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Autore Discussione: ... è necessario reinventare una morale del capitalismo.  (Letto 64 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Luglio 20, 2020, 09:29:08 pm »

Commento Coronavirus
La morale e il capitalismo
18 MAGGIO 2020
Non si tratta di controllare un modello economico, ma di gestirlo. Se non lo faremo, a essere in pericolo sarà la democrazia stessa
DI JUAN LUIS CEBRIÁN
Le conseguenze del Covid 19 andranno ben al di là delle questioni legate alla salute. Il comportamento personale, i rapporti umani, l'organizzazione delle città, il ruolo degli Stati, il sistema di lavoro, i cambiamenti climatici, la rivoluzione tecnologica, le relazioni internazionali, il futuro della democrazia e i conflitti tra generazioni saranno alcuni fra i tanti ambiti che subiranno forti tensioni per il cambiamento.

La paralisi della produzione sta già originando una crisi dell'offerta nei Paesi industrializzati, che si accompagna a una crisi della domanda conseguenza dell'aumento della disoccupazione: centinaia di milioni di nuovi disoccupati. Gli aiuti e i sussidi dei governi a imprese sull'orlo della bancarotta e alle classi sociali più svantaggiate finiranno per spingere l'indebitamento globale a vette finora sconosciute, pari al 300 per cento della produzione mondiale.

La diminuzione del commercio e del turismo internazionale colpirà tutta la catena dei servizi, incluse le esportazioni di materie prime. Il mondo è entrato in recessione e passeranno anni prima di riuscire a ripristinare gli stessi livelli di crescita e benessere sociale. Quando avevamo appena finito di riprenderci dalla crisi finanziaria provocata dalla bolla immobiliare e dal fallimento della Lehman Brothers, questa nuova catastrofe minaccia il futuro dei sistemi di governance politica e crescita economica.

In seguito al crac finanziario del 2008, i leader mondiali riuniti a Londra e a Pittsburgh per i vertici del G20 ascoltarono rappresentanti di ideologie diversissime come Gordon Brown e Nicolas Sarkozy sostenere la necessità di intraprendere una riforma radicale del capitalismo. Furono prese decisioni sulla lotta contro i paradisi fiscali, la riforma del sistema di agenzie di rating o la sostenibilità del sistema finanziario e bancario.

Salvo quest'ultimo ambito, dove la trasformazione non è stata portata interamente a compimento, quelle dichiarazioni giacciono ora nel cimitero delle buone intenzioni. La crescita del capitalismo finanziario, sospinta dalla rivoluzione tecnologica a detrimento di quella che alcuni definiscono l'economia reale, ha contribuito ad aumentare le differenze sociali, mentre le politiche di contenimento della spesa pubblica e austerità hanno eroso il potere d'acquisto dei ceti medi. Ma i ceti medi sono la base su cui poggiano le democrazie.

Favoriti dalla protesta sociale propiziata da questa situazione, prima che il virus si espandesse si erano già disseminati nella società patogeni politici diversi come il nazionalismo e il populismo, che hanno alimentato la polarizzazione ed esaltato il conflitto come metodo per accedere al potere. Movimenti come Occupy Wall Street hanno contribuito, paradossalmente, alla vittoria elettorale di Trump, rappresentante tipico del capitalismo speculativo, che si è issato fino alla Casa Bianca con il sostegno dell'americano medio, risentito per il fatto che il suo potere d'acquisto non era minimamente migliorato negli ultimi quarant'anni mentre un ristretto numero di persone si accaparrava una grossa fetta della ricchezza nazionale.

Molti osservatori ritengono che il deterioramento progressivo del sistema, dopo che la caduta del Muro di Berlino aveva suscitato un'esplosione di speranze, sia dovuto all'abbandono delle politiche socialdemocratiche che i partiti principali, nella maggioranza delle democrazie, hanno praticato per decenni, con fasi di alternanza fra centrodestra e centrosinistra.

