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Autore Topic: La fiducia sulla Finanziaria, la dichiarazione di voto di Sinistra Democratica  (Letto 1688 volte)
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« il: Dicembre 15, 2007, 05:51:31 »

La fiducia sulla Finanziaria, la dichiarazione di voto di Sinistra Democratica (14 novembre 2007)

Si alla finanziaria ma la strada da percorrere per rispondere ai bisogni del paese è lunga

di Titti Dii Salvo*


Sinistra Democratica per il Socialismo europeo annuncia il suo voto favorevole alla richiesta di fiducia. Lo facciamo senza imbarazzi. Ma abbiamo ben chiaro quanta strada dobbiamo ancora percorrere per rispondere alle domande che arrivano dal paese, da tutto il paese, ma soprattutto dalle lavoratrici, dai lavoratori, dagli operai, dai pensionati, dalla società. L’esercizio di nominare puntigliosamente le donne, gli uomini e le parti della società non è un esercizio retorico. Al contrario, nasce dalla nostra convinzione, dalla certezza direi, che la materialità del lavoro e delle condizioni sociali delle persone sono sotto un cono d’ombra che si illumina solo quando la tragedia le ripropone all’onore della cronaca.
Il suicidio di un operaio, meno di un mese fa, nei locali della fabbrica di fronte all’ansia per la scadenza del mutuo. Le morti bianche quotidiane. Quelle della Thyssen a Torino, quelle dei cantieri edili, quelle in troppi luoghi provano quanto quel lavoro sia diventato trasparente e quanto abbia perso prestigio nella gerarchia dei valori sociali. Perfino nel senso comune, al punto da ricevere meno del 15% della ricchezza e della produttività che esso realizza, il resto va alle imprese e molto in rendite finanziarie. La responsabilità sociale delle imprese dov’è? Quale contropartita alle richieste pressanti di sostegno rivolte alla collettività e al bilancio dello Stato?
La domanda  principale a cui il governo deve rispondere sta tutta qui, nelle cifre impietose delle morti bianche, nel confronto tra le retribuzioni italiane e quelle europee, nel confronto tra gli investimenti nella scuola e nella ricerca nel nostro paese e in quelli più sviluppati negli stessi indici di scarsa competitività del paese. La risposta compete anche a  noi che sediamo in parlamento e si traduce nella responsabilità di orientare l’azione del governo, per ridare centralità al lavoro e restituirgli prestigio, per togliere quel cono d’ombra, per materializzarlo sulla scena della politica e dunque nelle scelte e dunque nella allocazione delle risorse e dunque nel profilo dello sviluppo del paese.
Fuori da ogni retorica e concretamente il metro di misura della qualità della nostra azione sta proprio in quanto sapremo investire in formazione, istruzione, ricerca, innovazione, in sicurezza sociale e del lavoro, contro la precarietà e per retribuzioni eque, in sviluppo di qualità, infrastrutture materiali e immateriali, reti,  politiche pubbliche, finanziate da un fisco equo.
In questo capitolo l’armonizzazione delle rendite finanziarie al 20% ci sta benissimo. In questo modo si risolvono i problemi principali che tengono il “freno a mano” dello sviluppo del paese. Tra questi non c’è il costo del lavoro né il livello delle retribuzioni ma sicuramente la dimensione delle imprese, l’evasione fiscale contributiva, l’illegalità diffusa, l’economia sommersa, il modello di specializzazione produttiva, la scarsità degli investimenti nella ricerca, la differenza  nord sud, la svalorizzazione delle donne. Abbiamo chiaro la strada da fare, ma abbiamo anche chiaro da dove siamo partiti e che il primo problema di questo governo è stato ricostruire: etica pubblica, credibilità nella politica, senso dello Stato, oltre che risanare il debito pubblico.
In questo senso la finanziaria 2008 segna una novità: non segna una svolta.
La novità consiste nell’iniziare la redistribuzione delle risorse proseguendo la strada del decreto fiscale. Lo fa con il fondo per l’aumento della detrazione del lavoro dipendente alimentato dall’extra gettito cioè dal risultato di un impegno serio e mai sufficientemente  messo in risalto contro l’evasione fiscale. Ci chiediamo a volte il senso della eccessiva timidezza con cui rivendichiamo questa scelta, piccolo mattone, verso la ricostruzione dell’etica pubblica, del senso dello Stato, cosa che per noi conta moltissimo.
Lo fa con la riduzione del tasso sul TFR, ma bisogna andare avanti; lo fa con la stabilizzazione dei lavoratori precari e con le  scelte sui lavoratori socialmente utili, con la riduzione dell’ICI e con le misure sugli affitti.
