apre: il Pd guardi a questa famiglia


Più il Partito socialista europeo (Pse) si aprirà alle altre forze «democratiche e progressiste» meglio sarà per tutti.
Walter Veltroni, a Madrid per partecipare al Consiglio del Pse, apre la strada all’ingresso del Pd nella famiglia socialista. «Questa famiglia politica – dice – ha dentro di sé l'idea della libertà, l'idea della promozione sociale e l'idea della lotta alla diseguaglianza», per questo «io penso che anche chi come noi ha dentro di sé diverse tradizioni deve guardare a questa famiglia con l'attenzione, il rispetto e la voglia di collaborazione e di unità necessarie».

Insomma, è una svolta nell’annoso dibattito sulla collocazione europea del partito Democratico. O almeno, così la presenta il segretario.
Fino a oggi, le voci interne al partito sono state piuttosto discordanti. Da una parte gli ex-Ds, che gradirebbero di restare nel partito in cui sono sempre stati collocati in Europa, dall’altra, gli ex-Margherita che di mischiarsi con i socialisti non hanno nessuna voglia. Beppe Fioroni, ad esempio, vorrebbe una «casa riformista» che metta «insieme laici e cattolici». Rosi Bindi dice: «Non chiedo a D'Alema e Fassino di diventare democratici cattolici, loro non chiedano a me di abbracciare il socialismo». Franco Marini ne parla come di una «questione di una delicatezza estrema» e si domanda: «Pensate che possa andare da un giovane cresciuto in parrocchia o nell'Azione Cattolica e dirgli che aderisco al Pse? Credete che possa capire?».

Sul fronte opposto, nelle ultime ore hanno detto la loro il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, convinto che il Pd «deve aderire come gruppo federato al Pse, perchè in Europa non si può stare in mezzo senza decidere». E non ha dubbi nemmeno Massimo D’Alema: «Penso che in Europa il Pd deve andare con i socialisti» per fare insieme un «raggruppamento riformista».

Il Manifesto del Pse, in cui al nome dei partiti «socialisti e socialdemocratici» e stato aggiunto quello dei «democratici», comunque, lunedì lo firmerà solo Piero Fassino, in qualità di segretario Ds. Bruxelles, intanto, aspetta le decisioni italiane. Anche perché anche al Pse dispiacerebbe perdere i non pochi – circa 25 – parlamentari italiani.

01 Dec 2008

da unita.it
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« Risposta #4 il: Dicembre 02, 2008, 08:47:33 »

"Primarie per il Pd di Roma"

La rivolta viaggia su Internet
 
La battaglia del deputato Giachetti: «Basta con accordi e guerre interne».

All'assemblea romana non lo lasciano intervenire, ma il filmato finisce online


ROMA
Con i big del Pd impegnati nel dibattito sul partito del Nord lanciato dal sindaco torinese Chiamparino, per Veltroni è in arrivo l'ennesima grana. Si tratta di una fronda interna al Pd romano che, con un’assemblea autoconvocata, chiede l’indicazione di una data certa per lo svolgimento delle primarie nella capitale.

Promotori dell’iniziativa varie associazioni ("Democraticamente", "I Mille", "Generazione U"), alcuni consiglieri provinciali e i deputati del Pd Anna Paola Concia, Marianna Madia, Walter Tocci, Giovanni Bachelet, Fausto Recchia. L'assemblea ha richiesto che una delegazione possa incontrare, «vista la gravità della situazione», il segretario nazionale Veltroni per sottoporgli la richiesta di «inserire nello statuto regionale l’elezione diretta del segretario della federazione romana, fissare una data per l’elezione, ampliare l’assemblea romana, costituire coordinamenti municipali eletti dagli iscritti». L’assemblea ha infine proposto che il coordinatore traghetti il partito fino al completamento del tesseramento.

Il protagonista della "rivolta" è il deputato Roberto Giachetti. Il campo di battaglia: Internet. Da 18 giorni Giachetti digiuna, per chiedere le primarie a Roma, raccontando tutto su Facebook e sul suo sito. L'offensiva è affidata alle pagine del blog: «Dopo la sconfitta alle comunali tutti dichiararono pubblicamente che l’unico modo per uscire dalla difficile situazione era quello di restituire la parola al popolo delle primarie. In questi quattro mesi non è accaduto nulla, non è stato fatto nulla. La classe dirigente del partito è stata impegnata in caminetti ed incontri carbonari volti a trovare accordi e gestire guerre interne senza tenere in alcuna considerazione il crescente disagio che si formava nei circoli e nella base del partito».

Lo scontro diventa durissimo venerdì scorso, quando Giachetti irrompe nell'assemblea della direzione romana del Pd per porre la questione delle primarie. Il deputato chiede di «reintegrare l’assemblea cittadina dei membri che mancano da tempo, con le primarie». Ma la parola gli viene subito tolta. La scena è ripresa da un altro militante con il telefonino, il video finisce online. L'immagini è sgranata e traballante ma l'accaduto è chiaro. Giachetti carica a testa bassa e urla sempre la stessa frase: «Non mi puoi impedire di parlare!, Non mi puoi impedire di parlare!». Il segretario del Pd romano Riccardo Milana tira dritto e dichiara conclusa la riunione con Giachetti che continua a sbraitare. L’assemblea si chiude. Ma inizia il terremoto mediatico.

Giachetti pubblica sulla sua pagina Facebook il filmato "incriminato" e continua la sua campagna sul blog: «Con protervia il Coordinatore cittadino ha chiuso l’Assemblea senza che io potessi svolgere il mio intervento. Quanto accaduto è di gravità inaudita, tale da imporre delle scelte nette e decise». Inevitabile pensare alle dimissioni. Di certo Giachetti ha conquistato il popolo democratico della rete: decine di messaggi di appoggio alla campagna "primarista" e di solidarietà a Giachetti per l'accaduto sono apparsi su Facebook e sul blog del deputato. Il parlamentare intanto fa sapere che domani incontrerà Veltroni: «Gli ho scritto una lettera. Il contenuto sarà divulgato domani, e contiene decisioni prese a causa di ciò che è successo in un’altra sede - spiega alludendo allo scontro con Riccardo Milana nella direzione romana - A voi chiedo di continuare in questa direzione». La sua uscita dal partito sembra ormai inevitabile.

da lastampa.it
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« Risposta #5 il: Dicembre 02, 2008, 06:25:43 »

Veltroni: no a partito del Nord, sì a coordinamento federale


Nessun partito del Nord ma forme di coordinamento sovraregionali su specifici temi peraltro già previste dallo Statuto del partito e via all'applicazione di una gestione federalista del Pd. Walter Veltroni, concludendo la riunione con i segretari regionali durata diverse ore, ha ribadito che è favorevole ad un coordinamento ma contrario a favorire aggregazioni di partiti distinti per aree.

