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Autore Discussione: SINISTRA ESSENZIALE. Società, Politica, Studio, Umanismo, Ambiente.  (Letto 5562 volte)
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« inserito:: Marzo 28, 2021, 02:51:09 pm »

Sinistra Essenziale è la tattica di una strategia di lungo percorso nella Società Italiana, indirizzata alla sanificazione della Nazione Italia, oggi indebolita e devitalizzata da centinaia di metastasi negative e mortifere, socialmente parlando.

Sinistra Essenziale deve essere l’anticamera del Progressismo di CentroSinistra, per molti Italiani Indipendenti, democratici, ispirati dalle tesi dell’Ulivo prodiano smontato da estremisti di sinistra e da conservatori, di fatto, del Centro cattolico.

Sono gli stessi Elementi che hanno, sino ad oggi, azzoppato il PD e che già si fanno avanti per minare il cambiamento che Letta intende portare nel PD da loro soggiogato per interessi personali e indegni egoismi di Setta o di Corrente.

ciaooo     


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« Risposta #1 inserito:: Aprile 25, 2021, 12:02:22 am »

Socialismo democratico - Wikipedia

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ggiannig <ggianni41@gmail.com>
ven 23 apr, 09:26 (1 giorno fa)
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https://it.m.wikipedia.org/wiki/Socialismo_democratico
 
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« Risposta #2 inserito:: Maggio 16, 2021, 11:45:54 am »

Giovanni Orsina: "Attenti, nell'Università la libertà d'espressione si sta restringendo"
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ggiannig <ggianni41@gmail.com>
09:05 (2 ore fa)
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Article:
https://www.huffingtonpost.it/entry/giovanni-orsina-attenti-nelluniversita-la-liberta-despressione-si-sta-restringendo_it_609ff02ce4b0daf2b5a1df2d?utm_campaign=share_email&ncid=other_email_o63gt2jcad4
 
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« Risposta #3 inserito:: Maggio 25, 2021, 03:55:20 pm »

Il Partito socialista unitario e i quattro anni che cambiarono l'Italia

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Arlecchino Euristico
13:07 (2 ore fa)
a me

In libreria un saggio sul partito di Matteotti e Turati ripercorre la nascita del Psu, 20 giorni prima della marcia su Roma - https://www.agi.it/cultura/news/2021-05-25/psu-giacomo-matteotti-filippo-turati-partito-socialista-fascismo-aventino-12658671/

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« Risposta #4 inserito:: Giugno 08, 2021, 04:22:02 pm »

Guglielmo Epifani è morto: addio al riformista silenzioso sempre pronto alle scelte radicali

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ggiannig <ggianni41@gmail.com>
09:12 (7 ore fa)
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https://www.corriere.it/economia/opinioni/21_giugno_07/guglielmo-epifani-chi-era-2c09cb56-c7ad-11eb-9c4c-4cf000dece4f.shtml

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« Risposta #5 inserito:: Giugno 08, 2021, 11:43:20 pm »

In Italia le Regioni, i Sindacati e la Confindustria hanno fallito, nei confronti della Popolazione tutta.

E una certa parte della Popolazione ha fallito con loro!

Le analisi servono a verificare nei fatti dove si è sbagliato, ma soprattutto a capire cosa si deve fare per non sbagliare più e soprattutto nel non sbagliare anche con un intervento malfatto dello Stato.

Stato, Sindacato e Confindustria possono lanciare, nel Mondo, una Italia e i suoi abitanti nella corretta direzione per una Nuova Società Civile, eticamente e moralmente risanata.

ggiannig
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« Risposta #6 inserito:: Giugno 08, 2021, 11:46:02 pm »

SCUOLA E FORMAZIONE

IL PENSIERO CRITICO COME ANTITODO CONTRO L’EMERGERE DEL NUOVO FASCISMO
   
TITTI FERRANTE
5 Giugno 2021
“Siamo figli delle stelle e pronipoti di sua maestà il denaro”

