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Autore Discussione: CINA -  (Letto 643 volte)
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« Risposta #15 inserito:: Ottobre 29, 2020, 07:16:27 pm »


Diario da una stanza di isolamento

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Rep: | Hotpot - Cosa bolle in Cina
mar 27 ott, 08:01 (2 giorni fa)
a me


Rep: Hotpot di Filippo Santelli

27 ottobre 2020

Ciao a tutti da Nanchino.


Come vi raccontavo nell'Hotpot della scorsa settimana, al rientro in Cina sono stato trovato positivo al coronavirus e trasferito in una struttura sanitaria “Covid” della città di Nanchino. Domenica 18, verso le 22, mi hanno chiuso a chiave dentro questa stanzetta d’ospedale tre metri per cinque, priva di luce naturale, dove starò finché non tornerò negativo. Ecco il mio diario.


Martedì 20, secondo giorno di isolamento: darsi una routine

Dopo un giorno di "ambientamento" ho deciso che mi devo dare una regola, scandire le giornate. Così alle 5.30, quando mi svegliano per raccogliere il campione di espettorato, mi metto i calzini da ginnastica e inizio a camminare avanti e indietro con la musica nelle orecchie. Da un angolo all’altro della stanza, circumnavigando i due letti, sono otto passi. Vado avanti per circa 45 minuti, dovrebbero essere circa 3 chilometri. Mi aiuta molto ad attivarmi e scaldarmi, visto che nella stanza fa freddissimo. Poi inizio la terapia che il medico mi ha prescritto: due pastiglie, tre volte al giorno, di un antivirale di produzione russa che si chiama Arbidol, che la comunità scientifica considera inefficace, e un aerosol di interferone. Dovrebbero impedire al virus di moltiplicarsi, ma si sa che per il coronavirus al momento non ci sono cure. Nel pomeriggio riesco a far capire a un'infermiera che dal termoconvettore esce solo aria fredda e lei mi aiuta a spostarlo sul caldo. Evviva! Funziona sì e no, va in blocco molto spesso. Ma è qualcosa. Sull’onda dell’entusiasmo provo a chiedere anche se mi danno una sedia al posto del mini sgabellino in dotazione, unica cosa a cui appoggiare il sedere a parte il letto. Questa volta la risposta delle infermiere in chat è secca: “No”.

 
Mercoledì 21: e luce fu

Mi è passato il mal di schiena, ma ora ho il naso tappato. Chssà se è un sintomo del virus o l'effetto dell'aria di questa stanza. Per la prima volta viene una persona a pulire per terra. Una passata di mocio, durante la porta resta aperta, così posso piazzarmi lì davanti e guardare fuori. C’è il corridoio del reparto Covid, con un orologio su cui si alternano le scritte "non fumare" e "auguri di pronta guarigione". Ma soprattutto ci sono le finestre, da cui entra la luce del sole. È la prima volta in tre giorni che la vedo, devo socchiudere gli occhi. La signora ci mette circa 20 secondi a pulire, poi esce e richiude la porta.

 
Govedì 22: rumori dalla stanza accanto

Dopo avermi tamponato ogni mattina per tre giorni consecutivi, oggi le infermiere non passano, quindi posso dormire un pochino di più. Alle 7 però qualcuno entra comunque in stanza, lascia la colazione sul tavolo e mi riempie il thermos gigante di acqua calda, irrinunciabile toccasana per i cinesi. La noia è tanta. Una delle infermiere ha una cartelletta, sbircio su un foglio: ci sono una trentina di nomi sopra, i miei compagni di sventura (una parte o tutti?), quasi tutti cinesi. Ogni tanto sento quello della stanza a fianco scatarrare. Il suono, tipico della Cina, non è dei più melodici. Ma in questo caso serve a ricordarmi che fuori dalla mia stanza c'è un mondo.


Venerdì 23, quinto giorno di isolamento: e se fosse un test?

