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Autore Discussione: DIFFIDO MOLTO DALLE OPINIONI DI PARTE ma è bene conoscerle, per difenderci.  (Letto 30 volte)
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« inserito:: Novembre 24, 2021, 09:48:24 pm »

“7 cose di cui vergognarsi”: il discorso sugli italiani di Antonio Padellaro

Dall’invocazione dell’uomo forte all’egoismo collettivo, un saggio del fondatore del “Fatto quotidiano” denuncia vizi e costumi dell’Italia peggiore.

Angelo Cannatà 17 Novembre 2021

 “Il nostro non è certo un Paese che spreca energie con i meritevoli, impegnato com’è a favorire gli ammanicati… viviamo in un sistema strutturato in forma piramidale sull’appartenenza”, quella familiare, della sezione di partito, della parrocchia, della mafia. È solo un frammento di 7 cose di cui vergognarsi, PaperFirst, di Antonio Padellaro, ma dice molto dei mali del cosiddetto bel Paese e degli errori (da non ripetere) degli italiani. Sottomettersi per un lavoro o per la carriera, per es., è una costante in Italia, fino all’adesione alla Loggia Ungheria che – leggiamo – ha millantato grandi poteri e fatto in realtà piccoli favori “come nel Borghese piccolo piccolo di Monicelli quando il protagonista… pur di sistemare il figlio al ministero si iscrive alla massoneria e umiliandosi ottiene in anticipo dal capufficio massone il testo della prova scritta del concorso di ammissione” (p. 78).
Bisogna vergognarsi di questa ricerca di un protettore; e della tendenza ad adulare i potenti, a coltivare l’odio, a rimpiangere il passato (per citare altri temi del libro). La verità e che il Nostro, mostrando i vizi e i costumi italici (tema dell’inarrivabile “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” di Leopardi), dice molto anche di sé: sia denunciando il comportamento altrui, sia riconoscendo, con sincera autocritica, d’aver avuto in passato qualche vizio ora denunziato: insomma, il prudente Padellaro è stato immune all’autocensura? No. “Che la prudenza non mi avrebbe reso invulnerabile al morso della censura (e dell’autocensura) – racconta – lo appresi nelle mie successive vite giornalistiche, quando l’ambiguo rovello si manifestò sotto nuove, svariate forme” (p. 67).
Parla di fatti lontani nel tempo, e il lettore vedrà i dettagli; qui importa dire che Padellaro non pontifica e non dà lezioni: evidenzia, descrive, mostra, gli errori di molti colleghi, e i suoi, di un mondo in cui non tutti hanno il coraggio di Enzo Forcella, giornalista di cui narra le dimissioni da “La Stampa” per non sottostare alla censura della famiglia Agnelli (pp. 17-21). Con una precisazione non di poco conto: si parla delle censure di un tempo, “ma oggi che la libertà di stampa viene tutelata – dice il Nostro – per quale motivo l’informazione si deve prostrare al potente di turno?” (p. 23). Dove, è giusto evidenziarlo, Padellaro dice una verità (leccare il culo ai potenti è pratica diffusa), ma trascura che non sottostare al proprietario di una testata significa pagarla cara anche oggi, come mostra il conflitto di MicroMega con lo stesso editore/la stessa famiglia che portò Forcella alle dimissioni.
Racconta fatti Padellaro – incluse le telefonate moleste quando dirigeva L’Unità, non solo del segretario dei Ds Fassino (p. 25) – con attenzione alla godibilità estetica di un libro scritto con stile, intriso d’ironia, sempre documentato (è testimone di 50 anni di Storia d’Italia): “il terrorismo, il piduismo, la corruzione endemica, lo stragismo mafioso…” il corpo del Paese è segnato da ferite profonde. Dicono: si stava meglio quando si stava peggio. Possibile che molti, con queste tragedie alle spalle, rimpiangano il passato? “Nella nostra ridente penisola si calcolano più di mille morti per mano di mafia, quasi trecento i caduti sotto il fuoco dei brigatisti rossi, oppure massacrati dalle bombe degli stragisti neri… Come si fa ad averne nostalgia” (p. 58).
