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Autore Discussione: Umberto DE GIOVANNANGELI -  (Letto 43058 volte)
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« Risposta #15 inserito:: Ottobre 18, 2007, 06:23:33 pm »

«Ma quale apartheid nei Territori Israele deve difendersi»
Umberto De Giovannangeli


«Ciò che contesto nelle affermazioni del signor Dugard sono le sue tesi politiche precostituite, e una visione unilaterale dei diritti umani. Come se esistessero solo quelli dei palestinesi dimenticando che a migliaia di israeliani, donne, bambini, civili inermi i terroristi hanno tolto il diritto più grande: quello alla vita». Così l’ambasciatore d’Israele Gideon Meir replica all’intervista all’Unità dell’inviato speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori John Dugard. «Hamas - afferma Meir - plaude alle parole di Dugard. Se avessi ricevuto io un consenso del genere non mi sentirei a mio agio».

«In Palestina vita più dura che con l’apartheid». Come ribatte alle affermazioni dell’inviato speciale dell’Onu?
«Ciò che contesto è il fatto che il signor Dugard abbia presentato un’agenda politica, andando ben oltre l’incarico da lui ricoperto. Avrei accettato che si fosse limitato a presentare dei fatti ma cosa c’entra con il suo incarico la richiesta di una uscita dell’Onu dal Quartetto per il Medio Oriente? E come è possibile che su 9 delibere prese nell’ultimo anno dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu, 8 sono contro Israele? Come se non esistessero altri e più gravi problemi relativi ai diritti umani nel mondo, in Iran, in Darfour, in Birmania ... ma è Israele, l’unica democrazia nel Medio Oriente il problema del mondo... questo non è serio, questo è inaccettabile».

Cos’altro non la convince nelle considerazioni di Dugard?
«Lui parla esclusivamente dei diritti umani della parte palestinese ma anche gli ebrei, gli israeliani hanno dei diritti umani. E vi è un problema dei diritti umani, della loro salvaguardia fra i palestinesi. Ma il signor Dugard non sfiora neanche lontanamente il comportamento brutale di Hamas nei confronti degli uomini di Fatah: le esecuzioni a freddo, le persone lanciate dai piani alti dei palazzi, le donne e gli uomini torturati... Di tutto ciò Dugard non fa cenno . Se il relatore dell’Onu avesse dato una immagine più completa, più obiettiva della situazione, non avrei avuto alcun problema. E voglio farle un esempio di ciò che intendo per diritti umani nostri...».

Qual è la storia?
«Era uno dei periodi più terribili per Israele, con gli attentati suicidi che seminavano la morte tra donne, bambini, civili inermi...Ero in ufficio e ho sentito una esplosione fortissima... Un terrorista si era fatto esplodere tra i tavolini di un caffè, il “Moment Cafè”. La mia segretaria, che allora aveva 29 anni ed era , una sostenitrice della pace con i palestinesi, rimase uccisa in quell’attentato. La sua colpa era di essere seduta in quel caffè in quel momento. Questa ragazza è una delle migliaia di israeliani che sono stati uccisi dai terroristi palestinesi. Ma di loro non c’è traccia nel rapporto del signor Dugard».

Dugard fa riferimento a 520 check point e del «Muro» che spezza la Cisgiordania.
«Non nego affatto che la situazione dei palestinesi nei Territori sia una situazione difficile. La situazione della popolazione in Giudea e Samaria (la Cisgiordania, ndr.) e soprattutto nella Striscia di Gaza è una situazione non buona. Chi vuole venire a puntare il dito contro Israele ha lavoro facile, e fa un’operazione politica. È legittimo criticarci ma bisogna vedere cosa e chi ci ha portato a questa situazione. Nel 1993 fu firmato un accordo storico, l’Accordo di Oslo, eravamo in un processo di pace. Nel 2000 il primo ministro Ehud Barak a Camp David offrì ad Arafat il 97% dei Territori e prevedeva lo smantellamento di gran parte delle colonie. Ma la risposta fu l’Intifada dei kamikaze, un’ondata di attacchi terroristici che non ha eguali in nessun altro Paese al mondo. La Barriera è stata costruita in risposta a questi innumerevoli, devastanti, sanguinosi attacchi terroristici. I posti di blocco ci sono per evitare queste azioni terroristiche. Ed è un dato di fatto che la combinazione tra la Barriera, i posti di blocco e l’azione dell’esercito ha fortemente ridotto il numero di attentati. Ma il nostro interesse superiore è migliorare la situazione, soprattutto, economica nei Territori. Questo è nel nostro interesse, perché una condizione economica buona impedisce il terrorismo».

Dugard rileva che Israele ha realizzato buona parte della Barriera su territori occupati.
«Non c’è bisogno che il relatore per i diritti umani ci ricordi qual è la situazione della Barriera di sicurezza. C’è la Corte Suprema d’Israele a pensarci, e io sono molto orgoglioso di ciò, come israeliano e come democratico. Questa Corte tutela i diritti umani anche dei palestinesi che non sono cittadini di Israele ma che possono appellarsi alla Corte per ottenere giustizia. E in moltissimi casi la Corte Suprema ha stabilito che il governo dovesse modificare il tracciato della Barriera. Ma di questo il signor Dugard non fa cenno. La Corte cerca di trovare un equilibrio tra la sicurezza dei cittadini israeliani e i diritti umani dei palestinesi. Nei sessant’anni dello Stato d’Israele, nonostante le guerre di aggressione e le ondate di attentati a cui abbiamo dovuto far fronte, Israele è rimasta una democrazia e questo è un miracolo. Siamo uno dei Paesi dove c’è la maggiore libertà d’informazione. Il giorno in cui i palestinesi avranno un quotidiano come Haaretz o uno scrittore come David Grossman, allora saprò che siamo davvero sulla via della pace. La nostra è una democrazia solida, il che non significa che non si debba porre fine all’occupazione. Oggi questo è possibile perché abbiamo finalmente interlocutori, come il presidente Abu Mazen e il primo ministro Fayyad, con cui è possibile raggiungere una intesa. Ed è un impegno a cui non verremo meno».




Pubblicato il: 18.10.07
Modificato il: 18.10.07 alle ore 13.13   
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« Risposta #16 inserito:: Ottobre 24, 2007, 06:32:00 pm »

Zarmandili: «L’asse dei “duri” che spaventa Teheran»

Umberto De Giovannangeli


«Ciò che Teheran teme oggi di più è l’affermarsi di un asse dell’intransigenza Washington-Parigi- Londra». A sostenerlo è Bijan Zarmandili, scrittore e analista politico iraniano.

Per negoziare sul nucleare a Roma si sono presentati il vecchio e nuovo negoziatore iraniani, Said Jalili e Ali Larijani. Come leggere questo cambio?
«Apparentemente la presenza a Roma di Larijani vuol dire che Teheran intende dare l’impressione di avere una continuità della propria linea sulla questione nucleare. Ma dietro a questa apparenza in realtà vi sono divergenze sostanziali tra Ahmadinejad e Larijani che hanno portato alle dimensioni di quest’ultimo. C’è poi un altro fattore più vicino a ciò che sta avvenendo oggi a Teheran...».

Vale a dire?
«A Teheran i dirigenti iraniani hanno l’impressione che i loro interlocutori occidentali abbiano una posizione assai più compatta rispetto al passato. E ciò è dovuto soprattutto all’allineamento della Francia di Sarkozy alle posizioni degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Quello che preoccupa Teheran è il delinearsi di un asse Washington-Parigi-Londra. Di conseguenza è stato deciso di togliere di mezzo voci di dissenso rispetto alla linea sul nucleare, presentando anche da parte iraniana una posizione compatta. La novità di questa fase è che questa posizione compatta rappresenta la linea più rigida. L’Iran valuta i cambiamenti nel campo avversario e ad essi si modella. A questo aggiungerei un altro elemento: tra i dirigenti iraniani non è una novità cambiare il negoziatore del momento per rispondere ad esigenze esterne. Ricordiamoci che lo stesso Larijani aveva sostituito a suo tempo Ali Rohani, il mediatore iraniano che aveva avviato il dialogo sul nucleare per due anni con la trojka europea. Appena quella fase fu giudicata superata, fallita, con l’arrivo di Ahmadinejad si è fatto largo Larijani, portatore di una posizione più rigida. A sua volta, questa posizione viene sostituita con una ancor più intransigente rappresentata da Jalili».

Alla luce di queste considerazioni ha ancora uno spazio e una prospettiva la posizione dell’Italia che punta ancora su un pressing politico a tutto campo su Teheran?
«Questa posizione ha delle prospettive se non resta isolata in Europa e riesce invece a inserirsi in un alinea comune ad altri partners europei. Penso alla Spagna, all’Austria ma soprattutto alla Germania. L’Italia deve guardare oggi a Berlino, e cercare di costruire un asse con la Germania della cancelliera Angela Merkel. Se la Merkel non si fa attrarre dall’asse Washington-Parigi-Londra e riesce a mantenere una certa equidistanza, ciò aprirebbe nuovi spazi per l’iniziativa italiana che potrebbe a sua volta puntare a una linea condivisa da Berlino, Madrid e Vienna. Una linea che potrebbe aprirsi, o comunque relazionarsi, alle posizioni assunte sul dossier nucleare iraniano dalla Russia di Vladimir Putin. Io vedo abbastanza difficile un allineamento dei Paesi europei direttamente sulle posizioni di Mosca e di Pechino, tuttavia l’affermarsi di un asse Roma-Berlino-Madrid potrebbe in qualche modo equilibrare all’interno della comunità europea le posizioni più intransigenti portate avanti da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, un asse assai forte e determinata. L’Italia potrebbe avere un ruolo importante nel ricostruire equilibri nuovi all’interno dell’Europa, partendo proprio dal nucleare iraniano».

Pubblicato il: 24.10.07
Modificato il: 24.10.07 alle ore 8.44   
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« Risposta #17 inserito:: Ottobre 29, 2007, 06:50:39 pm »

John Holmes: «Gaza muore, Israele tolga il blocco»

Umberto De Giovannangeli


Un appello accorato. Una descrizione inquietante di una condizione di vita che si fa di giorno in giorno più difficile. La vita di 1milione e 400 palestinesi rinchiusi in una «grande gabbia»: la Striscia di Gaza. A denunciarlo è John Holmes, segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari.

Signor Segretario, qual è oggi la situazione nella Striscia?

«La situazione a Gaza si sta sempre più deteriorando. Le restrizioni alle attività sono sempre più severe. Il blocco dei movimenti delle merci ha provocato la crisi di interi settori produttivi, come la floricoltura e l’agricoltura..».

È solo una questione umanitaria?

