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Autore Discussione: Nel cambiamento che dobbiamo IMMAGINARE, CONOSCERE E REALIZZARE (ICR)  (Letto 5719 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Ottobre 08, 2021, 03:28:54 pm »


SINISTRA ESSENZIALE

IL MONITORE (ripescaggio di un GIORNALE del Risorgimento)

La COLLINA DEI CURIOSI LA MIGLIORE UMANITA’

Il SOCIALESIMO DEMOCRAZIA E SOCIALISMO

I DIFFERENTI (inteso come Cittadini Differenti dalla Massa)

DOMANISMO Progetti con Idee per immaginare il Futuro
(Soprattutto l’invito a mettere nel cassetto il Passato, a disposizione solo per studiarlo)

---
Sono termini che ho ideato o rilanciato a favore dei miei GRUPPI di Amici in FaceBook.

Nel cambiamento che dobbiamo IMMAGINARE, CONOSCERE E REALIZZARE (ICR)

LE PAROLE avranno una importanza basilare per essere usate a favore della MASSA di INCONSAPEVOLI complici del disastro Italia, che DRAGHI deve insegnarci a cambiare.   

ggiannig ciaooo (Italia 6 ottobre 2021)
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« Risposta #1 inserito:: Ottobre 10, 2021, 02:37:37 pm »

L’INCHIESTA del corriere del veneto*

Donne & stipendi, il Veneto Cenerentola del Nord Italia

Non solo pagate meno degli uomini ma ulteriormente penalizzate dalla più alta percentuale di part-time. «Si cambi rotta»

di Francesca Visentin


Carriere sbarrate, poche promozioni e riconoscimenti, tanti contratti part-time.
Il lavoro delle donne nel Veneto è un percorso a ostacoli. Lo si vede soprattutto nella differenza di stipendi tra donne e uomini: secondo i dati più aggiornati che arrivano da un’indagine della Cgil Veneto, il gender pay gap (divario retributivo) nel Veneto è di circa il 32%. Un gap che a cascata si ripercuote sulle pensioni. Se da un rapporto di Veneto Lavoro della Regione Veneto del 2019, analizzato dalla Cgil, emergeva una retribuzione media all’anno di 17.108 euro per le donne e 26.294 euro per gli uomini, dall’indagine più recente della Cgil, quel divario rimane senza sostanziali modifiche.

I numeri del divario

Confrontando gli stipendi del 2020 di 320 mila lavoratori e lavoratrici nel Veneto, sia nel pubblico che nel privato, l’indagine di Cgil Veneto, ha calcolato che la media del guadagno di un uomo è di 23.936,36, contro un 14.592,21 del guadagno di una donna. «Il Veneto a Nordest è tra le regioni con più alto gap salariale - fa notare Tiziana Basso, responsabile politiche di genere, politiche industriali contrattuali e dell’innovazione di Cgil Veneto - ed è la regione con la più alta percentuale di part-time femminile, scelta che diventa quasi obbligatoria per le lavoratrici se il lavoro di cura, figli e famiglia, è totalmente a carico delle donne. Motivo che rende anche il percorso di carriera più complicato. Il part-time peggiora il divario di genere nelle retribuzioni». I nodi? «Servizi che mancano, welfare che non rispetta gli standard europei, mancanza di condivisione del lavoro famigliare tra uomini e donne. Anche a parità di orario il tempo influisce, perché la donna è costretta a essere meno disponibile per trasferte e straordinari, a causa del carico di lavoro famigliare», chiarisce Basso.