Mi hanno scritto centinaia di persone, soprattutto su Instagram, un'ondata di affetto e di stima inattesa. Vorrei provare a rispondere a tutti, se non altro mettendo un “cuore” sui loro messaggi, ma sono davvero tanti e non posso passare tutta la giornata attaccato al telefono. Inizio a pensare cose strane, per esempo che questo in realtà sia un test del mio spirito di esplorazione, che la porta sia aperta e basti aprire la maniglia per uscire ed essere libero. Allora ci provo, provando a nascondermi dalla telecamera. Ma è chiusa.

 
Sabato 24: senza gusto

Perdo il senso gusto, uno dei sintomi comuni legati al coronavirus, o almeno così credo. Anche del cioccolato all’arancio che mi sono portato dall'Italia non percepisco quasi nulla, se non la consistenza. Forse è una benedizione, visto il cibo dell’ospedale: per la prima volta finisco quasi per intero una delle porzioni che mi portano. Mi scrive la dottoressa Chen per annunciarmi che hanno attivato un wifi, anche se lei lo chiama “wife”, moglie. Che lo abbiano installato apposta per me, il gornalista straniero? La linea si chiama “stazione reparto D2”. Password: 12345678. Ma non la uso, ho la mia saponetta di cui mi fido di più. Alla sera guardo X-Factor nel letto.

 
Domenica 25: il primario ride

Nel pomeriggo bussano. Entra una dottoressa, si presenta come Zhong, il “dottore capo”. È la prima volta che un medico mi viene a vedere di persona, finora avevo interagito con la dottoressa Chen via WeChat. Mi dice che parla poco inglese, come fanno quasi tutti i cinesi, ma in realtà lo mastica: proviamo a comunicare mischiandolo con il mandarino. Mi chiede se voglio sapere delle cose e io ne approfitto per chiederle quanto andrà avanti il mio isolamento. Mi spiega che potrò uscire quando i tre tamponi, naso, bocca e ano, saranno tutti negativi per due volte di fila. Le chiedo quanto tempo ci vuole di norma per un paziente per negativizzarsi e lei mi dice che non si può dire, alcuni pazienti ci hanno messo tre, quattro settimane, altri sono rimasti qui quattro mesi. Ride in maniera amichevole, ma a me non fa molto ridere. Le chiedo allora se possono darmi una vera sedia al posto del minuscolo sgabellino, devo lavorare, magari lei che è il capo me ne farà avere una. Mi risponde che non ci sono sedie qui, anche le "sue" infermiere usano gli sgabelli. Me lo mima pure, sedendosi su uno sgabellino e facendo finta di consultare dei fogli. Ultima domanda: le chiedo se possono aprire la porta e farmi vedere un po' di luce naturale per dieci minuti al giorno, questa artificiale non mi fa bene alla salute. Mi risponde di no: nel reparto ci sono malati con sintomi, ma che non sono stati ancora confermati positivi al virus. Se tengono aperta la mia porta rischio di contagiarli.


Lunedì 26: il bucato non si asciuga

Oltre alla passeggiata mattutina inizio a fare degli esercizi di ginnastica con la app della Nike. Ero in forma prima di entrare qui, vorrei provare a non perderla del tutto. Faccio anche un po' di bucato, ma il problema è stenderlo. L'unico luogo utile è l'asta della tenda della doccia, devo limitarmi a due mutande, un paio di calzini e una maglietta. Dopo parecchie ore sono ancora tutti bagnati, le sposto sulle ante aperte dell'armadietto in stanza, sotto al termoconvettore, lì con il passaggio dell'aria dovrebbero asciugarsi un po' più in fretta.

...

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Filippo


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« Risposta #16 inserito:: Novembre 19, 2020, 11:20:29 pm »

Rep: Hotpot di Filippo Santelli

17 novembre 2020

Ciao a tutti da Nanchino.
Domenica 18 ottobre, al ritorno in Cina dall’Italia, sono risultato positivo al coronavirus e trasportato in una struttura sanitaria “Covid” della città di Nanchino, dove sono stato chiuso in una stanza di isolamento tre metri per cinque e senza luce naturale. Questo è il mio diario.