«Nell’emergenza, è innanzitutto una questione umanitaria perché investe le condizioni di vita di centinaia di migliaia di civili, moltissimi dei quali sono donne e bambini. Ma non è solo una questione umanitaria, perché la situazione sul campo crea indubbiamente uno stato sfavorevole al processo di pace. E di ciò è pienamente consapevole il presidente Abbas (Abu Mazen, ndr.). Ed è obiettivamente difficile conciliare il deterioramento della situazione sul terreno con le aspettative rivolte alla Conferenza di Annapolis (la Conferenza di pace israelo-palestinese convocata dagli Stati Uniti per la fine di novembre, ndr.). Alleggerire le restrizioni sugli aiuti umanitari e togliere il blocco economico a Gaza è a mio avviso il modo migliore di promuovere la pace, perché migliori condizioni di vita e il recupero della propria dignità da parte della popolazione palestinese favorirebbe il sostegno a qualunque processo di pace».

In questa situazione che rischia di inasprirsi ulteriormente, cosa si sente da numero due dell’Onu di chiedere al governo israeliano?

«A Israele torno a chiedere di autorizzare l’accesso degli aiuti umanitari a Gaza in maniera più estesa e a levare il blocco economico. A Gaza non c’è ancora la fame, ma c’è una crisi umanitaria seria che si trascina da oltre un anno e che le nuove restrizioni non potranno che aggravare ulteriormente.

Israele deve riflettere sugli effetti che potranno produrre queste restrizioni, non solo in termini di crisi umanitaria ma anche sul piano politico, prestando ascolto agli appelli che in queste ore vengono rivolti da più parti al primo ministro Olmert. Migliorare le condizioni di vita della popolazione civile di Gaza è anche nell’interesse di Israele. E perché ciò possa accadere è indispensabile quanto meno ampliare i corridoi umanitari».

Vorrei che si soffermasse su quest’ultimo aspetto, visto che è sempre più difficile avere notizie da Gaza.

«La gente, come le dicevo,non muore di fame, ma in termini di accesso medico c’è gente che può morire per mancanza di farmaci e accesso medico. Quella in atto nella Striscia, lo ripeto, è una grave crisi umanitaria. La gente si sente sempre più isolata e abbandonata se stessa. Il blocco imposto da Israele sta contribuendo a radicalizzare gli animi e non porta sicuramente alla pace».

Cosa può comportare, ad esempio, determinare ulteriori limitazioni all’accesso medico e la restrizione dell’erogazione della corrente elettrica nel campo sanitario?

«Per risponderle posso citare un fatto che è già avvenuto quando Israele ha deciso di attuare questa misura nel corso di un’operazione militare: l’ospedale Shifa (il più grande di Gaza City, ndr.) ha denunciato l’impossibilità di compiere operazioni chirurgiche per mancanza di anestetico. La privazione della corrente elettrica non potrà che peggiorare la situazione. Mi lasci aggiungere che, come ha recentemente riferito il quotidiano israeliano Haaretz, tra i beni che vengono bloccati ai valichi di frontiera ci sono prodotti di prima necessità come il latte in polvere per i bambini, i formaggi, lo zucchero. Dall’estate scorsa, il numero dei convogli umanitari che ha potuto oltrepassare i valichi di frontiera non ha cessato di diminuire, dai 3000 di luglio ai 1500 di settembre. La scorsa settimana, sono passati 663 camion a fronte dei 793 che avevano avuto il permesso dalle autorità israeliane di entrare a Gaza la settimana precedente. Dal giugno scorso il principale punto di passaggio delle merci, il valico di Karni, è chiuso. Quello di Sufa lo sarà a partire dai prossimi giorni. Il principale valico di passaggio per le persone, quello di Rafah, è chiuso da giugno, e i permessi di passaggio sono manifestamente insufficienti. Sempre meno malati gravi vengono autorizzati a lasciare Gaza per farsi curare in Israele. Erano cinque al giorno a settembre contro i 40 di luglio. Il blocco della libertà di movimento per ragioni mediche rappresenta una grave violazione del diritto internazionale umanitario».

È possibile sintetizzare in alcuni dati la condizione della gente di Gaza?

«Secondo gli ultimi dati dell’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’assistenza ai rifugiati palestinesi, ndr.) il 35% della popolazione di Gaza vive sotto la soglia di povertà; il 44% della forza lavoro è disoccupata; il 90% degli stabilimenti produttivi è fermo; da mesi non si può né importare né esportare; oltre un milione di persone vive esclusivamente grazie alla distribuzione di viveri organizzata dall’Onu e da organizzazioni non governativi. Più di 70mila lavoratori sono stati licenziati negli ultimi mesi dai settori dell’industria, dei servizi e dell’agricoltura. Questi dati raccontano di una condizione drammatica. E i primi a farne le spese sono i soggetti più deboli: i bambini. Non va mai dimenticato che bambini e adolescenti costituiscono oltre la metà della popolazione palestinese, come peraltro non andrebbe mai dimenticato che la protezione dei civili è un obbligo imposto dal diritto internazionale umanitario».

Israele ribatte che il giro di vite a Gaza è conseguenza degli attacchi - il lancio dei missili Qassam - che dalla Striscia vengono lanciati contro Sderot e altre città o villaggi israeliani.

«Questi attacchi vanno condannati decisamente, ma resto dell’idea che la punizione collettiva non sia la risposta adeguata agli attacchi terroristici. La situazione è già incandescente e rischia di diventare ingestibile se saranno effettuati, come purtroppo sta iniziando ad avvenire, nuovi tagli».

In una recente intervista a l’Unità John Dugard, l’inviato delle Nazioni Unite nei Territori palestinesi, ha denunciato l’impossibilità della circolazione delle persone, la difficoltà del reperimento di generi di prima necessità e ha messo in guardia che l’inasprimento delle punizioni collettive potrebbe portare ad una terza Intifada. Condivide questa preoccupazione?

«Questo rischio è reale. Se la gente perde ogni speranza nel futuro e se il suo presente è segnato dal degrado sociale ed economico, è facile che la rabbia e la disperazione alimentino risposte disperate».

Pubblicato il: 29.10.07
Modificato il: 29.10.07 alle ore 14.17   
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« Risposta #18 inserito:: Novembre 02, 2007, 02:55:02 pm »

Piero Fassino: «Medio Oriente. Una conferenza per sperare»

Umberto De Giovannangeli


La Conferenza di Annapolis sul conflitto israelo-palestinese è una grande opportunità che non va sprecata. A sottolinearne le ragioni in questa intervista a l’Unità è Piero Fassino, copresidente del Comitato per il Medio Oriente dell’Internazionale Socialista (IS), che in questi giorni si è riunito a Tel Aviv e a Ramallah per discutere delle prospettive di pace e di come sostenerle.



Nel dialogo israelo-palestinese, entrato in una fase cruciale, cosa può rappresentare la Conferenza di Annapolis?



«La Conferenza può essere una grande opportunità. Dopo sette anni israeliani e palestinesi tornano a sedersi intorno ad un tavolo di confronto, di dialogo e di possibile negoziato».

«L’ultima volta fu a Camp David e come sappiamo il fallimento di Camp David ha aperto poi la porta a sette anni di crisi delle relazioni israelo-palestinesi, all’acutizzazione del conflitto, alla crescita dell’integralismo islamico di Hamas e alla crisi del processo di pace. Oggi sono tutti consapevoli che si è aperta una finestra di opportunità che non va chiusa, che anzi se da Annapolis si uscisse con un ennesimo fallimento i n Medio Oriente la situazione precipiterebbe drammaticamente. La Conferenza è il decisivo banco di prova per dimostrare che una pace negoziata è ancora possibile. Se l’esito fosse negativo o deludente qualsiasi prospettiva di pace si allontanerebbe ancora di più di quanto non si sia allontanata in questi anni. Non è soltanto questa consapevolezza a dire che Annapolis è una opportunità, è anche la valutazione di come siano venute maturando condizioni più favorevoli alla ripresa di un negoziato...».



E quali sarebbero queste condizioni?



«In primo luogo vi sono due leadership, quella israeliana guidata da Olmert e Peres e quella palestinese di Abu Mazen e Fayyad, che vogliono la pace e lo vogliono molto di più di quanto non lo abbiano voluto le passate leadership. Olmert e Abu Mazen sono consapevoli che la possibilità di garantire pace, sicurezza, stabilità, riconoscimento dei diritti dei due popoli, non può che passare per una pace negoziata. Le attuali leadership di Israele e dell’Anp giocano la loro credibilità su questa prospettiva. In secondo luogo è maturato un coinvolgimento del mondo arabo, che a partire dalla piattaforma elaborata nel vertice della Lega Araba di Beirut del 2002 fino all’accordo di Riad di qualche mese fa, vede il mondo arabo molto più aperto al riconoscimento di Israele e ad una stabilizzazione del Medio Oriente che passi per una soluzione del conflitto israelo-palestinese. Spesso nel passato sono stati a turno questo o quel Paese arabo a impedire un accordo fra israeliani e palestinesi. In terzo luogo c’è il fatto che la Conferenza di Annapolis è convocata dall’amministrazione Bush in una fase nella quale sia il presidente Usa che la sua amministrazione hanno bisogno di dimostrare al mondo, in primo luogo a quello arabo, che effettivamente vogliono una pace. La vicenda irachena ha aperto una crisi profonda di credibilità degli Stati Uniti in tutto il mondo arabo, anche in quello moderato, e l’amministrazione americana è consapevole di dovere in qualche modo fare dei passi che riconquistino almeno un certo credito. E infine c’è il fatto, il più importante di tutti, che sui punti cruciali di un accordo di pace ormai comincia a realizzarsi una ampia convergenza».



Quali sono le convergenze più significative?



«Penso a Gerusalemme come capitale di due Stati, perché questa ipotesi è contenuta sia nella piattaforma araba di Riad sia in molte dichiarazioni di esponenti di primo piano del governo israeliano a partire dal vice premier Haim Ramon; c’è una convergenza sui confini, perché ormai tutti accettano che lo Stato di Palestina sia realizzato entro i confini del 1967, con possibili limitati scambi di territorio; c'è un accordo sul fatto che bisogna dare attuazione al diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi in una misura equilibrata e ragionevole tale da non mettere in discussione il carattere ebraico dello Stato d’Israele. C’è una larga intesa su come gestire in comune la risorsa principale della regione, che è l’acqua. E anche sul tema più cruciale, cioè delle misure con cui garantire la sicurezza reciproca mi pare che cominci a delinearsi un pensiero condiviso. A ciò va aggiunto che sia Olmert che Abu Mazen sanno di aver bisogno di un esito positivo ad Annapolis...».



Su cosa basa questa valutazione?



«Perché Olmert solo con un risultato positivo della Conferenza potrà governare una maggioranza nella quale i partiti religiosi continuano ogni giorno a frenare e a destabilizzare la stessa coalizione di governo. E Abu Mazen perché soltanto se torna da Annapolis avendo acquisito dei risultati positivi, potrà rafforzarsi nei confronti di Hamas. Dovrebbe essere chiaro a tutti che dopo la crisi di Gaza dei mesi scorsi, Abu Mazen è più debole e il modo per superare la sua debolezza è di dimostrare che la strategia del negoziato e dell’accordo con Israele paga di più di quanto non paghi la strategia integralistica del conflitto e dello scontro armato teorizzata da Hamas».



Ma a quali condizioni Annapolis può essere l’inizio di una fase nuova?



