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Autore Topic: CARMELO LOPAPA  (Letto 29081 volte)
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« Risposta #15 il: Settembre 28, 2010, 11:54:03 »

L'INCHIESTA

Ecco il contratto della compravendita

Peones ingaggiati con 10mila euro

Nel 2008 due ex leghisti premiati dal Pdl per le trame anti-Prodi: Pottino e Gabana non furono rieletti, ma in compenso ottennero uno stipendio mensile. Il ministro Elio Vito fu determinante nell'opera di convincimento

di CARMELO LOPAPA



ROMA - A proposito di calciomercato. Non c'è solo l'acquisto plateale e smaccato del deputato in carica, alla vigilia di un voto decisivo. Ci sono accordi e garanzie, sistemi e metodi tali da assicurare il presente e anche il futuro della pedina che si rende disponibile. Non necessariamente un seggio, magari un contratto ad personam. Con soldi sonanti. Tanti. Un tot al mese. Poco meno di quanti la pedina ne avrebbe guadagnati da parlamentare in carica. Di un paio di quei contratti Repubblica adesso è venuta in possesso.

Qual è il metodo? Quale il sistema? Come funziona il mercato da Transatlantico nel reame di Silvio Berlusconi, laddove tutto ha un prezzo, tutto una ricompensa? Lo ricostruiamo attraverso la storia di due oscuri peones, ligi ex onorevoli del Nord-Est. Transitati dalla Lega al gruppo misto nella passata legislatura, alla fine del 2006, nel pieno del biennio ballerino del governo Prodi. Quando ogni singolo senatore diventa determinante per la tenuta dell'esecutivo e in tanti vengono contesi, corteggiati, lusingati. In qualche caso forse convinti con ragioni a cinque zeri. Dopo aver rotto con la Lega in Friuli per beghe locali, Marco Pottino, allora deputato, classe '74, e Albertino Gabana, allora senatore, classe '54 (entrambi di Pordenone) dopo un anno di navigazione a vista nel gruppo misto, vengono "convertiti" a fine 2007 al credo berlusconiano. Per essere acquisiti infine al gruppo forzista. Sono le settimane in cui l'esecutivo del Professore già vacilla. E il senatore Gabana in più di un'occasione vota con quella maggioranza, in un Palazzo Madama trasformato ormai in una casbah. Poco influente Pottino a Montecitorio, ma strategico Gabana per tentare la spallata. I due però camminano insieme. Inseparabili. I messi del Cavaliere sanno che il "pacchetto" va acquisito in tandem. Entrambi vengono avvicinati, lusingati, compiaciuti. Elio Vito, attuale ministro dei Rapporti con il Parlamento - rivela in particolare Pottino nel colloquio telefonico con Repubblica - è il più convincente.

La contropartita? Dentro il Pdl raccontano come in quegli ultimi giorni della Pompei prodiana, Berlusconi chieda all'alleato Bossi il via libera per tentare l'operazione aggancio. E di come la manovra sia stata accordata dal Senatur, a patto che i due "ex" del Carroccio non vengano poi rieletti. Clausola che il Cavaliere, o chi per lui, mette subito in chiaro ai due, nel momento in cui viene prospettato il passaggio e la fittizia candidatura alle successive politiche (poi precipitate da lì a tre mesi). Ma allora che interesse avrebbero avuto i peones ad accettare l'offerta? Transitare per poi perdere il seggio? È qui che scatta la rete di protezione. La garanzia per entrambi, qualora non eletti, di mantenere comunque lo status economico da parlamentare, magari con una consulenza ad hoc.

I fatti.
Succede che, alle Politiche del 2008, tanto il giovane Pottino quanto il cinquantenne Gabana vengono candidati insieme alla Camera, lista Pdl, collegio del natio Friuli. Puntualmente non la spuntano: risultano primo e secondo dei non eletti. E accade che nel dicembre 2008, pochi mesi dopo l'inizio della legislatura, entrambi stipulino due distinti "contratti di lavoro a progetto" con il gruppo Pdl di Montecitorio, "in persona del suo presidente, Fabrizio Cicchitto", con tanto di firma in calce. Durata (art. 5 del contratto): a partire dal gennaio 2009 e "fino al termine della XVI legislatura". Compenso (art. 6): "Complessivi 120.516 euro annui al lordo delle ritenute", da corrispondere "in dodici rate di 10.043 euro". Né più né meno che l'indennità sommata alla diaria di cui godono gli onorevoli. Mancano all'appello solo i 4 mila del rimborso spese per portaborse. Bingo! Professionisti da gratificare per i servigi e la dedizione, consulenti meritevoli ("Considerevoli esperienze professionali nell'ambito delle comunicazioni istituzionali" è l'identica motivazione nei due contratti), da impiegare al gruppo. Il tutto, con soldi pubblici, i budget messi a disposizione dalla Camera, quattrini del contribuente.

Ma si dà il caso che a Montecitorio, al gruppo Pdl, di loro non vi sia traccia (se non al libro paga). "Non risultano nei nostri elenchi, è sicuro che lavorino qui?" risponde la segretaria interpellata. "Forse potete provare al partito". Ma la risposta non cambia quando vengono contattati gli uffici di via dell'Umiltà. Repubblica rintraccia Gabana e Pottino al telefono a Pordenone. I due ex leghisti, oggi pidiellini militanti, forniscono nella sostanza la medesima spiegazione. Confermano di avere quel rapporto di consulenza ma negano la compravendita: "Non siamo stati affatto comprati, provenivamo già dal centrodestra". E ammettono di andare poco a Roma: "Ma solo perché è meglio lavorare qui in Friuli, ci dedichiamo alla costruzione del partito. Proveniamo dal Carroccio e chi meglio di noi sa come si lavora sul territorio?".

(28 settembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/09/28/news/ecco_il_contratto_della_compravendita_peones_ingaggiati_con_10mila_euro-7498634/?ref=HRER2-1
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« Risposta #16 il: Ottobre 04, 2010, 12:01:15 »

L'INTERVISTA

Bocchino: "Pronti a nuove maggioranze per cambiare la legge elettorale"

Il finiano avverte il premier: se fa la crisi, non ci riteniamo liberi.

Non accetteremo una riforma della giustizia che sia punitiva verso i magistrati

di CARMELO LOPAPA



ROMA - "Se qualcuno cerca un pretesto per andare a votare, allora sappia che esiste già una maggioranza alternativa, tanto alla Camera quanto al Senato, in grado di ritrovarsi sulla modifica della legge elettorale. Fosse pure solo su quella. Dopo, solo dopo, si potrà tornare al voto. E' l'ora di passare dalla sovranità padronale a quella popolare". All'ultimatum del ministro degli Interni Maroni e all'avvertimento del premier Berlusconi i finiani non si piegheranno, spiega Italo Bocchino.

Ha sentito il presidente del Consiglio? Verifica giorno per giorno e se non sarete leali presto alle urne. Punto e a capo dopo la fiducia?
"Su questo il problema si risolve in un secondo. Non c'è bisogno della verifica giorno per giorno. Sul programma di governo il premier avrà sempre il nostro voto. La riforma del fisco, gli interventi per l'occupazione, per lo sviluppo, il piano per il Sud, le infrastrutture per il Nord".

Su cosa non lo avrà? Sulla riforma della giustizia?
"Se Berlusconi cerca un pretesto, ha trovato quello giusto: perché noi non accetteremo una riforma della giustizia che sia punitiva nei confronti della magistratura, che proceda per commissioni di inchiesta. Per noi i giudici non sono dei pazzi comunisti e neanche dei deviati mentali. Se il premier ha prove di illegalità, soprusi, persecuzioni, faccia un esposto al Csm. Noi su quel terreno non lo seguiremo".

Seguirete invece l'ultimatum
di Maroni. Vi danno tre 21 giorni per evitare il voto anticipato a marzo: primo banco di prova, le presidenze di commissione. E voi?
"Maroni fa riferimento alle commissioni solo perché sa che ormai lì siamo determinanti. Ma può stare tranquillo: il sostegno al programma di governo sarà indiscusso. La verità tuttavia è che la Lega vuole andare al voto per sottrarre voti a un Pdl ormai in grande difficoltà, sceso sotto il 30% dopo la nostra uscita. Maroni sa bene, da ministro degli Interni, che col ricorso anticipato alle urne Berlusconi e Bossi non avrebbero la maggioranza al Senato. Si andrebbe a una grande coalizione con un governo guidato da Tremonti. E' l'unica cosa che interessa ai leghisti: togliere voti e poltrona al premier. Paradossale che siamo gli unici a difenderlo. Ma non lo comprende".

Teme piuttosto lo spettro di un governo tecnico, come ha denunciato ieri. Meglio il voto anticipato, dunque.
"Se qualcuno pensa di correre al voto, è bene che sappia che la riforma elettorale non rientra nel vincolo di maggioranza. Si può dunque anche pensare, in caso di dimissioni del premier, a un governo che abbia come obiettivo la cancellazione del porcellum. D'altronde, quella legge ha ormai dimostrato di non garantire la stabilità. Per due legislature consecutive ha mandato in crisi la maggioranza dopo due anni. Il mattarellum assicurava più stabilità pur senza premio di maggioranza".

Vi accuseranno di lavorare al ribaltone, all'inciucio pur di liberarvi di Berlusconi.
"Non vogliamo liberarci di Berlusconi, ma dell'oligarchia che consente a cinque leader di nominare l'intera platea parlamentare. Su questo non c'è vincolo di maggioranza che tenga".

