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Autore Topic: CARMELO LOPAPA  (Letto 27823 volte)
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« il: Gennaio 05, 2008, 04:36:09 »

POLITICA

Le tesi della conferenza di febbraio. E Berlusconi: vediamoci il 10 gennaio

Campagna sul diritto alla vita. Esame d'italiano per immigrati

Chiesa, ordine e più ecologia così Fini cambia pelle ad An

di CARMELO LOPAPA

 
ROMA - Al ritorno dai Caraibi Berlusconi tenterà di riallacciare i fili del dialogo con gli ex alleati bruscamente tranciati con il lancio del suo "Popolo della libertà". È stato nel corso della telefonata di auguri per Natale, prima di partire per le vacanze, che il Cavaliere ha proposto a Fini e Casini un incontro congiunto alla ripresa. Il leader di An si prepara a incontrarlo, assieme al collega Udc, probabilmente il 10 gennaio, ma intanto va per la sua strada e mette le basi per dar vita ad "Alleanza per l'Italia".

Le porte restano aperte a una pacificazione. "Vogliamo avviare un confronto per costruire un nuovo centrodestra, l'unità della coalizione è un valore che va costruito coinvolgendo tutti che hanno valori alternativi alle sinistre" si legge a chiusura delle 19 pagine del documento che traccia le linee del nuovo progetto e alle quali hanno lavorato Ronchi, La Russa, Gasparri, Matteoli e Alemanno. Campagna per la famiglia in linea col Vaticano, stretta su immigrati e sicurezza in stile Sarkozy e svolta ambientalista caratterizzano il battesimo del "Partito degli italiani" in salsa An, che sarà varato in occasione della conferenza programmatica di Milano dall'8 al 10 febbraio. Nuovo partito ma ritorno ai "valori storici della destra".

Intanto, viene lanciata una "campagna in difesa del diritto alla vita e alla persona" che passa anche attraverso il no all'eutanasia, ai dico-pacs-cus del centrosinistra e alle norme anti-omofobiche. Papa Ratzinger non è mai citato nel primo capitolo, ma è il Pontefice la figura di riferimento alla quale "Alleanza per l'Italia" attingerà sul piano dei valori. E tanto basta per parlare di un consolidamento dei rapporti del partito di Fini col Vaticano sui temi etici, dopo le frizioni generate dall'adesione del leader alla campagna laica (poi sconfitta) in occasione del referendum del 2005 sulla fecondazione assistita.

Ma c'è anche un'adesione implicita alla politica di Sarkozy, soprattutto sul fronte della sicurezza e dell'integrazione. La linea della "nuova An" sulla legalità parte dalla proposta di un referendum per abrogare parzialmente la legge Gozzini (che prevede in alcuni casi la riduzione di un quarto della pena per i condannati), per approdare a un giro di vite sull'espulsione dei clandestini "in termini ancora più restrittivi", con inasprimento della Bossi-Fini. La chicca sta nella proposta di inserimento dell'esame della lingua italiana e del giuramento sulla Costituzione per il conseguimento della cittadinanza italiana da parte degli extracomunitari.

Quindi, la vera svolta, quella ecologista, un po' in Al Gore style, con tanto di richiamo al Protocollo di Kyoto. "L'ecologia può e deve diventare un motore dell'economia in una visione politica capace di coniugare ambiente e crescita economica" si legge a pagina 14 del testo approvato da Fini. Certo, tutto questo porta poi a un invito a ripensare l'uscita dal nucleare che "ci ha penalizzati", ma resta come principio di fondo l'affermazione secondo cui la "politica ambientale non può fare a meno di investire nella natura".

Infine le riforme. Alleanza per l'Italia ripropone l'"assemblea costituente" per lavorarvi e si impegna a una "petizione popolare per l'elezione diretta del premier-sindaco degli italiani". Sogna insomma "sistemi di democrazia diretta" come il presidenzialismo "all'americana". Non senza un'autocritica sulla riforma del federalismo varato dal governo Berlusconi che, ricorda la Carta di An, "obiettivamente non incontrò il favore di larghe aree del Paese in cui era avvertita la necessità di una maggiore presenza dello Stato, anziché un bisogno di federalismo".

Il 10 al tavolo di Berlusconi dovrebbe andare anche Casini, che ancora ieri però confermava tutto il suo scetticismo sulle ultime mosse. "Nessuno ha mai detto che deve farsi da parte - ha spiegato in un incontro pubblico a Cortina - Anzi, se ora si facesse da parte sarebbe sleale verso i tantissimi che hanno fiducia in lui. Ma al contempo, noi siamo altrettanto liberi di non stare in un partito padronale. In un partito azienda, la cui nascita la apprendo dai tg, io non ci vado".

(4 gennaio 2008)

da repubblica.it
« Ultima modifica: Luglio 30, 2010, 09:28:30 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Luglio 10, 2008, 05:13:19 »

POLITICA

L'intervista al leader Idv: "Se mi chiedono di scegliere, io scelgo la piazza"

Dissento dagli attacchi al papa e al Quirinale. Ma il lodo Alfano è incostituzionale

Tonino giura fedeltà a chi protesta

"Walter perderà la sua gente"

di CARMELO LOPAPA

 

ROMA - "Se mi chiedono di scegliere, io scelgo la piazza. Dissento dagli attacchi al Papa e al Quirinale, sia chiaro. Rispetteremo il capo dello Stato anche se firmerà il lodo Alfano. Ma resteremo convinti che è un errore, che è incostituzionale. Si può ancora dire, in una democrazia, o no?"

Antonio Di Pietro, lei secondo molti è il primo degli apprendisti stregoni. Martedì in piazza Navona hanno dominato toni scurrili e attacchi personali, e Beppe Grillo lo ha invitato lei, non può dire che non si aspettasse quello che è accaduto
"È in atto una mistificazione, una vera strumentalizzazione da parte del sistema politico e dell'informazione, che attribuisce alle parole di Grillo un valore diverso rispetto a quello reale".
Gli attacchi al capo dello Stato li hanno sentiti tutti.
"Si guarda la pagliuzza della satira per nascondere la trave del comportamento illiberale e costituzionalmente illegittimo di Berlusconi. A piazza Navona è accaduto qualcosa di diverso rispetto a quel che si è raccontato. Quella piazza è stata un'espressione autentica di democrazia diretta, fatta di indignazione sincera verso la deriva antidemocratica del paese. Certo, sul palco non c'erano voci allineate e pre-censurate. Noi non imporremo mai veline a nessuno".

Censurare no. Ma non era il caso di fermare la Guzzanti quando ha insultato la Carfagna e poi il Papa?
"In una democrazia ognuno può dire quel che vuole. Dopo di che, chi parla si assume le proprie responsabilità. Tanti hanno applaudito, altri come me hanno dissentito. Non mi piace che siano stati chiamati in causa la Chiesa e il Papa. Io sto con la Chiesa dei poveri, non con quella blasonata. Ma il Papa non c'azzeccava nulla".

Veltroni sostiene che è grazie a personaggi come la Guzzanti se la destra è al potere, anche in Campidoglio
"Se lo pensa davvero lo scriva sui manifesti e li faccia affiggere. Così i cittadini si renderanno conto della mancanza di coraggio nell'accettare e riconoscere le responsabilità della sconfitta".

Non crede che nei confronti della Carfagna si sia consumato una sorta di rogo di piazza, che siano stati travalicati i limiti, contro una persona peraltro impossibilitata a difendersi da accuse basate solo su pettegolezzi.
"Il ministro Carfagna in questa situazione è una delle vittime del suo capo di governo, della sua scarsa trasparenza. Ad ogni modo, ritengo che quelle cose in quel modo lì non andavano dette".

D'accordo. Ma non ritiene di aver contribuito all'innalzamento dei toni?Proprio lei ha parlato di "magnaccia", i suoi hanno parlato di Monica Lewinsky...
"Ecco, vi interessa solo del gossip. Della sostanza dei fatti non vi frega niente. Sempre lì a parlare della Carfagna".

Veramente a parlarne, anche in piazza Navona, siete stati voi. Ad ogni modo, Veltroni la invita a scegliere: o Grillo e i suoi "vaffa" o "tornare in un recinto razionale e riformista". Lei cosa sceglie?
"Non intendo dissociarmi da piazza Navona, se è questo che mi si chiede. Non ho condiviso alcuni passaggi, come ho detto, ma da qui a criminalizzare gli oratori ce ne corre. Insomma, sto con la piazza".

Come pensa di riannodare la trama del dialogo col Pd? Pensa sia ancora possibile?
"Quella non era una piazza contro il Pd, ma che si ribellava a Veltroni e al suo attendismo. Era anche una piazza democratica. Il leader del Pd, prendendosela con me, se la prende anche con i suoi che erano lì e non erano pochi".

Grillo per la verità ha attaccato proprio Veltroni
"Ma chi guida un partito del 33 per cento non deve fare l'altezzoso. Faccia come me, che ascolto le critiche e cerco sempre di migliorarmi".

Non pensa che la manifestazione sia stata un boomerang e che l'opposizione ne sia uscita indebolita?
"Macché. Da martedì molti cittadini sanno cosa ha fatto Berlusconi. Il silenzio diventa connivenza. Ora è il Pd che deve decidere al proprio interno se mantenere il dialogo con chi violenta le istituzioni per fare gli affari suoi e sfuggire ai processi. Vorrebbero che facessimo opposizione zitti zitti, piano piano. Non ci stiamo".

