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Autore Discussione: Khodorkovskij: "Una rivoluzione per deporre Putin"  (Letto 533 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Luglio 18, 2020, 09:19:45 pm »

Approfondimento Russia

Khodorkovskij: "Una rivoluzione per deporre Putin"
17 LUGLIO 2020

L'ex patron del colosso petrolifero Yukos e uomo più ricco di Russia prima che il suo Paese si ritorcesse contro di lui parla con "Repubblica" dal suo esilio londinese dopo il voto popolare che ha sancito la Costituzione voluta da Putin: "Gli emendamenti rimuovono l’avvicendamento legale del potere. Il cambio del regime sarà risolto in strada"

DI ROSALBA CASTELLETTI

 “La nuova Costituzione russa rimuove la possibilità di un avvicendamento legale del potere. Il che vuol dire che, presto o tardi, quando mai ci sarà un cambio di regime, avverrà con una rivoluzione”. A parlare è Mikhail Khodorkovskij, 57 anni, un tempo patron del colosso petrolifero Yukos e uomo più ricco di Russia prima che il suo Paese si ritorcesse contro di lui perché – parole della Corte d’Appello dell’Aja – “aveva dato segni di diventare un rivale politico” per Vladimir Putin. Dieci anni di carcere duro dopo le contestate condanne per frode, evasione fiscale e appropriazione indebita, non ne hanno fiaccato lo spirito.

Da Londra, dove vive dopo essere stato scarcerato nel 2013 grazie a un’amnistia, ha fondato Open Russia, organizzazione “non grata” nella Federazione, e la piattaforma di notizie Mbk Media. Ed è stato uno dei principali sostenitori della campagna “Njet”, No, per bocciare il voto del 1° luglio sugli emendamenti costituzionali che permetteranno a Putin di restare al potere almeno fino al 2036. Una battaglia persa in partenza: “Era chiaro che il Cremlino avrebbe aggiunto al conteggio finale qualsiasi numero di voti di cui avesse avuto bisogno”. Dopo quest’ultimo colpo di mano, insiste Khodorkovskij parlando su Zoom con La Repubblica dal suo esilio londinese, “Putin si è trasformato ufficialmente in un presidente illegittimo”.

Mikhail Borisovich, quali sono le principali conseguenze politiche della nuova Costituzione appena adottata per il futuro della Russia?
"Il più grande problema creato dagli emendamenti per la Russia è che è stata rimossa la possibilità di un legale avvicendamento del potere. Non solo perché Vladimir Putin ha esteso i suoi mandati al Cremlino, benché questo naturalmente sia il punto cruciale. Ma perché ha ufficialmente messo fine all’indipendenza della magistratura. Putin non sarà più obbligato a rispettare le decisioni dei tribunali internazionali o della Corte europea dei diritti umani. Se prima non adempieva alle sentenze della Corte europea a suo sfavore, adesso quello che era un dato di fatto è stato sancito dalla stessa Costituzione.

E poi ci sono i cambiamenti introdotti dalla "legge speciale" sulle nuove procedure elettorali. Il voto può durare più giorni e gli osservatori sono scelti tra persone selezionate dal Consiglio presidenziale. È così che il primo luglio le autorità sono riuscite a "iniettare" 22 milioni di voti falsi. È chiaro che sarà la procedura adottata in qualsiasi elezione futura. Di fatto non si potranno più cambiare legalmente governo o presidente".

Lei ha appoggiato la campagna “Njet”, per votare “no” alle urne, Aleksej Navalnyj invece ha invitato a boicottare il voto. Questa mancanza di una strategia comune dell’opposizione anche di fronte alla prospettiva di un Putin al potere per altri 16 anni non rischia di fare il gioco che avversate?
“Lei parte dal presupposto che l’opposizione avrebbe potuto condizionare l’esito del voto. Perché accadesse, si sarebbe dovuto tenere un voto regolare. Invece si è tenuta solo una sorta di parata svolta secondo regole non trasparenti. Circa la metà della gente voleva andare alle urne e dire “No” e l’altra metà riteneva che, come si dice da noi, bisognasse “votare coi piedi”, cioè boicottare. L’amministrazione presidenziale voleva aizzare le due parti, perché non discutessero della natura illegittima del voto e degli emendamenti. A parer mio, siamo riusciti a evitare questo conflitto. Sì, c’è stato un dibattito all’interno dell’opposizione, ma la gente ha capito che, sia votando “no”, sia boicottando le urne, avrebbero dimostrato che consideravano questi emendamenti e il voto illegali".

La revoca delle restrizioni anti-pandemia è stata accelerata pur di convocare le urne. Perché era così importante per Putin sancire la riforma con un voto sebbene non fosse necessario per la legge russa?
"Putin comprende che i suoi tassi di popolarità stanno crollando. Che lo scontento popolare sta crescendo. Che la crescita economica non migliorerà. Ha fretta di trovare soluzioni e di imporle prima che il malcontento esploda in strada".

