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Autore Discussione: Luciano Neri, “Liberare dal vecchio il nuovo, ripercorrendo le rovine”  (Letto 314 volte)
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« inserito:: Ottobre 06, 2019, 09:18:23 pm »

Luciano Neri, “Liberare dal vecchio il nuovo, ripercorrendo le rovine”

Pubblicato il 2 Ottobre 2019 by Grazia Calanna

Luciano Neri (1970) vive a Genova, dove lavora come insegnante nella scuola secondaria. Ha pubblicato “Dal cuore di Daguerre” (Firenze, 2001), opera prima, con prefazione di Mariella Bettarini. Suoi testi poetici, editi e inediti, sono apparsi in questi anni sulle principali riviste italiane di poesia, in cartaceo e su web, su antologie (“La poesia ligure e lombarda del XXI secolo” – Trivio n.1 a cura di Marco Berisso per l’area ligure e Antonio Loreto per quella lombarda) e su volumi collettanei (in “Nono quaderno italiano di poesia contemporanea” di MYM a cura di Franco Buffoni e con introduzione al testo di Fabio Pusterla). Nel 2010 e nel 2014 sono usciti “Lettere nomadi” (Novi Ligure) e “Figure mancanti” (Massa), che includono una scelta parziale e provvisoria di poesie legate ai temi del viaggio nel Mediterraneo. Introduciamo la nostra intervista con “Presente azione”, poesia scelta dal suo più recente libro di poesia, “Discorso a due”, edito da “L’arcolaio”, ne la “Collana ɸ”, diretta da Gianluca D’Andrea e Diego Conticello,

L’inerme
ha un profondo
tormento di figure
un inconscio
liquido
come scena
di un equipaggio
come una madre
sola al mondo

Un mezzo vuoto
ammutinato
un grumo
l’ultimo
con la parola fine

Qual è il ricordo (o un aneddoto) legato alla tua prima poesia?

Ricordo perché ho iniziato a scrivere. L’urgenza di dare forma a qualcosa attraverso la scrittura si è manifestata durante la prima adolescenza, nell’estremo sud dell’Italia, in quella luce che è sola nel Mediterraneo. Ci andavo in vacanza con la famiglia e ogni anno ritrovavo quel calore umano e un po’ primitivo che ho sempre presente nel pensiero. Forse ho continuato a scrivere per ascoltare quel silenzio e rivedere quella luce. Mettevo in valigia i libri dei grandi poeti dell’800 e del ‘900, Baudelaire, Rimbaud, Mallarmè, Leopardi, Montale, Ungaretti, Saba, Quasimodo e altri, quei libri tradotti cosi e cosi della Newton and Compton. Li collezionavo e rappresentavano la biblioteca di casa. Verso le prime ore del pomeriggio andavo in spiaggia, mi rifugiavo sotto la chiglia di una barca, all’ombra, entravo in quei versi, in quelle letture, che mi aprivano a mondi sconosciuti. Era come andare indietro verso un’origine. Leggevo e rileggevo, accanto alla trasparenza dell’acqua, fino a quando qualcuno veniva a trovarmi, incuriosito, allora mi univo in gioco ai miei nuovi compagni. Quello è stato credo l’apprendistato più importante per me e non vedevo l’ora che arrivasse luglio, vivevo di quell’attesa. L’inverno era faticoso a Genova, lo è tuttora, mio padre nei primi anni ’60 vi si era stabilito per lavorare come operaio, precisamente nel 1961. La scuola non mi piaceva, ci andavo malvolentieri, mi sentivo spaesato, non capivo quello che mi veniva insegnato e perché, ero molto incostante nello studio. Dunque aspettavo l’estate. Proviene da lì credo quell’edonismo che mi avrebbe portato a viaggiare, anni dopo, in lungo e in largo, tra le isole del Mediterraneo, della Dalmazia, del mare Egeo. Edonismo inteso come ozio tra i paesaggi costieri, il piacere del cammino contemplativo come viene descritto da M. Bennis in un libretto del 2009 uscito in Italia presso Donzelli, tanto minuto quanto intenso, Il Mediterraneo e la parola. I versi dei miei primi autori non avevano frontiere per la mia curiosità, mi conducevano in una condizione di totale apertura, di sospensione, in un Mediterraneo altro. “Nell’arcipelago greco (…) nuove isole comparivano senza tregua sul cerchio dell’orizzonte. Il loro dorso senza alberi tracciava il limite del cielo, la loro sponda rocciosa si stagliava nettamente sul mare. Nessuna confusione; in quella luce giusta, ogni cosa era un punto di riferimento (…). Da allora la Grecia va alla deriva in qualche parte di me, sul filo della memoria, instancabilmente …”. Così scrive A. Camus ne “La caduta”. Ho iniziato a scrivere imitando quegli autori, seguendo i loro versi, cercando di sentire quel calore, entrando in quell’ombra.

