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Autore Topic: CARMELO LOPAPA  (Letto 27315 volte)
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« Risposta #120 il: Dicembre 12, 2016, 04:20:53 »

Gentiloni offre a Cuperlo l'Istruzione: "No grazie"
L'ex presidente Pd declina l'invito a entrare nel governo.
Decisione presa anche per evitare che potesse apparire come una 'contropartita', se non una ricompensa, per il suo schieramento con il 'Sì' al referendum

Di CARMELO LOPAPA
11 dicembre 2016

ROMA - Il "no grazie" di Gianni Cuperlo è solo l'ultimo colpo di scena di una giornata che dopo l'incarico a Paolo Gentiloni scorre a tappe forzate verso la formazione del nuovo governo. Pochi, chirurgici interventi dovrebbero consentire al neo premier di chiudere la partita entro domani, per ottenere entro mercoledì la fiducia delle due Camere e presentarsi così giovedì al Consiglio europeo nel pieno dei suoi poteri.
 
L'esigenza - che è sua ma forse ancor più del segretario Matteo Renzi - è quella adesso di 'coprire' l'esecutivo a sinistra. Allargare le maglie del consenso e recuperare lo strappo apertosi con la minoranza dem nella lunga campagna referendaria. Ma il primo tentativo in questa direzione è fallito. L'offerta più clamorosa è stata avanzata a uno dei leader della sinistra interna, quel Gianni Cuperlo che nelle ultime settimane che hanno preceduto il voto del 4 dicembre si era orientato per il Sì.
 
Ebbene, a lui è stato proposto l'ingresso nel governo Gentiloni con la delega alla Pubblica istruzione. A conferma del fatto che Stefania Giannini non sarà riconfermata al suo posto. Ma l'ex presidente pd ha detto no, non solo a quel dicastero, ma anche a un coinvolgimento diretto che potesse apparire come una "contropartita" se non una ricompensa per la scelta referendaria che invece "era solo politica".
 
La segreteria Renzi tuttavia non si fermerà qui. La trama a sinistra continuerà a essere tessuta in queste ore, si parla adesso con insistenza di un'analoga offerta alla minoranza per un altro ministero chiave, quello del Lavoro che Poletti potrebbe lasciare. Il cantiere resta aperto.

© Riproduzione riservata
11 dicembre 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/12/11/news/cuperlo_dice_no_a_ingresso_in_governo_gentiloni-153889045/?ref=HREA-1
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« Risposta #121 il: Dicembre 21, 2016, 06:46:59 »

E Berlusconi lancia l'Assemblea costituente dei cento. "Ma solo dopo il voto col proporzionale"
Il leader ai parlamentari forzisti: voteremo i provvedimenti positivi di Gentiloni. Primo sì sulla mozione Mps e banche.
Salvini vede in quella disponibilità "l'inciucio", per trattare le modifiche dell'Italicum e allungare i tempi per andare al voto

Di CARMELO LOPAPA
21 dicembre 2016

ROMA - Vada per l'Assemblea costituente dei cento, cinquanta politici, cinquanta esperti. Purché si stia tutti insieme. E Forza Italia torni in gioco, da protagonista. "Speravano di essersi liberati di me, invece eccomi ancora qui". Silvio Berlusconi è vulcanico, assai conciliante col governo appena insediato, risoluto solo su un punto: legge elettorale proporzionale, niente maggioritario.

Sala Koch di Palazzo Madama, tutti i gruppi parlamentari forzisti (anche quello europeo) sono convocati al cospetto del capo per fare il punto di fine anno. E dettare le condizioni per trattare la modifica dell'Italicum: "Il Mattarellum era un sistema che funzionava in un'Italia bipolare, il Paese è diventato almeno tripolare" e quindi "non è pensabile un premio di maggioranza, il proporzionale è un discorso serio. Ho sentito qualcuno parlare di un'assemblea costituente. Io sono favorevole, ma è importante che le forze politiche facciano una serie di incontri per una soluzione condivisa" mette in chiaro il Cavaliere. "La prossima legislatura deve essere costituente - aggiunge - e l'assemblea potrebbe essere composta da cinquanta politici e cinquanta esperti, in carica per quattro mesi".

Un segno concreto della mano d'aiuto che il partito intende dare al governo Gentiloni lo si è avuto già nelle ore precedenti, allorché Forza Italia ha votato alla Camera a favore della mozione di maggioranza che autorizza il governo a ricorrere a un debito fino a 20 miliardi di euro per interventi a sostegno di Mps e del sistema bancario. "Perché adesso c'è discontinuità con Renzi", spiega Renato Brunetta.

Il leader del partito parla più in generale di quel che sarà la sua "opposizione responsabile". Ovvero? "Quando la sinistra presenta un provvedimento in Parlamento, lo esaminiamo: se è positivo, noi come opposizione lo votiamo, al contrario di quello che ha fatto la sinistra con noi, scegliendo il tanto peggio tanto meglio". Del resto, anche al ricevimento natalizio al Quirinale il Cavaliere è stato molto chiaro: non si deve tornare presto al voto. E' vitale per la sopravvivenza di Forza Italia, che si gioca una partita tutta interna al centrodestra con Salvini e la Lega per la leadership. Ecco, appunto, le primarie, tanto care al capo del Carroccio. Berlusconi ancora una volta le stronca: "Ci vuole una legge che le regolamenti, deve votare chi ha un tesserino, bisogna poi vedere quale sarà la legge elettorale, se prevede subito l'espressione del candidato premier e bisogna poi vedere quali saranno le coalizioni". Insomma, l'ennesima bocciatura. Altro che consultazioni a febbraio o a marzo, come sognano Salvini e Meloni.
E Berlusconi lancia l'Assemblea costituente dei cento. "Ma solo dopo il voto col proporzionale"

L'intervento davanti ai gruppi si risolve, come di consueto in questi casi, soprattutto in un comizio. Tutto giocato in chiave anti Renzi. Berlusconi non ha gradito affatto la telefonata tra l'ex premier e Salvini per trovare un'intesa sul Mattarellum. Scavalcando appunto Fi e scegliendo il meccanismo che più penalizza il suo partito. E allora, eccole le bordate contro il segretario Pd. "Le ricette di Renzi in mille giorni di governo si sono rivelate fallimentari", "da quando non governiamo un milione di poveri in più", "il Jobs Act un costoso fallimento", "Renzi viene dalla sinistra Dc". Fino agli evergreen del repertorio berlusconiano: "In 25 anni, cinque colpi di Stato", "siamo al 13 per cento ma arriveremo al 23", "Putin è l'unico leader, bisogna collaborare con lui", "ho tentato invano di fermare la deriva delle primavere arabe".

Ma in queste ore concitate per l'impero di Cologno Monzese, stretto dall'assedio di Vivendi che ha portato al 26 per cento la sua partecipazione in Mediaset, è inevitabile per il Cavaliere quanto meno accennare alle sorti del suo impero. E lo fa con una sortita che è un bluff: "Io non mi sono mai occupato di queste cose, lascio che di Mediaset se ne occupino i miei figli che sono capaci di tutelare la sua italianità".
E Berlusconi lancia l'Assemblea costituente dei cento. "Ma solo dopo il voto col proporzionale"

Berlusconi non ha terminato di parlare che Matteo Salvini, anche lui in Senato ma in un'altra sala per una conferenza stampa, lo attacca, lo accusa di "inciuciare" col governo. "Alla Camera e al Senato abbiamo assistito al grande inciucio che qualcuno sta preparando, a partire dalla banche". Quanto sta avvenendo è a suo modo di vedere "un insulto ai 32 milioni di elettori del 4 dicembre, che chiedono linearità". L'accusato è appunto il leader forzista, senza tanti giri di parole: "Chissà - ironizza sferzante Salvini - forse è nervoso per la scalata Mediaset, o perché il Milan non è arrivato a Doha per la Supercoppa italiana. Diamogli queste due attenuanti generiche". Ma da gennaio sarà battaglia aperta tra i due. Anzi, è già cominciata.

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/12/21/news/e_berlusconi_lancia_l_assemblea_costituente_ma_solo_dopo_il_voto_col_proporzionale_-154584871/?ref=HREC1-5
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« Risposta #122 il: Gennaio 06, 2017, 02:48:10 »

Martina: "Reddito ai più poveri, pronti a fare un decreto"
Il ministro dell'Agricoltura in campo per l'assegno di "inclusione" alle famiglie sotto i 3 mila euro. "C'è un miliardo, va sbloccato in poche settimane"

Di CARMELO LOPAPA
03 gennaio 2017
 
ROMA. Tempi stretti per il "reddito di inclusione". A beneficiarne, una buona fetta del milione 600 mila famiglie italiane che l'Istat ha certificato come nuovi poveri. Per loro, un aiuto mensile fino a 400 euro. Esiste già un budget per quel che si preannuncia (quando sarà approvato) come il provvedimento più popolare del governo Gentiloni. A spingere la misura è soprattutto il ministro pd delle Politiche agricole, Maurizio Martina, che non esclude il ricorso al decreto d'urgenza: "Per me è lo strumento migliore per renderla operativa nel giro di poche settimane".

