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Autore Discussione: RUSSIA, BIELORUSSIA e dintorni, ...  (Letto 368 volte)
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« Risposta #15 inserito:: Settembre 03, 2020, 11:04:32 am »

Caso Navalnyj. La sfida a Putin della cancelliera nel nome dell’Occidente | Rep

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« Risposta #16 inserito:: Settembre 03, 2020, 11:05:42 am »

Navalnyj, un blogger troppo popolare. Perché c’è la firma di Mosca dietro il gas “Novellino” | Rep

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« Risposta #17 inserito:: Settembre 03, 2020, 02:17:25 pm »

Wirecard+come+il+caso+Snowden:+Marsalek+a+Mosca+protetto+dai+servizi+segreti+russi

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« Risposta #18 inserito:: Settembre 06, 2020, 03:00:44 pm »

MOVIMENTO DEMOCRATICO IN BIELORUSSIA
Rinascita di una nazione europea

Le proteste contro il regime di Aleksandr Lukašenko hanno visto una nazione addormentata svegliarsi e dimostrare in massa la sua opposizione all’” ultimo dittatore d’Europa”. Come dovrebbero reagire i paesi europei? L’analisi di Wojciech Przybylski.

Pubblicato il 2 Settembre 2020 alle 15:42
Wojciech Przybylski - Visegrad Insight (Warsaw)
Traduzione di Voxeurop

 Vladimir Khakhanov | Cartoon Movement |

Gli eventi che hanno scosso la Bielorussia nelle ultime settimane sono stati una sorpresa agrodolce per molti osservatori. Una nazione addormentata si è svegliata e sta dimostrando in massa la sua opposizione all’” ultimo dittatore d’Europa” con manifestazioni pacifiche. Il regime, invece, ha mostrato il suo volto peggiore, al punto che non è esagerato paragonarlo con le torture documentate – e ampiamente condannate – che avvengono nelle carceri siriane.

Come dovrebbe rispondere il resto d’Europa? Dovrebbe tener conto dei particolari della situazione bielorussa e, allo stesso tempo, il suo eventuale piano dovrebbe essere preparato e attuato rapidamente. Il momento cruciale del cambiamento potrebbe presentarsi solo tra una settimana o due; gli effetti a seconda di come verrebbe attuato potrebbero avere conseguenze per la Bielorussia e per l’intera regione per molti anni.

Vecchie, pessime abitudini
I passi compiuti dall’autoritario presidente Aleksandr Lukašenko e dalla sua amministrazione sono i soliti. Le accuse di aver fatto uccidere gli oppositori politici all’inizio del suo regno, i referendum falsificati che prolungano il suo regime e i metodi assassini per esercitare il controllo sociale, comprese le crudeli condanne a morte, non erano un segreto. Tuttavia, l’Occidente ha chiuso un occhio senza avere un chiaro interlocutore in seno alla società bielorussa – essa stessa era in letargo.

L’ideologia ufficiale – nella piena continuità con le menzogne dell’URSS e dell’integrazione politica formale con la Russia – sembrava aver definito la traiettoria politica di Minsk sul lungo periodo. Anche i recenti flirt verso l’Occidente, che hanno portato a incontri ad alto livello e a progetti di diversificazione energetica con l’aiuto di Stati Uniti e Polonia, sono stati a malapena una foglia di fico nella tendenza a sottomettere ulteriormente il paese alla volontà del Cremlino.

In questo contesto, tutti sono d’accordo per dire che l’Unione Europea può fare poco e continuare ad aspettare tempi migliori – e l’implosione dei sistemi politici o economici, sulla quale non c’è alcuna certezza. Anche se un tempo poteva sembrare una strategia ragionevole, i recenti sviluppi dimostrano quanto questo approccio sia stato sbagliato.

Oltre l’oppressione
Le dimensioni e il livello di auto-organizzazione della protesta devono ormai cambiare radicalmente la percezione che si ha dei bielorussi come società e come nazione, e vale quindi la pena cambiare approcio politico nei confronti del loro paese. Negli ultimi giorni, il classico paradosso di questa regione d’Europa è diventato evidente.

La coscienza sociale e nazionale di una moltitudine di persone si è risvegliata; nonostante il rischio per la loro incolumità personale, hanno cominciato con organizzare la sorveglianza delle elezioni in tutto il paese, documentando le irregolarità, hanno poi affrontato i manganelli del regime e infine hanno scioperi di massa nelle principali istituzioni statali; questa è la prova inconfutabile che abbiamo a che fare con una società civile che difende i diritti umani e civili sulla base dei valori europei – quelli dell’Occidente.

Nel frattempo il potere bizantino che domina questa società, le cui caratteristiche sono state descritte da Milan Kundera nel suo famoso saggio per la New York Review of Books, proviene da un ordine diverso – un ordine che l’Europa rifiuta.

Lukašenko non è e non sarà mai un garante della sovranità bielorussa. Da fuorilegge è a capo di una giunta illegittima che sfrutta questo paese. La sua avidità e le prebende distribuite ai suoi più stretti alleati sulle spalle di un’economia in perdita di velocità sono contrari all’interesse nazionale della Bielorussia e, molto probabilmente, alla volontà espressa dal popolo col voto.

Cambio di strategia
In una situazione di aperta opposizione, la cui portata nessuno – compreso il governo di Minsk – si aspettava, il re si è rivelato nudo, e il mantenimento di Lukašenko al potere è determinato solo da quanto è pronto a intimidire e a essere intimidito.

La posizione di Europa e Stati Uniti è stata finora che Lukašenko è un interlocutore e che l’attuale assetto politico in Bielorussia può anche fungere da utile ponte per il dialogo con la Russia nell’ambito degli “accordi di Minsk” sull’Ucraina.

Se l’opposizione non riuscirà a portare cambiamenti in tempi brevi, la situazione non farà che peggiorare. Ricordiamo il recente esempio del Venezuela, dove il regime di Nicolás Maduro ha perso la sua legittimità a governare, e anche dopo migliaia di proteste e notevoli pressioni internazionali, la situazione non è cambiata.

