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Autore Discussione: Il Consenso Popolare nella storia  (Letto 232 volte)
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« inserito:: Giugno 12, 2021, 11:26:54 am »

Il Consenso Popolare nella storia | COMPITI FACILE

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« Risposta #1 inserito:: Giugno 16, 2021, 12:48:51 pm »

Intellettuali che capirono i loro errori e lasciarono semi fruttiferi a chi li vuol coltivare.


Il MONITORE - LA TRACCIA IRREGOLARE. Moniti per il Futuro.

Un esempio: Prezzolini non fu uno sconfitto (come in fondo lui si riteneva) perché visse da IRREGOLARE la storia mentre la viveva.

Il motto "non me la bevo", che fu anche di Montanelli, non ci aiuterebbe nel cambiamento che vogliamo, anche se soltanto nella parte da approfondire, senza travestimenti partitocratici?

Un anticomunista che avversa l’antifascismo, come fu Prezzolini, non ispira una riflessione concreta tutt’altro che conservatrice?

Voler cambiare il Mondo, oggi nella melma perché colpevole di aver trascurato o profittato dell’ingiustizia del moderno colonialismo, voler recuperare l’ambiente prima che i Predoni lo massacrino, possono essere alcune missioni da IRREGOLARI liberi da bandiere settarie, sempre maledettamente divisive?

Se ne parlassimo (scrivessimo) sarebbe già un passo verso un futuro migliore e più giusto.

ggiannig


 
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« Risposta #2 inserito:: Giugno 16, 2021, 09:40:20 pm »

Senti le rane che cantano...

DOCUMENTI‎ > ‎CGIL‎ > ‎16° Congresso Cgil‎ > ‎

I diritti e il lavoro oltre la crisi
Documento I diritti e il lavoro oltre la crisi
Primo firmatario Guglielmo Epifani

Link al documento integrale: http://www.cgil.it/congresso/documenti/DirittiELavoroOltreLaCrisi22nov.pdf
(sintesi)

Il XVI° Congresso della CGIL si svolge nel pieno della più grande crisi economica, finanziaria e sociale dopo quella del 1929: la prima crisi realmente globale che è, insieme, anche crisi dell’equilibrio ambientale dell’intero pianeta.

Molti economisti ed istituzioni internazionali hanno ricostruito le origini, i processi e le responsabilità di questa situazione: essa è destinata a pesare sul nostro futuro e, soprattutto, su quello delle nuove generazioni, inoltre cambierà in profondità equilibri e assetti geopolitici in una nuova divisione internazionale del lavoro e dei poteri.

La CGIL ritiene che uno dei fattori fondamentali di questa crisi consista nella crescita di disuguaglianze nei paesi ricchi, nello spostamento di quote crescenti di reddito dai salari ai profitti e da questi agli investimenti finanziari, mentre nei paesi in via di sviluppo siamo di fronte alla scelta di contenere la domanda interna. Così si determinano surplus finanziari sempre più grandi e sottratti alla domanda globale.

L’allentamento della politica monetaria, la formazione di una liquidità crescente, lo stimolo ai consumi attraverso il debito (che si coniuga con la scarsa regolazione e trasparenza di prodotti finanziari ad alto rischio) ha portato ad un punto di quasi non ritorno dell’economia mondiale. Infatti la crisi si è ritrasmessa rapidamente dai mercati finanziari, bancari e assicurativi all’economia reale, con il crollo della domanda internazionale e della produzione di beni e servizi, con una crescita progressiva della disoccupazione.

Fortunatamente, almeno fino ad ora e a differenza della crisi del 1929, l’azione concertata dei Governi ha contribuito a ridurre e a contenere gli effetti più drammatici della crisi finanziaria. Risorse pubbliche in quantità prima inimmaginabili sono state investite per questo obiettivo, mentre altre, molto inferiori, sono state utilizzate per sostenere protezioni, tutele sociali e redditi.

Chi aveva teorizzato l’autosufficienza ed il primato dei mercati - e la disuguaglianza come leva della crescita – ha riscoperto il ruolo insostituibile degli stati e del denaro pubblico, i tanti diseguali sono diventati improvvisamente cittadini assolutamente uguali quando si è trattato di indirizzare le risorse di tutti al salvataggio del sistema!

In questo la crisi che stiamo attraversando è anche crisi morale di valori.