Importante per le persone è la soluzione finalmente trovata al grave problema dei danneggiati per i trasfusi di sangue infetto.
Ci sembra importante sottolineare la scelta di affrontare in modo organico il terreno del trasporto locale. Ci lascia invece totalmente perplessi il modo con cui è affrontata la liberalizzazione delle Ferrovie, su cui già questa estate avevamo espresso la nostra opinione contraria. Che fine ha fatto l’accordo con il sindacato e il contratto unico con le Ferrovie?
Al contrario un segno di novità ci sembra la nuova attenzione sul piano delle compatibilità ambientali.
Poi ci teniamo e molto a sottolineare il senso della sperimentazione che la finanziaria avvia di statistiche non neutre e disaggregate per uomini e donne in modo da superare la neutralità delle rilevazioni: la statistica dà la  fotografia sociale di una nazione, se aggregata e neutra, dà una fotografia falsata. Ed è del tutto evidente che soltanto l’emersione delle discriminazioni, salariali, sociali, di rappresentanza consente la loro lettura e rende possibile il loro superamento. Avremmo voluto più risorse per finanziarie il piano di lotta alla violenza nei confronti delle donne, ma non di meno le risorse ci sono e vanno utilizzate per ricostruire una cultura della uguaglianza, della dignità e della libertà delle donne: su di essa si misura il grado di civiltà di un paese. Bisognerebbe ricordarlo a tutte e a tutti che i diritti civili e di libertà, il divieto di ogni discriminazione di sesso, età, religione, ma anche di orientamento sessuale sono il metro di misura della civiltà di un paese.
Altrettanto serio anche se all’inizio è l’impegno per ridurre gli sprechi delle amministrazioni e i costi della politica: terreno minato per questo tanto più apprezzabile incamminarsi lungo questa direzione. Bisogna fare molto di più!
Ma non siamo di fronte ad una svolta come dimostra la scarsità delle risorse per la ricerca e l’istruzione. E certo per spiegare perché non c’è la svolta non basta richiamare in modo con il quale si costruisce la finanziaria: una modalità  che consente un collage di tanti interventi micro e meno micro che tutti insieme contribuiscono a smarrire il senso di fondo, se pur ci fosse, e forse rispecchiano la frammentazione sociale e la crisi della politica in difficoltà ad assumersi responsabilità di scelte coerenti con l’idea di paese.
Non basta a spiegare l’inadeguatezza dello strumento, anche se varrebbe la pena cimentarsi con la sua riforma e magari anche con quella dei regolamenti parlamentari cosa che aiuterebbe molto e che sarebbe profondamente capita dal paese.
Non basta perché la svolta che serve è quella culturale e quella generale di profilo dello sviluppo. Tra la cultura del benaltrismo e quella dell’arrendersi di fronte alle difficoltà vere economiche e politiche, in mezzo ci sta la responsabilità e la coerenza della direzione di marcia. Se per esempio il livello delle retribuzioni e dei salari in Italia è un problema di equità e contemporaneamente una leva dello sviluppo tra il benaltrismo e l’arrendersi, ci deve stare l’assunzione di responsabilità del governo che in quanto datore di lavoro deve dare un segno rinnovando i contratti che gli competono e indicando a Confindustria e alle controparti private che quella è la strada.
A gennaio faremo il punto per verificare le condizioni di un rinnovato patto di solidarietà nella maggioranza:ho detto prima le priorità. Aggiungo che pari dignità e lealtà sono in questa fase politica e in generale sinonimi. Ciò vale quando si affrontano le riforme che bisogna fare, sicuramente quella della legge elettorale. Per noi si parte dall’impegno a cambiare quella che c’è restituendo ai cittadini il diritto di scegliere le persone e le alleanze e da un giudizio sul referendum che apre molti più problemi di quanti ne risolve. Vale anche quando si affronta la grande questione democratica del conflitto di interessi che sinistra democratica ha più volte richiamato. Ma soprattutto quanto il Censis descrive la società italiana come una mucillagine evoca un pericolo, una strada di non ritorno. Compete alla responsabilità politica contribuire a riunificare il paese dargli un indirizzo, una speranza per il futuro, indicando con chiarezza gli elementi di fondo. Questo è il senso per la Sinistra Arcobaleno dello stesso processo politico di riunificazione della sinistra, questo è il senso che la sinistra assegna all’appuntamento di gennaio. Questo l’impegno di sinistra democratica, per questo diamo oggi la fiducia.