Il compito del capo dello Stato è gravoso, in queste ore. Non pensa che gli attacchi lo mettano ulteriormente in difficoltà?
"Massimo rispetto per l'istituzione e la persona. Però non sarebbe una vera democrazia quella in cui al cittadino non fosse consentito dissentire dal Quirinale. Noi lo rispetteremo, anche se sosterrà che il lodo Alfano è costituzionale. Ma resteremo convinti del contrario".

(10 luglio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #2 il: Marzo 04, 2010, 10:55:26 »

Rispunta l'ipotesi del decreto. Nel centrodestra il fantasma della scissione

Berlusconi è stanco delle liti interne: "Serve una svolta, rischio implosione"

Il premier chiede una soluzione politica "Temo la reazione della nostra gente"

di CARMELO LOPAPA


ROMA  -  Assediato dalle pessime notizie che piovono da Milano e da Roma, e di fronte al rischio di una scissione del Pdl, il premier Berlusconi si sfoga nella notte con i senatori. È "preoccupato" il premier, soprattutto, racconta chi ha partecipato alla cena a Palazzo Grazioli, "per le reazioni di piazza che potrebbero esserci da parte del nostro popolo". Il presidente del Consiglio non parla apertamente di "democrazia a rischio", ma guarda con più attenzione ai rischi che "elezioni falsate" portano in dote: la "ribellione" alle ingiustizie e la "protesta" contro i diritti negati. Il Pdl ora, Forza Italia prima (è il ragionamento di Berlusconi), "mai hanno cercato nella piazza un consenso o un'attenzione che le urne non hanno riservato loro.

"Ma adesso - spiega ai suoi senatori - davanti ad un evidente disegno contro di noi o la soluzione viene dalla politica, prima ancora che dal Tar, o non so come andrà a finire". Il Cavaliere guarda anche al dopo elezioni per quella che chiamano "la svolta". Una svolta che già agita dentro il Pdl lo spettro della scissione, comunque di un terremoto imminente.

Blindato in casa da tre giorni, assediato dalle pessime notizie che piovono da Milano e da Roma, il premier Berlusconi smaltisce l'ira registrando spot e preparando per oggi il ritorno in piazza. Scalda i motori di una campagna elettorale che ancora non decolla, ma coi suoi il presidente del Consiglio lavora soprattutto al dopo elezioni. La chiamano "la svolta", i fedelissimi che entrano ed escono in queste ore da Palazzo Grazioli. Una svolta che già agita dentro il Pdl lo spettro della scissione, comunque di un terremoto imminente.

I fatti degli ultimi giorni, i ripetuti affondi di Gianfanco Fini, hanno fornito la stura. "Se non corro ai ripari, se non reagisco, il governo rischia di implodere da qui a un anno  -  si sfoga a più riprese Berlusconi con chi va a trovarlo  -  Non può più esistere un partito in cui ognuno procede per conto proprio, il governo deve essere messo nelle condizioni di lavorare. E io devo sapere subito chi è con me e chi contro di me". Il subito, va da sé, è l'indomani delle elezioni del 28-29 marzo e il destinatario del monito è il presidente della Camera al quale il partito "così com'è non piace". Il Cavaliere confessa di essere stanco: "Chi rimane ormai deve accettare la leadership del partito. Gli altri se ne vadano". Tutto questo mentre le cattive nuove su Formigoni e Polverini accrescono la preoccupazione. Berlusconi si dice fiducioso nei responsi del Tar. Ma al contempo non abbandona l'idea di un decreto, nonostante i rischi di una bocciatura del Quirinale e la contrarietà del ministro Maroni.

Ipotesi che il segretario Pd Pier Luigi Bersani, tuttavia, torna a stroncare. "Escludo categoricamente, e categoricamente con la "k"  -  sottolinea  -  che si possano cambiare le regole in corso d'opera. Di liste bocciate ve ne sono in tutta Italia. Aspettino che si consumino tutti i passaggi. Se poi dovesse andare male, l'ho detto anche ai miei, non stappo champagne, capisco che si crea un turbamento. Ma non si possono cambiare le regole".

La partita del voto in queste ore si intreccia però con quella tutta interna al Pdl. Anche il "cofondatore" Fini non si fa illusioni, i suoi parlano di "fine impero", la fondazione "Farefuturo" di un partito che "non è un matrimonio". In mattinata, al piano nobile di Montecitorio arrivano il sindaco Alemanno con la candidata Polverini. Poi Italo Bocchino e gli altri più vicini ex An. Studiano la nuova strategia, nell'ipotesi di corsa senza lista nel Lazio. Nasce lì l'idea di chiedere a Berlusconi di scendere anche lui in piazza Farnese, oggi pomeriggio, per la mobilitazione in sostegno dell'aspirante governatrice e il successivo incontro coi circoli laziali Pdl in un albergo. Proposta che la stessa Polverini, con Alemanno, hanno avanzato di persona un'ora dopo a Gianni Letta, a Palazzo Chigi, ricevendone il via libera. Berlusconi e Fini si ritroveranno uno al fianco dell'altro nell'incontro di stasera con i circoli laziali del Pdl. Almeno oggi, almeno per la candidata a rischio. "Cerchiamo di salvare il salvabile in vista del voto, per ora" avrebbe detto ai suoi Fini. Perché sul dopo, lo scenario è denso di nubi. L'ultimo affondo del Giornale di Feltri non lo turba nemmeno. Piuttosto, la terza carica dello Stato mette in guardia chi lo circonda: "Dobbiamo essere pronti a un nuovo predellino all'indomani del voto, Silvio si sta preparando. D'altronde, non si può più restare a galleggiare". Detto questo, proprio in una chiave interna al Pdl, per i finiani la partita asimmetrica nel Lazio  -  con la "loro" Polverini senza lista  -  diventa una sfida ardua ma che varrebbe doppio, in caso di successo.

© Riproduzione riservata (04 marzo 2010)
da repubblica.it
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« Risposta #3 il: Marzo 16, 2010, 04:12:04 »

"Generazione Italia sosterrà la sua leadership"

Ronchi: non si vuol fare un altro partito

Gelo su Fini, la nuova corrente spacca il Pdl

Berlusconi irritato. Cicchitto: voto, poi chiariamo

di CARMELO LOPAPA


ROMA - Il lancio della "Fini generation" lacera il Pdl in piena campagna elettorale. La fuga di notizie sul battesimo della "rete" del presidente della Camera e dei suoi 1200 delegati, che avverrà all'indomani delle regionali, accende gli animi di tutto il gruppo dirigente berlusconiano e irrita non poco lo stesso premier Berlusconi. Tanto più che gli ex An negano qualsiasi progetto di strappo o scissione, ma parlano apertamente di corsa alla leadership del Pdl.

La polemica divampa nel giorno in cui Gianfranco Fini ricorda alla Camera De Gasperi. Nel settembre scorso, il premier Berlusconi aveva definito lo statista una "padre della patria", aggiungendo però che "in politica interna non è paragonabile a quanto svolto dal mio governo". Ieri, la terza carica dello Stato, parlando al fianco di Giuliano Amato, ha ricordato piuttosto come il leader Dc non abbia "mai perso di vista l'orizzonte dei valori" ricostruendo e consolidando la democrazia.

Il presidente della Camera vola alto, evita la polemica, i suoi uomini preparano la nuova macchina da guerra. Italo Bocchino che di "Generazione Italia" sarà la guida, chiarisce al Corriere. it che l'associazione "nasce per riportare la democrazia nel Pdl, la sua missione sarà quella di aggregare nel partito tutte le forze disponibili a sostenere la leadership di Fini". Nessun partito, dunque, nessuna corrente. "Berlusconi adesso è premier e lo  resterà fino a fine legislatura - prevede un altro finiano doc come Fabio Granata - ma la leadership di domani la costruiremo dopo tutti insieme". Che la nuova creatura sia destinata a fare da contraltare ai "Promotori della libertà" lanciati da Berlusconi e dalla Brambilla è un convincimento assai diffuso, in Transatlantico. "Competition is competition - ironizza Carmelo Briguglio, anche lui tra gli sponsor di "Generazione Italia" - se è leale e alla luce del sole crea vitalità". Ma su quante pedine potrà contare la batteria finiana, che l'8 e 9 maggio si è già convocata a Perugia? Perché oltre ai mezzi (la fondazione Farefuturo, il quotidiano il Secolo, il sito web dell'associazione) occorrono anche gli uomini, i parlamentari. "Partiamo da una cinquantina di deputati e 25 senatori" calcolano i finiani pronti alla conta.

Pochi o tanti che siano, di questa prova di forza (o di "vitalità") i berluscones ne avrebbero fatto volentieri a meno. Per comprendere come abbia reagito il presidente del Consiglio alla novità, è sufficiente attenersi ai commenti dei più allineati. A cominciare dal capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, che invita ad "evitate le correnti" e annuncia dopo le regionali, "in primo luogo nell'ufficio di presidenza, una riflessione seria sull'attacco a Berlusconi e sul partito in quanto tale". La richiesta di un dibattito dopo il voto viene avanzata anche da Margherita Boniver (no al "correntismo subdolo"). Anche l'ex An Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato, è polemico: "Chi si dedicasse a iniziative di tipo personale in campagna elettorale commette un grave errore".

Il ministro finiano Andrea Ronchi prova a smorzare le tensioni e a rassicurare: "La casa è una sola. Escludo, smentisco che Fini voglia fare un altro partito. Non abbiamo bisogno di predellini ma di ragionamenti". Fatto sta che l'annuncio di una verifica post-voto sa già di resa dei conti. "Intempestivo aprire questa discussione" dice Gaetano Quagliariello.
"Non è altro che la conclusione di un percorso avviato da tempo dai finiani con differenziazioni continue, i nostri elettori sono stanchi", protesta Osvaldo Napoli. Giorgio Stracquadanio, direttore del quotidiano "Il Predellino", schietto: "Dal '93 ad oggi, in tutte le occasioni in cui Fini ha sfidato la leadership di Berlusconi, ne è uscito con le ossa rotte".
Il rischio però, tira le somme il ministro Gianfranco Rotondi, è che "il Pdl faccia la stessa fine della Dc, uccisa dalle correnti. Tanto la leadership non tramonta. Silvio si ricandida a Palazzo Chigi".