«A tre condizioni: che dalla Conferenza si esca con un accordo di principi che individui sui punti cruciali le soluzioni a cui il negoziato deve arrivare. È importante che ad Annapolis si stabilisca che si lavora per un accordo che sancisca che Gerusalemme è capitale di due Stati; ed è altrettanto importante che in quel documento si delineino i criteri a cui ispirare la definizione dei confini, come è importante che si fissino i criteri per negoziare il ritorno dei rifugiati. Si tratta in sostanza di lavorare per un accordo di principi che non sia soltanto l’elencazione dei problemi ma anche l’individuazione delle soluzioni a cui finalizzare i negoziati. In secondo luogo, è necessario che da Annapolis si esca con un calendario per i negoziati, perché proprio l’esperienza di questi anni ci dice che il processo di pace in Medio Oriente è stato frustrato dal decorrere del tempo senza che nulla accadesse. Uscire da Annapolis avendo un accordo di principi che individui le soluzioni ma che non indichi anche un timing, un percorso e un calendario negoziale che renda credibile quelle soluzioni, renderebbe il tutto più debole. E infine occorre che da Annapolis si esca anche con delle decisioni di applicazione della prima parte della Road Map, e cioè quella parte che prevede misure di reciproca fiducia che allentino la tensione e determinino un miglioramento delle condizioni di vita, in particolare nei Territori palestinesi, e questo significa una riduzione dei posti di blocco in Cisgiordania, che oggi sono più di 600, significa una maggiore facilità di movimento per la popolazione palestinese, una gestione della sicurezza che sia meno oppressiva, la restituzione alla responsabilità dell’Anp della sicurezza delle città palestinesi, come sta avvenendo a Nablus, cioè tutte quelle misure che possono cambiare in meglio la vita quotidiana della popolazione palestinese e dimostrare concretamente che ci si sta incamminando sulla strada della pace».



Perché questo possa essere ad Annapolis...



«Serve anche che la Comunità internazionale faccia la sua parte, innanzitutto sollecitando in queste settimane un impianto della Conferenza che sia il più positivo possibile. In questa ottica, non è indifferente chi ci sarà ad Annapolis. Garantirsi una partecipazione di tutti i principali Paesi arabi della regione, a partire dall’Arabia Saudita è un passaggio essenziale per dare autorevolezza alla Conferenza.. Così come è necessario che la Comunità internazionale sostenga e solleciti la definizione di quell’accordo di principi che dalla Conferenza deve uscire. Insomma, lavorare perché Annapolis abbia il grado massimo di concretezza. Poi c’è una responsabilità a medio e lungo termine, e qui vedo tre fronti sui quali la Comunità internazionale può concorrere al processo di pace».



Quali?



«Un primo terreno, è quello finanziario: lo sviluppo dei negoziati può essere facilitato dal fatto che la Comunità internazionale metta a disposizione i finanziamenti necessari a determinare quelle condizioni di sviluppo, di crescita, di infrastrutturazioni in particolare dello Stato palestinese che sono necessari e che è il mandato affidato dal Quartetto a Tony Blair. In secondo luogo la Comunità internazionale può concorrere ad una soluzione equilibrata del problema dei rifugiati, e infine assumersi responsabilità in materia di sicurezza come ha fatto in Libano, ad esempio, anche, con l’accordo delle parti interessate, dispiegando una presenza multinazionale militare volta a garantire la stabilità e impedire che possano determinarsi nuovi conflitti. In questo quadro non è indifferente anche il ruolo che possono svolgere soggetti politici come l’Internazionale Socialista. Storicamente l’IS ha sempre assolto un ruolo importante nella vicenda mediorientale, fin dai primi colloqui informali alla fine degli anni Settanta inizi Ottanta fra israeliani e palestinesi, è stata l’Internazionale Socialista uno dei luoghi principali per tessere la strategia del dialogo e del riconoscimento reciproco».



Ed oggi?



«Oggi l’Internazionale Socialista è l’unica organizzazione mondiale nella quale siedono sia partiti israeliani - il Labour e Yahad - sia un’organizzazione palestinese come Al- Fatah. L’IS può avere un ruolo importante per continuare ad essere un forum di dialogo,, di discussione in cui in modo più libero e meno formale concorra alla definizione di quelle soluzioni di pace che poi possono trovare una sanzione nel negoziato istituzionale tra i governi. L’Is può inoltre aiutare il rinnovamento di Al Fatah che ha conosciuto una grave crisi in questi anni. Ed è evidente che se Al Fatah vuole tornare ad essere organizzazione maggioritaria in campo palestinese deve mettere in campo un serio processo di riforma della propria classe dirigente e di democratizzazione interna».

Pubblicato il: 02.11.07
Modificato il: 02.11.07 alle ore 11.55   
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« Risposta #19 inserito:: Novembre 04, 2007, 09:34:49 am »

Bonino: «La moratoria un successo italiano»

Umberto De Giovannangeli


Le lacrime di gioia lasciano il passo alla consueta determinazione. «Emma la tenace» è pronta a rilanciare la battaglia di civiltà contro i fautori del patibolo. Partendo da un primo, importante risultato: «Finalmente - sottolinea Emma Bonino - è possibile avviare un processo di discussione nella Terza Commissione dell’Onu per approvare questa moratoria». Ma, avverte la ministra radicale, «non è ancora una battaglia vinta: bisogna superare le trappole, gli emendamenti, le pregiudiziali-trappola, in Terza Commissione. Ma se teniamo, se non ci distraiamo, credo davvero che questa sia la volta buona».

Come ci si sente ad essere stata protagonista di questa battaglia di civiltà?

«In realtà i protagonisti sono stati tanti. Io mi sono trovata ad essere presente a New York in un momento cruciale, in cui sembrava che dopo la grande iniziativa di D’Alema del 28 settembre che la strada fosse ormai in discesa...».

E invece?

«Invece si erano create delle rigidità europee, improvvisamente venerdì scorso. Tanto è vero che la mia andata a New York voleva essere un’andata di sostegno alla risoluzione che davamo tutti per presentata e che invece si era inceppata tra venerdì e sabato. Cosicché quando io sono arrivata non c’era nessuna risoluzione da sostenere semplicemente perché non c’era alcun testo. Di fronte a questo colpo di scena non restava che rimboccarci le maniche e predisporre una controffensiva. Già nella giornata di domenica ho immediatamente ragguagliato della situazione sia Romano Prodi che Massimo D’Alema cercando di capire quale erano le istruzioni...».

Quali?

«Le istruzioni, che io ho condiviso, sono state che certo era importante tenere insieme l’Unione Europea, ma a quel punto la cosa più importante era che la coalizione globale, con Brasile, Nuova Zelanda e gli altri Paesi co-sponsor, dovesse avere come priorità la moratoria rispetto a eventuali e manifesti irrigidimenti europei, e questo per non ripetere lo scenario del 1999, il famigerato scenario del tutto o niente che alla fine si risolse per il niente. Una volta decisa la linea d’azione, ci siamo messi con l’ambasciatore Spatafora e una combattiva squadra di diplomatici, a una serie di incontri bilaterali: in tre giorni ricordo di averne fatti almeno quaranta con Paesi amici ma anche con Paesi contrari alla moratoria, per cercare di capire quale fosse la consistenza del fronte avverso, mentre andavano avanti mediazioni piuttosto serrate sul testo per tenere in conto i suggerimenti che venivano dai nostri partners. Perchè è buona cosa che se uno cerca dei partners poi li deve stare a sentire. E così, faticosamente, siamo arrivati mercoledì sera alla definizione di un testo che il giorno dopo è stato “sacralizzato” da una grande riunione dei 72 co-sponsor a livello di ambasciatori e poi depositato. Insomma, faticoso...».

E ora?

«Adesso cominciano altre due fasi, una particolarmente importante: quella del dibattito nella Terza Commissione che inizierà i suoi lavori la settimana prossima. E in quella sede gli oppositori - guidati da Singapore, Thailandia ed Egitto - daranno battaglia. Con lealtà ci hanno avvertiti che useranno tutti i margini procedurali che solo loro consentiti per contrastare la risoluzione sulla moratoria. Immagino che partiranno con una mozione pregiudiziale che dobbiamo essere pronti a respingere. Poi passeranno agli emendamenti, alcuni più subdoli altri meno: c’è bisogno di una forte determinazione e unità d’intenti dei 72 co-sponsor, ma altri potrebbero aggiungersi, per respingere quegli emendamenti o farli propri laddove non stravolgano il senso della risoluzione. Si tratta di una battaglia procedurale che è altamente politica. È ovvio che tenere assieme 75-80 Paesi necessita di una capacità di reazione rapida molto importante. Da questo punto di vista, sono contenta che i primi due depositari siano Nuova Zelanda e Brasile perché questo dà il senso della globalità di questa coalizione che sotto la pressione del governo italiano si è creata. E poi arriveremo in Assemblea Generale. E anche lì penso che potremmo avere una grossa mano perché credo che il ministro D’Alema sarà molto tempo a dicembre a New York visto che l’Italia presiederà il Consiglio di Sicurezza. Ci sarà quindi una gestione ad alto livello politico. E questo mi fa ben sperare».


Pubblicato il: 03.11.07
Modificato il: 03.11.07 alle ore 10.21   
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« Risposta #20 inserito:: Novembre 08, 2007, 02:07:08 pm »

E Fini disse: rumeni venite

Umberto De Giovannangeli


Ora Fini grida al lassismo. Ora mette sotto accusa l’«aperturismo» del governo Prodi tirando in ballo anche il sindaco di Roma. Ora chiede maggiore severità, pone condizioni per approvare il pacchetto sicurezza predisposto dal governo.

Ora guarda con preoccupazione allo «sbarco» di romeni in Italia. Ora chiede al presidente del Consiglio, al ministro degli Esteri e a quello dell’Interno di fare la voce grossa nei riguardi di Bucarest. Ora. Perché in un passato non lontano, Gianfranco Fini ben altra attenzione e predisposizione aveva manifestato verso la Romania. Arrivando, come vedremo, ad auspicare la fine delle «perduranti restrizioni dei visti d’ingresso».P

Premessa d’obbligo: bene fa Romano Prodi a non dare il minimo avallo ad una campagna di criminalizzazione di «romeni e Rom» imbastita dall’estrema destra. Ma per correttezza storica va dato a Fini ciò che è di Fini. Ed è stata cura dell’allora ministro degli Esteri accelerare l’ingresso di due Paesi dell’ex blocco sovietico nell’Unione Europea: Bulgaria e, per l’appunto, Romania. Vale la pena riprendere i giornali dell’epoca, e mettere in fila le dichiarazioni dell’allora titolare della Farnesina e del suo entourage che ponevano l’accento sulla necessità dell’Europa di guardare con decisione ad Est lasciando perdere ogni pericolosa velleità di puntare verso Sud, magari pensando di allargare la cristiana Europa all’islamica Turchia. L’allargamento politico dell’Europa dovrebbe essere un obiettivo bipartisan che non andrebbe sacrificato alle polemiche di politica interna o, peggio ancora, dimenticato per cavalcare l’indignazione popolare susseguita al brutale assassinio di Roma. Dovrebbe, per l’appunto. Perché così non è stato. Non lo è stato per Gianfranco Fini.