Sarà la priorità di questo inizio 2017?
"Noi dobbiamo rispondere all'appello lanciato giorni fa da "Alleanza contro la povertà", l'associazione che raggruppa 35 organizzazioni con cui abbiamo lavorato in questi anni. Dobbiamo concretizzare in tempi rapidi il reddito di inclusione per svoltare con gli strumenti di contrasto alla povertà, in sostegno di famiglie e persone in grave difficoltà economiche. Un gran lavoro è stato fatto dal governo Renzi: con la legge di stabilità 2016 abbiamo definito un fondo da 1 miliardo 150 milioni. Adesso quel lavoro deve dare i suoi frutti".

A quale platea è destinato?
"I dati Istat ci dicono che un milione e 600 mila famiglie, ovvero 4,5 milioni di persone hanno varcato la soglia della povertà assoluta, un minore su tre è a rischio. Ecco, loro devono essere la priorità. Parliamo di famiglie con reddito Isee sotto i tremila euro".

Di cosa si tratta? Un assegno mensile o cosa?
"Si tratterà di un sostegno finanziario non assistenziale, che dovrà rispettare determinati criteri e che coinvolgerà nella prima fase famiglie con minori. Per ampliare poi il bacino con l'aumento delle risorse. In questi anni la sperimentazione del Sia (Sostegno per l'inclusione attiva) è stato un passo importante in alcune città".

Lo sa che vi accuseranno di orchestrare la più grande mancia preelettorale, vero?
"Non scherziamo. È un provvedimento atteso da parecchio tempo. Per la prima volta abbiamo risorse strutturali per finanziare un intervento come questo, siamo l'unico Paese in Europa a non avere uno strumento di contrasto universale alla povertà. Si colma piuttosto una lacuna. Io rivendico il lavoro fatto dal governo Renzi in questo senso. La legge delega votata alla Camera nel luglio scorso è oggi al Senato. Occorre fare presto".

La relatrice, Annamaria Parente (Pd), propone un disegno di legge.
"Sono d'accordo sulla necessità che si faccia presto. Personalmente sono per un provvedimento di urgenza, proporrò che si prenda in considerazione il ricorso al decreto".

Piacerà a sinistra. Faciliterà il dialogo con il nuovo soggetto al quale lavora Pisapia?
"Non da oggi sostengo che noi dobbiamo riorganizzare il campo del centrosinistra. E penso che il Pd giochi ovviamente un ruolo fondamentale e debba aprire una stagione nuova. Il tentativo che Pisapia, Zedda e altri stanno portando avanti è importante. Dobbiamo combattere la sindrome divisiva che troppe volte ha fatto male alla sinistra, con un nuovo progetto, per contrastare le derive populiste".

Dovete trovare intanto una legge elettorale che vi consenta di farlo.
"Credo che questo bisogno di riorganizzare si debba perseguire prima ancora della legge elettorale. Io sono assolutamente favorevole al rilancio del Mattarellum che il mio partito sta portando avanti, coinvolgendo le forze che ci staranno. Anche prima del pronunciamento della Consulta. Non vorrei rinunciassimo a una certa idea di democrazia dell'alternanza".

Lei parla di misure che non sembrano da governo "primaverile", cioè destinato secondo tanti nel Pd soltanto a portare al voto entro giugno.
"La legislatura volge al termine, dopo il 4 dicembre. Iniziative come il reddito di inclusione o altre misure sociali possono essere approvate nel giro di poche settimane. Io mi rifaccio alle valutazioni di Gentiloni a fine anno: la stabilità di un Paese non può rendere prigioniera la democrazia, le elezioni non sono una minaccia".

Ancora con Renzi leader e candidato premier?
"Per me lui è la risorsa fondamentale per questo partito".

© Riproduzione riservata
03 gennaio 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/01/03/news/martina_reddito_ai_piu_poveri_pronti_a_fare_un_decreto_-155310123/?ref=HREC1-4
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« Risposta #123 il: Febbraio 17, 2017, 12:14:20 »

Orfini reggerà il Pd fino al congresso.
Vertice notturno dei big al Nazareno per evitare la scissione con la minoranza.
Renzi: "Non andatevene, ma venite"
Il segretario passa la guida "pro tempore" al presidente.
Franceschini, Lotti e Boschi si incontrano per aprire alla sinistra prima dello showdown di domenica.
Speranza, Rossi e Emiliano: "Ormai è il Partito di Renzi"

Di Carmelo Lo Papa
15 febbraio 2017

ROMA. Matteo Renzi apre alla minoranza, in un tentativo estremo di ricucitura prima che lo strappo sia irreparabile. "Il verbo del congresso non è andatevene, ma venite - scrive nella sua Enews settimanale - non sarà scontro sulle poltrone ma confronto delle idee. Una scissione sulla data del congresso sarebbe incomprensibile. Inspiegabile far parte di un partito che si chiama democratico e aver paura della democrazia. Il dibattito interno non interessa i cittadini. Si riparte, ci si rimette in cammino, c'è bisogno di tutti". Tanto per cominciare, non sarà il segretario reggente del Pd in vista del congresso di aprile (o maggio), dall'assemblea di domenica passerà il testimone al presidente Matteo Orfini.

Ma a stretto giro arriva la doccia gelata da Enrico Rossi, Michele Emiliano e Roberto Speranza, i tre candidati alternativi in rotta col leader. In una nota congiunta, con cui si danno appuntamento in un teatro romano sabato sera a Roma, alla vigilia dell'Assemblea, sostengono che la  direzione "ha sancito la trasformazione del Partito democratico nel Partito di Renzi, un partito personale e leaderistico che stravolge l'impianto identitario del Pd e il suo pluralismo" e che le loro richieste "sono rimaste inascoltate".

E a poco sembra valere l'annuncio dell'ex premier di una sorta di passo di lato. Di primo mattino, la segreteria di Largo del Nazareno si affretta a precisare che non ci sarà alcuna "reggenza" del capo uscente. Renzi nel fine settimana lascerà la poltrona più alta del Pd come aveva fatto il 4 dicembre con quella di presidente del Consiglio. In entrambi i casi con l'obiettivo di tornarvi presto, comunque passando ad altri la gestione "temporanea". Per il Pd toccherà al presidente Matteo Orfini, comunque fedelissimo del leader.   
Orfini reggerà il Pd fino al congresso. Vertice notturno dei big al Nazareno per evitare la scissione con la minoranza. Renzi: "Non andatevene, ma venite"

Ed è questo un primo segnale di disponibilità inviato alla minoranza interna. La partita con Bersani, Speranza e gli altri non è chiusa. Renzi non la considera chiusa nonostante i messaggi recapitati dicano l'esatto contrario. Sta cercando di salvare il salvabile. Non a caso, la notte scorsa, i big della maggioranza dem si sono incontrati nella sede del Nazareno per esaminare tutte le strade di una possibile apertura alla sinistra e scongiurare così la scissione che sembra ormai a un passo.  Riunione terminata alle ore piccole, alla presenza dello stesso Renzi, del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, dello Sport Luca Lotti e della sottosegretaria alla Presidenza, Maria Elena Boschi. Ancora ieri Roberto Speranza aveva detto di attendersi un "segnale" dai renziani.
Orfini reggerà il Pd fino al congresso. Vertice notturno dei big al Nazareno per evitare la scissione con la minoranza. Renzi: "Non andatevene, ma venite"

E la segreteria a quel segnale sta lavorando e continuerà a farlo anche oggi. Qualcosa che vada oltre lo slittamento delle primarie di un paio di settimane, magari alla prima domenica di maggio, come pure ventilato. Non basta quello. Nelle prossime ore anche la corrente dei "Giovani turchi" farà il punto al suo interno, con un incontro al quale assieme a Orfini è prevista la presenza del ministro Andrea Orlando, che nella direzione di lunedì si era espresso contro il congresso anticipato e si era astenuto al voto sulla mozione di maggioranza. Lo stesso presidente pd con un post su Facebook stempera i toni su un altro tema che sta a cuore alla minoranza: la durata dell'esecutivo. "Il governo Gentiloni, come quello Renzi, rischia di indebolirsi proprio a causa delle fibrillazioni da congresso permanente del Pd. Se sciogliamo i nodi, invece, il governo sarà più forte" è il messaggio messo nero su bianco e indirizzato neanche tanto implicitamente a Bersani e alla minoranza. Punto sul quale si esprime lo stesso Renzi, nella Enews: "Sulla durata del governo non decido io: decide il premier, i suoi ministri, la sua maggioranza parlamentare e vediamo se almeno su questo possiamo finalmente smettere di discutere".

Mentre il ministro Graziano Delrio, renziano, intervistato da Rtl sulla possibilità che possa candidarsi anche lui alla guida del Pd se Renzi decidesse di rinunciare, esclude l'eventualità: "Io sto continuando a insistere perchè lui continui a proporsi - spiega - e credo di avere successo in questa mia impresa". Anche da pare sua toni concilianti e inviti alla riflessione: "Non è vero che la scissione sarebbe in atto, separarci sarebbe una tragedia". Un coro, ormai, dal fronte renziano, in queste ore in cui i rapporti con la minoranza tengono banco nel tentativo di scongiurare lo schianto finale. Sabato sera all'iniziativa organizzata a Roma da Enrico Rossi sono stati chiamati a raccolta gli esponenti di spicco della sinistra, da Bersani a D'Alema, oltre a Emiliano e Speranza. "Dopo la rottamazione c'è la sepoltura, se Renzi vuole una sua Dc noi non ci stiamo", dice il governatore toscano. Faranno il punto a poche ore dall'Assemblea. I giochi a quel punto saranno chiusi e se falliranno le ultime trattative l'intera area di minoranza potrebbe decidere il forfait all'appuntamento clou dell'indomani. Renzi al congresso va comunque e annuncia fin d'ora una kermesse in sostegno della sua mozione, dal 10 al 12 marzo, al Lingotto di Torino. Dove la storia del Pd è cominciata.