Enrico Letta vi ha già teso la mano per conto del Pd.
"Non abbiamo bisogno che alcuno ci tenda la mano. Il giorno dopo le dimissioni di Berlusconi si verificherà in Parlamento l'esistenza di una nuova maggioranza. Detto questo, la sinistra resta nostra avversaria".

Nel frattempo, quanto pensate di andare avanti al fianco di Bondi che ancora ieri accusava Fini e lei di ingratitudine?
"Gli si potrebbe rispondere che se Berlusconi non avesse incontrato Fini, non avrebbe vinto nel 1994, non avrebbe resistito a 15 anni di inchieste giudiziarie, non avrebbe risanato e rilanciato un'azienda fortemente indebitata. E mercoledì scorso non si sarebbe salvato grazie alla nostra fiducia".

(04 ottobre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #17 il: Ottobre 07, 2010, 11:15:22 »

Guerra fra ex An e Fli sul tesoro della casa madre

La Russa: basta soldi al Secolo. Perina: è vendetta

I finiani rivendicano il 30% dei 380 milioni di patrimonio comune.

E per averlo sono pronti ad andare in tribunale

di CARMELO LOPAPA


ROMA - L'ordine di scuderia è congelare il tesoretto. Blindarlo e renderlo inaccessibile nella polverosa cassa di Alleanza nazionale. Quasi 380 milioni di euro di asset, tra liquidità, attivo in bilancio e valore dei 70 immobili. L'input degli ex colonnelli che siedono alla destra di Berlusconi è semplice: evitare che anche solo il 30 per cento venga assegnato al neonato Futuro e libertà che già rivendica la propria quota. Ma i finiani, che hanno assoluto bisogno di risorse, non ci stanno. Si preparano a portare carte e libri contabili alla magistratura e a chiedere il commissariamento dell'intero patrimonio.

È solo l'ultimo, prevedibile fronte della guerra infinita tra nemici ormai acerrimi. Con i la Russa e Gasparri intenzionati intanto a chiudere i rubinetti del finanziamento al Secolo, house organ un tempo di An ora di Fli. E il direttore Perina che, coi fedelissimi del presidente della Camera, bollano la stretta come "ritorsione politica". Una cosa è certa. In mattinata, il premier Berlusconi ha incontrato a Palazzo Grazioli gli ex colonnelli La Russa, Gasparri, Matteoli, Alemanno. È stata concordata in quella sede una tregua con gli avversari, anche sui conti di An. Tregua che fa il paio con rinvio di ogni discussione. E di ogni decisione. E infatti, per due volte - a metà giornata e in ultimo a sera - la riunione del comitato dei garanti di An che avrebbe dovuto iniziato a discutere del patrimonio e del giornale, è stata rinviata sine die. Ufficialmente, per la richiesta del presidente dimissionario (l'ex tesoriere del partito) Francesco Pontone di tempo per presentare il consuntivo, prima di lasciare. Si dimetterà più in là. E per prenderne il posto, i berlusconiani Gasparri, La Russa e Matteoli hanno già scelto il senatore Giuseppe Valentino. Sono loro, d'altronde, a vantare ormai la maggioranza nel comitato: sei membri su nove.

Ma i finiani non mangiano la foglia e rivendicano subito almeno i 700 mila euro necessari a ripianare il disavanzo del Secolo. Ora quel rivolo di finanziamento pubblico si chiude, annuncia in diretta tv il coordinatore Pdl La Russa, rispondendo a Belpietro: "L'anno scorso il quotidiano da An ha avuto qualcosa come 3,6 milioni di euro. Per vivere ha bisogno di costi eccessivi: ritengo che un giornale debba vivere non con gli aiutini ma camminando sulle proprie gambe". E dopo lui Valentino, in Transatlantico: "Sul Secolo vedremo, dobbiamo riflettere".

Quelli di Fli capiscono l'antifona e partono al contrattacco. "Vogliono far tacere l'unica voce non berlusconiana nella stampa di centrodestra, un atto di disperazione politica" è la tesi di Carmelo Briguglio. Ma a condurre la partita per i finiani è soprattutto il deputato e amministratore del Secolo, Enzo Raisi: "È una chiara vendetta politica, con la quale rischiano di far fallire e chiudere il quotidiano. E siccome quello è un bene di An e non vogliamo passare guai penali per colpa loro, porteremo i libri ai magistrati e chiederemo il commissariamento dell'intero patrimonio". Tradotto: se non lo vogliono dividere, allora non saranno loro a gestirlo.

Nell'immediato però vanno affrontate le difficoltà del giornale, alle prese anche con la stretta dei fondi per l'editoria di Palazzo Chigi. "Da 55 anni, prima l'Msi e poi An ripiana i debiti del Secolo. Questo è un boicottaggio - protesta il direttore Perina - Ricordo ancora La Russa che urlava: "Meglio Libero o il Giornale, dobbiamo fare del Secolo una sorta di Padania, altrimenti meglio aprire una tv". La verità - continua - è che da quando abbiamo parlato di veline in lista, siamo stati sempre osteggiati, ben prima dello strappo di Fini: hanno dei problemi con le teste pensanti e non condizionabili. È il loro limite".

(07 ottobre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/10/07/news/tesoro_an-7803579/?ref=HREC1-2
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« Risposta #18 il: Ottobre 27, 2010, 09:34:59 »

CENTRODESTRA

Caos nel Pdl, scatta l'allarme-fuga

Dissidenti verso Futuro e libertà

di CARMELO LOPAPA

Lascia anche il fondatore Biondi. Gasparri tenta Massidda: può fare il sindaco di Cagliari. Pressing di Fli su 3 deputati

ROMA - Il senatore ligure Enrico Musso lascia deluso il Pdl, già corteggiatissimo dai finiani. Alfredo Biondi, ex ministro ed ex deputato forzista, chiama Berlusconi e gli comunica la decisione "irrevocabile" di lasciare la direzione del partito, finora riunita una sola volta (il 22 aprile, giorno del famoso indice puntato di Fini). "Può darsi che lasceremo anche il Pdl" comunica l'anziano avvocato, tra i fondatori di Forza Italia. Di due deputati pidiellini, quelli di Futuro e libertà attendono l'arrivo ad horas.

È uno smottamento, lento e costante, con faglia unica che attraversa Camera e Senato. Al quartier generale berlusconiano da 48 ore trilla l'allarme. Soprattutto per quel che accade a Palazzo Madama, dove finora la maggioranza (a differenza che a Montecitorio) aveva mantenuto dieci parlamentari di vantaggio. Gasparri e Quagliariello hanno convocato in mattinata il gruppo, sedando a stento la vivace contestazione dei malpancisti. Una decina, tanti quanti hanno firmato il documento polemico presentato da Andrea Augello, Ferruccio Saro e Piergiorgio Massidda e che martedì sarà messo ai voti. Nel mirino, le nuove regole interne approvate dell'ufficio di presidenza Pdl sulla nomina dei coordinatori - invocano "maggiore coinvolgimento e democrazia" - ma anche la "necessità di riconoscere appieno la terza gamba finiana e di trattare con Fli". Anche per questo oggi i tre coordinatori hanno convocato il comitato statuto del partito. Al gruppo sono mancati mugugni sui ministri, Tremonti in testa, e sullo "scarso coinvolgimento". Saro conferma la "grande amicizia personale con Berlusconi", ma spiega che tra i suoi colleghi "i malesseri sono reali: quando non c'è più sicurezza, nascono fibrillazioni che possono degenerare in crisi se non sedate in tempo. Noi vogliamo aiutare il premier, speriamo non sia troppo tardi". Un'agitazione che va avanti da settimane e che non accenna a rientrare. Gasparri e Quagliariello sono riusciti a blindare per ora il senatore sardo Massidda (molto vicino a Pisanu). "È il miglior nome per il Comune di Cagliari" dice il capogruppo dopo il lungo colloquio avuto con lui. Ma gli altri? Paolo Amato, per esempio? E Massimo Baldini? "Ricostruzioni infondate, nessuna slavina" taglia corto Quagliariello. Musso intanto è già andato via: "Poca democrazia, chi dissente viene cacciato, come Fini". Forfait pure di Alfredo Biondi dalla direzione: "Atrofizzata dal non uso, poi io sono un liberale, qui la dialettica turba".

Alla Camera, i finiani attendono a giorni l'ufficializzazione del passaggio di Roberto Rosso (per lui uno dei tre posti di coordinatore Fli in Piemonte) e di Giancarlo Mazzuca, ex direttore del Carlino. I due per il momento negano. Ma il pressing è insistente anche su Alessio Bonciani.

(27 ottobre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/10/27/news/pdl_allarme_fuga-8469431/?ref=HREA-1
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« Risposta #19 il: Ottobre 28, 2010, 05:24:18 »

IL CASO

Esodo dal Pdl ai finiani Berlusconi: "Va fermato"

Altri tre deputati pronti al "trasloco".

Futuro e Libertà: "Con noi 2mila 500 amministratori locali".

E Micciché accusa: "Il partito è sfasciato"

di CARMELO LOPAPA


ROMA - C'è la lista. E c'è anche una data cerchiata in rosso: 3 novembre, mercoledì. Una conferenza stampa sancirà il passaggio di altri tre, forse quattro deputati berlusconiani al nuovo gruppo di Futuro e Libertà, giusto alla vigilia della kermesse di Perugia che nel fine settimana sancirà il lancio in grande stile del partito di Fini. Il premier Berlusconi vede rosso e corre ai ripari.
La fuga dal Pdl è un tam tam battente, in Transatlantico, e porta dritto ai toscani della fronda anti Verdini, Alessio Bonciani e Roberto Tortoli. Ma anche all'abruzzese Daniele Toto, già dimissionario dal coordinamento a Chieti. A Roberto Rosso, ex sottosegretario con cinque legislature alle spalle (e scarse chance di ricandidatura). Ancora, a Giancarlo Mazzuca, emiliano, convocato di gran carriera ieri sera da Cicchitto alla sede di Via dell'Umiltà.