La disparità allontana dall’efficienza

Ma la busta paga delle donne venete quanto è più leggera di quella dei loro colleghi? Del 32%, secondo i dati più aggiornati. Anche se uno studio dell’Inps del 2019 tra 1.599.621 lavoratori dipendenti, rivelava una disparità tra stipendi del 34%. Lisa Contegiacomo del Caaf Cgil, che ha elaborato i dati 2020, evidenzia che «fino a un reddito di 10 mila euro troviamo esclusivamente donne, sopra i 40 mila euro sono praticamente tutti uomini». Una forbice che conferma quanto sia radicato il divario. «È la donna che sacrifica il suo reddito professionale in famiglia, il suo lavoro viene considerato accessorio». Azzurra Rinaldi, economista tra le più note in Italia, fondatrice di «Il Giusto Mezzo» e responsabile School of Gender Economics all’Università di Roma, analizza il pay gap gender in Veneto. «Alla base c’è il pregiudizio creato dal mercato del lavoro e dalle istituzioni: anche quando il lavoro c’è, si sceglie di fare lavorare e promuovere il maschio - sostiene l’economista -. Spetta a governo e regioni rimboccarsi le maniche e saldare il divario. Il problema sta nella legge, oggi c’è una sproporzione assurda sulla maternità, tra quello che succede a una lavoratrice quando diventa mamma e quello che invece succede a un lavoratore quando diventa papà. È tutta una questione di normative, il governo deve guardarsi intorno e prendere spunto dagli altri paesi Europei». E scandisce: «La disparità salariale allontana dall’efficienza». Prioritario per Azzurra Rinaldi, dev’essere fare chiarezza nel settore privato. «È un vero far west il privato, non si riescono ad avere dati chiari e reali. Nel pubblico per legge la disparità salariale non dovrebbe esistere, ma nella realtà vengono messi in atto altri modi per discriminare, promozioni, qualifiche, bonus, benefit escludono quasi sempre le donne».

Il ruolo delle aziende familiari

La particolare situazione del Veneto, secondo Valeria Manieri, co-founder del media civico Le contemporanee, «è dovuta alla dimensione aziendale a carattere famigliare in cui le donne vengono assunte anche per ragioni fiscali e accettano quello che si dà loro». Per chi ancora sostiene che il tema è «roba da femministe», ci ha pensato il premier Draghi a chiarire le idee: «L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa», ha detto nel suo discorso programmatico al Senato. E ha ribadito che va colmata la differenza di salario fra uomini e donne. Vincenza Frasca, veronese, presidente nazionale del Gruppo Donne Imprenditrici di Confimi (che riunisce le piccole e medie imprese di Confindustria), chiarisce: «Nei contratti non ci sono differenze di stipendi, sarebbe anticostituzionale. Ma è vero che il part-time femminile incide. E il lavoro di cura penalizza. Motivi per cui spesso nelle aziende o ai vertici, “uomo chiama uomo”, scelte maschili privilegiano altri maschi». Che fare? «Procedere per obiettivi. Agire sulle leggi, aprire la strada a un cambiamento culturale e ottenere dalla politica normative che contribuiscano a rendere paritario tra uomo e donna il lavoro di cura». Frasca ribadisce anche l’importanza della formazione: «Più competenza femminile su autonomia finanziaria, gestione del credito e norme bancarie».

L’Italia al 63esimo posto

Se come sostiene la Cgil, il Veneto risulta tra le prime regioni del Nord Italia per disparità nei salari tra uomo e donna, i dati nazionali non consolano. Secondo il Global gender gap index, l’indicatore che misura la disparità di genere, l’Italia è al sessantatreesimo posto per quanto riguarda parità tra uomini e donne su 156 Paesi valutati. E il World Economic Forum sulle disuguaglianze di genere ha stabilito che ci vorranno 267 anni ancora per colmare il divario di genere. «Ci vuole una vera e propria spallata - continua a ripetere Linda Laura Sabbadini, direttrice dell’Istat -. Le donne non possono essere più il pilastro del nostro sistema di welfare. Non possono più farcela. Lo dicono i numeri. Non possono sostituirsi come prima all’attività dei servizi sociali e sanitari. Non ne hanno più il tempo. Vogliono lavorare, vogliono realizzarsi su tutti i piani. Vogliono avere i figli. Vogliono valorizzarsi sul lavoro. E se la politica non riuscirà a capire che questa è una priorità essenziale per il rilancio dell’Italia, si allontanerà sempre più dai bisogni delle donne e del Paese».