© Riproduzione riservata (16 marzo 2010)
da repubblica.it
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« Risposta #4 il: Aprile 29, 2010, 10:27:54 »

IL RETROSCENA

Berlusconi teme il logoramento "Sembriamo un'armata Brancaleone"

Il Cavaliere ha rimproverato anche i suoi fedelissimi per il passo falso alla Camera sul ddl lavoro: E ha chiesto al gruppo del Pdl alla Camera di far dimettere subito Bocchino.

Allarme sondaggi a Palazzo Grazioli: il gradimento al governo è sceso di tre punti 


di CARMELO LOPAPA


ROMA - "Chiudiamo subito l'affare Bocchino, tiriamoci fuori dalle secche di questo logoramento finiano". A ora di pranzo il presidente del Consiglio Berlusconi fa in tempo a rientrare a Palazzo Grazioli dopo la due giorni con Putin a Milano, che ordina su due piedi la resa dei conti immediata col vicecapogruppo vicino all'ex amico Gianfranco.

Il Cavaliere vede già nero - racconta chi è entrato nella sua residenza - per l'escalation televisiva del presidente della Camera, ieri tornato a vestire i panni dello sfidante agguerrito dal salotto bianco di Vespa. E non ha preso per nulla bene anche l'ennesimo scivolone della sua maggioranza in Parlamento, ritenuto tanto più dannoso perché verificatosi nel bel mezzo dello scontro interno al Pdl. "Abbiamo dato di nuovo l'immagine di un'armata brancaleone" sarebbe sbottato il premier, preoccupato dal calo di consensi registrato negli ultimi sondaggi. E questa volta i finiani c'entrano in minima parte, dato che tra i 95 assenti Pdl c'erano sì Bocchino, Perina, Granata, Raisi vicini al presidente della Camera. Ma anche molti big berlusconiani: il coordinatore Verdini, Ghedini, Berruti, tra gli altri. E la storia si è ripetuta al Senato sulla riforma forense, governo battuto su un emendamento all'articolo 1.

Nella lunga guerra di posizione con Gianfranco Fini ormai un ruolo di primo piano lo svolge il Giornale di famiglia. L'ultimo affondo di ieri del direttore Feltri tira in ballo la suocera del presidente della Camera e "costringe" perfino Berlusconi a esprimere solidarietà all'avversario interno. L'intenzione di vendere la testata era stata annunciata dal leader in direzione. Ieri sera a varcare il portone di Palazzo Grazioli è stato Paolo Berlusconi, l'editore del quotidiano chiamato in causa ("Fratello di...") da Fini a Porta a Porta. E oggetto del colloquio col premier è stato proprio il futuro del pacchetto di maggioranza in mano alla famiglia. Altro colloquio poi con Sabina Began, già battezzata dal gossip "ape regina" ai tempi del "Tarantinigate", entrata a Palazzo con chihuahua al guinzaglio.

Dal canto suo il presidente della Camera lo si è visto più nervoso ieri sera di quanto non lo sia stato domenica a "In Mezzora" o martedì a "Ballarò". La solidarietà di Berlusconi, raccontano i finiani, l'ha incassata come uno sberleffo. Ma quel che nelle ultime ore lo ha reso ancora più nervoso è il ventilato avvio di un'"epurazione". Che potrebbe partire oggi col vicecapogruppo Bocchino per arrivare, chissà, nelle prossime settimane, ai presidenti di commissione. Fini non ne fa mistero, parla espressamente della Bongiorno indigesta al premier, a Porta a Porta. "Non dia corso a epurazioni, non gli converrebbe" è l'avvertimento che manda all'indirizzo del premier. Perché poi, questo il non detto, sarà pure poca cosa dentro il Pdl la minoranza finiana, ma sarebbe determinante per gli equilibri in aula e nelle commissioni. Nella lunga chiacchierata mattutina col governatore "ribelle" siciliano Raffaele Lombardo, invece, l'ex leader di An garantisce sostegno per l'esperienza della giunta anomala nell'isola (in cui c'è il Pdl di Micciché ma non quello "ufficiale") e riceve dall'autonomista la disponibilità (non richiesta) a un prestito dei suoi 4 deputati e 4 senatori qualora la rottura con Berlusconi facesse precipitare la situazione fino alla costituzione di gruppi autonomi. Fantapolitica, per il momento.

Ad ogni modo, tutto quel che si muove sotto traccia (e in tv) non fa che irritare l'inquilino di Palazzo Chigi. Che, per ora, manda in avanscoperta i suoi. "Se Fini dovesse continuare così, dovrà pensare se restare presidente" ripete il coordinatore Sanro Bondi. "Certe sue ruvidezze hanno poco di politico" rincara Osvaldo Napoli. Il primo banco di prova in seno al Pdl arriverà oggi. Con l'assemblea del gruppo convocata da Cicchitto in Sala della Regina per "discutere" le dimissioni di Bocchino. Meglio, le sue due lettere, la prima di forfait, la seconda con cui le ritira in assenza di analoghe dimissioni dal capogruppo. I "berluscones" ieri sera lasciavano intendere che si va verso la "sfiducia" del vice, magari per far posto all'ex An (ma non finiano) Fabio Rampelli. Veleni su veleni.
 

(29 aprile 2010) © Riproduzione riservata
da repubblica.it
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« Risposta #5 il: Luglio 30, 2010, 09:22:02 »

LA ROTTURA NEL PDL

Fini in trincea: "Non lascio Dovranno trattare su tutto"

Il presidente della Camera organizza i suoi gruppi: "Andremo da Napolitano a dire che in Parlamento è nata una nuova formazione. Restiamo nella maggioranza, ma Berlusconi non è il nostro padrone".

Nessuna intenzione di lasciare lo scranno più alto di Montecitorio


di CARMELO LOPAPA


ROMA - Prosit. Fuori da lì, la tempesta. Dentro, nella buvette di palazzo Montecitorio, negli stessi istanti in cui il premier Berlusconi sta per "sfiduciare" il presidente della Camera, Gianfranco Fini ordina un flute di prosecco. E lo sorseggia sereno. Sono da poco passate le 19. A quel punto, d'altronde, tutto è ormai compiuto. Resta solo l'amarezza nel dover abbandonare la nave che ha contribuito a costruire.

Il documento che da lì a un paio d'ore sancirà la "incompatibilità" e la rottura politica definitiva tra i due cofondatori del Pdl sarà solo un tot più duro del previsto. Fini lo legge nello studio della presidenza, circondato dai "deferiti" Bocchino, Granata, Briguglio, tra gli altri. "La presidenza della Camera non è nelle disponibilità del presidente del Consiglio, non può decidere nulla" è la prima constatazione che fa d'istinto. Poi, "con un testo così, sarà evidente a tutti che sono loro ad averci cacciato, ad averci costretto a fare gruppi autonomi. Andremo dal capo dello Stato per comunicare la nascita della nuova formazione in Parlamento e per far presente che comunque faremo parte della maggioranza" taglia corto Fini.

L'ultimo strappo si consumerà oggi, quando la squadra degli ormai ex Pdl - in serata diranno di aver raccolto 33 firme alla Camera e una dozzina al Senato - annuncerà la nascita dei gruppi autonomi. Ma il dado era tratto almeno da ieri mattina. Fini e Berlusconi, a pochi metri l'uno dall'altro nell'aula di Montecitorio, in occasione del voto finale sulla manovra, non incrociano neanche lo sguardo. Figurarsi il saluto. Ormai è chiaro che il presidente del Consiglio va dritto verso la rottura nell'ufficio di presidenza del partito convocato ad hoc per la sera. Il cofondatore legge prestissimo i giornali che racconto del no di Berlusconi all'ultimo ramoscello di pace offerto dalle colonne del Foglio. Italo Bocchino bussa alla presidenza già prima di pranzo e porta le venti firme dei deputati iscritti alla fondazione "Generazione Italia" pronti a seguirlo nello strappo. Gli altri, l'ex leader di An li chiamerà uno per uno, al telefono, alcuni li riceverà di persona, soprattutto i senatori che via via arrivano a Montecitorio per votare i membri laici del Csm.

A Granata, che sarebbe per il ritiro immediato della "delegazione" nel governo, spiega che no, che sarebbe controproducente, un regalo agli avversari. Nello studio sfilano in tanti, il ministro Ronchi, il sottosegretario Andrea Augello, Giulia Bongiorno. A tutti Fini racconta che il nuovo gruppo - che anche nel nome probabilmente richiamerà al concetto a lui caro del "patto repubblicano" (ma i nostalgici vorrebbero rispolverare An) - sarà "fedele al programma di governo: lealtà e correttezza, abbiamo un dovere etico nei confronti degli elettori". Anche se i pasdaran del fronte finiano non la pensano tutti allo stesso modo. "Il ddl intercettazioni è già affondato, ed è una nostra vittoria, il resto lo discuteremo quando arriverà in aula - dice in Transatlantico un deputato d'area - a cominciare dalla riforma della giustizia". Nonostante le rassicurazioni, è la prospettiva del Vietnam al quale tanti finiani si preparano a trascinare il governo alla Camera, alla ripresa, sulle orme di quel che accadde all'ultimo governo Prodi al Senato.

