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Autore Discussione: Elio Filippo Accrocca: (neo)realismo ed avanguardia  (Letto 24 volte)
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« inserito:: Aprile 07, 2021, 09:40:45 am »

Elio Filippo Accrocca: (neo)realismo ed avanguardia
di Luca Ariano

La vicenda poetica di Elio Filippo Accrocca incarna per circa un trentennio la storia letteraria e poetica dell’Italia del dopoguerra almeno sino agli anni ‘70; anche Accrocca, come Gatto e Sinisgalli già trattati per questa pubblicazione aperiodica («Il Foglio Clandestino»), appartiene a quella schiera di poeti dimenticati di cui oggi è impossibile reperire raccolte o trovare antologie, se non tramite biblioteche o in qualche libreria antiquaria (nei casi più fortunati), eppure Accrocca durante la sua vita ottenne numerosi riscontri di critica riguardo alle sue poesie ed è segnalato su più antologie novecentesche. Nativo di Cori, in provincia di Latina (17 aprile 1923), visse sempre a Roma dove morì l’11 marzo del 1996. Accrocca fu considerato: «Il più importante esponente dell’area romana tra la generazione del post-ermetismo […], nell’immediato dopoguerra fu un po’ il perno di un alacre gruppetto di giovanissimi, tutti dal più al meno ammaliati dai corsi universitari svolti da Ungaretti…» (Silvio Ramat). Proprio lo stesso Ungaretti firmò la prefazione alla prima silloge del poeta laziale Portonaccio, pubblicata da Scheiwiller nel 1949 e che il critico Giorgio Barberi Squarotti riconobbe essere “il modello e la fonte de Le Ceneri di Gramsci di Pasolini”. Portonaccio nacque in seguito all’esperienza della guerra, al bombardamento romano di San Lorenzo di cui il poeta fu testimone e che espresse attraverso questi versi: «Ho dormito l’ultima notte / nella casa di mio padre / al quartiere proletario. / La guerra, aborto d’uomini / dementi, è passata sulla / mia casa di San Lorenzo. […] Ho chiuso il mio tormento / su questi sassi che a me / celano segreti di morte. / Chi mi staccherà dalle macerie arse, / chi mi quieterà?». Da questi versi si evince chiaramente come Accrocca si possa inquadrare nell’ambito del neorealismo poetico e nell’ambito di una certa poesia sorta dopo la guerra: il paragone corre immediatamente a Storia delle vittime di Gatto o alla più tarda raccolta Le Ceneri di Gramsci di Pasolini. Del sodalizio con il maestro Ungaretti il poeta stesso ricorda: “Da lui ho appreso una grande lezione di vita, mi ha insegnato a credere nel valore dell’ombra-luce. E soprattutto mi ha insegnato a scoprire la presenza di un figlio nonostante la sua morte”. Sullo stesso tono di Portonaccio furono le successive raccolte fra le quali ricordiamo: Caserma (1950), Reliquia umana (1955) e Ritorno a Portonaccio (1956) dalla quale sono tratti questi versi al figlio, quasi una dichiarazione di poetica: «Figlio, tu non farai certo il poeta / denigrato mestiere, bene raro / che in sé racchiude una perla segreta: / moneta antica dal valore amaro. […] Né tu conoscerai le amene dispute / e i disinganni e i falsi ingegni e i queruli / lamenti, né l’incorrisposto affetto». Sulla poetica di queste raccolte scrisse l’amico Zanzotto: «In tutto questo periodo Accrocca è assorto nel proprio segno di rinnovamento e memoria, nello stupore di una grazia che gli viene donata: il fatto stesso di vivere, di poter pensare alla poesia, di trarre tutte le cose, anche i morti e le rovine, entro la poesia pronunciandone sottovoce solo il nome». In questi anni Accrocca non si dedicò solo all’attività poetica, ma collaborò ad importanti testate giornalistiche e prestigiose riviste come La Fiera Letteraria e fu anche instancabile