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Autore Discussione: Si vuole attentare alla Democrazia ...  (Letto 167 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Gennaio 25, 2020, 05:45:54 pm »

Stanno emergendo, come in tempi lontani e più che nel recente passato, modi di agire in politica con azione e espressioni di odio, diffuso allo scopo di dividere la Popolazione.

Inoltre assistiamo quotidianamente, aizzate dai suddetti comportamenti antidemocratici, a molteplici complicità settarie e arroganze da parte di posizioni intermedie, non ben collocabili.

Tali aberrazioni devono essere monitorate e capite nelle loro entità, come saranno certamente indagate dalle autorità competenti, nella realtà dei loro intenti.

In poche parole dobbiamo prepararci ad eventuali azioni eversive per la presa del potere, già del resto richiesta attraverso i Media. La speranza dei veri democratici è quella di non dover essere costretti a distinguere gli avversari partitici, dai nemici politici.

ggiannig

Da Fb Convivio del 25 gennaio 2020
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« Risposta #1 inserito:: Febbraio 10, 2020, 11:27:25 am »

Quel 9 febbraio

Davide Giacalone
8 febbraio 2020

“Roma. Repubblica. Venite”. Neanche più nei quiz lo si ricorda, forse è considerata una domanda troppo difficile. Il messaggio fu lanciato da Goffredo Mameli (sì, proprio quello che scrisse l’inno della nazionale di calcio) ed indirizzato a Giuseppe Mazzini. Era successo l’incredibile.
Poche settimane prima, a Milano, il copione era stato diverso. Ad agosto, del 1848, il coraggioso Carlo Alberto aveva chiesto ai milanesi di lasciarsi invadere dagli austriaci ed il popolo gli aveva gridato del traditore. Popolo non certo più coraggioso, se è vero che così si rivolgeva a Radetzky: “Heil Radetzky! Semm minga staa num, hin staa i sciouri”. Ma le Cinque Giornate avevano effettivamente mobilitato il popolo, e tutti popolani erano i trecento morti elencati da Carlo Cattaneo (trecento insorti, a fronte dei quattromila morti nelle fila austriache).
Mazzini non volle piegarsi alla resa, si unì a Garibaldi, poi riparò in Svizzera. Anche nella confederazione venne inseguito dalle proteste austriache ed espulso.  Sotto falso nome fu a Marsiglia, da qui s’imbarcò per Livorno. I giorni della riscossa erano vicini. L’oscurantismo papalino non tardò a reagire e Pio IX, da Gaeta dove era scappato si rivolse ai romani: “I liberali, i giacobini, i carbonari, i repubblicani non sono che sinonimi. Essi vogliono disperdere la religione e tutti i ministri. Noi dobbiamo invece disperdere sino le ceneri della loro razza”, che come dimostrazione d’amore cristiano, davvero, non c’è male.
I romani accolsero invece Mazzini, che per la prima volta metteva piede nella città sognata, entrando il 5 marzo dalla Porta del Popolo, il 9 febbraio l’Assemblea aveva proclamato la Repubblica Romana. Al centro della piazza, sull’obelisco, era stato posto il berretto frigio. La Roma che trovò ben rappresentava la sana amministrazione papalina, i cui emuli non si sono ancora estinti, benché non più papalini: era sporca, puzzolente, malsana, piena di mosche ed escrementi, con le rovine imperiali abbandonate a pascoli e vandalismi. Scrive Romano Bracalini che “Roma era una città di preti, di mignotte e di morti di fame la cui vita media non superava i trent’anni”. Lo Stato Pontificio aveva 2.732.000 abitanti, di questi 32.000 erano preti, i quali assorbivano un reddito di 85 milioni di scudi. Gli altri, i 2.700.000, dovevano dividersi 31 milioni. Giacomo Leopardi, pochi anni prima, aveva scritto al padre di sentirsi in pace ed al sicuro una volta giunto a Firenze, che a Roma, invece, non si poteva esser sicuri di rincasare vivi.
E se il papato non assicurava il benessere, le cose andavano anche peggio in quanto a giustizia. I preti non pagavano imposte e non potevano essere portati innanzi ad un tribunale, essendo quello ecclesiastico l’unico competente al loro riguardo. I cardinali, poi, non potevi neanche denunciarli al tribunale ecclesiastico, se non con il loro consenso. In questa situazione non è difficile comprendere il perché nessuno sentì la mancanza di Pio IX.