Quando si aprì la discussione sull’apertura a Bulgaria e Romania, nela Ue si sviluppò un vivace dibattito. Sul tavolo c’erano i dossier che segnalavano la difficile transizione democratica in atto nei Paesi dell’Est. In discussione non era l’approdo finale - l’ingresso di Sofia e Bucarest - quanto la gradualità, in altri e più concreti termini, diverse cancellerie europee posero il problema di introdurre norme transitorie per l’ingresso della Romania nell’Unione. Norme cautelative. Che inerivano fra l’altro, al rispetto dei diritti umani delle minoranze, in particolare della comunità rom. Riprendiamo i giornali dell’epoca, alla ricerca di dichiarazioni e pronunciamenti ufficiali dell’allora ministro degli Esteri al riguardo. Non ne abbiamo trovato traccia. Anzi. Nelle esternazioni di esponenti dell’allora maggioranza di governo che accompagnarono la parte conclusiva della trattativa per l’ingresso della Romania nella Ue, il tratto comune era quello dell’enfasi nel segnalare un passaggio storico che sanciva la definitiva sepoltura del comunismo nel Vecchio continente.

Leggiamo i resoconti del tempo, e ci imbattiamo nelle preoccupazioni sollevate, ad esempio, da Germania e Francia. A questo punto, una opportuna parentesi storica: la Romania ha fatto domanda d’ingresso nell’Unione Europea il 22 giugno 1995. Nel dicembre 1999, al Consiglio europeo di Helsinki, veniva invitata ad avviare i negoziati di adesione, ultimati alla fine del 2004. Occhio alle date: sono gli anni in cui a Palazzo Chigi alberga Silvio Berlusconi e alla Farnesina risiede Gianfranco Fini. Il 25 aprile 2005, a Lussemburgo, la firma del Trattato di adesione di Romania e Bulgaria all’Ue, concludeva la quinta tappa dell’allargamento. Infine, il rapporto della Commissione Ue del settembre 2005 ha raccomandato l’adesione dei due Paesi all’Unione (entrata ufficialmente in vigore l’1 gennaio 2007). A dare il via libera a quell’ingresso, con il consueto surplus di enfasi mediatica, fu Silvio Berlusconi. E con lui, un passo indietro per non oscurarlo, Fini.

Sfogliando i giornali di quei giorni, colpisce un dato comune ai reportage da Bucarest: dall’uomo della strada ai leader politici, l’entusiasmo della Romania si concentrava su un aspetto: ora, dopo l’ingresso nella Ue, i boccaporti dell’immigrazione erano aperti. E sì che nella fase cruciale della trattativa per l’ingresso in Europa, tra le norme transitorie, vi era anche quella di concordare con il governo di Bucarest una regolamentazione dei flussi migratori negli altri Paesi dell’Unione. Abbiamo cercato traccia di una condivisione di questa necessità da parte dell’allora presidente del Consiglio o del ministro degli Esteri: non ne abbiamo trovato traccia. Mentre traccia è rimasta di una esultante dichiarazione del ministro Fini, a conclusione di un suo articolo (è il 30 aprile 2005) sul Corriere della sera: «Se è vero che il futuro dei Balcani è nell’Europa è altrettanto vero che negli stessi Balcani è anche il futuro di questa nostra Europa… A maggior ragione dopo il recente accesso della confinante Ungheria e nella prospettiva dell’adesione della Romania e della Bulgaria a partire dal 2007…». Ma è nel passaggio finale che la memoria del leader di An mostra oggi un clamoroso buco. Eccolo: «Anche per aspetti solo apparentemente secondari ma da alta sensibilità presso la gente comune, come le perduranti restrizioni dei visti d’ingresso, che effettivamente accentuano il senso di frustrazione di popolazioni che vorrebbero sentirsi parte di un’unica famiglia Europea». Altro che norme transitorie… A quei tempi, i bersagli preferiti dagli alleati leghisti, e non solo, del ministro degli Esteri erano altri: gli extracomunitari di colore, gli albanesi, l’islamico e dunque terrorista… Nessun dubbio nei rapporti con Bucarest, come si evince dalla nota della Farnesina del 12 ottobre 2005, che dà conto del cordiale incontro tra «vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Gianfranco Fini e primo ministro romeno Popescu-Tariceanu», il quale ha «espresso il più vivo ringraziamento per il sostegno dell’Italia in tutto l’arco del processo di integrazione europea della Romania…». Non meno enfatico del suo ministro degli Esteri, e come avrebbe potuto esserlo, è Silvio Berlusconi. Un salto indietro nel tempo. Due luglio 2003, discorso del Cavaliere all’Europarlamento per l’insediamento della presidenza italiana: l’Italia, sottolinea Berlusconi, punta decisamente a far entrare nel 2007 Bulgaria e Romania nell’Unione Europea. E, fuori dall’ufficialità, una fonte al seguito del premier chiosò: i Paesi ex comunisti aiutano a far argine ai comunisti di casa nostra… Questo per buttarla in politica, perché c’è poi un’aggiunta di «colore»: le romene sono proprio delle bellezze…Sono passati solo pochi anni da queste edificanti esternazioni. Ma oggi sia Berlusconi che Fini sembrano aver dimenticato. Troppo facile. Troppo comodo.

Pubblicato il: 07.11.07
Modificato il: 07.11.07 alle ore 10.33   
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« Risposta #21 inserito:: Novembre 13, 2007, 09:28:16 am »

«Ehi, Gabbo, ci hanno rubato la partita...»
Umberto De Giovannangeli


No, ora non dite che la colpa è dei “soliti ultras”, di gente dedita solo alla violenza, per la quale la partita è solo un pretesto per sfogare una innata vocazione alla violenza.

Non lo dite, perché non sempre è così.

Di certo non lo era per Gabriele Sandri. Il tifo è una strana “malattia”. O forse, per dirla con il grande Totò, è una «livella» in vita. Perché avvicina per 90 minuti persone le più diverse, unite da una emozione condivisa. Certo, il fenomeno ultras è anche molto altro, e spesso è cosa che nulla ha a che fare con la cronaca sportiva e molto, troppo, con la cronaca nera. Stavolta, però, non è giusto criminalizzare un fenomeno. Perché Gabriele Sandri non lo merita. Spetta alla magistratura ricostruire la dinamica di una tragedia consumatasi in pochi minuti.

Si dirà: tifosi laziali e juventini si sono scontrati...Ma questo non giustifica la morte di un ragazzo di 28 anni.

Si dirà: un colpo di pistola esploso accidentalmente. Sarà stato così. È stato così: un tragico errore, ammette il questore di Arezzo. Ma questo non può portare a condannare chi decide una mattina di prendere la macchina e sobbarcarsi un lungo viaggio in autostrada per seguire la propria squadra. Questa è passione, non è un crimine. È il bello del calcio, non la sua fine. E se essere tifoso non può mai divenire un alibi per giustificare qualsiasi atto di violenza, anche verbale, non può neanche trasformarsi in un'aggravante che a sua volta giustifica ogni atto repressivo.

Chi scrive, condivideva la stessa “fede” calcistica di Gabriele. Da giovane, ho partecipato anche a trasferte organizzate. Ricordo conoscenze trasformatisi in amicizie su un pullman, di abbracci, di lacrime condivise con qualcuno di cui non sai neanche il nome. Gabriele Sandri era uno di questi. Non era parte del “branco”. Non aveva fatto del tifo una professione. Era un tifoso. Come tanti. Come me. Non ho più l’età da trasferta. Ma la foto di Gabriele è per me uno scioccante flash back che mi riporta indietro nel tempo. E al ricordo di un ragazzo, allora aveva forse diciotto anni, che, sciarpa la collo, incontrai in un altro autogrill, destinazione Firenze, dove la Lazio giocava una partita decisiva per la volata scudetto. Lo ritrovai sugli spalti a condividere una giornata sportivamente finita male.

I suoi amici lo chiamavano “Gabbo” e già allora divideva la passione per la Lazio con quella, ancora più forte, per la musica. Potenza di una passione. Che unisce per un’ora e mezza. In quell’arco di tempo l’estraneo diventa compagno di avventura. «Gabbo ci hanno rubato la partita», gli dissi prima di salutarci all'uscita dello stadio, dove avevamo trascorso quattro ore circondanti dalla polizia, prima di poter ritornare ai pullman e alle macchine. Un sorriso, una stretta di mano, un «forza Lazio». Non l’ho più incontrato.

Ora Gabriele, la sua tragica fine, rischiano di essere strumentalizzate da quanti, innalzando “Gabbo” a vittima di una “polizia assassina”, vogliono trasformare gli stadi in campi di battaglia: gli incidenti a Bergamo, Milano, Taranto ne sono solo un'avvisaglia.

Pubblicato il: 12.11.07
Modificato il: 12.11.07 alle ore 9.22   
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« Risposta #22 inserito:: Novembre 18, 2007, 06:44:44 pm »

America e Israele la lobby dello scandalo

Umberto De Giovannangeli


L’uscita del libro è stata accompagnata da un mare di polemiche negli Usa e ha suscitato uno dei dibattiti più accesi degli ultimi decenni. La ragione è già lampante nel titolo: La Israel lobby e la politica estera americana, edito in Italia da Mondadori (pp. 442, euro 18,50). L’Unità ne ha discusso con i due autori: John J. Mearsheimer e Stephen M.Walt.

La prima domanda è d’obbligo: cos’è la Israel lobby e come riesce a condizionare così fortemente la politica estera dell’iper potenza mondiale?

Walt: «La Israel lobby è una coalizione estremamente ampia formata sia da persone che da organizzazioni, che opera apertamente influenzando in modo pregnante con la propria azione certune politiche che il governo americano ha messo in essere e sono ancora in essere pro-Israele. C’è da sottolineare che la Israel lobby non è una lobby ebraica, nonostante spinga per politiche pro-Israele, perché i suoi membri non sono necessariamente di religione ebraica, anzi molti esponenti di diversi gruppi ebraici non ne fanno parte in America. La Israel lobby è formata per una sua buona parte da gruppi cristiani ed evangelici, che sono poi quelli che esercitano più da vicino le pressioni sul governo americano».

Mearsheimer: «Negli Usa ci sono molti gruppi d’interesse che spesso esercitano questo loro potere per influenzare determinate linee politiche che vengono adottate dal governo. È importante rilevare che la Israel lobby ha una profonda influenza sulle politiche governative, in particolare mediorientali, del governo americano; una influenza che si esercita dando forma e contenuto a quello che poi verrà adottato dal governo. La Israel lobby è estremamente potente perché è molto ben organizzata, può contare su fondi notevoli, soprattutto è composta da una serie di individui che sono molto intelligenti e sanno molto bene come muoversi nei vari ambiti del potere politico, e poi la Israel lobby ha sempre mostrato un forte impegno nel far approvare dal governo americano politiche di sostegno a Israele. La Israel lobby è un gruppo d’interesse particolarmente potente perché non ha nessuna opposizione. Contrariamente a quanto molti credono non esistono lobby arabe che siano altrettanto potenti, neanche quella del petrolio».