Viviamo in un’epoca in cui i rituali collettivi e le commemorazioni degli eventi della storia vengono preferiti all’analisi e alla riflessione, alimentando così una “religione civile” che ci rassicura e ci consola, nell’illusione di opporre il presente al passato, la vita alla morte, il bene redentore alla barbarie. Si assiste a un moltiplicarsi di leggi sulla memoria che impongono come dovere istituzionale la commemorazione di fatti della storia nazionale cui lo Stato attribuisce riconoscimento giuridico di memoria ufficiale o legittima.
Si è celebrato, qualche giorno fa, la nascita della Repubblica Italiana; figura divenuta emblema della nascita dell’Italia democratica dopo il ventennio fascista è il volto sorridente di Anna Iberti che campeggia sulla prima pagina de “ Il Corriere della Sera”.
Tra un po’ gli studenti italiani si appresteranno ad affrontare l’agognata e temuta maturità, verrà loro richiesta l’acquisizione di contenuti e i metodi propri delle singole discipline, di essere capace di utilizzare le conoscenze acquisite e di metterle in relazione tra loro per argomentare in maniera critica e personale.
Se uno di questi studenti avrà sfogliato un quotidiano, o attinto informazioni attraverso il web, nell’ultima settimana, la tragedia della Funivia dello Stresa Mottarone, il caso Ilva, l’aggressione della coppia gay in vacanza a Palermo, la scarcerazione di Brusca erano tra le notizie nazionali che avevano maggiore rilevanza. Avrebbe il nostro studente, leggendole, utilizzato le conoscenze acquisite per argomentare in modo critico sui fatti?
In primo luogo, bisogna definire cosa si intende per pensiero critico e come si può educare al suo esercizio. Certamente, esso non è identificabile con un modello di pensiero determinato, un protocollo, un algoritmo, come se fosse possibile identificare una serie di passaggi logici da insegnare. Dewey parla di apprendimento collaterale che è un processo parallelo, contemporaneo all’apprendimento superficiale degli argomenti, un processo di formazione di abiti mentali che sono il prodotto più duraturo della formazione scolastica perché sono pervicaci, rimangono e condizionano il modo di pensare e affrontare la realtà.
Ritornando al maturando che si imbatte nelle notizie più rilevanti dell’ultima settimana, egli potrebbe scorgere nel comportamento criminale dei proprietari dell’impianto di Stresa un azzardo morale sulla vita delle persone in base all’applicazione di una semplicissima logica: garantire i propri profitti. Logica che sottende il caso Ilva dove a essere svenduto non è solo l’ambiente, ma la vita di tanti bambini. Potrebbe scorgere nell’abbrutimento dell’essere umano a mezzo di produzione di ricchezza, nella sopraffazione dell’altro, nella caduta dell’umanità nella barbarie, nell’uso improprio della ragione, gli indicatori di un fascismo latente, in continua evoluzione di cui si rinvengono tracce anche se sotto mentite spoglie.
Adorno, uno dei rappresentanti più brillanti della scuola di Francoforte, lasciata la Germania nel 1938, mette in guardia i contemporanei contro i pericoli della ragione strumentale e della fine dello spirito critico. Per il filosofo tedesco, gli orrori nazisti rappresentano un evento drammatico della storia dell’umanità da cui è necessario trarre un insegnamento storico. Con lui nasce l’idea che il nazismo non è stata un crollo della civiltà nella barbarie ma, al contrario, la conseguenza di una certa forma di civiltà basata sul principio della ragione strumentale. È per questo che insiste sulla necessità di prendere posizione in favore dell’umanesimo in un mondo sempre più inumano in cui la regola da seguire sembra essere quella del perseguimento del profitto individuale.
Adorno definisce ragione strumentale, la conoscenza oggettiva che riduce il comportamento umano a un certo numero di leggi, e che imbriglia l’individuo nei fatti considerati nella loro immediatezza e allo stato grezzo. Suo limite è la ricerca di ciò che è utile e funzionale. Denuncia i pericoli della mercificazione della società che nel disprezzo per il pensiero critico è assoggettata alla legge dello scambio. Che si tratti di esattezza matematica o di utilità commerciale, quando la ragione è semplicemente strumentale, il pensiero risulta diminuito. Il ruolo dell’intellettuale, secondo Adorno, perciò, è quello di cercare e analizzare il senso nascosto delle cose, denunciare l’emergere del conformismo e la fine dello spirito critico che ha permesso al fascismo di manifestarsi.
Le riflessioni di Pasolini riecheggiano le analisi di Adorno.
Pasolini vedeva il fascismo come una forma di abbandono morale, una complicità con il potere che tocca le persone in ciò che hanno di più intimo, il suo apogeo viene raggiunto quando non ci si oppone più al processo di mercificazione dell’essere umano, quando si considera normale che i rapporti fra le persone si riducono a un rapporto di consumo. Condanna la violenza di quel che chiamava il vero fascismo: la violenza del conformismo, dell’omologazione sociale, della deculturazione. Sebbene considera il fascismo storico scomparso, gli pare che la società dei consumi imponga una dittatura di gusti, di preferenze, e produca al tempo stesso sia il conformismo che le merci. Il “poeta dei ragazzi di vita”, l’araldo della povera gente, disprezzato da chi non tollera che si offra dell’Itala un’immagine diversa da quella della prosperità economica e borghese, sottolinea come la febbre del consumo sia febbre di obbedienza. Non esiste più controllo poliziesco dei comportamenti; ciascuno si sottomette alla dittatura della maggioranza: bisogna consumare, essere felici, essere liberi.
Quando Adorno in “Minima Moralia”, analizza la frenesia del consumo che sembra ossessionare le persone nel dopoguerra, anticipa le critiche di Pasolini:
“Ogni programma deve essere ingoiato fino in fondo, ogni best seller deve essere letto, ogni film visto durante il periodo del suo maggior successo. La massa di quel che si consuma senza discernimento raggiunge proporzioni inquietanti”.
Appare lampante, allora, che ci siano nel presente tracce di un nuovo fascismo che si traduce nell’assenza di qualunque forma di pietà, nella connessione fra cancellazione della sensibilità ed economia del profitto.
Se si pensa che nel disegno di riforma La Buona Scuola del governo Renzi si auspicava all’istituzione di un corso obbligatorio di economia in ogni tipo di scuola, si comprende come soffocare ogni tentativo di sviluppo di pensiero critico, comprimendo l’alunno nella dimensione del piccolo ragioniere, sia strumentale alla docilità del cittadino nei confronti dell’estabilishment politico.
Sempre più necessaria, perciò, appare la formazione di un pensiero critico che non sia feticcio da sovrapporre ai vari insegnamenti, ma accorto alla realtà e che si nutra di un atteggiamento democratico. Formare allo spirito critico e formare allo spirito democratico devono essere facce di una stessa medaglia e ciò può avvenire solo in una scuola pensata come comunità di liberi dubitanti.