Certo, il papa manteneva una sua influenza internazionale, ed il primo sintomo preoccupante, per la Repubblica Romana, fu che un solo paese straniero la riconobbe: gli Stati Uniti d’America, che, però, non avevano l’influenza d’oggi.
Mazzini rifiutò i pieni poteri (era fumatore, ma non si hanno notizie sull’eventualità che abbia mai assaggiato il Mojito), non volle fare il dittatore e nacque il triunvirato, con Aurelio Saffi e Carlo Armellini. A Roma affluirono volontari e patrioti da ogni parte d’Italia e d’Europa. Cominciò il governo repubblicano, con il suo capo che lavorava a palazzo della Consulta e aveva preso casa a via Due Macelli, a due passi. Tutto in una modestia assoluta e maniacale, con ogni centesimo dedicato alla cosa pubblica, e con un unico elemento di dolcezza: fiori freschi tutti i giorni, sul tavolo, dono di una delle sue ammiratrici. Le prime decisioni furono simboliche ed importanti: abolita la pena di morte (il papa mandava volentieri gli oppositori al creatore); abolita la tortura; abolito l’arresto indiscriminato, possibile solo in flagranza di reato; abolito il tribunale del Sant’Uffizio, dispensatore generoso delle prime tre cose. Libertà d’espressione del pensiero e di stampa, naturalmente estesa ai giornali dell’opposizione che, difatti, non smisero mai di calunniare. Libertà religiosa, con rispetto dei cattolici e liberazione di quanti erano stati da loro perseguitati e rinchiusi, ebrei in testa. Pio IX reagiva dando a Mazzini del “comunista”, ma il triunviro rispondeva in modo più pacato e sensato di quanto non fecero poi altri, che comunisti effettivamente furono: “Il papa deve sapere che il comunismo (…) è avversato dai più fra i repubblicani e tenuto da noi siccome concetto antiprogressivo, ostile alla libertà umana”. Sapeva veder lontano, l’esule in Patria.
Dopo più recenti cerimonie ampollose e cretinerie profuse a sazietà, mi pare opportuno ricordare una decisione, diciamo così, extraterritoriale della Repubblica Romana: il Po fu dichiarato “fiume nazionale”.
La Repubblica fu tradita, dai francesi. Mazzini non lo avrebbe mai creduto possibile. Il papa li chiamò a difendere la cristianità e Luigi Napoleone, nipote del grande, sia pure affrontando una certa opposizione interna, accorse per garantirsi un impero. La storia lo ricorderà come “Napoléon le petit”. Le truppe francesi, capitanate da Oudinot, attaccarono il 30 aprile, ma a Porta cavalleggeri seimila francesi armati di tutto punto furono respinti e da Porta San Pancrazio Garibaldi uscì per attaccarli a colpi di baionetta. Una resistenza eroica, che costrinse i galli ad alzare bandiera bianca ed a ritirarsi. I romani caduti furono 69, mentre 250 i francesi, con 400 feriti e 300 prigionieri. Una disfatta. Ma qui Mazzini commise un errore di generosità, volendo credere alla lealtà di chi era anch’esso repubblicano ed anch’esso schierato sotto ad un tricolore.
Garibaldi avrebbe voluto inseguire i francesi e farli definitivamente a pezzi, Mazzini impose la moderazione, la trattativa, giunse a restituire i prigionieri, dopo averli curati ed assistiti, dopo averli rispettati come “bravi soldati della repubblica sorella”. L’eroe dei due mondi, imbufalito, si dedicò al fianco sud ed andò a sconfiggere i borboni di Napoli, che schieravano quasi solo mercenari.
I francesi finsero di trattare, presero tempo, mandarono spie a documentarsi sulle difese romane, alla fine, ed a tradimento, attaccarono la notte del 3 giugno. Morirono Dandolo, Masina, Mameli, Manara. L’eroismo dei romani non poté fermare il nemico del quale ci si era fidati, che tagliava le condutture d’acqua, che non si faceva scrupolo di colpire chiese ed ospedali. Il 3 luglio, dopo un mese furioso ed eroico, i francesi presero possesso della città. Conquistata, ma non domata, che seppe ancora parlare, come solo i romani sanno fare, per bocca di Pasquino:

Allons, enfants de sacrestie,
le jour de la hont est arrivé!
Par vous main de la tyrannie
L’étendard sanglant est sauvé …
Aux armes, sacristains! formez vos bataillons!
Marchons! Le pape est roi de droit de nos canons.

E nulla di peggio poteva cantarsi sull’aria della gloriosa marsigliese.
Il papa non brillò per coraggio, volle essere sicuro di non correre rischi e di non mettere a repentaglio il suo alto magistero, pertanto rientrò a Roma nell’aprile del 1850. Si congedò dal borbone Ferdinando chiamandolo figlio e ringraziandolo per la protezione. Ferdinando: un figlio degno del padre, un uomo che la storia ci consegna come “re bomba”, colui che nel 1848, per reprimere le rivolte siciliane, non aveva esitato a dar ordine di sbudellare i bambini, violentare le donne, distruggere le chiese, bombardare Messina, ridurre in macerie Catania.
Mazzini, al contrario del papa che tornò in ritardo, esitava ad andarsene, rimase anche dopo l’arrivo dei francesi, rimase per vedere quel che succedeva, per non separarsi dal sogno della Roma repubblicana. Temeva più per le proprie idee che per la propria pelle, al contrario del pontefice, che annetteva un sacro valore alla seconda.
Sì, lo sappiamo, son cose da polveroso museo risorgimentale, da visitarsi in gita scolastica e da dimenticare ancor prima di essere usciti. Onorare, al giorno d’oggi, la Repubblica Romana?  Ma è roba da pazzi!  Eccoci.

Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
@DavideGiac

Da - https://www.glistatigenerali.com/storia-cultura/quel-9-febbraio/
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« Risposta #2 inserito:: Febbraio 20, 2020, 07:07:54 pm »

Perché l’Italia non si è mai liberata davvero del fascismo

Di The Vision

Podhum è una piccola località croata, 8 km a nord di Fiume. Intorno alle 7 del mattino del 12 luglio 1942 truppe regolari dell’esercito italiano entrarono nel villaggio, accompagnate dai Carabinieri e dalla milizia fascista. Avevano l’ordine di giustiziare tutti gli uomini tra i 16 e i 60 anni, e lo eseguirono con fucilazioni di gruppo.

Neanche cinque ore dopo gli italiani avevano bruciato quasi tutte le 320 case del villaggio, mentre il resto della popolazione, oltre 800 persone tra donne, vecchi e bambini, venne spedita nei campi di concentramento in Italia. Oggi a Podhum c’è un monumento che ricorda quell’eccidio, riporta 91 nomi di vittime.

L’eccidio di Podhum è uno degli episodi più tragici accaduti in Jugoslavia in quegli anni, e va inserito all’interno di un disegno generale, un’operazione preparata con cura dagli italiani, il cui scopo era lo sterminio delle popolazioni slave dei territori annessi della Slovenia e della Croazia. Gli ordini erano chiari.