Una delle tesi più forti che sostanziano il libro è che la Israel lobby danneggerebbe anche le relazioni degli Stati Uniti con i suoi più importanti alleati, accrescendo per tutti i Paesi occidentali i pericoli del terrorismo islamico globale.

Walt: «Da molto tempo a questa parte si è manifestata una differenza significativa fra ciò che è il pensiero europeo e quello statunitense nei confronti delle politiche che vengono messe in essere da Israele contro i palestinesi. C’è una divergenza di punti di vista, nel senso che quasi tutti i leader europei, e tra questi anche Tony Blair, hanno sempre cercato di esercitare delle pressioni sugli americani affinché, per fare un esempio, gli israeliani arrestassero la politica di costruzione degli insediamenti nei territori occupati, permettendo così di dare corpo alla possibilità di realizzare uno Stato palestinese vitale. Nonostante queste pressioni che continuano a giungere dall’Europa, nessun presidente degli Stati Uniti ha veramente messo a punto in modo fattivo una misura che riuscisse a bloccare la politica di colonizzazione israeliana dei Territori, e questo proprio a causa dell’influenza della Israel lobby. Si può anche affermare che questa situazione abbia poi creato delle divergenze, a volte anche molto significative, fra gli europei e gli americani. Tutti i leader europei si rendono perfettamente conto che il tipo di comportamento politico e pratico che Israele ha nei confronti dei palestinesi non fa altro che alimentare le frange terroriste arabe e rafforzare i gruppi radicali palestinesi, come Hamas. E con altrettanta chiarezza, i leader europei si rendono conto che c’è una altissima probabilità che poi gli attacchi terroristici dei gruppi jihadisti siano sofferti in prima persona dall’Europa e solo in seconda battuta dagli Stati Uniti».

Una delle accuse più pesanti che ha accompagnato negli Stati Uniti l’uscita del libro, è stata quella di antisemitismo.

Walt: «Praticamente chiunque si ritrovi nella condizione di accusare Israele per le politiche che Israele mette in essere, negli Usa viene tacciato immediatamente di antisemitismo. L’esempiò più eclatante riguarda l’ex presidente Jimmy Carter che è stato apertamente accusato di antisemitismo, se non addirittura di neonazismo, semplicemente perché si era permesso di criticare, in un libro che ha pubblicato, le azioni del governo israeliano nei confronti dei palestinesi. Questa è una tattica che viene comunemente usata proprio per mettere sotto accusa chiunque si permetta di criticare le politiche israeliane. Noi siamo stati molto attenti nel nostro libro a non dare adito a nessuna accusa di antisemitismo. Siamo stati critici nei confronti di determinate politiche che Israele ha messo in atto, ma certamente il nostro libro può essere tutto tranne che un libro antisemita. Anzi: noi abbiamo detto molto apertamente che sosteniamo il diritto di esistenza di Israele e abbiamo anche chiarito che la Israel lobby ha un suo status di normalità e quindi di legalità nell’ambito del sistema americano, e soprattutto che le azioni che la Israel lobby porta avanti sono tutte riconducibili nell’ambito del sistema democratico, e dunque non c’è nulla di illegale che la Israel lobby faccia. Tuttavia, solo per il fatto che ci siamo permessi di criticare alcune azioni condotte dal governo israeliano, siamo stati oggetto di accuse di antisemitismo e qualcuno ha anche tentato di dipingerci sia come degli estremisti che come dei bigotti».

In che modo la Israel lobby potrà influenzare la scelta del nuovo presidente Usa? C’è chi sostiene, trascinando l’attuale amministrazione Bush in una nuova guerra: quella contro l’Iran.

Walt: «È assolutamente chiaro che indipendentemente dal candidato, democratico o repubblicano, che vincerà le elezioni,colui o colei che diverrà il nuovo Presidente, sarà assolutamente conscio dell’influenza che la Israel lobby ha esercitato sulle elezioni, ponendo così una seria ipoteca sulla politica che il nuovo inquilino della Casa Bianca metterà in atto. Lo si vede benissimo già oggi: tutti i candidati dei due partiti hanno già fatto passi notevoli per dimostrare comunque il loro supporto a Israele, prima ancora delle elezioni. Questo può ragionevolmente portare chiunque a dire che la politica americana non cambierà in modo significativo, indipendentemente dal vincitore delle presidenziali. Ritengo che ciò sia un peccato perché, a mio avviso, se si normalizzassero di più le relazioni tra Usa e Israele, se cioè si fosse più onesti nell’ammettere quelli che sono i pro e contro, e quindi anche gli errori che sono stati compiuti da Israele; se Israele accettasse di più le critiche che a volte, giustamente, le vengono mosse, si creerebbe una situazione decisamente migliore per quanto riguarda i rapporti internazionali. E poi io trovo che, se davvero uno Stato è amico di un altro Stato, come succede fra due amici, il dovere di un amico è quello di avvertire l’altro quando fa degli errori».

Mearsheimer: «Per quanto riguarda l’Iran, non c’è dubbio che sia Israele che la Israel lobby sono le forze principali che stanno esercitando pressioni notevoli affinché gli Stati Uniti sferrino l’attacco contro l’Iran. Credo però che la cosa sia decisamente improbabile, nel senso che resto convinto che nel futuro prossimo gli Usa non attaccheranno l’Iran. Con questo non voglio dire che non sia possibile, ma penso che sia improbabile. Per una serie di ragioni: l’America si trova già oggi di fronte a una serie di grossi problemi nel Medio Oriente, e non ha certamente bisogno di scatenare un’altra guerra che andrebbbe a complicare ancora di più la situazione. E poi se gli Stati Uniti dovessero sferrare l’attacco, Teheran per rappresaglia immediatamente agirrebbero su Paesi come l’Afghanistan e l’Iraq, dove già gli Usa sono impantanati e non riescono a delineare una onorevole via di uscita. A tutto ciò va aggiunto che comunque sferrare una guerra contro l’Iran non risolverebbe i problemi perché Teheran si sentirebbe incentivata a sviluppare, occultandola, la costruzione di armamenti nucleari. Va poi tenuto conto che negli Usa i neocons hanno ormai perso molta credibilità, come pure i leader della Israel lobby, perché in passato sono stati veementi sostenitori della guerra contro l’Iraq che si è rivelata essere un disastro strategico e un fallimento totale. Per tutti questi motivi, ritengo improbabile, anche se non impossibile, che il presidente Bush nel corso degli ultimi mesi del suo mandato possa davvero sferrare, peraltro contro le indicazioni dei vertici militari Usa, una guerra all’Iran».


Pubblicato il: 18.11.07
Modificato il: 18.11.07 alle ore 15.23   
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« Risposta #23 inserito:: Novembre 23, 2007, 06:47:06 pm »

Annapolis, ecco le carte segrete di un «grande disaccordo»

Umberto De Giovannangeli


La carta intestata è quella di un grande albergo nel cuore della Gerusalemme ebraica - il King David Hotel - dove si è svolta la riunione. La data è il 17 novembre. Cinque pagine. Un documento eccezionale, perché dà conto dello stato della trattativa tra israeliani e palestinesi per la definizione di un Documento (o Dichiarazione) congiunto da portare al tavolo della Conferenza di Annapolis. Cinque pagine con note scritte a mano dove «I» sta per Israele e «P» per l’Anp. l’Unità ne ha avuto copia attraverso fonti legate alla delegazione palestinese, le stesse che hanno fornito la bozza al quotidiano progressista israeliano Haaretz. Quello che definisce un Documento congiunto (ma per «I» è una meno impegnativa Dichiarazione) si apre con un’affermazione di principio condivisa da ambedue le parti.

«La nostra determinazione è a porre fine al bagno di sangue, alla sofferenza e a decenni di conflitto tra i nostri popoli, e di prefigurare una nuova era di pace fondata sulla sicurezza, la giustizia, la dignità, il rispetto e il riconoscimento reciproci, e di diffondere una cultura di pace e la non violenza». Il documento è stato redatto da Shalom Trjeman e Tel Becker per Israele , e Saeb Erekat e Zeinah Salahi per i palestinesi.

Il documento inizia con un preambolo in cui sono indicati gli obiettivi e contiene una sezione sui negoziati, una sulla tabella di marcia, un’altra sul ruolo della Comunità internazionale e dei Paesi della regione. Un punto sostanziale di controversia (ancora sul tavolo) segnalata dalla nota a margine della bozza, riguarda la questione del calendario per la conclusione dei negoziati bilaterali. P scrive che le due parti «concordano in buona fede di avviare negoziati al fine di concludere un accordo entro gli 8 mesi successivi alla convocazione della riunione di Annapolis, comunque entro e non oltre il termine della presidenza Bush» (gennaio 2009).

La sottolineatura di «I» (come appare nella bozza del 17 novembre) recita: «Nessun accordo per il calendario...». Sulle linee guida della trattativa, «P» scrive che i negoziati saranno «basati sui termini di riferimento concordati e dei principi, compresa la Road Map, che ha chiesto la fine dell’occupazione israeliana, che ha avuto inizio nel 1967, del piano di pace arabo del 2002, e del diritto internazionale, al fine di realizzare uno Stato sovrano indipendente di Palestina, che viva fianco a fianco in pace e in sicurezza con lo Stato d’Israele». Più sfumata è la posizione di «I» secondo cui «i negoziati saranno guidati dai termini concordati di riferimento per il processo di pace», senza entrare nel merito; cosa che invece fa «P» includendo tra i termini di riferimento per i negoziati, anche la risoluzione 194 delle Nazioni Unite sul diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. «I» non accetta questi termini di riferimento e a sua volta «prende atto» delle «richieste» del Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia) che hanno portato al boicottaggio di Hamas, e che comprendono il riconoscimento (palestinese) di Israele e una condanna del terrorismo, e, per quanto concerne riferimenti ai precedenti negoziati e/o documenti, «I» fa riferimento alle risoluzioni dell’Onu 242 e 338, alla Road Map, alla visione del presidente Bush su due Stati, Israele e Palestina (riferimenti peraltro condivisi da «P». «P» si oppone ad una formula inserita da I nel preambolo, con la quale si sancisce che Israele «è la patria del popolo ebraico e la Palestina è la patria del popolo palestinese». «P» si oppone anche alla menzione della parola «terrorismo» inserita nella frase in cui le parti si impegnano a «far cessare l’incitamento (alla violenza), l’estremismo, il terrorismo e la violenza». «P» si dice contrario che nel Documento-Dichiarazione sia inserita la frase «garantire il rilascio (del soldato israeliano rapito diciassette mesi fa ai confini con Gaza) Gilad Shalit». «P» afferma inoltre che il Documento-Dichirazione, una volta firmata, sarà vincolante e che nessuna delle parti compirà passi tali da alterare lo status della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, e della Striscia di Gaza.