promotore culturale con iniziative editoriali di cui la più famosa fu senza dubbio nei primi anni ‘50 la collana Il Canzoniere. «Tutta concentrata, al contrario, nella vita, la poesia di Accrocca, – come scrive Walter Mauro – utilizza subito il dato esistenziale nel suo significato socialistico, rintracciando in sé una linea dorsale in cui la figura dell’uomo, costante essenziale di tutta la produzione di questo poeta, emerge fin dall’avvio […]». A partire dai primi anni ‘60 Accrocca si avvicinò alla neoavanguardia ed al Gruppo ‘63 culminata con una raccolta dal titolo sintomatico come Innestogrammi-Corrispondenze (Rebellato, 1966) e poi con Roma così (De Luca, 1973), Due parole dall’al di qua (Lacaita, 1973), Siamo non siamo (Rusconi, 1974). Da Innestogrammi-Corrispondenze abbiamo tratto i versi della poesia Chiarificazione dedicata all’amico Zanzotto: «Solìgo, finestra sul tuo orto / indiscusso, la pieve, ecloga (vita / silenziosa), la 2, la tua migliore / sorte che a foglie inverdirà di quercia / resistente sull’orlo…». Va comunque detto che Accrocca prese presto le distanze dallo sperimentalismo puro e proseguì per la sua strada mantenendo inalterate le linee tematiche della sua poesia, ma una cesura netta sulla produzione del poeta laziale fu la morte del figlio che sublimò nelle raccolte Il superfluo (Mondadori, 1980) e Copia difforme (Giardini, 1986). Nella poesia ‘La guida’ datata 6 luglio 1975 emergono i ricordi familiari della moglie e del figlio: «Tua madre ha fatto il bucato / con le lenzuola dove dormisti / l’ultima notte: portato il tuo fiato. / […] Oggi che hai vent’anni /ti ricreiamo con la fantasia / nel luogo che conserva la tua voce». Anche nella poesia ‘Il ritorno’, dal titolo sintomatico, ricompare la figura del figlio: «Non riesco ad abituarmi / a non vederti più, a non sentirti: / è forse la condanna per chi resta? / Se avessi potuto raccogliere / nel cavo della mano la tua voce, / avrei almeno un’eco del respiro…». Sempre ne ‘L’impronta’ il poeta sembra dialogare col proprio figlio dall’al di là: «Se potessi portarti / qualche cosa di quello che hai lasciato / di qua… fammi sapere che desideri. […] Le tue cose, gli oggetti col tuo nome / sono le tappe del vivere / che ci danno l’impronta dei tuoi passi». Notevole, oltre alla poesia, fu anche il suo apporto all’arte in particolare evidenziato dall’attività di insegnante e poi di direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Foggia. L’influenza della pittura è evidente proprio nella raccolta d’esordio (Portonaccio) in cui certi versi quasi ci riportano a certe tele di Guttuso e Morandi. Qualche anno prima di morire (1988) Accrocca diede alle stampe per Newton Compton l’autoantologia La distanza degli anni in cui è raccolta una cospicua parte della sua produzione poetica. Elio Filippo Accrocca visse appieno il suo tempo, poeta multiforme ed artista a tutto tondo seppe osservare attentamente la realtà circostante ed i cambiamenti che portava con sé, insieme con le sue contraddizioni spesso usando l’arma della sottile ironia; forte fu in lui la fede nella poesia da lui definita “un remo per approdare” verso nuovi lidi. Ci auguriamo presto di poter vedere pubblicata, se non un’opera omnia quanto meno una ristampa della sua auto-antologia o quanto meno delle principali raccolte poetiche che ci aiuterebbero non solo a capire un poeta multiforme come Accrocca, ma anche l’evolversi della poesia dal dopoguerra sino agli anni ‘70, e con essa l’Italia.

Luca Ariano

Antologia poetica

Portonaccio

Portonaccio è un ponte sulla ferrovia,
è un quartiere di povera gente.
Gli uomini, da vivi lo ignorano,
da morti lo abitano.

