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Autore Topic: Il ''malessere'' dell'Italia sul 'New York Times'.  (Letto 1377 volte)
Admin
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« il: Dicembre 14, 2007, 04:57:41 »

Roma, 13 dic.
- (Adnkronos/Ign)

- Il ''malessere'' dell'Italia sul 'New York Times'.


In una lunga corrispondenza da Roma, il quotidiano americano parla della ''depressione collettiva'', dall'economia alla politica alla società, che sembra aver colpito il nostro Paese. Un Paese ''che tutto il mondo ama perché è vecchio ma ancora affascinante''. La questione è che, nonostante sia ''adorato all'estero e nonostante tutti i suoi innati punti di forza, l'Italia non sembra amarsi e gli italiani sono il popolo meno felice dell'Europa occidentale''.

''Per la maggior parte, i problemi non sono nuovi e questo è il problema'', sottolinea il 'New York Times', secondo cui l'Italia ne è preda da così tanti anni che nessuno sembra sapere ''come cambiare o se sia ancora possibile''. Senza contare che quelli che erano i punti di forza dell'Italia "si stanno trasformando in debolezze". Così, per esempio, le piccole e medie imprese si trovano a dover combattere con l'economia globalizzata e con la competizione cinese.

I problemi sono così grandi che l'ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli, ha avvertito del rischio di un diminuito ruolo internazionale dell'Italia e di difficoltà nel rapporto con Washington. ''Devono tagliare l'edera cresciuta intorno a questo fantastico albero vecchio di 2.500 anni che minaccia di ucciderlo'', ha detto Spogli al quotidiano. Ma l'impressione che emerge è che ''il malessere nasca dalle poche speranze di tagliare quell'edera e questo rende gli italiani tristi e arrabbiati'', osserva il 'New York Times'. Una rabbia di cui si è fatto portavoce nei mesi scorsi Beppe Grillo con il suo grido 'Basta' rivolto a tutte le forze politiche e al 'sistema' e che ha trovato uno sfogo nei bestseller dell'anno, 'La Casta' e 'Gomorra', scrive il giornale. Che poi dedica qualche riga ai due protagonisti del panorama politico italiano, Romano Prodi e Silvio Berlusconi, cui gli italiani non sembrano attribuire quella capacità di cambiare necessaria in questo momento.

In un contesto del genere, non stupisce quindi che ''il 70% degli italiani tra i 20 e i 30 anni vivano ancora a casa, condannando la giovinezza ad un'estesa e improduttiva adolescenza, mentre molti delle menti più brillanti, come i poveri di un secolo fa, lasciano l'Italia'', commenta il giornale che dedica un intero paragrafo del suo reportage al problema generazionale.

E un paragrafo è dedicato alla 'Vendita del concetto di Italia', vendita che si è fatta più difficile dopo la morte di Luciano Pavarotti, almeno a sentire un ragazzo intervistato dal 'Times', secondo cui dopo la scomparsa del tenore ''ci sono rimasti solo la pizza e la pasta''. Certo, è vero che ''non ci sono nuovi Rossellini, Fellini o Loren, ma ci sono la Ferrari, la Ducati, la Vespa, Armani, Gucci, Piano, Illy, Barolo", elenca il giornale.

Il problema però è che ''gli imprenditori lamentano di essere soli: i politici offrono poco aiuto per rendere l'Italia competitiva e questo resta l'ostacolo principale. L'imprenditoria vuole meno burocrazia, più leggi sulla flessibilità del lavoro e maggiori investimenti nelle infrastrutture per favorire il movimento delle merci''.

L'Italia, è la chiosa del 'New York Times', se non cambia rischia di fare la fine della Repubblica di Venezia: ''Bloccata dalla grandezza del passato, con gli anziani turisti a fare da incerta fonte di vita'', potrebbe diventare la 'Florida d'Europa'.

Concorda con l'analisi pubblicata dal quotidiano americano il senatore Renato 'Ron' Turano, eletto per l'Ulivo nella circoscrizione Estero-Nord America, che oggi ha visitato il Palazzo dell'Informazione del Gruppo Gmc-Adnkronos in Piazza Mastai

''L'Italia si muove in modo abbastanza cauto - dice Turano - Qualche volta vorremmo vedere le cose muoversi molto più velocemente e questo non succede''. ''Però - sottolinea il senatore, imprenditore di successo negli Usa e che vive a Chicago - noi abbiamo grandissimi valori, non ho nessuna perplessità nel senso che ne usciremo. Probabilmente ci vorrà un'altra generazione per cambiare alcune cose, ma i nostri sono giovani sono molto preparati''.

da adnkrons.com
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