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Autore Discussione: IL DENARO NON DORME MAI Storie di finanza, trading, investimenti.  (Letto 2776 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Ottobre 15, 2021, 11:46:22 pm »

CATEGORIA: VENDERE E COMPRARE

Aziende, Il futuro è delle organizzazioni con una gerarchia flessibile

 scritto da Enrico Zanieri il 13 ottobre 2021

Il management del XX secolo ha lasciato come eredità modelli gerarchici più o meno conformi a come era strutturata l’industria fino al secolo scorso.
Questi, oggi, stanno subendo molteplici metamorfosi per adattarsi ai cambiamenti epocali del nuovo millennio.
In linea generale possiamo dire che le gerarchie funzionano in tutti i casi in cui consentono, a chi sta al vertice, di prendere poche decisioni ad alto valore aggiunto che altri non sono in grado di gestire.
Ma quando la gerarchia stessa viene applicata in modo rigido, si crea quello che possiamo definire “un imbuto al vertice”: vengono rallentate le decisioni importanti, si innescano lotte intestine che esaltano l’ego di pochi a discapito di un’organizzazione intera.
Il risultato finale è che il processo decisionale rallenta a tal punto da ingessare il sistema in blocco, non consentendo quella “agilità” sempre più imposta e richiesta dall’andamento dei nuovi mercati.
Un esempio in cui la gerarchia non funziona
Siamo stati abituati, come manager e team leader, a dover riportare ad un responsabile gerarchico ogni decisione considerata importante (compresa la ridistribuzione del budget per ogni funzione o divisione).
In qualsiasi sistema di questo tipo, spesso il budget da assegnare a fine anno è stabilito da un direttore sulla base delle informazioni dei propri riporti. Ciò spinge le persone ad aumentare le richieste per ottenere il massimo ottenibile sia per sé che per la propria divisione (contando soprattutto sul fatto che un direttore è spesso lontano dal “campo” e non può conoscere le reali necessità economiche dei singoli gruppi).
A prescindere dalla buona fede o meno di tutti i “richiedenti”, questo modo di gestire l’assegnazione di un budget può indurre a gonfiare i numeri e a spingere le persone nel vortice di una competizione che arricchirà solo il più furbo impoverendo tutti gli altri (minando, contemporaneamente, la fiducia ed indebolendo le relazioni tra colleghi).
Se la scelta non fosse assegnata ad una persona sola, spesso detentrice di informazioni sbagliate, ma i professionisti stessi fossero costretti a discuterne tra loro in un confronto alla pari, probabilmente verrebbero avanzare richieste più realistiche coscienti che le proprie necessità si andrebbero a scontrare inevitabilmente con quelle delle altre divisioni e dell’organizzazione intera.
Questo è un esempio chiaro di come l’assunzione di responsabilità da parte di una squadra di persone che lavorano insieme, spinga ad applicare una logica più efficace di quella che le stesse persone applicherebbero se gestite da un unico “responsabile”.
Cosa succede nelle organizzazioni senza gerarchia
Sociologicamente, l’uomo è stato spesso spinto a riunirsi in comunità e a dover prendere decisioni collettive.
In tempi antichi, ad uno stadio evolutivo già sviluppato, quando un gruppo di adulti dotati di buon senso ha realizzato che la propria sopravvivenza dipendeva anche da quanto mangiavano gli altri, il cibo non è diventato più oggetto di contrattazione ed è stato spartito in maniera più efficiente (eliminando in modo naturale sprechi e comportamenti irresponsabili).
Passando dalle tribù (dove ciò che era da spartire era il cibo) alle organizzazioni moderne (dove l’oggetto del contendere è il budget), le cose non cambiano molto.
Nelle aziende, è stato verificato, che quando ci si trova davanti un gruppo di adulti dotati di logica e professionalità, non ha alcun senso bussare alla porta di un responsabile per delegargli una scelta con alto margine di errore.
Analogamente, molte decisioni di basso valore aggiunto (come, ad esempio, l’acquisto di attrezzatura o la scelta dei mobili per gli uffici), potrebbero essere prese autonomamente dai gruppi di lavoro a livello inferiore dell’organigramma, evitando di interpellare la linea gerarchica superiore (presumibilmente impegnata in decisioni a più alto impatto sull’intera organizzazione).
Gerarchia flessibile
Si è portati a pensare che le riflessioni sull’apertura ad una gerarchia flessibile (che responsabilizzi e lasci carta bianca a livelli inferiori dell’organizzazione), siano applicabili solo a determinati settori di riferimento e non ad organizzazioni che operano in settori tradizionali (in cui il modello gerarchico rigido è sempre stato l’unico vigente).
In realtà nel mondo ci sono notevoli esempi di organizzazioni manifatturiere tradizionali che hanno applicato logiche di gerarchia flessibile molto prima che gli scenari di mercato e la crescente flessibilità richiesta lo imponessero.
La francese Favi, azienda manifatturiera che lavora nel settore dell’automotive, applicando modelli di gerarchia flessibile, è passata da 80 dipendenti a 500 senza dover ricorrere ad esternalizzare la manodopera in paesi a più basso costo (cosa che, invece, sono stati costretti a fare, molti altri competitor che hanno mantenuto una struttura classica perdendo peraltro consistenti margini e fette di mercato).
In Favi il CEO non decide per i suoi manager e le squadre di lavoro che operano sul campo si gestiscono autonomamente e flessibilmente in base alle esigenze (il che vuol dire che un operario può occuparsi di logistica, che i membri del team decidono le politiche di acquisto degli strumenti che utilizzano e che tutti concorrono all’elaborazione del budget in base alle esigenze dei gruppi).
In conclusione,
Quando nelle aziende moderne ci sono operazioni di ristrutturazione, è sempre opportuno chiedersi in quali casi la gerarchia è funzionale o meno al nuovo modo di ottenere risultati, dando priorità a logica ed obiettivi anziché all’applicazione di modelli rigidi che funzionano bene solo in determinate circostanze e contesti.
Una struttura gerarchica non è da adottare o scartare a priori: questo è il modo schematico con cui siamo sempre stati abituati a vedere le cose e che fino al secolo scorso è stato identificato come un modello di successo.
Ogni scenario dovrebbe essere valutato e analizzato per capire il tipo di organizzazione che gli si addice maggiormente.
E la logica dalla quale dovremmo essere guidati nelle decisioni da prendere dovrebbe essere sempre quella delle necessità e dei risultati.