Stando ai finiani saranno almeno tre di loro ad annunciare mercoledì l'adesione a Fli. Se così sarà, il gruppo scavalcherà per numero di deputati anche l'Udc, oggi entrambe le sigle a quota 35. Bocche cucite e mezze smentite, per ora, dagli "indiziati" di migrazione, per altro alle prese col pressing dei colleghi pidiellini. Coordinatori e capigruppo sono stati precettati da Berlusconi affinché venga tentato il tutto per tutto per trattenere i malpancisti alla Camera e riportare a più miti consigli i dieci senatori riottosi che martedì sera hanno presentato al gruppo un documento polemico su Pdl e tenuta del governo. "Parlate con loro, trovate voi il modo, non voglio più sentir parlare di malumori" ha intimato il presidente del Consiglio a Cicchitto, a Gasparri, a Verdini poco prima che i coordinatori si riunissero in serata per trovare un compromesso sul nodo della "democrazia interna" invocata da più parti. Risultato: una giunta consultiva di cinque dirigenti affiancherà i coordinatori e vice locali, d'ora in poi eletti e non più nominati. Basterà per convincere gli insoddisfatti? Martedì nuova riunione di gruppo al Senato. "I delusi non hanno da temere, Berlusconi ha garantito tutti e continuerà a farlo anche nella prossima legislatura" è il ramoscello teso da Osvaldo Napoli.

Ma dalla Sicilia alla Lombardia, la "fuga" - come la definiscono con enfasi gli uomini di Fini - riguarda soprattutto i dirigenti locali. Da Generazione Italia stimano in circa 2.500 gli amministratori, consiglieri per lo più, che avrebbero abbandonato il Pdl: una settantina in Piemonte, decine in Lombardia, una quarantina nella Toscana di Verdini, un centinaio in Sardegna, il boom tra Sicilia e Campania. "Il Pdl è totalmente sfasciato anche a livello nazionale, non ha senso continuare a tenerlo cosi" infierisce da La7 il sottosegretario Gianfranco Micciché, ideatore di "Forza del Sud". "Sfasciare tutto è facile, parole arbitrarie, infondate e ingenerose" gli ribatte Sandro Bondi. Il processo di disgregazione sembra però avviato. "Molti passeranno con noi, tre anche prima di Perugia, ci stiamo lavorando io e Italo Bocchino", svela Fabio Granata mandando su tutte le furie i berlusconiani. "Ma la campagna acquisti non era scandalosa?" attacca il senatore pidiellino Achille Totaro.

(28 ottobre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/10/28/news/caos_pdl-8503627/
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« Risposta #20 il: Novembre 01, 2010, 12:01:23 »

LA POLEMICA

L'ultimo attacco di Fini al premier "Si dimetta se il caso Ruby è vero"

Ora spunta l'appoggio esterno al governo.

Le colombe frenano.

Il presidente della Camera: "Faremo interdizione su tutte le leggi ad personam

di CARMELO LO PAPA


ROMA - "Amareggiato, perché l'Italia merita un biglietto da visita migliore". Dopo giorni di silenzio, Gianfranco Fini irrompe sul caso Ruby, lo fa sotto i riflettori del cinema Adriano gremito da centinaia di fan romani intenzionati a seguire il leader anche nella nuova avventura. Preoccupato, confesserà poco più tardi ai suoi che gli chiedono conto di quei toni. Perché se l'affare della minorenne marocchina venisse confermato in tutti i suoi passaggi più ambigui, allora "il premier dovrebbe fare un passo indietro". Le dimissioni sarebbero un passo inevitabile, necessario.

È l'estrema conseguenza, ancora eventuale, di un ragionamento che in mattinata il presidente della Camera aveva sviluppato dal palco, parlando delle pressioni di Palazzo Chigi emerse in questi giorni: "Se quell'intervento c'è stato - è la tesi di Fini - se è vero che è stato detto che quella signorina era parente di un capo di Stato, allora verrebbe dimostrata una disinvoltura, un malcostume, sintomo di uso privato di un incarico pubblico". Da qui la necessità di un passo indietro. In ogni caso, la storia "sta facendo il giro del mondo e mette l'Italia in una condizione imbarazzante, davvero una brutta pagina". Tanto più grave, racconta nell'intervista pubblica col direttore del Messaggero Roberto Napoletano, perché il Paese è "fermo" e "dilaniato da mille polemiche".

Il leader di Fli, tra gli applausi della platea, dà piena ragione a Emma Marcegaglia, la situazione è "drammatica" e il governo non sta facendo quanto sperato e atteso. "Non basta il pur necessario contenimento della spesa" attacca il presidente della Camera. "Possibile - si chiede - che l'Italia non riesca a trovare risorse che, al contrario, saltano fuori quando la Lega batte i pugni per difendere duecento ultrà delle quote latte? Il Pdl al Nord è la fotocopia della Lega ma gli elettori sceglieranno sempre l'originale". E se il Parlamento "ormai lavora due giorni alla settimana" è perché non ci sono soldi per la copertura alle leggi. Allora, Berlusconi "metta la testa, come ama dire lui, sui problemi reali". Non solo sulla giustizia. La riforma è necessaria, spiega Fini, a patto che non si risolva in un boomerang per i magistrati. Leggi ad personam invece no, per quelle il premier non potrà contare sul sostegno dei 36 deputati e 10 senatori di Futuro e Libertà. Il nuovo movimento non farà "interdizione sul pacchetto fiscale perché non è stato presentato, né sul piano per il Mezzogiorno perché non c'è. Interdizioni sulle leggi che servono unicamente al premier, quella sì" dice ancora tra gli applausi ricordando che la "legge è uguale per tutti". Il lodo Alfano costituzionale è la soluzione per quel genere di problemi del premier, ma "lo dissi due anni e mezzo fa, inascoltato". Sul caso Montecarlo, si limita a rispondere che "basta aspettare le decisioni della magistratura", se una cosa si rimprovera, è di non aver indagato a sufficienza sulla società che acquistava l'immobile.

Il presidente della Camera ha da poco concluso l'intervista pubblica che Fabio Granata lancia dal suo blog una proposta "personale" che scatena la reazione delle colombe finiane: "Dopo Perugia, Fli deve aprire una fase nuova, ritirando la propria delegazione al governo assicurando l'appoggio esterno solo per emergenze e parti condivise del programma". "Opinione personale" dicono da Moffa a Della Vedova, "una provocazione" per il capogruppo al Senato Viespoli. La più dura è Catia Polidori: "Chi è affetto da sintomi di disfattismo vada con Di Pietro". "Non ne abbiamo mai parlato" si limite a commentare il coordinatore Adolfo Urso. "I ribaltoni non appartengono alla cultura del centrodestra", stronca l'unico ministro Fli, Andrea Ronchi. Con Italo Boccchino che taglia corto: "Facciamo la convention di Perugia (sabato e domenica prossimi, ndr), lì Fini indicherà la strada".

Ma le parole del presidente della Camera scatenano nuove reazioni polemiche dagli alleati Pdl, i quali tornano a mettere in discussione il ruolo super partes. L'annuncio delle "interdizioni" Maurizio Lupi lo giudica "grave", perché non tiene conto del "ruolo istituzionale" di Fini. Se poi il leader di Fli accettasse la proposta di ieri di Bersani, "poco male, i due non hanno uno straccio di idea per un governo diverso dall'attuale" secondo Osvaldo Napoli.

(01 novembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/11/01/news/premier_dimissioni-8626419/
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« Risposta #21 il: Novembre 01, 2010, 12:02:46 »

GOVERNO

Fini: "L'addio è segnato"

Berlusconi: "Venderò cara la pelle"

Il Cavaliere lo sfida: se hai coraggio stacca la spina. Il capo del governo è sicuro: "I suoi non lo seguiranno.

Se insiste, meglio per noi". Il presidente della Camera deve ora convincere i "moderati" del suo partito a "rompere"

di CARMELO LOPAPA


ROMA - "Io non mi dimetto, tanto meno perché lo chiede lui. Se Fini vuole, stacchi pure la spina, si assuma la responsabilità. Se ne è capace. I suoi non lo seguono nemmeno se azzarda un sostegno esterno, figurarsi nello strappo". I pochi parlamentari e collaboratori con i quali il presidente del Consiglio si intrattiene al telefono, durante il pomeriggio di riposo ad Arcore, raccontano di un Berlusconi ripresosi dopo l'abbattimento di due giorni fa, "intenzionato a combattere", comunque a vendere cara la pelle. "Anzi, se davvero Gianfranco va fino in fondo, è anche meglio. Sapremo a chi dare la colpa".

E a sortire l'effetto rivitalizzante, sono state proprio le esternazioni mattutine dell'acerrimo avversario Gianfranco Fini. L'annuncio delle "interdizioni" alle leggi ad personam ma ancor più la richiesta del "passo indietro" rivolta al premier, se i sospetti sulla sua condotta nello scandalo Ruby trovassero conferma. "Non ho nulla di cui vergognarmi, rifarei tutto, ho solo aiutato una persona in difficoltà e soprattutto non ho esercitato alcuna pressione sui poliziotti" va ripetendo invece il Cavaliere. Serafico, lo ha ribadito anche sabato notte, quando ha cenato al ristorante milanese "Giannino" dopo aver assistito alla partita Milan-Juve a San Siro. Con lui, Adriano Galliani, Emilio Fede, una decina di commensali. "Continuerà a fare la sua vita, ad invitare ospiti a casa sua e a organizzare feste se gli va di farlo" racconterà dopo il direttore del Tg4.