Nell'Europa del dopoguerra, l'accordo e la collaborazione fra partiti socialisti e partiti democristiani, insieme all'appoggio finanziario degli Stati Uniti, ha favorito la costruzione dello Stato sociale, l'elemento che ha generato la stabilità politica di cui abbiamo goduto per decenni. Questo modello, che Obama cercò in parte di imitare con i suoi progetti sul sistema sanitario nazionale, alla fine è stato minato dalle politiche ultraliberiste inaugurate da Margaret Thatcher e Ronald Reagan e anche dalla perdita di identità della socialdemocrazia, i cui postulati fondamentali sono stati incorporati dai partiti di destra moderati.

La rivoluzione digitale e la globalizzazione in seguito hanno configurato le basi di una nuova realtà. Nei Paesi democratici più avanzati, rispetto all'affermazione di John Kenneth Galbraith che l'economia è una branca della politica si è invertito il processo, trasformando la politica in una branca dell'economia. Con i governi incapaci di regolamentare i mercati, e in assenza di un'autorità globale che lo faccia, i mercati hanno finito per controllare e organizzare i processi politici. È l'inesistenza di un'autorità mondiale che ne regoli l'economia all'origine del fatto che molti cittadini oggi hanno l'impressione che dittature come quella cinese siano più efficienti delle nostre democrazie per fronteggiare le crisi. Inoltre, è la dimostrazione tangibile che anche se non può esistere democrazia senza libero mercato, il secondo, da solo, non presuppone il trionfo della prima.

Il futuro del capitalismo passa per il recupero dei suoi valori iniziali, radicati non soltanto nell'impulso individuale al profitto e al miglioramento personale, ma nella necessità di una regolamentazione, che preconizzò già lo stesso Adam Smith. Ai tempi della globalizzazione, è necessario reinventare una morale del capitalismo. Per dirla con le parole di Paul Collier, autore di un memorabile saggio sull'argomento, non si tratta di controllarlo, ma di gestirlo. Se non lo faremo, a essere in pericolo sarà la democrazia stessa.

Traduzione di Fabio Galimberti

Juan Luis Cebrián è giornalista e saggista spagnolo, co-fondatore di "El País"

Da - https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/05/18/news/coronavirus_la_morale_e_il_capitalismo-257035425/?ref=nl-rep-a-bgr
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« Risposta #1 inserito:: Luglio 31, 2020, 06:04:20 pm »

La Cina ci ha già dichiarato guerra

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mar 28 lug, 13:52 (3 giorni fa)
   
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https://www.ilfoglio.it/un-foglio-internazionale/2020/07/27/news/la-cina-ci-ha-gia-dichiarato-guerra-322776/
 
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« Risposta #2 inserito:: Luglio 31, 2020, 06:46:27 pm »

Il capitalismo buono: perchè il mercato ci salverà

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Arlecchino Batocio

mar 28 lug, 11:46 (3 giorni fa)
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Il capitalismo buono: perchè il mercato ci salverà - https://www.firstonline.info/il-capitalismo-buono-perche-il-mercato-ci-salvera/

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« Risposta #3 inserito:: Agosto 07, 2020, 09:38:38 pm »

2 italiani su 5 pronti a sostenere la ripresa con i propri investimenti

di Forbes.it
Staff

La redazione di Forbes.

investimenti su tablet

(Shutterstock)

In questa delicata fase di ripartenza post-lockdown, i risparmi privati possono risultare decisivi nel fornire all’economia reale il capitale necessario per rimettersi in moto. Ne sono ben coscienti gli investitori italiani, l’89% dei quali si dichiara consapevole del ruolo cruciale che i propri investimenti possono giocare nel rilancio del Paese, stando ai primi risultati della ricerca annuale Schroders Global Investor Study 2020.

Secondo lo studio, che ha coinvolto oltre 23.000 persone in 32 Paesi, un’ampia percentuale degli italiani non si limita a prendere atto della situazione, ma è pronta a impegnarsi concretamente in prima persona: ben il 42% infatti si dichiara disposto a modificare il proprio portafoglio o a considerare nuovi strumenti finanziari per assicurarsi di contribuire alla ripresa.