Berlusconi convoca nuovamente coordinatori e capigruppo a Palazzo Grazioli, è il primo pomeriggio, c'è da mettere a punto il documento da mettere ai voti in serata nel parlamentino Pdl. Nello studio di Fini al primo piano di Montecitorio è un via vai continuo. "Adesso - quasi rassicura il presidente rivolgendosi ai deferiti - dovranno spiegare loro perché mettono fuori i nostri, solo per aver parlato di legalità, per tenere al loro posto Verdini e Cosentino". Le firme in quella sorta di giuramento di fedeltà, sono più di trenta e sono ormai al sicuro sulla sua scrivania. C'è anche quella dell'unico ministro finiano, Andrea Ronchi, del vice ministro Urso, dei sottosegretari. Il ministro per le Politiche comunitarie firma, poi in serata va in ufficio di presidenza e vota contro il documento di rottura. Come lui, diranno no Urso e Viespoli.

Per il momento nulla cambia al governo. Ministro e sottosegretari resteranno al loro posto. "Perché nulla cambierà nella nostra posizione rispetto al governo e Berlusconi ha avuto parole di stima nei nostri confronti" dirà Ronchi all'uscita. Ma tutto precipita. In quelle stesse ore, a strappo consumato, i finiani notificano al capogruppo Cicchitto l'addio al Pdl. Gianfranco Fini, a tarda ora, convoca per oggi la conferenza stampa in cui dirà la sua e darà il suo, di addio. È l'ultimo atto della giornata più lunga. Poi tira un sospiro e lascia il Palazzo. Oggi si apre un'altra storia.

(30 luglio 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/07/30/news/fini_in_trincea_non_lascio_dovranno_trattare_su_tutto-5942004/?ref=HREA-1
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« Risposta #6 il: Agosto 04, 2010, 04:45:24 »

PDL

E Letta frena il blitz dei colonnelli "Silvio attento, il Colle non ci sta"

I ""falchi" del Pdl sono quasi riusciti a convincere il premier ad approfittare dell'astensione annunciata dai finiano per sparigliare.

L'intervento del sottosegretario: "Inutile forzare adesso, significherebbe costringere Napolitano a cercare un'altra maggioranza e un altro presidente del Consiglio"

di CARMELO LOPAPA


ROMA - Il partito della rottura immediata con Fini, dell'apertura di una crisi in pieno agosto, perfino della salita al Colle subito dopo il voto sulla mozione di sfiducia a Caliendo ha lavorato ai fianchi il premier Berlusconi per tutto il giorno. I falchi del Pdl - gli ex An La Russa e Gasparri in testa - sono quasi riusciti a convincere il capo del governo ad approfittare dell'astensione annunciata dai finiani, in concorso col nuovo cartello dei centristi e dei rutelliani, per sparigliare. Proclamare che tutto si chiude qui. Che la maggioranza non esiste e che non resta che il voto anticipato in autunno.

A far ragionare il Cavaliere è stato, ancora una volta, Gianni Letta. "È inutile forzare adesso, significherebbe costringere Napolitano a cercare un'altra maggioranza e un altro premier" è stato il suggerimento del sottosegretario. Troppo impervio e denso di incognite il cammino di una crisi di governo da imporre come un raid estivo. "Crisi? Faccia pure come crede - hanno sentito replicare da Gianfranco Fini i suoi - il capo dello Stato gli conferirebbe un nuovo incarico e noi in Parlamento gli rivoteremmo la fiducia". Come dire, il premier è in un vicolo cieco e lì gli avversari vecchi e nuovi vogliono lasciarlo macerare.

Ecco, il punto è che il presidente del Consiglio non ha alcuna intenzione di logorarsi in Parlamento, come va ripetendo da giorni. Piuttosto provato, incupito, racconta chi lo ha incontrato anche ieri prima della cena al Castello di Tor Crescenza con le deputate, per lui quella con Fini è solo una partita rinviata, al massimo di poche settimane. E la nomina a capogruppo del Fli di Italo Bocchino l'ha incassata come un ulteriore segnale di guerra. "Alla ripresa voglio che il processo breve sia al primo punto dell'agenda, voteranno contro o si asterranno anche lì? La crisi sarà inevitabile" è stato lo sfogo di un Berlusconi che ormai ha il voto anticipato come chiodo fisso.

A Gianfranco Fini, ieri sera, è toccato disinnescare la mina che proprio il leader del Pdl aveva piazzato in vista del voto di oggi sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo coinvolto nell'inchiesta sulla P3. Dal quartier generale di Palazzo Grazioli è partito il tam tam che lasciava presagire l'epurazione dei finiani nel governo se anche il ministro Ronchi, il vice Urso e i due sottosegretari Buonfiglio e Menia si fossero astenuti, come i loro colleghi deputati. La mossa concordata dal presidente della Camera Fini con i suoi, nella cena serale di FareFuturo, ha risolto salomonicamente la questione. I deputati si asterranno tutti - come concordato con centristi e rutelliani - ma i membri del governo voteranno contro la sfiducia. Come Pdl e Lega.

Detto questo, Berlusconi sta vivendo come fumo negli occhi riunioni movimenti come il vertice di ieri alla Camera tra oppositori moderati, quella sorta di aggregazione di 85 deputati riuniti dai tre big (Fini, Casini e Rutelli) al solo scopo di mandargli un messaggio: da settembre lo sgambetto d'aula sarà sempre dietro l'angolo. "Fanno solo manovre di palazzo, ma io non mi piego e li porto al voto, al quale io sono pronto, loro no" ha ripetuto incontrando nel tardo pomeriggio lo stesso Giacomo Caliendo, il Guardasigilli Alfano e l'avvocato Ghedini. Al sottosegretario sotto scopa ha rinnovato la fiducia: "Vai avanti, la mozione sarà respinta" ha rassicurato. Resta il dato politico di fondo, che il premier non intende lasciar passare inosservato.

L'atto di sfiducia presentato da Pd e Idv sarà respinto oggi ma con i soli 300-305 voti contrari di Pdl e Lega, ben al di sotto dell'asticella dei 316 che fissa la quota minima di una maggioranza alla Camera. Da qui il tam tam con cui, nella nervosa vigilia di ieri, i berlusconiani hanno fatto circolare in Transatlantico la voce seconda la quale il presidente del Consiglio si preparerebbe a un blitz al Quirinale, subito dopo il voto sulla mozione. Ultimo tentativo per condizionare i finiani in effetti tentati dal "no" alla sfiducia (da Divella a Lo Presti a Lamorte) e spaccare il fronte avversario. Poi tutto è rientrato. Letta ha convinto Berlusconi. Per di più, il capo dello Stato Napolitano era giusto partito ieri per il soggiorno a Stromboli (dettaglio che non è passato inosservato a Palazzo Chigi).

"Al Quirinale ora o dopo? Tutto può succedere in un momento come questo" racconta alla Camera il sottosegretario Guido Crosetto. I finiani sogghignano. "Meglio seguire il monito di Almirante, mai adottare decisioni gravose in estate, meglio rinviare" predica cautela il viceministro Urso. Alla fine, ha avuto forse ragione Sandro Bondi, già in partenza per le vacanze: "I veri problemi verranno a settembre".

(04 agosto 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #7 il: Agosto 05, 2010, 03:37:03 »

GOVERNO

Il premier studia già la data del voto

"E vedrete che Fini dovrà dimettersi"

Berlusconi sul presidente-ribelle: se ci riporta alle urne dovrà spiegarlo al Paese.

Con i fedelissimi il premier allude ai possibili effetti della querelle sulla casa di Montecarlo

di CARMELO LOPAPA


Come ai saldi di fine stagione, 299. Neanche cifra tonda. Silvio Berlusconi alza lo sguardo al tabellone e lo abbassa subito, tutto è ormai chiaro. Lo sfogo sarà amaro: "Vedete che ho ragione io? Al voto bisogno andarci e anche alla svelta". A Gianfranco Fini non rivolge neanche uno sguardo, passando sotto la presidenza, il commento che invece gli dedica fuori da lì va oltre il rancore.

"State tranquilli, da qui a qualche settimana sarà costretto a dimettersi dalla presidenza della Camera" profetizza ai fedelissimi con vaga allusione alla campagna stampa del suo "Giornale". La stessa allusione torna in tarda serata alla cena con i deputati: "C'è qualcuno che ha speranza verso un leader che è al centro di notizie poco chiare che dovrebbe spiegare".

Elezioni presto, elezioni subito, è la mission che il leader Pdl scandisce al vertice riunito prima del Consiglio dei ministri a Palazzo Grazioli, con Tremonti, Frattini, Alfano, Matteoli, Letta, Bonaiuti, coordinatori, capigruppo e Ghedini. È un gabinetto di guerra che in presa diretta, tramite Letta, contatta il capo dello Stato Napolitano a Stromboli. Lo mettono al corrente della situazione critica, dei numeri "in sofferenza" che richiederanno una riflessione, alla ripresa. Non un commento, nessuna considerazione in un senso o nell'altro dal Quirinale, che resta osservatore attento ma discreto degli sviluppi parlamentari.

"Ma a settembre bisogna trovare l'occasione per aprire formalmente la crisi, dimostrare che non ci sono più i numeri e convincere il Colle che non c'è alternativa al voto" ha ripetuto Berlusconi ai big. Nel vertice, per la prima volta, si parla di date, della necessità di un'accelerazione per chiudere la partita entro il primo ottobre, in modo da portare il Paese alle urne il 14 o il 21 novembre. Auspici che non tengono conto di due incognite. La prima, il pretesto per aprire la crisi. Sembra che Berlusconi abbia accolto il suggerimento di chi gli consiglia di evitare una rottura sul processo breve: legge ad personam che lascerebbe il retrogusto di una crisi aperta per interessi privati. Si troverà altro, si dice convinto Berlusconi. Ma la seconda incognita è il Quirinale, appunto. Basterà il no a un reincarico all'attuale premier per indurre il capo dello Stato a sciogliere le Camere? E fallirà davvero, alla prova dei numeri, un incarico "tecnico"?