Mario Roatta era il comandante della II Armata operante in quei territori, il suo soprannome era la “bestia nera”. Il primo marzo 1942 aveva diramato la Circolare (aggiornata e stampata il primo dicembre, in un opuscolo di circa 200 pagine distribuito a tutti gli ufficiali dell’esercito). Si trattava di un documento programmatico con il quale si dava il via alla cosiddetta Operazione Primavera.

Cardine di quella circolare era il principio di spopolamento attraverso la deportazione e il massacro. Bisognava attuare una pulizia etnica, bisognava colonizzare, e farlo usando i mezzi più brutali. In quella circolare venivano definiti da Roatta i dieci punti che i quadri dell’Armata dovevano tenere “costantemente presente”, due dei quali esemplari per comprendere la totale infondatezza del mito degli ”italiani brava gente”.

Un mito che lo stesso Roatta cercava di allontanare il più possibile: al primo punto della Circolare, infatti, si esigeva il “ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono taliano”. Gli italiani non potevano e non dovevano essere buoni. Per questo, come si specificava al punto 6, “il trattamento da fare ai partigiani” non doveva essere sintetizzato “dalla formula ‘dente per dente’ ma bensì da quella ‘testa per dente’!”

“So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”. Così scriveva nel 1943 Benito Mussolini ai soldati della Seconda Armata in Dalmazia. Per volere del duce – quello che, grazie al meccanismo di cancellazione della memoria, secondo troppi “a parte la guerra, ha fatto cose buone” – e guidate da generali come Roatta, Graziani, Badoglio, le nostre truppe hanno ucciso centinaia di migliaia di civili, usato gas tossici, deportato donne e bambini nei campi di concentramento, bombardato la Croce Rossa. Tutto per distruggere culture che ritenevamo inferiori, noi che eravamo “i discendenti dell’Impero romano”.

Se non bastasse, dopo aver commesso tali atrocità abbiamo fatto di tutto per cancellarle dalla memoria collettiva. Tutta la storia della giovane Repubblica italiana si fonda sull’inganno che ci ha permesso di considerarci vittime della guerra, anche quando eravamo carnefici. I crimini perpetrati durante e dopo la Seconda Guerra mondiale sono stati coperti, così come i responsabili.

Erano più di mille i presunti criminali di guerra, accusati dai Paesi dell’Africa e dei Balcani, ma nessuno di questi ha mai affrontato la giustizia, per due motivi: da una parte la volontà di creare un mito nazionale, quello degli “italiani brava gente”, che da decenni ormai ci permette di confrontarci moralmente – e autoproclamarci vincitori – con il “rigore” tedesco o lo snobismo inglese e francese. Perché alla fine “l’italiano ti aiuta sempre”. Dall’altra quella di scagionarci e assolverci per sempre, cancellando le atrocità compiute mentre si “onorava la patria”, passando alla storia come vittime della guerra e non carnefici. E in questo siamo stati aiutati dagli Alleati, in particolare da Stati Uniti e Gran Bretagna.

In seguito all’armistizio di Cassibile, con il quale il Regno d’Italia cessava le ostilità verso gli Alleati, dal 18 ottobre all’11 novembre 1943 si tenne la terza conferenza di Mosca: in quell’occasione i rappresentanti degli Alleati – il britannico Anthony Eden, lo statunitense Cordell Hull e il sovietico Vyacheslav Molotov – stipularono la Dichiarazione di Mosca. Gli Alleati dichiaravano di voler agire affinché “I capi fascisti e generali dell’esercito, noti o sospettati di essere criminali di guerra” venissero “arrestati e consegnati alla giustizia.”

Il 20 ottobre venne costituita presso le Nazioni unite la United Nations Crimes Commission, con la partecipazione di 17 Paesi alleati (Francia, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Belgio, Cina, India, Nuova Zelanda, Lussemburgo): il suo compito sarebbe stato quello di creare una lista dei criminali di guerra per facilitare l’azione dei governi in tutto il mondo.