Berlusconi spera ancora di superare indenne anche questo scandalo. Il fatto è che l'avvertimento lanciato ieri da Gianfranco Fini, sembra essere solo il primo passo di un cammino che potrebbe anche subire un'accelerazione nelle prossime ore. Alla convention di Perugia che nel prossimo week end segnerà la nascita di Futuro e libertà, il leader del nuovo movimento consumerà un ulteriore strappo. Ma prima di "staccare la spina", come dai banchi dell'opposizione sperano che faccia, il presidente della Camera attende che si consumino alcuni passaggi. Non intende bruciare le tappe, né tanto meno bruciarsi in una vicenda delicatissima. "Ma il cammino è ormai segnato - spiega Fini ai fedelissimi in attesa di disposizioni e in allerta nonostante il giorno festivo - Vanno consumati tutti i passaggi, ma non è escluso che la crisi si apra prima del previsto".

Una delle tappe attesa sarà l'eventuale chiarimento del ministro degli Interni Maroni in aula. Il capo del Viminale potrebbe riferire a Montecitorio anche in settimana, forse mercoledì, sulla faccenda della minorenne marocchina. E il premier Berlusconi è quasi tentato dal dare il via libera, non fosse altro per approfittare di una Camera deserta, causa stop dei lavori d'aula, e tentare di chiudere lì la faccenda. Quel che è certo, è che dentro Futuro e libertà salgono di ora in ora le quotazioni del partito del "blitz", dei dirigenti convinti davvero che sia giunto il momento di staccare la spina all'esecutivo approfittando del Rubygate e della posizione sempre più "compromessa" del premier. L'eco internazionale che lo scandalo sta provocando, viene considerato nell'entourage finiano un particolare da tenere in alta considerazione. Il presidente della Camera via ha fatto anche riferimento nell'intervento pubblico di ieri mattina.

È vero che le "colombe" del partito, i moderati restii ad uno strappo immediato con Berlusconi, sono insorte contro quel Fabio Granata che ha iniziato a far circolare l'ipotesi del sostegno esterno. Ma è anche vero che il deputato siciliano ha molti avversari dentro Fli e viene considerato una sorta di pasdaran e che un invito a fare un passo avanti viene rivolto a Fini con insistenza, in queste ore, anche dal braccio destro Italo Bocchino. Glielo ha ripetuto anche in pubblico, ieri mattina, battagliero e in maniche di camicia: "C'è qualcuno che si aspetta un sussulto di orgoglio e di dignità, gli italiani aspettano un segnale e sanno che solo tu, Gianfranco, puoi offrire un'alternativa". D'altronde, la base del partito è su questa linea, bastava chiedere ai militanti affollavano il cinema. "Siamo stanchi di essere sudditi, di candidate elette sol perché sanno ballare il bunga bunga" sintetizza l'umore dei suoi Potito Salatto, dirigente romano di Generazione Italia. Il clima è quello lì, la t-shirt col Fini stilizzato alla Andy Warhol che punta il dito e la scritta "Che fai? Mi cacci?" va a ruba. E mentre i militanti sciamano anche un finiano moderato come Nino Lo Presti ammette che "se Bocchino gli ha rivolto quell'invito è perché ci siamo, il tempo di staccare la spina è arrivato prima del previsto e, ironia della sorta, non per colpa nostra".

(01 novembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #22 il: Novembre 02, 2010, 06:32:49 »

CENTRODESTRA

Governo, ora spunta la carta Alfano

Ma il Cavaliere: "Mai un mio passo indietro" 

Gli uomini del premier chiedono: "La crisi cambierà il perimetro della maggioranza?".

Casini: "Questo è il momento giusto per staccare la spina, altro che entrare al governo"

di CARMELO LOPAPA


UNA mano tesa all'"amico Pierferdy", nella speranza che la scialuppa centrista lo porti fuori dalle secche di una crisi che è già qui e adesso. L'altra intenta a indicare lo spauracchio della "piazza pronta a insorgere", se il "complotto del governo tecnico" andasse in porto. È il Silvio Berlusconi di queste ore, diplomatico e minaccioso, in difesa sugli scandali e le inchieste giudiziarie ma all'arrembaggio contro Fini e i suoi "traditori".

Un presidente del Consiglio preoccupato e confuso. Messo in allerta dalle voci insistenti su alcuni, tra i suoi, al lavoro su una soluzione alla crisi interna al centrodestra. Ma con un premier diverso, che potrebbe rispondere al profilo di Angelino Alfano. Magari in cambio di un salvacondotto al Cavaliere. Fumo negli occhi per Berlusconi: "Non accetterei mai di farmi da parte". Sullo sfondo, lo strappo sempre più vicino e probabile di Fini, che già a Perugia pigerà sull'acceleratore, detterà le sue condizioni, aprirà al sostegno esterno al governo.

Raccontano che nella giornata trascorsa ancora ad Arcore non siano passate inosservate le news sulle indagini che accendono altri riflettori sui festini di Villa San Martino. "Eccolo il solito copione, di nuovo insieme, la procura di Milano con la Boccassini e quella di Palermo - si è sfogato al telefono il premier con i più stretti collaboratori - Eccola, la tenaglia delle toghe rosse: ma io non ho nulla da temere da questa spazzatura".

Sono le nubi sulle faccende private - su Ruby e le altre frequentatrici di Arcore e della Certosa - presto divenute molto pubbliche, infine squisitamente politiche. Si fanno sempre più dense. E sul capo del presidente del Consiglio si affiancano alle preoccupazioni per un quadro politico di ora in ora sempre più deteriorato. "Ormai il problema è capire se dalla crisi si esce attraverso una soluzione interna al perimetro di questo centrodestra o se sarà necessario uscire da quel perimetro" ragiona un berlusconiano che è stato a stretto contatto col premier in questo fine settimana. E il perimetro, continua l'analisi, si ricompone se i finiani accettano di andare avanti e l'Udc decide di sostenere l'esecutivo. Diversamente, si spalancherebbero nuovi scenari: la crisi e il governo di transizione, proprio lo spettro che Berlusconi non intende nemmeno prendere in considerazione. Ecco perché il Cavaliere, ancora ieri, continuava a caldeggiare l'apertura ai centristi. Peccato che Casini - il quale per tutto il giorno ha mandato in avanscoperta Cesa a stroncare qualsiasi avance - non ne voglia sapere. E lo va ripetendo anche in privato ai suoi: "Questo è il momento giusto per staccare la spina, altro che entrare in questo governo già alla frutta". Altra partita non nuova che Berlusconi sta portando avanti è quella che punta a spaccare il fronte finiano, in ultimo ieri con la nota dettata ai due capigruppo Pdl per mettere in mora il leader di Fli. "Non sono più disponibile a subire palate di fango in faccia da Gianfranco e non mi faccio cuocere a fuoco lento da loro" ha messo in chiaro il premier con le colombe alla Cicchitto che anche nelle ultime ore provavano a convincerlo a non rompere del tutto col presidente della Camera.

Ponte tutt'altro che di relax, ad Arcore, fatta eccezione per la partita di sabato sera e la cena successiva. A rabbuiare ancor più l'umore del Cavaliere, raccontano, l'ipotesi di una soluzione sì interna alla crisi, ma che contemplerebbe un colpo di scena: l'avvicendamento a Palazzo Chigi. Un Berlusconi dimissionario in cambio di un "salvacondotto" giudiziario. Non è peregrina, circola da qualche giorno, pensata da ministri e maggiorenti del Pdl tra i quali si intensificano i contatti e le cene riservate. A circolare è anche il nome del candidato all'operazione, quello "inattaccabile" del Guardasigilli Angelino Alfano. Lui o l'evergreen Gianni Letta, insistono i rumors, se il premier accettasse di farsi da parte. "Non accetterei mai un patto di questo genere - manda a dire Silvio Berlusconi - E mai farei un passo indietro, si mettano in testa che sono io ad avere il consenso, è me che la gente vuole al governo. E poi, chi mi garantisce davvero sul salvacondotto, non potendo nemmeno contare da qui a breve sul legittimo impedimento?"

Leadership che vacilla e scudi giudiziari che si dissolvono mentre altre inchieste avanzano. Ecco, è lo sviluppo di queste nuove indagini che Gianfranco Fini attende, scevro da "voglie di vendetta" ma anche intenzionato a "non fare sconti". Dopo l'ennesimo scambio tattico di note tra Pdl e Fli di ieri, quel che trapela dall'entourage del presidente della Camera è che il leader domenica prossima, alla kermesse di Perugia, si prepara a dettare condizioni ben precise al premier e al suo governo. Se non verranno accettate, se su quei punti non sarà possibile un'intesa - dalla riforma della giustizia allo scudo giudiziario, dalle norme anticorruzione al federalismo solidale - allora il passaggio a un sostegno esterno sarà "inevitabile". 

(02 novembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/11/02/news/governo_ora_spunta_la_carta_alfano_ma_il_cavaliere_mai_un_mio_passo_indietro-8652664/
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« Risposta #23 il: Novembre 12, 2010, 10:47:31 »

IL RETROSCENA

E Gianfranco tenta Umberto "Più facile un governo senza Silvio"

Bossi risponde: se lo decide lui. E offre posti nel nuovo governo, l'esclusione degli ex An e la riforma elettorale.