È questo il ponte che conduce all’isola
dei prati dove muore la città
d’uomini vivi, dove vive il campo
santo dei morti tra convogli radi
al fischio delle fabbriche.
A notte i morti crescono coi tufi
che ardono alla luna.
È questo il ponte che conduce all’isola
dei morti dove vive la pietà
degli uomini che vegliano nel grigio
di queste loro case in miniatura
sepolte dentro gli orti.
A notte i treni passano sui morti
che ridono alla luna.

Ho dormito l’ultima notte
nella casa di mio padre
al quartiere proletario.
La guerra, aborto d’uomini
dementi, è passata sulla
mia casa di San Lorenzo.
Il cuore ha le sue distruzioni
come le macerie di spettri,
eppure il cuore ancora grida,
geme, dispera, ma vive
come la madonna di Raffaello
salvata tra i sassi della mia casa
e un paio di calzoni grigioverdi.

Mi si è seccata l’anima,
mi si son logorate le mani
a ricercare il corpo dei miei morti
sepolti senza grida.

Ho chiuso il mio tormento
su questi sassi che a me
celano segreti di morte.
Chi mi staccherà dalle macerie arse,
chi mi quieterà?
San Lorenzo ha sofferto col mio cuore
i suoi vivi e i suoi morti hanno lasciato
in me una strada aperta.

(da Portonaccio)
 
Figlio, tu non farai certo il poeta



Figlio, tu non farai certo il poeta
denigrato mestiere, bene raro
che in sé racchiude una perla segreta:
moneta antica dal valore amaro.
Il tuo malfermo passo ad altre mura
io guiderò, ma se la mala pianta
dentro il tuo cuore rinverdisse, oh, quanta
radice estirperei… Altra natura,
figlio, ti fiorirà nel sangue e nuova
vita t’allieterà i futuri anni
che s’aprono al tuo sguardo, altra ventura
avrai, diversa sorte,
lontano dagli affanni
dell’inconsulta vita che dà morte.
Tu non conoscerai la zona dove
si giuoca l’amicizia ai tristi dadi.
Se un giorno passerai in mezzo ai radi
poeti, a te il ricordo non sovvenga
del paterno sgomento.
E rifuggir dovrai
le mura, il ponte e il vasto casamento
e la corrotta aria dei quartieri
che accolsero il mio cuore un tempo (ieri)
così remoto che non fa memoria.
Né tu conoscerai le amene dispute
e i disinganni e i falsi ingegni e i queruli
lamenti, né l’incorrisposto affetto;
né familiari ti saranno i nomi,
o figlio mio felice
ad altre rive vòlto,
degli sconvolti amici di tuo padre
pronti alla guerra ed alla insofferenza
per una voce che raggela l’eco
della loro incantata maldicenza.

Maggio 1956
(da Ritorno a Portonaccio)

 
Chiarificazione

   Inviando a Zanzotto
   alcuni “Sonetti del carattere”


Zanzotto, d’altra specie è quel tuo cielo
non corrotto da preci e fatto mitico
da pregi in trascendenza. Tu che abiuri
dalle consuete lettere, viva monade,
sai l’inallettevole paesaggio
della mente, anelante vendemmia.

Solìgo, finestra sul tuo orto
indiscusso, la pieve, ecloga (vita
silenziosa), la 2, la tua migliore
sorte che a foglie inverdirà di quercia
resistente sull’orlo…

Andrea,
diamo nomi agli anonimi concetti,
diamo corrente ai fili…

luglio 1962
(da Innestogrammi-Corrispondenze)

 
La guida



Vorrei essere insensibile
come un oggetto,
una cosa scartata dal destino.

A passo d’uomo
ho ripercorso l’ultima tua strada
per ritrovare l’ombra di un tuo gesto.

Eri tanto, eri tutto:
l’universo si rifletteva in te;
ora che non sei evanescenza: nulla.

Tua madre ha fatto il bucato
con le lenzuola dove dormisti
l’ultima notte: portano il tuo fiato.