Da - SCUOLA E FORMAZIONE
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« Risposta #7 inserito:: Giugno 19, 2021, 01:10:46 pm »

SINISTRA ESSENZIALE. Società, Politica, Studio, Umanismo, Ambiente.
 
Troppi errori del Comunismo nel mondo, con milioni di vittime, inutilmente contrario e sconfitto dal capitalismo, perdente a causa di una ideologia bloccata nell'evoluzione per fanatismo patologico che ha favorito la Destra compresa quella peggiore.

La Sinistra Essenziale al benessere della popolazione, nel mondo e in Italia deve indicare metodi nuovi e progetti più democratici e alla fine più intelligenti.

Troppo costosi a carico della libertà della popolazione i successi economici ottenuti nelle nazioni che li hanno raggiunti.
Anche il sindacato più arretrato esce sconfitto con gravi conseguenze sui ", lavoratori".

L'esempio della DUCATI non ha fatto scuola ancora.
Ma la Ducati ha seguito la scuola tedesca!

Di pari passo con gli errori della Politica e del Sindacato di sinistra la visione egoista e la mentalità predatoria della Confindustria e degli industriali, conservatori o peggio, che di fatto sono responsabili dell'arretratezza della produzione in Italia, rispetto ad altre Nazioni Germania in testa.

ggiannig
Io su Fb del 19 giugno 2021
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« Risposta #8 inserito:: Giugno 27, 2021, 11:13:32 pm »

4. L'umanismo e l'Essenza dell'uomo

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ggiannig <ggianni41@gmail.com>
sab 1 mag, 12:52
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http://www.federica.unina.it/lettere-e-filosofia/filosofia-e-storia-delle-idee/umanismo-essenza-uomo/
 
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« Risposta #9 inserito:: Settembre 15, 2021, 11:29:39 pm »

Un proporzionale contro i populismi

REDAZIONE  14 SET 2021
     
Una nuova agenda per non essere più subalterni al M5s. Ascoltare Guerini
Sullo stesso argomento:
Avanti tutta sul proporzionale
 