Martedì 10, ventitreesimo giorno di isolamento: la rabbia
Un altro test dell’espettorato, un’altra positività. Questa volta ho un moto di rabbia. Avrei voglia di prendere a calci la porta, di iniziare a urlare, se non altro per capire che cosa mi farebbero. Non sopporto più questo letto con il materasso a sottiletta e il lenzuolo di un materiale che appiccica, non sopporto più il blocco di riso che mi servono due volte al giorno, non sopporto i silenzi dei dottori, a cui devo essere sempre io a chiedere i risultati dei test. Non sopporto l’ottuso estremismo di questo Paese nell’affrontare il virus: "Non lo sapete che dopo venti giorni non si è più contagosi?", avrei voglia di gridargli. Ma conosco la Cina, prendere a testate il sistema non serva a nulla.

Mercoledì 11: italiani
Mi scrive un amico, dicendo che c’è un altro italiano nella mia stessa situazione e girandomi il contatto. Enrico, nome di fantasia, è isolato in un ospedale di Xiamen, una città sulla costa nel Sud della Cina, da neppure una settimana. Forte dei miei 24 giorni mi tocca informarlo: non sarà breve. Enrico è uno di quegli italiani, non pochi, che vivono nella Cina profonda, in metropoli di cui la maggior parte di noi non ha mai sentito il nome, dove trovare una margherita bufala e alici o una buona scuola internazionale è molto più difficile che a Pechino o Shanghai (e già a Pechino non è che sia facilissimo…). Mi manda un video della sua stanza, poche differenze. Lui ha un compagno di isolamento, un ragazzo filippino “molto simpatico”. Ci credo, a Pechino giocavo a basket con un gruppo di filippini, ma preferisco stare da solo. In compenso invidio la sua porta con una parte centrale in vetro, da cui entra luce naturale e si può vedere l’esterno. “Ma tra quella e la camera c’è un’altra porta a scorrere", mi dice Enrico. "E le infermiere vogliono che la teniamo sempre chiusa”. Anche a Xiamen, quindi, niente luce.
Non è notte, è l'aspetto della mia stanza alle 11 di mattina, ma con la luce spenta

Giovedì 12: venticinquesimo giorno di isolamento: tutti pagheranno
Mi scrivono in tanti, soprattutto su Instagram, un fiume di affetto e di stima che non avrei mai immaginato di ricevere. Ci sono persone estranee che condividono con me i momenti difficili, a volte tragici che stanno vivendo, per il Covid e non solo: è così toccante da spiazzarmi. Poi arrivano anche dei messaggi bizzarri, il mondo è pur sempre un posto strano. Una signora mi consiglia “con il cuore” di affidarmi a Michele Arcangelo, “potente immagine del coraggio, che con la sua lucente spada di dispenserà la forza per resistere e mantenere la lucidità”. La cosa andrebbe pure bene, ma capisco meno la minacciosa chiusura: “Arriverà il giorno in cui tutti pagheranno!”. Tutti chi?

Venerdì 13: punzecchiato da uno stuzzicadenti
Raramente mi ricordo un sogno, ma quello che stamattina all'alba è vivido. Sono in una specie di labirintico centro benessere, piano di porte e di scalette, in cui mi aggiro con un asciugamano e delle ciabatte blu. Lo esploro, una serie di stanze spoglie, delle docce, mi perdo, ma poi chiedo indicazioni e riesco a trovare l’uscita seguendo un gruppo di ragazzi. Fuori però non è finita: mi dicono che devono testarmi, di aspettare in piedi in corrispondenza di un segno sul pavimento. Un ragazzo mi misura la febbre, poi inizia a punzecchiarmi sul petto con uno stuzzicadenti. La cosa non mi piace, ma non provo dolore. Alla fine della procedura, un po’ esitante, il ragazzo dice che sono positivo e alza subito il telefono per fare una chiamata. Vorrei dirgli: “Certo che sono positivo, sono già in isolamento”. Ma poi penso: e allora perché sono uscito? Perché sono venuto al centro benessere. Ora mi puniranno di sicuro! Per fortuna mi sveglio.
Le ciabatte blu erano anche nel sogno