Quale poeta e relativi versi non dovremmo mai dimenticare (e per quali ragioni)?

Tre poeti, oltre ai sopracitati, hanno avuto grande importanza per la mia ricerca poetica e di crescita come persona: Valerio Magrelli, Giorgio Caproni e Osip Mandel’stam. “Ora serrata retinae”, nella sua essenza straniante, mi aveva impresso come uno scatto di consapevolezza: l’io che enuncia era cosa tra le altre, nella sua inermità diventava come una sonda in grado di captare i movimenti del corpo e del senso più impercettibili. Mi ha dato coscienza che avrei desiderato scrivere con un impegno meno occasionale. La lettura di quel libro è stata decisiva, come cambiare dimensione, c’era un mondo percepito diversamente che ti parlava attraverso le sue linee, i suoi rimandi, i suoi echi, i suoi spazi umani che non avevo mai considerato in quel modo. Il libro, insomma, della mia generazione poetica. La vita considerata attraverso la malattia, che da allora sentivo anche un po’ mia, registrata nel diario poetico di un adolescente, mi aveva indotto a rallentare rispetto al sentire e all’essere, rispetto alle percezioni di sé e dell’altro. Il bildungsroman che ogni giovane poeta o aspirante tale avrebbe voluto scrivere. Di Caproni invece amo tutta l’opera, soprattutto la seconda parte e in particolare “Res amissa”, un libro che mi commuove ogni volta che lo rileggo, sempre allo stesso identico modo. Mi commuove per il suo stile, e perché mostra come in un poeta le forme che danno significato all’esistenza siano sempre un po’ più in là rispetto a se stessi, come se la scrittura giocasse in anticipo rispetto alla comprensione umana. E in questo caso ciò avviene fino al punto in cui l’autore, per superarsi, va a contrapporsi alla propria maniera. Un libro assolutamente unico e secondo me ancora insuperato nel ‘900, come testimonia il postfatore, che è Giorgio Agamben, non proprio uno qualunque. L’opera di Mandel’stam rappresenta il campo storico entro il quale una voce poetica è chiamata a misurarsi per necessità irriducibile di sopravvivenza, quando ti è stata tolta ogni cosa, per resistere a forze devastanti per l’uomo. In quella rovina, che è un abisso per chi ci si ritrova, in quella impotenza assoluta, la poesia può diventare l’unica salvezza e aprirsi a prospettive inaudite rispetto al significato di ciò che può essere l’uomo. L’equivalente è Primo Levi in narrativa. Entrare in quella frattura che è segno del limite e dell’umano e condurre la voce laddove la perdita del significato di sé è prossima alla morte, convive con essa. La frattura insanabile dell’epoca entro cui un poeta è costretto a scendere per dare voce autentica a ciò che l’epoca non vede, come si evidenzia spesso nell’opera filosofica di Benjamin. È qui che il poeta, insomma chi scrive, dovrebbe puntare il proprio sguardo. Prima di tutto un poeta è chiamato a confrontarsi con la storia e con il contemporaneo. Ma oggi è assai difficile questo confronto, siamo in un’altra epoca, dove tutto sembra disperso nell’ego social. Qualcuno la definisce post-storia. Io invece penso che ci siamo ancora in mezzo, fino al collo.

Riporteresti una poesia o una stralcio di testo altrui nel quale all’occorrenza ami rifugiarti?