Un proporzionale bellissimo
Mentre i partiti della destra sembrano ossessionati dalla scadenza elettorale, che vorrebbero anticipare il più possibile, il Pd sembra voler rimuovere i problemi legati a questo appuntamento che, in ogni caso, dovrà affrontare entro il 2023. Non si tratta, naturalmente, di avviare la campagna elettorale politica con grande anticipo, ma di predisporne le condizioni. Il primo punto è il sistema elettorale, la cui eventuale riforma deve essere incardinata o almeno discussa già ora. Converrebbe ritornare a un sistema proporzionale, che lascia più libero il gioco politico e può registrare meglio i cambiamenti, in parte già avvenuti, in parte auspicabili, nella dialettica politica grazie alla fase di ampia collaborazione governativa in corso. Il Pd continua a ondeggiare tra vecchie nostalgie maggioritarie legate al bipolarismo dell’altro ieri e comprensione realistica dell’interesse oggettivo per il proporzionale: è ora che si dia una mossa.

L’altro elemento che va chiarito è il profilo con cui il partito intende presentarsi all’elettorato, che deve essere il più netto possibile. Invece di baloccarsi con ipotesi irrealistiche come la candidatura di Mario Draghi alla testa di una coalizione con i 5 Stelle (ma solo pochi mesi fa si parlava di un analogo ruolo di Giuseppe Conte, e si è visto com’è andata a finire), il Pd dovrebbe sottolineare la sua autonomia e riaffermare che il candidato premier è il segretario del partito. Lo ha detto venerdì scorso, alla festa dell’Unità di Bologna, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini al direttore Claudio Cerasa, e ha ragione da vendere. Mimetizzarsi dietro improbabili coalizioni offusca l’immagine e l’impegno programmatico del partito, mentre questa è la fase della competizione, leale e democratica, tra forze che però mettono in evidenza le distanze e le differenze, senza demonizzazioni ma anche senza confusioni o indulgenze. Il momento delle trattative verrà dopo le elezioni in base al risultato di ciascuno, non prima.

Da - https://www.ilfoglio.it/editoriali/2021/09/14/news/un-proporzionale-contro-i-populismi-2923189/
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« Risposta #10 inserito:: Ottobre 01, 2021, 09:31:16 pm »

I limiti dell’ambientalismo e la proposta ecosocialista

Una politica ecologica seria non può che essere anticapitalista e cogliere i nessi fra le contraddizioni ecologiche e quelle non ecologiche del capitale.

Nancy Fraser 29 Settembre 2021

In un lungo e approfondito saggio contenuto nel numero di MicroMega in edicola e libreria la filosofa statunitense Nancy Fraser spiega perché un ambientalismo che non metta in discussione le fondamenta del capitalismo non va molto lontano. Ne pubblichiamo un estratto.
Le politiche del clima sono balzate al centro della scena[1]. Anche se persistono sacche di negazionismo, attori politici dei più diversi colori stanno diventando verdi. […].
L’ecopolitica, in sintesi, è divenuta ubiquitaria. Non più appannaggio esclusivo di movimenti ambientalisti autonomi, il discorso sul cambiamento climatico appare adesso una questione urgente rispetto alla quale ogni attore politico deve prendere posizione. Incorporata in un mucchio di programmi in concorrenza tra loro, la questione viene variamente declinata secondo i diversi impegni cui si accompagna. Col risultato, sotto un superficiale consenso, di un inquieto dissenso. Da una parte c’è un crescente numero di persone che vedono il riscaldamento globale come una minaccia alla vita sul pianeta Terra così come la conosciamo. D’altra parte, costoro non sono accomunati da una stessa visione delle forze della società responsabili di quel processo e nemmeno dei cambiamenti nella struttura sociale necessari per fermarlo. Sono più o meno concordi sul dato scientifico, ma decisamente discordi sulle politiche[2].