La newsletter del Corriere del Veneto

Da - https://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/cronaca/21_ottobre_10/donne-stipendi-veneto-cenerentola-nord-italia-3e34fc3e-293b-11ec-94a9-c63848a9c50c.shtml
« Ultima modifica: Ottobre 14, 2021, 10:05:02 am da Arlecchino » Registrato

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« Risposta #2 inserito:: Ottobre 10, 2021, 11:21:41 pm »

La società è fatta a strati e suddivisa in categorie.

Escludendo Predoni e Malviventi, di ogni tipo, nelle trattative per ottimizzare obiettivi comuni le categorie di tutti gli strati sociali devono accordarsi in armonia di intenti.

Nessuno Dominante, nessuno Sottomesso!

E il Governo della Democrazia Costituzionale a sovraintendere il tutto.

Io su Fb del 14 agosto 2021
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« Risposta #3 inserito:: Ottobre 11, 2021, 02:42:54 pm »

I limiti dell’ambientalismo e la proposta Ecosocialista

Una politica ecologica seria non può che essere anticapitalista e cogliere i nessi fra le contraddizioni ecologiche e quelle non ecologiche del capitale.

Nancy Fraser 29 Settembre 2021

In un lungo e approfondito saggio contenuto nel numero di MicroMega in edicola e libreria la filosofa statunitense Nancy Fraser spiega perché un ambientalismo che non metta in discussione le fondamenta del capitalismo non va molto lontano. Ne pubblichiamo un estratto.
Le politiche del clima sono balzate al centro della scena[1]. Anche se persistono sacche di negazionismo, attori politici dei più diversi colori stanno diventando verdi. […].
L’ecopolitica, in sintesi, è divenuta ubiquitaria. Non più appannaggio esclusivo di movimenti ambientalisti autonomi, il discorso sul cambiamento climatico appare adesso una questione urgente rispetto alla quale ogni attore politico deve prendere posizione. Incorporata in un mucchio di programmi in concorrenza tra loro, la questione viene variamente declinata secondo i diversi impegni cui si accompagna. Col risultato, sotto un superficiale consenso, di un inquieto dissenso. Da una parte c’è un crescente numero di persone che vedono il riscaldamento globale come una minaccia alla vita sul pianeta Terra così come la conosciamo. D’altra parte, costoro non sono accomunati da una stessa visione delle forze della società responsabili di quel processo e nemmeno dei cambiamenti nella struttura sociale necessari per fermarlo. Sono più o meno concordi sul dato scientifico, ma decisamente discordi sulle politiche[2].
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E tuttavia “concordi” o “discordi” sono definizioni troppo vaghe per fotografare la situazione. L’ecopolitica oggi si sviluppa all’interno di una crisi epocale da cui è inevitabilmente segnata. Crisi dell’ecologia, certo, ma anche dell’economia, della società, della politica e della salute pubblica ovvero una crisi generale i cui effetti si diffondono ovunque come metastasi, scuotendo la fiducia nelle visioni del mondo consolidate e nelle élite al potere. Ne risulta una crisi di egemonia e un “inselvatichirsi” dello spazio pubblico. Non più domata dal buonsenso dominante che blocca le opzioni fuori dagli schemi, la sfera politica è divenuta ora il luogo di una ricerca frenetica non solo di politiche migliori, ma di nuovi progetti politici e nuovi stili di vita. Accumulatasi ben prima dello scoppio del Covid, ma da questo fortemente intensificata, questa “atmosfera instabile” permea l’ecopolitica che si dà necessariamente al suo interno. Il dissenso sul clima è pesante, di conseguenza, non “solo” perché la sorte della Terra è in bilico, e nemmeno “solo” perché il tempo stringe, ma anche perché il clima politico è, a sua volta, agitato dalla turbolenza.
