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Autore Discussione: Presto Facebook potrebbe diventare padrone del nostro destino  (Letto 514 volte)
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« inserito:: Dicembre 29, 2020, 12:37:56 pm »

CATEGORIA: VICOLO CORTO

Presto Facebook potrebbe diventare padrone del nostro destino

 Scritto da Francesco Mercadante il 27 Dicembre 2020
*Un doveroso ringraziamento a Michaela Odderoli per i consigli di metodo e approccio in materia di web analysis: la prospettiva dello scrivente è quella dell’analista del linguaggio


Le ricerche di prove assolute, come pure quelle di testimonianze indubbie avrebbero costituito un inutile perdita di tempo. Le prove di consapevolezza sono relative, approssimative, il giudice istruttore le può trovare anche senza indizi e senza testimoni, senza uscire dal proprio ufficio, basandosi non solo sulla propria intelligenza, ma anche sull’intuito di partito, sulle proprie forze morali e sul proprio carattere.
A. I. Solženicyn, Arcipelago Gulag



Ogni giorno, 1,82 miliardi di persone transitano da Facebook: in pratica e approssimativamente, un quarto della popolazione mondiale. Se adottiamo il mese quale unità di misura, bisogna aggiungere quasi un altro miliardo: 2,74. I dati fanno riferimento alle stime del settembre scorso e si traducono in un fatturato di 70,7 miliardi di dollari. Certi numeri possono far girare la testa: saperli leggere e ripetere ad alta voce non genera consapevolezza. Per guadagnare un diverso piano d’osservazione del fenomeno possiamo sicuramente far notare che il PIL di uno dei paesi più poveri del mondo, la Repubblica Centrafricana, secondo il World Economic Forum, è pari a poco più di due miliardi di dollari. In parole povere, i flussi di cassa del colosso di Menlo Park sarebbero sufficienti a ridare un po’ di fiato a buona parte dell’Africa subsahariana. Negli ultimi cinque anni, il suo valore di mercato è cresciuto del 34,7%, mentre il suo utile netto, solo nell’ultimo anno, ha fatto registrare un indiscutibile +29%. In parte, il paragone appena fatto sembrerebbe nascere da una retorica banale e utile alla raccolta di consensi. Le obiezioni comuni possono essere le seguenti: non si può fare un confronto tra una qualsivoglia multinazionale e un paese povero perché i ‘parametri vitali’, per così dire, sono diversi; il potere d’acquisto della moneta, nelle regioni subsahariane – si legge e si sente dire – consente, pur se con innegabili disagi, una certa sopravvivenza; et cetera.

In realtà, se, anche solo per un attimo, ricollochiamo l’essere umano al centro del ragionamento e facciamo un esame delle opportunità di coesistenza e compartecipazione che ciascuno di noi ha tramite i social media, allora l’unico motivo per cui è insensato fare un confronto è esattamente il contrario di quello sostenuto dai detrattori: il potere di Facebook è talmente incontrastato che l’individuo vivente ne è schiacciato, anzi s’appresta a non esistere più come soggetto determinante; la qual cosa costituisce già un annientamento dell’umanesimo occidentale. Figuriamoci che effetti possa avere su coloro il cui unico umanesimo è consistito nella lotta quotidiana o contro l’invasore o contro la fame! Forse, a pensarci bene, l’affermazione “il potere di Facebook è talmente incontrastato che (…)”, adesso, può apparire iperbolica o incongruente. In effetti, è doveroso darne dimostrazione.

Qual è il tipo d’attività che l’utente medio svolge su Facebook? ‘Lui’ è nella sala da pranzo, ‘lei’ comodamente seduta sul wc, ma la smania d’amore è irrefrenabile e il mondo deve sapere. Il dito di uno dei due corre compulsivo sulla tastierina dello smartphone: la dichiarazione d’un subito viene postata. Il figlioletto adolescente ha appena fatto il compleanno? Allora, la mammina si abbandona teneramente alla memoria e ricorda a tutti che, un tempo, poteva tenerlo tra le braccia. Ma c’è spazio anche per i morti, promossi in vetrina e in saldo con foto d’archivio ed elogio degno della migliore tra le scuole di storytelling. Sui motivi che spingono le persone a cercare consenso affettivo in un social network si sono espressi riccamente parecchi team di psicologi: insicurezza, infelicità et similia. Ci si può affannare a ribattere che la libertà d’espressione è innegabile e non ci sono post ‘intelligenti’ e post ‘stupidi’, ma è evidente che non è così e gli esperti non sono d’accordo (se si vuole seguire la scienza; altrimenti…). Ciò che c’interessa, tuttavia, è il cosiddetto rovescio della medaglia.