E tuttavia “concordi” o “discordi” sono definizioni troppo vaghe per fotografare la situazione. L’ecopolitica oggi si sviluppa all’interno di una crisi epocale da cui è inevitabilmente segnata. Crisi dell’ecologia, certo, ma anche dell’economia, della società, della politica e della salute pubblica ovvero una crisi generale i cui effetti si diffondono ovunque come metastasi, scuotendo la fiducia nelle visioni del mondo consolidate e nelle élite al potere. Ne risulta una crisi di egemonia e un “inselvatichirsi” dello spazio pubblico. Non più domata dal buonsenso dominante che blocca le opzioni fuori dagli schemi, la sfera politica è divenuta ora il luogo di una ricerca frenetica non solo di politiche migliori, ma di nuovi progetti politici e nuovi stili di vita. Accumulatasi ben prima dello scoppio del Covid, ma da questo fortemente intensificata, questa “atmosfera instabile” permea l’ecopolitica che si dà necessariamente al suo interno. Il dissenso sul clima è pesante, di conseguenza, non “solo” perché la sorte della Terra è in bilico, e nemmeno “solo” perché il tempo stringe, ma anche perché il clima politico è, a sua volta, agitato dalla turbolenza.
In questa situazione, per difendere il pianeta bisogna costruire una controegemonia per superare l’attuale cacofonia di opinioni e arrivare a un buonsenso ecopolitico in grado di orientare un progetto di trasformazione largamente condiviso. Certo, quel buonsenso deve aprirsi un varco tra la massa di opinioni in conflitto e identificare precisamente ciò che va cambiato nella società per fermare il riscaldamento globale, collegando in modo efficace le autorevoli scoperte della scienza del clima a un resoconto altrettanto autorevole dei motori storico-sociali dei cambiamenti climatici. Per divenire contro-egemonico comunque il nuovo buonsenso deve trascendere il “meramente ambientale” e affrontare la reale entità della crisi generale, deve collegare la sua diagnosi ecologica ad altre preoccupazioni vitali, inclusa quella per l’insicurezza dei mezzi di sostentamento e per i diritti negati dei lavoratori, il disinvestimento pubblico dalla riproduzione sociale e la svalutazione cronica del lavoro socio-assistenziale, l’oppressione imperialista etno-razziale, la dominazione sessuale e di genere, la spoliazione, l’espulsione e l’esclusione dei migranti; la militarizzazione, l’autoritarismo politico e la brutalità poliziesca. Tutte preoccupazioni che senza dubbio si intrecciano e sono esacerbate dai cambiamenti climatici. Ma il nuovo buonsenso deve evitare “l’ecologismo” riduttivo. Lungi dal trattare il riscaldamento globale come la carta vincente che prevale su tutto il resto, deve rintracciare quella minaccia nelle dinamiche sociali sottostanti che a loro volta alimentano altri aspetti della crisi attuale. Solo affrontando tutti i più importanti risvolti di questa crisi, “ambientali” e “non-ambientali”, e rivelando le interconnessioni, potremo cominciare a costruire un blocco contro-egemonico che sostenga un progetto comune e possieda l’autorevolezza politica per perseguirlo con efficacia.

Questo è un compito arduo. Ma ciò che lo porta nella sfera del possibile è una “felice coincidenza”: tutte le strade portano alla stessa idea, il capitalismo. Il capitalismo, nel senso che definirò a breve, rappresenta il motore storico-sociale del cambiamento climatico e la dinamica centrale istituzionalizzata da smantellare per fermarlo. Il capitalismo, così definito, è anche profondamente implicato in forme di ingiustizia sociale apparentemente non-ecologiche: dallo sfruttamento di classe all’oppressione razzista-imperialista alla dominazione sessuale e di genere. E il capitalismo ha un ruolo centrale anche nelle impasse apparentemente non-ecologiche dell’ordinamento sociale: nelle crisi della cura e della riproduzione sociale; della finanza, delle filiere di produzione e distribuzione, salari e lavoro; di governance e de-democratizzazione. L’anticapitalismo, perciò, potrebbe, anzi dovrebbe, diventare il tema organizzativo centrale di un nuovo buonsenso. Rivelare le connessioni che legano tra loro gli innumerevoli fili di ingiustizia e irrazionalità, è la chiave per poter sviluppare un progetto contro-egemonico di trasformazione in senso ecologico dell’organizzazione sociale. […].
Esistono già, in una forma o nell’altra, molti dei mattoni essenziali alla costruzione di questa politica. I movimenti per la giustizia ambientale sono già, in linea di principio, transambientali in quanto prendono di mira i legami tra eco-danni e uno o più assi di dominio, in particolare il genere, la razza, l’etnia e la nazionalità; e alcuni di questi sono esplicitamente anticapitalisti. Analogamente i movimenti dei lavoratori, i Green New Dealer e alcuni eco-populisti impugnano (alcuni) prerequisiti di classe nella lotta contro il riscaldamento globale: soprattutto la necessità di collegare la transizione verso le energie rinnovabili alle politiche pro-classe lavoratrice su redditi e occupazione, e l’esigenza di rafforzare il potere statale in quanto contrapposto alle grandi multinazionali. Infine, i movimenti per la decolonizzazione e delle popolazioni indigene puntano l’obiettivo sull’intreccio estrattivismo-imperialismo. Insieme alle correnti per la decrescita, invocano un ripensamento profondo del nostro rapporto con la natura e dei nostri stili di vita. Ciascuna di queste visioni ecopolitiche coltiva al suo interno intuizioni autentiche.

