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Autore Discussione: Il mare ghiacciato dei profitti bancari. da Affari & Finanza - I punti cardinali  (Letto 110 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Novembre 09, 2020, 07:32:40 pm »

Il mare ghiacciato dei profitti bancari

Affari & Finanza 09:04 (2 ore fa)
A me
Affari&Finanza - La Repubblica
Affari & Finanza - I punti cardinali dell'economia
Lunedì 9 novembre 2020

Buongiorno,
bentrovati sulla newsletter Affari&Finanza, che trovate nella vostra casella mail ogni lunedì mattina alla stessa ora. Se qualcuno non si fosse ancora iscritto (è gratuita) può cliccare nel riquadro Affari&Finanza nella pagina delle newsletter di Repubblica. Aiutateci a farla circolare e conoscere ad amici e colleghi. Per idee, critiche, suggerimenti e proposte potete scriverci alle mail r.rho@repubblica.it. e l.piana@repubblica.it

Grazie, buona lettura e buona settimana.
L'AGO DELLA BUSSOLA

Il mare ghiacciato dei profitti bancari
Tre miliardi e cento milioni di profitti nei primi nove mesi del 2020, che si aggiungono ai 4,2 miliardi del 2019 e anticipano i 3,5 miliardi previsti per il 2021. Oltre 10 miliardi in tre esercizi, almeno uno dei quali, quello in corso, massacrato dalla pandemia e da uno dei peggiori shock economici della storia. Anche in virtù di questi risultati, perlomeno quelli già conseguiti, Intesa Sanpaolo, cioè la più grande banca italiana, ha circa 25 miliardi di patrimonio in eccesso rispetto alle soglie di vigilanza.

Non male neppure Unicredit, la seconda banca italiana che pure, nei primi nove mesi del 2020, ha un bilancio in rosso. Ma nel terzo trimestre gli utili (680 milioni) hanno nettamente superato le stime degli analisti finanziari. E per il prossimo anno l'amministratore delegato Jean Pierre Mustier ha annunciato l'obiettivo di un profitto fra i 3 e i 3,5 miliardi di euro. Perfino il Banco Bpm, che ha dimensioni non paragonabili con i due giganti del credito nazionale, ha registrato nel trimestre un utile sopra le attese, 157 milioni, il doppio rispetto alle previsioni degli analisti.

Insomma, le grandi banche italiane anche nell'anno del coronavirus e del doppio lockdown producono profitti. Un mare di profitti. Peccato che il mare sia ghiacciato, completamente congelato dal divieto, impartito nella primavera scorsa dalla Vigilanza Bce, di distribuirli agli azionisti. Niente dividendi, almeno per quest'anno. L'obiettivo della Vigilanza è chiarissimo: difendere il patrimonio delle banche alla vigilia di una probabilissima nuova ondata di crediti deteriorati (che il capo della Vigilanza stima intorno a 1.400 miliardi, molti più rispetto ai 1.000 perduti nel corso della crisi finanziaria del 2008-2009), far in modo che le loro casseforti restino attrezzate, pronte a fronteggiare lo tsunami delle sofferenze.

Ora però i grandi banchieri fremono. Le quotazioni di Borsa delle loro società, gravemente penalizzate dalla crisi del Covid, hanno bisogno di ossigeno per rialzarsi. Gli investitori finanziari depressi hanno bisogno di robuste terapie di fiducia. Ma soprattutto fremono gli azionisti delle banche, perlomeno di quelle più solide (in Italia non c'è solo Intesa Sanpaolo, ma anche il Montepaschi e decine, forse centinaia di banche minori che rischiano di rimanere travolte): i grandi fondi di investimento e le Fondazioni, che proprio in questi mesi stanno dando fondo alle loro riserve per continuare a erogare quei contributi di cui i rispettivi territori di appartenenza hanno gran bisogno, in questi mesi in cui lo Stato fatica a soddisfare le richieste di sostegno che provengono dal sociale e dal mondo della cultura.

Cresce dunque la pressione sulla Bce perché sblocchi la distribuzione dei dividendi agli azionisti delle banche, almeno quelle con una struttura patrimoniale in grado di reggere l'urto anche della seconda ondata del virus. Come finirà la disputa dei dividendi lo spiega - con tanto di indiscrezioni raccolte nei corridoi delle autorità di Vigilanza - questo servizio di Andrea Greco per Affari & Finanza. Spoiler: dividendì sì, ma con giudizio. Forse non per tutti, quasi sicuramente solo quelli dell'esercizio 2020, quindi in pagamento nella prossima primavera, e non anche quelli (congelati) del 2019. E comunque per saperne di più bisognerà attendere la fine dell'anno e l'aggiornamento del quadro macroeconomico europeo. La posta in palio è ingente, circa 30 miliardi di euro di dividendi (complessivamente per tutti gli istituti europei vigilati dalla Bce). Per il disgelo di quei mari ghiacciati basterà attendere i primi tepori della primavera, sperando che per quei mesi arrivi anche il vaccino.