Twitter @EnricoZanieri


Da - https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2021/10/13/gerarchia-aziende/?uuid=96_TxS5ZCo1
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« Risposta #1 inserito:: Ottobre 24, 2021, 10:19:48 pm »

CATEGORIA: IL DENARO NON DORME MAI

Storie di finanza, trading, investimenti.
Dal vostro cronista di provincia

 scritto da Emilio Tomasini il 22 ottobre 2021


IL DENARO NON DORME MAI

Cronaca di Borsa: esiste?
La finanza ha una pessima nomea tra il pubblico. Noi che ci occupiamo di finanza siamo tutti cattivi e votati al solo profitto, noi biechi speculatori di Borsa.
In realtà io da bambino volevo semplicemente fare il giornalista e per questo ho iniziato a scrivere per il Resto Del Carlino cronaca di Modena a 13 anni.
Producevo preziosi elzeviri su gare di bocce, battute di caccia e altri sport minori.
Frequentavo il liceo classico e con la mia bicicletta ho percorso tutto il cursus honorum della cronaca locale: dalle bocce al giro telefonate carabinieri e pronto soccorso e poi su su fino alle agenzie funebri, alle buche sulle strade e agli incidenti stradali.

Indro Montanelli è sempre stato il mio punto di riferimento
Punto di arrivo il consiglio comunale e persino la cronaca giudiziaria della locale Pretura.
Ho seguito processi di furto al supermercato, inquinamento ambientale, liti tra condomini e botte alla moglie.
Insomma, il mondo visto attraverso le lenti della cronaca locale. Un mondo che girava lento con gli articoli battuti a macchina e spediti dalla locale stazione ferroviaria entro le ore 16 con il “fuori sacco”.
Il “fuori sacco” era una busta che passava di mano in mano dal capostazione al capotreno e di nuovo al capostazione della fermata di arrivo.
Per poi essere raccolta dal fattorino della redazione alle ore 17.
Ebbene, voglio semplicemente giustificarmi. Io non sono cattivo come tutti gli altri speculatori di Borsa, io voglio solo fare cronaca di Borsa.
Io qui ci sono finito semplicemente perché un giorno mi sono innamorato della Borsa e ho continuato a fare quello che mi piaceva fare: scrivere.
Mi considero un cronista di Borsa, del resto ci sono i cronisti sportivi e perché non possono esserci i cronisti di Borsa?
Spesso mi chiedono quando mi sono innamorato della Borsa.
È successo al Department of Agricultural Economics dell’Università di Reading, Regno Unito.
In quella piovosa università c’era un corso di Econometrics che mi sarebbe piaciuto frequentare, docente il Dr. David Hallam, mio tutor della tesi.
Purtroppo, non c’erano posti disponibili perché il numero di computer era limitato.
Sì, il computer.
Io non avevo mai visto il computer, correva infatti l’anno 1992 e nella mia università italiana i computer li vedevamo in fotografia mentre là ce n’era uno ogni 2 studenti.
Ma io non potevo frequentare quel corso per banali questioni burocratiche. Un corso dove in programma c’erano diverse lezioni sull’utilizzo del software previsionale Microfit e una esercitazione sulla previsione dell’indice di Borsa Ftse giorno dopo giorno.
Cose lunari per uno studente italiano la cui preoccupazione era lo spessore dei libri da studiare e non certo una esercitazione eminentemente pratica come quella.
Ci rimasi male, ma ci rimasi peggio quando vedevo di notte i fortunati studenti di quel corso alternarsi nel laboratorio di calcolo nel tentativo di stimare apertura e chiusura della Borsa del giorno dopo.
Fu in quel momento che decisi che la Borsa e il trading quantitativo sarebbero stato il mio futuro.
La sensazione era di profonda libertà ed indipendenza.
Non ero attratto dall’aspetto monetario della Borsa ma ero attratto dal sentirmi solo contro il mondo, dalle vertigini che ti dà la convinzione di poter fare da solo, senza l’ausilio di altri. Tu e la Borsa, armato del tuo Microfit che manco sapevo come funzionava.
E mi ricorreva alla mente la famosa frase del film “Per un pugno di dollari”: “Quando l’uomo con il fucile incontra l’uomo con la pistola l’uomo con la pistola è un uomo morto”.
E pensavo a Tomasini con il suo Microfit: quando qualcuno senza Microfit mi avrebbe incontrato sarebbe stato un analista un trader un giornalista morto.