Ciononostante, la condizione attuale di questi movimenti, sia che li si consideri nel loro insieme, sia presi singolarmente, non è (ancora) adeguata al compito che li aspetta. Finché i movimenti per la giustizia ambientale continueranno a occuparsi quasi esclusivamente delle svariate conseguenze delle eco-minacce sulle popolazioni subalterne, non riusciranno a prestare la dovuta attenzione alle dinamiche strutturali alla base del sistema sociale; sistema che non soltanto produce disuguaglianze, ma porta a una crisi generale che minaccia il benessere di tutti, oltre che del pianeta. Il loro anticapitalismo non è quindi abbastanza concreto, e il loro trans¬ambientalismo non va ancora abbastanza in profondità.

Qualcosa di simile vale anche per i movimenti che hanno come interlocutore lo Stato, e in particolare per gli eco-populisti (reazionari) ma anche per i Green New Dealer (progressisti) e per i sindacati. Questi attori privilegiano la struttura dello Stato nazionale-territoriale e la creazione di posti di lavoro grazie a progetti di infrastrutture verdi, dando in tal modo per scontata una visione insufficientemente ampia e diversificata della “classe dei lavoratori”, che non comprende, in realtà, solo gli operai addetti alle costruzioni ma anche i lavoratori dei servizi; non solo i salariati, ma anche quelli che non percepiscono alcun salario; non solo quelli che lavorano “nella madrepatria” ma anche quelli impiegati all’estero; non solo gli sfruttati, ma anche gli espropriati. Inoltre le correnti che hanno come interlocutore lo Stato non prendono sufficientemente atto della posizione e del potere della controparte, perché continuano ad aderire alla classica premessa socialdemocratica secondo cui lo Stato può servire due padroni e può salvare il pianeta tenendo sotto controllo il capitale, senza bisogno di abolirlo. Di conseguenza neanche questi sono abbastanza anticapitalisti e transambientali, almeno fino ad oggi.
Infine, gli attivisti della decrescita tendono a confondere le acque politiche accorpando quello che deve necessariamente crescere in un sistema capitalista (ovvero il “valore”) con quello che dovrebbe crescere ma non può farlo all’interno del capitalismo, ovvero beni, rapporti e attività capaci di soddisfare l’immensa estensione di esigenze umane insoddisfatte in tutto il globo. Un’ecopolitica autenticamente anticapitalista deve smantellare l’imperativo connaturato di far crescere il primo e al tempo stesso affrontare la questione di come far crescere in modo sostenibile il secondo in quanto questione politica da decidere mediante deliberazioni democratiche e pianificazione sociale. Allo stesso modo, gli orientamenti associati alla decrescita, come l’ambientalismo come stile di vita da una parte e i modelli sperimentali comunitari dall’altra, tendono a evitare la necessità di scontrarsi con il potere capitalista.