Non ho dubbi, scelgo dal Caproni di Res Amissa. La poesia si intitola

Tombeau per Marcella

Vedi come te ne sei andata
anche tu, Marcella…
In un soffio…Di me
tanto più giovane…Tu,
la mia sola sorella…

Ti sei alzata per prendere,
di là, uno scialle…
Non sei più ritornata…
La morte, di sorpresa,
ti ha colpito alle spalle…

Ora sono rimasto l’ultimo
della famiglia. E credimi,
Marcella mia, credimi,
tu quasi una mia figlia,
io mi vergogno, credimi,
d’essere ancora in vita…

La vecchiaia mi rimorde
come una colpa. E in un canto,
senza farmi vedere,
più di una notte ah se ho pianto
più per me che per te, Marcella…

Ma a che vale il lamento?
La legge è la separazione. E a stento
mi conforto pensando
che un giorno porterà pur via
anche me, il vento…

Saremo pari, allora.
In tutto. Tu. Piero. Io.
Pari nel più buio e assoluto
buio: nell’oblio…

Addio, Marcella. Addio.
Ti mando, anche se non l’udrai mai,
il mio «estremo» saluto.

Qual è la tua ‘attuale’ definizione/spiegazione di poesia?

Questa non è una domanda semplice, le risposte potrebbero essere diverse e nessuna di queste davvero esaustiva. Comunque sia, da un punto di vista etico e filosofico, per chi è in grado di comprendere il mondo in cui viviamo e di rappresentarlo attraverso la scrittura, la poesia dovrebbe, come accennavo, presidiare quella frattura in cui un tempo, un’epoca, volgendo al termine, sta lasciando spazio a qualcos’altro, a un altro inizio. È quando una fine e un inizio sembrano toccarsi in un punto del tempo. Lungo questa linea la scrittura poetica può dare evidenza a nuove forme di significato attraverso una lingua in grado di farsi carico di tutto ciò. Liberare dal vecchio il nuovo, ripercorrendo le rovine. Le rovine sono l’uomo, perché la scrittura sta in mezzo all’uomo, né sopra né sotto. La poesia è il contemporaneo, come dice un filosofo, “deve tenere lo sguardo nel suo tempo (…) per percepirne (…) il buio (…). Sa vedere questa oscurità, che non smette un istante di interpellarlo (…) intingendo la penna nella tenebra del presente”. In questa capacità di vedere le luci in fondo al buio dell’epoca e di ascoltarne le parole necessarie prende forma la scrittura. Cioè accedere al presente attraverso uno sguardo rivolto all’indietro, archeologico. Uno sguardo che sia rivolto non tanto al vissuto, ma al non vissuto o a quello che si sarebbe potuto vivere. Credo, almeno per quel che mi riguarda, che la poesia debba rappresentare, per quanto detto, quelle promesse mancate nel passaggio da un’epoca all’altra, per imbarbarimento ed oscenità, per disattenzione verso l’uomo, per noncuranza assoluta. Disinnescare, con una lingua poetica, i dispositivi di potere che hanno condotto a tutto ciò. I poeti dispongono in realtà di tanta materia su cui poter scrivere oggi.

Quando una poesia può dirsi compiuta?

Solo di recente ho iniziato a valutare l’idea di scrivere una poesia alla volta, dopo aver pubblicato “Discorso a due” con “L’arcolaio” di GF Fabbri. Della mia scrittura precedente non sono soddisfatto, a parte l’ultimo libro, e la considero, al momento, in continuo movimento, in esplorazione. La scommessa per me sarà sviluppare il materiale poetico passato, anche quello già pubblicato, con i temi su cui da anni mi concentro. Quindi ancora mi sto confrontando con la compiutezza e l’incompiutezza, sono parte costante della mia riflessione. Un testo, credo, può dirsi compiuto quando riesce a collocarsi innanzitutto in una costellazione ben precisa, in un’architettura, e che nel libro poi sia in grado di rappresentare lo sfondo culturale secondo le istanze di chi scrive e rispetto alle intenzioni per cui il testo è stato configurato come parte di un corpo, di un organismo, come ha detto qualcuno. Un organismo che dovrebbe far male in ogni punto in cui viene toccato. Quando ciò che viene alla presenza va a coincidere con ciò che si vuole far apparire. Avendo presente che in realtà ci si sta misurando più con quello che non si è scritto: da questa prospettiva l’opera risulta sempre incompiuta e ogni opera si alimenta con un’altra che avrebbe potuto essere, con un’opera fantasma. Allora diventa come un corpo a corpo, dove chi scrive tenta tutte le possibilità fino ad esaurirle. Un singolo testo, detto ciò, di per sé, può ritenersi compiuto quando infine risponde alle scelte formali, retoriche e di contenuto che stanno a fondamento di ciò che si vuole configurare, sapendo che il processo di scrittura può nascondere delle variabili non sempre calcolabili, verificabili, realizzabili appunto. Non si può sapere a priori quale testo nascerà e in quanto tempo. Dipende anche molto dall’urgenza rispetto alla volontà di considerare concluso il processo creativo che porta alla presenza ciò che per lungo tempo era li per essere scoperto. Anche se parlare di volontà un po’ mi stona. Non è una domanda semplice perché implica il rischio di banalizzare. Detto in altro modo ancora, ci provo, quando l’intenzione di ciò che si vuole comunicare arriva a compiersi nella trasmissione, quando l’autore comprende che il testo può essere compreso, avendo liberato e riunito in sé, formalmente, quelle energie linguistiche (poetiche) in una serie di immagini, al fine di attivare un senso, un significato profondo. Dall’intuizione di chi scrive alla formalizzazione di chi legge. Ci sono in gioco troppi aspetti nella scrittura di una poesia, aspetti tecnici, linguistici, culturali, sensibili e umani. Quando lingua e cultura, più in generale, irrompono attraverso il loro conflitto mettendo in gioco nuovi confini formali e di significato, trasgredendo rispetto ai dispositivi linguistici consueti ma ormai privi di forza.