Domenica 15, ventisettesimo giorno di isolamento: temperatura!
Vi dicevo che è arrivata una nuova squadra di infermiere. Il problema è che con le vecchie si era creato un buon equilibrio, per esempio sul controllo della temperatura, una delle incombenze previste dal protocollo. Me la chiedevano quando capitava, un paio di volte al giorno, io rispondevo con i miei tempi, tutto bene. Le nuove infermiere invece hanno cominciato con ben altro piglio: chiedono la temperatura quattro volte al giorno. E negli ultimi due giorni la cosa si è fatta ancora più pressante, visto che l’ultimo sollecito via chat arriva ben oltre la mezzanotte. L'ho ignorato e mi sono addormentato, solo che verso le 2 quelle hanno iniziato a chiamarmi a ripetizione. Non ho risposto, e l’unico risultato è stato che alle 3 un’infermiera ha spalancato la porta della stanza per ribadire il concetto: ti wen! Temperatura! L’ho mandata a quel paese, pensando di archiviare una volta per tutte il problema. Ma non avevo fatto i conti con l’ossessività con cui i cinesi, anche per paura di essere puniti, osservano le procedure. Questa notte infatti, verso le 3. Un’infermiera ha fatto di nuovo irruzione nella stanza. E per aggirare la mia resistenza si era portata dietro uno di quei termometri a forma di pistola che la Cina ha in dotazione. Immaginate di essere svegliati durante la notte di soprassalto e vedere una specie di astronauta dentro uno scafandro bianco marciarvi incontro con una pistola spianata. Ecco. Al mattino ho protestato con la dottoressa Zhou, chiedendo se la misurazione notturna potesse cessare. Ma neanche il suo “ok” ha potuto molto, perché qualche minuto dopo un’altra infermiera, credo la capa, ha bussato alla mia porta in assetto da negoziazione, con il traduttore simultaneo in mano. “Bisogna misurare quattro volte”, mi fa. E io, sapendo che con i cinesi l’aggressività premia: “E' trenta giorni che misuro, ora basta”. Dopo un lungo tira e molla di cifre e orari, che neanche al mercato della Seta di Pechino, ci siamo accordati su tre misurazioni: 10, 14 e 18. Non so chi abbia avuto la meglio, ma la notte dopo nessuno entra in camera.

Lunedì 16: passi sul tetto

L'inizio della settimana è sempre il momento più duro. Qu non c'è differenza tra martedì, venerdì o domeniche, ma la testa resta legata agli schemi di fuori, per fortuna.  Il nuovo test mi dà ancora positivo, cosa che non migliora l'umore. Mi faccio mandare il referto dal dottore, ma tanto so che è inutile, non dice nulla oltre a "positivo" e al tipo di gene che è stato trovato "ORF1ab". Sento dei passi sul tetto della mia stanza, forse dei lavori di riparazione. Il cielo in fondo è lì, tre metri sopra la mia testa. Dico al dottor Zhou che ormai sono qui da un mese, magari posso uscire per dieci minuti. Terrò la mascherina e le infermiere potranno controllare che non scappo :-). Risponde "ne parlo con il capo". Sempre meglio di un no.

Sto raccontando il mio isolamento anche su Twitter e Instagram.

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Filippo
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« Risposta #17 inserito:: Novembre 24, 2020, 09:17:31 pm »

Ciao a tutti da Nanchino.

Domenica 18 ottobre, al ritorno in Cina dall’Italia, sono risultato positivo al coronavirus e trasportato in una struttura sanitaria “Covid” della città di Nanchino, dove sono stato chiuso in una stanza di isolamento tre metri per cinque e senza luce naturale.

Questo è il mio diario.