Nei suoi Crowcass (Central register of war criminals and security sospects) entrarono così un migliaio di presunti criminali di guerra italiani, richiesti da Jugoslavia, Grecia, Francia, Inghilterra – l’Etiopia aveva tentato di partecipare ai lavori della Commissione per denunciare i numerosi delitti perpetrati sul suo territorio dalle forze di occupazione fasciste, ma non era stata ammessa in quanto la War Crime Commission si occupava solamente dei crimini commessi durante la seconda guerra mondiale.

Eppure, proprio quel generale Badoglio che il 13 ottobre aveva dichiarato guerra alla Germania ottenendo dagli alleati lo stato di “co-belligeranza”, aveva, per esempio, pianificato e messo in atto vari bombardamenti con gas tossici durante le guerre di annessione del ‘35 in Etiopia. Lo stesso Badoglio che poi fu a capo del governo che firmò l’armistizio del ’43; lo stesso in onore del quale Grazzano Monferrato, paese natale del generale, cambiò il nome in Grazzano Badoglio.

Una discussione fra gli Alleati sulla figura di Badoglio si aprì, ma il caso venne abbandonato grazie anche alla pressione del Foreign Office inglese: in un telegramma cifrato spedito all’ambasciatore inglese a Roma nel settembre 1945, si legge: “Dovrebbe cercare di portare all’attenzione dell’onorevole Parri [allora Presidente del Consiglio dei ministri] in maniera confidenziale e ufficiosa, il prezioso contributo che Badoglio ha fornito alla causa alleata, esprimere la speranza che questo contributo venga sottoposto alla attenzione della corte prima dell’udienza”.

È comprovato che gli anglo-americani fossero a conoscenza dei crimini italiani e della loro crudeltà, ma negli anni che seguirono l’armistizio li coprirono, ritenendo utili e affidabili per la lotta anticomunista molti dei nomi compresi in quelle liste. Paese nemico arresosi senza condizioni, l’Italia dopo l’8 settembre 1943 stava subendo l’occupazione tedesca, con numerose vittime fra la popolazione civile; per contro, negli anni di guerra combattuta a fianco della Germania le truppe italiane si erano macchiate di gravi crimini e molti loro ufficiali erano richiesti da Paesi che appartenevano alle Nazioni Unite. E così, pressati dalla necessità di decidere, si decise di prender tempo.

Viste le continue proteste per la mancata estradizione dei criminali di guerra italiani degli ex Paesi occupati, in particolare quelle della Jugoslavia, nel febbraio del 1946 il ministro della Guerra Manlio Brosio propose al presidente del Consiglio De Gasperi di istituire una “Commissione d’inchiesta” che indagasse sui “presunti” criminali di guerra italiani, col fine di “poter giudicare, con i propri normali organi giudiziari e secondo le proprie leggi, quelli che risultassero fondatamente accusati da altri Stati”, onde “eliminare la possibilità di arresti e di consegne di italiani agli Stati richiedenti, senza il concorso dello Stato Nazionale”. D’altronde, come si dice, i panni sporchi si lavano in casa.

È chiaro che Alleati e governo italiano volessero attuare una resistenza passiva alle richiesta dei Paesi esteri. Per questo, nel febbraio del 1948, con la Jugoslavia che continuava a chiedere l’estradizione dei crimini di guerra italiani, l’allora segretario generale del ministero degli Esteri Vittorio Zoppi propose alla Presidenza del Consiglio di “guadagnare tempo evitando di rispondere alle richieste jugoslave, mantenendo un atteggiamento temporeggiante”. La risposta a nome del Presidenza arrivò il 16 febbraio, firmata dal sottosegretario Giulio Andreotti: “Concordiamo con le vostre conclusioni”.

Anche la Commissione italiana non prese neanche in considerazione le azioni svolte dai militari italiani in Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, dove anche contro i civili vennero usate bombe a gas, torture ed esecuzioni sommarie, o la deportazione in campi di concentramento.