Vi è poi la sezione «controllo» dell’attuazione delle intese raggiunte fra le parti. «I» si dice contrario alla «immediata e parallela» attivazione della tabella di marcia e alla creazione di una commissione israelo-palestino-statunitense per il controllo dell’attuazione delle intese. Opposizione anche a indicare negli Usa il super visore chiamato a «monitorare e valutare» i comportamenti delle due parti nell’adempimento degli obblighi definiti nel Documento (Dichiazione) congiunto. In questa sezione c’è un punto interamente palestinese. «P» propone l’immediata istituzione di commissioni di negoziazione chiamate a tradurre in intese le indicazioni emerse ad Annapolis e a predisporre incontri internazionali, ogni tre mesi, per la verifica dei progressi (o degli intoppi).

Nel paragrafo conclusivo «P» propone che tutti i prigionieri palestinesi detenuti (in Israele) debbano essere rilasciati alla firma del trattato di pace, e fa riferimento al miglioramento della vita quotidiana e al benessere del popolo palestinese. Su questo punto «I» adotta una formula più vaga. Questa: «Israele farà ogni sforzo per migliorare la vita quotidiana e in anticipo il benessere della popolazione palestinese in attesa della piena attuazione del trattato (di pace)». «P» esplicita invece questi «sforzi»: rimuovere i ceck-point, la fine delle restrizioni nei movimenti (di persone e merci), lo smantellamento della barriera di separazione in Cisgiordania. Nel paragrafo conclusivo , appare un commento israeliano, «Nota per la questione in sospeso...Come affrontare la situazione a Gaza nel documento?». «P» non fa alcun riferimento alla situazione nella Striscia di Gaza e non chiede che nel Documento congiunto via sia inserita la richiesta dell’apertura dei valichi di frontiera tra Gaza e Israele, così come non fa menzione dei pronunciamenti della Corte internazionale di giustizia in merito alla barriera di sicurezza in Cisgiordania.

Mentre la discussione tra «I» e «P» prosegue, Un cauto ottimismo arriva da Sharm el Sheikh, sulle sponde del Mar Rosso egiziano, dove il presidente Hosni Mubarak ha incontrato il re di Giordania Abdallah II e il presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen), in vista della conferenza di Annapolis. La riunione, nel Maryland non distante da Washington, «potrebbe rispondere alle ambizioni dei palestinesi e del popolo arabo e di tutti coloro che sono interessati alla questione palestinese e al processo di pace», rileva il portavoce del presidente egiziano Soleiman Awad. Oggi, vertice d’emergenza dei ministri degli Esteri della Lega Araba. Una fonte diplomatica araba al Cairo ha detto che molti Paesi vogliono partecipare. La questione è trovare una ragione minima per esserci. E l’«ottimismo» di ieri - Egitto e Giordania sono gli unici Paesi arabi ad avere rapporti con Israele - sembra alimentarsi con poco: la lettera d’invito «fa riferimenti alla pace, in particolare all’iniziativa araba sul principio di terra in cambio di pace», ha detto Awad.

Pubblicato il: 23.11.07
Modificato il: 23.11.07 alle ore 13.05   
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« Risposta #24 inserito:: Novembre 26, 2007, 06:56:18 pm »

Annapolis, la Siria dice sì al vertice voluto da Bush

Umberto De Giovannangeli


Il sì di Damasco. Le preghiere del Papa. Annapolis si arricchisce di presenze e di auspici. Alla fine la Siria sarà presente alla conferenza sul Medio Oriente voluta dall’amministrazione Bush che inizierà domani ad Annapolis, nel Maryland. Ma al contrario degli altri Paesi arabi che parteciperanno, sarà rappresentata da un sottosegretario, e non dal ministro degli Esteri. Un portavoce citato dall’agenzia ufficiale Sana ha annunciato che Damasco «ha ricevuto un invito dal governo degli Stati Uniti per partecipare alla conferenza di Annapolis per la pace e ha deciso di accettare, dopo che nell’agenda dei lavori è stata inserita la questione siriana», vale a dire la questione delle alture del Golan occupate da Israele. La stessa fonte ha precisato che Damasco sarà «rappresentata da delegazione ufficiale guidata dal vice ministro degli Esteri Faisal al Mekdad», ex ambasciatore siriano alle Nazioni Unite. Appena l’altro ieri, a soli tre giorni dall’appuntamento, il ministro degli Esteri Walid al-Muallim aveva affermato che Damasco avrebbe deciso «se partecipare ad Annapolis solo dopo avere avuto conferma ufficiale che la questione del Golan è inserita nel programma della conferenza». Le Alture furono occupate da Israele nel 1967 e annesse poi allo Stato ebraico nel 1981. Poco dopo l’annuncio ufficiale della Sana, arriva prontamente la reazione di Gerusalemme: «Israele accoglie positivamente la partecipazione della Siria ad alto livello alla riunione di Annapolis», dichiara Miri Eisin, portavoce del primo ministro Ehud Olmert. Ma oltre ad attirare l’attenzione sulla questione del Golan, la Siria considera la sua presenza ad Annapolis come una rara opportunità di ritrovare un ruolo di primo piano nella politica regionale, dopo l’isolamento internazionale a cui è stata sottoposta in seguito all’assassinio, il 14 febbraio 2005, dell’ex premier libanese Rafik Hariri, per il quale in molti, compresa una commissione d’inchiesta dell’Onu, hanno puntato il dito accusatore contro alti ufficiali della sicurezza libanesi. E anche la stessa crisi libanese, nella quale l’ombra di Damasco è sempre presente, sembra essere in attesa degli sviluppi ad Annapolis, considerato che due giorni fa presidente del Parlamento, lo sciita filosiriano Nabih Berri, ha rimandato al 30 novembre - tre giorni dopo la conferenza sul Medio Oriente - la seduta parlamentare per l’elezione del nuovo capo di Stato. E ad Annapolis guarda con speranza anche la Santa Sede. La Conferenza è un’occasione cruciale sulla via di una soluzione «giusta e definitiva per il conflitto che da sessant’anni insanguina la Terra Santa»: così all’Angelus Benedetto XVI che ha invocato «la pace per quella regione a noi tanto cara». Anche la Santa Sede parteciperà con una sua delegazione all’incontro nel Maryland.

Pubblicato il: 26.11.07
Modificato il: 26.11.07 alle ore 8.19   
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« Risposta #25 inserito:: Novembre 27, 2007, 06:00:35 pm »

Hanna Siniora: «Un’opportunità storica: Israele e Anp non devono sprecarla»

Umberto De Giovannangeli


«Il segnale più importante è che gli Stati Uniti hanno puntato decisamente a fare della pace tra israeliani e palestinesi la leva per una svolta in Medio Oriente». A sostenerlo è Hanna Siniora, direttore del «Jerusalem Times», uno dei più autorevoli intellettuali palestinesi.

Alla vigilia della Conferenza di Annapolis le delegazioni di Israele e Anp sono vicine ad una intesa su una Dichiarazione congiunta.
«Non ho ancora avuto modo di prendere visione di questo documento. Ma il fatto stesso che, sia pure in extremis, sia stata raggiunta una intesa è di per sé un fatto politicamente significativo. Naturalmente la strada per giungere ad un accordo definitivo è ancora lunga e piena di ostacoli, ma Annapolis può davvero essere l’inizio di una svolta decisiva e non solo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese».

Hamas ha già messo le mani avanti sostenendo che tutto ciò che uscirà da Annapolis sarà solo carta straccia.
«Questa sparata è segno di debolezza. I capi di Hamas hanno compreso perfettamente che una accelerazione nel negoziato rappresenta l’inizio della fine politica di Hamas. Ed è per questo che temo provocazioni sul campo. I nemici della pace non assisteranno passivamente al rilancio del dialogo».

Qual è un aspetto da sottolineare della Conferenza di Annapolis?
«Indubbiamente la presenza araba. Non è solo un discorso quantitativo ma qualitativo. Perché per la prima volta la stragrande maggioranza dei Paesi arabi si riconosce, sia pure con sottolineature diverse, in un piano di pace, quello saudita, che arricchisce il confronto e pone Israele di fronte ad una opportunità storica...»

Di quale opportunità si tratta?
«Quella di legare strettamente la pace con i palestinesi alla normalizzazione dei rapporti con buona parte del mondo arabo. Non è più “pace in cambio dei Territori (occupati nel 1967), ma la pace come volano di una normalizzazione dei rapporti tra Israele e i vicini arabi. Una pace che sia altro e di più dall’assenza di guerra. Si tratta di cogliere questa opportunità forse irripetibile, sapendo bene che se dovesse essere bruciata, l’alternativa non sarebbe il mantenimento dell’attuale status quo ma la deflagrazione di un conflitto che investirebbe l’intera regione».

E nel merito, qual è a suo avviso il punto di svolta di Annapolis?
«Direi la determinazione nell’affrontare tutti i nodi strategici del conflitto israelo-palestinese. Sta qui la svolta rispetto ad Oslo-Washington del 1993. Allora si decise di rinviare ad un futuro indeterminato la discussione sulle questioni davvero dirimenti - i confini, Gerusalemme, rifugiati palestinesi, risorse idriche - sperando che il tempo lavorasse per la pace. La realtà dimostrò l’esatto contrario. Quella del rinvio non si è rivelata una buona politica».

Ma Olmert e Abu Mazen hanno la forza, l’autorità, per imporre ai due popoli i sacrifici inevitabili per il raggiungimento della pace?
«Molto dipenderà dalla determinazione con cui la Comunità internazionale sosterrà il dopo-Annapolis. Ma altrettanto importante sarà l’impegno delle forze che nei due campi si sono sempre battute per un equo compromesso, a costruire momenti di mobilitazione. La pace nasce anche dal basso».

Lei in passato è stato tacciato di essere un «sognatore» perché aveva sposato le ragioni del dialogo.
«Sognatore? Direi piuttosto realista. Perché i veri “sognatori” sono quelli mossi da una insana bramosia di possesso assoluto, i teorici del Grande Israele e della Grande Palestina. Sognatori di sventure».

A cosa lega la parola pace?
«Ai concetti di giustizia e, soprattutto, di democrazia. Perché lo Stato palestinese per cui mi sono sempre battuto è ben altra cosa da uno Stato teocratico o autoritario. Penso ad uno Stato di diritto, garante del pluralismo politico e delle libertà individuali e collettive. Questa è la sfida che ci attende nel futuro: coniugare indipendenza e democrazia. Ciò comporta un profondo cambiamento nella classe dirigente palestinese; un rinnovamento di mentalità e di personale politico».

Pubblicato il: 27.11.07
Modificato il: 27.11.07 alle ore 8.19   
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« Risposta #26 inserito:: Novembre 28, 2007, 05:27:53 pm »

La sfida di Annapolis

Umberto De Giovannangeli


Non è stata una «photo opportunity». Ma un Nuovo Inizio. Importante. Impegnativo. La pace in Medio Oriente riparte da Annapolis. Non era scontato. Non era scontata la partecipazione di tanti Paesi arabi di primo piano - come Arabia Saudita e Siria - che non si erano mai seduti in una riunione che discuteva di pace assieme a Israele. Sono parole, certamente. Ma quelle riecheggiate nel lontano Maryland sono state parole di speranza, merce rara in un Medio Oriente abituato a ben altro, e più terribile, linguaggio.