Quali ragioni vede dietro a questo calo dei consensi?
"Penso che la pandemia sia stata una crisi di grande portata perché, invece di assumersi la responsabilità della situazione, Putin la ha delegata ai governatori territoriali. Per uno Stato federale come la Russia, il principio di per sé sarebbe corretto. Tuttavia per vent'anni Putin ha rivendicato di avere in mano la verticale del potere e ha rimpiazzato i governatori con politici impopolari e incompetenti nominati da lui. E una parte considerevole della popolazione credeva in questo: pensava che in tempi di crisi fosse necessario che il potere fosse concentrato in solide mani. Dico da anni che non c’è alcuna verticale del potere, che Putin non controlla nulla, ma la gente credeva che questa verticale esistesse e, quando Putin ha delegato ai governatori, si è sentita smarrita. La cosa peggiore successa a Putin è stata questa crisi di fiducia in lui".

In vista del corteo del 15 luglio a Mosca, soffocato negli arresti, la polizia ha fatto irruzione negli uffici di Open Russia e fermato vari attivisti del suo movimento. Come continua la sua lotta?
"È importante spiegare che Putin si è trasformato in un presidente illegittimo. È importante perché è chiaro che, dopo l'adozione della nuova Costituzione, la questione del potere sarà risolta solo in strada. Credo sia l'unica strategia che può far sì che Putin ceda lo scettro prima del 2036. Verrà un giorno in cui si porrà la questione: fino a che punto il potere è disposto a usare la forza pur di reprimere le proteste. È già successo in passato. La storia russa si ripete. Perciò mi chiedo: se questa gente ha studiato la storia, perché non capisce come andrà a finire. A dire il vero sarebbe già finita se l'annessione della Crimea non avesse resuscitato la legittimità del potere per breve tempo.

È interessante notare che gli esperti dell'opposizione e del regime concordano sul fatto che, se il sistema non cambia, l'unica crescita economica possibile nel futuro è tra lo 0,5% e l'1%. Ma dovrebbe essere come minimo intorno al 4% perché la popolazione stia meglio. Col regime attuale è impossibile. Il malcontento continuerà ad aumentare. E quando esploderà dipenderà da ragioni casuali. A scongiurare un sovvertimento rivoluzionario sinora è stata solo l'illusione che il regime abbia una qualche legittimità, ma ora quest'illusione è stata spazzata via".

Com'è cambiata la Russia da quando Putin è al potere?
"Non è una domanda facile come sembra. Se si guarda alla situazione sociopolitica del Paese, la Russia è arretrata notevolmente, ma allo stesso tempo è virata a destra. Se in passato siamo usciti da una dittatura di sinistra, adesso siamo a metà strada verso una dittatura di destra. La popolazione ha di nuovo paura. La politica sui media è identica a quella tedesca degli Anni '20. Passando all'economia, c'è stata una crescita non legata al suo regime, ma ai cambiamenti messi in atto prima del '99 e ai prezzi del petrolio, che poi si è fermata di colpo".

Sono trascorsi quindici anni dalla sua condanna al carcere al termine di quello che la Corte europea dei diritti umani, lo scorso gennaio, ha definito un processo non onesto. Com'è riuscito a sopravvivere 10 anni in carcere?
“Non lo definirei il tempo più felice della mia vita. Considero il regime attuale il mio nemico e me stesso un prigioniero di guerra. Non mi sono mai chiesto che cosa avessi fatto di male. Pensavo solo come poter fare del male ai miei nemici. E ho fatto di tutto per farlo".

Sembra che il suo "gioco dei troni" con il Cremlino non sia finito. Il "terzo affare Yukos" è in corso. E in marzo Putin l'ha definita un impostore le cui guardie sarebbero coinvolte in omicidi. Perché ha riacceso il conflitto con lei?
"Con Putin siamo in uno scontro aperto. Penso che il monopolio del potere e il monopolio statale dell’economia non possa portare la Russia da nessuna parte. E che, perché la situazione cambi, non basta che Putin vada via, deve cambiare l’intero sistema. La mia voce viene ascoltata. Per tre ragioni. Primo, ho perseverato 10 anni in prigione. Secondo, dopo vent'anni di Putin al potere, sono davvero pochi gli oppositori che possano dire che cosa fare e come farlo. Io ho esperienza. So come guidare grandi aziende, come risolvere i problemi di grandi città. Ho anche esperienza di scontri, compresi quelli armati a Mosca nel 1991 e 1993. Non significa che altri non possano fare meglio, ma non mi si può accusare di dire solo parole vuote non sostenute dai fatti. E infine, terzo: la retorica preferita da Putin riguardo agli oppositori è che le loro attività siano finanziate da governi esteri e che quindi non lavorino negli interessi della Russia. Sarebbe difficile accusarmi di questo, perché ho abbastanza soldi da me. Deve sapere che per Putin la cosa più importante nella vita sono i soldi. Non è vero, ma è quello che Putin pensa”.