Martedì 3, sedicesimo giorno di isolamento: fragili

Mattina presto, appena apro gli occhi sento un pianto. Viene dalla stanza accanto, passa attraverso queste paretine di plastica, o almeno così mi sembra. Una donna parla al telefono e piange, un singhiozzare disperato che dura mezz’ora. Forse di più. Anche a me succedeva all’inizio, soprattutto quando parlavo con la mia famiglia, oppure sotto la doccia. Poi dopo un paio di giorni mi sono indurito, mi sono costruito una corazza, ho ricacciato i brutti pensieri dentro e in fondo. Ma sentire la mia vicina di stanza piangere mi ricorda che quei pensieri sono sempre lì. Che qui dentro siamo tutti fragili. Quando ero in quarantena in hotel, quella per i viaggiatori in arrivo, distribuivano dei questionari psicologici e c'era un numero di telefono da chiamare in caso di problemi, la cosa mi aveva stupito in positivo. Qui tutta l'attenzione per il benessere psicologico è sparita, è evidente che le priorità sono altre. La vicina piange ancora. Metto gli auricolari e accendo la musica.

 

Mercoledì 4: una prova dell'esistenza del mondo

E invece stamattina il suono è diverso. Forse sto ancora sognando? O saranno allucinazioni? Mi sembra di sentire un uccello. No, è proprio un uccello. Sembra che il cinguettio arrivi dall’impianto di aerazione: è probabile che sia entrato dalle bocche esterne e che ora non riesca più a uscire. Non posso dire che mi dispiaccia: il suo canto è il primo suono naturale che mi arriva da oltre due settimane, una prova che il mondo esiste ancora. Nel corso della giornata sento che si sposta, poi a sera sparisce. Spero abbia trovato la via per uscire. Qualcuno mi chiede qual è la prima cosa che farò quando mi lasceranno andare. Mi piacerebbe rispondere una passeggiata in un bosco, ma Pechino è quello che è, mi accontenterò di un parco. Oggi per la prima volta, oltre alla signora che pulisce il pavimento, ne entra una per pulire il wc. Non riesco a spiegarmi perché abbiano iniziato oggi. Si erano dimenticati? Intanto dall'Italia mi avvertono che gli uffici visti cinesi hanno annullato tutti gli appuntamenti: la Cina sta di nuovo bloccando l’accesso agli stranieri provenienti da una serie di Paesi, tra cui il nostro. Se possibile, le persone a cui voglio bene sono ancora più distanti. Mi fanno un altro test dell'espettorato, ma è ancora positivo.

 

Sotto: la signora addetta alla distribuzione dell'acqua calda

 

Image
 

Giovedì 5, diciottesimo giorno di isolamento: il mandarino

Apro Facebook, non lo faccio spesso. Il primo post che l'algoritmo mi propone è quello di un amico, tragico. Suo padre è morto di Covid-19, da solo, senza che nessuno della famiglia potesse stargli vicino. L’ho sentita tante volte ormai questa storia crudele, ma è la prima volta che arriva così vicino a me. Il post del mio amico è una pugnalata al cuore: racconta che quando gli è arrivata la chiamata dell’ospedale, quella in cui lo avvertivano che suo papà era in rianimazione, di prepararsi al peggio, stava mangiando un mandarino. La metà non finita del mandarino è rimasta sul tavolo per giorni, mentre aspettava una nuova chiamata dell'ospedale. Metà mandarino è il confine tra la vita di prima, intera, e quella dopo, spezzata. Ho una paura atroce che possa succedere qualcosa ai miei cari mentre sono chiuso qui dentro, dall’altra parte del mondo. Ma in fondo, anche se fossi in Italia, cosa cambierebbe? Ogni malato di Covid-19 vive o muore da solo, isolato, irraggiungibile. 