Certo, la Bielorussia non è il Venezuela, ma questo paragone va oltre un semplice parallelo. Negli anni 2000 e 2010 Hugo Chávez era regolarmente in contatto con Lukašenko, che lo consigliava su come truccare il suo referendum costituzionale, e in cambio Chávez sosteneva Minsk nei negoziati con Mosca. I tiranni e i nazionalisti sono beneficiari sovversivi della globalizzazione.

La posizione ambigua di Mosca in materia di relazioni internazionali indica che non ha ancora un piano per la Bielorussia, ma non illudiamoci: appena pronto, il piano sarà stabilito e attuato rapidamente.

Nei suoi tentativi di integrazione finora la Russia non ha mostrato alcuna attenzione per lo sviluppo economico della Bielorussia. Al massimo, alcuni oligarchi potrebbero ambire di appropriarsi dei resti dei beni statali del loro vicino.

Per parte sua, Lukašenko sapeva come gonfiare la sua posizione e la sua importanza di fronte a Putin quando, per esempio, ha recentemente invitato i rappresentanti della NATO a delle esercitazioni militari.

La situazione attuale, che vede i bielorussi affermarsi come società autonoma si è rivelato un vero rompicapo in Russia. Proprio come sotto Putin in Russia, una classe media globalizzata è finalmente emersa.

Tendenze sociali ed economiche
Come abbiamo scritto nel rapporto di Visegrad Insight sulle tendenze nei paesi del Partenariato orientale, le dinamiche sociali e la volontà di rafforzare il potere della società si fa sentire in tutta la regione. In Bielorussia in particolare è guidata dal progresso tecnologico e dalla cultura urbana.

Progetti digitali di punta come Viber o World of Tanks sono in prima linea nella crescente esportazione di servizi digitali e sono cresciuti in modo dinamico (nel 2017 hanno superato il 4% dell’insieme del commercio estero). Il tenore di vita di un piccolo gruppo di giovani intorno a Minsk ha cominciato a essere una fonte di ispirazione per i loro coetanei di tutto il paese. Basti pensare che la cultura digitale in Bielorussia e la penetrazione di Internet nel paese, anche ai tempi della rivoluzione democratica Euromaidan a Kiev, era maggiore che in Ucraina.

Concentrandosi sullo sviluppo di questo ramo dell’economia nelle condizioni di relativa autonomia (richieste dal settore digitale), Lukašenko si è in qualche modo dato la zappa sui piedi.

Eroi improbabili
La pandemia Covic-19 è diventata in modo inaspettato un catalizzatore per la società civile. Come sempre la consapevolezza dell’opinione pubblica occidentale è rafforzata dal senso di sicurezza personale e collettiva dei servizi pubblici. Quando il virus ha raggiunto la Bielorussia l’amministrazione ha commesso errori vergognosi ignorando la minaccia e lasciando che i cittadini se la sbrogliassero da soli. Di conseguenza, utilizzando i canali di informazione disponibili (internet), la società civile ha rapidamente posto le basi dell’autoorganizzazione e della solidarietà sociale che hanno infuso spirito alla rivoluzione nazionale che si sta svolgendo oggi sotto i nostri occhi.

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La società civile – un tempo considerata debole e sparuta – è diventata la depositaria della volontà nazionale, ed è difficile immagine come una simile presa di coscienza possa improvvisamente sparire.

I sindacati hanno ritrovato il loro vigore dopo 30 anni di letargo e sono ora elementi chiave di resistenza contro le menzogne e i metodi terroristici degli apparati di sicurezza. Questo, naturalmente, mentre si palesa la minaccia un disastro economico e mentre il mondo intero subisce una pandemia. Forse è per questo che i bielorussi dicono che quando è troppo è troppo. A questo punto va detto che i bielorussi stanno combattendo grazie alla sovranità dell’informazione che hanno ottenuto – e il cui primo e ultimo baluardo è l’applicazione di messaggistica Telegram. Non a caso la popolarità del marito dell’oppositrice Svetlana Tikhanovskaya si è costruita attraverso i social, poiché era uno dei vlogger più popolari su YouTube e sui social, al di fuori dei canali di distribuzione ufficiali dell’informazione.

Il sostegno richiesto
Tutto ciò evidenzia il potere di chi potere non ne ha, che consiste generalmente nella disobbedienza civile contro una menzogna autoritaria, e che Václav Havel ha definito “momento rivoluzionario”. Come hanno spiegato i nostri esperti bielorussi durante un recente incontro sul loro paese, le ultime settimane hanno creato una finestra di opportunità perché la Bielorussia cambi radicalmente rotta. È esattamente questo il momento in cui i bielorussi hanno bisogno di un sostegno ponderato e, soprattutto, rapido in diversi settori.

Prima di tutto, la società ha bisogno di conoscenze giuridiche e tecniche, nonché di strategie per denunciare tutti i casi di crimini, atti di terrore e tortura. I crimini contro la nazione bielorussa non devono essere dimenticati. Gli autori dei reati devono già sapere non solo che verranno trascinati dinanzi a un giudice, ma anche quali pene incorrono.

In secondo luogo è necessario un sostegno immediato per gli scioperanti che attualmente vengono intimiditi dal regime, che minaccia sanzioni penali. Le organizzazioni sindacali internazionali, così come le quelle nazionali, hanno le risorse per sapere come scioperare e come difendersi dalla repressione, e possono fornire un sostegno concreto andando incontro agli scioperanti e alle loro famiglie senza sollevare queste azioni a livello di governo. In altre parole, organizzazioni come il sindacato polacco Solidarnosć hanno un enorme debito nei confronti della solidarietà ricevuta dai sindacati stranieri trent’anni fa. È ora tempo di restituire il favore.

In terzo luogo il governo della Polonia e l’Ue non devono sperare di far pressione per il dialogo o tentare di comunicare alle spalle dei bielorussi.

Nazione rinata
Nessuno, tranne la società civile del paese, ha il diritto di decidere del suo futuro. Anche se ci viene chiesto di farlo, dovremmo evitare una formula nel quale diventeremmo il debole garante e l’ostaggio permanente di un processo politico farlocco.