Prese nel loro insieme, inoltre, le giuste intuizioni di tutti questi movimenti non bastano a costituire un nuovo senso comune ecopolitico e non riescono ancora a convergere su un progetto controegemonico di trasformazione ecosociale che, almeno in linea di principio, potrebbe salvare il pianeta. Certo, sono presenti alcuni elementi essenziali transambientali: diritti dei lavoratori, femminismo, antirazzismo, antimperialismo, coscienza di classe, ideali democratici, anticonsumismo, antiestrattivismo. Ma non sono ancora integrati in una solida diagnosi sulle radici strutturali e storiche della crisi attuale. Quello che a oggi manca è una prospettiva chiara e convincente che colleghi tutte le preoccupazioni presenti, ecologiche e non, con un unico sistema sociale e, per suo tramite, che le colleghi tra di loro.
Ho ripetuto qui che tale sistema ha un nome. Si chiama società capitalista, concepita in modo espansionista per comprendere tutte le condizioni di base necessarie all’economia capitalista: natura non-umana e potere pubblico, popolazioni espropriabili e riproduzione sociale; tutti non a caso soggetti alla cannibalizzazione da parte del capitale, tutti sotto shock per la devastazione che li sta travolgendo. Dare un nome a questo sistema, e definirlo a grandi linee, significa presentare un altro tassello del puzzle controegemonico che dobbiamo risolvere. È possibile che questo tassello ci aiuti a metterne a posto altri, a rivelare le loro più probabili tensioni e potenziali sinergie, a mettere in chiaro le loro origini e a capire dove possono arrivare insieme. L’anticapitalismo è il tassello che fornisce una direzione politica e una forza critica al transambientalismo. Mentre quest’ultimo apre l’ecopolitica al mondo in generale, il primo si concentra sul nemico numero uno.
È dunque l’anticapitalismo quello che traccia la linea di separazione, indispensabile in qualsiasi blocco storico, tra “noi” e “loro”. Smascherare il mercato del carbonio per la frode che è significa stimolare tutte le correnti ecopolitiche potenzialmente orientate all’emancipazione perché si svincolino pubblicamente dal “capitalismo verde”. Spinge inoltre ogni corrente a prestare attenzione al proprio specifico tallone d’Achille, alla propria tendenza a evitare di scontrarsi con il capitale, perseguendo o un (illusorio) scollegamento o compromessi di classe (squilibrati) o una (tragica) parità nella vulnerabilità estrema. Insistendo sul nemico comune, inoltre, il tassello anticapitalista del puzzle indica un sentiero che tutti – i partigiani della decrescita, della giustizia ambientale e del Green New Deal – possono percorrere insieme anche se in questo momento non riescono a vedere la destinazione esatta, tanto meno a concordare sulla sua definizione.
Naturalmente resta da vedere se potremo davvero raggiungere una destinazione qualsiasi o se la Terra continuerà a riscaldarsi fino al punto di ebollizione. Ma le nostre migliori speranze per scongiurare un simile destino risiedono nella costituzione di un blocco controegemonico che sia transambientale e anticapitalista. Dove esattamente possa portarci questo blocco, se dovesse riuscire nel suo intento, non è dato sapere. Ma se dovessi dare un nome alla nostra meta, io sceglierei “ecosocialismo
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« Risposta #11 inserito:: Ottobre 03, 2021, 06:31:18 pm »

Coloro che ostacolano i CAMPI PROVVISORI di SMISTAMENTO e ACCOGLIENZA, vogliono alimentare il Caos e la violenza accampati nelle strade e il successo delle Destre razziste.

ggiannig ciaooo

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L’Europa si prepara ad accogliere i migranti afghani in “campi di prigionia”

Intervista a Carla Peruzzo, coordinatrice sanitaria di MSF in Grecia, a partire dal nuovo campo nell’isola di Samos per “accogliere” i profughi che arrivano dalla Turchia.

Valerio Nicolosi 22 Settembre 2021

“È impressionante vedere uno scivolo in mezzo al filo spinato” racconta Carla Peruzzo, coordinatrice sanitaria di Medici Senza Frontiere in Grecia, che abbiamo intervistato per parlare del nuovo campo per i migranti allestito nell’isola di Samos, uno dei punti di approdo dei richiedenti asilo, soprattutto afghani, che arrivano dalla Turchia.
Le autorità greche stanno sperimentando un nuovo modello, più simile alla detenzione che all’accoglienza, e il campo di Samos si inserisce proprio sul solco di quanto già sperimentato a Lesbo e a Salonicco, dove i campi sono di fatto delle prigioni.
“Questo nuovo centro è stato costruito con i soldi dell’Unione Europea, milioni e milioni spesi per un centro che di fatto è una detenzione amministrativa di persone richiedenti asilo” aggiunge la coordinatrice sanitaria nell’intervista.
Il campo sarà delimitato dal filo spinato, entrare e uscire non sarà facile. All’interno ci sarà anche una zona separata, dove verranno spostate le persone che dovranno essere rimpatriate in Turchia, Stato considerato “sicuro” dal governo greco, e nei paesi d’origine.
“Il 14% dei nuovi pazienti di Samos tenta il suicidio mentre il 66% pensa a farlo, è una condizione difficile” racconta Peruzzo in riferimento all’intervento sanitario messo in campo da Medici Senza Frontiere nell’isola, e aggiunge: “Dopo la vittoria dei Talebani l’Europa si sta preparando ad una possibile nuova ondata di profughi e lo fa chiudendosi dentro le proprie mura”.

Da - https://www.micromega.net/samos-campo-migranti-grecia/
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