© Riproduzione riservata
15 febbraio 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/02/15/news/orfini_reggera_il_pd_fino_al_congresso_vertice_notturno_dei_big_al_nazareno_per_trattare_con_la_minoranza_ed_evitare_la_sci-158347877/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_15-02-2017
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« Risposta #124 il: Marzo 16, 2017, 12:25:58 »

Bufera su Grillo: "Io rispondo solo dei miei post".
L'esperto: "Sistema nasconde la titolarità del blog"
La titolarità distinta dalla responsabilità, uno sconosciuto modenese effettivo proprietario, il ruolo della Casaleggio Associati e dell'Associazione Rousseau.
Il gioco di "schermi" visto dall'esperto di diritto delle nuove tecnologie Guido Scorza


Di CARMELO LOPAPA
15 marzo 2017

ROMA – Beppe Grillo gioca a nascondino. E non da ora. Almeno dal 2012 tutte le denunce per calunnia e le querele per diffamazione rimbalzano contro un sistema di scatole cinesi destinate a creare confusione, nella migliore delle ipotesi. A schermare l’effettiva titolarità del Blog, a voler pensare male. Sta di fatto che individuare la reale titolarità della pagina web tra le più cliccate e politicamente attive d’Italia è un po’ come «andare alla ricerca del Sacro Graal», per dirla con l’avvocato Guido Scorza, uno dei massimi esperti di diritto delle nuove tecnologie, sulla scia della vicenda portata alla luce dal tesoriere Pd Francesco Bonifazi con la querela seguita alle pesanti accuse rivolte al partito per la vicenda petrolio e ministro Guidi di un anno fa. Col conseguente muro opposto dal capo dei Cinque Stelle e dai suoi avvocati che hanno "contestato la riconducibilità ad esso del blog", come si legge nella loro difesa.

Grillo, attraverso la stessa pagina, in queste ore si difende: "Il Blog beppegrillo.it è una comunità online di lettori, scrittori e attivisti a cui io ho dato vita e che ospita sia i miei interventi sia quelli di altre persone che gratuitamente offrono contributi. Il pezzo oggetto della querela del Pd - scrive - era un post non firmato, perciò non direttamente riconducibile al sottoscritto. I post di cui io sono direttamente responsabile sono quelli, come questo, che riportano la mia firma in calce". Dunque per il leader "nessuno scandalo, nessuna novità. Se non il rosicamento del Pd per aver per il momento perso la causa, cosa che Bonifazi ha scordato di dire. Nessuna diffamazione. Nessun insulto. Semplice informazione libera in rete. Maalox?" Da sinistra a destra lo prendono di mira. "Quindi chi decide? Ridicoli e inquietanti", attacca il presidente Pd Matteo Orfini su Twitter, "vigliacco e bugiardo", rincara Bonifazi. "Beppe Grillo non esiste, verrebbe da dire, ormai siamo al trash", dice Stefano Maullu di Fi.


Il blog come fosse una community, dunque, in cui lui il capo dirige soltanto il traffico. Ma è realmente così? La vicenda è solo l’ultima. E quella che a differenza di altre è emersa dall’anonimato. Primo indizio. Il registro nazionale dei nomi a dominio ("Whois") dice che il dominio non fa capo in effetti al comico. «E' almeno dal 2012 che la contraddizione è esplosa», racconta l’avvocato Scorza. «Cinque anni fa, un analogo processo si è tenuto a Modena perché è emerso che il sito è intestato allo sconosciuto signor Emanuele Bottaro, residente a Modena, almeno stando a whois.net». In quell’occasione, guarda caso, a difendere davanti ai giudici il signor Bottaro è stato l’avvocato del foro di Genova Enrico Grillo, cugino del più noto Giuseppe.
 
Il secondo indizio porta al titolare dei diritti d’autore della pagina “Beppegrillo.it”. Ebbene il soggetto che imputa a sé quei diritti è la Casaleggio Associati. «Una eventuale azione risarcitoria non investe necessariamente il titolare di quei diritti, ovvero dei credits, come si dice in gergo – spiega Scorza – Ma a è pur vero che il titolare dei credits sta al blog come l’editore a un giornale". Ecco il secondo passaggio. Non è detto che il gestore dei diritti d'autore debba rispondere di tutti i contenuti pubblicati on line sul sito.
 
Terza scatola. Quella che porta alla policy privacy. Basta cliccare sull’omonimo link della pagina del leader Cinque Stelle per scoprire chi sia il “titolare del trattamento” del blog, il deus ex machina, diremmo: è lui. Ma quella titolarità Grillo la delega in qualche modo, anche qui, a Davide e alla società ereditata dal padre. "Titolare del trattamento ai sensi della normativa vigente è Beppe Grillo - si legge sul blog - mentre il responsabile del trattamento dei dati è Casaleggio Associati srl, con sede in Milano, Via Morone n.6". Come se non bastasse, entra in gioco un terzo soggetto: l’Associazione Rousseau. Chiamata in causa con una contorsione anche grammaticalmente complicata, forse non a caso. «I dati acquisiti – si legge infatti - verranno condivisi con il "Blog delle Stelle" e, dunque, comunicati alla Associazione Rousseau, con sede in Milano, Via G. Morone n.6 che ne è titolare e ne cura i contenuti la quale, in persona del suo Presidente pro-tempore, assume la veste di titolare del trattamento per quanto concerne l'impiego dei dati stessi".
 
Un labirinto, insomma, all’interno del quale anche i più esperti fanno fatica a districarsi. "Questo della policy privacy è un altro elemento che non fa chiarezza ma aggiunge confusione perché in genere il titolare del trattamento dei dati personali è anche il gestore del sito internet", spiega l’avvocato Scorza. "Per altro quest’ultimo passaggio supporta la tesi secondo cui in un modo o in un altro il gestore del sito internet sia proprio Beppe Grillo. Più che di scatole cinesi, una dentro l’altra, in questo caso sembra piuttosto che le scatole siano state poste una accanto all’altra quasi a creare un labirinto, appunto».
 
Non appena è esploso il caso, il deputato renziano del Pd Ernesto Carbone ha pubblicato via Twitter uno stralcio del documento con cui Beppe Grillo, dopo fughe, strappi e polemiche interne aveva rivendicato la sua esclusiva potestà del sito, pur concedendo una pagina interna al Movimento. «Giuseppe Grillo, in qualità di titolare effettivo del blog raggiungibile dall’indirizzo www.beppegrillo.it, nonché di titolare esclusivo del contrassegno di cui sopra, mette a disposizione della costituita Associazione la pagina del blog www.beppegrillo.it/movimento5stelle. Spettano dunque al Signor Giuseppe Grillo titolarità, gestione e tutela del contrassegno, titolarità e gestione della pagina de blog».
 
Sembrerebbe la rivendicazione autografata dal diretto interessato. I suoi avvocati, di fronte all’ennesima querela però, dicono ora che non è. Sarà un giudice – una volta per tutte - a scoprire e rivelare chi si nasconda realmente dietro le scatole. 

© Riproduzione riservata 15 marzo 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/03/15/news/quel_sistema_di_scatole_cinesi_che_nasconde_la_titolarita_del_blog_di_grillo_sembra_costruito_per_proteggerlo_in_giudizio_-160594877/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P4-S1.8-T1
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« Risposta #125 il: Aprile 13, 2017, 06:14:14 »

Di Maio e il "40% di criminali romeni importati in Italia".
La rivolta via web, la protesta di ambasciata e associazioni
Monta sui social la contestazione dei cittadini del Paese dell'Est per l'uscita su Facebook.
Sono più di un milione quelli stabilmente residenti. "Vergogna", "Lavoriamo e paghiamo le tasse"

Di CARMELO LOPAPA
12 aprile 2017

ROMA – Rischia di passare agli annali come l’ennesima gaffe via social dell’aspirante premier Luigi Di Maio. Sulla scia del "venezuelano Pinochet", della "lobby dei malati di cancro" e dei sociologi confusi con psicologi. Di certo, il post sull’Italia che ha «importato il 40 per cento dei criminali romeni», oltre ad aver provocato la reazione risentita dell’ambasciata in Italia, si è trasformato in un caso ed è stato coperto da una montagna di commenti indignati, da parte di cittadini residenti in Italia da parecchi anni e non solo da loro. Il fiume di protesta non si ferma.
 