Allo stato attuale delle cose, nuove elezioni non possono essere prese in considerazione, ed è difficile negoziare con i leader della giunta al potere. Secondo la legge, in caso di vacanza della presidenza, il primo ministro diventa capo dello stato. Sebbene sia una figura moralmente dubbia e strettamente legata a Lukašenko, non ci si può permettere di discutere con l’attuale presidente sotto al naso della Russia.

Ma cosa succede se a un certo punto tutti gli sforzi vengono finalmente ricompensati? Ricordiamoci che dopo gli eventi delle ultime settimane niente sarà più come prima in Bielorussia. La sua bandiera è tornata a essere il vessillo bianco e rosso della prima indipendenza dall’URSS e anche se la trasformazione del paese richiederà ancora molto tempo, la Polonia e l’Europa devono riconoscere la nazione bielorussa come il legittimo sovrano, e non devono dimostrare nessuna acquiescenza nei confronti del suo tiranno ormai scaduto.

L’articolo originale su Visegrad Insight.
Leggi anche: La pandemia ha cambiato la Bielorussia per sempre
CATEGORIE
GOVERNANCE, TRASPARENZA E CORRUZIONEPOLITICA E DEMOCRAZIASOCIETÀ CIVILEBELARUS

Da - https://voxeurop.eu/it/bielorussia-rinascita-di-una-nazione/
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« Risposta #19 inserito:: Settembre 08, 2020, 12:13:02 pm »


Kolesnikova, la flautista contro il dittatore bielorusso: “Impossibile fermare la protesta: è più forte del singolo, me inclusa” | Rep

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https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/09/07/news/kolesnikova_la_flautista_contro_il_dittatore_bielorusso_impossibile_fermare_la_protesta_e_piu_forte_del_singolo_me_incl-266529822/
 
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« Risposta #20 inserito:: Settembre 16, 2020, 08:25:52 am »

La rivolta dei giornalisti della tv bielorussa. Il regime li caccia e sostituisce con professionisti moscoviti | Rep

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« Risposta #21 inserito:: Settembre 20, 2020, 10:52:40 am »

Bielorussia: tornano a marciare le donne, scontri e arresti - Mondo - ANSA

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Ti suggerisco questo link:

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2020/09/19/bielorussia-tornano-a-marciare-le-donne-migliaia-a-minsk_616ce8d0-1473-40a6-acf8-0e3ead8889b7.html

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« Risposta #22 inserito:: Settembre 20, 2020, 10:54:07 am »

Bielorussia, migliaia in corteo a Minsk. Testimoni: centinaia di arresti - La Repubblica

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https://www.repubblica.it/esteri/2020/09/19/news/bielorussia_tornano_a_marciare_le_donne_migliaia_a_minsk-267859140/
 
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« Risposta #23 inserito:: Settembre 21, 2020, 06:11:59 pm »

La crisi in Bielorussia: Putin al bivio della Storia | Rep

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12:34 (5 ore fa)
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https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/09/17/news/la_crisi_in_bielorussia_putin_al_bivio_della_storia-267671683/

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« Risposta #24 inserito:: Settembre 24, 2020, 12:16:46 am »

L’OPPOSIZIONE IN BIELORUSSIA NON È TUTTA DALLA STESSA PARTE

LETTERE E INTERVENTI
7 Settembre 2020

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Volodymyr Ishchenko, sociologo le cui ricerche si concentrano su proteste e movimenti sociali, rivoluzioni, politica di destra e sinistra, nazionalismo e società civile. L’articolo, pubblicato originariamente su LeftEast, è stato tradotto da Fabio Cescon.

Gli scioperi in Bielorussia della settimana scorsa hanno dimostrato che le proteste contro Lukashenko non sono una semplice “rivoluzione hipster”. Ma mentre i cittadini si uniscono alle proteste per vari motivi differenti, ci sono delle forze neo-liberali ben organizzate che si trovano in posizioni strategiche per imporre il proprio controllo.

Probabilmente non sapremo mai come hanno votato i Bielorussi il 9 agosto. Nessuno dubita che i risultati siano stati falsificati, ma nessuno ha provato che Aleksandr Lukashenko le abbia perse. Dei tentativi di estrapolazione dei voti basati su dei campioni non casuali di collegi elettorali hanno prodotto stime che vanno da 30% a 60% circa per Svetlana Tikhanovskaya. Di conseguenza i risultati disponibili non ci permettono di stabilire chi abbia vinto.

Tuttavia Lukashenko non vuole procedere a un nuovo conteggio dei voti o a nuove elezioni, poiché queste azioni innescherebbero delle defezioni del regime. Concedere una cosa del genere significherebbe concedere la propria sconfitta, come nel caso di Viktor Yanukovich dopo la Rivoluzione Arancione in Ucraina nel 2004.

Fino ad oggi la posizione di Lukashenko è stata categorica: lascia intravedere una lontana possibilità di nuove elezioni solamente dopo delle modifiche alla Costituzione, che indebolirebbero i poteri del prossimo presidente. Tutto ciò gli concederebbe del tempo e gli permetterebbe di ottenere alcune garanzie. Tuttavia i manifestanti sono uniti attorno alla richiesta di dimissioni immediate di Lukashenko. La radicalizzazione violenta ha preso fine la settimana scorsa – ma l’intransigenza aumenta le possibilità di un nuovo ciclo.

Proteste non-violente
Come avevo predetto, la violenza decentralizzata e poco coordinata dei giovani, la prima notte dopo le elezioni, non si è evoluta in qualcosa di comparabile al sollevamento armato in Ucraina nel 2014. Perché questo sia possibile è necessario che ci siano non solamente delle persone indignate ma anche delle organizzazioni più forti, con delle competenze in materia di violenza e strategia violenta.