Il leader Fli: non voteremo mai una mozione di sfiducia del Pd, la presenteremo noi

di CARMELO LOPAPA


Il timing corre veloce, spedito, verso la crisi. E non sarà quella "pilotata" in cui il premier Berlusconi fino a ieri confidava. "Potete dire a Silvio che se non si dimette, lo facciamo dimettere noi" dice Gianfranco Fini a Bossi, Calderoli e Maroni. La missione da ultima spiaggia tentata dalla delegazione leghista nello studio al primo piano di Montecitorio, nella trincea "nemica", finisce così, col presidente della Camera che notifica l'intenzione di far presentare ai suoi una mozione di sfiducia, se il Cavaliere non si rassegnerà a fare "l'inevitabile" passo indietro.
Da lunedì, sarà un'escalation. Il ritiro del ministro Ronchi e dei sottosegretari di Fli dal governo; poi l'astensione sulla fiducia che Tremonti porrà alla legge di Stabilità (ma con voto favorevole sul merito della norma salva-conti); infine, appunto, la sfiducia. "Perché noi non voteremo mai una mozione presentata dalle opposizioni, ci assumeremo la responsabilità di firmarne una nostra" scandisce il leader dei futuristi al cospetto dei suoi. Sarà dicembre, a quel punto, e tutto allora passerà nelle mani del capo dello Stato.

Non che il Senatur non le abbia provate tutte, nel pur breve incontro con l'ex alleato alla Camera. "L'ingresso dell'Udc nel governo per noi è inaccettabile - ha premesso Bossi - Ma si può aprire una crisi pilotata, questo sì, con la garanzia che Berlusconi, andando al Quirinale a rassegnare le dimissioni, ne esca con un nuovo incarico, com'è già avvenuto in passato". Ma sta proprio qui il punto. "Eh no, lui si dimetta, poi vediamo cosa succede, non possiamo imporre paletti di questo genere al presidente della Repubblica" ribatte Fini agli uomini del Carroccio. È a quel punto, nel vertice di mezzogiorno durato meno di un'ora, che il leader leghista con i due ministri al fianco, prova a offrire al presidente della Camera quel che fino a ieri era impensabile. "Se voi accettate un Berlusconi bis - insiste Bossi rivolto a Fini - nel nuovo governo ci sarebbe spazio per un numero maggiore di vostri ministri, anche con portafogli. Si può aprire un dialogo per la riforma parziale della legge elettorale. E Silvio potrebbe sacrificare gli ex colonnelli di An" accenna con chiaro riferimento a La Russa e Gasparri, ormai tra i più ostinati avversari dei futuristi. Ecco, tutto questo "offre" Bossi nell'ultima trattativa, a patto che a guidare l'esecutivo sia ancora l'amico Silvio.

"Forse non è ancora chiaro, a me non interessano le poltrone" ribatte Fini, che poi incalza: "Ma voi escludete davvero che un governo possa essere presieduto da qualcun altro? Non pensate anche voi che questo ciclo sia finito?" Il leader leghista appare categorico, o quasi. "Noi lo escludiamo. Se poi Berlusconi decidesse di fare un passo indietro, allora se ne potrebbe parlare. Ma non mi sembra che possa accadere". Sono da poco trascorse le 12,30 e Maroni e Calderoli escono per primi, terrei e silenti lungo il corridoio che dalla presidenza conduce ai gruppi parlamentari. Andranno a riunirsi al gruppo della Lega con Bossi che li raggiungerà a breve.

Fini convoca i suoi. Racconta il "nulla" emerso dal faccia a faccia allargato con i leghisti, più curiosi di conoscere le mosse dell'avversario che intenzionati a portare avanti una mediazione concreta, a sentire i finiani. L'impressione, da Bocchino a Urso, da Menia a Briguglio passando per la Perina è che "il dado è tratto". E non da ieri.

Gianfranco Fini d'altronde guarda avanti, pensa ormai "oltre" come spiegherà in serata ai due liberldemocratici Italo Tanoni e Daniela Melchiorre, ai quali ha chiesto un incontro. Perché le "consultazioni" del presidente della Camera sono già iniziate. "Vi rendete conto anche voi che l'era di Berlusconi è finita, che bisogna guardare avanti" dice ai due deputati un tempo parte integrante della maggioranza nel Pdl, ora anch'essi fuori dal recinto. Anche a loro il leader di Fli chiede la disponibilità ad avviare un cammino comune, intanto, con l'astensione sulla fiducia, poi in vista della costruzione di un nuovo partito moderato con Casini e Rutelli. "Ma prima, è chiaro, occorrono le dimissioni di Berlusconi e se non arrivano quelle..." taglia corto Fini. Melchiorre e Tanoni danno la loro disponibilità.

Ma è soprattutto con Casini e Bersani che la terza carica dello Stato tessendo la sua trama. I contatti sono continui, ormai ripetuti nel corso della giornata, il pallottoliere della possibile, futura maggioranza viene aggiornato di ora in ora. Ed è soprattutto sui senatori in bilico che i tre stanno lavorando ormai da giorni. "Un altro governo non sarà di tre mesi, limitato alla legge elettorale, ma porterà a termine la legislatura e lavorerà per far fronte alla crisi economica" è il messaggio che quasi in coro ripetono ai loro interlocutori. Finiani e centristi confidano parecchio nella mano d'aiuto che indirettamente potrebbe arrivare dal drappello di parlamentari rimasto fedele all'ex ministro Claudio Scajola. Poco più di una decina, dicono nel Pdl, comunque in grande agitazione, fuori da tutti i giochi dettati dai tre coordinatori regnanti e pressoché certi di non essere ricandidati, in caso di ritorno immediato alle urne.

Berlusconi e Bossi hanno già confermato al telefono, tra Roma e Seul, il loro appuntamento ad Arcore di lunedì. Quella sera, forse, tutto sarà già compiuto.

(12 novembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #24 il: Novembre 18, 2010, 12:22:35 »

LA COMPRAVENDITA

Caccia ai transfughi in Transatlantico al Pdl serve quota 316 o qualche assenza

Berlusconi ora conta su 305 deputati, gliene mancano 11 per la maggioranza.

E c'è chi sbotta: sembra Wall Street.

Misuraca verso l'Udc. Fli prende le sue contromisure, ma Consolo e Catone incerti.

Guzzanti: voto la sfiducia

di CARMELO LOPAPA


ROMA - "Offerte, rialzi, ribassi, sembra di stare a Wall Street" la butta lì in Transatlantico, a metà giornata, il finiano Aldo Di Biagio. Ci sono liste che passano di mano, deputati avvicinati dai colleghi pidiellini, telefonini che trillano, parlamentari che entrano ed escono dallo studio di Gianfranco Fini al primo di piano di Montecitorio. Deputati e ministri del Pdl si riuniscono al gruppo con Cicchitto e tirano le somme: oggi contano su 305 deputati rispetto ai 316 necessari: parte la caccia agli undici. Ma - qui sta il punto di svolta - ne potrebbero bastare anche 4-5 in meno se altrettanti centristi o finiani, contrari alla sfiducia, il 14 dicembre se ne stessero a casa, abbassando il quorum. Tra i falchi berlusconiani parte così la rincorsa alla mezza dozzina. Quattro i finiani ritenuti quanto meno "avvicinabili" dalla corte del Cavaliere, un paio gli udc, tentano anche con un dipietrista, ma a fine giornata il carniere resta quasi a secco.

Anzi, la maggioranza perde altri pezzi, anche di peso. Dovrebbe annunciare ad ore il passaggio dal Pdl all'Udc di Casini il siciliano Dore Misuraca. Deputato un tempo vicino a Micciché, sta per fare armi e bagagli col suo carico di voti: la sua famiglia è titolare di una clinica e punto di riferimento politico del potente mondo della sanità privata nell'isola. Sono segnali. Come lo sono i giuramenti di fedeltà a Casini degli udc pur avvicinati, da Alberto Compagnon ("Sto col leader, non ho crisi di coscienza") ad Angelo Cera, che si schermisce: "Il corteggiamento lo detesto, sto bene dove sto". Il leader centrista si tiene stretti i suoi, ma anche Gianfranco Fini ha il suo bel da fare, in queste ore. Il senatore Giuseppe Valditara gli ha portato in studio il senatore pidiellino Piergiorgio Massidda, da tempo in rotta col partito, ma ancora in bilico. Esce da Montecitorio e nicchia: "Non ho ancora deciso, c'è tempo fino al 14 dicembre". Anche se i finiani si dicono ottimisti.

La vera partita si è aperta sulle resistenze dei 4-5 futuristi a votare la sfiducia. Al vertice di Fli nella sede di FareFuturo, Urso, Bocchino, Briguglio e gli altri hanno parlato di congresso, della probabile campagna elettorale (e relativo budget), ma anche dell'astensione sulla sfiducia a Bondi il 29 novembre, e di come arginare i dubbiosi. Carmine Patarino, indicato tra gli incerti, diventa responsabile organizzazione per il Sud di Fli. Catia Polidori, finita nel toto "abbordabili", diventa capogruppo in commissione Attività produttive. L'ex militare Gianfranco Paglia è uscito rassicurato, raccontano, dal faccia a faccia avuto con lo stesso Fini.