IL NUMERO
-0,7%
Si fa presto a dire investimenti, investimenti, investimenti. Poi però bisogna vedere il “come” e il “cosa”. Perché non tutti gli investimenti sono produttivi, non tutti migliorano l’efficienza di una azienda o di un sistema economico, non tutti generano reddito. C’è un dato, passato quasi inosservato nei giorni delle elezioni americane e del secondo lockdown, che parla chiaro: secondo l’Istat (qui il documento) nel periodo tra il 1995 e il 2019 in Italia la produttività del capitale ha registrato un calo medio annuo dello 0,7%. Un dato che rappresenta la sintesi tra l’aumento dell’input di capitale (+1,4%) e quello del valore aggiunto (+0,7%). Dunque l’immissione di nuovi capitali ha doppiato il valore che questi investimenti hanno generato.

L’esame della produttività per tipologia di capitale - spiega l’Istat - evidenzia come la discesa riguardi tutte le tipologie di input: la componente relativa alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione è diminuita del 2,4%; la produttività del capitale immateriale non-ICT (che comprende la Ricerca & Sviluppo) dell’1,9%; quella del capitale materiale non-ICT dello 0,3%. Se stringiamo la lente del microscopio, scopriamo che in realtà i risultati più recenti, relativi al periodo 2014-2019, indicano una crescita della produttività del capitale dello 0,8% in media all’anno, con un cambio di tendenza nel processo di accumulazione di capitale rispetto ai periodi precedenti. In questa fase, la crescita moderata dell’input di capitale (+0,5% in media) incrocia una dinamica molto maggiore del capitale ICT (+4,1%) e di quello immateriale non ICT (+3,2%). Ma nel 2019 la crescita dello 0,8% dell’input di capitale si accompagna a una stazionarietà del valore aggiunto. Risultato: la produttività del capitale cala dello 0,8%.


Insomma, in Italia si investe poco e anche male. E questo vale per tutti, sia per gli investimenti pubblici sia per quelli privati. La produttività del capitale indica infatti se e quanto il capitale venga utilizzato in modo efficiente. Investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione – spiega ancora l’Istat - consentono alle nuove tecnologie di entrare nel processo di produzione e sono considerati un importante fattore di crescita della produttività. Anche gli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale, come la R&S, dovrebbero contribuire al miglioramento dell’efficienza. Evidentemente, ne sono stati fatti meno di quelli che sarebbero stati necessari, o forse si spesi male i soldi. Quante macchine “old economy” sono state sostituite con macchine più moderne, ma sempre “old”, piuttosto che arrendersi alle evoluzioni delle tecnologie e rivoluzionare i processi produttivi? Quanti capannoni acquistati a caro prezzo sono oggi abbandonati nelle pianure del Triangolo industriale? Quanto ci si è accaniti su nicchie a bassissimo valore aggiunto, per ritardare l’ora della riconversione?

I dati pubblicati dall’Istat fotografano la situazione degli ultimi 25 anni. Sono dunque abbastanza profondi da poter essere considerati strutturali, e questo lascia pochissimi margini di tranquillità se si osserva il prossimo futuro: è vero che i 209 miliardi in arrivo dal Recovery Fund sono vincolati all’utilizzo nella direzione della digitalizzazione e della compatibilità ambientale del sistema economico italiano. Ma è vero anche che, negli ultimi decenni, lo Stato e le imprese italiane hanno investito male. O si cambiano usi e costumi, o si spreca un’occasione storica e, molto probabilmente, irripetibile.

Cosa c'è da leggere
A cura di Irene Maria Scalise

L'inchiesta di apertura di Affari & Finanza, questa settimana, si intitola "processo a Big Tech" ed è firmata da Beniamino Pagliaro. Da anni si discute dello strapotere dei colossi del digitale: fanno il bello e cattivo tempo, potendo disporre di migliaia di miliardi, sul mercato delle acquisizioni; pagano tasse risibili in molti dei Paesi in cui operano le loro piattaforme; utilizzano, gratis, i contenuti altrui; e, come ha detto la commissaria europea Margrethe Verstager nei giorni scorsi, i loro algoritmi non sono trasparenti. Ora, forse anche con la spinta della presidenza Biden negli Stati Uniti, sembra arrivata l'ora di passare ai fatti, con regole più severe per evitare gli abusi di posizione dominante. Peraltro secondo Kenneth Rogoff, l'economista di Harvard ex Fondo monetario, "la spinta innovativa di Big Tech è quasi esaurita, e ora i colossi del digitale vivono delle loro rendite di posizione".
La nuova offensiva dello Stato imprenditore? I governi occidentali – racconta il Wall Street Journal - stanno copiando i rivali asiatici e si stanno così allontanando dalla dottrina del libero mercato che ha definito il loro pensiero economico per decenni.
Come cambierà la nostra vita in questo secondo lockdown? “Se ti piace l’idea di lavorare in silenzio e all’ora di pranzo vuoi chiamare il servizio in camera – qui il servizio dell’Economist - potresti essere un potenziale cliente per uno dei tanti hotel che stanno cercando di indurre le persone ad affittare una stanza da usare come ufficio”. L'iniziativa ha senso: gli alberghi sono a corto di ospiti e alcuni lavoratori potrebbero trovare troppo difficile (o noioso) sedersi al tavolo della cucina ogni giorno.