In Bielorussia, l’utilizzo di bombe Molotov o di qualsiasi altro “strumento di violenza” è stato molto raro, i tentativi di barricate sono stati molto esitanti e non si è vista la nascita di nessuna organizzazione paramilitare. La polizia anti-sommossa era ben preparata, e nei casi in cui si trovava in inferiorità numerica, sembra che sia stata rinforzata da unità dell’esercito. Nell’ordine di grandezza, il numero di poliziotti feriti è inferiore a quello dell’operazione Maidan in Ucraina – e il numero di manifestati arrestati è superiore. I manifestanti non sono riusciti ad occupare e barricarsi in nessuno spazio specifico, rendendo impossibile la creazione di zone autonome che potessero perturbare l’ordine statale e che avrebbero potuto servire da punto di controllo per le attività di mobilizzazione.

Gli scontri sembravano già in declino a partire dalla terza notte. Poi, a metà settimana, le attività di protesta sono passate ad un repertorio non violento, con donne in vestiti bianchi incatenate con dei fiori e chiedendo di mettere fine alla violenza. Le marce di protesta e i raduni erano risolutamente non istigatori, non disturbando generalmente neanche il traffico, neanche in caso di forte affluenza, incontrando quindi poca repressione. I raduni non violenti hanno raggiunto il picco la domenica del 16 agosto, il più importante nella storia della Bielorussia post-sovietica.

Le interviste rapportate dai partecipanti mostrano che le elezioni rubate, la violenza poliziesca, gli arresti di massa e la tortura sono le principali motivazioni che spingono le persone a partecipare alle manifestazioni. Sembra che le eccessive violenze poliziesche della prima notte di protesta si siano rivoltate contro il potere – fenomeno che si è prodotto anche in varie altre manifestazioni – e abbiano alimentato la mobilitazione degli oppositori di Lukashenko. Tuttavia, sembra che i manifestanti non siano riusciti a colmare il divario e ad attirare nel loro campo un numero importante di sostenitori di Lukashenko o di cittadini esitanti.

Scioperi perturbatori?
Le agitazioni operaie in varie fabbriche bielorusse è uno sviluppo centrale. È senza precedenti, infatti, nel contesto delle proteste e delle rivoluzioni anti-governamentali post-sovietiche, nelle quali gli scioperi dei lavoratori atomizzati della regione non hanno giocato un ruolo significativo.

Nel caso del vasto settore pubblico bielorusso, degli scioperi supportati dalle principali aziende statali potrebbero sferrare un duro colpo al governo. [Gli scioperi] sono già diventati un’innovazione nel repertorio delle proteste politiche inn questa regione. Contrariamente alla violenza, gli scioperi sono un problema che il governo non è preparato ad affrontare – e questo ha probabilmente contribuito al passaggio alla riduzione della repressione della scorsa settimana.

Tuttavia, questi disordini operai sono ancora lontani da uno “sciopero generale”. Francamente, la maggior parte di queste attività non può neanche essere qualificata come sciopero in senso stretto. Si tratta principalmente di petizioni, di riunioni con la direzione e di raduni nei cortili fuori dai luoghi di lavoro e ai loro ingressi. A volte, dei gruppi importanti di lavoratori si sono uniti alle manifestazioni dell’opposizione in maniera organizzata. Esistono solamente dei rapporti contraddittori secondo i quali la produzione si sarebbe realmente fermata, anche se parzialmente, e, nel caso in cui lo fossero, solamente in poche fabbriche.

È possibile che questi scioperi crescano di scala. Tuttavia, non è ancora chiaro quanto saranno durevoli e portatori di cambiamento, se saranno coordinati solamente da dei comitati di sciopero spontanei e da un’opposizione formata da classe media e élites ugualmente inesperta, distante dalla vita dei lavoratori.

Come previsto, i sindacati ufficiali sono filo-governativi ed hanno perfino mobilizzato persone per dei raduni pro-Lukashenko. In linea di principio ci sono molti modi per dividere i lavoratori e spezzare gli scioperi. I soldi degli uomini d’affari e della diaspora, il crowd-funding organizzato attraverso i canali Telegram legati all’opposizione e il comitato di solidarietà, non riusciranno a sostenere migliaia di lavoratori durante uno sciopero sufficientemente lungo – e non può che discreditare gli scioperi, se sono percepiti come corrotti.

Un altro tema che solleva preoccupazione è l’assenza di qualsiasi rivendicazione socio-economica nella maggior parte delle petizioni di sciopero, la maggior parte delle quali è centrata sulle richieste politiche generali dell’opposizione. In questo caso è poco probabile che la grande quantità di lavoratori che non hanno votato per Tikhanovskaya si vergognino di non unirsi agli scioperi. I lavoratori entrano in politica non come una classe cosciente dei propri interessi distinti, ma come cittadini anti-Lukashenko che si trovano “per caso” nelle posizioni strategiche della produzione economica.

Questo pone la domanda di sapere perché anche una mobilitazione operaia così limitata non si sia prodotta in altre rivoluzioni post-sovietiche, in particolare durante il caso Maidan in Ucraina. In quel caso, l’opposizione ha indetto scioperi dal “giorno zero”. Tuttavia, quello che si è realmente materializzato durante i tre mesi della campagna, sono stati i raduni non-sovversivi organizzati dalle autorità locali pro-opposizione delle regioni occidentali o da alcune amministrazioni universitarie.

Una spiegazione può essere che, contrariamente ad altri dirigenti post-sovietici, Lukashenko ha preservato in maniera maggiore l’industria “sovietica” e le sue specifiche caratteristiche. Concentrati nelle città mono-industriali o nei quartieri industriali, i lavorati portano sul loro luogo di lavoro i problemi della collettività riguardo alla violenza poliziesca e scoprono spontaneamente il potere che vincola la direzione ad aprire un dialogo con loro. Dovremmo anche ricordarci degli importanti e sovversivi scioperi operai sovietici della fine degli anni ’80, all’epoca della Perestroika, che non si sono ripetuti immediatamente dopo il crollo industriale.

L’inizio decentralizzato e senza leader delle proteste bielorusse può fornire una seconda parte di spiegazione. In Ucraina, i dirigenti dei partiti dell’opposizione – i milionari rappresentanti dei miliardari – così come i militanti delle ONG della classe media e pro-occidentale non erano esattamente le persone capaci di ispirare delle rivolte operaie, soprattutto perché le grandi industrie sovietiche restanti erano concentrate nelle regioni del sud-est, maggiormente pro-russe.