È una guerra psicologica, in aula e fuori. A un certo punto della giornata, un ministro Pdl mette in giro la voce che l'ormai ex ministro Andrea Ronchi non voterebbe la sfiducia. Lui stronca l'indiscrezione: "Non c'è alcuna possibilità di defezione". Restano tuttavia almeno un paio di ossi duri da convincere, tra i finiani. Giampiero Catone, da poco transitato dal Pdl, si dice pure d'accordo con la sfiducia "ma bisogna prima sapere cosa accade, al buio non si può andare". E ancor più incerto Giuseppe Consolo: "Non ho ancora deciso, in Fli non siamo una caserma, ma sono baggianate le voci di compravendita che mi riguardano". Dal Pdl bussano anche alla porta di Ferdinando Latteri, l'ex rettore di Catania già transitato dal Pd all'Mpa di Lombardo. Lui resiste, "tranquilli, è blindato" assicura il senatore Giovanni Pistorio. I berlusconiani tornano alla carica del dipietrista Antonio Razzi, che continua a rispondere come già a settembre: "Ho una mia dignità". Ma le opposizioni sotto attacco mantengono le posizioni e ne conquistano. Voteranno la sfiducia Giorgio La Malfa, con un piede in Fli (il Pri di Nucara ne ha chiesto ieri l'esclusione dalla Delegazione Nato in quota Pdl), e Paolo Guzzanti. "Campagna acquisti, chiedete alla nostra Paola Frassinetti" sbotta il ministro La Russa a chi gli chiede del pressing. Tra lei e Fini sembra abbia fatto da tramite sempre Valditara. La deputata ammette e taglia corto: "È vero, ci sono contatti bilaterali, ma resto nel mio partito". Il mercato continua.
 

(18 novembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #25 il: Novembre 19, 2010, 11:54:33 »

GOVERNO

E Silvio inizia a cantare vittoria "Gianfranco si è dovuto arrendere"

Nel gruppo di Fli in tre hanno dichiarato l'indisponibilità a votare la sfiducia. L'Udc frena sullo show down.

Ipotesi Calearo ministro al posto di Ronchi.

Nel Pd nervosismo per la linea del Quirinale 

di CARMELO LOPAPA


ROMA - Silvio Berlusconi assapora il gusto irresistibile della vittoria. Almeno quanto Fini e Casini stanno prendendo atto, in queste ore, con 25 giorni di anticipo sul D-day, che la loro sfiducia forse non la spunterà e con molta probabilità sarà meglio non presentarla affatto.

Pier Ferdinando Casini, tra una votazione e l'altra della legge di Stabilità a Montecitorio, in serata catechizzava già i suoi: "Fini non riuscirà a convincere l'intero gruppo a votare la sfiducia, cinque potrebbero restare fuori, i tre liberaldemocratici sono diventati due e sono pure a rischio, in queste condizioni dove andiamo? Ma non dobbiamo trasformarla in una catastrofe, potrebbe essere un'opportunità: Silvio costretto a restare con tre o quattro voti di maggioranza e, se vuole le elezioni, a dimettersi senza nemmeno l'alibi della sfiducia".

La vigilia della partenza per il vertice Nato di Lisbona è il giorno dell'euforia, a Palazzo Grazioli. "Grazie alle astensioni dei finiani e di altri che non voteranno quella mozione, ce l'abbiamo fatta anche a Montecitorio" gongola un premier entusiasta con tutti i suoi interlocutori. Prima Gianni Letta, Bossi e Calderoli incontrati al termine del Consiglio dei ministri a Palazzo Chigi. Poi, il deputato ex An Mario Landolfi, in serata gli ex dc, il ministro Gianfranco Rotondi e il sottosegretario Carlo Giovanardi ricevuti nella residenza privata. La sensazione netta, raccontano, è che il pressing sui peones sia andato a buon fine. Il videomessaggio del presidente della Camera Fini viene letto né più né meno che come una "mezza resa", quantomeno una disponibilità a trattare. "È un segnale positivo per i prossimi giorni, si sta arrendendo" ha confidato in serata il capo del governo. Con gli ex An, tra i quali Landolfi, si era mostrato abbastanza sicuro già a metà giornata. "Non avrebbero senso le mie dimissioni per ottenere un Berlusconi bis, la richiesta di Fini è incomprensibile, perché nel governo non c'è un deficit di leadership". Convinto poi che "è già terminato l'effetto novità di Fli, la gente capisce che la crisi avrebbe come unica conseguenza la consegna del Paese alla sinistra". Ma il pressing continua. Incassato il transito di Grassano, l'agenda è fitta di incontri con i parlamentari borderline. Una sola raccomandazione, rivolta ai dirigenti Pdl: "Ho avuto fin troppi problemi, fate sapere a chiunque abbia bisogno di chiedere qualcosa, di rivolgersi ai miei collaboratori. Non qui a me. Io parlo di politica". E di governo. Perché ora, con l'undicesima pregiatissima poltrona liberata ieri dall'ormai ex viceministro Giuseppe Vegas (designato alla Consob), si profila dopo il 14 dicembre una sorta di rimpasto. Col quale da Palazzo Chigi solletica gli appetiti. I berlusconiani lasciano circolare già il nome dell'ex pd Massimo Calearo quale ministro alle Politiche Ue al posto del finiano Ronchi. Un posto da sottosegretario ventilato per un impaziente Francesco Pionati, un altro promesso ai centristi siciliani che hanno abbandonato l'Udc. Saverio Romano, in Transatlantico, pregusta già il futuro: "Ormai è fatta, il 15 dicembre facciamo un il nuovo governo". Facciamo.

Gianfranco Fini dopo la registrazione del videomessaggio si dice tranquillo, anzi, "tranquillissimo", ma l'umore appare nero per il rischio boomerang. "Voglio vedere come andrà avanti con questo governo da gennaio, con 3-4 voti di maggioranza e tutti i ministri costretti a essere presenti in aula" si sfoga con i fedelissimi che gli raccontano dell'ottimismo del premier. "Noi possiamo pure perdere la partita clou, il derby del 14 dicembre, ma il campionato poi sarà tutta un'altra storia". Sta di fatto che in queste ore di quasi sconforto tra finiani, centristi e democrats, in Transatlantico trapela anche un certo rammarico per quel mese di tempo che, involontariamente, il Colle ha concesso a Berlusconi e alle sue trattative. Il Quirinale ha seguito una propria linea in piena autonomia. Ieri si raccontava di una telefonata non proprio serena ricevuta dalla massima carica dello Stato da un alto dirigente Pd, con cui gli veniva contestata la scelta della sfiducia al ministro Bondi il 29 novembre, quando la legge di stabilità non sarà ancora approvata. Una certa preoccupazione per il rischio destabilizzazione il presidente Napolitano l'avrebbe espressa in tal senso al telefono anche allo stesso Fini. Nascerebbe da qui la cautela con cui il leader di Fli ha già concordato coi suoi l'astensione sul pur non amato ministro dei Beni culturali.
 

(19 novembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/11/19/news/e_silvio_inizia_a_cantare_vittoria_gianfranco_si_dovuto_arrendere-9266719/?ref=HREC1-2
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« Risposta #26 il: Novembre 20, 2010, 09:05:06 »

RETROSCENA

Mara tradita nell'ultima battaglia "Ormai nel partito comandano gli affaristi"

Berlusconi cede all'ex sottosegretario, in gioco un business da 150 milioni.

Tra le ipotesi un passaggio a Fli e la candidatura a sindaco di Napoli, ma Carfagna smentisce

di CARMELO LOPAPA


ROMA - La gestione di un affare da oltre 150 milioni di euro che rischia di passare di mano. I ras berlusconiani in Campania, Nicola Cosentino e Mario Landolfi (entrambi sotto inchiesta), che si precipitano a Palazzo Grazioli. Il presidente del Consiglio che cede al pressing, promette di rivedere, correggere, smussare il decreto legge varato solo poche ore prima dal governo. È a quel punto, solo allora, che il ministro Mara Carfagna - sponsor del commissariamento che sanciva l'affidamento alla Regione della realizzazione dei tre termovalorizzatori di Napoli e Salerno - decide di gettare la spugna. Si sente tradita, raggirata, abbandonata in questa che è una storia di appalti pubblici e di cordate politiche in guerra. Di impegni siglati e del rischio di infiltrazioni camorristiche nella terra in cui la monnezza, prima ancora che un'emergenza, è un business.

Berlusconi la chiama appena atterrato a Lisbona. Sono lontani i buoni rapporti di un tempo: "Devi spiegarmi cosa è successo - lei lo incalza - Sono mesi che quella banda mi attacca, non puoi lasciare l'intera gestione dell'emergenza nelle mani di Cosentino e dei suoi uomini". Lui si impegna a trovare una soluzione. Ma stavolta sembra che non basti. Resta la delusione di fondo che il ministro confiderà poco dopo ai collaboratori: "Non voglio più stare vicino a certi affaristi. Starò col presidente in questo momento di bisogno. Ma dopo il 14 mi sentirò libera. Nel Pdl ormai comandano i Cosentino, i Verdini, i La Russa, dimenticano
che ho avuto 58 mila voti sei mesi fa". Parla fitto col finiano Bocchino, alla Camera, nelle ore in cui si consuma lo strappo. Gli avversari interni l'accusano di intelligence col nemico. Un transito a Fli e magari una candidatura shock a sindaco di Napoli in rotta col coordinatore pdl Cosentino, sono per ora solo ipotesi vaghe che la Carfagna smentisce.