Un incidente che investe una delle comunità maggiormente presenti nella Penisola. Stando agli ultimi dati disponibili e risalenti al 2014, sono 1 milione 131mila i romeni residenti, pari al 22,6 per cento del totale degli stranieri. Quasi uno su quattro. E si tratta – va ricordato – di cittadini a tutti gli effetti europei. «Mentre la Romania sta importando dall’Italia le nostre imprese, i nostri capitali, l’Italia ha importato dalla Romania il 40 per cento dei loro criminali» è la considerazione postata sulla pagina Facebook dal vicepresidente della Camera targato Cinque Stelle.
 
«Caro Luigi, non è proprio così. Trova invece la percentuale di quanti romeni onesti lavorano nel vostro Paese, inclusa me che sono anche cittadina italiana», gli replica Angelica Visan, pur elettrice convinta dei grillini. Ma è solo una delle voci di protesta che si levano e crescono di ora in ora da giorni contro Di Maio sul web. «Lo Stato italiano non ha importato un bel niente e quest’affermazione è volutamente denigratoria e offensiva nei confronti dei tanti lavoratori romeni onesti stabilmente residenti – scrive Cludiu Ioan Fronea – Il fatto semmai è la crisi della giustizia italiana che perdura da prima dell’entrata della Romania in Europa. Che vergogna».
Romeni ma non solo nel coro di indignazione. «Con questa espressione disgustosa, signor Di Maio, conferma di essere uno che dice tanto di essere contro il sistema ma che in realtà in quel sistema ci sguazza, alla ricerca di briciole elettorali», è la critica di Enrico Garello. E sulla stessa scia perfino simpatizzanti e attivisti. Molti di loro (italiani) scrivono per sostenere e plaudire alla teoria del pupillo di Beppe Grillo. Altri no: «Sono stato attivista e anche conosciuto sul territorio, ma un’affermazione così qualunquista è davvero la tua?» chiede Antonio Di. Un imprenditore che rivela: «Ho 15 romeni che lavorano per me, fanno lavori che nessun italiano vuol fare (e siamo a Napoli), tutti grandi e onesti lavoratori e poi se non ci fossero loro la metà degli italiani che vivono in famiglia sarebbero chiusi in ospizi».
 
C’è chi perde le staffe («Vai a vederti le statistiche vere, ho pubblicato già due studi universitari su questo argomento, se solo fossi passato almeno una volta per l’Università, caro Luigi» sostiene Alina Harja) e chi si dice «orgogliosa di essere romena», come Maria Alexandrina Dascalu: «Paghiamo le tasse come tutti gli italiani, portiamo i nostri figli nelle scuole italiane e non chiediamo privilegi».
 
Singoli cittadini del paese dell’Est che si sentono oltraggiati ma anche le associazioni che rappresentano la vasta comunità.

«Di Maio è un ignorante, è vero che ci sono i delinquenti – sostiene Romolus Popescu dell’Associazione romeni in Italia, citato dalla Stampa – ma quante badanti e infermiere curano i vecchi italiani. Si informi prima di aprire bocca».

© Riproduzione riservata 12 aprile 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/04/12/news/di_maio_e_il_40_di_criminali_rumeni_importanti_in_italia_la_rivolta_via_web_la_protesta_di_ambasciata_e_associazioni-162799786/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1
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« Risposta #126 il: Aprile 21, 2017, 11:56:14 »

Gentiloni vola da Trump, spese militari e Libia i temi caldi 
Domani il premier in visita di Stato alla Casa Bianca. Dopo mesi di gelo per l'endorsement di Renzi a Hillary, riparte il confronto. Gli Usa chiedono di portare al 2% del Pil gli investimenti per la difesa, l'Italia mette sul tappeto la questione migranti

Dal nostro inviato CARMELO LOPAPA
19 aprile 2017

WASHINGTON – Paolo Gentiloni entra alla Casa Bianca tre mesi abbondanti dopo l’insediamento di Donald Trump, preceduto da Theresa May, Angela Merkel e altri capi di Stato e di governo. La prima telefonata di saluto tra i due risale ai primi di febbraio. Ma è un faccia a faccia che – fanno notare i diplomatici – avrebbe potuto benissimo non essere concesso affatto, dato che tra poco più di un mese il presidente americano sarà a Taormina per il G7, con il premier italiano padrone di casa.

Ma a confermare la solidità del rapporto con l’alleato d’Oltreoceano il governo di Roma tiene non poco, parecchio ci ha lavorato l’ambasciatore negli Usa Armando Varricchio. E per Washington sono tanti e troppo caldi i dossier che coinvolgono su più fronti il nostro Paese per evitare un faccia a faccia. La guerra all’Isis in primo luogo. E faccia a faccia sarà, dunque, nel pomeriggio (sera italiana) di giovedì.

Perché è vero che il governo italiano in campagna elettorale si era sbilanciato, forse più dei partner europei, in favore di Hillary Clinton, ma Gentiloni non è Matteo Renzi, alla premiership italiana c’è stato un avvicendamento e – nonostante i tratti di ovvia continuità - questo elemento alla fine sembra che abbia facilitato l’apertura delle porte della White House.

Incontro nel corso del quale il presidente del Consiglio italiano ricorderà il contributo che il nostro Paese sta fornendo in termini di sicurezza, logistica militare e cooperazioni in territori chiave come quello afgano, in Iraq, in Kosovo, in Libia, in Libano. Quello che Gentiloni definisce “il nostro contributo alla sicurezza collettiva”, cioè internazionale, che magari non prevede l’impiego di uomini in prima linea nei conflitti ancora aperti, ma di certo ha una ricaduta immediata e diretta. Basterà?

Bastava di certo a Barack Obama, forse non del tutto al suo successore alla Casa Bianca. Trump ricorderà a Gentiloni quel che ha sottolineato già agli altri paesi alleati e nel corso del recente incontro col segretario generale della Nato: occorre portare al 2 per cento dei rispettivi Pil le spese destinate alla difesa. Un impegno che – conti alla mano – Palazzo Chigi non è in grado di sostenere: nel 2017 si spenderanno già 23,4 miliardi di euro, con investimenti cresciuti nell’ultimo decennio dall’1,2 all’1,4 per cento sul Pil. E raddoppiare o quasi, in tempi di magra, non sarebbe possibile pur volendo.

Stesso motivo per il quale non è pensabile un impegno diverso delle truppe italiane in Iraq, che già presidiano, controllano e mantengono la sicurezza nell’area strategica della diga di Mosul. Ma non è detto che il presidente americano chieda di più. Sarà accolta, ma questo era già scontato, la richiesta dell’Amministrazione americana di confermare la presenza dei nostri militari in Afghanistan, soprattutto con funzioni di addestramento. Insomma, il “contributo alla sicurezza collettiva” l’Italia continuerà a darlo, questa la linea che ribadirà Gentiloni. Sempre finché le risorse e la politica del “dialogo” tutta italiana lo consentiranno.

Altra storia il dossier Libia. Roma sta sostenendo il governo di Fayez Al Sarraj, nella speranza (finora vana) di un ritorno alla stabilità in un Paese strategico per gli investimenti energetici italiani. Ma soprattutto per la gestione dei flussi migratori, tornati fuori controllo. Ecco il tallone d’Achille vero, per il quale il governo italiano vorrebbe un qualche contributo americano.
Ma finora non è nemmeno del tutto conclamato il sostegno di Washington al governo di Tripoli. Bisognerà fare chiarezza. Su questo come su tanto altro.

Venerdì Gentiloni volerà poi a Ottawa per incontrare il primo ministro canadese Justin Trudeau.

© Riproduzione riservata 19 aprile 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/04/19/news/gentiloni_vola_da_trump_spese_militari_e_libia_i_temi_caldi-163343983/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P1-S1.6-T1
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« Risposta #127 il: Giugno 08, 2017, 11:10:09 »

Voto anticipato e proporzionale, tutti i "padri nobili" contro Renzi.
Ma il segretario: avanti comunque
Da Napolitano a Prodi e Veltroni, lo schieramento dei fondatori di Ulivo e Pd che boccia il ricorso alle elezioni in autunno e il "tedesco": "Così si torna con Berlusconi"
Il timore dem di un loro strappo alle politiche in favore di Pisapia

Di CARMELO LOPAPA
07 giugno 2017

ROMA - Si sono schierati uno dopo l'altro. Ora sono tutti di là, sul fronte opposto a Matteo Renzi. Sul ritorno al proporzionale e soprattutto sul ricorso anticipato alle urne e infine sul patto col "diavolo", l'intesa con Silvio Berlusconi magari da suggellare dopo il voto con un governissimo. Sta di fatto che nel giro di pochi giorni, come se avessero risposto a un appello, tutti i padri fondatori o comunque "nobili" del Partito democratico hanno preso le distanze dalla linea del segretario tonato alla guida del partito. Qualcuno con toni pacati, altri con fragorosi strappi. L'ex capo dello Stato Giorgio Napolitano è solo l'ultimo della serie. Ma l'elenco comprende ormai tutti i big di quel che è stato l'Ulivo, ma anche l'esordio del Pd, da Prodi a Veltroni, passando per Parisi, Letta, Bindi.