Infine e soprattutto – e questo può spiegare anche perché neanche i lavoratori ucraini delle regioni occidentali non si sono uniti alle proteste in maniera organizzata – l’opposizione ucraina sembra che avesse scommesso piuttosto presto sulla crescente pressione su Yanukovich esercitata dall’Occidente e su una presa di potere violenta, cosa che potrebbe non essere un’opzione per l’opposizione bielorussa.

Leadership informale
La contestazione, inizialmente decentralizzata, si sta strutturando. Appaiono diverse iniziative mediatiche, mediche, di solidarietà e di comitati di sciopero. Tuttavia se qualcuno può pretendere alla direzione del movimento in questo momento è senza dubbio Tikhanovskaya (rifugiata a Vilnius) e la sua squadra elettorale.

Questa constatazione solleva una domanda riguardo quanto siano adeguati di fronte all’evoluzione delle proteste e chi prenderà il potere dopo Lukashenko, e quali sono i loro interessi e le loro idee. Le aspirazioni dei manifestanti della base sono un cattivo indicatore delle conseguenze della protesta. Ciò che è più importante è sapere chi sarà realmente in grado di presentarsi alle potenziali nuove elezioni e chi sarà in grado di fare pressione in favore di questi “veri cambiamenti” dopo il cambio di potere.

In questo contesto è inquietante che il “Consiglio di coordinazione per il passaggio di potere” di Tikhanovskaya sia formato principalmente dall’intelligentsiya nazional-democratica, da uomini d’affari e da militanti di partiti marginali dell’opposizione e di ONG con selvaggi programmi neo-liberali e nazionalisti, che sembrano un copia/incolla dello sviluppo in Ucraina dopo il 2014.

Oggi, l’opposizione tenta di prendere le distanze con il “pacchetto di riforme per la Bielorussia” che è stato sostenuto da varie ONG e alcuni partiti del Consiglio di coordinazione. Ogni rivoluzione costituisce una rivendicazione per un cambiamento realmente “rivoluzionario”. È importante sapere chi avrà abbastanza autorità e risorse per riempire questo vuoto, e con quali idee.

Divisioni nello Stato
Malgrado qualche defezione di basso rango e di bassa scala tra gli agenti di polizia, i giornalisti dei media filo-governativi e qualche funzionario, non c’è nessun segno di defezione di alto rango tra l’ élite, la polizia o l’esercito. Durante dei periodi di rivoluzioni, abbiamo spesso ottenuto prova delle crepe che si stavano formando dietro le quinte solamente settimane o anche mesi dopo, grazie a reports di giornalisti investigativi. Tuttavia, lo stile meno conflittuale e più focalizzato sul dialogo di alcune autorità locali e amministratori potrebbe riflettere non un cambiamento della loro lealtà ma una generale strategia di de-escalation – delle parole che fanno guadagnare tempo a Lukashenko.

È inoltre degno di nota che in tutto il paese si stanno organizzando delle manifestazioni altrettanto grandi in favore di Lukashenko.  I partecipanti delle manifestazioni pro-Lukashenko sembrano di media più vecchi e più poveri dei partecipanti dell’opposizione. Perfino secondo alcuni giornalisti dell’opposizione, la manifestazione pro-governativa a Minsk ha riunito circa trentamila persone. Era più piccola di quella organizzata dall’opposizione lo stesso giorno, e il trasporto verso Minsk o altre città era stato organizzato da strutture filo-governative. Tuttavia, i partecipanti sembravano genuini e entusiasti nel loro supporto per Lukashenko e esprimevano delle paure razionali di perdita di lavori, industria, e stabilità, e paure riguardo la violenza.

Questo è in netto contrasto con le manifestazioni pro-Yanukovich in Ucraina, che sembravano solamente rinforzare l’illusione dei manifestanti di Maidan, ovvero che qualsiasi cittadino cosciente sostiene Maidan e quelli che non la sopportano sono dei venduti, marginali e/o traditori. Lukashenko sta sfruttando intensamente la retorica patriottica de “la madrepatria in pericolo”, mentre l’opposizione ha ancora bisogno di trovare un modo di parlare dell’identità Bielorussa e non ripetere idee e retoriche nazional-democratiche impopolari.

Spettri russi
Le due previsioni opposte – ovvero (1) un’invasione russa della Bielorussia per salvare Lukashenko o (2) l’accettazione russa di qualsiasi risultato della rivoluzione, poiché la sua economia è così dipendente dalla Russia – sono basate su due confronti fuorvianti con l’Ucraina e l’Armenia.

La Russia si è in effetti astenuta da ogni invasione su grande scala del sud-est dell’Ucraina. Il costo dell’annessione della Crimea – una penisola con una popolazione simpatizzante, con un timore nel violento cambiamento politico nella capitale – è incomparabilmente inferiore a quello che emergerebbe dall’occupazione della Bielorussia – un paese molto più grande con vaste manifestazioni dell’opposizione già in corso.

Per quanto riguarda l’Armenia, si tratta di un piccolo stato schiacciato tra due stati più potenti e ostili (l’Azerbaigian e la Turchia) che bloccano la maggior parte dei suoi confini. Ciò che ha determinato la tolleranza di Putin nei confronti della rivoluzione armena due anni fa, fu molto più della dipendenza dell’economia armena dalla Russia.

D’altro canto, la debolezza di qualsiasi divisione nazional-identitaria in Bielorussia, contrariamente all’Ucraina, rende più difficile legittimare il sostegno in favore della repressione. Se in Ucraina, Putin poteva pretendere la legittimazione di “salvare” “la nostra” “popolazione russofona” da “Banderisti” [riferimento al nazionalista ucraino Stepan Bandera che collaborò in diverse occasioni con le forze naziste] alloctoni provenienti dalle regioni occidentali, in Bielorussia tutta la popolazione è “nostra” e non solamente una parte.