Hai compiuto con noi un breve tratto,
ora osserviamo il vuoto che hai lasciato,
occupato soltanto dal ricordo.

Oggi che hai vent’anni
ti ricreiamo con la fantasia
nel luogo che conserva la tua voce.

Mi metto le tue scarpe, i tuoi calzini,
ricammino con te,
ma non so chi dei due sia la guida.

6 luglio 1975
(da Il superfluo)

 
Il ritorno



Non riesco ad abituarmi
a non vederti più, a non sentirti:
è forse la condanna per chi resta?

Se avessi potuto raccogliere
nel cavo della mano la tua voce,
avrei almeno un’eco del respiro…

La tua aurora ancora scrive: è il fiato
d’una parola che rimane, il segno
della tua presenza indecifrabile.

Oggi due moto per le vie di Roma
(la stessa marca, stessa cilindrata):
ho chiamato, ma hanno accelerato.

Se ripercorro quella litoranea
o sollevo la sabbia di Lavinio,
tra le dita riaffiora il tuo profilo.

La filigrana del viso
torna a emergere dal vuoto,
come a un’estrema lente di follia…

2 settembre 1975
(da Il superfluo)

 
L’impronta



Se potessi portarti
qualche cosa di quello che hai lasciato
di qua…fammi sapere che desìderi.

Beato chi non sa, chi non ricorda:
la memoria è da uccidere, non l’uomo.
Altro che un dono, la memoria è un peso.

Però se mi mancasse pure lei,
oltre che te, mi resterebbe il nulla:
la condanna sarebbe più straziante.

Le tue cose, gli oggetti col tuo nome
sono tappe del vivere
che ci danno l’impronta dei tuoi passi.

(da Il Superfluo)

 
Sulla scia di Joyce



… era lui, che dubbio hai?
era Joyce per le strade di Dublino
al pub con l’irish-coffee da bere in coppa
o in quell’altro pub con la guinnes
scura davanti agli occhi
smaltata con quattro centimetri di biacca
panna schiumosa
due panne schiumose
tre panne, quante pinte
sullo stomaco di prima mattina…
Anche il Liffey è ricolmo di biacca
che scorre lenta nel grasso canale
il sole strafottente è di marca nazionale,
sempre un po’ su di giri
la gente di Dublino
con doppia scrittura
e lui gaelico sui manifesti
“torna indietro…”
la torre sul mare di scogli
tra i gabbiani di Dalkey
che sanno di verderame,

da qui comincia la cara e sporca città
con musica da camera in versi
per mischiarsi alla folla irrequieta
con lo schiamazzo facile
e l’ombra di Ulisse che annotta…

Dublino, novembre 1974
(da Bagage)




Luca Ariano (Mortara – PV 1979) vive a Parma. Per la poesia ha pubblicato: Bagliori crepuscolari nel buio (Cardano 1999), Bitume d’intorno (Edizioni del Bradipo 2005), Contratto a termine (Farepoesia 2010, Qudu 2018) e Tracce nel fango (Ultranovecento, 2011) oltre a testi presenti in antologia. Ha curato Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto 2008) e Pro/Testo (Fara 2009). Nel 2012 per le Edizioni d’If è uscito il poemetto I Resistenti, scritto con Carmine De Falco, tra i vincitori del Premio Russo – Mazzacurati. Nel 2014 per Prospero Editore ha pubblicato l’e-book La Renault di Aldo Moro con una prefazione di Guido Mattia Gallerani. Nel 2015 per Dot.com.Press-Le Voci della Luna ha dato alle stampe Ero altrove, finalista al Premio Gozzano 2015. Nel 2016 presso la Collana ‘Versante Ripido / LaRecherche.it’ è uscito l’e-book di Bitume d’intorno con una nota di Enea Roversi. Nel 2018 per Qudu è uscita una nuova edizione di Contratto a termine con la prefazione di Luca Mozzachiodi. È redattore di 'Atelier' e de 'Le Voci della luna'. Sue poesie sono tradotte in francese, spagnolo e rumeno.

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