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Autore Discussione: Serena Vitale: vi racconto il mio Majakovskij  (Letto 191 volte)
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« inserito:: Settembre 25, 2019, 12:56:27 pm »

29 settembre 2015

Serena Vitale: vi racconto il mio Majakovskij

Di Antonio Armano
Nel tempo della “selfie-literatur”, in cui si narrano personaggi mettendosi in posa vicino a loro, alla slavista Serena Vitale andrebbe eretto un monumento per come ha saputo raccontare Majakovskij in modo fattuale, ma personale e appassionato, usando frammenti di materiale dell'epoca – dai verbali polizieschi ai ritagli di vecchi giornali passando per le delazioni -, e mettendosi dietro la macchina fotografica storico-letteraria, non anche davanti. Il risultato del lavoro di scavo e montaggio dei reperti è un libro originale, Il defunto non amava i pettegolezzi, Adelphi, che restituisce “piena voce” al poeta sottraendolo alla piattezza della canonizzazione staliniana così come alla più recente curiosità morbosa in cui è avvolta in Russia la sua morte per suicidio, avvenuta una mattina del 1930. Un clamoroso lunedì che segue il fiasco della prèmiere di Banja e in cui tutti i telefoni di Mosca iniziano a suonare.

Serena Vitale non è certo il tipo da monumenti – dopo avere a lungo viaggiato nei paesi dell'Est ne avrà una fisiologica allergia da overdose - e soprattutto è troppo autoironica, tanto che avverte sul suo sito (serenavitale.it): “Amando appassionatamente la poesia, non ho mai scritto un verso”. Vive con il gatto Yorick - un nome scespiriano e non bulgakoviano per il felino, ma sarebbe stato troppo prevedibile e banale -, in un palazzo d'epoca vicino all'Università Cattolica di Milano, dove insegna lingua e letteratura russa. Al gatto Yorick è dedicato Il defunto non amava i pettegolezzi. Majakovskij avrebbe apprezzato la dedica.

Mi offre un caffè e dei dolcetti e per un momento – mentre va a prenderli – temo che siano sul genere “baci di Černobyl” ma poi si rivelano degli ottimi cioccolatini italiani. Oltre a essere un po' provata per il tour di presentazioni del libro – ultima tappa al festival Pordenonelegge, con il premio Strega Nicola Lagioia -, soffre per il rumore dei vicini. Avrà forse una sensibilità acustica superiore alla norma, una iperacusia morselliana, come altri scrittori... O sarà che come vicini di casa la Vitale ha una famiglia di napoletani vivacissimi - per usare un eufemismo - e con bambini.

“Mi posso permettere di essere 'razzista' con i napoletani perché anch'io sono terrona”, scherza. “La mia famiglia viene dal Sud. Dalla Puglia. Credo che abbiamo ascendenze ebree anche se a mio fratello – di orientamento politico di destra – la cosa potrebbe non piacere”.

L'evenienza di ritrovarsi vicini di casa come i suddetti ha finora fatto sì che la slavista non rientri in quell'80 per cento di italiani che possiedono una casa, ma queste vicende immobiliari c'entrano niente con Il defunto non amava i pettegolezzi. O forse sì: l'epoca post-rivoluzionaria di Majakovskij è stata funestata dalle coabitazioni nelle kommunalka, tra cattivi odori e delazioni. Qui siamo nella Milano dei muri sottili e del rajbertiano “costruire leggiero” e dei vicini indisciplinati.

Serena Vitale è conosciuta soprattutto per il libro sulla tragica fine del poeta russo più amato: Il bottone di Puškin -, uscito nel '95. Venti anni dopo, per il suo 70esimo compleanno, si regala e ci regala quello su Majakovskij. Il bottone è stato un grande successo in Italia e anche all'estero, cosa miracolosa se consideriamo che la slavistica non ha niente a che vedere con Il magico potere del riordino o L'intestino felice. Siamo piuttosto dalle parti del caos e dei veleni di ogni tipo. Ci chiediamo se sia tradotto in russo...

“Purtroppo sì”, dice Serena Vitale. “Ma quei disgraziati l'hanno tradotto non dall'italiano, dall'inglese e l'hanno pubblicato tre case editrici diverse. Il problema è che il traduttore non sapeva l'inglese ed è saltato fuori che io ho scritto che Puškin non è morto in un incidente stradale e altre cose di questo genere. Non mi hanno neanche pagato i diritti e ho fatto causa, ma ho perso”.

Anche se è erede di una grande tradizione di slavisti italiani come Angelo Maria Ripellino – suo maestro a Roma -, traduttrice di libri meravigliosi come Il dono di Vladimir Nabokov, e Il valzer degli addii di Kundera (dal ceco), Serena Vitale è molto alla mano e spiritosa. Torniamo a parlare di Majakovskij, delle grigie traduzioni italiane... Anche in Russia spesso non gli hanno reso un buon servizio, mettendo nelle antologie solo i versi ideologici. La slavista si mette a fare l'imitazione di un attore che ha ascoltato a Mosca recitare Majakovskij “in modo tremendo. Con un fortissimo difetto di pronuncia” (tipo zeppola):

Poslušajte!
Ved', esli zvezdy zažigajut -
značit – eto komu-nebud' nužno?

(Ascoltate! / Se accendono le stelle - / Vuol dire che qualcuno ne ha bisogno? ...).