Nella stessa maniera non è “legittimo” agli occhi della popolazione Russa sostenere il governo che picchia il “nostro” popolo. Questo significa che il supporto russo potrebbe essere limitato e segreto. Nel caso in cui Lukashenko finirà per perdere il controllo, la Russia si imposterà probabilmente come mediatore per garantire i propri interessi in un compromesso negoziato. Un cambio di potere in Bielorussia dovrebbe essere “guidato” dalla Russia, per non essere percepito come una perdita per Putin. A tal fine, qualunque candidato serio per prendere il posto di Lukashenko dovrebbe fare di più per la Russia che semplicemente nascondere le proprie preferenze geopolitiche, come fa attualmente l’opposizione.

Minsk Maidan?
Un ultimo punto, riguardo ai riferimenti all’Ucraina nelle attuali discussioni sulla Bielorussia. Innanzitutto, delle affermazioni come “è come Maidan” o “non è affatto come Maidan” espresse dal governo o dai sostenitori dell’opposizione sono della stessa natura delle affermazioni di legittimazione/delegittimazione piuttosto tipiche come “questo è un pogrom, non è una rivoluzione”, “siamo partigiani, non terroristi”, “noi non siamo dei fascisti, solo dei patrioti”. Se il nostro obbiettivo non è quello di giocare a questi giochi ma di capire e illuminare quello che sta succedendo in Bielorussia, bisogna intraprendere un confronto minuzioso, piuttosto che accontentarsi di porre delle etichette.

Un confronto con l’Ucraina può non solamente aiutare a comprendere la Bielorussia, ma anche il contrario. Ora possiamo vedere meglio a cosa corrisponde una manifestazione veramente “spontanea”, “interamente nazionale”, “senza leader”, e che sembra molto differente dalla Maidan ucraina. L’impressione negativa lasciata dal presunto successo della rivolta ucraina del 2014 conduce a negare qualsiasi somiglianza.

Inoltre, la tendenza a parlare dell’Ucraina solamente nel contesto di nazionalisti radicali, scissioni regionali e di rivalità geopolitiche – e dunque a concludere che “niente di tutto ciò avviene in Bielorussia” – comincia a dare l’impressione che la persona che differenzia in tale maniera le due situazioni sia arrivato ad apprezzare i reportage estremamente negativi, tipici di Russia Today.

C’erano molti altri problemi seri con Maidan – il carattere vago delle sue esigenze, l’incapacità a costruire delle istituzioni, la polarizzazione delle classi subalterne e l’esclusività del suo nazionalismo civico – che sono molto pertinenti per il caso bielorusso. Si potrebbe dire che l’entusiasmo roseo riguardo alla Bielorussia poiché “ci sono dei lavoratori coinvolti” è della stessa natura che lo scetticismo cinico riguardo all’Ucraina perché “c’erano dei fascisti, laggiù”.

TAG: Bielorussia, Lukashenko
CAT: Geopolitica
Da - https://www.glistatigenerali.com/geopolitica/lopposizione-in-bielorussia-non-e-tutta-dalla-stessa-parte/
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« Risposta #25 inserito:: Settembre 24, 2020, 12:20:05 am »

Il PD, cioè "partito" e "democratico"
Posted Sab, 15/06/2013 - 19:00 by Valerio
Un ragionamento sul Partito Democratico, in quattro parti.
1. Le ragioni semplici di un partito largo
Perché puntare ad essere un "partito largo"?
Primo. Non possiamo fare a meno di avere militanti e simpatizzanti, informati, effettivamente partecipanti, conseguentemente motivati, e quindi capaci di far vivere le nostre proposte e le nostre battaglie nei luoghi di vita e di lavoro. Questa capacità di prender parola positivamente e di contrastare le retoriche dell'avversario che tanti media si adoperano per far diventare senso comune è una leva a cui è impensabile rinunciare. Non solo una necessità di fronte a chi ha molti più mezzi di noi, ma una leva che tanto più è importante se l'avversario non ha la capacità di utilizzarla allo stesso livello.
Secondo. Oggi più che mai è grande la distanza tra la indicazione delle necessità, degli obiettivi di governo, e la/e concreta/e scelta/e per conseguire il risultato. La complessità è un dato delle società moderne, ma in Italia è particolarmente sottolineato per il degrado dei meccanismi di funzionamento a tutti i livelli. La bontà delle soluzioni non può venire da ambiti ristretti, è necessario il concorso di tanti saperi ed esperienze. E' uno dei punti principali su cui ruota anche il ragionamento di Fabrizio Barca. Va anche aggiunto che un processo di elaborazione largamente partecipato può essere molto più facilmente diffuso, spiegato e gestito in fase di realizzazione delle politiche.
Partito “largo” non vuole essere, per me, una nuova aggettivazione su cui forzare un'intera costruzione di profilo del partito, fino alla rappresentanza e all'identità. E' solo un criterio di verifica che mi pare efficace nel legare una serie di ragionamenti sul partito e sul suo funzionamento, con la speranza di poterne trarre dei punti fermi condivisi.
Mi capiterà di usare anche il termine “rifondazione”. Nel senso di ritrovare i fondamentali. E su questo filo ritrovare le persone capaci non solo di ritracciare la rotta ma anche di ristabilire le condizioni di agibilità e di attraenza della politica.
 