La poesia necessita più di ascolto o di essere ascoltata?

C’è un libretto dello studioso P. Giovannetti che analizza con semplicità e accuratezza le tendenze della poesia oggi in Italia rispetto alla ricezione. È assai difficile delineare un quadro, perché la frammentazione e la dispersione hanno preso il sopravvento, complice la proliferazione dell’editoria a pagamento, che ha massificato gli aspiranti poeti, vendendo illusione. Anche la latitanza della critica accademica ha delle colpe, almeno rispetto alla poesia, essendosi concentrata su altre logiche e su altri generi (c’è un bellissimo scritto di Benjamin che le descrive perfettamente, soffermandosi soprattutto sul rapporto tra creatività artistica e “castrazione” accademica di tali energie). I presupposti teorici e ideologici su cui fanno affidamento alcuni poeti dei cosiddetti anni zero, a partire dalla prosa in prosa, che hanno tuttavia espresso un paio di talenti indiscutibili, non mi convincono molto, perché la poesia dovrebbe mantenere, per quanto possibile, le sue specificità, come da tradizione, diciamo. Altrimenti è giusto parlare d’altro. Senza voler divagare, esiste una poesia per l’ascolto uditivo e una per la lettura visiva, silenziosa, che pure implica un ascolto. Senza dimenticare, nella scrittura di ricerca soprattutto, una poesia che ha perduto tutte le specificità per poterla definire ancora tale e che risponde ad altre necessità formali e ricettive, la poesia cioè da guardare come un’installazione. Queste modalità, le prime due in particolare, che interessano ovviamente il modo di operare di tanti poeti, rispondono a finalità differenti e comportano un cambiamento di funzione rispetto allo strumento testuale poetico, che dovrebbe sollecitare la conoscenza profonda e l’appagamento estetico, per così dire, sia che si tratti di un lettore o di un ascoltatore. Ci sono casi in cui invece la scrittura tende a porre chi la riceve in una posizione privilegiata fino a farne perdere i connotati estetici basilari. È poi indubbio che durante il ‘900 questi modi abbiano trovato una coesistenza, anche in uno stesso autore, integrando forme dell’oralità all’interno di schemi espressivi più tradizionali. Tutto ciò deriva dalla rottura con le forme tradizionali operate dal verso libero, metricizzato o meno. Non a caso era la preoccupazione principale dei grandi poeti italiani del ‘900, Ungaretti, Montale e Fortini, prima delle neo avanguardie, la perdita delle specificità della poesia, come poi si sarebbe verificato. Per cui oggi si può notare come vi siano casi in cui l’oralità stia perseguendo forme che la avvicinano a una poesia più tradizionalmente intesa e casi in cui una poesia per la lettura vada cercando quegli elementi insiti nell’oralità in modo da renderla più viva sulla pagina per il lettore. Credo che la domanda nasconda un altro interrogativo, in effetti, forse più urgente e non risolvibile al momento, da quanto si vede nel panorama poetico italiano e considerate le forme e i gradi di scrittura così differenti anche in tanti autori tra i più conosciuti. Uno dovrebbe chiedersi per chi si scrive. È un interrogativo che dovrebbe far fronte ai molti equivoci dell’uno e dell’altro ambito, e in ogni caso non mi pare che esista oggi in Italia un pubblico di lettori e di ascoltatori al di fuori dei circoli cui fanno capo gli stessi poeti. Nessun poeta oggi ha un pubblico di lettori e di ascoltatori (anche se gli slam stanno riprendendo quota, ma come intrattenimento). Per questo penso sia una questione quanto mai aperta. Credo comunque che si sia interrotto il dialogo intergenerazionale, in primis, irreversibilmente e a tutti i livelli, e questo è il dato più significativo. È ciò rende ancora più indecifrabile il fenomeno della poesia come trasmissione da una generazione all’altra, tenendola in una marginalità sociale, per quanto sia praticata, come se ognuno perseguisse una propria particolare espressività senza ascoltare o leggere in profondità quelli da cui si può imparare o conoscere, avendo sollecitazioni ovunque, dal parlato e dalla tradizione; e ciascuno cerca di fare quello che può in una comunità dove il poeta, come figura sociale, ormai orfano di riferimenti (sia per privazione sia per bulimia) e in fondo in piena solitudine, finisce per concedersi espressivamente solo per imitazione, per clonazione, perdendo di vista il percorso della propria voce, della propria ricerca. Con il risultato che i poeti oggi scrivono più per se stessi. I libri interessanti e originali non mancano per fortuna, anche se è difficile accorgersene.