Matteo Renzi sembra procedere senza tenerne conto. Allo stato maggiore del partito invece qualche apprensione si sta facendo largo. Cosa accadrebbe se tutti loro, oltre a contestare la scelta strategica della fine anticipata della legislatura, decidessero di dichiarare anche il loro "non voto" al partito in campagna elettorale? E se sposassero la battaglia pro-centrosinistra di Giuliano Pisapia e del partito che per ora non c'è? Quanti voti possano spostare ancora i vecchi pezzi da novanta targati dem non è un dato soppesato, quantificato da analisti e sondaggisti. Veltroni ha già messo le mani avanti dicendo che lui si sente ancora "democratico". Gli altri non si spingono più a tanto.

Ha lasciato intendere che il suo voto in aula al Senato sulla legge elettorale tedesca non sarà scontato, il senatore a vita Giorgio Napolitano, che spara ad alzo zero contro il "patto extracostituzionale" dei "quattro leader", sostenendo che il voto a settembre "conviene solo a loro".  Romano Prodi parla in tv e si dice d'accordo con lui. Definisce l'eventualità della fine prematura della legislatura "un vulnus". Perché, spiega, "ha una data di scadenza che dà stabilità e poi in Europa c'è la voce che si voglia andare al voto prima della legge di bilancio per non scontentare prima del voto gli elettori".

Qualche giorno prima, Walter Veltroni non è stato da meno, intervistato dal Corriere della Sera, sul rischio del "ritorno agli anni Ottanta". "Quando sono andato all'assemblea del Pd, cosa che non facevo da anni, ho detto che se si torna al proporzionale e ai governi fatti dai partiti, e magari si rifanno Ds e Margherita, non chiamatelo futuro, chiamatelo passato. Sono rimasto di questa idea. E sono molto preoccupato dal fatto che il mio Paese torni agli anni '80". E ancora, "la prospettiva di un governo Pd-Fi è un errore gravissimo, rischia di alimentare la protesta".

Chi aveva intuito già come sarebbe andata a finire è stato qualche settimana fa Arturo Parisi, prodiano della prima ora, maggioritario convinto. E ora deluso, a dir poco. Più che il probabile approdo proporzionale sul piano della legge elettorale - ha spiegato al Foglio l'ex ministro - la vera sciagura è quel che potremmo chiamare il proporzionalismo. Ci troveremmo di fronte non solo alla stabile instabilità dei governi della Prima Repubblica, ma di fronte alla instabilità nel rapporto di forza tra le due metà che dovessero spartirsi i compiti di governo o di opposizione: sia che il primo turno tocchi al Pd più Fi o a Lega più M5S. Un incubo".

Si spinge oltre, avendo ancora un ruolo in Parlamento, Rosi Bindi. "Tutto quello per cui noi democratici abbiamo combattuto sin dagli anni Novanta, viene smantellato - raccontava qualche giorno fa a Repubblica - questa legge elettorale proporzionale è solo un patto di convenienze. Ed è la fine del Pd". Preoccupata soprattutto dall'ipotesi di un'intesa Renzi-Berlusconi nel dopo elezioni: "Mi pare sia l'unico scenario possibile ed è incomprensibile la scelta del Pd", come quella di anticipare il voto. Lei ha ancora la tessera "ma se il Pd sarà quello che rischia di diventare sarà tutto più difficile".

Tralasciando le prevedibili prese di posizione di Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema, tra i fondatori anche loro ma ormai avversari politici plateali del Pd e del suo leader, va detto che lo stesso ragionamento della Bindi lo fa senza usare tante diplomazie ormai anche l'ex presidente del Consiglio Enrico Letta. Che l'altro giorno da Bruxelles ha puntato il dito contro Matteo Renzi, definendo le elezioni anticipate "il capriccio di uno che vuole tornare a fare il premier il prima possibile".

Il treno verso l'approvazione della nuova legge proporzionale

in tempi rapidi e con una maggioranza che rasenta l'80 per cento è ormai in corsa, assieme alla prospettiva assai concreta del ritorno al voto subito dopo l'estate. Fermare un treno in corsa è assai difficile, ma da Prodi a Veltroni ci credono ancora.
© Riproduzione riservata 07 giugno 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/06/07/news/voto_anticipato_e_proporzionale_tutti_i_fondatori_dell_ulivo_e_del_pd_contro_la_strategia_di_renzi_ma_il_segretario_va_ava-167469115/?ref=RHPPLF-BL-I0-C8-P1-S1.8-L
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« Risposta #128 il: Giugno 28, 2017, 12:18:44 »

Gentiloni "ignora" la bufera elettorale, nella road map ius soli e Antimafia
Per il premier il colpo al Pd nelle urne non cambia l'obiettivo di arrivare a fine legislatura.
Il codice anticorruzione primo test: alfaniani contro, per i dem è "irrinunciabile"

Di CARMELO LOPAPA
27 giugno 2017

ROMA. L'incidente è dietro l'angolo. Annidato in un'agenda parlamentare che da oggi e fino alla pausa estiva riserva almeno un paio di trappole insidiose - dal codice Antimafia allo Ius soli - per il cammino già a ostacoli del governo Gentiloni. Il ballottaggio di domenica, con la batosta riservata all'azionista di maggioranza Pd, non si è risolto certo in un'iniezione di salute per l'esecutivo.

Il premier si è tenuto fuori dalla contesa delle amministrative, ben più di quanto abbia fatto il segretario Matteo Renzi. Ed è il motivo per cui a Palazzo Chigi si ritengono al riparo dalla disfatta elettorale. "Si va avanti fino al termine della legislatura, non c'è motivo perché non lo si faccia, finché c'è una maggioranza e ci sono i numeri", si sono ripetuti nel briefing del lunedì alla Presidenza del Consiglio lo stesso premier Gentiloni col ministro per i Rapporti col Parlamento, Anna Finocchiaro, e il capogruppo al Senato dem, Luigi Zanda. Nessun vertice d'emergenza post-sconfitta, solo una riunione operativa di routine, tengono a precisare. Alle opposizioni non basta, già urlano alle dimissioni, così Salvini, così Meloni che invoca l'intervento del Quirinale, perfino Renato Brunetta domenica notte in tv gridava allo stop al decreto banche per un "governo privo ormai di legittimazione".

Incognite e tagliole si nascondono tuttavia in seno alla maggioranza, tra le pieghe dei primi provvedimenti in agenda. E se la situazione dovesse precipitare, fanno presente dal quartier generale renziano, "non ci sarebbero più le condizioni per andare avanti ". Il Codice Antimafia che da oggi approda al Senato dopo un primo passaggio alla Camera, è un'autentica mina. Forse la più rischiosa. "I nostri colleghi a Palazzo Madama tenteranno di modificare un testo che, così com'è, con l'estensione irrazionale delle misure anche ai reati di corruzione, rischia di snaturare le stesse norme sulla prevenzione", avverte alla vigilia il ministro per gli Affari regionali Enrico Costa (Ap), ex vice Guardasigilli. Si fa portavoce dell'insofferenza già esplosa nelle Camere penali, come pure era avvenuto per la riforma del processo penale (sulla quale ha votato contro). Se così fosse, se i centristi si giocassero di sponda con Forza Italia - che ha già tentato, invano, di stoppare il ddl - allora il giocattolo rischierebbe di rompersi. Su questo snodo, mette in chiaro il capogruppo alla Camera Ettore Rosato, il Pd non cederà: "Sarebbe gravissimo se opponessero resistenza a un provvedimento che noi riteniamo strategico, irrinunciabile".

Il governo non ha posto la fiducia sul codice, ma questo non vuol dire che sarà disposto a cambiarlo. Se non passasse così, chiude Rosato, "ci sarebbe un serio problema di maggioranza". I naviganti - tutti coloro che tengono alla chiusura naturale della legislatura - sono avvisati. Il codice, già ritoccato in commissione, dovrà passare in aula entro la settimana, per tornare alla Camera per il sì definitivo. Stesso discorso per lo Ius soli, dopo le barricate e gli incidenti che sempre a Palazzo Madama ne hanno impedito l'esame in aula la scorsa settimana. Anche su quello si procederà a spron battuto, stavolta con la probabile fiducia posta dal governo, pur di stroncare le residue perplessità di Alfano e dei suoi. A costo di aizzare la rivolta dai banchi di Lega e M5S. Ma è un ruolino di marcia serratissimo, se si vorranno rispettare anche le scadenze per l'approvazione dei decreti sulle banche venete e sui vaccini, prima che il Parlamento chiuda i battenti come sempre i primi di agosto.

Ad apertura della discussione generale, ieri alla Camera, il sottosegretario allo Sviluppo Antonio Gentile ha lanciato un appello a tutti i gruppi affinché il ddl sulla concorrenza venga approvato prima possibile, in settimana, per consentire il via libera finale del Senato a giorni: "Non abbiamo più tempo da perdere, siamo indietro rispetto ad altri paesi europei". Anche perché a seguire il governo vorrebbe colmare l'altro gap rispetto agli altri grandi paesi: l'introduzione del reato di tortura per la quale l'Italia si è impegnata con l'Onu appena 29 anni fa. E il ddl è già alla quarta lettura. "Una grave lacuna da colmare per il nostro Paese ", è il monito lanciato ancora ieri dal presidente della Camera, Laura Boldrini. Nel già fitto calendario del Senato, come se non bastasse, spicca anche uno dei ddl più attesi, almeno fuori dal Parlamento: quello sul fine vita. Frontiera etica, anche lì con spaccatura trasversale alla maggioranza.