"La situazione in effetti è complicata, ne abbiamo preso atto" confida un ministro berlusconiano. Bossi per ora si dice certo che non si va al voto, almeno non prima che i decreti sul federalismo vadano in porto. Di certo, nell'esecutivo si è avvertito un certo nervosismo, culminato nell'ultimo consiglio dei ministri prima della pausa con l'ennesimo battibecco tra Tremonti e la Prestigiacomo sulla nomina del presidente della Consob, ancora al palo.

Sull'altro fronte gongolano. Pier Ferdinando Casini è uscito baldanzoso dall'aula. "Tu saprai fare i conti pubblici, ma questi conti in Parlamento li so fare meglio io" scherza con Tremonti. E se il voto diventa per Berlusconi la strada maestra, è il ragionamento di Casini, "allora ci saranno sorprese". Ma assai soddisfatto, anzi "sereno" si dice a giochi fatti Gianfranco Fini, dopo aver vinto la scommessa della prima prova d'aula del neonato gruppo Fli. Tutti astenuti i presenti a parte, come previsto, i governativi Ronchi e Urso. Le due deputate contattate ore prima dal premier per un ultimo pressing pro Caliendo - la Sbai e la Polidori - sono state "riacciuffate" in extremis. "Se qualcuno pensa di portare il Paese alle urne, deve sapere che dovrà rendere conto agli italiani - è stato il commento coi suoi del presidente della Camera - Il fatto che una deputata come la Moroni abbia fatto pubblicamente quel discorso, vuol dire che non si può più ridurre tutto a una lotta tra giustizialisti e garantisti". Un ultimo sondaggio che gli hanno consegnato in giornata (fonte Crespi) attesterebbe un suo ipotetico partito all'8 per cento. E il compito di strutturarlo, Fini lo ha affidato a Urso: dovrà essere "leggero, stile Obama". Dal Pdl lui e i suoi sono fuori. Epurazione di tutti i coordinatori e vice, regionali e provinciali, è stato deciso nel vertice a Palazzo Grazioli. E da settembre, con il rinnovo delle commissioni parlamentari, non più di due finiani per ciascuna. Giulia Bongiorno e Silvano Moffa, questo il diktat dei falchi condiviso dal premier, via dalle presidenze.

(05 agosto 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #8 il: Agosto 07, 2010, 10:24:56 »

LO SCONTRO

Voto subito, il Pdl si spacca

Berlusconi: errori con Fini

I dubbi del premier. "Rischiamo di trovarci un altro governo Dini".

Scontro tra falchi e colombe. Fli, l'ipotesi di una federazione.

Il Cavaliere vuole come coordinatori del partito Gelmini, Meloni e Alfano. Ma La Russa si oppone

di CARMELO LOPAPA


ROMA - La quiete dopo la tempesta porta su Palazzo Grazioli una nuvola carica di dubbi. Il presidente del Consiglio Berlusconi, rimasto a Roma, va a incontrare l'amico e sodale di sempre Cesare Previsti, pranza con lui, poi riceve in via del Plebiscito Francesco Storace. Sente altri collaboratori e ministri nel corso della giornata e a tutti inizia a esternare le perplessità delle ultime ore. Si fa strada il sospetto che l'accelerazione impressa alla crisi forse non porterà subito laddove il capo del governo spererebbe, cioè al voto. "Forse abbiamo sbagliato i tempi" avrebbe confessato a più di un interlocutore. "Se sbagliamo, rischiamo di trovarci un altro governo Dini".
Uscito dopo due ore dalla casa romana di Previti a Piazza Farnese, il premier si limita a qualche battuta coi cronisti: "Non mi strapperete neanche una parola. Quello che succederà me lo direte voi. Io leggo i giornali e mi adeguo alla realtà che raccontate". Poi, "voi andate in vacanza, beati voi... Io andrò qualche giorno ad Arcore per riposarmi". Vacanze di lavoro, come va ripetendo. Parvenza di serenità che nasconde i timori suoi e dell'entourage. "Berlusconi non ha bisogno di consigli, sa sbagliare da solo. Ci sono grandi difficoltà - confessa Marcello Dell'Utri a Radio 24 - Il respiro del governo si è fatto affannoso, c'è dell'asma. Ma non credo si andrà a votare a breve come auspica il premier".

Già, perché il capo del governo si sta convincendo che la formazione di una nuova maggioranza in Parlamento, comunque in grado di sostenere un governo di transizione, non sia un'ipotesi del tutto peregrina. Calderoli dalle file del Carroccio continua a dire "no a esecutivi Frankenstein, meglio il voto". Ma a Berlusconi hanno spiegato che nel Pdl sarà facile reperire venti deputati e venti senatori pressoché certi di non essere ricandidati o di non essere eletti. A quel punto il gioco dei terzopolisti sarebbe fatto. Raccontano che la lettura dell'intervista a Repubblica di Giuseppe Pisanu ("Mi opporrò alle elezioni, in Parlamento tantissimi contrari") abbia contribuito a frenare gli ultimi slanci del presidente del Consiglio sul ritorno alle urne. E così le dichiarazioni dell'ormai ex pdl Chiara Moroni.

Anche l'exit strategy individuata dalle colombe del partito, un mini programma in quattro punti su giustizia, federalismo, fisco e Mezzogiorno sul quale apporre la fiducia e stanare i finiani, non è che lo abbia convinto più di tanto. Il premier Berlusconi è scettico. Teme soprattutto di ritrovarsi in un vicolo cieco, qualora i 33 deputati e i 10 senatori vicini al presidente della Camera votassero quel pacchetto, per poi ricominciare la guerriglia in aula. Tanto più che il capogruppo alla Camera Italo Bocchino ha già fatto sapere che quel patto loro lo accettano, "detto questo, però, i punti vanno tradotti in leggi e su quelle poi staremo attenti". Anche il prossimo capogruppo al Senato di "Futuro e libertà", Pasquale Viespoli, conferma che loro sono "pronti ad aprire il confronto".

Il clima nel dopo strappo dunque è tutt'altro che sereno, nel Pdl. Anche per il braccio di ferro in corso tra falchi e colombe. Alla prima categoria sono iscritti gli ex colonnelli di An e forzisti di peso quale Cicchitto. Sull'altro fronte, Gianni Letta, i ministri Frattini e Gelmini, tra gli altri. I primi lavorano per una rottura e per il voto in autunno. Un errore, al contrario, secondo le colombe che continuano a lavorare di diplomazia: per il voto a novembre non ci sarebbero i tempi tecnici, è la loro tesi. Calendario alla mano, con le Camere che riprendono a lavorare di fatto a metà settembre, Berlusconi dovrebbe aprire una crisi e ottenere lo scioglimento dal Colle entro i primi di ottobre. Meglio trattare con Fini - è dunque il suggerimento di Frattini, Gelmini e dei moderati - e stipulare magari una federazione con Fli, qualora accetti il piano in quattro punti: per vincolare loro e blindare il premier fino al termine della legislatura.

Ma a vacillare nel Pdl è anche il coordinamento. Nell'ultimo vertice di giovedì, Berlusconi ha illustrato i risultati degli ultimi focus dai quali emergerebbe come i giovani elettori pdl siano attratti da Fini. Da qui la necessità di "cambiare l'immagine del partito", ha rimarcato, ipotizzando Gelmini, Alfano e Meloni al coordinamento. La Russa ha ribattuto a muso duro: "Presidente, fà come vuoi, ma gli ex An li rappresento io", non il ministro della Gioventù, sottinteso. 

(06 agosto 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #9 il: Agosto 09, 2010, 10:12:07 »

IL RETROSCENA

I falchi attaccano: e ora la crisi Berlusconi frena: "Io vado avanti"

Berlusconi: "Finché ho la maggioranza si continua".

E considera la nota di Fini quasi come un "autogol".

Ore di tensione, ci sarebbe stata anche una telefonata informale con il presidente della Repubblica.

Intanto insiste: "Se avesse un minimo di senso dello Stato, ora Gianfranco dovrebbe dimettersi"

di CARMELO LOPAPA


ROMA - Gongola, raccontano i suoi. La nota difensiva con cui Gianfranco Fini prova a smarcarsi dal caso monegasco la considera né più né meno che un "autogol". Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ritiratosi sabato notte ad Arcore, vuol incassare subito il dividendo politico di una vicenda sollevata dal suo "Giornale" in concomitanza con lo strappo consumato dal presidente della Camera. E sì che il Cavaliere scommette parecchio sullo "scandalo", per uscire dall'angolo in cui si ritrova e chiedere la "testa" di Fini. E allora altro che domenica d'agosto. Sono ore ad alta tensione, in cui - riferiscono berlusconiani di stretta osservanza - sarebbe intercorsa anche una telefonata informale con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

"Se avesse un minimo di senso dello Stato, Fini dovrebbe dimettersi" gli hanno sentito dire i consiglieri e i collaboratori più fidati sentiti al telefono da Villa San Martino. L'autodifesa in otto punti della terza carica dello Stato è stata diramata da poco più di un'ora e il capo del governo è un fiume in piena. "Si ritrova nella medesima posizione di Claudio Scajola. Anche il ministro non era stato raggiunto da alcun provvedimento giudiziario, le dimissioni sono state una scelta di opportunità politica - ragiona Berlusconi - Lo stesso dovrebbe fare Gianfranco, ma vedrete che proverà a resistere in ogni modo. Comunque, io non c'entro nulla con questa storia. Hanno fatto tutto i giornali".