In questa situazione, per difendere il pianeta bisogna costruire una controegemonia per superare l’attuale cacofonia di opinioni e arrivare a un buonsenso ecopolitico in grado di orientare un progetto di trasformazione largamente condiviso. Certo, quel buonsenso deve aprirsi un varco tra la massa di opinioni in conflitto e identificare precisamente ciò che va cambiato nella società per fermare il riscaldamento globale, collegando in modo efficace le autorevoli scoperte della scienza del clima a un resoconto altrettanto autorevole dei motori storico-sociali dei cambiamenti climatici. Per divenire contro-egemonico comunque il nuovo buonsenso deve trascendere il “meramente ambientale” e affrontare la reale entità della crisi generale, deve collegare la sua diagnosi ecologica ad altre preoccupazioni vitali, inclusa quella per l’insicurezza dei mezzi di sostentamento e per i diritti negati dei lavoratori, il disinvestimento pubblico dalla riproduzione sociale e la svalutazione cronica del lavoro socio-assistenziale, l’oppressione imperialista etno-razziale, la dominazione sessuale e di genere, la spoliazione, l’espulsione e l’esclusione dei migranti; la militarizzazione, l’autoritarismo politico e la brutalità poliziesca. Tutte preoccupazioni che senza dubbio si intrecciano e sono esacerbate dai cambiamenti climatici. Ma il nuovo buonsenso deve evitare “l’ecologismo” riduttivo. Lungi dal trattare il riscaldamento globale come la carta vincente che prevale su tutto il resto, deve rintracciare quella minaccia nelle dinamiche sociali sottostanti che a loro volta alimentano altri aspetti della crisi attuale. Solo affrontando tutti i più importanti risvolti di questa crisi, “ambientali” e “non-ambientali”, e rivelando le interconnessioni, potremo cominciare a costruire un blocco contro-egemonico che sostenga un progetto comune e possieda l’autorevolezza politica per perseguirlo con efficacia.
Questo è un compito arduo. Ma ciò che lo porta nella sfera del possibile è una “felice coincidenza”: tutte le strade portano alla stessa idea, il capitalismo. Il capitalismo, nel senso che definirò a breve, rappresenta il motore storico-sociale del cambiamento climatico e la dinamica centrale istituzionalizzata da smantellare per fermarlo. Il capitalismo, così definito, è anche profondamente implicato in forme di ingiustizia sociale apparentemente non-ecologiche: dallo sfruttamento di classe all’oppressione razzista-imperialista alla dominazione sessuale e di genere. E il capitalismo ha un ruolo centrale anche nelle impasse apparentemente non-ecologiche dell’ordinamento sociale: nelle crisi della cura e della riproduzione sociale; della finanza, delle filiere di produzione e distribuzione, salari e lavoro; di governance e de-democratizzazione. L’anticapitalismo, perciò, potrebbe, anzi dovrebbe, diventare il tema organizzativo centrale di un nuovo buonsenso. Rivelare le connessioni che legano tra loro gli innumerevoli fili di ingiustizia e irrazionalità, è la chiave per poter sviluppare un progetto contro-egemonico di trasformazione in senso ecologico dell’organizzazione sociale. […].
