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Autore Discussione: ZYGMUNT BAUMAN.  (Letto 146 volte)
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« inserito:: Ottobre 28, 2021, 09:50:50 pm »

Festival della Fiaba

21 Ottobre alle ore 19:32 ·

Le comunità virtuali che hanno sostituto quelle naturali, creano solo l'illusione di intimità e una finzione di comunità. Non sono validi sostituti del sedersi insieme ad un tavolo, guardarsi in faccia, avere una conversazione reale. Né sono in grado queste comunità virtuali di dare sostanza all'identità personale, la ragione primaria per cui le si cerca.

Rendono semmai più difficile di quanto non sia già accordarsi con se stessi.

Le persone camminano qua e la con l'auricolare parlando ad alta voce da soli, come schizofrenici, paranoici, incuranti di ciò che sta loro intorno. L'introspezione è un'attività che sta scomparendo.

Sempre più persone, quando si trovano a fronteggiare momenti di solitudine nella propria auto, per strada o alla cassa del supermercato, invece di raccogliere i pensieri, controllano se ci sono messaggi sul cellulare per avere qualche brandello di evidenza che dimostri loro che qualcuno da qualche parte, forse li vuole o ha bisogno di loro.

ZYGMUNT BAUMAN

Da Fb del 28 ottobre 2021
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« Risposta #1 inserito:: Novembre 24, 2021, 10:00:56 pm »

Maria Farina

La volontà la si riconoscerà una e indivisa non appena si fa astrazione dalla coscienza razionale, dal principium individuationis che tutto moltiplica e tutto divide, e allora si vedrà che c’è tanto mondo all’esterno quanto all’interno, che il mondo esterno è proprio la proiezione di quello interno, che se non c’è questo non ci può essere quello, essendo l'uno il riflesso dell’altro. Il mondo esterno della rappresentazione è governato dal mondo interno della volontà e i due mondi, sebbene vengano in conflitto, sono la stessa cosa: l’antagonismo microcosmo macrocosmo rivela la medesima essenza.

Per intendere questo bisogna allargare la sfera della volontà, portarla cioè dal piano psicologico a quello metafisico. In questo senso si comprende il perché questo mondo lo subiamo e anche noi stessi ci subiamo, sebbene siamo tutti protagonisti: ciò avviene perché la realtà ci trascende.

Dice perciò Cioran: "Che cosa fai dalla mattina alla sera? Mi subisco." (L'inconveniente di esser nati).
Tuttavia, se osserviamo attentamente tutti gli esseri, ci accorgiamo che in ogniuno di essi c'è qualcosa di unico, irripetibile, indistruttibile, un'essenza che potremmo ascrivere a un'idea in senso platonico. Questa essenza potrebbe essere ciò che resta dopo la morte dell'individualità e che, per usare una metafora, si immergerà nel grande oceano del tutto, per trovate lì pace, serenità, felicità, amore, realizzazione e appagamento definitivo. Sicché, dopo la morte noi potremmo ritrovarci tutti in quell'oceano, integri, non compromessi, non divisi l'uno dall'altro, né dallo spazio né dal tempo; quindi, staremmo insieme a tutti gli esseri del passato e del futuro, senza più differenze e divisioni, realizzando un unico essere nell'amore puro.

Questa metafora ci aiuta a capire il perché ognuno di noi, sebbene sappia di dover morire, non ne è del tutto persuaso, credendosi eterno; e anche rispetto alla morte dei nostri cari, non siamo del tutto convinti che siano finiti nel nulla, ma pensiamo che da qualche parte ci siano ancora, anche se, per giungere a questo pensiero, oltre una speranza di fede non possiamo spingerci.
Queste considerazioni non hanno nulla a che spartire con l'eternità di tutti gli essenti decantata da Severino, secondo cui qualsiasi cosa è eterna, anche la più insignificante, come un grafema, un fonema, un singolo respiro, un organo del corpo, un movimento e una qualsivoglia configurazione.

Per noi l'Essenza delle cose è al di là dell'Ente: ed è quella che resta dopo la morte, che non viene toccata dallo spazio e dal tempo. La morte è l'occasione data a tutti di liberare l'essente dall'ente, quel cambio di direzione che ci fa scegliere di vivere nell'oceano della tranquillità perpetua invece che in questo mondo della lotta senza fine.

[Andrea Grieco]
Da fb del 7 novembre 2021
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