Il premier non dispera. In settimana, in uno degli ultimi vertici del Pdl, al cospetto di ministri e coordinatori presagiva nubi nere in arrivo sull'inquilino di Montecitorio: "Vedrete, da qui a qualche giorno dovrà dimettersi". E proprio la richiesta di dimissioni è tornata ad essere, non a caso, il tamburo di guerra fatto risuonare per tutto il pomeriggio e fino a sera da tutta la batteria berlusconiana: capigruppo, sottosegretari, semplici peones. Daniela Santanché, tra gli altri, le ritiene "indispensabili".

Raccontano tuttavia che quando è stata portata al premier la nota di Fini, ad irritarlo non poco sia stato l'incipit del presidente della Camera. Quell'"a differenza di altri non ho l'abitudine di strillare contro i magistrati comunisti". Una "provocazione", è stato il commento: "Ormai si pone sullo stesso piano di Bocchino che chiede la sostituzione dei nostri coordinatori e di Della Vedova che apre alle coppie gay e di fatto" avrebbe ribattuto gelido Berlusconi. Per aggiungere poi - come avrebbe fatto dichiarare nei comunicati stampa dei suoi, da lì a breve - che "non ci sono più margini per trattare, c'è solo lo spazio necessario per aprire la crisi e andare a votare". Addio patto di legislatura, addio intesa con i finiani a settembre, è il senso dei messaggi firmati Pdl. "La verifica con Futuro e Libertà chiusa ancora prima di essere aperta" sintetizza non a caso il vicecapogruppo Osvaldo Napoli.

Il Cavaliere coi suoi si lascia andare a previsioni entusiastiche (sulle dimissioni di Fini) e a considerazioni amare (sul dialogo finito e sul voto). Lo fa a ruota libera con tutti coloro che sente. Tanto che in serata - come era accaduto il 26 luglio subito dopo l'uscita di Fini contro il coordinatore Verdini interrogato dai pm ("Inopportuno mantenere incarichi quando si è indagati") - il portavoce Bonaiuti si premura a diffondere una nuova "smentita preventiva" su ogni possibile ricostruzione che sarà attribuita al premier, sui quotidiani di oggi. Ma tant'è. Il presidente Berlusconi in queste ore gioca su più tavoli. Manda alla scoperta i falchi del partito minacciando la crisi-raid alla ripresa. Salvo poi prendere atto nei colloqui coi ministri che il voto in autunno è di fatto impossibile e che bisognerà in qualche modo tirare avanti. Possibilmente senza farsi cuocere a fuoco lento dagli uomini del presidente della Camera.

Un punto sembra che il premier lo abbia fatto, a distanza, proprio col capo dello Stato Napolitano, ritiratosi a Stromboli. Nessuna conferma dalle fonti ufficiali, ma i berlusconiani riferiscono di un lungo colloquio informale, qualcosa più che un semplice scambio di auguri di buone vacanze. Nel corso del filo diretto il presidente del Consiglio avrebbe fatto cenno esplicito alle criticità che il suo governo si ritroverà ad affrontare in Parlamento, dopo l'uscita dei 33 deputati e 10 senatori finiani, formalizzata a chiusura dei lavori d'aula. Con l'istantanea della mozione Caliendo lì a dimostrare che il centrodestra potrebbe anche andare sotto, almeno a Montecitorio, da settembre. Fino a quando ho i numeri io vado avanti, avrebbe spiegato il Cavaliere al presidente della Repubblica che anche in questi giorni ha seguito con attenzione e tacita discrezione l'evolversi della situazione.

Se poi i numeri venissero meno, se il governo non avesse più la maggioranza, tireremo le somme, è il sottinteso berlusconiano. Certo, né ora né in futuro, sarà possibile siglare un "patto" col Quirinale - che il leader Pdl auspicherebbe invece - per garantire lo scioglimento immediato delle Camere, in caso di crisi. Per adesso il premier ha raggiunto Arcore e lì ha fatto sapere di voler restare in questi giorni. "A lavorare". La convocazione di ministri e big Pdl potrebbe scattare anche prima di fine agosto.

(09 agosto 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #10 il: Agosto 11, 2010, 10:36:01 »

GOVERNO

Il Cavaliere spera nel ritorno dei ribelli "E niente scherzi sulla legge elettorale"

Ma i finiani: ci bombardano, viene la tentazione di aprire la crisi.

Futuro e libertà medita una campagna per additare i "punti oscuri" di Silvio


di CARMELO LOPAPA


Siede in riva al lago e attende fiducioso. Il premier Berlusconi lascia Arcore, si sposta in serata a Lesa, nella sua Villa Campari, sul lago Maggiore, e prende tempo.

L'accelerazione verso il voto anticipato resta la soluzione prediletta. Ma il Cavaliere, da qualche ora, dicono sia sempre più convinto che l'affare dell'immobile monegasco possa imbrigliare a tal punto il suo avversario Fini da spingerlo davvero all'angolo, fino alle dimissioni, spera. Auspicio vano: "Se lo scordi, io non lascio" filtra anche dopo la giornata burrascosa di ieri dalla terza carica dello Stato.

Una chiamata in causa ancora più diretta e personale dell'ex leader di An in questa faccenda, ecco la previsione del premier: "Vedrete che a quel punto, dimissioni o meno, i suoi parlamentari, uno dopo l'altro, torneranno sulla nostra sponda". Di certo, a Bocchino e a chi gli chiede di smentire la richiesta di dimissioni, il premier oppone un significativo silenzio. Anzi, se non fosse chiaro, a un sottosegretario di governo, Francesco Giro, a un certo punto fa dire proprio che Berlusconi "non ha nulla da smentire o chiarire". Il presidente del Consiglio chiama piuttosto alla mobilitazione il partito con la lettera ai Club della libertà, appello che sa tanto di adunata pre-elettorale. Ma è solo un avvertimento, nella guerra di posizione con gli avversari. Non cita mai il presidente della Camera, ma nel disegno del Cavaliere è lui "che antepone i propri particolari interessi al bene di tutti".

D'altronde è della terza carica dello Stato che per tutto il giorno i Capezzone, i Cicchitto, i Napoli hanno chiesto con insistenza le dimissioni. Un lavorio ai fianchi che, questo è stato l'input del capo del governo, è destinato a proseguire nei prossimi giorni. In un tandem politico-mediatico che avrà - come ha avuto finora - sponda nei giornali più vicini al premier. A cominciare dai suoi. Tuttavia, nel pranzo con l'avvocato Ghedini ad Arcore e poi nei colloqui avuti, Silvio Berlusconi ha ostentato un'inconsueta pacatezza nell'analisi: "Sono disposto anche a concedere un rilancio della maggioranza, a rinunciare al voto, a patto che oltre alle nostre proposte, alla ripresa, i finiani sottoscrivano anche l'impegno a mantenere invariata la legge elettorale".

Sembra sia il nuovo cruccio del leader Pdl. "Il complotto che vogliono ordire alle mie spalle punta proprio a stravolgere la legge elettorale - è la sua convinzione - Col solo obiettivo di farmi fuori". Un "complotto" del quale sarebbero protagonisti, nell'immaginario berlusconiano, tanto Pd e dipietristi, quanto Casini, Rutelli e lo stesso Fini. Allo scopo di eliminare il meccanismo che consente al solo partito che ottiene più voti di ottenere un premio tale da governare con larga maggioranza alla Camera. "La legge elettorale non si tocca" è dunque l'ultimo diktat partito da Arcore.

Ma la legge elettorale non è certo in cima ai pensieri del presidente della Camera, in queste ore. Dalla vacanza blindata di Ansedonia, nei pochi contatti avuti, Gianfranco Fini lascia filtrare l'intenzione di proseguire il mandato, nessuna intenzione di dimettersi. "Se Berlusconi le pretende davvero, le chieda personalmente, anziché farlo attraverso i Capezzone" è lo sfogo riferito dai suoi. A quel punto, lo scontro non sarebbe solo politico, si farebbe "istituzionale". Ma quel che turba la cerchia più stretta dei finiani, adesso, è il sospetto rivelato da Carmelo Briguglio: un coinvolgimento poco chiaro di ambienti dei servizi nell'operazione mediatica lanciata in queste settimane, in concomitanza con lo strappo alla Camera. Di più, gli uomini più vicini al presidente, di fronte al fuoco incrociato in corso, si chiedono se a questo punto non sia il caso di lanciare loro il contrattacco, "dichiarare aperta la crisi e chiedere il voto: che senso ha, ormai, proporci la fiducia su questo e quell'altro punto". La crisi, va da sé, sarebbe crisi al buio. Anche perché ci si arriverebbe dopo che dal quartier generale di Futuro e libertà verrebbe scagliata l'arma fine-di-mondo. Non solo la legge sul conflitto di interessi, ma anche tutta una serie di nodi rimasti oscuri e irrisolti: "L'acquisto della casa di Arcore, con Previti mediatore - elencano - le ripetute visite di Berlusconi a Gheddafi, forse non solo per interessi di Stato, infine le incognite rimaste aperte sul caso Noemi".

(10 agosto 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #11 il: Agosto 14, 2010, 03:52:22 »

IL RETROSCENA

L'ira di Berlusconi sul Colle: Scorretto, non doveva intervenire

Il Cavaliere ora teme lo scenario del '94, una soluzione "alla Dini".

Irritazione per la scelta dell'intervista all'Unità: "Proprio il giornale che mi denigra sempre".