Una precisazione dunque rispetto alle richieste avanzate da Sergio Chiamparino e altri amministratori del Nord che puntavano, attraverso la creazione di una sorta di partito del Nord, ad avere maggiore autonomia gestionale e finanziaria. Alla riunione l'argomento è stato citato da diversi segretari regionali tutti contrari all'ipotesi.

Walter Veltroni, chiudendo la riunione con i segretari regionali dove si è discusso dei prossimi passaggi del partito, Direzione e Conferenza programmatica, ha sottolineato che «la direzione del 19 deve essere l'occasione per un rilancio e un chiarimento politico e per portare avanti il progetto di innovazione».

Quanto alla Conferenza programmatica, che si terrà tra fine febbraio e metà marzo, è stato Goffredo Bettini ad illustrare ai segretari regionali come si strutturerà: l'idea è quella di aprire un dibattito a partire dal basso, cioè dai circoli, dal quale dar vita ad una piattaforma, un documento che consenta una discussione ampia e integrazioni, e che si articolerà di una parte analitica seguita da una programmatico che alla fine sarà composta di 8-10 punti, le proposte del Pd sulla crisi, sulle riforme, sulla politica estera, sull'Europa. «I temi della conferenza programmatica - ha spiegato Andrea Orlando - saranno il posizionamento ideale e programmatico del Pd alla luce delle opportunità che si aprono, perchè la destra ha cementato un blocco sociale e politico che però non è in grado di dare risposte convincenti alla crisi economica, un altro dei temi affrontati sarà la vocazione maggioritaria, che non esclude una strategia delle alleanze ma è l'ambizione di parlare alla società e spostare settori di questa sulle posizioni del Pd, insomma un messaggio che modifichi i rapporti di forza».

In conclusione, Veltroni ha quindi invitato a «superare la fase introversa per parlare di più dei temi del paese» e sottolineato che «il Pd deve investire sulla sua identità come forza di centrosinistra, che unisce i riformismi. Al Pd ci siamo arrivati tardi - avrebbe detto il segretario secondo quanto riferisce uno dei partecipanti all'incontro - andava fatto nel '96 sull'abbrivio dell'Ulivo, perciò ora non dobbiamo mollare la presa sull'innovazione».

02 Dic 2008   
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« Risposta #6 il: Dicembre 03, 2008, 08:28:28 »

3/12/2008 (7:13) - I CAPI LOCALI SUL PIEDE DI GUERRA

La rivolta contro il Pd del Nord
 
Tutti i segretari regionali bocciano la proposta. E Veltroni la manda in soffitta

FABIO MARTINI
ROMA


Il “Partito del Nord”? Non se ne farà nulla. Bocciato. Senza appello. Ieri mattina Walter Veltroni ha convocato a Roma tutti i segretari regionali del Pd, ne ha tastato gli umori e dopo aver scoperto che i leader locali - compresi quelli di Piemente, Lombardia e Veneto - erano drasticamente contrari alle ipotesi lanciate dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino, è stato lo stesso segretario a tirare le somme: «Non è pensabile che si crei un Partito del Nord perché il Pd non è l’aggregazione di partiti distinti», mentre «va benissimo un coordinamento su singoli temi tra macro-aree, anche perché un’articolazione di questo tipo è prevista dal nuovo Statuto» del Pd.

In realtà la “conferenza dei segretari regionali” abilmente convocata da Veltroni (che ne conosceva in anticipo gli orientamenti), ha avuto buon gioco a bocciare la proposta di Chiamparino, fatta propria dal sindaco di Venezia Cacciari. In questi giorni non si era infatti dissolto l’equivoco di fondo che gravava sulla “provocazione” lanciata dal sindaco di Torino: Chiamparino pensava in prospettiva di dar vita - e magari guidare - un Pd del Nord, diviso e diverso da quello nazionale? O puntava ad una potente e trasparente lobby dentro il partito per costringerlo a fare i conti con temi ostici alla sinistra, come sicurezza e fiscalità? In questi giorni l’equivoco è restato in sospeso, ma ieri pomeriggio Massimo Cacciari, rispondendo ad una domanda a “Sky24 Pomeriggio”, ha accennato ad un Pd che avrebbe potuto continuare «a presentarsi alle Politiche e alle Europee». E alle amministrative? Nell’incertezza i segretari regionali hanno tagliato corto, con una nettezza insolita.

Nella riunione con Veltroni, il segretario dell’Emilia Romagna Salvatore Caronna ha sostenuto che «la proposta di Chiamparino e Cacciari «è particolarmente inutile e dannosa», il nuovo rilancio «dannoso e politicamente subalterno alla Lega» e di qui la formale richiesta di uno «stop alla querelle». Esplicito sino a sfiorare l’insulto il segretario della Puglia, il sindaco di Bari Michele Emiliano: «Se non è una mossa di marketing politico, allora è per trovare posto a qualcuno che rimane senza». Per il toscano Andrea Manciulli, «un’idea senza senso». Chiude Giorgio Tonini, uno degli uomini più vicini a Veltroni: «Utile come provocazione intellettuale, ma non possiamo cambiare fisionomia al Pd con tre partiti che ogni tanto si incontrano... Sarebbe come scavalcare la Lega sul piano della secessione».
Sostanzialmente risolta la questione del Pd del Nord, per Veltroni resta aperta la querelle sul gruppo al quale gli europarlamentari democratici dovranno aderire nell’Europarlamento per il quale si voterà il prossimo 7 giugno. In attesa di una formale decisione, il Pd ha scelto di non aderire a nessuno dei partiti europei, ma proprio in questa fase di “disarmo” da parte di tutte le componenti interne, è intervenuta la decisione originalissima di Piero Fassino - ex segretario degli ex Ds - di firmare il Manifesto del Pse varato due giorni fa a Madrid dai leader socialisti europei.