 

Venerdì 6: buona nuova

Non è ancora LA buona notizia, ma è una buona notizia. Il risultato del mio espettorato oggi è passato da “positivo” a “sospetto”. Chiedo alla dottoressa Chen che cosa significhi da un punto di vista scientifico. Lei mi risponde in modo non troppo scientifico: “Che sta migliorando”. Capisco che non otterrò molti più dettagli, mi accontento. Probabile che questo test dal risultato non chiaro, intermedio, sia l'effetto di una riduzione della carica virale. Sull’onda dell’entusiasmo la dottoressa torna a offrirmi il farmaco “gratuito” che mi aveva proposto la scorsa settimana, la timopentina. Dice che una signora inglese entrata con me lo ha preso e dopo quattro giorni era negativa. Mi sento un po’ preso in giro, ho il dubbio che l’ospedale insista perché ha in corso una sperimentazione, ma poi penso che potrebbe anche essere reale sollecitudine, qui sono convinti che anche un positivo senza sintomi sia malato e vada curato. Declino con gentilezza.

 

Sotto, un baozi, il panino soffice ripieno tipico delle colazioni cinesi, il cibo più buono che mi danno qui

 

Testo alternativo
 

Sabato 7, ventesimo giorno di isolamento: saltelli

Ho un autonomia di lavoro limitata: tra la luce artificiale, la difficoltà a concentrarmi e la scomodità dello sgabellino riesco a scrivere al massimo per un’oretta e mezza, poi ho bisogno di una pausa. Ma nelle giornate in cui non lavoro, come oggi, non so bene come passare il tempo. Mi convinco a fare esercizio, la ginnastica accelera il metabolismo e mi mette appetito, anche se non ne posso più di quel monoblocco di riso a pranzo e a cena. Quando facco i saltelli la camera trema tutta, chissà cosa penseranno i vicini. Chissà se le infermiere stanno guardando dalla telecamera di sorveglianza e se la ridono. Chissà che pensano dello straniero del letto 35.

 

Domenica 8: non ce la farò

Dopo quel tampone “sospetto” ci spero, oggi arriverà quello nagativo. Il risultato invece mi gela: di nuovo positivo. Chiedo a dottoressa Chen come sia possibile, lei mi risponde che nella fase di miglioramento possono arrivare dei risultati diversi. Non vuol dire che le cose vadano peggio. Ma nella mia testa è un passo indietro, e mi abbatte. L'orizzonte del mio isolamento si allunga, probabilmente non riuscirò a salutare due cari amici che lasciano la Cina. Se ne stavano già andando in molti, in questi mesi di pandemia ancora di più. Vivere in Cina era difficile, ora per chi ha parte della famiglia in Italia è impossibile. Un’amica si trasferisce sabato a Hong Kong, un amico lunedì torna in Italia per sempre. Se il mio espettorato oggi fosse stato "pulito" avrei avuto una speranza di avere i due test negativi in settimana e uscire venerdì. Ora diventa quasi impossibile. Mi finisco anche tutti i taralli, della dispensa che mi ero portato in valigia ormai non resta che una confezione di salmone e qualche prugna. 

 

Lunedì 9: il cambio della guardia

Inizia la quarta settimana qui dentro. "Vedrete che ci starò un mese", avevo detto all’inizio. Ora penso che un mese sarebbe un lusso, rischia di essere di più. La dottoressa Chen mi saluta e mi annuncia che torna al suo vecchio incarico, senza specificare. Mi spiega che d’ora in avanti passerò sotto le cure, sempre via WeChat, del dottor Zhou. O forse della dottoressa Zhou, con i nomi cinesi non si sa mai, ma a giudicare dalla sua foto profilo, un campo di girasoli, potrebbe trattarsi di un’altra donna. Faccio mente locale, da quando sono qui dentro non ho mai interagito con un uomo: per le singore delle pulizie e le infermiere è abbastanza normale, in Cina restano lavori prettamente femminili, ma i medici dove sono? Comunque sotto gli scafandri, dalle voci, mi sembra di capire che anche le infermiere siano cambiate. Negli ospedali Covid funziona così: i lavoratori vengono assegnati per un certo periodo, durante il quale devono restare anche loro in isolamento quando staccano e non possono vedere la famiglia. Non è facile neanche per loro.