Si sente al sicuro a Londra?
"Se Putin decidesse di uccidermi, non riuscirei a proteggermi. Ma non si può vivere nella costante paura".

Ogni volta che muore un oppositore russo, l’Occidente ci vede la “mano di Putin”. Putin è davvero così potente o è l’Occidente che esagera?
“Al momento in Russia non ci sono così tanti servizi speciali indipendenti. L’Occidente sa poco o ignora le torture e gli omicidi che subiscono decine di  attivisti nei territori. Conosce solo i russi uccisi in Occidente o figure molto note come Boris Nemtsov. Tuttavia solo un numero limitato di strutture potrebbero ucciderli. E agiscono necessariamente col consenso di Putin o dietro sue istruzioni dirette. Pensiamo a quello che è successo a Nemtsov. Non è chiaro chi lo ha ucciso? È chiaro. Non è chiaro chi ha dato l’ordine? È chiaro. È possibile che gli inquirenti non siano arrivati al mandante? Ci sono arrivati. Ma il mandante non li ha fatti entrare in casa sua. E quindi non ci sono entrati. E che cos’è successo al capo dell’inchiesta che aveva deciso di restringere le indagini ai soli esecutori dell’assassinio? È diventato il procuratore generale della Federazione russa. Di quale ulteriore prova c’è bisogno per legare quest’omicidio a Putin? L’avvelenamento di Serghej Skripal e della figlia nel Regno Unito oramai è una specie di barzelletta. Tutta la Russia canzona questi bravissimi Boshirov e Petrov. Tutti sanno perfettamente chi sono, dove lavorano e che hanno agito su ordini diretti. Invece quando Turciak, attuale segretario generale di Russia Unita, ha orchestrato l’attacco al giornalista Oleg Kashin, nessuno ha pensato a Putin. Si trattava di un affare personale. La gente conosce la differenza tra quando c’è o non c’è il diretto coinvolgimento di Putin”.

Putin rivendica di avere ridato alla Russia il rango di potenza globale. Glielo riconosce?
"Dividerò la risposta in due parti. Primo, perché lo fa? Non lo fa per "rendere la Russia di nuovo grande". Lo fa per legittimare se stesso e il suo entourage. Crea problemi ai governi occidentali e poi propone loro uno scambio: la soluzione dei problemi in cambio del riconoscimento della sua legittimità. Gli serve per aver campo libero in Russia. Secondo, Putin vuole una "Grande Russia", che cos'è la Grande Russia? Alcuni ritengono che sia una Russia di cui avere paura, ma un'altra parte del Paese – ed è una parte in aumento – pensa sia una Russia dove tutti hanno accesso a una buona assistenza sanitaria e scuole con i bagni interni, dove uno studente italiano o statunitense venga a studiare nelle Università russe e non solo a studiare il russo. Una guerra rende la Russia grande? Non penso".

In primavera ha pubblicato il libro "Gardarika" per presentare la sua visione di come dovrebbe essere la Russia del 21° secolo...
"Ho scritto questo libro perché penso che Putin, nel prossimo futuro, lascerà il palcoscenico e i russi saranno chiamati a fare una scelta. Una scelta di civiltà. Quando accadrà, sarebbe meglio avere le risposte. Che cosa vogliamo che diventi il nostro Paese: un'autocrazia o una democrazia? Vogliamo continuare ad avere un impero o preferiamo uno Stato dove le differenti etnie siano rappresentate? La mia risposta è nel libro ed ecco perché l'ho chiamato "Gardarika", "Regno di città", il nome che la Russia aveva centinaia di anni fa. Prima di tutto, penso che dovremmo preoccuparci dei nostri affari. Abbiamo tanto di cui occuparci: territorio, popolazione, cultura. Non abbiamo bisogno di altro. E poi penso che lo Stato russo vada rifondato a partire dalle regioni. Perché un solo centro, Mosca, che impone la sua volontà sul resto della Federazione può funzionare a Singapore, ma non in un Paese che si estende su nove fusi orari. Non possiamo costruire uno Stato democratico se restiamo un impero".

Quando pensa che verrà il tempo per questa nuova Gardarika?
"Non sono sicuro che vivrò abbastanza da viverci, ma sono convinto che vivrò abbastanza da vederla".

Da - https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/07/17/news/russia_mikhail_khodorkovskij_rivoluzione_mosca_deporre_putin-262233955/
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« Risposta #1 inserito:: Gennaio 19, 2022, 03:58:30 pm »

L’Unione sovietica non è mai crollata davvero

Trent'anni fa l'accordo di Belovezhy ha formalmente messo fine all'Unione Sovietica. Con l'eccezione dei paesi baltici, l'URSS si è disintegrata, dando vita a piccole entità post-sovietiche che portano l'eredità del totalitarismo. Il futuro non è più radioso, al contrario, scrive l'autore russo Sergej Lebedev.