Su Fini: "La storia della casa gli ha tolto la maschera, perderà anche la poltrona"

di CARMELO LOPAPA


È il fantasma del '94 che ritorna. La soluzione "alla Dini" che si staglia all'orizzonte. Il premier Silvio Berlusconi intravede l'uno e l'altra e lo sfogo è denso di rabbia. "Napolitano è stato scorretto".

L'intervista del capo dello Stato all'Unità fa vedere nero, al presidente del Consiglio. La legge di primo mattino e la mette via: "È una intromissione indebita" è stata la reazione a caldo, riferita da alcuni fra i tanti capigruppo, ministri e semplici deputati che lo hanno sentito al telefono per sondarne gli umori, cogliere le sfumature, prevedere l'andazzo.

Il monito del Colle è sceso giù sull'inner circle berlusconiano come una doccia fredda. "Proprio all'Unità doveva concedere l'intervista?" si è chiesto retoricamente il Cavaliere. "Proprio al giornale che da sempre conduce una campagna denigratoria contro di me? È una provocazione". Ma non è solo il "mezzo" ad aver indispettito il capo del governo, ancora ieri ad Arcore e in procinto di trasferirsi da oggi in Sardegna giusto per la pausa di Ferragosto. Quell'evocazione del "vuoto politico" che metterebbe a rischio il Paese in caso di ricorso alle urne, l'invito a fermare la campagna di delegittimazione nei confronti del presidente della Camera, sono per Berlusconi la conferma che l'obiettivo del voto anticipato, in caso di crisi politica in autunno e dimissioni, non sarà tanto facile da raggiungere. Non è insomma una soluzione scontata, per il Quirinale. Prendono così corpo nuovamente, nel giro di poche ore, tutti i sospetti del leader Pdl sulle chances crescenti di un governo tecnico o di transizione. "Ma se danno vita a un altro esecutivo al posto mio, sarà un colpo di Stato e come tale io lo denuncerò" ha confessato il premier a uno dei maggiorenti del partito nel corso della giornata. "E di fronte a un golpe io mando la gente in piazza". Richiamo non nuovo alla mobilitazione, arma finale che Berlusconi in più di un'occasione ha ventilato. Questa volta al cospetto del Colle. Non a caso, poche ore dopo la pubblicazione dell'intervista a Napolitano, proprio il capogruppo Cicchitto viene lanciato subito alla carica, col richiamo alle "menifestazioni" di piazza. Poi tutti i falchi a seguire. Bondi, Gasparri, Napoli, tra gli altri.

Ma ad aver irritato altrettanto Berlusconi è stato anche l'invito a frenare la campagna in corso sull'inquilino di Montecitorio. "Sono stati usati due pesi e due misure. Nulla in mia difesa quando un anno fa sono stato al centro di un attacco politico e mediatico senza precedenti - si è sfogato ancora - adesso l'invito a fermare un'inchiesta su Fini sulla quale io nulla ho a che fare". Di più. "Il presidente della Repubblica avrebbe dovuto invitarlo piuttosto a fare chiarezza sulla faccenda della casa, e allora sì che Gianfranco sarebbe stato sull'orlo delle dimissioni". Il sospetto neanche tanto velato che il premier non riesce a cacciare è che l'asse Quirinale-Montecitorio, l'intesa solidissima tra Napolitano e Fini, resista e trami alle sue spalle. Magari per disarcionarlo. Magari per affidare le redini di un esecutivo di emergenza, di solidarietà nazionale, a una figura terza, al governatore di Bankitalia Mario Draghi, per esempio.

Quel che anche ieri il premier andava ripetendo ai più stretti collaboratori è che "con Fini non farò mai la pace". Toni ancora più aspri del solito: "Con questa storia della casa gli è stata tolta la maschera, io gli toglierò la poltrona". Il leaeder Pdl resta infatti convinto che il presidente della Camera "sarà costretto a dimettersi: e in ogni caso, lo porterò al voto, gli farò fare la fine di Rifondazione comunista". Su questo, sul ricorso al più presto alle urne, l'intesa con Bossi resta piena. Col Senatur si sono sentiti nel pomeriggio, concordando per il 25 agosto un vertice informale tra dirigenti di Pdl e Carroccio, nella villa berlusconiana sul lago Maggiore.
Le parole di Napolitano, neanche a dirlo, sono state lette al contrario con grande apprezzamento da Gianfranco Fini. "Bisognerebbe ascoltare le sue parole anziché giocare allo sfascio" sarebbe stato uno dei suoi commenti. Il capogruppo Italo Bocchino ha da poco lasciato Ansedonia, casa di vacanza del presidente della Camera, quando viene diffusa una sua nota in cui, prendendo spunto dall'intervista al capo dello Stato, si sottolinea non a caso come sia "facile capire chi gioca allo sfascio e vuol trascinare il paese in una ulteriore avventura elettorale nel più assoluto disprezzo dell'interesse nazionale". La convinzione dei finiani - anche alla luce delle ultime prese di distanza di Montezemolo e della Marcegaglia dal governo Berlusconi - è che il premier sia "ormai isolato: ha capito che il suo progetto di elezioni anticipate non avrà sbocco".

(14 agosto 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #12 il: Settembre 11, 2010, 12:31:00 »

IL RETROSCENA

Gianfranco si tiene le mani libere "Tra un mese l'arma elettorale è scarica"

di CARMELO LOPAPA


ROMA - Da Mosca a Ottawa, la tregua regge. I toni si abbassano, nonostante le provocazioni a distanza. A fermare la contraerea dei finiani, pronta ad accendersi contro il premier che li accusava di coltivare solo la loro "aziendina", è lo stesso presidente della Camera. "Non rispondere, qualunque cosa dica, lasciare scivolare le accuse, volare basso almeno fino a metà ottobre quando l'arma elettorale sarà scarica", è il diktat dettato prima della partenza in Canada e ripetuto ieri ai fedelissimi al telefono. Sfumata quella scadenza, calendario alla mano, addio voto entro l'anno. E i giochi si riapriranno.

Berlusconi in Russia e Fini in Canada non si risparmiano sciabolate. Ma quel che conta è che entrambi, parlando coi loro interlocutori internazionali, sostengono la medesima tesi: "La legislatura andrà avanti", "il governo durerà tre anni". Il premier tira un sospiro di sollievo quando a Yaroslavl lo informano dell'ultima di Bossi sulla Lega che sarà leale e voterà come chiederà Berlusconi. È la conferma che le resistenze della Lega, ostinata sul voto anticipato, per il momento sono superate. Nonostante i dubbi di Roberto Calderoli, ancora convinto che a fine settembre servirà una "maggioranza di qualità", non una semplice di 316 voti. Il ministro va ripetendo che quella soglia vada raggiunta senza i 34 finiani. Altrimenti si continuerà a ballare, nei prossimi mesi. Ma per Berlusconi, per ora, conta la parola di Bossi. "Umberto si è convinto, garantirà pieno sostegno al governo e di lui mi fido. Con la Lega e i nuovi arrivi in maggioranza vedrete che andremo avanti" confida il Cavaliere a chi lo ha seguito nella missione moscovita.

E vanno letti nell'ottica del nuovo clima - non di pace, ma almeno di tregua armata - i passaggi inediti di ieri, dopo un'estate di fendenti e veleni. L'uscita del presidente del Senato Schifani che si smarca dalla campagna per le dimissioni di Fini; le scuse in pubblico di Gaetano Quagliariello per aver paragonato Fli al "cancro"; l'apprezzamento dell'unico ministro finiano Andrea Ronchi per le "parole di saggezza del presidente Schifani: è tempo di tornare a un confronto responsabile"; l'invito del berlusconiano Maurizio Lupi a seguire "la strada migliore, quella della responsabilità". Responsabilità è il termine abusato in queste ore, lo stesso col quale i consiglieri del premier vorrebbero battezzare il nascituro gruppo dei transfughi di maggioranza. Anche se Francesco Nucara, che ci sta lavorando e che lunedì riferirà al premier, ancora ieri invitava alla cautela: "dubito si tocchi quota 20". Non a caso, dato che le trattative con i pezzi pregiati dell'operazione, i 4-5 deputati udc, sono state bruciate. Mario Tassone, Calogero Mannino, Lorenzo Ria, Giuseppe Drago e Michele Pisacane, i cui nomi erano circolati perché contattati dagli ambasciatori berlusconiani, fanno sapere dalla loro festa di Chianciano che non si presteranno "a certe ambigue operazioni di basso trasformismo". Su altri, centristi, rutelliani, perfino dipietristi, il pressing proseguirà, confermano fonti di Palazzo Grazioli.

"Quel che è importante è che sembrano esserci le condizioni per finire la legislatura" ragiona un ministro prudente e d'esperienza come Altero Matteoli: "Se si aggiungerà qualcuno alla maggioranza sarà meglio, ma a confortare sono soprattutto le dichiarazioni ragionevoli di molti finiani". Riferimento ai moderati Viespoli, Moffa, Menia. Ma quelli di Fli si sentono altrettanto sicuri, a questo punto, che il voto non ci sarà e soprattutto di non poter essere sostituiti con nuovi gruppi in arrivo. "Da professionisti della politica, come ci chiama Berlusconi, da qui a fine mese resisteremo anche alle torture - spiega la strategia Carmelo Briguglio - non ci impressiona né una copertina di "Panorama" né una battuta infelice del premier: Fini ci prega di fare i martiri. A tempo, s'intende".