Caduta nell’indifferenza di Veltroni, la decisione di Fassino ha accelerato l’urgenza di una scelta chiara. Per questo Veltroni ha rispolverato il “caminetto” dei capi: per il 10 dicembre ha convocato un vertice ristretto sulla questione europea, richiamando in “servizio” i personaggi più autorevoli del partito che il segretario aveva chirurgicamente escluso dal Coordinamento: Massimo D’Alema, Arturo Parisi, Francesco Rutelli, Franco Marini. Decisione finale prevista nella Direzione del 19 dicembre e quel giorno, la relazione di Veltroni potrebbe essere messa ai voti.

da lastampa.it
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« Risposta #7 il: Dicembre 04, 2008, 11:30:42 »

4/12/2008 (7:48) - LA LETTERA DELL'EX-CAPO DELLA MARGHERITA

Mezzo Pd litiga sul posto a tavola in Europa
 
Rutelli a Veltroni: no al Pse, anche con il trattino

FABIO MARTINI


ROMA
Oramai nel Pd basta un niente per accendere nuovi fuochi polemici, i notabili lo sanno e a rotazione si applicano: stavolta si litiga per la questione del «trattino». Nell’annosa querelle sulla collocazione dei parlamentari del Pd nel prossimo Europarlamento stavolta è Francesco Rutelli ad alzare la sua bandiera: in una lettera a Walter Veltroni, l’ex leader della Margherita scrive: «L’unico sviluppo adeguato alla grande novità del Pd credo sia la formazione di una Alleanza internazionale di tipo nuovo: per farlo la soluzione non può essere il nostro ingresso nel gruppo del Pse, con la modesta aggiunta di una parola nella denominazione», un gruppo che «per il 90% sarebbe formato di socialisti».

In altre parole Rutelli boccia senza appello la proposta - nel Pd apertamente sostenuta da ex Ds come Massimo D’Alema e Piero Fassino ma avallata anche da Veltroni - di convincere i capi del Pse (Partito socialista europeo) a cambiare denominazione al gruppo parlamentare di Strasburgo, aggiungendo alla classica la denominazione «Socialisti» quella di «Democratici», unendo il tutto con un trattino.

Per ora i vertici del Pse non ne vogliono sentir parlare di cambiare nome, scartando dunque la soluzione Socialisti-Democratici, escamotage che - per motivi opposti - non piace a Rutelli. E non piace neppure alla pattuglia degli ex Popolari di Franceschini, Marini, Castagnetti, che più volte hanno ripetuto di «non voler morire socialisti». Dunque, una situazione che sta diventando delicata. E, forse, proprio per forzare l’ equilibrio, lunedì scorso Piero Fassino (ex segretario degli ex Ds), a sorpresa ha sottoscritto - assieme a tutti i leader socialisti - il Manifesto del Pse per le elezioni Europee del 9 giugno 2008.

Fassino è un autorevole esponente del Pd, un partito che ha deliberatamente scelto di non aderire ad alcun partito europeo, eppure il suo originale gesto non ha incontrato censure da parte del vertice dei Democratici. L’indiretta conferma di una voce, per ora non confermata, che parla di un accordo informale e riservato: nel caso in cui la proposta del gruppo Socialisti-Democratici alla fine passasse, a quel punto il Pd di Veltroni (forte di una rilevante consistenza parlamentare) premerebbe sui partiti socialisti più influenti (Sdp, Psoe, Ps francese, Labour) per portare Piero Fassino - molto apprezzato a Bruxelles - alla guida del nuovo gruppo.

L’attuale presidente dell’eurogruppo socialista Martin Shulz (a suo tempo ribattezzato «kapò» da Berlusconi) infatti ha già stretto un accordo di massima col Ppe per una staffetta alla presidenza del Parlamento europeo tra lui e un democristiano. Ma dentro il Pd mezzo partito è contrario ad entrare nel Pse. Rutelli ha spedito la sua lettera a Veltroni poche ore prima di partecipare, da stasera a Bruxelles, al congresso del Pde, il Partito democratico europeo, di cui è co-presidente assieme a Francois Bayrou e di cui è segretario generale Sandro Gozi. Il congresso del Pde, a differenza di quello del Pse - con un’accortezza suggerita da Rutelli - non ci concluderà con un manifesto sottoscritto dai leader, ma con una risoluzione fortemente europeista e caldeggerà una candidatura comune dei progressisti (dunque Pse e Pde) per la presidenza europea.

Nella sua lettera a Veltroni, Rutelli auspica la nascita di una «Alleanza internazionale di tipo nuovo». Ma per ora è modesta la consistenza nell’Europarlamento del Pde, una frazione del più vasto Gruppo Alde, l’alleanza tra Democratici e liberali. Tanto è vero che la proposta operativa di Rutelli - mettiamo su a Strasburgo un Gruppo parlamentare autonomo e federato al Pse - per ora si è scontrata nella difficoltà di trovare partiti interessati, a parte una lista liberali-socialdemocratici che dovrebbe presentarsi in Polonia.

Sul fronte del cosiddetto «Pd del Nord», dopo la bocciatura senza appello due giorni fa da parte di tutti i segretari regionali alla proposta di un Partito autonomo guidato da un leader - ieri è stato deciso che la prima riunione tra i segretari delle regioni del Nord, sindaci e amministratori si svolgerà a gennaio. La conferma che la proposta di Sergio Chiamparino e rilanciata da Massimo Cacciari è destinata ad esaurirsi in un coordinamento operativo, ma senza velleità di presentare liste separate dal Pd.