 

I laureati che puntano a lavorare in banche o studi legali– secondo il Financial Times - cercano coaching per prepararsi a test di lavoro e colloqui. Negli ultimi anni si è sviluppato un mercato secondario di tutor che aiutano i candidati a orientarsi e ora con il secondo lockdown la richiesta sta aumentando.

Molti addirittura progettano di cambiare residenza. Tanto che la domanda record di case di campagna nel Regno Unito ha portato i prezzi ai massimi da quattro anni, con ricchi acquirenti che si sono riversati a Worcester nelle Midlands occidentali e Cobham nel Surrey in una corsa ad aggiudicarsi spazi aperti e paesaggi (ecco il servizio del Guardian).

Il futuro dei mezzi di informazione? Il New York Times ha raggiunto 7 milioni di abbonati e per la prima volta le entrate digitali superano quelle delle edizioni cartacee.
Ma torniamo in Italia per raccontare per l'ennesima volta l'ingorgo della giustizia civile: sia pure in lieve diminuzione, le cause pendenti sono sempre oltre 3,2 milioni. Sergio Rizzo su Affari & Finanza aggiunge qualche dettaglio inedito e una storia (di inefficienza amministrativa) davvero sorprendente.
Incuriosiscono la Cnn i movimenti in borsa di Jeff Bezos: il miliardario americano ha venduto la scorsa settimana più di 3 miliardi delle sue azioni Amazon, approfittando dell'impetuoso aumento di valore degli ultimi mesi. Il ceo di Amazon non ha spiegato perché, ma spesso le sue vendite servono per finanziare la sua compagnia spaziale Blue Origin.

A proposito di super-ricchi. Neil Shen, il re Mida che trasforma in oro le start-up cinesi, è candidato a diventare il numero uno di Sequoia, il più grande fondo di venture capital del mondo. Ma Shen è cinese, e ha fatto molti miliardi con le aziende tecnologiche cinesi, requisiti che, in epoca trumpiana, vengono visti con diffidenza. Filippo Santelli, nel suo reportage dalla Cina, tratteggia il profilo di uno dei personaggi più influenti nel mondo delle aziende hi-tech e si chiede se, con la presidenza Biden, torneranno ad aprirsi per Neil Shen le porte degli Stati Uniti.
Sempre su Affari & Finanza – a firma di Luca Piana - la storia di FaciltyLive, azienda nata a Pavia nove anni fa, che dopo aver sviluppato un motore di ricerca “diverso da Google” aspira a diventare un campione digitale europeo. Per finanziare lo sviluppo FacilityLive ha scelto la via del mercato, cui si affaccia per la prima volta per raccogliere 50 milioni.
Grazie per averci seguito anche oggi. Torneremo, direttamente nella tua casella email, lunedì 16 novembre alla stessa ora. Se hai critiche, idee o suggerimenti, scrivi a r.rho@repubblica.it o l.piana@repubblica.it.
Buon lavoro e a presto
Roberto Rho
 
Ricevi questa e-mail perché hai prestato a GEDI Digital S.r.l.,
Società controllata del Gruppo GEDI S.p.a.,

Da - https://mail.google.com/mail/u/0/?hl=it&shva=1#inbox/FMfcgxwKjKvbRqLBDDHWNcDXGQrnMDGg
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« Risposta #1 inserito:: Novembre 15, 2020, 11:19:27 pm »

È un errore lasciare 10 mila euro sul conto con un risparmio mensile di 150 euro perché è meglio scegliere questa soluzione - Proiezioni di Borsa

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https://www.proiezionidiborsa.it/e-un-errore-lasciare-10-mila-euro-sul-conto-con-un-risparmio-mensile-di-150-euro-perche-e-meglio-scegliere-questa-soluzione/
 
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« Risposta #2 inserito:: Novembre 16, 2020, 05:12:58 pm »

L'allarme del Copasir: "Troppi interessi francesi nelle banche e assicurazioni italiane"

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Nella relazione conclusiva del Comitato parlamentare per la sicurezza si sottolineano gli interessi transalpini verso grandi gruppi come Unicredit e Generali, …

https://www.repubblica.it/economia/2020/11/06/news/copasir_relazione_banche_assicurazioni-273355871/
 
   
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