E in un calderone che ribolle a queste temperature, sarà un'impresa inserire anche la legge Richetti sui vitalizi degli ex parlamentari già stoppata: il Pd ci riproverà comunque. "Finché i numeri tengono", finché qualcuno non provocherà l'incidente.

© Riproduzione riservata 27 giugno 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/06/27/news/gentiloni_ignora_la_bufera_elettorale_nella_road_map_ius_soli_e_antimafia-169222562/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1
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« Risposta #129 il: Giugno 29, 2017, 12:32:21 »

Franceschini: "Nati per unire non per dividere, si è rotto qualcosa col Paese e così ci consegniamo a Grillo”
Il ministro, azionista di maggioranza del partito chiede al leader "un confronto serio: i numeri del voto parlano di un smacco"

Di CARMELO LOPAPA
28 giugno 2017

ROMA. "Quando perdi vuol dire che si è rotto qualcosa con il tuo elettorato, con il Paese, e devi capire cosa. Devi ricucire. I numeri di questa tornata amministrativa purtroppo parlano chiaro. Qui non ci troviamo solo di fronte a una sconfitta politica del centrosinistra, ma a un bivio. Che riguarda non solo noi, il Pd, il nostro campo, ma i destini del Paese nei prossimi anni. E su questo punto nel Partito democratico si deve aprire un confronto franco, senza ambiguità. La via da intraprendere non può essere che quella della ricomposizione del centrosinistra". Metà pomeriggio, al ministero della Cultura di via del Collegio Romano, a due passi dal Pantheon, Dario Franceschini è nel suo studio in maniche di camicia, fuori Roma è arroventata. Il tweet lanciato poco prima dall'ex segretario, cofondatore nonché "azionista" di maggioranza del partito, ha avuto l'effetto del macigno, più che del sassolino, nello stagno dem.

Imputa al leader il mancato riconoscimento della sconfitta, ministro Franceschini?
"Qui non è solo un problema di mancato riconoscimento della sconfitta. I numeri purtroppo ci consegnano il resoconto di una scacco non solo del centrosinistra, ma anche del nostro partito. Detto questo, il tema è più ampio e ci interroga ben oltre i confini del nostro campo. E non possiamo procedere oltre, far finta di nulla"

L'INTERVISTA INTEGRALE SU REPUBBLICA IN EDICOLA E SU REPUBBLICA +.

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/06/28/news/franceschini_nati_per_unire_non_per_dividere_si_e_rotto_qualcosa_col_paese_e_cosi_ci_consegniamo_a_grillo_-169344361/?ref=fbpr
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« Risposta #130 il: Luglio 02, 2017, 05:31:21 »

Gentiloni "ignora" la bufera elettorale, nella road map ius soli e Antimafia
Per il premier il colpo al Pd nelle urne non cambia l'obiettivo di arrivare a fine legislatura.
Il codice anticorruzione primo test: alfaniani contro, per i dem è "irrinunciabile"

Di CARMELO LOPAPA
27 giugno 2017

ROMA. L'incidente è dietro l'angolo. Annidato in un'agenda parlamentare che da oggi e fino alla pausa estiva riserva almeno un paio di trappole insidiose - dal codice Antimafia allo Ius soli - per il cammino già a ostacoli del governo Gentiloni. Il ballottaggio di domenica, con la batosta riservata all'azionista di maggioranza Pd, non si è risolto certo in un'iniezione di salute per l'esecutivo.

Il premier si è tenuto fuori dalla contesa delle amministrative, ben più di quanto abbia fatto il segretario Matteo Renzi. Ed è il motivo per cui a Palazzo Chigi si ritengono al riparo dalla disfatta elettorale. "Si va avanti fino al termine della legislatura, non c'è motivo perché non lo si faccia, finché c'è una maggioranza e ci sono i numeri", si sono ripetuti nel briefing del lunedì alla Presidenza del Consiglio lo stesso premier Gentiloni col ministro per i Rapporti col Parlamento, Anna Finocchiaro, e il capogruppo al Senato dem, Luigi Zanda. Nessun vertice d'emergenza post-sconfitta, solo una riunione operativa di routine, tengono a precisare. Alle opposizioni non basta, già urlano alle dimissioni, così Salvini, così Meloni che invoca l'intervento del Quirinale, perfino Renato Brunetta domenica notte in tv gridava allo stop al decreto banche per un "governo privo ormai di legittimazione".

Incognite e tagliole si nascondono tuttavia in seno alla maggioranza, tra le pieghe dei primi provvedimenti in agenda. E se la situazione dovesse precipitare, fanno presente dal quartier generale renziano, "non ci sarebbero più le condizioni per andare avanti ". Il Codice Antimafia che da oggi approda al Senato dopo un primo passaggio alla Camera, è un'autentica mina. Forse la più rischiosa. "I nostri colleghi a Palazzo Madama tenteranno di modificare un testo che, così com'è, con l'estensione irrazionale delle misure anche ai reati di corruzione, rischia di snaturare le stesse norme sulla prevenzione", avverte alla vigilia il ministro per gli Affari regionali Enrico Costa (Ap), ex vice Guardasigilli. Si fa portavoce dell'insofferenza già esplosa nelle Camere penali, come pure era avvenuto per la riforma del processo penale (sulla quale ha votato contro). Se così fosse, se i centristi si giocassero di sponda con Forza Italia - che ha già tentato, invano, di stoppare il ddl - allora il giocattolo rischierebbe di rompersi. Su questo snodo, mette in chiaro il capogruppo alla Camera Ettore Rosato, il Pd non cederà: "Sarebbe gravissimo se opponessero resistenza a un provvedimento che noi riteniamo strategico, irrinunciabile".

Il governo non ha posto la fiducia sul codice, ma questo non vuol dire che sarà disposto a cambiarlo. Se non passasse così, chiude Rosato, "ci sarebbe un serio problema di maggioranza". I naviganti - tutti coloro che tengono alla chiusura naturale della legislatura - sono avvisati. Il codice, già ritoccato in commissione, dovrà passare in aula entro la settimana, per tornare alla Camera per il sì definitivo. Stesso discorso per lo Ius soli, dopo le barricate e gli incidenti che sempre a Palazzo Madama ne hanno impedito l'esame in aula la scorsa settimana. Anche su quello si procederà a spron battuto, stavolta con la probabile fiducia posta dal governo, pur di stroncare le residue perplessità di Alfano e dei suoi. A costo di aizzare la rivolta dai banchi di Lega e M5S. Ma è un ruolino di marcia serratissimo, se si vorranno rispettare anche le scadenze per l'approvazione dei decreti sulle banche venete e sui vaccini, prima che il Parlamento chiuda i battenti come sempre i primi di agosto.

Ad apertura della discussione generale, ieri alla Camera, il sottosegretario allo Sviluppo Antonio Gentile ha lanciato un appello a tutti i gruppi affinché il ddl sulla concorrenza venga approvato prima possibile, in settimana, per consentire il via libera finale del Senato a giorni: "Non abbiamo più tempo da perdere, siamo indietro rispetto ad altri paesi europei". Anche perché a seguire il governo vorrebbe colmare l'altro gap rispetto agli altri grandi paesi: l'introduzione del reato di tortura per la quale l'Italia si è impegnata con l'Onu appena 29 anni fa. E il ddl è già alla quarta lettura. "Una grave lacuna da colmare per il nostro Paese ", è il monito lanciato ancora ieri dal presidente della Camera, Laura Boldrini. Nel già fitto calendario del Senato, come se non bastasse, spicca anche uno dei ddl più attesi, almeno fuori dal Parlamento: quello sul fine vita. Frontiera etica, anche lì con spaccatura trasversale alla maggioranza.

E in un calderone che ribolle a queste temperature, sarà un'impresa inserire anche la legge Richetti sui vitalizi degli ex parlamentari già stoppata: il Pd ci riproverà comunque. "Finché i numeri tengono", finché qualcuno non provocherà l'incidente.

© Riproduzione riservata 27 giugno 2017

DA - http://www.repubblica.it/politica/2017/06/27/news/gentiloni_ignora_la_bufera_elettorale_nella_road_map_ius_soli_e_antimafia-169222562/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T2
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« Risposta #131 il: Ottobre 21, 2017, 12:24:58 »

Forza Italia, Berlusconi l'incandidabile nel logo: "Una mossa da due milioni di voti"

Il Cavaliere non potrà presentarsi alle elezioni ma nel simbolo del partito il suo nome alla fine sarà indicato come "presidente"

Di CARMELO LOPAPA
17 ottobre 2017

ROMA - Nel corpo a corpo con la Lega del guerriero Salvini ogni arma torna utile. E ora che Forza Italia si ritrova a inseguire pur di un soffio l'alleato-competitor (vedi il sondaggio Demos su Repubblica), allora nel partito hanno deciso di ricorrere all'arma finale. Il brand Berlusconi campeggerà comunque nella scheda elettorale.