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« Risposta #8 il: Dicembre 16, 2008, 11:17:54 »

16/12/2008 (7:16) - RETROSCENA

Il giorno dello choc "Con Casini era fatta"
 
Walter Veltroni e Antonio Di Pietro
 
E gli ex popolari aprono il processo alle alleanze: è ora di cambiare

FABIO MARTINI
ROMA


Lassù sul palco, il capo prova a restare impassibile. Sul far della sera sono sempre più deprimenti i numeri in arrivo dall’Abruzzo e Walter Veltroni - inchiodato in un sottoscala vicino alla Stazione Termini ad ascoltare le lamentele dei segretari dei Circoli Pd del Lazio - si tiene aggiornato grazie ad una sfilza di bigliettini che gli passa il pazientissimo portavoce Roberto Roscani.

Sui «pizzini» passati al capo, le percentuali via via aggiornate - 21,2, 20,6, 19,7 - raccontano di una débâcle del Pd e di una grande avanzata di Di Pietro, ma il leader democratico almeno in pubblico non si scompone: trova il tempo di fare l’occhiolino ad un vecchio compagno e dopo aver ascoltato lo sfogo (per certi versi impressionante) di tanti quadri del Pd laziale sullo stato del partito, Veltroni espone gli argomenti che si era preparato nell’ipotesi di un crollo: «Dobbiamo fare di più sulla moralizzazione della vita pubblica. Per essere severi con gli altri, dobbiamo esserlo con noi stessi».

Sull’Abruzzo un accenno al diradarsi dei votanti («Un’astensione impressionante») e qualche vaga allusione: «In certe situazioni preferisco pagare subito un prezzo e garantire il futuro del partito». Ma venerdì scorso, chiudendo all’Aquila la campagna elettorale, Veltroni disse: «La sera del 15 Berlusconi guarderà un solo dato: quello dei voti presi dal Pd». Ma con quel dato ha dovuto fare i conti per primo proprio Veltroni, che sembra dare tutte le colpe alla litigiosità interna: «Ogni tanto mi sembra di tessere la tela di Penelope. Poi arriva l’intervista di questo o di quello e l’effetto sull’opinione pubblica è micidiale!». Anche se alla fin fine il succo del primo discorso dopo la botta abruzzese è risultato conciliante: «I dirigenti del Pd non possono essere impegnati nelle “baruffe chiozzotte”. Devono dare un segnale di forza e di unità».

Ecco il punto. Veltroni sa che dietro la tregua apparente concessa dai suoi oppositori più insidiosi - Massimo D’Alema e Franco Marini - si potrebbe preparare una lunga stagione di logoramento. Qualche giorno fa, in una informalissima, appartata, strategica chiacchierata, Marini ha spiegato a D’Alema la sua idea: «Vedi Massimo, io in queste settimane ho difeso il segretario perché credo che in questo momento non sia opportuno attaccare Veltroni, ci sono le elezioni abruzzesi e poi ci sono le Europee. Ma dopo quel passaggio, se ci sono le condizioni, faremo i conti...».

D’Alema ha capito il messaggio: come lui, anche Marini pensa che l’eventuale attacco finale a Veltroni vada sferrato dopo un risultato deludente alle Europee di giugno. Strategia confermata anche alla luce dei risultati abruzzesi: nelle prossime ore nessuno della ampia e variegata fronda interna al Pd - D’Alema, Marini, Bindi, Letta, più Parisi che è l'unico oppositore dichiarato - chiederà la testa di Veltroni. Ma il segretario sa anche il perché.
In Abruzzo i principali sconfitti si chiamano proprio Marini e D’Alema.

L’ex presidente del Senato in Abruzzo ci è nato e i principali quadri ex Ds non appartengono alla corrente veltroniana e ieri sera l'arresto del sindaco di Pescara, un ex Margherita un tempo vicinissimo a Marini, conferma che gli avversari del segretario hanno le armi spuntate. Anche perché oltre al preannunciatissimo tsunami giudiziario in arrivo a Napoli, altri boatos parlano di «novità» in Basilicata e nelle Marche, che potrebbero colpire dirigenti che nulla hanno a che vedere con Veltroni. Richiamando così un ragionamento per ora informale di Goffredo Bettini: «Purtroppo diversi segnali ci dicono che bisogna affrettare il ricambio della classe dirigente anche a livello locale».

E dunque, ecco uno scenario probabile: su questo «equilibrio del terrore» - Veltroni sconfitto ma notabili disarmati - potrebbe proseguire nelle prossime settimane la tregua interna. Anche se una prima resa dei conti si preannuncia sulla questione delle alleanze. In Abruzzo è stato proprio Veltroni l’artefice dell’alleanza-abbraccio con Di Pietro, allo scopo di non scoprire il fianco «giustizialista», ma ieri pomeriggio il popolare Beppe Fioroni, uno dei pilastri della "maggioranza" interna, è uscito allo scoperto: «L’unico rammarico che abbiamo è che se ci fosse stato un accordo con l’Udc avremmo vinto».

Segnale chiaro: bisogna riaprire il dialogo con Casini. Ma da quell’orecchio Veltroni non ci sente. E prendere le distanze da Di Pietro? Dice il dalemiano Nicola Latorre: «Non preoccupa l’ascesa di Di Pietro, ma semmai il calo del Pd. L’ex pm sta erodendo elettorato più a noi che ai nostri avversari». Lapidaria «Europa», il quotidiano vicino a Rutelli e Gentiloni: «Via da Di Pietro, via da un’allenza falsa e suicida». Squilli di tromba che annunciano un confronto molto aspro sull’alleanza con Tonino.

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« Risposta #9 il: Settembre 11, 2009, 11:08:58 »

«Diamo una sponda a Fini contro il premier»

di Simone Collini


È in corso uno scontro istituzionale molto grave. Il Pd non può semplicemente assistere dall’esterno, come uno spettatore». Perché altrimenti, dice Enrico Letta, «nella nuova fase che si apre rischiamo di farci trovare ai margini del sistema politico». Nuova fase?
«È evidente che siamo all’imbrunire del berlusconismo. Può anche volerci ancora un tempo lungo, ma è chiaro a tutti che il “dopo” comincia adesso. E noi dobbiamo essere tra quelli che riescono a giocare la partita al centro della scena, per riuscire a trasformare il Pd da opposizione ad alternativa di governo».

Le prime mosse?
«Serve un Pd più forte, e poi dobbiamo lavorare per costruire un rapporto positivo con l’Udc e nell’immediato offrire una sponda istituzionale a Fini».