La parola poetica per preservare la propria efficacia comunicativa deve esprimersi usando il linguaggio del tempo in cui nasce e vive?

Direi di si. Per forza. Le forme poetiche che ci sono giunte dalla tradizione e che il ‘900 ha messo in crisi già a partire dai più grandi (Ungaretti, Montale, Fortini, ma prima ancora Carducci, D’annunzio e Pascoli), da cui quasi tutti oggi hanno abiurato, a parte qualche eccezione, in realtà sono in continua trasformazione, magari lenta, ma prima o poi quantificabile. Nel discorso vivo il poeta capta, riceve, come chiunque, una serie di dati linguistici (enunciati, significati, emozioni, gesti, etc…), è immerso, oggi più che mai, in una rete culturale fatta di relazioni, in apparenza, è portato in questa rete a rielaborare valutazioni, testi, aspirazioni, bisogni, tutto quello che gli arriva e contro cui si ritrova. È un urto continuo e sfiancante, oggi. Viene urtato. È, come ha detto qualcuno, in un universo verbale composto di continue e incessanti alterità, con il quale è chiamato a rispondere, a misurarsi giocoforza. Tutto ci raggiunge in qualche modo volenti o meno e si dirige,viene filtrato, alla coscienza, il mondo esterno nel mondo interno e viceversa, aperture e confini, limiti e soglie. Non si può scappare da tutto ciò. È necessario un ascolto differente, impegnativo, come indica il poeta Stefano Dal Bianco nel suo diario di riflessioni poetiche appena pubblicato da Quodlibet. La poesia si preserva rispetto alla comunicazione ordinaria per la natura che la contraddistingue, appunto, dall’ordinarietà dei messaggi, essendo, come ha spiegato Jakobson nella sua estrema sintesi, un linguaggio extraordinario. È la sua extra-ordinarietà quindi che la preserva rispetto all’universo verbale dei consumatori di messaggi, che hanno tanti volti e nessuno e convivono nella loro azione di mimetismo. La poesia si preserva da tutto ciò quando è poesia, cioè evidenziando il suo quid poetico, portando alla presenza di una forma i suoi messaggi autentici e profondi.

Qual è stato, ad oggi, il più grande insegnamento ricevuto in dono dalla poesia?