Esistono già, in una forma o nell’altra, molti dei mattoni essenziali alla costruzione di questa politica. I movimenti per la giustizia ambientale sono già, in linea di principio, transambientali in quanto prendono di mira i legami tra eco-danni e uno o più assi di dominio, in particolare il genere, la razza, l’etnia e la nazionalità; e alcuni di questi sono esplicitamente anticapitalisti. Analogamente i movimenti dei lavoratori, i Green New Dealer e alcuni eco-populisti impugnano (alcuni) prerequisiti di classe nella lotta contro il riscaldamento globale: soprattutto la necessità di collegare la transizione verso le energie rinnovabili alle politiche pro-classe lavoratrice su redditi e occupazione, e l’esigenza di rafforzare il potere statale in quanto contrapposto alle grandi multinazionali. Infine, i movimenti per la decolonizzazione e delle popolazioni indigene puntano l’obiettivo sull’intreccio estrattivismo-imperialismo. Insieme alle correnti per la decrescita, invocano un ripensamento profondo del nostro rapporto con la natura e dei nostri stili di vita. Ciascuna di queste visioni ecopolitiche coltiva al suo interno intuizioni autentiche.
Ciononostante, la condizione attuale di questi movimenti, sia che li si consideri nel loro insieme, sia presi singolarmente, non è (ancora) adeguata al compito che li aspetta. Finché i movimenti per la giustizia ambientale continueranno a occuparsi quasi esclusivamente delle svariate conseguenze delle eco-minacce sulle popolazioni subalterne, non riusciranno a prestare la dovuta attenzione alle dinamiche strutturali alla base del sistema sociale; sistema che non soltanto produce disuguaglianze, ma porta a una crisi generale che minaccia il benessere di tutti, oltre che del pianeta. Il loro anticapitalismo non è quindi abbastanza concreto, e il loro trans¬ambientalismo non va ancora abbastanza in profondità.
Qualcosa di simile vale anche per i movimenti che hanno come interlocutore lo Stato, e in particolare per gli eco-populisti (reazionari) ma anche per i Green New Dealer (progressisti) e per i sindacati. Questi attori privilegiano la struttura dello Stato nazionale-territoriale e la creazione di posti di lavoro grazie a progetti di infrastrutture verdi, dando in tal modo per scontata una visione insufficientemente ampia e diversificata della “classe dei lavoratori”, che non comprende, in realtà, solo gli operai addetti alle costruzioni ma anche i lavoratori dei servizi; non solo i salariati, ma anche quelli che non percepiscono alcun salario; non solo quelli che lavorano “nella madrepatria” ma anche quelli impiegati all’estero; non solo gli sfruttati, ma anche gli espropriati. Inoltre le correnti che hanno come interlocutore lo Stato non prendono sufficientemente atto della posizione e del potere della controparte, perché continuano ad aderire alla classica premessa socialdemocratica secondo cui lo Stato può servire due padroni e può salvare il pianeta tenendo sotto controllo il capitale, senza bisogno di abolirlo. Di conseguenza neanche questi sono abbastanza anticapitalisti e transambientali, almeno fino ad oggi.
Infine, gli attivisti della decrescita tendono a confondere le acque politiche accorpando quello che deve necessariamente crescere in un sistema capitalista (ovvero il “valore”) con quello che dovrebbe crescere ma non può farlo all’interno del capitalismo, ovvero beni, rapporti e attività capaci di soddisfare l’immensa estensione di esigenze umane insoddisfatte in tutto il globo. Un’ecopolitica autenticamente anticapitalista deve smantellare l’imperativo connaturato di far crescere il primo e al tempo stesso affrontare la questione di come far crescere in modo sostenibile il secondo in quanto questione politica da decidere mediante deliberazioni democratiche e pianificazione sociale. Allo stesso modo, gli orientamenti associati alla decrescita, come l’ambientalismo come stile di vita da una parte e i modelli sperimentali comunitari dall’altra, tendono a evitare la necessità di scontrarsi con il potere capitalista.