Cioè?
«La sua difesa del Parlamento va sostenuta, e anche in questo confronto muscolare con Berlusconi noi non possiamo semplicemente assistere del tutto passivi. Quello in atto è uno scontro tra terza e quarta carica dello Stato, e non può essere ridotto a incomprensioni telefoniche, a problemi creati da una cornetta che gracchiava, come qualcuno vorrebbe farci credere. Siamo di fronte a una vicenda grave, dalle conseguenze molto significative, noi dobbiamo esserci, non possiamo starne fuori».

Sostegno a Fini, prima c’è stata la difesa di Boffo: due personalità non proprio vicine al Pd...
«Il punto non è la vicinanza, il punto è la concezione della democrazia. Di cui fa parte il tema della libertà di stampa. Il caso Boffo non si può archiviare come se nulla fosse. Il fatto che non si risponda al giornalista per le cose che dice e si vada invece ad attaccarlo sulle sue vicende personali è lo sconvolgimento di una delle regole di base della democrazia».

Secondo il direttore del Mulino Piero Ignazi potrebbe nascere una nuova forza guidata da Fini e Casini. Secondo lei si alleerebbe col Pd?
«Mi sembra un ragionamento prematuro, per ora. Però non ho dubbi che i nostri antagonisti, quelli alternativi rispetto a noi, si chiamano Berlusconi e Lega».

Dovrebbe essere alternativa, rispetto al Pd, anche una destra, per quanto liberale, rinnovata, moderna...
«Infatti, lo è.Maquesta sarebbe una destra con cui il confronto istituzionale almeno sarebbe possibile. Purtroppo con Berlusconi anche il dialogo istituzionale è reso complicato dai suoi stessi comportamenti. In questo senso non possiamo che sperare e anche aiutare evoluzioni positive. L’attuale quadro è per noi il peggiore in assoluto. Mi ricorda troppo lo schema della Prima Repubblica: tutto il confronto si svolgeva all’interno del pentapartito e la sinistra veniva lasciata fuori, resa marginale. Noi non dobbiamo ripetere questo schema, non possiamo lasciare che tutto lo scontro sia dentro il perimetro della maggioranza e il Pd sia semplice spettatore esterno. Perché così non sarebbe in grado di intercettare né elettorato né interessi».

Secondo lei conl’Udc si può arrivare a qualcosa di più di accordi regione per regione la primavera prossima?
«Dobbiamo lavorare perché sia così. Anche perché l’estate libertina che ha allontanato Berlusconi dal mondo cattolico apre un’opportunità in più. Le regionali potranno essere una tappa per arrivare poi a un’alleanza in vista delle politiche».

Ne vede le condizioni? In Parlamento più volte avete votato diversamente e su molti temi, a cominciare dal testamento biologico, Pd e Udc sono su posizioni differenti.
«Quello che dobbiamo fare è un percorso, che secondo me può arrivare a risultati positivi. Non dobbiamo su questo né avere fretta né immaginare di affastellare tutti i temi insieme. Il percorso però, seppur gradualmente, va fatto».

Rompendo con l’Idv?
«A Trento abbiamo vinto con entrambi, Idv e Udc. Quanto a Di Pietro, quello che abbiamo conosciuto come ministro del governo Prodi è un alleato col quale si può tranquillamente dialogare e fare un bel pezzo di strada insieme. Il Di Pietro anti- Pd dell’ultimo anno è strutturalmente avulso dalla costruzione di un’alleanza con noi».

Serve un Pd più forte, diceva all’inizio: la discussione congressuale dice che va in questa direzione?
«Il congresso ci sta obbligando ad affrontare i nodi irrisolti. Ora abbiamo 40 giorni per rendere ancora più interessante la discussione».

11 settembre 2009
da unita.it
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« Risposta #10 il: Settembre 12, 2009, 11:24:11 »

Udc, Cesa: nessun dialogo con chi si paragona a De Gasperi.

Fini a Chianciano
               

ROMA (11 settembre) - «Il governo si è rinchiuso in un fortino e gioca alla guerra contro tutti». Lo ha affermato il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa nel suo intervento agli stati generali centristi convocati a Chianciano. In particolare, sottolinea Cesa, «siamo in guerra contro le banche, contro gli economisti di tutto il mondo, contro le procure e i giudici» nonché contro l'Unione europea e le istituzioni internazionali, mentre «il Parlamento viene considerato un ente inutile e pieno di fannulloni» anche se, ha ironizzato «i cosiddetti fannulloni se li è scelti personalmente il presidente del Consiglio grazie alla legge elettorale».

Cesa ha lamentato, inoltre che «siamo in guerra con la Chiesa che si permette di criticare le politiche migratorie dettate dalla xenofobia leghista e di chiedere una condotta più discreta a chi ha la responsabilità di rappresentare il governo dell'Italia davanti agli italiani e al mondo».

Il Pdl, ha poi aggiunto Cesa, è un partito che «soffre per le contraddizioni sempre più evidenti al suo interno e soffre al suo esterno per un rapporto con la Lega che assomiglia sempre più ad una sindrome di Stoccolma più che ad un alleanza politica».

Cesa ha quindi criticato l'attuale bipolarismo e annunciato la costituzione di un nuovo partito di centro. «Un Partito vero, moderno ma vero» la cui nascita verrà celebrata attraverso un congresso «democratico» che si svolgerà dopo le elezioni regionali, prima dell'estate o subito dopo nell'autunno prossimo. «A partire dal 15 settembre apriremo il tesseramento che ci condurrà alla nascita del nuovo soggetto. Fin da subito daremo vita ad un ampio coordinamento della costituente e ad una commissione per il tesseramento che garantiscano la trasparenza e la democraticità del percorso».