Il fatto è che ancora una volta il gruppo di potere che nella sua regione fa capo all'ex sottosegretario, dimessosi dopo la richiesta di arresto per concorso in associazione camorristica, riesce a convincere, persuadere, condizionare il premier. Eppure, il decreto per lo smaltimento rifiuti approvato in Consiglio dei ministri stabiliva che il pallino nella costruzione dei costosissimi termovalorizzatori passasse dai due presidenti di Provincia Edmondo Cirielli e Luigi Cesaro (uomini di Cosentino) al governatore Stefano Caldoro (pdl ma suo avversario). Già in Consiglio dei ministri La Russa aveva invitato la Carfagna a non incaponirsi "per ragioni personali", a non insistere "per beghe locali" sul commissariamento. E invece la ministra ha insistito e l'ha spuntata. Poi la retromarcia del premier. "Avevo proposto questa soluzione per mettere a riparo l'operazione da affari sporchi - si sfogava lei ieri con alcuni deputati in Transatlantico - Ma questo è ormai il partito dei Verdini, dei Cosentino e dei La Russa". Il clima ostile maturava da giorni. Gli attacchi personali si moltiplicavano. Le interviste di Sallusti e di Stracquadanio, la allusioni sui rapporti con Bocchino, le foto, gli insulti e i "vergogna" alla Camera. Il sospetto latente che una "macchina del fango" si stesse muovendo anche contro di lei.

Sta di fatto che subito dopo il Consiglio dei ministri, giovedì, i deputati che fanno capo a Cosentino, gli stessi presidenti delle Province di Salerno, Cirielli, e di Napoli, Cesaro (sotto inchiesta a Napoli), e poi Landolfi e Laboccetta e Castiello danno tutti segni di nervosismo. Disertano alcune votazioni in aula. Fanno sapere a Berlusconi di essere pronti a passare al gruppo misto se quel decreto non verrà modificato: facendo così saltare la Finanziaria e mettendo ulteriormente a rischio la fiducia del 14 dicembre. Cosentino piomba a Palazzo Grazioli, accompagnato da Landolfi. C'è anche Gianni Letta in stanza col premier. Subito dopo l'incontro, il coordinatore Pdl in Campania va a Montecitorio e dà notizia del "successo" ai suoi, riportata dalle agenzie di stampa: "Sono molto soddisfatto, Berlusconi mi ha dato garanzie sulle competenze e sulla corresponsabilità degli impianti tra Province e Regione. La quadra trovata permetterà di accelerare la costruzione degli impianti".

L'affare può partire, insomma, e sarà soggetto alla sovrintendenza anche delle Province, dunque della potente corrente Cosentino. Ad oggi, in Campania c'è un solo termovalorizzatore, quello di Acerra, che funziona solo in parte, e che è già costato 25 milioni. Altri 75 milioni di euro sono stati investiti per la realizzazione di quello di Salerno. Altrettanti se ne prevedono per Napoli. Il terzo impianto non si sa ancora dove realizzarlo.

(20 novembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #27 il: Novembre 21, 2010, 12:06:22 »

RETROSCENA

Mara tradita nell'ultima battaglia "Ormai nel partito comandano gli affaristi"

Berlusconi cede all'ex sottosegretario, in gioco un business da 150 milioni.

Tra le ipotesi un passaggio a Fli e la candidatura a sindaco di Napoli, ma Carfagna smentisce

di CARMELO LOPAPA


ROMA - La gestione di un affare da oltre 150 milioni di euro che rischia di passare di mano. I ras berlusconiani in Campania, Nicola Cosentino e Mario Landolfi (entrambi sotto inchiesta), che si precipitano a Palazzo Grazioli. Il presidente del Consiglio che cede al pressing, promette di rivedere, correggere, smussare il decreto legge varato solo poche ore prima dal governo. È a quel punto, solo allora, che il ministro Mara Carfagna - sponsor del commissariamento che sanciva l'affidamento alla Regione della realizzazione dei tre termovalorizzatori di Napoli e Salerno - decide di gettare la spugna. Si sente tradita, raggirata, abbandonata in questa che è una storia di appalti pubblici e di cordate politiche in guerra. Di impegni siglati e del rischio di infiltrazioni camorristiche nella terra in cui la monnezza, prima ancora che un'emergenza, è un business.

Berlusconi la chiama appena atterrato a Lisbona. Sono lontani i buoni rapporti di un tempo: "Devi spiegarmi cosa è successo - lei lo incalza - Sono mesi che quella banda mi attacca, non puoi lasciare l'intera gestione dell'emergenza nelle mani di Cosentino e dei suoi uomini". Lui si impegna a trovare una soluzione. Ma stavolta sembra che non basti. Resta la delusione di fondo che il ministro confiderà poco dopo ai collaboratori: "Non voglio più stare vicino a certi affaristi. Starò col presidente in questo momento di bisogno. Ma dopo il 14 mi sentirò libera. Nel Pdl ormai comandano i Cosentino, i Verdini, i La Russa, dimenticano
che ho avuto 58 mila voti sei mesi fa". Parla fitto col finiano Bocchino, alla Camera, nelle ore in cui si consuma lo strappo. Gli avversari interni l'accusano di intelligence col nemico. Un transito a Fli e magari una candidatura shock a sindaco di Napoli in rotta col coordinatore pdl Cosentino, sono per ora solo ipotesi vaghe che la Carfagna smentisce.

Il fatto è che ancora una volta il gruppo di potere che nella sua regione fa capo all'ex sottosegretario, dimessosi dopo la richiesta di arresto per concorso in associazione camorristica, riesce a convincere, persuadere, condizionare il premier. Eppure, il decreto per lo smaltimento rifiuti approvato in Consiglio dei ministri stabiliva che il pallino nella costruzione dei costosissimi termovalorizzatori passasse dai due presidenti di Provincia Edmondo Cirielli e Luigi Cesaro (uomini di Cosentino) al governatore Stefano Caldoro (pdl ma suo avversario). Già in Consiglio dei ministri La Russa aveva invitato la Carfagna a non incaponirsi "per ragioni personali", a non insistere "per beghe locali" sul commissariamento. E invece la ministra ha insistito e l'ha spuntata. Poi la retromarcia del premier. "Avevo proposto questa soluzione per mettere a riparo l'operazione da affari sporchi - si sfogava lei ieri con alcuni deputati in Transatlantico - Ma questo è ormai il partito dei Verdini, dei Cosentino e dei La Russa". Il clima ostile maturava da giorni. Gli attacchi personali si moltiplicavano. Le interviste di Sallusti e di Stracquadanio, la allusioni sui rapporti con Bocchino, le foto, gli insulti e i "vergogna" alla Camera. Il sospetto latente che una "macchina del fango" si stesse muovendo anche contro di lei.

Sta di fatto che subito dopo il Consiglio dei ministri, giovedì, i deputati che fanno capo a Cosentino, gli stessi presidenti delle Province di Salerno, Cirielli, e di Napoli, Cesaro (sotto inchiesta a Napoli), e poi Landolfi e Laboccetta e Castiello danno tutti segni di nervosismo. Disertano alcune votazioni in aula. Fanno sapere a Berlusconi di essere pronti a passare al gruppo misto se quel decreto non verrà modificato: facendo così saltare la Finanziaria e mettendo ulteriormente a rischio la fiducia del 14 dicembre. Cosentino piomba a Palazzo Grazioli, accompagnato da Landolfi. C'è anche Gianni Letta in stanza col premier. Subito dopo l'incontro, il coordinatore Pdl in Campania va a Montecitorio e dà notizia del "successo" ai suoi, riportata dalle agenzie di stampa: "Sono molto soddisfatto, Berlusconi mi ha dato garanzie sulle competenze e sulla corresponsabilità degli impianti tra Province e Regione. La quadra trovata permetterà di accelerare la costruzione degli impianti".

L'affare può partire, insomma, e sarà soggetto alla sovrintendenza anche delle Province, dunque della potente corrente Cosentino. Ad oggi, in Campania c'è un solo termovalorizzatore, quello di Acerra, che funziona solo in parte, e che è già costato 25 milioni. Altri 75 milioni di euro sono stati investiti per la realizzazione di quello di Salerno. Altrettanti se ne prevedono per Napoli. Il terzo impianto non si sa ancora dove realizzarlo.

(20 novembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #28 il: Dicembre 01, 2010, 05:40:23 »

IL RETROSCENA

Fini e Casini preparano la sfiducia "Poi un altro esecutivo senza Silvio"

Secondo Fli, saranno solo 310 i sì a Montecitorio.

Il Cavaliere meno sicuro di avere la maggioranza: "Ho fatto tutto il possibile.

Dopo il 14 ci sarà un nuovo inizio"

di CARMELO LOPAPA


MOZIONE di sfiducia congiunta, finiani e centristi. La decisione è presa. Ne hanno parlato Fini e Casini nell'ennesimo incontro a quattr'occhi a Montecitorio, lo ha preannunciato il leader di Fli martedì sera al board ristretto dei dieci dirigenti del nuovo partito.

L'atto di sfiducia sarà presentato con molta probabilità giovedì 9 e sottoposto - questa la mossa tattica - alla firma (preventiva) di tutti i deputati futuristi, Udc, Api e Mpa. Tutti. E sono 83. Venti in più di quanto ne occorrono per la presentazione. Nessuno - questo il ragionamento di Fini e Casini - a quel punto potrà tirarsi indietro quando il 14 dicembre il presidente del Consiglio Berlusconi si sottoporrà al responso della Camera.