(11 settembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #13 il: Settembre 15, 2010, 09:01:44 »

IL RETROSCENA

L'ira del Cavaliere che teme 'il ricatto' e torna il rischio di stare sotto quota 316

Berlusconi ai suoi: "Non permetto a Fini di tenerci sulla graticola, deve dirci sì su tutto, giustizia compresa"


di CARMELO LOPAPA


ROMA - Fa in tempo a rientrare a Palazzo Grazioli nel pomeriggio, il presidente del Consiglio Berlusconi, che già lo svago della notte nella movida moscovita è cancellato dalle news italiane. L'esternazione canadese di Gianfranco Fini sulla necessità del voto, la battutina sulla campagna acquisti, la bolla come una provocazione bella e buona, "l'ennesima". "È la conferma che vuole tenerci sotto ricatto, se non raggiungeremo l'autosufficienza: quota 316 senza i suoi - è il ragionamento fatto dal premier di ritorno dalla Russia con chi lo ha sentito - Ma io non gli permetto di tenerci sulla graticola. Il 28 si vota, certo, ma loro dovranno dire sì su tutto, giustizia compresa, o li porto al voto al più presto". Una sfida che i finiani si preparano a raccogliere, come lascia intendere in serata Italo Bocchino confermando la disponibilità a votare "anche dieci lodi Alfano, ma non il processo breve: fatto questo, poi Berlusconi deve governare".

Anche oggi, alla chiusura della kermesse della Meloni (Atreju) a Roma, il Cavaliere ribadirà come fatto ieri che la legislatura deve andare avanti. Che è irresponsabile chi crea problemi per interessi di parte. Nel frattempo lavora a spron battuto per la nascita del nuovo gruppo di maggioranza che, nella strategia di Palazzo Chigi, dovrebbe proprio portare a quota 316 senza i finiani. Impresa sempre più ardua. Appena atterrato nella Capitale, il premier si è subito informato dello stato delle trattative condotte da Nucara, Cicchitto, Pionati, tra gli altri. Ma al momento il pallottoliere dei sì al programma in cinque punti è fermo a quota 310-311 (Fli a parte), come gli hanno confermato i suoi. "Non c'è alcun gruppo che assicuri per ora la maggioranza senza i finiani e penso che non sarà facile da realizzare" racconta il repubblicano Nucara dopo aver incontrato e tentato ieri perfino Marco Pannella. Invano. Il fatto è che ai 296 voti di Pdl e Lega, per adesso, si sono aggiunti solo i 5 di NoiSud, i 5 dell'Mpa (estranei però al nascituro gruppo), i 3 liberaldemocratici, e appunto i due Nucara e Pionati. Sul resto si tratta, ma restano indispensabili i 34 di Fli.

Gianfranco Fini torna più che soddisfatto dalla missione canadese, soprattutto del consolidamento dei rapporti con Nancy Pelosi, colonna dei democrats e dell'amministrazione Usa. "Se dopo il discorso di Berlusconi non si votasse, per il governo sarebbe un segno di grande debolezza" spiega ai fedelissimi prima di imbarcarsi sul volo per l'Italia. Se il 28 si voterà, è il filo di ragionamento seguito dalla terza carica dello Stato, è per anche "prassi parlamentare: da sempre a un intervento del premier segue il dibattito e i capigruppo di maggioranza si fanno carico di presentare un ordine del giorno da sottoporre al voto". Anche stavolta, sottinteso, si farà così. Si dovrebbe, meglio dire. Perché uno dei problemi è proprio quello: chi dovrebbe presentare e firmare l'odg pro Berlusconi? Bocchino è disposto a sottoscriverlo e farlo votare per conto dei finiani. Ma Cicchitto (Pdl) e Reguzzoni (Lega) accetteranno di firmare un documento con lui, certificando la nascita della nuova maggioranza a tre gambe? Tutto da vedere. "Se sarà un voto sulla risoluzione o un vero e proprio voto di fiducia lo si discuterà nei prossimi giorni", taglia corto Gasparri. Quel che è certo è che la stoccata di Fini su voto e campagna acquisti ha rimesso in fibrillazione il Pdl. "Continua a dimostrarsi tutt'altro che super partes - dice uno dei berlusconiani più ortodossi come Osvaldo Napoli - Sono i capigruppo e non lui a decidere se occorre un voto. Ecco perché deve dimettersi da presidente della Camera: parla ormai da capo partito".

(12 settembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #14 il: Settembre 19, 2010, 06:21:20 »

IL CASO

Dell'Utri dietro alla nuova corrente di Miccichè

Berlusconi non stronca l'iniziativa del sottosegretario.

Pronto il movimento di Cuffaro. Gli udc siciliani su cui conta il premier hanno già registrato il nuovo movimento

di CARMELO LOPAPA


ROMA - "Ancora con questa storia del partito del Sud". Il presidente del Consiglio Berlusconi vola a Taormina ma prova a tenersi lontano dal "teatro dei pupi" siciliano che non smette di riservargli sorprese. Lì dove il governatore Lombardo sta per dare vita alla giunta-caponata, con moderati e terzopolisti dentro e tutti i pidiellini fuori, lì dove quel che resta dell'invincibile armata elettorale del Cavaliere va in frantumi, ad attenderlo al varco è adesso la novità del "Partito del popolo siciliano". Trovata del suo ex pupillo Gianfranco Micciché, intenzionato a lasciare il Pdl, dopo aver rotto con Lombardo, non senza aver accusato il coordinatore La Russa di essere "volgare e fascista".

Un pasticcio, insomma, l'ennesimo, alla siciliana. Che il premier sfiora appena, incontrando i maggiorenti del partito - il coordinatore Castiglione, i senatori Vizzini e Firrarello - in un hotel di Taormina, poco prima di partecipare alla kermesse della Destra di Storace. A loro racconta di non aver gradito modi, tempi e contenuti della sortita del sottosegretario, soprattutto l'insulto a La Russa, che in giornata incassa oltre alla telefonata di Berlusconi e del presidente del Senato Schifani, anche la solidarietà del ministro Gelmini e di Gasparri, tra gli altri. Micciché accorre pure a Taormina, ma per lui, raccontano, ci sarà solo una rapida stretta di mano. Tuttavia, nei suoi confronti non ci sarà da parte del presidente del Consiglio neanche una presa di distanza plateale. Nessuna stroncatura. E non poteva esservene, come spiega chi conosce le cose siciliane del Pdl e questa vicenda tra le altre: l'ex manager di Publitalia, l'artefice del 61-0 del 2001, nulla ha mai fatto e nulla mai farebbe senza l'assenso del suo mentore Marcello Dell'Utri. Regista, sembra, anche di questa operazione.

Berlusconi ha riservato una rapida stretta di mano e un saluto di cortesia anche al governatore Lombardo, che lo attendeva in serata in aeroporto a Catania. Niente più ha concesso a chi gli ha promesso la fiducia dei suoi cinque a Roma, ma a Palermo si è messo in testa di reggere Palazzo d'Orleans (sede della giunta) con il Pd, con i finiani, con gli uomini di Casini che hanno rotto con Cuffaro e i rutelliani. Prove generali in salsa siciliana del "terzo polo" dei moderati, peggio agli occhi del premier, di un governissimo con i berlusconiani fuori. L'unica preoccupazione del premier per ora è frenare l'operazione terzopolista a Roma, ragion per cui lavora da giorni d'intesa con i cuffariani.

Spiegava ancora ieri da Taormina: "Alcuni Udc rafforzeranno la maggioranza. Sono stato cercato, non ho esercitato alcuna pressione". Tutto torna, se è vero che il segretario siciliano Saverio Romano e il deputato Pisacane, con il ras nisseno Rudi Maira, avrebbero registrato giovedì scorso presso lo studio di un notaio a Roma una nuova associazione: sigla da trasformare presto in partito. Loro negano: "Ma quando mai, parliamo di cose serie". E prima di pronunciarsi attendono il discorso di Berlusconi in aula il 29. "Abbiamo una questione aperta nel nostro partito, Cesa e Casini stanno facendo di tutto per spingerci fuori" racconta Romano. Per ora restano nell'Udc, forse per poco. Dopo che Pier Ferdinando Casini ha affidato al nuovo plenipotenziario Gianpiero D'Alia il partito siciliano e lo scettro per trattare l'ingresso nella giunta Lombardo.

Già, Lombardo. Continua a giocare su più tavoli, il governatore. Venerdì sera ha colto l'occasione della festa del Pd a Palermo per stringere il patto di ferro coi democratici: "Siamo alleati e mi auguro che ci troviamo sul piano delle riforme - ha proclamato dal palco - Ci vorrà del tempo, ma se funzionano possiamo presentarci insieme per vincere le prossime elezioni". E giù applausi dalla platea pd. Col segretario Giuseppe Lupo che annuiva: "Si può aprire una nuova fase, per realizzare un'alternativa al berlusconismo". Anche se non tutti la pensano come lui e come Lumia, nel partito, da Rita Borsellino a Enzo Bianco: "Operazione spregiudicata".

Se non è spregiudicata, di certo l'operazione trasversale lo è. Ieri sera è arrivato il disco verde anche dei finiani Briguglio, Granata e Scalia, che daranno man forte coi loro cinque deputati regionali (e Nino Strano, quello della mortadella al Senato, in giunta). Come pure dai tre rutelliani all'Ars. Micciché invece dice di rompere per via "dell'accordo con il Pd". E' il momento di inventarsi qualcos'altro, ha annunciato dal suo blog: "Lascio il Pdl per dedicarmi interamente alla Sicilia e al Sud", ma non lascia né il centrodestra, né il posto al governo "né chiederò ad alcuno di lasciare i gruppi Pdl di Camera e Senato". Via di mezzo tra corrente e movimento. Nuova sigla per aprire altre trattative.

(19 settembre 2010) © Riproduzione riservata
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