2. Il superamento del dualismo iscritti/elettori
Iscritti ed elettori, è un dualismo che ci portiamo dietro dalla nascita. Sempre motivo di contrasti. Anche oggi, in vista del secondo congresso del PD, ritorna con la proposta di riservare ai soli iscritti il percorso congressuale, ovviamente contrastata da chi all'opposto vuole veder confermata quella seconda fase primariale. Questa volta addirittura con una terza variante-intreccio ancor più micidiale secondo la quale ci si chiude per benino a fare il congresso tra soli iscritti e poi si apre un percorso parallelo per la leadership di governo, in cui non contano tanto o solo i "nostri" elettori ma contano tutti i cittadini, in sostanza non più un passaggio di partito o di coalizione ma un pezzo di campagna elettorale, nella quale, per inciso, ognuno dei contendenti non si limiterà a caratterizzare il portato collettivo di elaborazione programmatica ma esporrà il "suo programma".
Il tutto per giunta a ridosso del voto, con evidenti conseguenze. E quindi anche con maggiori difficoltà di rapporto con eventuali alleati, sia in termini di partecipazione sia in termini di preventivo impegno a rispettare l'esito della contesa primariale.
La maledizione di quel dualismo, come sappiamo, nasce dalla fase costituente del PD quando, subito dopo la elezione di Veltroni, i lavori della Commissione statuto si trovarono di fronte alla proposta che prevedeva un partito senza iscritti, cosa ben diversa dalla positiva apertura agli elettori ascoltata al Lingotto. Dopo 40 giorni da brivido, alla fine ci ritrovammo con questa partizione in due mondi distinti, iscritti ed elettori. E tutti i nostri ragionamenti restano culturalmente e politicamente bloccati a quella mediazione, avvelenata da un contrasto profondo sul modello di partito.
Se vediamo la necessità urgente di una rifondazione radicale, dobbiamo andare oltre la maledizione di quel dualismo e tornare ad un ragionamento sui fondamentali.
Per farlo ci dovrebbe bastare un'operazione tutto sommato semplice, andare con la memoria alle file davanti ai gazebo, sia quelli del 14 ottobre 2007, sia quelli del 2009. Ci abbiamo parlato con quella gente in fila, no? C'erano gli iscritti, c'erano gruppetti trainati dai candidati nelle liste, c'era anche qualcuno che aveva "sbagliato fila", giovani attratti dalla proposta, e poi c'erano tutti gli altri, cioè la stragrande maggioranza. Qual era il profilo di quelle persone? Non erano volti "nuovi". Erano persone per le quali la parola "politica" era già nel vissuto, e molto spesso anche la parola "militanza". Se li abbiamo trovati lì e non dentro ad un circolo, è forse perché hanno problemi a versare trenta euro di tessera? O è perché non abbiamo saputo offrir loro altro che primarie? Erano lì per vivere un momento di spinta positiva, con la speranza di reincontrare un partito utile, che poteva essere il partito utile, unitario, incisivo, il PD. La domanda di trasparenza e di effettiva democrazia che ci viene dal nostro popolo è la stessa che chiediamo noi iscritti nei Circoli.
Superare intellettualmente quel dualismo, rifiutare una cristallizzata distinzione tra iscritti ed elettori che non esiste in natura. Non esiste guardando agli elettori, ma nemmeno esiste guardando agli iscritti se non vogliamo tapparci gli occhi di fronte al saliscendi del numero iscritti tra anni congressuali e non. Operare per essere un partito largo, sia nel modello, sia nei comportamenti territoriali. Offrire a tutto il nostro popolo un rapporto reale tra una primaria e la successiva.
Se davvero lo si vuole il partito largo, non è difficile disegnare un modello diverso di funzionamento. E poi quel modello lo si organizza; e lo si difende, invece di scaricarci sopra ogni volta il conflitto politico.
Ancora una volta, in queste settimane, vediamo invece che elementi del modello sono posti in discussione con evidenti torsioni tattiche legate ai posizionamenti congressuali o a visioni congiunturali, dalla coincidenza tra Segretario e candidato Presidente del Consiglio, alle modalità delle primarie (congressuali e non). Basta farsi male.
 
3. Il tempo, i servizi, internet, ovvero il SIP
Bel titolo ermetico ;-) . La sua forma esplicita potrebbe essere: costruiamo il partito curandone il funzionamento in forme tali che possa essere vissuto e partecipato dalla più ampia parte di militanti e simpatizzanti, forme abilitate da un uso appropriato della rete e attuando il “sistema informativo per la partecipazione” previsto nel nostro statuto.
Cominciamo dal tempo, quello che hanno a disposizione le "persone normali" per la politica. Dopo una giornata di lavoro, incombenze varie, pensiamo che una passione civile e politica possa impegnare un tempo mediamente superiore ai 20 minuti? E' poco? Dipende. Certo che se siamo organizzati in modo tale che solo per essere informati servono 2 ore al giorno non avremo mai un partito largo, avremo un partito stretto, pochissimi in grado di "far politica", pochissimi in grado di partecipare.
All'interrogativo sul quel tempo abbiamo risposto "dipende". Da cosa? Dalle nostre forme di relazione e dall'uso di "logiche di servizio".
Dalle nostre forme di relazione, da quanto, ad esempio, il confronto sia effettivamente svolto negli organi invece che in interviste su una decina di quotidiani e tante comparsate televisive. O dal vizio di produrre materiali che sono sempre all'estremo inferiore o superiore, o volantini con qualche slogan o documenti corposissimi e spesso mal sintetizzabili, con 4 o 5 mediazioni risolte su una parola o un aggettivo.
Dalle logiche di “servizio”. Perché comunque le quantità e i flussi di base sono rilevanti, rispetto al tempo dedicabile. E serve quindi il valore aggiunto di una resa in termini di servizio, a tutti i livelli, ricercabilità dei materiali, cura dei canali di conversazione, selezione e sintesi, ecc. La semplice trasparenza non basta. Servizi informativi, ma anche di interazione, regolati, dimensionati... mica basta aprire un canale.
Certo, i contenuti. Ma se hai regolato un flusso di domanda vedrai che escono anche i contenuti che servono. Detto per inciso, possibile che di fronte al martellare di "non è di destra né di sinistra" e il "sono tutti uguali", veri e propri assi sui quali siamo stati disarticolati e Grillo ha invece costruito il suo successo, non siamo stati capaci di produrre 2-3 paginette, non strumentali, veritiere e incontestabili, corredate dai link ai necessari supporti dimostrativi, sull'insieme delle diversità di proposte e comportamenti, parlamentari e non, tra “loro e noi”? Abbiamo cercato di farcele nei circoli, ma alla buona. Avrebbe dovuto essere il nostro mantra.
Nel sostenere la logica di servizi per la partecipazione, va esplicitato anche un corollario. Perché realizzare servizi è un gioco che chiede risorse, e non poche. Ma le risorse umane, che sono la gran parte, le abbiamo. E sono risorse volontarie. Non può essere però un apporto spontaneo. Questo tipo di volontariato va riconosciuto, ne va incardinata la funzione, e va conseguentemente organizzato. Non è un punto banale.  Se si preferisce che a lavorare siano risorse pagate, ritenute più sicure o meglio governabili, vuol dire ...che i servizi non si faranno. Meno partecipazione. Partito più stretto. E a maggior ragione tutto questo vale in condizioni di risorse finanziarie sempre più scarse.
Un sistema di servizi informativi e di relazioni partecipative. Dire che debba essere basato in rete è dire una ovvietà. Eppure abbiamo preferito indulgere alle battute su Grillo, avvalorando il concetto che il fattore rete possa prevedere il supporto ad un solo modello organizzativo, quello della democrazia diretta. O anche peggio. Ovviamente non è così. Ci siamo concessi qualche sbandata per i social network (tutt'altro film) e non abbiamo la visione degli usi possibili del fattore internet nell'organizzazione e nel funzionamento del partito (vedi successivo articolo).
Anche il “funzionamento”? Sì, anche parti del funzionamento. E' possibile. Questo non destruttura niente, non toglie i punti di responsabilità. Cambia il modo di esercitare quella responsabilità. Il “partito all'altezza degli occhi” è una metafora del modello, non il modello. Probabilmente chi ostacola preferisce i "metodi da partito piccolo". Non così diversi, nella sostanza, da quelli di Grillo, in rete.
Infine, SIP. Già, perché quel sistema di servizi e relazioni lo abbiamo addirittura nello statuto. Quel Sistema Informativo per la Partecipazione lo troviamo in art.1 (definizione), e poi funzionalmente negli artt. 22 (rapporto eletti-elettori), 27 (altre forme di consultazione e di partecipazione alla formazione delle decisioni del Partito), 39 (equiparazione dei rapporti all'interno di quel sistema telematico alla ordinaria vita di partito, paritariamente rilevanti per le competenze delle Commissioni di Garanzia).
Eccola quella definizione in art.1:
Il Partito Democratico assicura un Sistema informativo per la partecipazione basato sulle tecnologie telematiche adeguato a favorire il dibattito interno e a far circolare rapidamente tutte le informazioni necessarie a tale scopo. Il Sistema informativo per la partecipazione consente ad elettori ed iscritti, tramite l’accesso alla rete internet, di essere informati, di partecipare al dibattito interno e di fare proposte. Il Partito rende liberamente accessibili per questa via tutte le informazioni sulla sua vita interna, ivi compreso il bilancio, e sulle riunioni e le deliberazioni degli organismi dirigenti. I dirigenti e gli eletti del Partito sono tenuti a rendere pubbliche le proprie attività attraverso il Sistema informativo per la partecipazione.
Serve inventare altro o serve fare quel che già doveva essere fatto?
Il "partito nuovo", largo, funzionalmente largo per quanto l'uso della rete ci consente, lo facciamo o no?
 