Rimpiangere “questo” passato è vergognoso. È un tasto su cui batte spesso Padellaro: liberiamoci degli opposti estremismi, scrive ne Il gesto di Almirante e Berlinguer, Paper First, che contiene più degli incontri segreti tra i leader del Msi e del Pci (qualcuno ha frainteso, la sua idea di una piazza dedicata ad Almirante e Berlinguer non implica un cedimento al fascismo, è piuttosto il riconoscimento di un gesto di pacificazione di due “nemici”. C’è bisogno di gesti di riconciliazione, quando è possibile). La verità è che Padellaro denuncia e attacca, ma mentre scrive ama (anche) mettersi a nudo ed esporre le proprie idee ed esperienze senza veli, a costo di dire cose scomode per sé stesso: “Mi tolga una curiosità, ma lei per caso è parente di quel Padellaro che era con me a Salò?” Si chiude così il primo capitolo della sua biografia, il Fatto Personale, Paper First: con la domanda di Giorgio Almirante – posta “con sorriso cattivo” – dopo un’intervista scomoda (pp. 29-30). Lavorava al Corriere della Sera, allora, il futuro fondatore del Fatto; l’episodio dice del coraggio di mettere in piazza il passato fascista di un familiare, ma anche di un modo d’essere giornalista che non fa sconti e non è disponibile ad accomodamenti.
Nessun accomodamento, nemmeno oggi; piuttosto, denuncia delle 7 cose di cui vergognarsi, tra cui “l’invocazione dell’uomo forte, l’egoismo collettivo, un’informazione ininfluente” – (falansteri del tedio sono i giornali, p. 104) – “mentre la pubblica opinione è in balia delle Bestie social e della follia No Vax”. Su quest’ultimo tema è bene soffermarsi perché il Nostro sull’opposizione al green Pass denuncia la responsabilità degli intellettuali, e attacca giustamente Agamben e Cacciari: hanno “evocato il rischio che con provvedimenti del genere si potessero sopprimere le libertà fondamentali garantite dalla Costituzione (…) Un’escalation di paragoni insensati che in assenza di autocontrollo verbale ha già condotto qualcuno fuori di testa a tirare in ballo Auschwitz” (pp. 120-121). Parole sante. In linea con la lucida critica di Paolo Flores d’Arcais ad Agamben (“Filosofia e virus: le farneticazioni di Giorgio Agamben”, MicroMega, 16-3-2020).
Insomma, è ricco di mille racconti l’ultimo lavoro di Padellaro, “uno straordinario ripasso dell’Italia peggiore” (p.11) in parte già descritta con Furio Colombo ne Il libro nero della democrazia, Baldini&Castoldi; ma oggi in verità c’è qualcosa di più in 7 cose di cui vergognarsi: “una cronaca della realtà nella quale si alternano orrore e ridicolo”, fatti, ricordi, denunce, aneddoti e citazioni che spaziano da Italo Calvino a Woody Allen, da Philip Roth a John Swanbeck. Un libro che mostra il nostro tempo meglio di tanti testi osannati dai giornaloni: le pagine sull’odio e l’invocazione dell’uomo forte, per dire, dicono più d’interi libri sul fascismo (e lo sfascismo) di ieri e di oggi. Importante il tema “sottomissione”: “Per molti italiani… la brama di affiliazione e di fedeltà –leggiamo – ha trovato via via approdi diversi. Per un ventennio la figura di Silvio Berlusconi si ergeva gigantesca e indulgente… Poi, più niente e più niente. Finché un giorno è arrivato Mario Draghi” (p. 34). Ecco, il Giornale Unico oggi è votato alla santificazione di Draghi. Non va bene. E i capitoli di Padellaro spiegano perché, introdotti dalle strisce ironiche di Natangelo che arricchiscono un libro lucido, mai scontato, divertente. È un piacere leggerlo.
 
Da - https://www.micromega.net/7-cose-di-cui-vergognarsi-padellaro/
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