Prese nel loro insieme, inoltre, le giuste intuizioni di tutti questi movimenti non bastano a costituire un nuovo senso comune ecopolitico e non riescono ancora a convergere su un progetto controegemonico di trasformazione ecosociale che, almeno in linea di principio, potrebbe salvare il pianeta. Certo, sono presenti alcuni elementi essenziali transambientali: diritti dei lavoratori, femminismo, antirazzismo, antimperialismo, coscienza di classe, ideali democratici, anticonsumismo, antiestrattivismo. Ma non sono ancora integrati in una solida diagnosi sulle radici strutturali e storiche della crisi attuale. Quello che a oggi manca è una prospettiva chiara e convincente che colleghi tutte le preoccupazioni presenti, ecologiche e non, con un unico sistema sociale e, per suo tramite, che le colleghi tra di loro.
Ho ripetuto qui che tale sistema ha un nome. Si chiama società capitalista, concepita in modo espansionista per comprendere tutte le condizioni di base necessarie all’economia capitalista: natura non-umana e potere pubblico, popolazioni espropriabili e riproduzione sociale; tutti non a caso soggetti alla cannibalizzazione da parte del capitale, tutti sotto shock per la devastazione che li sta travolgendo. Dare un nome a questo sistema, e definirlo a grandi linee, significa presentare un altro tassello del puzzle controegemonico che dobbiamo risolvere. È possibile che questo tassello ci aiuti a metterne a posto altri, a rivelare le loro più probabili tensioni e potenziali sinergie, a mettere in chiaro le loro origini e a capire dove possono arrivare insieme. L’anticapitalismo è il tassello che fornisce una direzione politica e una forza critica al transambientalismo. Mentre quest’ultimo apre l’ecopolitica al mondo in generale, il primo si concentra sul nemico numero uno.
È dunque l’anticapitalismo quello che traccia la linea di separazione, indispensabile in qualsiasi blocco storico, tra “noi” e “loro”. Smascherare il mercato del carbonio per la frode che è significa stimolare tutte le correnti ecopolitiche potenzialmente orientate all’emancipazione perché si svincolino pubblicamente dal “capitalismo verde”. Spinge inoltre ogni corrente a prestare attenzione al proprio specifico tallone d’Achille, alla propria tendenza a evitare di scontrarsi con il capitale, perseguendo o un (illusorio) scollegamento o compromessi di classe (squilibrati) o una (tragica) parità nella vulnerabilità estrema. Insistendo sul nemico comune, inoltre, il tassello anticapitalista del puzzle indica un sentiero che tutti – i partigiani della decrescita, della giustizia ambientale e del Green New Deal – possono percorrere insieme anche se in questo momento non riescono a vedere la destinazione esatta, tanto meno a concordare sulla sua definizione.
Naturalmente resta da vedere se potremo davvero raggiungere una destinazione qualsiasi o se la Terra continuerà a riscaldarsi fino al punto di ebollizione. Ma le nostre migliori speranze per scongiurare un simile destino risiedono nella costituzione di un blocco controegemonico che sia transambientale e anticapitalista. Dove esattamente possa portarci questo blocco, se dovesse riuscire nel suo intento, non è dato sapere. Ma se dovessi dare un nome alla nostra meta, io sceglierei “ecosocialismo
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« Risposta #4 inserito:: Ottobre 11, 2021, 02:46:20 pm »