Marzo 1990: la mia prima volta in Borsa a Milano … esistevano ancora le corbeilles ed io ero stato inviato da un giornale locale
In realtà poi nel film l’uomo con la pistola ammazza l’uomo con il fucile ma la storia rimane buona lo stesso da raccontare o da immaginare.
Mio padre diceva che non esista spazio vuoto che mi resista: io tendo a imbrattarlo, prima o poi… con le mie parole.
Che sia cronaca di provincia o cronaca di Borsa.
Ed eccomi qui sulle colonne di Econopoly de Il Sole 24ORE dopo essermi consumato i polpastrelli su tanti altri giornali: un bel regalo per un bambino di provincia che voleva fare solo il giornalista…
Cari lettori, vi do appuntamento due volte la settimana su questo foglio virtuale: vi racconterò le mie storie, storie da poco di finanza e trading, investimenti e dintorni.
Storie di un bambino che voleva fare il giornalista e che per caso ci è riuscito.
Non sono cattivo come gli altri speculatori di Borsa, ve lo assicuro, io da bambino volevo solo fare il giornalista… per questo ora faccio cronaca di Borsa… credetemi…

Twitter @EmilioTomasini
La pagina di Emilio Tomasini sul sito dell’Università di Bologna

Da - https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2021/10/22/cronaca-di-borsa/?uuid=96_5mnsoHf2
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« Risposta #2 inserito:: Ottobre 27, 2021, 12:44:08 pm »

Vittorie forti e nette a Roma e a Torino, nei due ballottaggi più rilevanti, ma anche in altre città di rilievo, per il centrosinistra (anche Varese, per dirne una, dove la Lega si è spesa per tornare alla guida del comune, resta al centrosinistra). E, come si dice, c’è anche l’avvio di una stagione politica. Perché, e in modo speciale Roma, c’è una chiamata d’emergenza per la politica e per i partiti, per capirci, tradizionali. Non si tratta solo di rimettere in piedi un po’ di amministrazione locale dove, come a Roma, il controllo e l’indirizzo erano completamente sfuggiti. Bisogna far vedere (sì, servirebbe un’amministrazione con qualche tratto di ostentazione pedagogica) che è possibile guidare una grande città pur con le mille tensioni che la abitano e che il dopo-Covid è davvero un periodo nuovo. Servono capacità di spesa, progettualità, metodo, perché i comuni sono chiamati a gestire la maggior parte dei fondi del piano di ripresa. Roma, per restare all’esempio che vale per tutti, deve dotarsi di uffici in grado di gestire questa enorme massa di investimenti. Il rinnovamento consentito dalle nuove regole per reclutare tecnici ed esperti nelle amministrazioni va colto in pieno. Per i partiti, in questo caso specificamente per il centrosinistra, significa far vedere al paese e agli elettori che la politica e la buona amministrazione sono ancora possibili ed è possibile averle insieme, mantenendo le sfumature che ne distinguono i ruoli. E l’avvio di tutta l’operazione dirà già tanto, perché i numeri attesi dai ballottaggi indicano che, dichiarata o no, c’è stata convergenza da diverse provenienze e da diversi schieramenti. Perché è la prima volta che gli elettori, pur tra tanti fattori di disturbo e tante false piste, indicano, molto all’ingrosso, l’area che tiene insieme un mondo che va dal Carlo Calenda (non ce ne voglia) ben piantato nell’establishment con il Giuseppe Conte ancora non ben piantato neanche nel suo orto post populista. In mezzo, ovviamente, il ruolo stabilizzante del Pd. Guardando un po’ a caso si nota una tendenza al rientro verso le opzioni politiche note e sicure, dopo questa decina d’anni in cerca di emozioni nuove (evidentemente non troppo soddisfacenti).


Da - https://mail.google.com/mail/u/0/?hl=it&shva=1#inbox/FMfcgzGlkPcpXczKKvfFZjgdCVMMFLrQ

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