Pubblicato il 13 gennaio 2022 alle 13:40

•   Sergej Lebedev
•   Traduzione di Alessandra Bertuccelli
 
Trent’anni fa, l’8 dicembre 1991, nel villaggio di Viskuli quasi al confine tra Bielorussia e Polonia, i presidenti delle Repubbliche Sovietiche di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono il cosiddetto Accordo di Belaveža, che formalizzò la fine dell’esistenza dell'Urss.
A distanza di tre decenni, proprio in questi luoghi, nella regione di Brest, nella foresta di Belaveža, al confine bielorusso-polacco è scoppiato un conflitto che non ha precedenti in questa regione e, probabilmente, in tutto il blocco dei paesi europei post-socialisti.
Il dittatore bielorusso Aleksandr Lukašenko, con l’evidente assistenza tecnica e militare, nonché il sostegno politico, della Russia ha usato i migranti – attirati e condotti in Bielorussia dall’Afghanistan, dalla Siria e da altri paesi orientali – per creare un “conflitto ibrido” ai confini dell'Unione europea. L’asprezza del clima invernale, la violenza delle forze di sicurezza bielorusse, che usano i migranti come ostaggi e diventata palese nelle operazioni di repressione delle proteste di massa cominciate nel 2020, e la dura posizione del governo polacco che ha sprangato il confine, è più che probabile che le perdite di vite umane saranno enormi.
Penso che questo conflitto, ambientato nelle gelide foreste di un territorio di confine, si possa anche leggere così: la dissoluzione dell’Unione Sovietica è tutt’altro che conclusa.


________________________________________
Archipelago Urss: a trent’anni dalla fine dell'Unione sovietica
L’accordo di Belaveža del 1991 stabilisce che “l'Unione Sovietica come soggetto del diritto internazionale e della realtà geopolitica ha cessato di esistere”. Oggi, più di un quarto di secolo dopo, la frase andrebbe ritoccata.
Come soggetto del diritto internazionale, l’Urss è in effetti scomparsa e questo nonostante Russia ne persistano residui: un movimento non ufficiale che nega la legittimità dell'accordo di Belaveža e che di conseguenza considera l’Urss un'entità ancora esistente (al suo interno si continuano a usare i suoi simboli, la moneta sovietica e i passaporti).
Tuttavia, come realtà geopolitica – intesa come l’insieme delle pratiche fondamentali della cultura politica, l’idea del rapporto tra i diritti dell’uomo e i diritti dello stato – l’Urss, come usavano dire di Lenin gli agenti della propaganda sovietica citando un verso majakovskiano, è più viva di tutti i vivi.
Penso che non sia un’esagerazione dire  che l’Unione Sovietica, con l’ovvia eccezione dei tre paesi baltici (Lettonia, Estonia e Lituania) che si è sciolta nel 1990-1991 dando vita a diverse piccole repubbliche socialiste, abbia  realtà creato  un’Unione Sovietica di dimensioni minori, entità statali-nazionali che conservano il germe fatale della nascita, il marchio di fabbrica totalitario, repubbliche dove, nella maggior parte dei casi, si è mantenuta una continuità delle classi dirigenti e delle strutture precedenti, il che spiega il loro facile incorrere in derive autoritarie.
E, sempre ad eccezione degli stati baltici, a prendere le redini delle repubbliche ex sovietiche sono stati i rappresentanti delle élite sovietiche, persone del passato: segretari di partito, ministri sovietici, generali del Kgb, persone che sono portatrici di una coscienza autoritaria. Praticamente in nessuna di esse ci sono stati movimenti alternativi e democratici sufficientemente convincenti in grado di plasmare e realizzare un nuovo corso democratico.
Cominciamo dalle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale: Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan. In tutte e quattro vi sono regimi autocratici, diversi per grado di libertà, evidentemente caratterizzati da un dispotismo all’orientale: statue dorate dei regnanti che si improvvisano autori di libri sacri, città ribattezzate in loro onore etc.. .
Guardiamo alle Repubbliche ex sovietiche transcaucasiche: Georgia, Armenia, Azerbaigian. Tardive rivoluzioni liberali avevano già avuto luogo in Georgia e in Armenia nel Ventesimo secolo, ma la tensione generale nella regione e il coinvolgimento nei continui conflitti militari non hanno permesso loro di affrancarsi completamente dall’eredità dell’autoritarismo sovietico.
Arriviamo infine alle repubbliche ex sovietiche europee: Ucraina, Bielorussia, Moldova. In Moldova il conflitto territoriale con la Transnistria non è ancora risolto; l’Ucraina è in uno stato di guerra non dichiarata con la Russia da sette anni e la Bielorussia di Lukašenko, dittatore che un anno fa ha brutalmente represso le pacifiche proteste dei cittadini, sta gradualmente perdendo la sua indipendenza e sta diventando un’appendice politica di Mosca.
Possiamo quindi dire che l’Unione Sovietica esiste e opera ancora: come un insieme di opportunità mancate alla trasformazione democratica, come una persistente eredità della politica comunista del Ventesimo secolo; come la contaminazione radioattiva dei luoghi dopo il disastro della centrale nucleare di Černobyl, che si protrarrà per decenni. Probabilmente, gli imperi hanno il loro periodo di “semideclino”, essi non scompaiono nel momento in cui viene firmato un trattato come quello di Belaveža, continuano a esistere come un complesso di pratiche politiche, peccati non redenti del passato, crimini lasciati impuniti, apatia sociale generalizzata. Ed è perciò necessaria una grande opera di cambiamento per far sparire tutto questo una buona volta e per sempre.
Si dà quasi per scontato che il crollo dell’Urss sia avvenuto senza spargimenti di sangue, a costo della vita di pochi. Se così fosse, il putsch di agosto e il trattato del dicembre 1991 si andrebbero a collocare nel contesto e nella sequenza delle rivoluzioni di velluto dell’Europa orientale, che davvero non hanno causato spargimenti di sangue o, comunque, hanno mietuto poche vittime, come nel caso dei coniugi Ceaușescu.
Purtroppo, non è vero. La politica nazionale del Partito comunista, lunga settant’anni, ha lasciato un’eredità esplosiva.
Basta pensare alle deportazioni di interi popoli sotto la dittatura di Stalin (ceceni, ingusci, tartari di Crimea, carachi e molti altri) e al loro successivo ritorno in una patria distrutta, nelle case occupate e nei santuari devastati: questo generò un’esigenza di giustizia e autonomia che si sarebbe manifestata anni dopo, un salato conto da pagare per Mosca.
Inoltre, quando le autorità sovietiche hanno agilmente ridisegnato i confini storici in funzione del momento, quando hanno creato, abolito, risubordinato entità quasi-politiche come le repubbliche autonome dell’Urss, di rango inferiore rispetto alle repubbliche dell’Unione, non hanno fatto altro che generare future dispute territoriali e speranze di autonomia.