Post della sezione Notizie

Gianni Cuperlo
 
Siccome vi conosco e so che poi ironizzate o mi rimproverate per la verbosità dell’analisi del voto, stamane vi tocca un decalogo secco (o quasi).

1. Abbiamo vinto noi e hanno perso loro.
2. Il successo al primo turno con percentuali impreviste di Sala, Lepore e Manfredi mostra che il buon governo (come a Milano e Bologna) e la qualità e ampiezza della coalizione (come a Napoli) premiano.
3. I ballottaggi di Roma, Torino e Trieste sono vicende a sé: non vanno lette come il secondo tempo di un medesimo incontro iniziato ieri l’altro, ma sono tre partite nuove dove conterà riportare alle urne i “nostri voti” del primo turno e riuscire a convincere una parte dei “voti altri” (quelli del campo alternativo alla destra) a scegliere la via del confronto e dell’unità. I candidati in pista (Gualtieri, Lorusso e Francesco Russo) sono perfettamente in grado di farlo e io sono ottimista sul fatto che ci riusciranno.
4. La destra ha sbagliato i suoi candidati e questo è certamente vero, ma dietro il risultato gramo che hanno raccolto c’è anche altro: una inadeguatezza delle due leadership emergenti che, al netto di selfie e abbracci a favor di camera, hanno rivelato per intero la loro inconsistenza politica e una notevole fragilità.
5. Sarebbe un errore, però, pensare che quella destra è scomparsa, evaporata. Non è così. Nel paese gode ancora di un consenso robusto e il voto politico sarà una pagina ancora diversa. La sinistra vive il suo dramma quando perde molto, ma talvolta conosce una tragedia quando vince molto perché si inebria del successo pensando che la battaglia vinta equivalga alla guerra (mi scuso della metafora militaresca). Cerchiamo di avere i piedi ben piantati a terra e di tenere la testa dove deve stare (vale a dire sul collo…ma questo è un omaggio a Totò).
6. In Calabria il centrosinistra va incontro alla ennesima sconfitta. Non dico che tutto si spiega osservando la scheda però qualcosa lo si capisce anche così: se la destra si presenta con un solo candidato e noi ci dividiamo in tre componenti l’una contro l’altra armate (e ancora con ‘sta parabola di guerra, oggi va così), ecco, le possibilità di trasmettere fuori da noi un messaggio di sconfitta preventiva è piuttosto forte. Sarebbe il caso di far coincidere questo voto con un coraggioso impegno di rifondazione, a partire per primi e ovviamente da noi. Ci sono anche lì giovani bravissimi che hanno solo voglia di non mollare la presa.
7. Ieri sera (non lo faccio spesso) ho scritto un tweet. Questo: “Il giorno in cui il Pd vince le elezioni in Italia tutti gli aggeggi di Zuckerberg smettono di funzionare. Nel mondooooo!
E poi dice che uno si butta a sinistra!”

8. La vittoria di Enrico Letta nelle elezioni suppletive del collegio di Siena è meritata e importante. Che il segretario del primo partito del centrosinistra sieda in Parlamento è un fatto doveroso, tanto più alla vigilia di scadenze fondamentali come la scelta del prossimo presidente della Repubblica. Auguri anche a Andrea Casu che ha vinto nel collegio non facile di Roma. Sempre a Roma il risultato deludente della sindaca uscente racconta molto della crisi profonda del Movimento 5 Stelle, toccherà a Giuseppe Conte dimostrare sino dai prossimi giorni se quella forza, tuttora la prima per numero nel Parlamento attuale, è in grado di imboccare la via di un suo radicale ripensamento, la stagione del populismo "da sinistra" pare definitivamente archiviata: per tutti.
9. Come accade sempre i riflettori si sono puntati e accesi sulle grandi città, ma si è votato in tantissimi altri comuni ed è giusto che almeno alcuni di questi si ricordino, nel senso che ciascuno deve ricordare quelli che, per una ragione o l’altra, sente come un successo meritato. E allora auguri a Alessandra Terrosi, nuova sindaca di Acquapendente, a Gloriana Dall’Oglio, nuova sindaca di Quistello, a Sergio Muro confermato sindaco di Rivalta, a Gessica Allegni, nuova sindaca di Bertinoro. E in bocca al lupo alle tante elette ed eletti nei consigli comunali, inizia da subito un altro bel viaggio.
10. Abbiamo vinto noi e hanno perso loro (lo avevo già detto al punto 1? Non fa niente, per una volta che accade repetita iuvant).
Buona giornata e un abbraccio
PS. Ha perfettamente ragione il mio amico Aldo Bacchiocchi, il tema dell'astensionismo (oltre ogni attesa) ci pone dinanzi a un serissimo problema politico che (in queste dimensioni) non si limita a una crisi della rappresentanza, ma potenzialmente evoca una questione più grave che è la crisi della democrazia. Ci torneremo a breve. Buona giornata ancora.

Da - https://www.facebook.com/
« Ultima modifica: Ottobre 12, 2021, 06:19:24 pm da Arlecchino » Registrato
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