Il segretario dell'Udc rivendica orgogliosamente la scelta di autonomia del suo partito opposta al «bipolarismo rissoso e inconcludente» e rilancia, con l'apertura del cantiere del partito dei moderati, un partito - assicura - «vero, moderno ma vero» che celebrerà il suo congresso fondativo a primavera, dopo le regionali. Non solo, domani qui alle assise centriste è atteso Gianfranco Fini, il cui arrivo è stato annunciato questa sera da Rocco Buttiglione. Una circostanza che, dopo le ultime mosse del presidente della Camera, sancirebbe, dopo un anno e mezzo di gelo, un riavvicinamento con Pier Ferdinando Casini. Si apre con questa premessa, a Chianciano, la tre giorni degli stati generali del centro che servirà a scandire le mosse per la stagione politica che si apre, per riaffermare le posizioni in vista delle regionali e tracciare il percorso verso l'approdo del nuovo partito di centro, aperto ai delusi dei due partiti maggiori, Pd e Pdl.
 
da ilmessaggero.i
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« Risposta #11 il: Settembre 12, 2009, 11:38:13 »

12/9/2009 (6:56) - IL RETROSCENA

Quei cento pretoriani che aspettano lo strappo di Fini
 
La conta: ecco i parlamentari pronti a seguire il presidente della Camera

FABIO MARTINI
ROMA


Sarà soltanto un caso. Nel suo giro di accreditamento tra le autorità istituzionali italiane, il nuovo ambasciatore americano a Roma ha incontrato per primo Gianfranco Fini, e proprio nell’anniversario dell’11 settembre.

Ieri mattina nel palazzo di Montecitorio David Thorne si è trattenuto per mezzora nello studio del presidente della Camera e alla fine l’ex uomo d’affari (che parla bene l’italiano), si è congedato con una frase da diplomatico: «Siamo molto onorati di quanto viene fatto in Italia per ricordare chi in quella tragedia ha perso la vita». Certo, è del tutto casuale che il neo-ambasciatore Thorne, nel suo giro tra le autorità istituionali, abbia fatto visita a Fini in una giornata simbolicamente così importante per gli americani. Ma è pur vero che l’amministrazione americana guarda con un’attenzione speciale al presidente della Camera. Grazie ad una sapiente trama diplomatica dietro le quinte, grazie ad un rapporto personale significativo con la speaker del Congresso Nancy Pelosi, Fini è un osservato specialmente benvisto dell’Amministrazione Usa, tanto è vero che nei primi mesi del 2010 il Presidente della Camera sarà in visita ufficiale negli Stati Uniti, onorando un invito della Pelosi, personaggio sempre più centrale nella dialettica politica americana. E dal 2003, anno della prima, storica visita in Israele, Fini ha via via conquistato il primato nelle preferenze nella classe dirigente dello Stato d’Israele, al quale fa riferimento una delle più potenti lobbies internazionali.

Per chi, come Fini, ha deciso di contendere a un personaggio come Berlusconi la leadership del centrodestra, è decisivo poter contare su una rete internazionale, su solide "divisioni" estere. Tanto più che in queste ore, dopo il duro intervento al convegno di Gubbio, torna una domanda finora confinata nei pourparler del Palazzo: ma su quante "truppe" può contare Fini? Domanda importante sia nel caso in cui il Presidente della Camera dovesse continuare la sua battaglia dentro il Pdl, ma anche nel caso (più improbabile) in cui Fini dovesse un domani mollare gli ormeggi e mettersi in proprio. Nei giorni scorsi, diversi esponenti del Pdl a Montecitorio e a palazzo Madama si sono esercitati in calcoli complessi e in mancanza di una pbblica conta, ogni componente interna offre numeri diversi. Anche se alla fine c’è una sostanziale convergenza sui dati che riguardano il gruppo più numeroso, quello della Camera: dei 92 deputati ex An, 12-14 fanno capo a Ignazio La Russa, 7-8 a Maurizio Gasparri, 6-7 a Altero Matteoli. Quasi tutti gli altri, compresi i 16-18 vicini a Gianni Alemanno (in caso di conta interna viene dato come vicino a Fini), sono considerati dei non-allineati in qualche modo sensibili al presidente della Camera, che in caso di resa dei conti, ritiene di poter contare su circa il 70% dei deputati e su un 35-40% dei senatori, tra i quali è molto più incisiva l’influenza di un capogruppo iperattivo come Maurizio Gasparri. Semmai è interessante un altro fenomeno: l’avvicinamento a Fini di parlamentari che non appartenevano ad An: il radicale Della Vedova, la socialista Chiara Moroni, mentre già da tempo la Fondazione che fa capo all’ex ministro Beppe Pisanu collabora con quella di Fini, Farefuturo. E oggi il Presidente della Camera sarà a Chianciano, alla convention dell’Udc di Casini e Cesa.
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« Risposta #12 il: Settembre 16, 2009, 10:49:26 »

16/9/2009 (7:36)  - RETROSCENA

Così il generale Gianfranco ha esautorato i colonnelli

Gianni Alemanno, Altero Matteoli e Ignazio La Russa

Ora può contare su uomini chiave nelle aule del Parlamento.

Se attaccassero, la navigazione del governo si farebbe molto dura

FABIO MARTINI
ROMA


Raccontavano che il generale Fini fosse rimasto senza truppe e che oramai fosse pronto per Sant’Elena. E invece, a conclusione di un fallito blitz dei suoi eterni colonnelli, è come se la macchina del tempo fosse tornata indietro: di fatto è rinata Alleanza nazionale. Guidata da un leader, che è tornato quello di sempre, Gianfranco Fini, ma che da un anno non lo era più, perché i suoi alti ufficiali erano diventati gli interlocutori quotidiani di Berlusconi. Nel governo e nel partito. Questa è stata la vera partita che si è giocata in questi giorni, tanto è vero che nella lettera, promossa dai finiani e - obtorto collo - firmata da tutti gli ex deputati di An, è scritto chiaro e tondo un concetto: «Caro Berlusconi, riteniamo che sarebbe opportuno un patto di consultazione permanente tra Te e Gianfranco Fini». Il “sub-partito” An è rinato grazie all’opera dell’eroe di giornata della fazione finiana: Italo Bocchino, vicepresidente dei deputati del Pdl e che in cuor suo aspira a diventare coordinatore del Pdl, in quota Fini, al posto di Ignazio La Russa. Quarantadue anni, napoletano, allievo prediletto di Pinuccio Tatarella, Bocchino ha ideato l’operazione nella quale i colonnelli - partiti per isolare Fini - alla fine sono rimasti isolati loro.