4. Un partito descrivibile, agibile, le regole e le correnti
Una costante del far politica, anche nel nostro partito, è il fatto di non assumere il complesso regolativo (statuti, regolamenti, ecc.) come un preesistente condiviso e vincolante ma di farne oggetto stesso del conflitto nello svolgersi dell'azione politica.
Se le regole non tengono, saltano le garanzie per ogni apporto militante all'interno del collettivo. Una conseguenza, forse ancor più grave, sta nel fatto che non sono in grado, attraverso le regole, di indicare "come funziona il partito" ad uno che si avvicina per iscriversi e mi chiede, appunto, come funzioniamo.
Ma c'è anche un secondo motivo più forte per il quale le regole dichiarate non possono descrivere il funzionamento del partito. Parte del tutto rilevante dell'attività politica non passa infatti dai luoghi descritti dal nostro statuto. Gli stessi meccanismi congressuali, il cuore del funzionamento, oggi non si attiverebbero mai se non vi fossero a monte quelle aggregazioni dalle quali discendono candidature e liste. Volgarmente dette "correnti".
Un partito così impostato può essere attraente (ancora una volta largo/stretto)? Può riuscire a svolgere il ruolo che per sé dichiara nel panorama politico italiano, e nella società italiana, e al punto in cui siamo?
Anche chi ha scelto consapevolmente e legittimamente di partecipare attraverso una di quelle forme organizzate può davvero dirsi soddisfatto di come all'interno di quella determinata componente è selezionato il gruppo dirigente? E non è forse vero che non sono pochi coloro che dentro questo nostro partito saprebbero indicare validi dirigenti anche tra chi era diversamente schierato nell'ultimo congresso e sarebbero ben decisi a non concedere fiducia a qualcuno pur inserito nelle liste sostenute?
Non serve insistere con le motivazioni critiche. Nelle ultime settimane le critiche sono state formulate in modo netto, al livello più autorevole.
Ora però devono trovare una traduzione velocissima, perché la prossima settimana si riunisce la Commissione per il Congresso e nell'arco di una ventina di giorni si formeranno gli orientamenti sia per modifiche statutarie sia per le modalità specifiche di questa tornata.
E' un tempo molto breve, ed è facile immaginare che ci si concentrerà su poche cose. Ma le cose da toccare non sono poche se si pensa che non debba più ruotare tutto intorno alle correnti, è tutto un sistema di funzionamento che devi ricostruire, motivazioni, strumenti, profili di responsabilità negli organi, procedure di selezione, sistemi di garanzia, ecc.
Come sempre, non si fa tutto insieme. Serve che i primi passi spingano il processo nella giusta direzione.
Se il lavoro della Commissione dovesse confermare sic et simpliciter il meccanismo delle liste bloccate, architrave della riproduzione correntizia, vuol dire che staremmo scherzando. Se un metodo diverso lo si vuole cercare, si trova.
Il fatto che si proceda prima con i livelli regionali e territoriali e solo successivamente con il livello nazionale cambia lo scenario ma di per sé non risolve il punto.

 L'Italia di domani
 le proposte del partito democratico

L'indice delle pagine sul sito PD  -  Visualizza online la brochure

"L'Italia di domani" era anche il tema della Festa Democratica nazionale tenuta a Pesaro.

Puoi rivedere l'intervento conclusivo di Bersani su Youdem.tv o leggere il testo integrale sul sito nazionale.
 
 

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