Questo non solo per ridere un po' (“Sono una buffona”), ma anche per dire quanto il povero Majakovskij sia stato stravolto, storpiato, travisato. All'autrice preme ricostruire il contesto in cui è maturato il gesto estremo del suicidio, non darne una spiegazione ultima e definitiva (“Non credo che un suicidio abbia delle cause, anzi non credo nelle 'cause' di un suicidio”, dice). Gli anni cupi in cui è stata eliminata o messa a tacere una straordinaria generazione di poeti. Li enumera come una incredibile sequenza di geni, come qualcun altro potrebbe mandare a memoria una mitica formazione di calciatori: Majakovskij, Achmatova, Mandel'štam, Esenin, Pasternak, Belyj, Blok, Cvetaeva, Brjusov... Non tutti morti nel loro letto...

Quell'epoca promiscua e tormentata – sessualmente, artisticamente e politicamente -, dove ancora pulsavano fermenti di creatività e passione, sempre più mal tollerati, è finita con un colpo di pistola. Majakovskij ha fatto da spartiacque... Si spara con una Mauser lasciando un biglietto dove chiede di non fare troppi pettegolezzi, di qui il bel titolo del libro. Venti anni più tardi questa richiesta viene ripetuta da Cesare Pavese ingoiando una overdose di sonniferi all'hotel Roma di Torino. La citazione sarà stata consapevole, visto che Pavese era anche un poeta. Per entrambi la delusione amorosa gioca un ruolo importante. Sia Pavese che Majakovskij erano innamorati di un'attrice. L'attrice di cui era innamorato Majakovskij si chiamava Veronika Polonskaja, detta Nora.

Come ironizzava Nabokov a proposito di Puškin, anche questo gigante – gli stivali di Majakosvskij non sfigurerebbero di fianco a quelli di Pietro il Grande – ha fatto una fine da fuilletton. Circostanza ancora più incredibile se si pensa che era un innovatore nel campo dello stile, un futurista, un inventore di slogan rivoluzionari, non certo da baci Perugina.

Questioni di cuore? Non a caso si spara al cuore... “Per me si spara al cuore per non rovinare la bella faccia”, dice Serena Vitale ripetendo il gesto della pistola che scivola lungo il volto e prosegue oltre. Più in basso e a sinistra. Del resto, in un recente concorso online, la rivista russa Arzamas ha incoronato il poeta come il più bello tra 42 autori russi tra Otto e Novecento. Davanti a Pasternak, Brjusov, Dovlatov e Bulgakov.

Non vuole invece manco sentire parlare di una delle tante motivazioni addotte e cioè i debiti con l'erario: “Un ragionamento da Equitalia! Dei discorsi da ragionieri”, sbotta. Insomma Majakovskij non è mica un mobiliere del Veneto che si toglie la vita per debiti. Pettegolezzi di questo tipo – un altro riguarda la sifilide - si diffondono il giorno stesso della morte. Il funerale è seguito da una grandissima folla. Ma prima di togliersi la vita Majakovskij era solo come un cane. Sempre più solo e isolato. Osip e Lili Brik, la coppia con cui formava un celebre e scandaloso triangolo, si trovavano all'estero in viaggio.

Stalin lo mette sul piedistallo perché gli fa comodo un poeta di regime – e lui gliene ha offerto ampiamente l'occasione -, e in questa veste ufficiale me lo sono ritrovato quest'estate in un negozio di modernariato comunista a Skopje: una statuetta di duralluminium, imbolsita e con la panza, in vendita a 100 euro. Così imbolsita e istituzionale che in primo momento l'ho scambiato per il maresciallo Tito!

Ma se le cause del suicidio erano tante, non una sola, la vita di Majakovskij non merita di essere ridotta al solo momento finale. La Vitale vuole piuttosto restituire a questa figura tragica e affascinante della storia russa complessità e intensità, il giusto peso letterario e umano. Nell'ultimo periodo della sua vita, Vladimir Vladimirovič non pubblicava più versi, veniva fischiato alle prime delle sue pièce, gli studenti lo contestavano violentemente ai reading, accusandolo, come la critica ufficiale, di essere incomprensibile, oscuro, dunque inutile. La letteratura stava prendendo una deriva ideologica che escludeva ogni deviazione creativa.

Si arriva a parlare della Russia d'oggi. Serena Vitale non ama la Russia contemporanea degli oligarchi. Ricorda un raduno di Ferrari con un bolide di Maranello verniciato imitando la tecnica tradizionale russa detta khokhloma, come una scatola di legno floreale... Per dire il mix di sfoggio e spreco di denaro e nazionalismo e cattivo gusto. Queste surreali e divertenti narrazioni rimandano a un altro suo libro, A Mosca! A Mosca! edito da Mondadori, dove ha messo i viaggi e i soggiorni in Russia, le esperienze e memorie personali. Oggi – con la chiusura difensiva dovuta alla guerra in Ucraina – la Russia è diventata un luogo infrequentabile o quasi.

“Il defunto non amava i pettegolezzi l'ho scritto quasi tutto a Praga, nella meravigliosa biblioteca del Clementinum. Qui ho trovato tutti i giornali sovietici... A Praga passo lunghi periodi perché mio marito è un artista ceco”. Si tratta di Vladimír Novák, cofondatore del gruppo “12/15: Pozdě, ale přece” (“12/15: Meglio tardi che mai”), ed esponente della generazione di artisti emersi nei difficili anni dell'invasione sovietica e della normalizace, come veniva chiamata con burocratico eufemismo la repressione successiva alla Primavera di Praga. In precedenza Serena Vitale è stata sposata con il poeta Giovanni Raboni.

Ci salutiamo tornando sul tema dei vicini rumorosi, e la sindrome della kommunalka: “Se sente di un appartamento tranquillo, silenzioso, mi faccia sapere...”.

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Da - http://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Serena_Vitale_vi_racconto_il_mio_Majakovskij.html
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