L’Unione Sovietica è stata un’incredibile produttrice di simboli, probabilmente l’unico settore in cui è sempre riuscita a superare gli obiettivi di produzione

Esistevano, inoltre, anche vecchi conflitti nazionali d’epoca pre-sovietica, come quello tra l’Azerbaigian e l’Armenia.
L’Urss ha creato questo campo minato di conflitti in più modi e, grazie al suo potere autoritario, li ha congelati fino alla fase finale della perestrojka, ovvero fino a quando sono cominciati i tumulti nazionali praticamente in ogni repubblica autonoma o dell’Unione.
Il crollo dell’Unione Sovietica ha portato alla luce e ha innescato questi conflitti, che continuano a esplodere con enorme facilità.
Proprio per questo la storia post-sovietica è una storia di guerre, scontri etnici, conquiste territoriali, massacri di civili. La guerra civile in Georgia (1991-1993); la guerra civile in Tagikistan (1992-1993); le guerre in Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian (1992-1994, 2020), il conflitto osseto-inguscio nel 1992 e due guerre in Cecenia (1994-1996, 1999-2009) avvenute direttamente sul territorio della Federazione Russa; le guerre in Abkhazia (1992-1993) e Ossezia del Sud (1991-1992, 2008), e la guerra in Transnistria (1991-1992) sono avvenute con l’ingerenza della Russia; l’annessione armata della Crimea (2014) e l’aggressione russa nell’Ucraina orientale (del 2014 e ancora in corso) sono solo un elenco incompleto dei conflitti armati post-sovietici.
Il loro costo si eleva a centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi; città distrutte, rapporti interstatali compromessi per decenni, il dilagare di una violenza che ha creato un circolo vizioso di impunità e che ha complicato ulteriormente già difficile passaggio verso la democrazia.
Per inciso, fin dalla presidenza di Boris Eltsin, la Russia era, per così dire, l’operatore e il beneficiario di molte delle guerre sopra citate; le usava per creare focolai di tensione controllata nelle sue ex repubbliche di recente indipendenza e per influenzare le loro politiche estere e interne.
Oggi tocca all’Unione europea sperimentare questo metodo sulla propria pelle. L’aggressione russa all’Ucraina è in corso a meno di mille chilometri dai confini europei; dalla Crimea ai confini del più vicino stato che fa parte della Nato, la Turchia, ci sono 260 chilometri. Una straordinaria vicinanza sia in senso militare che in senso socio-politico.