E questo rovescio, di fatto, coinvolge tutti, pure coloro che non hanno mai bisogno d’un “ti amo” globale.  Parole d’amore, like, auguri e contenuti d’ogni genere e specie, tra cui anche le semplici opinioni su servizi e prodotti, entrano immediatamente a far parte del misterioso mondo dei big data, cioè d’una massa enorme d’informazioni che, di secondo in secondo, vengono elaborate e utilizzate, per lo più (non solo), a scopo commerciale mediante un algoritmo. Un utente che dichiari l’amore al proprio partner tramite il frammento d’un film diventerà presto un potenziale cliente di Netflix, ammettendo che già non lo sia, e si vedrà suggerire rapidamente non solo un abbonamento, ma anche l’opportunità di acquistare un regalo specifico: se d’amore si tratta, esso dev’essere subito quotato e dimostrato concretamente. A un certo punto, la statistica potrebbe anche ‘farci sapere’ che alcuni acquirenti di ‘quel prodotto’ sono i clienti ideali per le finanziarie. E la processione continua inesausta. Alcuni algoritmi sono pure in grado di fare previsioni sulla vita dell’utente alla pari coi grandi profiler: se sia malato o in ottima salute, ottimista o pessimista, in dolce attesa o sterile e così via.

Ne L’eredità di Barack Obama Il presidente social media, Caterina Cianfarini scrive:
Secondo alcuni studi, infatti, le persone che comprano i feltrini per i mobili rappresentano i clienti migliori per gli istituti di credito perché più attenti e propensi a colmare i propri debiti nei tempi giusti.

Ecco l’esemplare funzionalità dell’algoritmo! Ed è inutile pensare di fare gli anarchici o i rivoluzionari da bancarella ricorrendo a proclami libertari perché basta semplicemente iscriversi a Facebook per autorizzare l’uso dei dati sensibili. D’altronde, Facebook è gratuito solo in apparenza: paghiamo proprio coi nostri dati. È ormai nota la vicenda che ha visto il social network al centro dello ‘scandalo’ degli accessi degli utenti venduti a Spotify, Netflix, Microsoft e Amazon, cui, secondo l’accusa, sarebbe stato consentito di leggere pure le conversazioni private di Messenger.

Dove sarebbe lo scandalo? Fa parte del gioco. Per un reato del genere, una comune attività avrebbe subito per lo meno un sequestro preventivo. Eppure, Facebook se la caverà egregiamente. Perché? Perché Facebook, ormai, è troppo grande e forte per poter essere messo in discussione. Anzi, se proprio si mira al benessere della comunità, bisogna lasciarlo operare in pace. Abbiamo idea di quanti lavoratori si ritroverebbero sul lastrico, se domani Facebook non ci fosse più? Tra i mali, si sceglie sempre il minore. Tutto ha un prezzo. Che cos’è un po’ di vita privata di alcuni milioni di cittadini dinanzi alla loro stessa sopravvivenza?

Secondo l’ultimo rilevamento (report 1/2020) del Servizio Economico e Statistico dell’Osservatorio dell’AGCOM, 35,7 milioni d’Italiani sono su Facebook; la qual cosa genera degli intrecci socio-economici inestricabili e in base ai quali la stessa ontologia dei consociati dev’essere ripensata e riscritta. In altri termini, non è assurdo ridefinirsi sulla base della propria presenza su o della propria assenza da Facebook. In particolare, gli assenti, quale che ne sia la ‘causa’, scelgono, comunque, di non partecipare a un ampio processo sociale: un po’ come rinunciare a leggere i giornali.  Parole grosse? Aspettiamo per giudicare!