 
Potete seguire il mio racconto quotdiano su Twitter e Instagram.

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« Risposta #18 inserito:: Novembre 25, 2020, 07:05:20 pm »

Perché il santuario della fauna selvatica di Sakteng in Bhutan è contestato dalla Cina - BBC News

Posta in arrivo

ggiannig <ggianni41@gmail.com>
08:18 (10 ore fa)
a me

https://www.bbc.com/news/world-asia-55004196
 
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« Risposta #19 inserito:: Novembre 25, 2020, 09:23:07 pm »

Rep: Hotpot di Filippo Santelli


24 novembre 2020

Ciao a tutti da Nanchino.

Domenica 18 ottobre, al ritorno in Cina dall’Italia, sono risultato positivo al coronavirus e trasportato in una struttura sanitaria “Covid” della città di Nanchino, dove sono stato chiuso in una stanza di isolamento tre metri per cinque e senza luce naturale. Questo è il mio diario.

 

Martedì 17 novembre, trentesimo giorno di isolamento: il carcere

“Ma è più un carcere o un ospedale?”, mi chiede qualcuno. Forse una via di mezzo. O meglio, una somma dei due. In questa stanza d'ospedale chiusa dall'esterno due obiettivi si sovrappongono, curarmi e isolarmi. Solo che ormai è evidente che di cure non ne ho più bisogno, ammesso che mai l’abbia mai avuto. Ora è rimasta solo la necessità per la Cina di proteggere quelli che stanno fuori dal pericolo che rappresento. Di tenermi qui finché non sarò tornato un membro sano della società. Ora è rimasto solo il carcere, anche se i secondini che mi chiudono la porta alle spalle sono medici e infermieri.

 

Mercoledì 18 novembre: la telefonata

Mi chiama un funzionario del ministero degli Esteri cinese, è il responsabile dell’ufficio che segue i corrispondenti italiani. È molto gentile, dice che stanno seguendo la mia situazione, di fargli sapere se ho bisogno di qualcosa. Intuisco però che quella telefonata non è solo di cortesia, infatti a un certo punto il funzionario dice di aver letto i miei "commenti sui vaccini cinesi”. Ecco il punto: mi è capitato di raccontare che la Cina sta inoculando i suoi vaccini a centinaia di migliaia di persone senza aver ancora completato i test. “Hai detto che il vaccino è pericoloso”, attacca il funzionario. No, non l’ho detto: ho detto che la sperimentazione è completa quindi sicurezza ed efficacia non sono ancora pienamente dimostrati. Lui alla fine prova una mediazione, qualcosa del tipo "ci eravamo fraintesi". Ma non sono in vena: questa telefonata mi sembra un tentativo di far leva sulla mia condizione per farmi pressione. No: gli ribadisco che ha capito male lui e lo ringrazio per la chiamata.

     

Giovedì 19 novembre: pizza

Da giorni mi sveglio con in bocca una voglia matta di pizza. La prenderei wurstel e patatine fritte, come quando avevo 14 anni.


Venerdì 20 novembre, trentatreesimo giorno di isolamento: il primo negativo

Per la prima volta non sono io a dover chiedere il risultato dell’espettorato alla dottoressa Zhou. Stavolta è lei a scrivermi, e c’è un motivo. Il messaggio che aspettavo da giorni: negativo! Ho una scarica di adrenalina, è dfficile non esaltarsi. Ma non devo, questo è solo il primo passo. Come mi spiega subito la dottoressa, da domani inizia la “verifica continua”. Ogni giorno verrò sottoposto a tre esami, il solito espettorato, un tampone in bocca e uno nell’ano (diversi, ci tengo a precisarlo). Solo se tutti e tre risulteranno negativi per due giorni di fila potrò uscire.