Penso sia plausibile dire che la cortina di ferro, come simbolo del conflitto tra occidente e oriente, sta tornando. Solo che ora si trova più a est: il confine tra Russia e Ucraina è un campo di battaglia, ci sono trincee, filo spinato, rapporti dal fronte, vittime nell’esercito ucraino; la Polonia sta rafforzando con manovre d’urgenza il confine con la Bielorussia, impone la chiusura dei posti di blocco alla frontiera, intensifica la fortificazione dei suoi confini e l’aumento di contingenti di polizia.
Il mondo europeo, di per sé già diviso, spaccato dal Covid che ha riattualizzato i confini europei, di cui ci si stava gradualmente dimenticando, si trova nuovamente in una situazione di tensione tra ovest ed est che non è pronto ad affrontare.

In Russia, inoltre, in questo momento si sta verificando un altro attacco, stavolta diretto non nello spazio, ma nel tempo. Lo scorso 28 dicembre la Procura generale della Federazione Russa ha chiesto la chiusura di Memorial, la più antica e di gran lunga più famosa e influente organizzazione in ambito civile in Russia.
Ci sono due Memorial: l’associazione storico-educativa, impegnata a preservare la memoria delle repressioni staliniane e di altri crimini del periodo sovietico e il Memorial Human Rights center, che indaga sulle violazioni dei diritti umani nella Russia di oggi, principalmente quelli commessi durante le due guerre cecene: esecuzioni sommarie, torture, rapimenti, pulizia etnica.
Creata nel 1989, Memorial è diventata il principale simbolo dell’impossibilità di un ritorno del passato repressivo sovietico e la più importante iniziativa civile russa che si prefigge di perpetuare la memoria delle vittime delle repressioni sovietiche. L’esistenza stessa di Memorial è stata percepita da molti come un segnale, la dimostrazione che le pagine della storia sovietica erano chiuse per sempre.

Memorial è diventata il principale simbolo dell’impossibilità di un ritorno del passato repressivo sovietico
Tuttavia, entrambi i Memorial sono stati dichiarati “agenti stranieri” in Russia già da diversi anni (il centro per i diritti umani lo è dal 2013, l’associazione dal 2016).
Questo termine è mutuato dal diritto statunitense, ma nel contesto russo ha una connotazione storicamente repressiva: molte delle vittime del tempo di Stalin venivano fittiziamente accusate di essere “agenti” dei servizi di intelligence stranieri e di forze politiche ostili all’Urss.
La Corte ha dato ragione all'accusa, che sosteneva che Memorial è colpevole di violazione sistematica della normativa sugli “agenti stranieri”, deliberatamente costruita in modo tale da essere persino tecnicamente e praticamente impossibile da adempiere (chi ne è accusato deve apporre la dicitura “agente straniero” su tutti i materiali, testi, lettere e pagine web prodotti), e per la cui assenza vengono inflitte multe gigantesche.
Memorial fu creato negli ultimi anni della perestrojka. La storia della sua creazione ha di per sé un significato sociale e simbolico: mostra le opportunità mancate di quell’epoca.

Leggi anche : In Russia la quarantena (politica) è la norma
La perestrojka e la glasnost svelarono l’esigenza, già da tempo soggiacente alla società sovietica, di far emergere la verità sul passato, di restituire giustizia alle vittime dei crimini sovietici.
Tuttavia, il Partito comunista dell’Urss (Pcus) e il Comitato per la sicurezza dello stato (Komitet gosudarstvennyj bezopasnosti, più noto come Kgb) si opponevano all’emergere di iniziative indipendenti in questo campo, non desideravano che questo processo diventasse incontrollabile, e perciò giocarono d’anticipo, impegnandosi ad arginarne il campo d’azione.
Furono concordi nel riconoscere l’esistenza di un gran numero di vittime, la necessità di rendere pubblici i loro nomi ed erigere monumenti, ma contemporaneamente fecero in modo di mantenere il discorso esclusivamente sui crimini sovietici del periodo stalinista, non sollevarono mai la questione della responsabilità legale degli organizzatori e degli esecutori dei crimini di massa sovietici, premendo loro, essenzialmente, la segretezza degli archivi del Kgb.

Si può fare la supposizione seguente: l’Urss è caduta non semplicemente a causa dell’erosione politica. È crollata sotto il peso eccessivo di un carico simbolico che gravava sulla coscienza individuale e generale

Alla creazione di Memorial, al suo punto cruciale, si aprirono due strade: tra i suoi iniziatori erano confluite anche persone che volevano instaurare una linea radicale e conflittuale, contrarie a collaborare direttamente con le autorità, favorevoli allo scioglimento del Kgb e al libero accesso ai suoi archivi, al perseguimento penale dei responsabili e alla politicizzazione del movimento. Proprio il libero accesso agli archivi, come dimostra la storia di molti paesi post-socialisti, è la chiave per ripristinare lo stato di diritto e attuare quel processo di identificazione ed esclusione dalla politica di chi aveva collaborato con i servizi segreti che prese il nome di ljustracija.