Sono parecchi gli italiani che si sono resi tragicamente celebri nei Paesi del Nord Africa, come il generale Rodolfo Graziani, soprannominato il “macellaio di Libia”: era uno che attaccava vecchi e malati disarmati e che poi si faceva fotografare con in mano le teste dei “nemici”. Non fu mai processato per questi crimini, perché nessun processo nei confronti delle centinaia e centinaia di criminali di guerra fascisti è stato mai celebrato.

Come sottolineato da Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer in un saggio del 2001 su Contemporanea, “nessuno dei criminali di guerra italiani fu mai giudicato. Nei confronti di alcuni fu spiccato un mandato di cattura da parte della magistratura italiana, ma venne dato a tutti il tempo di mettersi al riparo.”

Questa vicenda è solo parte dell’insabbiamento dei crimini nazifascisti, che vede un ulteriore, assurdo quanto oscuro, capitolo in quello che è stato rinominato da Franco Giustolisi “l’armadio della vergogna”. Nel 1994 venne ritrovato in via degli Acquasparta a Roma, dentro palazzo Cesi-Gaddi, sede della Procura generale militare, un vecchio armadio. Aveva le ante rivolte verso il muro. Così, per quasi 50 anni erano stati tenuti al segreto 695 fascicoli d’inchiesta e un Registro con 2274 notizie di reato, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l’occupazione nazifascista.

Quell’armadio era la manifestazione in legno, carta e inchiostro dell’occultamento degli orrori perpetrati dai nazifascisti, in Italia e fuori. E oggi più che mai dovrebbe far riflettere la motivazione che si addusse: quella di Stato. Stava infatti iniziando la Guerra fredda, vi era la necessità di evitare problemi alla Germania federale, che in quel periodo stava ricostituendo il proprio esercito e si sarebbe dovuta inserire in maniera forte nell’Alleanza Atlantica, e il governo italiano, così come gli alleati, aveva bisogno di ripulire il più possibile il passato fascista italiano, per utilizzare il Paese nella lotta al blocco sovietico.

Per questo hanno operato insieme per evitare sia di consegnare, ma anche di giudicare, i presunti colpevoli delle stragi.

L’Italia ha così consapevolmente rinunciato al diritto di richiedere la consegna e di perseguire i militari tedeschi accusati di strage in Italia: come sottolineato anche dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, “il governo italiano si trovava nell’imbarazzante situazione da un lato di negare l’estradizione di presunti criminali italiani, richiesta da altri Paesi, e dall’altro di procedere alla richiesta, proveniente dalla magistratura militare italiana, per l’estradizione di militari e criminali di guerra tedeschi”. Così si decise di non fare né l’una né l’altra cosa.

A prevalere fu quindi una particolare convergenza di intenti tra l’Italia e gli Alleati. Da una parte, infatti, questi comprendevano l’importanza della pedina italiana nella spartizione in blocchi del mondo. Da parte nostra invece c’era la necessità di difendere i presunti criminali di guerra italiani richiesti da altri Stati. Secondo la relazione della Commissione, la difesa a oltranza dei presunti criminali italiani attuata dal nostro Paese fino al 1948 “è responsabilità dei governi dell’epoca, che condivisero la difesa ad oltranza dei presunti criminali italiani, e sacrificarono sull’altare dell’onore dell’esercito italiano la punizione dei gravi crimini commessi dai nazifascisti in Italia.” Dal ’48 in poi a questo si aggiunse una necessità di carattere internazionale, “non mettere in imbarazzo la Repubblica Federale tedesca, tassello essenziale del blocco occidentale. Con la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, così, anche per l’Italia la stagione dei processi per crimini di guerra poteva dirsi conclusa.”