È quello della violenza, del terrore, delle disastrose guerre preventive. Dopo sette anni, il processo di pace si rimette in movimento. Non sarà un cammino facile, in discesa. Come spesso è accaduto nel tormentato scenario mediorientale, quando il dialogo si rafforza, quando l’accordo si fa più concreto, i nemici della pace, e i loro munifici protettori, tornano in azione, seminando morte e terrore. È bene ricordarlo, oggi che il vento della speranza torna a spirare. I negoziati bilaterali che da Annapolis prendono le mosse dovranno affrontare questioni cruciali, dirimenti, di non facile soluzione: Gerusalemme, i profughi, le frontiere, gli insediamenti, la sicurezza e l'acqua. Non sarà facile. Tuttavia ad Annapolis si sono gettate le basi per un compromesso possibile, rispettoso dei diritti, ugualmente fondati: il diritto alla sicurezza di Israele, il diritto ad uno Stato indipendente per i palestinesi. «Israeliani e palestinesi hanno leader determinati a raggiungere la pace», riconosce George W.Bush. È vero. È così. Ma è altrettanto vero che da soli, Ehud Olmert e Abu Mazen, non possono farcela.

Per questo la «sfida di Annapolis» riguarda tutti noi. Riguarda la diplomazia degli Stati come quella dei popoli. E impegna l’Europa che sul fronte israelo-palestinese è chiamata ad esercitare lo stesso protagonismo manifestato, sul campo, in Libano. E il primo impegno è quello di migliorare le condizioni di vita della popolazione palestinese, nella Striscia di Gaza: tante volte si è parlato in passato di un «Piano Marshall» per la ricostruzione nei Territori. È tempo di realizzarlo. La sfida della pace lanciata da Annapolis è un impegno che deve riguardare tutta la Comunità internazionale; ed è un impegno che non ammette «diserzioni». In Medio Oriente, recita un vecchio assunto, non si è persa occasione per perdere l’Occasione della pace. Stavolta l’Occasione è irripetibile. Perché l’alternativa ad una pace giusta, tra pari, non è il mantenimento dell’attuale status quo ma un nuovo, devastante conflitto che investirebbe l’intera regione. Olmert e Abu Mazen ne sono consapevoli, e anche per questo hanno investito sul dialogo.

Annapolis non è la Soluzione. Non poteva né doveva esserlo. Ma Annapolis ha fatto i conti con i fallimenti passati. E ha abbozzato dei correttivi. Su due punti sostanziali: tempo e sbocco finale del negoziato. Tempo significa che occorre indicare, da subito, il «quando» concludere il processo negoziale: entro la fine del 2008, si sono impegnati Olmert e Abu Mazen. È la prima volta che ciò accade. Così per lo sbocco finale: esplicitato sin dall’inizio del negoziato. Lo sbocco è quello di due popoli, due Stati. La gradualità è nell’attuazione delle intese non nella determinazione finale. Ad Annapolis si è parlato il linguaggio della verità. E la verità, per Israele, che non esiste una pace a costo zero. La verità, per i palestinesi, è che la rivendicazione di diritti, come quello al ritorno dei rifugiati, non può essere usato per scardinare l’identità ebraica dello Stato d’Israele. La pace è un incontro a metà strada. È un insopprimibile bisogno di normalità che ha la meglio sui disegni del Grande Israele o della Grande Palestina. Ma la pace evocata ad Annapolis è anche molto di più di un’assenza di guerra. È il volano per cambiare il volto del Medio Oriente, per rompere barriere fisiche e mentali, per abbattere i «muri» del pregiudizio e dell’ostilità.

La sfida di Annapolis vede in prima fila l’America. E il suo presidente. George W.Bush ha svolto un discorso coraggioso, si è assunto impegni gravosi, ha ricordato all’alleato israeliano che la nascita di uno Stato palestinese rafforza la sicurezza stessa dello Stato ebraico. Di ciò gli va dato atto. Forse vuol lasciare di sé il ricordo di un presidente che ha «conquistato» la pace e non del leader che ha trascinato il suo Paese nel «nuovo Vietnam» mediorientale: l’Iraq. Se anche fosse così, mai ambizione personale sarebbe più fruttuosa. Per il futuro di due popoli. Per la pace dei coraggiosi.

Pubblicato il: 28.11.07
Modificato il: 28.11.07 alle ore 13.19   
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« Risposta #27 inserito:: Novembre 30, 2007, 12:01:11 am »

Abu Ala: «Solo i fatti diranno se è stata davvero la Conferenza della svolta»

Umberto De Giovannangeli


La sua voce tradisce la fatica di chi ha trascorso ore ed ore a limare la Dichiarazione congiunta letta da Bush all’apertura della Conferenza di Annapolis, raggiungendo all’ultimo minuto - «non è una metafora, il presidente Bush ha ricevuto il testo mentre stava per prendere la parola»- il risultato sperato. Dopo ripetuti tentativi, riusciamo a raggiungere telefonicamente a Washington l’ex premier palestinese Ahmed Qrei (Abu Ala), capo della delegazione palestinese che ha trattato con la controparte israeliana, guidata dalla ministra degli Esteri Tzipi Livni, il documento congiunto che sarà alla base dei negoziati di pace lanciati da Annapolis. Abu Ala non nasconde la sua soddisfazione ma avverte: «Ora viene il difficile, perché dovremo dimostrare con i fatti di essere all’altezza delle aspettative suscitate dalla Conferenza di Annapolis». Di una cosa, l’ex premier palestinese si dice certo: «Quella che abbiamo davanti a noi è una opportunità irripetibile».

Lei è stato uno degli artefici della Conferenza di Annapolis, come lo fu delle trattative che portarono agli accordi di Oslo-Washington (1993). Si può parlare di Annapolis come della Conferenza della svolta?
«Diciamo che ne è la premessa. Ma saranno le prossime settimane a dire se siamo davvero di fronte a una svolta. Mi auguro che sia cosi, tutto dipende dalla capacità di dare un seguito concreto alle impegnative affermazioni che hanno caratterizzato la Conferenza».

Come dovrebbe sostanziarsi questo «seguito»?
«Con misure concrete che sostanzino i negoziati. In questo modo daremo una dimostrazione tangibile che sia noi che gli israeliani siamo impegnati in un cammino irreversibile verso la pace».

Dal punto di vista palestinese, quali sono le aperture di cui si dovrebbe far carico Israele?
«Sono quelle che il presidente Abbas ha indicato chiaramente nel suo discorso alla Conferenza e negli incontri bilaterali che abbiamo avuto con il presidente Bush e la segretaria di Stato Rice, trovando in loro ascolto e sostegno: Israele deve porre fine alla colonizzazione della Cisgiordania, riaprire le istituzioni palestinesi che aveva chiuso di imperio a Gerusalemme Est, smantellare gli avamposti illegali, rimuovere i check-point e liberare i prigionieri palestinesi. Sono misure che rafforzerebbero il dialogo senza per questo mettere a repentaglio la sicurezza di Israele».

Qual è il punto chiave della Dichiarazione congiunta, quello per il quale lei si è più battuto?
«L’aver chiarito che il negoziato riguarda tutte le questioni cruciali, nessuna esclusa. Quello in cui ci siamo impegnati è un negoziato globale e approfondito su tutti i nodi che investono lo status finale, e ciò vuol dire Gerusalemme, i rifugiati, le frontiere, gli insediamenti, la sicurezza e le risorse idriche».

Una delle questioni più spinose riguarda Gerusalemme.
«Discutere su una sovranità condivisa di Gerusalemme non è più un tabù e di ciò ne diamo atto a Olmert. Gerusalemme può essere capitale di due Stati, città del dialogo, patrimonio dell’umanità. Di certo, è impensabile un accordo di pace che non contempli Gerusalemme Est come capitale dello Stato di Palestina».

Hamas ha bollato Abu Mazen di tradimento e ha sconfessato tutto ciò che è emerso da Annapolis.
«Non prendiamo lezioni dai golpisti. D’altro canto, i proclami di Hamas non mi meravigliano né mi intimidiscono. Al contrario, rafforzano la nostra determinazione nel perseguire la strada del negoziato. E ciò dovrebbe valere anche per Israele e per la Comunità internazionale. Perché ponendo fine all’occupazione, verrebbe meno uno dei principali pretesti utilizzati per giustificare il terrorismo in Medio Oriente e nel mondo. L’assenza di speranza alimenta l’estremismo».

Il passato è pieno di speranze puntualmente disattese.
«Lo so bene come non sottovaluto lo scetticismo che ha accompagnato la convocazione della Conferenza. È uno stato d’animo comprensibile e giustificato da precedenti fallimenti. Spetta a noi vincere il disincanto e dimostrare, con i fatti, che il cambiamento è già in atto e che la ricerca di un accordo non sacrifica i diritti dei palestinesi. Su questo il presidente abbas è stato chiarissimo».

il fattore-tempo è stato uno dei nodi più intricati da sciogliere per la definizione della Dichiarazione congiunta. Si ritiene soddisfatto della formula raggiunta?
«Diciamo che è un compromesso ragionevole. Da parte nostra avremmo voluto che nella Dichiarazione vi fosse una data vincolante. Resta il fatto che per la prima volta si fa riferimento, sia pure come impegno e non come vincolo, ad una "dead line" temporale per la chiusura del negoziato sullo status finale: entro il 2008. Sta a noi realizzare questo impegno».

Il 12 dicembre ci sarà la prima riunione post-Annapolis. Lei sarà alla guida della delegazione palestinese. Quali saranno i suoi punti di riferimenti per avviare le trattative?
«Non c’è da niente da inventarsi. Le basi non possono che essere le risoluzioni Onu, il piano di pace arabo, le indicazioni ribadite da Bush nel suo discorso di Annapolis. Va da sé che ogni discussione dovrà includere Gerusalemme e Gaza».

Tra le risoluzioni Onu a cui fa riferimento c’è anche la 194, quella che riguarda il diritto al ritorno dei profughi palestinesi?
«Certo che sì. Il negoziato dovrà sostanziare il riconoscimento di questo diritto. Esistono varie possibilità, siamo pronti a discuterne senza pregiudiziali, ma non ci si può chiedere di dire a milioni di palestinesi: voi non c’entrate con questa pace, anzi, siete stati "merce" di scambio».