Come se il capo ci fosse davvero, come se corresse al pari degli altri candidati, perfino come se potesse tornare a Palazzo Chigi. Anche se così non è, non è più possibile dopo la condanna definitiva del 2013 e gli effetti della Severino. Legge che tuttavia non contempla alcun divieto per il nome del condannato non candidabile. E allora eccolo "Berlusconi presidente", farà da cornice al nome e al simbolo Forza Italia che comparirà su ognuna delle liste del proporzionale nelle 28 circoscrizioni della Camera e nelle 20 del Senato, accanto al nome del candidato di centrodestra nei 231 collegi uninominali per Montecitorio. "Berlusconi presidente lo è a tutti gli effetti, nel nostro partito, non c'è alcuna anomalia", taglia corto con soddisfazione chi lavora al marketing elettorale. "Se Forza Italia viaggia attorno al 15%, il brand Berlusconi vale da solo almeno la metà" spiega il professor Nicola Piepoli. "Se vogliamo essere più precisi circa 2,5 milioni di voti vengono ancora spostati da quel cognome", è la sua stima.

La trovata - alla quale da Arcore hanno sempre fatto ricorso anche alle ultime politiche - stavolta acquista dunque un significato particolare. Va a colmare almeno in parte la voragine: niente posto da capolista al proporzionale per il leader in tutte le circoscrizioni come ai tempi d'oro, addio alla corsa "uno contro uno" in un collegio milanese. Bisogna far ricorso all'escamotage salva-partito. Del resto, lo stesso ex premier ormai tiene acceso solo un barlume di speranza rispetto al pronunciamento della Corte di Strasburgo sui diritti dell'uomo sul suo caso. "Il 22 novembre si riuniranno per due ore ma la sentenza mi dicono che arriverà dopo sei mesi, al momento resto incandidabile: non posso essere eletto, per ora, ma sono a disposizione ", allargava le braccia Berlusconi lo scorso fine settimana alla manifestazione dei suoi a Ischia. Andrà in Sicilia nei prossimi giorni per un paio di tappe per sostenere Nello Musumeci. Poi farà campagna battente per le politiche. Da leader ma, appunto, "incandidabile".
Berlusconi a Ischia: "Se non ho la maggioranza è colpa degli italiani"

Questo non gli impedirà di completare la riabilitazione politica già ampiamente avviata in seno alla famiglia del Ppe. Dopo la "benedizione" impartitagli due settimane fa a Roma dal presidente Joseph Daul - che lo ha indicato come baluardo del centrodestra contro i populisti in Italia giovedì il Cavaliere dovrebbe far ritorno a Bruxelles dopo 5 anni. Per partecipare proprio al pre vertice del Ppe. Pranzo con gli altri capi di Stato e di governo del partito, al quale parteciperà Angela Merkel, fresca del successo in Germania. "La vittoria in Austria del Partito popolare conferma la forza trascinante della linea moderata", ha commentato ieri Berlusconi dopo il successo del giovane Kurz. I moderati, non i "ribellisti" amici della Lega, è il sottinteso.

© Riproduzione riservata 17 ottobre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/10/17/news/forza_italia_berlusconi_l_incandidabile_nel_logo_una_mossa_da_due_milioni_di_voti_-178497388/?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P5-S1.4-T1
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« Risposta #132 il: Novembre 16, 2017, 09:14:29 »

L'eterna maledizione dei presidenti "contro".
Da Pivetti a Bertinotti, da Casini a Fini. Ma il tandem Camera-Senato è senza precedenti
La rottura della seconda e terza carica dello Stato, Grasso e Boldrini, è solo l'ultima di una serie.
Crisi di governo e leadership ombra delle spine nel fianco dei premier nell'ultimo quarto di secolo

Di CARMELO LOPAPA
15 novembre 2017

ROMA - L'hanno battezzata - e non da ora - la "maledizione" dei presidenti della Camera. La saga ormai piuttosto prolungata del capocondomino di Montecitorio che si trasforma mese dopo mese, anno dopo anno, nella spina nel fianco ora del presidente del Consiglio ora del capo della maggioranza che li ha eletti allo scranno più alto di quel ramo del Parlamento. Laura Boldrini e la sua presa di distanza (per usare un eufemismo) da Matteo Renzi segretario Pd e dalle politiche del governo Gentiloni in questo caso non farebbe eccezione. A farla, in questa legislatura, è il collega dell'altro ramo, Piero Grasso, con lo strappo e l'uscita dal Pd: nell'ultimo quarto di secolo non si era mai visto il tandem dei vertici di Camera e Senato procedere compatto in direzione contraria. Quasi sempre, il partito del quale il presidente è espressione si rende artefice della crisi del governo in carica. Se in questo caso non accadrà è solo perché della diciassettesima legislatura si contano ormai solo i giorni. Se c'è stata una eccezione vera, nel tempo, è stata quella di Luciano Violante.

I DILEMMI DELLA PIVETTI
L'eterna maledizione dei presidenti "contro". Da Pivetti a Bertinotti, da Casini a Fini. Ma il tandem Camera-Senato è senza precedenti
Autunno 1994, una giovanissima e allora sconosciuta Irene Pivetti si ritrova alla presidenza di Montecitorio nei giorni in cui la sua Lega Nord decide di staccare la spina al primo governo di Silvio Berlusconi, sei mesi dopo la sua nascita. L'avviso di garanzia al premier durante il vertice internazionale di Napoli, la scelta di Umberto Bossi di rompere. Il Senatur chiede proprio a lei una "copertura politica" della frattura. Cosa "che io non avrei potuto garantirgli, proprio per il mio ruolo", rivelerà Pivetti anni dopo. L'esecutivo cade, lei resta alla presidenza per i restanti due anni della legislatura, che si chiuderà nel 1996.

I FIORETTI DI CASINI
L'eterna maledizione dei presidenti "contro". Da Pivetti a Bertinotti, da Casini a Fini. Ma il tandem Camera-Senato è senza precedenti
Devono trascorrere tuttavia parecchi anni prima che i presidenti delle Camere assurgano al ruolo di protagonisti e soggetti attivi della vita politica. Legislatura 2001-2006, l'Udc di Pier Ferdinando Casini e Marco Follini diventa sempre più il grillo parlante detestato da Silvio Berlusconi e dal suo governo, che sembra non avere e non temere avversari in quegli anni. Missione in Afghanistan, indulto, le scintille si sprecano e diventano quotidiane. "L'Udc sta facendo molti errori. Casini? Non sa dove andare, si trova in mezzo al guado", attacca l'inquilino di Palazzo Chigi. E il presidente della Camera: "Ho fatto un fioretto, fino alle elezioni non polemizzo più con Berlusconi". Ma è un bluff. "Seguo la mia strada, se lo incontro bene, altrimenti è lo stesso", rincara poco dopo. La richiesta di discontinuità dei centristi si fa sempre più pressante, finché Berlusconi non è costretto a dar vita all'edizione bis del suo governo. Resta celebre la citazione evangelica di Casini: "Mi hanno chiesto un consiglio, ma può un cieco guidare un altro cieco senza che finiscano tutti e due nel burrone?"

BERTINOTTI E IL BRODINO
L'eterna maledizione dei presidenti "contro". Da Pivetti a Bertinotti, da Casini a Fini. Ma il tandem Camera-Senato è senza precedenti
Durerà solo 24 mesi, ma la legislatura 2006-2008 farà scuola, quanto a "frontali" tra il presidente della Camera (allora Fausto Bertinotti di Rifondazione comunista) e il premier (Romano Prodi). Spettatore silente e affranto il collega al Senato, Franco Marini. Bertinotti non lesina affondi quotidiani al Professore, paragonato a Vincenzo Cardarelli, "il più grande poeta morente". Quando a fine 2007 il destino appare ormai segnato e il governo supera di poco la soglia di maggioranza al Senato nell'ennesima votazione al cardiopalma, il bacchettatore Bertinotti non fa salti di gioia: "Il malato ha preso un brodino". E' l'annuncio della crisi, che il leader rifondarolo può sancire il 4 dicembre di quell'anno: "Il progetto di governo è fallito". Anche se poi sarà cura del Guardasigilli Clemente Mastella, dopo l'inchiesta che tocca la sua famiglia, a sancire la fine dei giochi e aprire la strada al ritorno di Berlusconi.

FINI E IL "CHE FAI MI CACCI"
L'eterna maledizione dei presidenti "contro". Da Pivetti a Bertinotti, da Casini a Fini. Ma il tandem Camera-Senato è senza precedenti
Legislatura 2008-2013, Gianfranco Fini è il presidente della Camera eletto dalla maggioranza del Pdl guidata dal Cavaliere tornato per la terza volta a Palazzo Chigi. L'ex fondatore di An diventa il leader della minoranza interna della coalizione, in un'escalation di contestazioni e prese di distanza che lievita con la crisi economica che attanaglia il Paese. Il punto di rottura si consuma nella celebre direzione del partito del 22 aprile 2010. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non ne può più e sbotta contro la terza carica dello Stato: "Se vuole fare delle dichiarazioni politiche, prima si dimetta dalla presidenza della Camera", lo sfida dalla tribuna dell'Auditorium della Conciliazione a Roma. Gianfranco Fini siede in prima fila e fa un salto sulla poltrona: "Altrimenti che fai, mi cacci?" Da allora lo scontro si spinge fino alla scissione, alla nascita di Fli e alla crisi di governo del novembre 2012.