Ma in Russia non poteva che vincere la linea moderata: ci si sarebbe concentrati sugli aspetti commemorativi, sulla “rielaborazione del passato” ma secondo una versione mutilata e limitata, sulla ricerca storica e sull’istruzione, senza impegnarsi in politica. È interessante notare che questa linea non è stata rivista nemmeno dopo il 1991, dopo il crollo dell’Urss, quando si aprirono opportunità sociali e politiche molto maggiori, quando i sondaggi sociologici dimostravano l’esistenza di una significativa disponibilità da parte della società, il desiderio di punire legalmente i colpevoli e di fare i conti con il passato.
L’esempio dell’ex Repubblica Democratica Tedesca (o Germania Est) – dove i dissidenti e non i politici della Germania Ovest divennero la principale forza che si batté per conservare gli archivi della Stasi (il ministero per la sicurezza statale), per vedere compiuto quel processo chiamato ljustracija e per punire penalmente i responsabili delle violazioni dei diritti umani – mostra quanto possano essere imponenti e decisivi gli atti di “elaborazione del passato” se si trasformano in impellenti priorità politiche.
In tre decenni Memorial ha compiuto un colossale lavoro per ristabilire la  memoria delle vittime: le banche dati digitali contenenti più di tre milioni di nominativi sono diventate un fantastico strumento per semplificare le ricerche negli archivi, uno strumento che permette di riavvicinare passato e presente; Memorial, inoltre, ha promosso la celebrazione di cerimonie civili come quella del 30 ottobre, giornata della memoria delle vittime della repressione politica, ad oggi la più importante istituzione culturale che unisce la società civile.
Tuttavia, le principali opportunità di cambiamento che avrebbero potuto far emergere una cultura politica democratica in Russia e favorire l’alternanza al potere, furono mancate tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, quando la società civile di fatto rinunciò a politicizzare e concretizzare legalmente la rielaborazione del passato, come insegnava la Germania Est. Se tale tentativo non fosse stato abbandonato, forse le élite sovietiche e gli organi di sicurezza dello stato non avrebbero ripreso il potere.

Al governo russo oggi serve una visione completamente diversa del passato sovietico: una visione idealizzata, uno strumento di legittimazione del regime di Vladimir Putin
Memorial disturba l’attuale regime autoritario russo non in quanto potenziale protagonista di cambiamenti politici, ma perché al governo russo oggi serve una visione completamente diversa del passato sovietico: una visione idealizzata, uno strumento di legittimazione del regime di Vladimir Putin.
Non è esagerato dire che il passato nella Russia di oggi è una questione politica.
L’eredità simbolica del passato viene strumentalizzata per consolidare la nazione, per creare non una maggioranza politica (non ci sono libere elezioni in Russia), ma una nazione ideologizzata, indottrinata e, in questo senso, apolitica.
Pertanto, torniamo alla frase principale dell’accordo di Belaveža: “L'Unione Sovietica come soggetto del diritto internazionale e della realtà geopolitica ha cessato di esistere”. Questa definizione ammette una terza realtà dell’Urss, non legale o geopolitica, ma simbolica, costituita da oggetti culturali ideologicamente sacralizzati. Una realtà non regolamentata.
L’Unione Sovietica è stata un’incredibile produttrice di simboli, probabilmente l’unico settore in cui è sempre riuscita a superare gli obiettivi di produzione. Monumenti, strutture architettoniche, canzoni, film, libri, cerimonie solenni: l’Unione Sovietica li ha prodotti in massa, creando un orizzonte culturale chiuso, composto di culti che si completavano a vicenda. Il culto della rivoluzione, il culto del socialismo, il culto della vittoria nella Seconda guerra mondiale: la religione sovietica era politeista, composta da molti altari e pantheon di eroi.
Verso la fine degli anni Ottanta tutto questo complesso non venne più nutrito, andava scarnificandosi sempre più, fino a crollare, morente.
Si può anche supporre che l’Urss sia caduta non semplicemente a causa dell’erosione politica. È crollata sotto il peso eccessivo di un carico simbolico che gravava sulla coscienza individuale e generale; l’esperienza viva dei simboli come risorsa psichica si era ormai esaurita e si era trasformata nel suo contrario, in cinismo: gli eroi dei testi un tempo considerati sacri diventavano protagonisti delle barzellette, l’ultima fede nel futuristico progetto socialista era morta nelle lunghe file fuori dai negozi, che negli anni Ottanta erano all’ordine del giorno in ogni città sovietica.