Il Cavaliere, raccontano ministri e coordinatori che lo hanno visto in mattinata in Consiglio dei ministri e nel pomeriggio a Palazzo Grazioli, resta convinto di avere ancora i numeri per spuntarla. Ma le sue certezze ieri apparivano meno solide. Secondo i calcoli che si fanno a Palazzo Chigi, di voti certi il governo ne avrebbe non più di 312. E i toni delle valutazioni del premier sono cambiati. Forse anche per quei sondaggi riservati, perfino quelli della fidatissima Alessandra Ghisleri, che danno il Pdl in forte calo, vicino a quota 25 per cento. "Sono sereno" dice. E non tanto per la fiducia tutt'altro che scontata a Montecitorio. Ma "perché sto facendo tutto quello che potevo fare: resto convinto che alcuni finiani non mi voteranno contro e così qualche esponente
dell'opposizione". Ad Alfredo Biondi e al senatore Enrico Musso, entrambi con un piede fuori ma ieri ritornati a Palazzo Grazioli, ha confidato di essere intenzionato a rilanciare il partito: "Torneremo allo spirito liberale di Forza Italia nel '94, il 14 dicembre segnerà un nuovo inizio". A prescindere dalla fiducia. Se poi non otterrà il via libera alla Camera, "allora si voterà a marzo. E alle urne ci andremo in ogni caso".

Ma marzo è davvero lontano. E da ieri, tra le file delle opposizioni e di Fli in Transatlantico il vento sembrava aver cambiato direzione. Il presidente della Camera Fini un segnale ben preciso lo ha già lanciato lunedì sera, parlando a porte chiuse ai suoi. "Presenteremo la sfiducia, è l'unica strada". Alle "colombe" Menia, Moffa, Consolo (portavoce dei dubbiosi del gruppo, da Paglia a Catone), incerti su cosa bisognerà fare dopo il 14 dicembre, ha spiegato il concetto ripetendolo due volte: "Inutile ragionare ora di terzo polo e alleanze. Guardate che abbiamo elementi abbastanza precisi che ci inducono ad escludere che si vada alle elezioni anticipate".

Il pensiero corre a quelle che, con insolita dose di "forte preoccupazione", Gianni Letta ha definito le "turbolenze finanziarie" che rischiano di contagiare l'Italia. Cosa accadrà nel nostro Paese tra due settimane, se Piazza Affari continuerà a perdere quota e i titoli di Stato non troveranno acquirenti sufficienti? Finiani e centristi prendono in considerazione solo due ipotesi: un nuovo governo di centrodestra allargato a loro ma con un premier diverso, pur indicato da Berlusconi (e Letta resta l'"indiziato" principale) oppure il governo di solidarietà nazionale allargato a tutti. Ma è chiaro che a quel punto sarà il faro del Quirinale a illuminare il campo di gioco e a individuare, tanto più in una situazione di emergenza, il nuovo timoniere super partes. Fini e Casini non lo dicono, ma non escludono nemmeno che qualora la loro mozione raccogliesse oltre 80 firme, allora il premier potrebbe presentarsi dimissionario al Colle anche prima del 14. Incertezze sul forfait dei suoi il presidente della Camera sembra non averne più. "Sto lasciando sfogare i miei, ma quel giorno saranno tutti con me" confidava ieri pomeriggio ai libdem Tanoni e Melchiorre fermatisi a salutarlo nel corridoio di Montecitorio.

Lo show-down tra due settimane. "Se davvero restiamo blindati - spiega Tanoni che aggiorna i conti ad horas - la sfiducia sarà votata da 319 deputati, o meglio 318 dato che il presidente Fini si astiene. Con Berlusconi restano in 310: se anche un paio di incerti non si presentano, allora è fatta".

Oggi, intanto, quando la Camera esaminerà il decreto sicurezza, i finiani si preparano a mandare sotto il governo almeno in un paio di altre occasione, come ormai avviene quasi quotidianamente.

(01 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/12/01/news/fini_e_casini_preparano_la_sfiducia_poi_un_altro_esecutivo_senza_silvio-9707844/?ref=HRER1-1
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« Risposta #29 il: Dicembre 03, 2010, 04:14:36 »

IL RETROSCENA

Il pressing di Bossi e Confalonieri "Silvio, meglio un accordo con Fini"

Per la successione i nomi di Letta, Tremonti e Alfano.

Il Senatur si sfoga con i suoi: ora Berlusconi ci deve dire chi sarebbero i finiani pronti a sostenerlo

di CARMELO LOPAPA


ROMA - Ora i conti non tornano più. Ora che anche le colombe finiane firmano la mozione di sfiducia, ora che la "dichiarazione di guerra" viene depositata alla Camera con 85 firme in calce, ora che il premier Berlusconi guida un governo di minoranza (309 voti contro 317), adesso Umberto Bossi non si fida più del Cavaliere. Un presidente del Consiglio fiaccato di minuto in minuto dalle banderillas dei dossier WikiLeaks, costretto sulla difensiva, a rintuzzare una rivelazione dopo l'altra. E infine a correggere a distanza le tabelle che gli ex "colonnelli" gli avevano girato sulla tenuta della maggioranza.

"Dove sono i 320 di cui si diceva certo? Adesso deve chiarire, chi sono questi di Fli disposti ancora a votargli la fiducia?" è stato lo sfogo del Senatur raccolto da uomini di governo leghisti. Attende Berlusconi al varco, Umberto Bossi, al rientro dalla lunga missione internazionale. Proverà a "farlo ragionare: avevamo ragione noi, bisogna sedersi al tavolo e trattare con Fini". La mediazione che anche nelle ultime 48 ore ha portato avanti Gianni Letta col presidente della Camera, aprendo sulla riforma della legge elettorale, non ha sortito i risultati sperati. Adesso i leghisti vogliono che sia il premier ad aprire un confronto coi "nemici". Tentare così l'unica via d'uscita ormai possibile: dimissioni e Berlusconi-bis. Dato che, per dirla con Roberto Castelli, "facendo i conti della serva, la maggioranza non c'è più".

Ma ci sono altre pressioni che il presidente del Consiglio subisce già da qualche giorno. Sono quelle del presidente Mediaset Fedele Confalonieri. L'amico di una vita si è fatto portavoce del pensiero e delle preoccupazioni dei figli di Berlusconi, Marina e Pier Silvio, invitandolo a muoversi con maggiore cautela. Perché incaponirsi?, è stato il ragionamento: un tracollo politico metterebbe "a rischio la tenuta del gruppo". Il suggerimento insistente è quello di cedere lo scettro a un uomo di fiducia, sia Gianni Letta o Giulio Tremonti o Angelino Alfano. Purché "Silvio" si tiri fuori da un gioco che si fa "pericoloso". Ma sono consigli non richiesti e già cestinati. Non appena, in serata, i tre capoversi della mozione di sfiducia sono messi a punto, il premier chiama da Astana Verdini e Alfano e detta la controffensiva. "Nessun accordo con Fli e Udc per un Berlusconi-bis" dichiara il coordinatore pdl, "il presidente non si dimette" annuncia il Guardasigilli. Si va alla guerra, insomma.

Nel vertice mattutino nella stanza del presidente della Camera, Fini, Casini, Rutelli, Lombardo e Tanoni la sfiducia la danno ormai per scontata. Si soffermano sul dopo. Confidano ancora in prudenti dimissioni del premier prima del voto in aula. Reincarico a Berlusconi? "Decide il capo dello Stato, non noi" risponde Pier Ferdinando Casini a chi gli chiede. Il fatto è che un B-bis viene escluso da tutti i big del nuovo polo. "E ho elementi abbastanza solidi che mi inducono ad escludere le elezioni anticipate" ripete loro Gianfranco Fini. Il nome di Gianni Letta è l'unico fatto tra i cinque quale possibile alternativa per un governo di centrodestra allargato all'Udc. "Ma non ci sono preclusioni su altri nomi che dovessero essere indicati dal premier" hanno ripetuto. "Anche Pier Silvio, a quel punto, sarebbe un successo" ironizza in Transatlantico l'udc Roberto Rao. Il governo d'emergenza da affidare a un tecnico sarebbe l'ultimo passaggio, appena accennato nel vertice in presidenza. "Ma se qui si parla solo di sfiducia io mi alzo e vado, pensavo si parlasse di terzo polo" sbotta il libdem Tanoni, che rappresenta la Melchiorre e il rientrante (dopo la fuga) Grassano. "È chiaro che qui si pongono le basi per la costruzione della futura alleanza elettorale" è la riflessione di Rutelli sulla quale tutti concordano.

Ma prima ci sarà la mozione da approvare. "Mozione costruttiva", la definisce Bocchino. Nel senso che servirà a costruire il nuovo governo senza Berlusconi. Raccogliere le firme non è stato facile, Fini ha dovuto riunire tutto il suo gruppo, è lì che si annidavano gli ultimi incerti. Unico assente ingiustificato, e ormai "ex", Giampiero Catone. Gli altri danno battaglia, da Menia a Consolo, perplessi per l'accelerazione "eccessiva". Patarino, Moffa e Polidori firmano solo in un secondo momento, ma alla fine lo fanno tutti. Le sigle Fli sono 35. Forte del risultato, Fini incontra più sereno Montezemolo. Il presidente della Ferrari gli conferma, prima del convegno Telethon, che per ora non ha alcuna intenzione di fare un passo avanti in politica. Quindi, Pisanu, ancora una volta. Il senatore voterà la fiducia. Entrerà in gioco con altri colleghi Pdl dopo l'eventuale caduta di Berlusconi alla Camera.
 

(03 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/12/03/news/il_pressing_di_bossi_e_confalonieri_silvio_meglio_un_accordo_con_fini-9786335/?ref=HREC1-1
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