Ora, di fronte a tutti, il problema che si pone è di portata straordinaria: come fare per riprendere la strada di uno sviluppo che non abbia le contraddizioni e gli squilibri di quello precedente? Cosa fare per impedire che il gigantesco debito pubblico accumulato segni il futuro del mondo e delle nuove generazioni con meno investimenti, meno reddito, meno occupazione, meno stato sociale, meno sanità e istruzione pubblica? Quale tipo di produzione, ricerca e innovazione attivare perché la crescita avvenga senza consumare ambiente o alterare i grandi equilibri geoclimatici ed impedire un futuro in cui lo scontro e il conflitto potrebbero non essere più segnati dal controllo delle materie prime energetiche, ma da quello dei beni comuni: la terra, l’acqua, il cibo?

Ogni crisi di carattere epocale ha dentro di sé anche i fattori del cambiamento. Tutti quelli che pensano di tornare al mondo di prima coltivano un’illusione che non ha fondamento o, se lo avesse, porterebbe a nuove crisi e nuove contraddizioni.

Il cambiamento oggi si impone e, come tutti i cambiamenti, può avere esiti anche sociali, morali e di valore diversi. La sfida che hanno di fronte a sé la CGIL, il sindacato europeo e quello mondiale – attraversati da una crisi riflesso dei processi degli ultimi venti anni – è quella di dare al cambiamento il segno e il contenuto di una profonda e generale innovazione di obiettivi, di politiche economiche e sociali, di idea di società, di cooperazione e regolazione degli interessi internazionali.

All’interno di questo perimetro il lavoro, il suo ruolo, il suo valore e quello dell’uguaglianza - intesa come lotta contro emarginazione e povertà, come uguaglianza nei diritti fondamentali della cittadinanza moderna - deve ritrovare centralità e senso comune nelle politiche pubbliche. Proprio alla luce di queste considerazioni pensiamo che debbano essere profondamente ridiscussi anche i parametri su cui è costruito il concetto stesso di ricchezza e di crescita di un paese, e ciò a partire dalla ridiscussione del concetto di PIL.

Il XVI° Congresso della CGIL, per questo contesto e per la straordinarietà e complessità della fase che attraversiamo, ha l’obiettivo di provocare una discussione democratica e di massa che leghi esplicitamente la condizione delle persone che rappresentiamo alla prospettiva di questo cambiamento. Ciò vuol dire ricostruire un orizzonte in cui, giorno dopo giorno, si possa trovare soluzione ai tanti e pesanti problemi di oggi: di chi sta in cassa integrazione o in mobilità; dei tanti licenziati senza lavoro e senza reddito; dei precari che per primi hanno perso il lavoro; degli inoccupati del Mezzogiorno, giovani donne e giovani uomini senza una concreta prospettiva di occupazione; degli anziani e pensionati che nella crisi sono stati e sono il sostegno di molte condizioni familiari e che aspettano una risposta alle richieste poste da tempo per superare le vecchie e nuove aree di povertà e di emarginazione; dei migranti, di coloro che sono sprovvisti di regolarizzazione senza un motivo accettabile e di chi ha perso il lavoro e, con questo, la possibilità di restare nel nostro Paese. E anche di coloro che hanno studiato, hanno competenze e talento e sono costretti ad andare fuori dall’Italia per lavorare a un progetto di ricerca, impoverendo così – non per loro responsabilità – le nostre università e la nostra ricerca.

La CGIL considera sbagliate e inadeguate le misure con cui il Governo Berlusconi ha agito nei confronti della crisi. A differenza di tutti i Paesi europei e mondiali, l’Italia ha deciso di assumere il primato del contenimento del debito pubblico come cuore della propria strategia: non ha sostenuto i consumi riducendo le tasse sul lavoro e sulle pensioni; non ha reso convenienti gli investimenti orientandoli verso settori e attività anticiclici; non ha sorretto la domanda di beni e servizi con progetti di politica industriale e salvaguardia di stabilimenti e occupazione italiana.

Inoltre: ha sottratto risorse al Mezzogiorno, alla sanità, alla scuola, all’università; ha riportato legge e centralizzazione nei comparti pubblici senza introdurre vera efficienza e vere riforme; ha preferito infrastrutture pesanti di dubbia utilità a tanti interventi più leggeri e necessari, a partire dalla messa in sicurezza del territorio, delle zone da bonificare, delle aree sismiche, delle scuole. L’Aquila e Messina non sono il portato di una fatalità imprevista e imprevedibile!

Infine, non ha svolto alcun ruolo significativo a livello mondiale ed europeo tanto che l’immagine del Paese oggi è fortemente compromessa. Il Governo non ha favorito partecipazione, confronti, accordi con Regioni, Province e Comuni, né tavoli anticrisi con le forze sociali. Anziché svolgere un ruolo sulla riforma del sistema contrattuale ha lavorato per dividere.