Nel primo pomeriggio, da Montecitorio, filtravano notizie contraddittorie: sotto la lettera di solidarietà a Fini (formalmente indizzata a Berlusconi) stavano aumentando le firme dei deputati ex-An, ma non si riusciva a capiva quante potessero diventare: trenta, quaranta o di più? Nell’incertezza, i tre capicorrente - il ministro della Difesa Ignazio La Russa, il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e il sindaco di Roma Gianni Alemanno - facevano diffondere tre dichiarazioni-fotocopia: quella lettera è giusta nei contenuti, ma avrebbe l’effetto di aumentare le divisioni nel Pdl. Ergo: la raccolta di firme va interrotta. Ma a Montecitorio la truppa si stava ribellando ai colonnelli, dimostrando fedeltà al generale: la raccolta proseguiva e quando le firme sono arrivate a quota 54-55 (il 67% degli 80 ex-An), i tre colonelli si sono riservatamente incontrati in Campidoglio e hanno dato il contrordine: firmiamo tutti. A quel punto la diga dei notabili era caduta e il finiano Carmelo Bruguglio poteva dichiarare alle agenzie: «Il tentativo di indebolire Fini è fallito. Ora è chiaro a tutti».

Certo, a partire da oggi il neonato “sub-partito” An potrà decidere come muoversi e riposizionarsi sulla scacchiera politica, a cominciare da quella parlamentare. Non è sfuggito a palazzo Chigi che gli uomini di Fini occupano posizioni strategiche in Parlamento e hanno un peso numerico che può condizionare provvedimenti decisivi come quello sul biotestamento o sulla cittadinanza. Fini, si sa, guida le operazioni a Montecitorio, ma sono a lui vicini presidenti di commissioni strategiche come le Commissioni Giustizia della Camera (lì c’è la sua legale, Giulia Buongiorno) e del Senato (Filippo Berselli), ma soprattutto è uomo vicino al leader della Camera anche Mario Baldassarri il Presidente della Commissione Finanza e Tesoro del Senato, dove “nascono” tutte le Finanziarie. Sostiene un battitore libero del Pdl come Giuliano Cazzola: «Certo, se la polemica all’interno del Pdl non dovesse stemperarsi, in Parlamento i problemi potrebbero moltiplicarsi: oltre ai parlamentari meridionali, a quelli dell’Mpa, se anche i “finiani” dovessero creare problemi la navigazione potrebbe diventare più difficile».

Ma Gianfranco Fini non vuole rompere. Due sere fa, al “Secolo d’Italia” erano decisi a pubblicare una postilla all’editoriale, nella quale si diceva in sostanza: caro Feltri, se vuoi pubblicalo quel benedetto fascicolo che dici di avere. Poi, anche su intervento di Fini, si è decisa una linea più soft. E ieri presidente della Camera Lo ha confidato ai suoi: «Io le querele, non le ritiro. Ma intanto vediamo cosa dirà stasera Berlusconi a “Porta a Porta”....». Ieri pomeriggio un messaggero lo ha fatto sapere al Presidente del Consiglio: «Se in queste ore ti esprimerai in modo distensivo, Gianfranco apprezzerebbe...». Anche se Fini ha un’idea chiara: oltre a pubbliche dichiarazioni, servirà un «faccia a faccia tra noi due, un chiarimento vero tra me e Silvio».

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« Risposta #13 il: Dicembre 13, 2009, 10:37:25 »

13/12/2009 (7:22)  - RETROSCENA

Ora D'Alema punta su Pier

«Potrebbe essere un buon candidato per l'alleanza di centro-sinistra»

FABIO MARTINI
ROMA

Quella sera d’estate, in una delle terrazze romane frequentate dai vip della politica e dell’imprenditoria progressista, Massimo D’Alema ne aveva parlato apertamente, davanti a tutti: «Casini? Potrebbe essere un buon candidato alla Presidenza del Consiglio di una nuova alleanza di centro-sinistra...».

Dopodichè Pier Luigi Bersani (e D’Alema) hanno anche vinto il congresso del Pd e di quel progetto di leadership, "Baffino" ha riparlato con gli amici e i compagni di cui si fida. Tanto è vero che, una settimana fa, quando D’Alema ha parlato a tu per tu con Pier dei problemi che impediscono alleanze Pd-Udc in tante regioni in vista delle prossime elezioni, quel progetto strategico non è stato rimesso in discussione.

E dunque, se davvero Berlusconi provasse ad andare ad elezioni anticipate, a quel punto il candidato a palazzo Chigi del fronte anti-Cavaliere potrebbe finire per essere proprio il Pier, un leader - sperano nel Pd - capace di rassicurare una fascia di opinione pubblica che non se la sentirebbe di votare per la sinistra. E d’altra parte la storia parla chiaro. Dal 1946 in poi i progressisti hanno vinto le elezioni soltanto due volte: e in entrambi i casi erano guidati da un cattolico, certo atipico, come Romano Prodi.

Ma Casini a cosa punta veramente? In questi 20 mesi di opposizione, il leader Udc ha tenuto la testa in due scarpe, vagheggiando due diversi scenari, guardandosi bene dal sceglierne uno. La prima opzione casiniana resta l’attesa del big bang che sarà comunque determinato dall’uscita di scena di Berlusconi, con una scomposizione dei poli, destinata a fare emergere in posizione di leadership i personaggi più abili nell’occupare lo spazio lasciato dal Cavaliere. E se invece tutto dovesse precipitare? A quel punto ecco la seconda scelta di Casini, quasi obbligato a diventare il portabandiera del "Comitato di liberazione nazionale da Berlusconi", espressione usata dal leader Udc cento giorni fa alla festa del Pd di Genova e ora significativamente rilanciata nell’intervista a "La Stampa".

Ma un Berlusconi che decidesse di scommettere su elezioni anticipate, finirebbe per determinare uno spettacolare paradosso: costringere i leader che puntano a tempi lunghi, ad anticipare i giochi immaginati per il dopo-Silvio. A cominicare da Gianfranco Fini. Dice Italo Bocchino, che di Fini è il braccio destro: «Elezioni anticipate non hanno senso e la separazione dei destini di Berlusconi e Fini sarebbe la fine del centrodestra, con Fini costretto a correre fuori coalizione». Parole che fotografano la grandissima incertezza di Fini: sia fuori che dentro il Pdl, il Presidente della Camera si troverebbe comunque in una falsa posizione.