*Capogruppo di Sd alla Camera dei Deputati

da sinistra-democratica.it
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« Risposta #1 il: Dicembre 16, 2007, 10:56:14 »

Dall’attacco dei burosauri al bonus del cocopro

b. di g.


Due mesi e mezzo di voti, di numeri, di più (o meno) tasse, di coperture da reperire. E soprattutto due mesi e mezzo di ricatti, minacce, strappi. Non tutti politici, non tutti immediatamente evidenti. Anzi. I «burosauri» hanno fatto molto dietro le quinte. Il primo a ingaggiare un braccio di ferro è stato il ragioniere generale dello Stato. Mario Canzio si è impuntato (onore alla meticolosità da grand commis) su una copertura dell'effetto di cassa per circa 300 milioni. Solo chi sta dentro le stanze inaccessibili della Ragioneria sa che vuol dire «effetto di cassa», e sa anche che si tratta di flussi finanziari suscettibili di variazioni. Ma il ragioniere si impunta: quei 300 milioni per lui mancano, devono essere reperiti. Il guaio è che si impunta anche il ministro Tommaso Padoa-Schioppa, sostenendo il contrario anche in Aula. Hanno ragione tutti e due e tutti e due si irrigidiscono. Intanto i giornali si riempiono di titoloni sul «buco» della Finanziaria. Per gli addetti ai lavori il braccio di ferro è evidente sotto l'apparente tecnicalità.

Alla fine è il ministro che è costretto a cedere, visto che le carte hanno bisogno della bollinatura del ragioniere per poter procedere.

Ma i tira-e-molla non finiscono qui.

Al Senato esplodono i diniani. «Non votiamo se si conferma l'assunzione dei precari della pubblica amministrazione», ripetono ad ogni passo. E non è l'unico aut-aut. C'è anche quello di Roberto Manzione, che non vota se non c'è la class action. E poi ci sono i socialisti, che non votano se non c'è il bonus per i co.co.pro. E poi, e poi... al Senato è una rincorsa all'ultimo «non voto». Solo con un lavoro certosino si rimettono assieme i pezzi. I precari vengono assunti, ma con «paletti» precisi: tre anni d'anzianità di servizio e un esame d'ingresso. La class action sfonda grazie all'errore (errore?) di un senatore di Fi, con le defezioni di Dini e altri pezzi di maggioranza. Intanto nelle retrovie esplode la guerra del «tetto» ai manager e dirigenti pubblici. Le riunioni di maggioranza sono infuocate: finisce tutto con una mediazione che allarga le maglie per le authority indipendenti e altre 25 figure da definire in un decreto, per cui il tetto non si ferma a 274mila euro annui ma al doppio.

Le partite sulla pubblica amministrazione non finiscono qui.

C'è il caso degli idonei nelle graduatorie dei concorsi per l'agenzia delle entrate. Vorrebbero essere assunti, ma la resistenza è forte. Pare che anche qui ci sia stato un braccio di ferro: pare che Massimo Romano abbia minacciato di dimettersi perché vuole un nuovo concorso, più rigido. La mediazione arriva all'ultimo minuto. Sarà assunta una parte di idonei e una parte di nuovi con una selezione più mirata. Gli altri idonei andranno alle Dogane. Nelle ultime ore si scioglie anche l'ultimo nodo, quello del bonus ai co.co.pro.

I socialisti sono agguerriti, visto che il governo non li ha accontentati nel provvedimento del welfare. E nella stesura finale del maxi-emendamento ottengono la misura.


Pubblicato il: 16.12.07
Modificato il: 16.12.07 alle ore 7.25   
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