S’è detto che rinunciare a Facebook equivale a non leggere i giornali; ed è naturale che l’asserzione giunga provocativa. Molti ancora sdegnano questo tipo di adesione. L’esame di realtà, però, ci rivela un’altra cosa. A tal proposito, lo scorso anno, Enrico Verga, proprio su Econopoly, scrisse:

I giornali ci si sono buttati a pesce negli anni. Il pacchetto era ghiotto. Centinaia, migliaia, milioni di potenziali lettori che venivano inviati da FB, attraverso l’articolo, alla testata, il tutto gratis. Il problema è che i giornali non si accorgevano che cosi davano da mangiare alla bestia (in termini di raccolta dati) e in cambio ricevevano briciole. Perché il lato ben tragico di questa relazione è che i giornali non avevano (e non hanno tuttora, salvo lodevoli eccezioni) gli strumenti per valorizzare i dati e il traffico derivato da Facebook. Dei milioni di lettori che ogni giorno (vabbè facciamo anche ogni settimana) arrivavano da Facebook, la piattaforma guadagnava sui gusti, interessi eccetera, di fatto acquisendo dati (like sui migranti, dislike su Salvini, like sui gattini, dislike sui vampiri). E i giornali? Il massimo che possa fare l’ufficio marketing è raccogliere limitati dati statistici, assemblati in modo casereccio con i fogli di excel e via. (clicca qui per leggere l’intero contributo)

Giocando con un linguaggio heideggeriano-joyceano, potremmo dire: ineluttabile modalità dell’essere nel mondo. Anche il non-esserci diventa un dato, apparentemente sottratto al flusso, ma sostanzialmente a esso legato a causa (o in virtù) di ciò che ci accade intorno: esiste solo ciò che viene raccontato e il valore dei fatti dipende dal modo della narrazione.

Presto, Facebook potrebbe diventare padrone del nostro destino. Alla luce delle statistiche acquisite, proviamo semplicemente a immaginare quanto sia dannoso per un professionista dei social media vedersi bannare l’account da un momento all’altro. Talora, le segnalazioni sono valide e ben suffragate. Talaltra, sappiamo bene che pure una personcina ammodo può imbattersi in un simile disagio: un’attività sospetta, per esempio, può essere legata a un certo numero di like o di commenti prodotti in sequenza. In parole povere, alcune procedure di controllo possono determinare il blocco di un profilo indipendentemente dal contenuto di ciò che viene pubblicato. In questi casi, ci si esporrebbe al rischio di estromissione dall’account business. Per alcune ore? Giorni? Oppure? Nel frattempo, cosa si fa? Nulla! Si attende il verdetto.

Bisogna rendersi conto che, ormai, anche Facebook costituisce una vera e propria disciplina e, nello stesso tempo, è un tribunale supremo e indiscusso, il cui codice mantiene sempre un’amplissima alea. Il guaio sta nella terribile contraddizione dalla quale siamo schiacciati: tutti ne siamo protagonisti, direttamente o indirettamente, ma non tutti ne siamo esperti. Un tempo, per andare a fare una passeggiata lungo il corso principale della città bastava conoscere le buone maniere. Facebook somiglia un po’ a un grande corso metropolitano, ma le buone maniere non sono sufficienti. Per esempio: a parecchi soggetti è consentito uno sproloquio illimitato con ingiurie d’ogni genere e specie; ad altri, paradossalmente, non è concesso di pubblicare La Venere dormiente del Giorgione perché ha i seni scoperti. Forse, non si tratta neppure di un paradosso. Ma è sicuramente un potere sociale ed economico incommensurabile.

Molto presto, si diffonderà con la solita forza che hanno le iniziative di Zuckerberg, NOVI, l’APP che, come si legge nel sito di pertinenza, ci permetterà “to send, spend and receive digital payments in Messenger, WhatsApp”. In pratica, stiamo correndo ad alta velocità dentro un tunnel sempre più stretto ed entro il quale la volontà economica e comportamentale del soggetto si fa sempre meno rilevante. In un’ipotesi, non del tutto lontana, a questo punto, in cui la maggior parte delle transazioni avvenga proprio su Facebook, cosa succederà a chi, anche per quarantotto ore sarà bloccato? E soprattutto: sarà lecito privare un utente della fondamentale libertà d’azione? Se sì, chi sorveglierà?

Twitter @FscoMer
Sito francescomercadante.it

Da - https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2020/12/27/facebook-padrone-destino/?uuid=96_0TUFpZz5
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