In linea di principio quello di poter stare in mezzo all’uomo e alle sue contraddizioni, l’incontro di quelle ombre che vagano in quell’area di silenzio, il tentativo di smarcarle attraverso il loro ascolto. Per citare ancora Bennis: “La poesia concorre a preservare l’umano”. Il poeta ha il compito di difendere strenuamente questo spazio amicale, ridurre l’ombra del nemico che può essere dentro o fuori, oggetto e soggetto, e trasgredirla, convertirla in qualche modo. Penso all’esperienza di Primo Levi o di Pavese. Penso all’amicizia come sostrato filosofico, intesa quale spazio di prossimità irriducibile all’ascolto e all’esperienza dell’altro nella mia, il permesso che gli concedo in una reciprocità, interrogando con la sua voce ciò che in noi è più profondo come senso. Come ripete una mia amica poetessa “la poesia è un modo di parlarsi, la ricerca della forma ha senso quando la scrittura poetica strappa al consumo facile del linguaggio un significato rivolto a schiarire un’area di noi che non si conosceva del tutto o mai nessuno l’aveva espressa in quel modo”. Questa è l’esperienza della poiesis: qualcosa che ancora è non-essere viene all’essere. Con l’avvento della praxis sotto il dominio della volontà la poesia ha perso nel tempo il proprio fondamento come spazio della verità. È un discorso un po’ impegnativo, estetico e filosofico. In ogni caso, ella dice, e concordo, “e’ la risposta ad un interrogativo profondo, ad un sapere che ancora non è stato appurato in presenza”, l’energia che ne disegna lo svelamento con il linguaggio extraordinario della poesia, non certo con la prosa, che risponde ad altri criteri e ha altre andature, e ancora meno con il prosaico. La poesia dovrebbe risarcire l’umano da ciò che esso non trova più o ha dimenticato, prendere le misure con l’inaccessibile, avvicinarsi ad esso. Rispondere all’amico nella verità prossima del loro dialogo.



Per concludere, ti chiedo di scegliere tre poesie dal tuo “Discorso a due”, per salutare i nostri lettori.

N1

Nell’intimo regredire
all’innocenza dell’unione
in ogni frase
degli amanti
era la loro immagine
che corrispondeva.
Due cornici sovrapposte
e nel fondo vuote
e all’interno due riflessi
allontanati dai corpi
senza ricordo
né illusione,
soli di una nascita
e di una perdita



Nascere alle soglie
di un’armonia celeste
e morire in un campo
grigio indurito di transfert
e voci dentro
sfiniti dal ripetersi
in se stessi – il padre
presente all’atto,
il bambino annichilito
da una stretta presa,
l’uomo spinto alle soglie
di un treno in corsa
rassegnato di esistere



Anniversario

Era splendido risvegliarsi
a un millimetro dal naso
adesso manca una porta
alla solitudine
respirare è quanto basta
un accesso
che non è una soglia –

Euridice che viene
spenta
da un’altra era
a mano dipinta
la coppia
sulla ferita –

e la frattura a scovarla
un istante alla volta
dilapidata la carne
tenuta a bada

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Scritto da
Grazia Calanna
Grazia Calanna
Grazia Calanna, giornalista, dal 2001 collabora con il quotidiano “La Sicilia” per il quale cura la rubrica di poesia “Ridenti e Fuggitivi”. Presiede l’associazione culturale “Estrolab” con la quale cura le “Edizioni EstroLab”, “Parole Estroverse” (incontri letterari itineranti), i “Laboratori dell’Estro” (corsi di formazione in scrittura specialistica e creativa). Dal 2007 dirige il periodico culturale “l’EstroVerso” (www.lestroverso.it). Ha curato per la rivista “ELLE”, numero Ottobre-2017, uno speciale di poesia intitolato "Nel verso giusto". Tra le pubblicazioni: “Crono Silente” (poesia, Prova d’Autore 2011); “William Shakespeare, Sonetti 1 – 48” con AA.VV. (traduzioni in italiano, Prova d’Autore 2013); “La neve altrove” di Giovanna Iorio (traduzioni in francese, FaraEditore 2017); “Poeti in Classe – 25 poesie per l’infanzia e non solo” con AA.VV. (poesia, italic pequod, 2017); “Zafferana Etnea. Suggestioni letterarie alle pendici dell’Etna”, in “Borghi di Sicilia” con AA.VV. (saggistica, Dario Flaccovio Editore, 2018). Per le edizioni Algra, con Orazio Caruso, dirige la collana “Quadernetto di Poesia contemporanea”. È responsabile dell’Ufficio Stampa del MacS (Museo Arte Contemporanea Sicilia) per il quale ha curato “PoetArte”, connubio contemporaneo tra arte e poesia.
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