Così il Paese si trova molto esposto ad una crisi con queste dimensioni: il calo del PIL del 2008 e del 2009 è tra i più forti di tutto il mondo e il deficit pubblico, anche per questo, è tornato a salire.

Perfino dal punto di vista dei valori e dell’etica pubblica, il Paese vive una stagione molto difficile: conflitti istituzionali, non rispetto di prerogative e regole, attacchi alla libertà di informazione e cultura, sistematica contraffazione della realtà e della sua rappresentazione.

Siamo di fronte ad un declino anche morale, che per i giovani si aggiunge alla profonda rottura in corso tra lavoro e futuro.

Non tutti i ritardi ed i problemi portano la responsabilità di questo Governo e di questa maggioranza, che ha vinto le elezioni anche in ragione delle divisioni e delle paralisi che hanno portato alla caduta del Governo presieduto da Romano Prodi al quale si deve una politica dei due tempi, nel risanamento economico e nella distribuzione fiscale, che ha finito per non rispondere alle attese di tanta parte del mondo del lavoro.

Ma la sfida che hanno di fronte a sé l’Italia e l’Europa richiede proprio al Governo di centrodestra di dimostrare se, malgrado tutto, è in condizione di proporre un’alternativa credibile di politiche economiche, fiscali, sociali oppure se continuerà ad agire senza un progetto, allargando disuguaglianze, divari territoriali, riproponendo vecchie ricette e vecchi schemi.

La stessa scelta è di fronte al sistema delle imprese italiane. Con la firma dell’accordo separato sui contratti, Confindustria si è sottratta al dovere di definire le nuove regole con tutte le organizzazioni sindacali e all’esigenza di affrontare uniti la crisi e le conseguenze per i lavoratori e per le aziende. Si tratta di una rottura storica, che ha già portato alla firma separata del contratto dei metalmeccanici. Regole decise senza la CGIL, senza il voto ed il consenso dei lavoratori riducono l’autonomia dei soggetti negoziali, della stessa contrattazione e spingono verso una deriva corporativa e autoreferenziale.

La CGIL si batterà con tutte le sue forze per impedire questa deriva e per conquistare nuove regole, nuovi contratti, pratiche realmente e compiutamente democratiche e confederali. Anche sulla crisi le imprese italiane sono chiamate a scelte di innovazione per non ripercorrere vecchie strade, cioè le stesse che hanno portato a una competizione giocata sulla riduzione di costi e diritti, sulla caduta degli investimenti in ricerca e innovazione, sulla scelta di settori e profitti sicuri e con poca concorrenza, che sono alla base del declino del Paese.

La proposta del XVI° Congresso ha questa chiave: i lavoratori e il Paese hanno bisogno di risalire la china, di progettare il cambiamento, di riconquistare e allargare diritti, riforme, reddito e occupazione. Bisogna ritrovare e ricostruire un’idea inclusiva di unità del Paese e dei valori fondanti della nostra Carta costituzionale, dal lavoro alla pace. E’ necessario un progetto alternativo di sviluppo e di politica economica, un’idea alta e moderna di uguaglianza della cittadinanza. Si deve difendere e allargare la democrazia e la partecipazione; unificare - e non contrapporre - lavoro pubblico e lavoro privato; redistribuire la ricchezza in favore di lavoratori e pensionati, tassando rendite e patrimoni ed eliminando quell’evasione fiscale che poi ha portato alla vergogna del condono e dello scudo fiscale; riconquistare un potere contrattuale e un quadro nuovo di regole per i contratti nazionali e per una contrattazione di II° livello più estesa; riaprire una vera mobilità sociale ingessata da corporazioni, privilegi legati al censo e al patrimonio, premiando capacità e competenze individuali. Bisogna farla finita col precariato, con la frammentazione dei contratti, dei costi e dei diritti e ridare ai lavoratori la parola definitiva attraverso il voto sugli accordi e sui contratti.


Il XVI° Congresso della CGIL è l’occasione per avanzare proposte di cambiamento agli altri (Governo, imprese, istituzioni) e deve rappresentare, insieme, una riflessione su di noi, sulla CGIL: su quello che abbiamo fatto, su come cambiare per fare meglio, sul nostro rinnovamento. La Conferenza di Organizzazione, l’Assemblea di Programma, la revisione del Programma Fondamentale sono riferimenti importanti della ricerca e discussione congressuale. La fiducia che ci viene consegnata, i risultati positivi nel tesseramento e nelle elezioni delle RSU non devono far velo sulle difficoltà che abbiamo e sulla necessità di soluzioni che ci mettano meglio in condizione di adempiere alle grandi responsabilità che abbiamo.