L’improbabile scenario di elezioni a breve spiazzerebbe anche la neonata Api. Nella prima assemblea nazionale del nuovo movimento Francesco Rutelli dall’Emilia ha detto: «Un fronte anti-Berlusconi? Scenario troppo futuribile». Rutelli immagina l’Api proiettato su tempi medio-lunghi: «Una forza di centro», che passando attraverso successive aggregazioni (cominciando con l’Udc) e parlando «ai delusi della destra e della sinistra», punti a diventare «la prima forza politica italiana».

La giornata conclusiva della Convention Api ha confermato, intanto, che il movimento sarà guidato da una leadership consolare: Bruno Tabacci, 30 applausi ottenuti in 32 minuti di intervento, è stato gratificato dai maggiori consensi della due giorni e Francesco Rutelli non ha oscurato il suo nuovo compagno di viaggio, dicendo tra l’altro: «Voglio fare l’allenatore più che il centravanti».

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« Risposta #14 il: Marzo 23, 2010, 09:07:02 »

23/3/2010 (7:22)  - IL CASO

Ma la Roma papalina si scopre disincantata

Renata Polverini spera di catturare il voto cattolico

E la diocesi: «Niente propaganda spacciata per cattolica»

FABIO MARTINI
ROMA

A lei l’idea è piaciuta moltissimo.

E così, domenica 14 marzo poco prima delle tre del pomeriggio, Renata Polverini (candidata governatore del centrodestra nel Lazio) è apparsa tra gli spalti della curva Nord dello Stadio Olimpico. Gli «Irriducibili», gruppo di ultras della Lazio, l’hanno salutata con una certa simpatia e lei, per metterli a loro agio, ha pensato bene di sedersi a cavalcioni su un «muretto», consentendo ai fotografi di fermare per sempre quella immagine simpatizzante. Certo, vellicare i tifosi è ordinaria amministrazione per una certa tipologia di politici (il giorno in cui la Roma vinse il suo ultimo scudetto, lo juventino Walter Veltroni si fece vedere mentre sventolava un vessillo giallorosso), ma l’episodio è interessante per almeno due motivi. Fa capire come si cercano i voti nell’Italia del 2010.

E se si cercano anche così, l’episodio dell’Olimpico indirettamente contribuisce a rispondere ad una delle domande più intriganti che circondano la disfida elettorale nel Lazio: ma non è stato un azzardo per il centrosinistra candidare una vera laica come Emma Bonino, proprio nella Regione dove vive e predica il Papa e dove si trova la capitale mondiale del cattolicesimo? Quanto è destinato a pesare l’appello in zona Cesarini del cardinale Bagnasco contro i politici «abortisti»? Certo, nel Lazio (dove abita l’8,6% della popolazione italiana) opera una moltitudine senza eguali di suore (ben 18.123, il 22% di quelle presenti in Italia) e di religiosi (5.138, pari al 29,5%), in gran parte concentrati nel quartiere più cattolico del mondo, l’Aurelio, che qualcuno ha simpaticamente ribattezzato «Gran Pretagna».

Ma a ben guardare quegli istituti sono lì da secoli e il loro tradizionale orientamento verso il centrodestra non ha impedito ai progressisti di vincere ripetutamente in questa Regione. Più interessante è il voto di frontiera, quello delle parrocchie e delle associazioni. E qui spuntano tante sorprese. Nel Lazio parroci e vice-parroci sono pochi: 2.096, soltanto il 6,2% del totale nazionale. E anche i seminaristi scarseggiano: sono appena 362, il 7,7% del totale. Tracce di una certa freddezza del popolo cattolico romano si trovano nelle parole pronunciate dal capo della diocesi romana, il cardinale Agostino Vallini: «Roma vive tutte le difficoltà legate al tempo che viviamo, le vocazioni sono poche rispetto ai bisogni, la partecipazione alla messa ha una frequenza attorno al 20 per cento».

E così, divisa tra le due fazioni (quella vicina al Segretario di Stato Tarcisio Bertone e quella interventista fedele al cardinale Camillo Ruini) qualche giorno fa la Chiesa di Roma si è espressa sulle elezioni laziali con una Nota ufficiale del «bertoniano» Vallini. Non piace la Bonino («non si possono concedere deleghe a chi persegue altro progetto politico»), ma deplorando «ogni forma di propaganda elettorale, spacciata come sostenitrice della visione cattolica, ma che tale non è», il vicario ha lanciato il messaggio ai suoi parroci: meglio la Polverini, ma niente crociate, mobilitazioni nelle parrocchie, omelie orientate o volantinaggi come fu fatto in occasione dei referendum sulla procreazione assistita. Anche perché Roma è una città più laica di quel che si creda.

Lo dimostra un dato trascurato: proprio in occasione dei referendum sulla procreazione del 2005 (quelli che la Chiesa osteggiò invocando l’astensione), mentre a livello nazionale la partecipazione si fermò al 25,9%, a Roma andò a votare il 37,4% e i sì alla abrogazione della legislazione restrittiva erano stati 741.000, cifra assai rispettabile in termini assoluti. E l’approccio disincantato dei romani è confermato da un recente sondaggio della Ipsos: tra i «praticanti assidui» (quelli che vanno a messa tutte le domeniche), il 37% dice che voterà per la Bonino e il 30% per la Polverini. E dunque la partita si gioca soprattutto sui flussi di opinione e di potere. A Roma (dove vota il 70% degli elettori laziali) la sinistra ha governato la città per quasi 30 anni di seguito, costruendo un solido sistema di potere (da 2 anni incrinato da Alemanno sindaco) che quasi tutto controlla, appalti, municipalizzate, Regione, Provincia, sanità pubblica, oltre a quel «soft power» così tipicamente romano, lo sterminato indotto culturale, alimentato da associazioni e grandi enti (Cinecittà, la Rai,
l’Auditorium) nei quali la destra ha iniziato a penetrare da poco tempo.

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