Ecco su cosa si fonda il mito dell’Italiano brava gente, quello del simpatico colonizzatore, del docile conquistatore. Un mito che ha la necessità però di essere costantemente alimentato. E così negli anni il nostro Paese ha continuato a rifiutarsi di analizzare con serietà, con il dovuto distacco, gli orrori commessi in nome e per la gloria della Patria.

Uno degli esempi più grotteschi, quasi ridicoli, è datato 1991. Quell’anno nelle sale italiane veniva presentato Mediterraneo, di Gabriele Salvatores. Il film è uno spaccato di un’ipotetica occupazione italiana su un’isola greca: il contingente italiano, goffo e impreparato, familiarizza con gli abitanti dell’isola, fino ad affezionarcisi e decidendo, in alcuni casi, di abbandonare l’Italia stessa. Mediterraneo vincerà anche il premio Oscar, consacrando in patria e all’estero il mito del buon italiano. Quello che va a prostitute ma poi se ne innamora e torna le rende “donne per bene”. Quello che sì, magari è un po’ nazionalista, ma alla fine, se gli dai da fumare un po’ d’hashish diventa un compagnone, e poi si fa pure fregare i vestiti dai turchi. Quello che “una fazza una razza”, insomma.

Proprio nel 1991 la Rai decise di acquistare dalla Bbc un documentario. Lo comprò, ma non per mandarlo in onda, anzi per il motivo opposto. Una decisione incomprensibile, almeno fino a quando non si legge il titolo di quel documentario: Fascist Legacy.

Era andato in onda due anni prima in Inghilterra, e raccontava degli ottocento criminali di guerra italiani responsabili della morte di circa un milione di civili e di come fossero sfuggiti a qualsiasi processo perché inglesi e americani avevano bisogno di loro per mantenere i comunisti fuori dal governo. Raccontava gli orrori dell’occupazione italiana in Jugoslavia, Albania, Grecia, della Libia, Etiopia. Narrava in che modo questi erano venuti finalmente a galla grazie a un’indagine compiuta negli archivi diplomatici americani e inglesi e in quelli della Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra.

Già nell’89 il documentario aveva suscitato accese polemiche: l’allora ambasciatore italiano a Londra Boris Biancheri inviò addirittura una lettera di protesta al presidente della Bbc Marmaduke Hussey, accusando il programma di prendere di mira l’Italia su un tema che ha in realtà dimensioni ben più ampie; quando poi il consulente storico del programma, Michael Palumbo, chiese di discutere la sua trasmissione con l’ambasciatore italiano, questo si rifiutò sostenendo che i giudizi globali devono essere lasciati agli storici. Per questo era meglio che nessuno in Italia vedesse quel documentario. Solo nel 2004 La7 ne trasmise degli stralci durante il programma Altra Storia.

Come per le discariche sommerse di cui è pieno il nostro territorio, anche la storia dell’occultamento dei crimini nazifascisti ogni tanto torna a galla, attraverso episodi che sembrano marginali. Come quando, ancora nel 2001, l’Etiopia accusava l’Italia di non rispettare gli accordi internazionali rifiutandosi di comunicare la posizione dei suoi depositi segreti di armi chimiche risalenti al periodo dell’occupazione. Qualche settimana prima durante alcuni lavori in una scuola nella regione settentrionale del Tigray, i muratori avevano trovato un deposito nascosto con munizioni e granate. Avevano dovuto sospendere i lavori per paura che si trattasse delle armi con gas tossico.

È anche grazie a questa enorme operazione di insabbiamento che oggi un ministro può permettersi di dire che a lui “interessa poco il derby fascisti-comunisti”. Per questo può permettersi di non celebrare la Liberazione dell’Italia. Perché del fascismo in realtà l’Italia non si è mai liberata.

* Per ulteriori approfondimenti, Contropiano consiglia la lettura di Criminali di guerra italiani, di Davide Conti e Il caso Roatta, di Laura Bordoni, entrambi editi da Odradek.

27 Aprile 2019 - © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

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