Il passato forniva la spiegazione per tutti i mali e i problemi del presente sovietico, in uno qualsiasi dei suoi presenti; il futuro, invece, era il serbatoio di tutto il bene, che pareva già realizzato, già avvenuto

Adesso, trent’anni dopo, l’apparato simbolico sovietico sta vivendo una seconda nascita, postmoderna.
Sugli scaffali dei negozi russi sono apparsi prodotti pseudosovietici a giudicare dalle confezioni: nostalgia della fantomatica qualità del cibo sovietico. Il culto della “grande guerra patriottica” è diventato la principale giustificazione della politica estera aggressiva e militarista attuale, una fonte di perversa morale pubblica che glorifica il diritto dei forti. Viene nuovamente creato il pantheon degli eroi sovietici, le cui gesta, avvenute nella realtà o inventate dagli agenti della propaganda, dovrebbero sacralizzare il passato, renderlo immutabile e indiscutibile.
Allo stesso tempo, le discussioni storiche sul passato sono criminalizzate, alcuni argomenti, come la Seconda guerra mondiale, stanno gradualmente diventando tabù, dominio commemorativo dello stato.
Perché sta succedendo?
Ci troviamo davanti a un paradosso interessante in cui confluiscono tempo, storia e politica. Il progetto sovietico (nell’ambito di ciascuna delle sue epoche) respingeva il passato e si legittimava attraverso il futuro, attraverso un obiettivo futuristico e profetico: l’edificazione del comunismo. Il passato forniva la spiegazione per tutti i mali e i problemi del presente sovietico, in uno qualsiasi dei suoi presenti; il futuro, invece, era il serbatoio di tutto il bene, che pareva già realizzato, già avvenuto.
Effettivamente, questa legittimazione attraverso il futuro (le cose più importanti è lì che avverranno) durò fino alla fine dell’Urss. Ma la Russia di Putin ha un approccio completamente diverso con il tempo. La Russia di Putin è un progetto conservatore. Del futuro fondamentalmente non si parla con chiarezza, esso non è definito e non è desiderato. Il futuro è un insieme di cose che non dovrebbero venire; porta la corruzione, l’epidemia del liberalismo, il virus dei diritti umani. Il futuro manca totalmente di tratti positivi e non lo si vuole raggiungere, non si vuole vivere nel tempo.
Al contrario, l’era sovietica acquisisce sempre di più le fattezze di un’età dell’oro, di un periodo di grandi vittorie, un periodo in cui l’Unione Sovietica, per così dire, aveva ottime carte da giocare negli equilibri geopolitici; e non è un caso che Vladimir Putin una volta abbia definito il crollo dell’Urss come “la più grande catastrofe geopolitica del Ventesimo secolo”.
In questa logica, qualsiasi repubblica dell’ex Urss che costruisce un discorso storico a parte, che parla di occupazione sovietica, di crimini, che ha condotto o conduce un processo di decomunistizzazione, come l’Ucraina, dove sono stati abbattuti migliaia di monumenti di Lenin, si ritrova inevitabilmente ad essere considerata nemica della Russia.
Ma non si tratta di rispetto per Lenin in quanto tale, ai politici russi non importa niente di Lenin, il punto è un altro: l’aspirazione all’unità dello spazio simbolico, all’assenza di ogni critica storica che rischia di indebolire o minacciare l’impostazione del discorso storico sull’autoritarismo, che è diventato uno strumento politico interno ed esterno. Probabilmente, avremo a che fare ancora per decenni con la post-esistenza dell’Urss, con il lungo crollo dell’impero nelle nostre teste e non solo sulla mappa.

Negli anni Novanta i riformatori dell’economia speravano che bastasse il libero mercato per portare la Russia alla democrazia, per creare una società libera. Invece ne è nata un’economia semifeudale, dove il diritto alla proprietà privata è condizionato e può essere negato in qualsiasi momento a discrezione delle autorità, in cui prima dominavano gli oligarchi, e poi i siloviki, uomini di potere, che hanno privatizzato la risorsa del potere statale. È qui che nasce il loro bisogno di creare la nostalgia politica dell’Urss, il ritorno ai simboli sovietici: essi sono un mezzo per formare una maggioranza filogovernativa e manipolare politicamente gli stati vicini.
Inoltre, la storia del crollo dell’Urss mostra che tali cambiamenti, di per sé, nonostante la loro gigantesca portata, non garantiscono un cambiamento del corso politico. Quello che serve è un complesso di misure per “una giustizia di transizione” che, trent’anni fa, la società civile russa non ha avuto il coraggio di intraprendere.
E chiedersi se l’avrà il futuro rimane una domanda aperta, poiché in Russia la lezione del 1991 non è ancora stata appresa.
Articolo originariamente pubblicato su Weekendavisen.

Da - https://voxeurop.eu/it/urss-russia-lunione-sovietica-non-e-mai-crollata/
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