 

Sabato 21 novembre: la botta

E infatti arriva subito la delusione. La dottoressa Zhou non mi scrive, così sono di nuovo io a farmi vivo per chiedere i risultati, con un brutto presentimento. “Positivo”. A tutti e tre i test? “No, i due tamponi sono negativi, l’espettorato positivo”. A richiesta, la dottoressa offre anche una spiegazione: il test dell'espettorato ha una maggiore probabilità di trovare il virus rispetto agli altri due. Una veloce ricerca su Internet sembra confermare. Gli articoli che trovo spiegano che in fase di guarigione l'espettorato può "accendersi" o "spegnersi" varie volte, anche se la carica virale è molto bassa. Ma quest'ultima parte alla Cina non interessa, per la Cina esiste solo positivo o negativo. Cioè isolato oppure libero. Chiedo alla dottoressa di riprovare con i test subito, il giorno dopo. Ci dò dentro con i gargarismi, provo persino degli sciaqui al naso sotto la doccia, finchè non mi lacrimano gli occhi: tutto pur di lavare via ogni frammento di Dna di Sars-Cov-2.

 
Domenica 22 novembre, trentacinquesimo giorno di isolamento: oltre lo specchio

Il problema è che durante la notte la temperatura crolla a picco. È arrivata quella che i cinesi chiamano xiao xue, piccola neve, la prima ondata di freddo invernale. E si sente anche qui a Nanchino, fin dentro la mia stanza. La pompa di calore non può nulla, va in blocco ogni cinque minuti. Provo a resistere mettendomi due calzini, due pantaloni, due maglioni, il cappotto e il cappello, ma solo camminando sto un po’ meglio e non posso certo passare la giornata a fare avanti e indietro nella stanzetta. Dopo aver provato senza troppa convinzione a far partire il condizionatore (sopra), le infermiere si convincono a farmi cambiare stanza. Butto i vestiti dentro la valigia e le altre cose sul letto, che mi segue come un portapacchi nella stanza a fianco. La gita è un bel diversivo, per la prima volta da un mese varco la soglia che mi separa dalla libertà. Ma dura pochi secondi, il tempo di entrare nell’altra stanza. È perfettamente speculare alla prima, solo molto più sporca, come mi accorgerò dopo.

Per ora sono solo contento che sia calda, qui la pompa di calore funziona. L’altra grande novità è che la stanza di fronte è occupata, due ragazzi si sbracciano dalla finestra e due minuti dopo stiamo già parlando al telefono. Sono una coppia russa, insegnano in Mongolia Interna, sono qui da 25 giorni. Dopo dieci minuti non so più cosa dirgli, in testa ho solo un pensiero: andarmene da quel posto. E alle 22, tardissimo, arriva una bella notizia, oggi i tre tamponi sono tutti negativi. Sono a un passo dall’uscita.

Lunedì 23 novembre: gridare

La giornata si riduce a un’unica grande attesa, nuda, snervante, di quelle che accorciano il respiro. Man mano che le ore passano e che la dottoressa non mi scrive i presagi negativi aumentano. Non osa farle la domanda, perché ho paura della risposta. Provo a distrarmi lavorando, non ce la faccio. Alla fine decido di liberarmi  e il risultato è quello che temevo: due tamponi negativi, espettorato positivo. Si azzera il conto, bisogna ripartire da zero, significa che passerò almeno altri tre giorni qui dentro. La batosta è direttamente proporzionale alle aspettative, sento la rabbia salire, le pareti della stanza restringersi. Me la prendo con la dottoressa, a cui dico che un isolamento di 40 giorni non ha senso, si legga cosa dice l'Oms. Me la prendo con le infermiere per i mozziconi di sigaretta (sotto) e lo schifo che ho trovato in stanza. Poi mi cade l’occhio sulla telecamera di sorveglianza.

Non mi aveva mai disturbato sapere di essere guardato, ma stavolta ho un istinto: stacco il filo del collegamento. E’ un futile, perfino ridicolo gesto di ribellione. Ma dopo giorni in cui sono ridotto a un corpo da contenere, testare, misurare, mi fa sentire umano, mi fa stare un po’ meglio.

Il racconto del mio isolamento è anche su Twitter e Instagram.


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Filippo


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