BOLDRINI, GRASSO E "L'UOMO SOLO AL COMANDO"
Ancora una volta, quando si intravede la linea del traguardo della legislatura i solchi tra Montecitorio e Palazzo Chigi (e Nazareno) si fanno voragini. Ma già il 21 febbraio 2015 ad Ancona la presidente della Camera Laura Boldrini attacca l'allora premier Matteo Renzi nel pieno dei suoi poteri, pur senza mai citarlo: "L'idea di avere un uomo solo al potere, contro tutti e in barba a tutto, a me non piace". Su Jobs Act e Rai maturano via via le differenze, fino alla riforma costituzionale cancellata dal referendum. "Difendere l'aula è il mio primo dovere" controbatte Boldrini a Renzi che nel frattempo la accusa di "uscire dal perimetro istituzionale". Ma poche settimane fa è stata l'uscita del presidente del Senato Piero Grasso dal Pd, partito nel quale la seconda carica dello Stato militava, a fare più rumore. E' il "passaggio all'opposizione senza precedenti" dei due presidenti, contestano i dem, votati a future leadership. Ma questa, è storia di questi giorni. 
 
© Riproduzione riservata 15 novembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/11/15/news/l_eterna_maledizione_dei_presidenti_contro_da_pivetti_a_bertinotti_da_casini_a_fini_ma_il_tandem_camera-senato_senza_pr-181150772/?ref=RHPPLF-BL-I0-C8-P1-S2.5-T1
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« Risposta #133 il: Marzo 24, 2018, 11:37:04 »

La mediazione in extremis nel centrodestra, e c'è l'accordo su Elisabetta Casellati
Ultimo minuto.
Nottata di trattative tra Lega e Forza Italia dopo lo strappo di Salvini su Anna Maria Bernini.
In mattinata il vertice a Palazzo Grazioli, Giorgetti prova a ricucire su un nome e si converge sulla avvocata sostenuta da Ghedini.

Di CARMELO LOPAPA
24 marzo 2018

ROMA - La mediazione in extremis è riuscita. Almeno per ora. E si è trovata nel vertice della mattina presto a Palazzo Grazioli che si annunciava come una resa dei conti tra i leader del centrodestra. Ha partorito, per il Senato, il nome di Maria Elisabetta Alberti Casellati da candidare alla presidenza del Senato. Nome sul quale arriva il gradimento del M5s. Avevano lavorato fino a notte fonda i pontieri di Lega e Forza Italia per scongiurare la rottura che nella serata di ieri era apparsa già gravissima, quasi irrimediabile tra Salvini e Berlusconi. Il vertice al quale i due, con Giorgia Meloni, si sono ritrovati questa mattina a Palazzo Grazioli è frutto della mediazione di Giancarlo Giorgetti, braccio destro del leader leghista, di Niccolò Ghedini e Licia Roncalli, sulla sponda berlusconiana. "Col Cavaliere? Nessuna rottura", aveva minimizzato prima di entrare nella residenza dell'ex premier proprio Giorgetti, il più diplomatico della squadra di Salvini, oltre che amico personale dell'uomo di Arcore.

Dopo lo strappo maturato col voto leghista ad Anna Maria Bernini al Senato e la dichiarazione di guerra del Cavaliere ("Atto ostile e unilaterale, Salvini ci ha tradito"), il tentativo di ricucitura della prima mattina, a ridosso della terza e soprattutto quarta e decisiva votazione a Palazzo Madama, passa attraverso l'individuazione di una figura terza. Che consenta al centrodestra di andare oltre la candidatura forzista di Paolo Romani non gradita dai 5 stelle e della stessa Bernini, che ha dichiarato la propria indisponibilità dopo l'iniziativa leghista non concordata. E tutti gli indizi già in prima mattinata portavano appunto ad Maria Elisabetta Alberti Casellati. Avvocato, ex membro del Csm in quota Fi, è stata sottosegretaria alla Giustizia dal 2008 al 2011. Era la candidata sin dall'inizio sostenuta dal suo collega avvocato Ghedini e con una storia personale gradita alla Lega.

Ed è da ricondurre al pressing della Lega anche la designazione, avvenuta in piena notte con un comunicato da parte dei 5 stelle, del candidato ufficiale alla presidenza della Camera: Riccardo Fraccaro. "Noi abbiamo indicato la nostra candidata al Senato, Bernini, ormai anche voi dovete fare il nome per Montecitorio che ci siamo impegnati a sostenere", hanno insistito gli uomini di Salvini. E così, poco prima

di mezzanotte, una nota ha formalizzato la scelta caduta sul deputato più vicino a Luigi Di Maio (e più gradito alla Lega). E non su Roberto Fico, che in più di un'occasione si era pronunciato contro l'ipotesi di un accordo e di un governo futuro con Salvini e i suoi.

© Riproduzione riservata 24 marzo 2018

Da - http://www.repubblica.it/politica/2018/03/24/news/parlamento_la_mediazione_in_extremis_nel_centrodestra_-192114775/?ref=RHPPTP-BH-I0-C12-P2-S1.12-T2
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« Risposta #134 il: Maggio 07, 2018, 11:26:50 »

Di Maio: "No a governo tecnico".

Salvini non rompe con Berlusconi: "O esecutivo di centrodestra o voto"

La senatrice azzurra Ronzulli a Circo Massimo su Radio Capital: "Niente appoggio esterno".

Cottarelli: "Se mi chiamano, mi assumo le mie responsabilità"

Di CARMELO LOPAPA E MONICA RUBINO
07 maggio 2018

ROMA -  Con l'arrivo al Quirinale della delegazione del Movimento 5 Stelle, composta da Luigi Di Maio e dai capigruppo di Camera e Senato Giulia Grillo e Danilo Toninelli, ha preso il via il terzo e ultimo ciclo di consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per la formazione del nuovo governo. Al termine del colloquio, Di Maio ha ribadito il no del M5s a un governo tecnico: "O esecutivo politico o si torna al voto. Ho detto chiaramente, ma la Lega lo sapeva già, che sono disponibile a scegliere un premier terzo con Salvini, su un programma. Sono condizioni che ho posto ieri. Io non sono mai stato l'impedimento a firmare il contratto di governo". Da alcune fonti si è saputo di una telefonata stamane fra Di Maio e Salvini prima che il segretario della Lega prendesse parte al summit della sua coalizione.

• CENTRODESTRA ALLA RESA DEI CONTI
Intanto nel vertice del centrodestra a Palazzo Grazioli, riunito per fare il punto in vista dell'incontro al Colle in programma per le 11, Salvini non è riuscito a convincere Berlusconi. Respinto l'ultimo invito del capo politico dei cinquestelle, la coalizione non si spacca e resta ferma su una posizione unitaria: o esecutivo di centrodestra o si torna al voto. Tra i partecipanti all'incontro anche il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, oltre a Giancarlo Giorgetti, Ignazio La Russa e Giorgia Meloni.

• RONZULLI: "NO A GOVERNO DI TREGUA"
Una posizione, quella del centrodestra, anticipata questa mattina da Licia Ronzulli, senatrice di Forza Italia molto vicina a Silvio Berlusconi. Che a Circo Massimo su Radio Capital afferma: "Ieri sera si è ribadito che il centrodestra è unito nel dire no a un governo del presidente. Oggi andremo al Quirinale a chiedere che il governo venga dato al centrodestra, con incarico a Salvini o a un altro esponente della coalizione che Salvini indicherà".

APPROFONDIMENTO
Gelo tra Salvini e Berlusconi, è l'ora della verità
Di CARMELO LOPAPA
Se non passa questa linea non c'è altra soluzione che tornare alle urne. "Forza Italia non è disponibile a un appoggio esterno - aggiunge Ronzulli -  se non va al governo va all'opposizione. Di Maio ha fatto l'ultimo tentativo di spaccare il centrodestra. Ma è stato respinto".

• COTTARELLI: "SE MI CHIAMANO, MI ASSUMO MIE RESPONSABILITÀ"
Sul fronte dei possibili candidati premier di un eventuale governo di tregua, in cima alle classifiche figura anche il nome di Carlo Cottarelli, già commissario alla spending review: "Non mi ha chiamato nessuno", risponde a Circo Massimo. Ma non nega che "sarebbe pronto a prendersi le proprie responsabilità".
 
Ritiene però che "per mettere al riparo da certi rischi l'economia italiana ci vuole un governo politico. I mercati finanziari al momento sono tranquilli, c'è molta liquidità. Non c'è un'emergenza economica in questo momento. Non serve un esecutivo alla Monti". E aggiunge: "Se non c'è qualche choc esterno non mi aspetto un aumento particolare degli spread anche con le elezioni a ottobre".

• VERTICE DEL PD
Il Pd intanto resta spettatore: "Mi pare che adesso il problema sia di qualcun altro", dice il segretario reggente Maurizio Martina arrivando al Nazareno per un vertice allargato anche alle minoranze prima delle consultazioni al Colle, previste alle 12.

© Riproduzione riservata 07 maggio 2018

Da - http://www.repubblica.it/politica/2018/05/07/news/forza_italia_ronzulli_no_governo_presidente_consultazioni-195710406/?ref=RHPPLF-BL-I0-C8-P1-S1.8-T2
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