Dobbiamo rifuggire da ogni semplificazione, da ogni suggestione di autosufficienza, non scambiare desideri per realtà, non stancarci di trovare soluzioni nuove a problemi nuovi, lavorare per allargare convergenze e alleanze, tanto più di fronte al disegno di metterci all’angolo. Per questo le nostre articolazioni e identità, tutte, rappresentano una ricchezza, un patrimonio che valorizza la confederalità come forza della CGIL.

Ci rivolgiamo, come sempre, anche a CISL e UIL. Una divisione profonda ha segnato i rapporti unitari negli ultimi mesi: quella sul modello contrattuale è la più grave in sé e nelle conseguenze, come sul contratto dei metalmeccanici, ma non è la sola. Siamo chiamati tutti a riflettere, noi, la CGIL, ma anche le altre confederazioni che devono scegliere se insistere su questa strada, che è una via vecchia che porta all’indebolimento dei lavoratori, della loro autonomia, della comune unità, o se invece aprirsi ad una ricerca nuova, che faccia della democrazia e della forza del pluralismo il cuore di una stagione che superi quella della divisione e contrapposizione.

Il XVI° Congresso è chiamato a riconfermare la disponibilità della CGIL a lavorare in questa direzione, a non considerare irrimediabile la rottura ma anche a non sottovalutare la profonda diversità di merito emersa fra le tre confederazioni. Tra le tante sfide che abbiamo in campo questa rappresenta, forse, la più difficile ma anche, per tante ragioni, quella più decisiva. Perché la democrazia del sindacato non può che essere parte fondante della democrazia del Paese. Come scrisse Giuseppe Di Vittorio “le classi lavoratrici sono la democrazia e sono lo Stato”.


LE DIECI PROPOSTE FONDAMENTALI DEL XVI° CONGRESSO

1.            Riaffermare un’idea condivisa della Repubblica Italiana, della sua unità, del suo legame con l’Unione Europea e del suo atto fondativo: la Costituzione del 1948 (dall’articolo 1, alla difesa dei suoi equilibri istituzionali e di potere, alla pace). Costituzione che la CGIL difende e continuerà a difendere nei principi e nei valori fondanti. No, quindi, ad ogni discriminazione etnica, territoriale, sociale.

2.            Rafforzare costantemente l’idea di democrazia come partecipazione attiva e consapevole, come autodeterminazione. La democrazia nei luoghi di lavoro (voto, mandati, rappresentanza) è parte costitutiva della questione democratica italiana e terreno su cui ricostruire l’unità tra i sindacati. La diffusione della pratica partecipativa e l’investimento nel sapere sono il contrasto più efficace del populismo, del plebiscitarismo, della riduzione della libertà di informazione e dell’autoreferenzialità dei poteri.

3.            Costruire un “Progetto Paese” alternativo a quello in campo, in grado di affrontare la crisi e guidare il cambiamento, fondato sulla centralità della conoscenza, della ricerca e dell’innovazione, sul superamento del dualismo territoriale e sul riequilibrio tra componente interna e componente esterna della domanda. Questo presuppone la qualificazione e l’orientamento sociale degli investimenti nelle reti e nei servizi pubblici, un piano di riconversione e ricerca ecologica ed ecosostenibile, la messa in sicurezza di case, scuole, assetti territoriali e il contrasto alle mafie perché, come scrive la CES, non c’è soluzione al degrado ambientale senza giustizia sociale.

Le politiche per il Mezzogiorno sono parte essenziale del “Progetto Paese”, che richiede il ruolo fondamentale della responsabilità pubblica nell’orientare le scelte in materia di infrastrutture, specializzazioni produttive, politica del credito.

4.            Ridurre le diseguaglianze: integenerazionali, di genere, nei saperi e nelle competenze, nella distribuzione del reddito, nei percorsi di inclusione sociale (compresa la lotta alla povertà e all’emarginazione), nella salute e sicurezza alimentare. Favorire l’invecchiamento attivo degli anziani, difenderne reddito e dignità.

5.            Ricomporre la frattura tra giovani e futuro nel lavoro, nelle coperture previdenziali, nell’istruzione. Generalizzare contratti formativi che, attraverso l’incentivazione, determinino la stabilità con il passaggio ai contratti a tempo indeterminato. Garantire che le future pensioni del sistema contributivo non siano inferiori al 60% dell’ultima retribuzione, anche attraverso interventi fiscali.