Che valore ha avuto la presenza alla Conferenza di Annapolis dei sauditi?
«Il valore di un impegno alla pace, una pace equa, che accomuna la quasi totalità dei Paesi arabi. Lei fa riferimento alla presenza saudita, ma non è da meno quella della Siria, oltre che quella di Paesi, come l’Egitto e la Giordania, in prima linea da tempo nel processo di pace. Ad Annapolis i Paesi della Lega araba non sono arrivati in ordine sparso ma con una linea condivisa. Si tratta di un fatto di straordinaria rilevanza politica che rende più forte la posizione palestinese al tavolo della trattativa e al tempo stesso offre a Israele un’opportunità irripetibile: normalizzare le relazioni con la stragrande maggioranza dei Paesi arabi. Visti in questa ottica, i “dolorosi sacrifici” evocati dal primo ministro Olmert - la rinuncia ai territori occupati nel 1967 - non sono poi così dolorosi, perché la posta in gioco è una pace globale per un nuovo Medio Oriente».
ha collaborato Osama Hamdan

Pubblicato il: 29.11.07
Modificato il: 29.11.07 alle ore 8.37   
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« Risposta #28 inserito:: Dicembre 02, 2007, 07:05:43 pm »

La brutta politica di Sua Santità
Umberto De Giovannangeli


È «relativismo morale» impegnarsi per salvare la vita di migliaia di donne e bambini segnati dal virus dell’Aids nella martoriata Africa? È «negare la possibilità di un agire etico fondato sul riconoscimento della legge morale naturale», impegnarsi perché le Nazioni Unite approvino finalmente una risoluzione per la moratoria universale della pena di morte? Tra i «frutti amari della logica relativistica» vanno annoverati anche gli sforzi per la ricostruzione, non solo materiale, di Paesi disastrati da guerre e pulizie etniche?

Tanto per ricordare una tragedia dimenticata, basterà citare il caso del Ruanda. Ed ancora: lavorare per alleviare le sofferenze della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza, praticare una solidarietà concreta per la gente del Kosovo, tutto ciò rientra nel «disprezzo del diritto umanitario» e nella discriminatoria «difesa selettiva dei diritti umani»? C’è molta politica, e poca pietas, nelle considerazioni che Papa Benedetto XVI ha espresso ieri incontrando in Vaticano le Ong cattoliche più importanti e influenti del mondo. C’è molta politica e, spiace rilevarlo, di quella partigiana e dunque, annoverabile nella «brutta politica». Brutta perché faziosa.

Brutta perché ingenerosa. Brutta perché la battaglia della Chiesa cattolica contro l’aborto non dovrebbe spingersi fino al punto di tirare in ballo l’operato dell’Onu, genericamente inteso, e di non meglio precisati organismi internazionali. Le Nazioni Unite non sono solo il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea generale. Le Nazioni Unite sono anche le tante agenzie umanitarie impegnate ogni giorno nelle aree più «calde» e disastrate del pianeta. Benedetto XVI avrebbe fatto bene a ricordarlo: la sua non è stata una dimenticanza di poco conto. Se non suona blasfemo, diremmo che il pontefice stavolta ha peccato di «ingenerosità».

Papa Ratzinger sprona a battersi affinché i principi etici non siano «negoziabili», né a Palazzo di Vetro di New York né altrove. Bene. Giusto. Ma coerenza avrebbe voluto che tra i principi etici non «negoziabili» vi fosse anche il «no» allo Stato che si fa giustiziere attraverso la pratica della pena di morte. Nella Terza commissione delle Nazioni Unite che nelle scorse settimane ha approvato la risoluzione per la moratoria della pena capitale, la Santa Sede (che all’Onu ha il rango di osservatore) ha guardato con favore ad un capzioso tentativo del fronte anti-moratoria di inserire la questione del diritto dell’embrione all’interno di una discussione che riguardava il «no» ai boia di Stato. Le ragioni dell’etica dovrebbero spingere a chiedere più risorse per le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite; le ragioni di una «bella politica» imporrebbero il sostegno a quanti, in nome di una visione multilaterale del governo dei conflitti, chiedono una maggiore centralità, e dunque più strumenti e poteri, per l’Onu.

Ha ragione, Papa Ratzinger, a denunciare il «disprezzo per il diritto umanitario» che segna fortemente i nostri tempi. Ma quel disprezzo - ricorderebbero gli operatori Onu che ogni giorno interagiscono con una umanità sofferente - - ha poco a che vedere con «certi stili egoistici di vita» e molto con quelle logiche di potenza, che hanno, ad esempio, segnato negativamente le presidenze del religiosissimo George W.Bush, e fatto prevalere gli interessi del più forte su quelle dei più deboli. Di queste logiche deteriori, l’Onu è stato più vittima che propugnatore.

Pubblicato il: 02.12.07
Modificato il: 02.12.07 alle ore 14.44   
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« Risposta #29 inserito:: Dicembre 16, 2007, 04:44:17 pm »

Aoun: «Intesa sul presidente solo con un governo di unità»

Intervista al generale cristiano Aoun: favorevoli a Suleiman ma il premier Siniora non può agire contro metà del Paese»

Umberto De Giovannangeli


Per i suoi nemici è un uomo assetato di potere. Per i suoi sostenitori è un mito inossidabile. I suoi più stretti collaboratori lo definiscono il Charles de Gaulle del Libano. I suoi detrattori lo chiamano «Napolaoun». Per tutti, è uno degli uomini da cui dipende il futuro del Libano. Ed è a lui che le forze di opposizione hanno affidato la «missione impossibile» di trovare in extremis un accordo con la coalizione di maggioranza. La parola al generale Michel Aoun, la cui storia personale s’intreccia indissolubilmente con quella del Paese dei Cedri. Ex premier, ex capo delle forze armate nei terribili anni della guerra civile, sconfitto nel 1990 dalle forze armate di Damasco, Aoun fu costretto all’esilio, che durerà 15 anni. Nel 2005 fa ritorno in Libano e alle legislative di quell’anno alla guida del Libero movimento patriottico ottiene il 70% del voto cristiano. Alleato degli sciiti di Hezbollah e di Amal, a 72 anni, Michel Aoun è ancora sulla breccia: «Sarei stato - dice - un ottimo presidente. Nessuno tra i candidati cristiani (per il sistema politico-istituzionale del Libano il capo dello Stato deve essere un cristiano maronita, ndr.) si avvicina lontanamente al consenso che ho io, ma in nome dell’unità nazionale ho detto di essere pronto a fare un passo indietro e a sostenere la candidatura del generale Suleiman, ma a precise condizioni…», che il generale Aoun ribadisce in questa intervista a l’Unità.

Generale Aoun, domani il Parlamento libanese dovrebbe provare a riunirsi per eleggere il nuovo capo dello Stato. Le precedenti sette chiamate sono andate a vuoto. Stavolta?

«Ho ribadito a più riprese che prima dell’accordo sul nome ci deve essere un accordo sul programma. Siamo disposti a sostenere la candidatura di Michel Suleiman ma all’interno di un accordo complessivo che riguardi anche il nuovo governo. Ciò che chiediamo è la costituzione di un governo di riconciliazione nazionale formato sulla base della rappresentatività parlamentare…»

Vale a dire?

«Il 55% alla maggioranza, il 45% all’opposizione, il che significa che su 30 ministri, 17 andrebbero alla maggioranza, 13 all’opposizione. E’ una richiesta ragionevole, che ha come interesse superiore il bene del Paese…».

Le forze della coalizione del "14 marzo" non sono di questo avviso e ribattono che la sua è una richiesta strumentale, che tende a procrastinare il vuoto istituzionale alla Presidenza del Libano.

«Di strumentale c’è il loro atteggiamento di chiusura, il comportarsi come una cleptocrazia… La verità è sotto gli occhi di tutti: il governo in carica (guidato da Fuad Siniora, ndr.) ha perso la sua legittimità. Costoro non possono pretendere di governare contro la metà del Paese. L’unità nazionale si ricostruisce con il dialogo e non con i diktat di chi si fa forte del sostegno esterno...».

Quanto a sostegno esterno, non può negare che l’opposizione di cui lei è tra i leader possa contare su quello della Siria.

«Mi ascolti bene: nessuno può darmi lezione su cosa significhi essere un vero libanese. Per me parla la mia storia. Dov’erano questi paladini della sovranità nazionale quando io mi battevo contro gli invasori? Proprio io che in quegli anni combattei i siriani, dico che sarebbe una follia pensare che il Libano possa rifiorire rompendo qualsiasi legame con la Siria. Noi dobbiamo far vivere una nuova concezione dei rapporti fra gli Stati, fondati sul rispetto reciproco e sul rifiuto di ogni tutela o ingerenza esterne. Ma questo discorso non può valere solo nei confronti della Siria, ma con tutti quelli che hanno interessi qui: la difesa della sovranità libanese è un bene che va preservato anche nei riguardi dell’America e dell’Europa, ma da questo orecchio Fuad Siniora non pare intendere».

Vorrei tornare all’elezione del nuovo capo dello Stato. Al di là del nome, quale ne dovrebbe essere a suo avviso il tratto politicamente più significativo?

«Deve essere una personalità forte e allo stesso tempo saggia. Il nuovo presidente deve essere il garante dell’unità nazionale e per questo non può essere imposto da una parte contro l’altra. Un presidente-garante non può scaturire da uno sfregio della Costituzione (per la quale il capo dello Stato deve essere eletto in prima istanza dai 2/3 del Parlamento, ndr.)».

Ma questa asserzione ha fin qui portato al vuoto istituzionale e all’impossibilità di eleggere il capo dello Stato per il continuo rinvio delle sedute del Parlamento.

«La responsabilità di questo stallo è di chi ha lavorato per dividere il Paese, illudendosi di poter governare prescindendo da una sua metà. Ma in democrazia quando c’è una maggioranza che non è in grado di governare da sola deve cercare delle intese con gli altri…».

Anche con Hezbollah?

«Gli sciiti rappresentano un terzo del Paese e Hezbollah ha i suoi rappresentanti in Parlamento ed ha un forte radicamento nella società libanese. Cosa si vorrebbe fare? Dichiararlo fuorilegge?».

Basterebbe disarmare le sue milizie…

«Questo deve essere lo sbocco e non la pregiudiziale per attivare un serio dialogo nazionale, a meno che non s’intenda agire contro Hezbollah per conto terzi…».

Vale a dire?

«Israele e America. Ma non voglio eludere la sua domanda: le armi di Hezbollah saranno messe sotto il controllo del governo quando gli israeliani libereranno tutto il nostro territorio nazionale, comprese le fattorie di Sheeba».

Nei giorni scorsi Beirut è stata teatro di un nuovo "assassinio eccellente": quello del generale Francois al-Hajj. C’è chi ha accusato la Siria di essere dietro a questo attentato.

«La Siria, sempre la Siria…Ma c’è chi dimentica che il generale al-Hajj aveva avuto un ruolo importante, in condivisione con la resistenza hezbollah, nel far fronte all’invasione israeliana di due estati fa. La mia idea è un’altra…».

Quale?

«L’attentato è avvenuto in un’area super protetta, sotto strettissima sorveglianza militare. L’uccisione di al-Hajj è un "crimine protetto", non lontano dall’esecutivo libanese…».

Tra i nodi da sciogliere c’è l’accettazione da parte dell’opposizione del Tribunale internazionale sull’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri. Generale Aoun, lei accetta questo Tribunale?

«Accettarlo? Ma se sono stato io a proporlo, ben prima di Saad Hariri (il figlio del premier assassinato il 14 febbraio 2005, ndr.). La decisione di istituirlo non può essere cambiata…»

La cosa non piace a Hezbollah…

«Ne discuteremo e troverò gli argomenti per convincerli, perché del generale Aoun si fidano».

ha collaborato Elias Toueni


Pubblicato il: 16.12.07
Modificato il: 16.12.07 alle ore 7.39   
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