Il sangue freddo degli italiani nelle fasi di volatilità
Anche nella fase più acuta della crisi gli italiani hanno confermato di possedere nervi più saldi e un atteggiamento di maggiore prudenza rispetto agli investitori internazionali. Secondo lo studio di Schroders, nel periodo da febbraio a marzo 2020, il 32% degli italiani non ha apportato cambiamenti al portafoglio, un dato nettamente superiore rispetto a quello globale (22%) ed europeo (24%), che evidenzia una minore tendenza degli investitori del nostro Paese a reagire in modo impulsivo nei momenti di volatilità di mercato.

Resta comunque significativa la percentuale di persone che di fronte all’incertezza ha preferito correre ai ripari. Lo studio infatti evidenzia che il 22% degli italiani ha riallocato una parte significativa del portafoglio su investimenti con rischio inferiore, un dato comunque più basso rispetto a quello globale (28%) ed europeo (25%). All’estremo opposto c’è chi ha colto l’occasione per spostare una parte consistente del portafoglio su investimenti più rischiosi, dimostrando un atteggiamento più aggressivo: si tratta in questo caso del 9% degli italiani, una percentuale ancora una volta inferiore rispetto al 15% degli investitori globali e al 12% di quelli europei.

In un periodo sfidante come i primi due mesi della pandemia sono emerse con particolare chiarezza anche differenze di comportamento tra investitori di diverse fasce di età. In Italia, i Millennial si confermano la generazione più reattiva e meno ‘paziente’: solo il 21% non ha apportato modifiche al portafoglio o non ne ha cambiato il livello di rischio tra febbraio e marzo, contro una media del 44% per gli investitori con un’età superiore ai 37 anni, una differenza che si riscontra anche a livello globale (23% millennial vs. 37% altre generazioni).

Un divario significativo esiste anche tra gli investitori italiani che si si auto-definiscono “esperti” e quelli che si considerano “principianti”: tra i primi, che mostrano un comportamento molto più attivo, solo il 26% non ha apportato modifiche al portafoglio o non ne ha cambiato il livello di rischio, contro il 67% dei secondi. Simile la differenza anche a livello globale (21% “esperti” vs. 51% “principianti”).

Consulenti al fianco degli investitori nel momento del bisogno
Ad ogni modo, la crisi da Covid-19 ha senz’altro generato negli investitori italiani una maggiore preoccupazione per i propri risparmi, con il 46% che dichiara di pensare ai propri investimenti almeno una volta alla settimana (49% a livello globale, 46% in Europa), rispetto ad appena il 31% prima della pandemia (35% il dato globale, 32% quello europeo).

In questa situazione di emergenza e incertezza, ricevere consigli e informazioni aggiornate per poter gestire al meglio i risparmi si è rivelato un aspetto cruciale per molti investitori. Lo studio di Schroders mette in luce come, tra gli italiani che si affidano a un consulente finanziario (esclusi i robo-advisor), il 35% esprime un giudizio positivo sul livello di supporto ricevuto durante la pandemia, mentre il 25% ammette di aver dovuto sollecitare proattivamente l’aiuto desiderato. Le circostanze eccezionali hanno anche innescato qualche ripensamento tra gli italiani che solitamente gestiscono gli investimenti per conto proprio: il 35% di questi dichiara di aver sentito la mancanza di una consulenza professionale nel periodo di crisi.

Italiani più realisti nelle aspettative sui rendimenti futuri
Guardando ai prossimi anni, la pandemia non sembra aver incrinato l’ottimismo generale sulle previsioni di rendimento per i propri investimenti. Anche in questo ambito gli italiani spiccano tra i più realisti a livello globale, aspettandosi in media un rendimento totale del 7,9% all’anno per il prossimo quinquennio, un dato in linea con quello del 2019 (8,1%), ma decisamente inferiore alla media globale (10,9%) ed europea (9,4%), entrambe addirittura in aumento rispetto all’anno scorso (rispettivamente 10,7% e 9,0%).

Lo studio di Schroders mette in evidenza anche che solo una percentuale relativamente bassa degli investitori – pari al 21% in Italia e a livello globale, e al 25% in Europa – si aspetta che l’impatto economico negativo del Covid-19 possa prolungarsi per più di 2 anni. Ancora più esiguo il numero di investitori che prevede effetti negativi per più di 4 anni: si tratta del 5% in Italia, 6% a livello globale e 8% in Europa.

La redazione di Forbes.
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