6.            Unificare culturalmente, socialmente, sindacalmente il lavoro pubblico e quello privato, superando il tentativo di contrapporli da parte del Governo e battendosi per un lavoro pubblico di qualità, reso responsabile ed efficiente verso i cittadini da una vera riforma della pubblica amministrazione per l’universalità dei diritti, verso nuovi modelli organizzativi.

7.            Riformare gli ammortizzatori sociali in senso universale senza differenza per tipologie di lavoro, impresa e dimensione aziendale. Risolvere, di fronte al prolungarsi della crisi, il problema dell’aumento della durata dell’indennità di disoccupazione, della CIG ordinaria e dei massimali. Rispondere ai precari ridando centralità al rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Fermare i licenziamenti. Chiedere al Governo un diverso rapporto tra gestione e problemi delle crisi aziendali, territoriali, settoriali e la definizione di una vera politica industriale nazionale. Impedire che con la ripresa si diffonda una nuova fase di precarietà nel lavoro con contratti senza stabilità, senza diritti e con costi più vantaggiosi per le imprese. Riprendere l’azione e la mobilitazione attorno ai progetti della CGIL di riforma e di riunificazione del mercato del lavoro e dare continuità alla campagna per l’educazione permanente.

8.            Ridurre la tassazione sul reddito da lavoro e da pensione, incrementando la lotta all’evasione ed elusione fiscale e tassando le rendite finanziarie e i grandi patrimoni. Portare la prima aliquota dell’Irpef al 20%, aumentare le detrazioni e riequilibrare attraverso fisco, contratti e contrattazione sociale per almeno 2 punti del PIL la distribuzione nazionale del reddito in favore di lavoratori e pensionati.

9.            Riconquistare un nuovo modello di contrattazione, nuove regole che non lascino nessuno senza contratto, riconquistare i contratti nazionali pubblici e privati, in una logica di solidarietà confederale, estendere la contrattazione di II° livello, aumentare il salario, rafforzare il governo delle condizioni di lavoro, a partire dalla sicurezza. Praticare rigorosamente la democrazia di mandato e il voto dei lavoratori sugli accordi, facendoli diventare il tema di una grande e continua campagna civile, sindacale, politica e parlamentare (legge). Sostenere la battaglia dei lavoratori metalmeccanici e di quanti possono essere oggetto di accordi separati. Battersi per una bilateralità positiva di servizio e di integrazione della contrattazione e non funzionale al disegno corporativo dello stato sociale. Sviluppare la contrattazione sociale e territoriale sostenendo bisogni e diritti dei cittadini in un quadro di rafforzamento dei sistemi di welfare locale.

10.          Riformare le modalità di ingresso, regolarizzare i migranti già in possesso dei requisiti e quelli che lavorano. Conquistare anche in Italia la cittadinanza all’atto della nascita e il diritto al voto amministrativo. Difendere il diritto di asilo e sospendere la Bossi-Fini per chi perde il lavoro, applicare tutte le risoluzioni dell’ONU, ed eliminare il reato di clandestinità.

 
Queste proposte e queste sfide richiamano in causa quello che siamo, richiedono sempre un’azione e una responsabilità coerente per il nostro cambiamento. Dobbiamo rafforzare l’azione, il radicamento e il rinnovamento della CGIL, il suo pluralismo, la sua autonomia progettuale. Superare ogni chiusura ed autosufficienza, allargare il fronte sociale – in un quadro di alleanze anche istituzionali – interessato e disponibile ad un progetto capace di arrestare il declino del Paese e a dar vita a una nuova stagione di diritti e democrazia.

Le difficoltà sono tante e anche i nostri ritardi, vale per noi e per il sindacalismo europeo e mondiale. Le soluzioni però non possono essere quelle delle chiusure aziendalistiche o quelle di natura corporativa.

La CGIL è - e deve restare - un grande soggetto unitario e confederale.

Link al documento integrale: http://www.cgil.it/congresso/documenti/DirittiELavoroOltreLaCrisi22nov.pdf

Da - https://sites.google.com/site/sentileranechecantano/schede/cgil/16-congresso-cgil/documento-i-diritti-e-il-lavoro-oltre-la-crisi-primo-firmatario-guglielmo-epifani?fbclid=IwAR0gwYquc9dg7WBkIZ4cfsdam0gQ5g_T4UMNe4pUNbXJ-9whinZWOLNYcZQ
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